Fernando o della melanconia dell’irreversibile è un romanzo che lascia il segno perché ogni pagina è verace. L’autore Andrea Serra delinea la situazione senza speranza del Sulcis-Iglesiente che ha avuto un grandioso passato minerario sostituito poi dall’industria dell’alluminio.

Prosegue giovedì 13 agosto la rassegna «Cinema in valigia – Ciak si gira nei medaus», la prima edizione della manifestazione che per tutta l’estate porta il grande schermo nelle piazze dei Medaus e delle frazioni di Carbonia. La Quarta proiezione si sposta a Medau Brau. L’appuntamento, a ingresso libero e gratuito, è per le ore 21.30 e sarà presentato da Daniela Vitellaro. Ospite della serata il regista Paolo Zucca.
Il calendario proseguirà giovedì 20 agosto, a Serbariu, con «Emilio Lussu: il processo» di Gianluca Medas, alla presenza del regista.
Nel mese di settembre il sindaco e l’assessore delle Politiche della Casa incontreranno gli assegnatari, per confrontarsi con loro e condividere i primi mesi di questa nuova esperienza abitativa.
Dopo il grande successo del concerto inaugurale che ha visto protagonista la vocalist statunitense Judith Hill, arriva un altro appuntamento da non perdere per il Metalla Festival, una delle rassegne estive più interessanti del Sulcis, voluta dall’amministrazione comunale di Fluminimaggiore e realizzata con la direzione artistica del compositore e violinista Simone Pittau.
Domenica 23 agosto alle 22.00 (ingresso libero e gratuito) il Parco Riola di Fluminimaggiore si veste dell’eleganza e del fascino di Marina Rei, che porta una delle tappe del tour che in questa calda estate la vede protagonista in diverse città italiane.
Affiancata da una formazione di grandi professionisti (Sebastiano Forte alla chitarra, Dario Giacovelli al basso, Fabrizio Fratepietro, alla batteria) Marina Rei – voce, piano e chitarra- proporrà al pubblico i brani del suo ultimo album Niente amore, uscito lo scorso anno, insieme a quelli che hanno costellato il successo della sua lunga carriera: da Primavera a Un inverno da baciare, sino a Al di là di questi anni, che nel 1996 le è valso il premio Mia Martini al Festival di Sanremo.
Batterista, percussionista e cantautrice romana, Marina Restuccia – in arte Marina Rei – respira musica sin dall’infanzia. Dopo anni di tour e studio delle percussioni, nel 1995 si impone all’attenzione del grande pubblico con il singolo Sola e nel 1996 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con il brano Al di là di questi ann” con cui vince il Premio della critica. Nel corso della sua carriera ha saputo evolversi diventando una polistrumentista completa e firmando interamente i suoi dischi (del 2009 è l’album Musa), e alternando l’attività da solista con diverse collaborazioni, come quelle con Carmen Consoli. Il suo ultimo album, Niente amore, è uscito il 16 maggio 2025.
L’artista di Carbonia Pierpaolo Lai parteciperà dall’11 al 13 settembre 2026 ad una mostra a Montecarlo con l’opera “Oltre il margine”, acrilico su tela cm 40×60.

Pierpaolo Lai sviluppa una ricerca che trova nel c0ncetto di limite il punto di partenza per una più ampia riflessione sulla libertà dello sguardo. La composizione invita a superare la superficie dell’immagine, trasformando il margine in uno spazio dinamico nel quale forma, colore e materia dialogano senza gerarchie. Ogni elemento partecipa a un equilibrio che non cerca la stabilità assoluta, ma si alimenta di continue aperture percettive, lasciando emergere una dimensione sospesa tra presenza e intuizione. L’astrazione diviene così un linguaggio capace di ampliare il campo dell’esperienza visiva, suggerendo che ciò che appare oltre il confine appartenga soprattutto alla coscienza di chi osserva. L’opera restituisce una visione rigorosa e poetica, nella quale la pittura si afferma come autentico esercizio di esplorazione interiore.
La scelta dei medici “a prestazione aggiuntiva” da parte della presidente Todde, per la carenza dei medici nel reparto di Ginecologia e Ostetricia del SS. Trinità ha creato forti conflitti tra il personale del reparto.
L’inappropriata soluzione, