23 June, 2026

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In questi giorni tremendi di emergenza Coronavirus le giornate sono scandite dai continui aggiornamenti sui social e in televisione. Il dato delle persone morte (919) oggi è il più alto in assoluto in 24 ore da quando è iniziato questo incubo e noi tutti ci chiediamo come stiano vivendo gli Italiani, chiusi nelle loro case, in particolare quelli che vivono nella “zona rossa” che vive più drammaticamente l’emergenza, per numero di contagiati (37.298), tamponi eseguiti (95.860) e, soprattutto, di vittime (5.402).

Ieri ho raccolto la testimonianza di Chiara, una giovanissima ragazza sarda che sei anni fa è andata a vivere a Bergamo per esigenze lavorative e familiari, nonché per iscriversi all’università, nella facoltà di giurisprudenza.

Parliamo un po’ e poi le rivolgo alcune domande sulla situazione che si sta vivendo in Lombardia oltre che in tutta Italia.

Chiara, quando ti sei resa conto della pericolosità del Covid-19?

«All’inizio di tutto, sembrava solo tanta agitazione inutile. La gravità della situazione è diventata palese, ai miei occhi, solo dopo i primi casi che a Bergamo hanno portato alla morte inizialmente di anziani e persone affette da particolari patologie, per poi estendersi a giovani e meno giovani anche non affetti da altre patologie.»

Saresti voluta tornare in Sardegna, visti i dati immediatamente preoccupanti della regione lombarda?

«La Sardegna è casa mia, ci sono le persone che amo e mi manca ogni millesimo di secondo nel quale sto via. E’ proprio per questo che non ho mai pensato di tornare in questo periodo: è giusto che io tuteli i miei parenti in primis e, a pari livello, tutti i cittadini. Non ho mai dubitato di questa scelta, perché trovo rispettoso stare qui, nella mia città adottiva che con il tempo ho imparato ad apprezzare anche in tutte le sue piccolezze.»

Come passi le giornate?

«Le mie giornate sono frenetiche come sempre: ho lezioni tutta la mattina, il pomeriggio studio anche per tenere la mente impegnata e non pensare a quello che succede fuori ed ogni sera chiamo i miei familiari rimasti in Sardegna.»

Che consiglio ti senti di dare?

«L’unico consiglio che posso dare, da inesperta, è quello di stare a casa il più possibile, solo così si può mettere fine a questo male. Non penso che ci sia il grande bisogno di uscire anche più volte al giorno, in un contesto simile. Facciamolo per il prossimo, più che per noi stessi! Io non esco da casa da circa un mese, dalla finestra però si percepisce la paura dei passanti più giovani, mentre vedo anziani passeggiare tranquillamente con il giornale sotto braccio.»

Chiara abita a circa dieci minuti dal centro di Bergamo, nella sua zona hanno deciso di non suonare le campane per rispetto delle famiglie dei defunti che non solo muoiono soli, ma non possono avere neanche un normale funerale.

Chiara dalla finestra ha visto passare i camion dell’Esercito che trasportano le salme che a Bergamo non si riesce più a cremare, data la quantità eccessiva di decessi. Non augura a nessuno una visione simile dai contorni strazianti, difficili da dimenticare.

Chiara è una giovanissima ragazza che ha scelto di rispettare le regole e per passare il tempo si concentra nello studio, ha dei sani principi che ritiene importanti da osservare in un momento in cui ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo semplicemente rispettando il divieto di uscire dalla propria abitazione se non per esigenze lavorative, di salute o di particolare urgenza (approvvigionamento di generi alimentari).

Un plauso a Chiara e a tutte le persone, che fortunatamente sono tante, che hanno capito la necessità di cambiare il proprio stile di vita, restando a casa ed uscendo solo per lo stretto indispensabile.

Così e solo così, riusciremo a sconfiggere questo orribile mostro che vuole impadronirsi delle nostre vite…per tornare il più presto possibile alle “cose” di tutti giorni, che riusciremo ad apprezzare in ogni loro piccola sfumatura.

Nadia Pische

        

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Dopo gli interventi di igienizzazione di strade e piazze, avviati, nelle scorse settimane, da domani prenderanno il via gli interventi di sanificazione delle case comunali e degli altri locali adibiti ad uffici. Parte così la seconda fase dell’attività di prevenzione e contrasto all’epidemia da Coronavirus messa in campo dalla provincia di Sassari.
In collaborazione con la Multiss, si procederà a sottoporre ad intervento di sanificazione gli spazi destinati ai servizi essenziali e a maggiore frequentazione da parte del pubblico.
«Questi sono giorni frenetici e di estrema difficoltà per le amministrazioni comunali ha detto l’amministratore straordinario della provincia di Sassari, Pietrino Foissoprattutto per le realtà più piccole, impegnate a fronteggiare l’emergenza Coronavirus, con poche risorse e con poco personale a disposizione anche a seguito delle restrizioni e delle forti misure per arginare l’epidemia e la diffusione del contagio. Come Provincia siamo vicini ai nostri sindaci per poter vincere questa battaglia.»

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È di 63 positivi al Covid-19 il riscontro sui 162 tamponi eseguiti dai medici dell’Esercito sugli ospiti ed il personale della residenza per anziani Casa Serena, a Sassari, e analizzati dal Policlinico Militare Celio di Roma. Il dato è stato appena validato dai competenti uffici di igiene pubblica regionale e per questo non era tra i dati della conferenza stampa giornaliera con il Presidente della Regione. Sarà trasmesso anche all’Istituto superiore di sanità nella giornata di domani ed entrerà a dar parte dei dati ufficiali sui contagi.

«Il Dipartimento di prevenzione dell’Ats – dice l’assessore regionale della Sanità, Mario Nieddu – sta intervenendo per attuare tutte le misure necessarie per contenere la catena di contagio. Le persone risultate positive sono già state poste in isolamento e la situazione è ora monitorata con la massima attenzione.»

«Affrontiamo un nemico subdolo – precisa l’assessore regionale della Sanità -, l’intervento del personale sanitario dell’Esercito richiesto dalla Regione ci ha consentito di procedere con maggiore rapidità al monitoraggio e di attivarci per arginare la diffusione del contagio. Un risultato reso possibile dal lavoro congiunto delle istituzioni in un momento difficile per la Sardegna e l’Italia. Dalla Difesa un segnale importante di vicinanza al nostro territorio, ai nostri operatori sanitari e ai cittadini. La nostra l’attenzione resta massima – conclude Mario Nieddu -: la salute degli anziani, fra le persone più a rischio in questa battaglia, è una priorità così come la tutela degli operatori.»

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Questa sera, in diretta da Piazza San Pietro, Papa Francesco ha recitato una preghiera al Padre Nostro, perché interceda per la fine dell’Epidemia del Coronavirus e poi celebrerà la benedizione “Urbe et Orbi”.
Tanti hanno assistito alla liturgia di Papa Francesco. Nella sua introduzione Sua Santità ha preso spunto dalla parabola in cui Gesù attore principale, dorme a poppa sulla barca che è in balia delle onde ed è sbattuta da un vento fortissimo ed inesorabile.
Ecco che i Discepoli svegliano Gesù (che è la prima volta che dorme), sono atterriti e sgomenti ma Gesù affidandosi al Padre, interviene ed ordina al mare di calmarsi, al vento di acquetarsi.
La parte centrale è la Fede, quella fede che vacilla.
Papa Francesco è da qui che fa una riflessione, un richiamo a ritrovare la fede, i falsi miti non esistono e sono fuorvianti.
Dobbiamo in questa situazione ritrovare noi stessi, non perdere la fede, ma dare fondo alla nostra umanità ed utilizzare la parte migliore finalizzata all’aiuto a quanti soffrono.
La sofferenza è grandissima e questa Pandemia ha veramente causato lutti e disperazione, ma proprio in questo frangente come ha affermato Papa Francesco, è emerso il sacrificio di quanti si sono messi al servizio dei malati, a lenire per quanto possibile le loro sofferenze.
È a loro che il Papa volge lo sguardo ed il pensiero, a quanti medici, infermieri/e, protezione civile, volontari, forze dell’ordine.
A tutti voi va la nostra riconoscenza, e l’invocazione a Dio e alla Madonna è una preghiera affinché cessi questa epidemia.
La benedizione Urbe et Orbi è la conclusione del rito, officiato da Papa Francesco in una Piazza San Pietro deserta e con la pioggia che non ha mai cessato, ma il suono festoso delle campane ha per così dire suggellato e dato maggior sacralità all’avvenimento.
Armando Cusa
  

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Dal 14 marzo, il Corpo forestale regionale è mobilitato in tutta l’Isola per vigilare sul rispetto delle regole stabilite per l’emergenza epidemiologica da Covid-2019.

«Con l’ordinanza del 13 marzo – ha spiegato il presidente della Regione, Christian Solinas – preoccupati anche dall’arrivo nelle seconde case, soprattutto in ambito costiero, di numerose famiglie provenienti dalla Penisola, abbiamo messo in campo anche 1.300 uomini e donne del Corpo, che con grande impegno e professionalità stanno contribuendo a garantire la salute dei Sardi.»

Fino alla giornata di ieri sono stati effettuati 10.735 controlli: 2.774 nell’area territoriale di Cagliari, 2.106 Sassari, 1.781 Tempio Pausania, 1.563 Nuoro, 1.005 Lanusei, 951 Oristano e 555 Iglesias. Sono state comminate 132 sanzioni (47 Cagliari, 23 Sassari, 20 Tempio, 14 Nuoro, 14 Oristano, 11 ad Iglesias e 3 a Lanusei), con segnalazione alla Magistratura.

«Ogni giorno sono operativi 900 forestali, dislocati nelle 82 stazioni territoriali, che pattugliano i litorali e le aree ruraliha evidenziato l’assessore regionale della Difesa dell’ambiente, Gianni Lampis -. Abbiamo rafforzato questa presenza anche con il personale delle 10 basi logistiche operative navali e dei Nipaf (Nucleo investigativo di Polizia ambientale forestale), che opera nei porti dove continuano i controlli della temperatura dei passeggeri in arrivo.»

«Le denunce comminate, in rapporto ai controlli effettuati, sono una minima percentuale a dimostrazione che i cittadini sardi stanno rispettando le prescrizioni che le Istituzioni hanno stabilito. Però, occorre ribadire che l’emergenza non è terminata e che è ancora fondamentale restare a casa. Serve la collaborazione di tutti e in primo luogo il rigoroso rispetto delle disposizioni: gli spostamenti sono consentiti esclusivamente per compravate esigenze lavorative, di salute ed indifferibili necessità», ha concluso il presidente Christian Solinas.

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Sono 530 i casi di positività al Covid-19 riscontrati in Sardegna dall’inizio dell’emergenza. I ricoverati con sintomi sono 93, i pazienti in terapia intensiva 19, gli ospedalizzati complessivamente 112, 384 i pazienti in isolamento domiciliare.

Le persone attualmente positive sono 496, 34 i nuovi attualmente positivi, 13 i dimessi (in attesa di conferma dall’Istituto Superiore di Sanità). I deceduti sono saliti a 21.

I tamponi effettuati sono 3.801. 

Sul territorio, dei 530 casi positivi complessivamente accertati, 83 sono stati registrati nella Città Metropolitana di Cagliari (+9 rispetto all’ultimo aggiornamento), 50 (+29) nel Sud Sardegna, 9 a Oristano (+2), 52 a Nuoro, 336 (+5) a Sassari.

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«Tutto il mondo si trova davanti a una crisi senza precedenti che l’Italia ha vissuto per prima. Una crisi che inevitabilmente determinerà cambiamenti anche a livello economico. Davanti a una emergenza straordinaria, dobbiamo mettere in campo misure straordinarie che possano dare sostegno ai cittadini. E questo il governo lo sa bene.»

Inizia così un post pubblicato alcune ore fa su Facebook dal ministero degli Esteri, Luigi di Maio (M5S).

«Ci sono persone che stanno soffrendo, anche tanto – ha aggiunto Luigi Di Maio -. E lo Stato è perfettamente consapevole del fatto che le emergenze in corso siano due: una sanitaria e una economica. Davanti alla prima abbiamo attuato le misure più restrittive di tutti per uscire dalla crisi; davanti alla seconda ci aspettiamo lealtà da parte dei partner europei. La parola lealtà per noi ha un peso importante. Ci aspettiamo che l’Europa faccia la sua parte. Anche perché delle belle parole francamente ce ne facciamo poco. Abbiamo imprese, lavoratori e famiglie che devono poter guardare al futuro e che soprattutto oggi hanno bisogno di un sostegno concreto. Noi questo sostegno glielo vogliamo dare.»

«L’Ue non può, infatti, dirsi pronta ad aiutarci solo se accettiamo vecchi strumenti che qualche Paese dieci anni fa ha già sperimentato senza grandi successi. Così non va beneha sottolineato il ministro degli Esteri -. Il dolore che i memoranda hanno provocato ad alcuni popoli europei noi non vogliamo portarlo in Italia, quell’esperienza è da cancellare. Stiamo attraversando una delle peggiori crisi dal Dopoguerra.»

«Non è una questione di retorica o slogan politici. Siamo consapevoli che se non interveniamo in maniera decisa, non risolleveremo la nostra economia. E questo non possiamo nemmeno immaginarlo. Abbiamo detto agli altri Stati membri che l’Italia spenderà tutti i soldi necessari per dare aiuto ai nostri cittadini, non è questo il momento di tener conto di parametri, scartoffie e burocraziaha concluso Luigi Di Maio -. Perché se stai combattendo una guerra devi agire in maniera tempestiva difendendo con tutte le forze il tuo Paese.»

In un nuovo post, pubblicato alle 16.00, il ministro degli Esteri ha annunciato l’arrivo di 6 milioni di mascherine dalla Cina.

«Voglio essere molto chiaro con voi. Come ministero degli Affari Esteri stiamo continuando a raccogliere milioni e milioni di mascherine e migliaia di ventilatori polmonari in tutto il mondo. Anche questa notte a Fiumicino è arrivato un altro carico da 6 milioni di mascherine dalla Cina, subito sdoganato dal personale dall’Agenzia Dogane e Monopoli-ADM. Grazie al lavoro del Dipartimento Protezione Civile e del commissario straordinario Arcuri, che stanno lavorando senza sosta e ce la stanno mettendo davvero tutta, si provvederà alla distribuzione – ha scritto Luigi Di Maio -. Fino a quando ci sarà questa emergenza il ministero degli Affari Esteri non si fermerà un attimo per procurare tutto il materiale sanitario necessario a supportare chi sta fronteggiando il Coronavirus nei nostri ospedali.»

«Adesso le questioni sono due. L’Italia necessita di 100 milioni di mascherine al mese e, grazie ai nuovi contratti firmati, dalla prossima settimana potremo andare a regime. Il secondo punto è la distribuzione sul territorio nazionale: usiamo tutte le forze dell’ordine disponibili e tutti i magazzini degli apparati dello Stato, per far arrivare mascherine e materiale sanitario in tutti i nostri ospedali ha concluso il ministro degli Esteri -. Adesso più che mai è fondamentale il lavoro di squadra.»

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Dianova, Onlus che da oltre trent’anni in Italia si occupa del problema della dipendenza da sostanze, droga e alcol, ed accoglie ogni anno più di 350 persone con problemi di dipendenza da sostanze nelle sue Comunità, si è impegnata per salvaguardare non solo i ragazzi che ospita ma anche tutti i dipendenti e i componenti delle equipe di ogni struttura, adottando puntualmente le misure indicate dal ministero della Salute, dagli Enti Regionali e, in taluni casi, degli enti locali e comunali preposti, per far fronte all’emergenza Coronavirus.

«Dal 24 febbraio abbiamo scelto di sospendere tutte le attività non strettamente necessarie per salvaguardare i ragazzi ospiti delle nostre cinque strutture – si legge in una nota -: dalle visite dei familiari, alle attività che richiedono di uscire dalle Comunità e ai laboratori svolti da professionisti esterni alle nostre equipe; inoltre, una parte dei nostri collaboratori è in modalità smart working. I nostri operatori che prestano servizio nelle strutture stanno rispettando le norme di profilassi igieniche e sanitarie attraverso l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (guanti, mascherine, etc…) e, per gli ospiti, sono stati posizionati in luoghi strategici (mensa, bagni, luoghi di stazionamento) confezioni di soluzioni disinfettanti per le mani e per le superfici: tutti questi presidi sono stati acquistati direttamente dalle Comunità superando non senza fatica le enormi difficoltà per il reperimento di questo tipo di materiali.»

«Inoltre, a tutti gli operatori è stato richiesto di informare tempestivamente la Direzione della struttura qualora si verificassero possibili contagi incrociati di loro familiari – si legge ancora nella nota -. Queste attenzioni, al momento, sembrano premiare in termini di contenimento del contagio tutte le nostre strutture.

Nonostante le pressanti richieste avanzate dai servizi preposti per l’accoglienza di nuovi pazienti, per senso di responsabilità verso gli ospiti già presenti, dal 27/02 le due strutture Lombarde e successivamente dal 9 marzo per le altre tre strutture presenti nelle regioni Marche, Lazio e Sardegna, sono stati bloccati gli ingressi di nuovi utenti; i responsabili dei Centri di ascolto di Dianova, nonostante queste misure, continuano a gestire le richieste di chi ha bisogno di aiuto, che in questo momento più che mai può trovarsi in difficoltà, in via telematica organizzando colloqui telefonici e in video chiamata. Per far fronte a queste richieste continue e poter accogliere nuovi pazienti senza esporre la popolazione attualmente presente nelle strutture al rischio di contagio, riteniamo necessari  ed essenziale richiedere una certificazione medica inerente lo stato di salute del soggetto in procinto di accedere alle nostre strutture e l’effettuazione di un tampone virale specifico nei giorni immediatamente precedenti l’ingresso in Comunità.»

«Le comunità terapeutiche sono parte rilevante del sistema preposto ad intervenire nell’ambito delle dipendenze e offrono un servizio essenziale; vogliamo comunque far presente che le persone con problemi di dipendenza da sostanze non stanno a casa, non si fermano davanti ai divieti imposti, vanno comunque in cerca della sostanza e le notizie di questi giorni ce lo confermano. Le richieste che avanziamo possono tutelare sia il singolo sia il gruppo nel quale verrà inserita la persona con problemi di dipendenza e contribuirebbero ad arginare il possibile diffondersi di un’infezione che deve essere assolutamente arrestata nel più breve tempo possibile – conclude la nota -. Tutte queste misure risultano inoltre necessarie per continuare a dare risposta a chi ha un problema di dipendenza e a non far crollare tutto l’articolato sistema di intervento pubblico e privato accreditato nel quale operiamo; un sistema che da sempre ha visto l’Italia un esempio da seguire nel resto del mondo.»

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«La Rwm ha fermato la produzione di ordigni ed esplosivi per non gravare sul sistema sanitario in caso di incidente. Contemporaneamente, non rinuncia ai lavori in corso per l’ampliamento dello stabilimento.»

Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita, portavoce del Comitato riconversione RWM, lo affermano in una nota, diffusa stamane dopo la fermata della produzione nello stabilimento di Domusnovas.

«Società e RSU dello stabilimento di Domusnovas (classificato ad alto rischio di incidente rilevante) omettono di ricordare che l’attuale Piano di Sicurezza Esterno è “scaduto” da ben 8 anni e probabilmente non è più adeguato agli attuali livelli di rischio – aggiungono Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita -. Dal 9 al 16 marzo sono stati emessi ben otto provvedimenti in otto giorni, tutti relativi ad interventi di ampliamento della porzione di stabilimento che si trova in territorio di Iglesias. Continua senza sosta, dunque, il lavoro di parcellizzazione delle autorizzazioni edilizie che ha caratterizzato fin dal principio il rapporto tra la Rwm ed il Comune, volto, a nostro parere, a eludere le norme relative alla Valutazione di Impatto Ambientale che, ricordiamo, la società è finora riuscita ad evitare.»

«Il provvedimento che fa capire quanto questa fabbrica abbia intenzione di proseguire la sua politica di incremento della produzione di ordigni bellici – aggiungono Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita – riguarda la variante in corso d’opera del progetto per la realizzazione dei nuovi reparti R200 ed R210, che prevede il raddoppio della produzione degli esplosivi di tipo PBX, sul quale pende il giudizio del TAR, per un ricorso presentato a gennaio 2019. Appare inopportuno che si cerchi di far approvare varianti in corso d’opera mentre il giudizio sulla legittimità dell’opera è ancora pendente.Fa impressione l’incessante attività degli uffici comunali di Iglesias in favore dell’ampliamento, in un momento come quello che stiamo vivendo.»

«L’attenzione delle pubbliche amministrazioni, infatti, dovrebbe essere concentrata sull’emergenza sanitaria in corso, e la riflessione sull’attualità dovrebbe portare tutti ad un ripensamento delle strutture economiche, da ri-orientare decisamente verso modalità rispettose  della dignità e della vita umana – concludono Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita -, non certo compatibili con la produzione di ordigni da guerra utilizzati sostanzialmente per l’attacco, come le bombe della Rwm.»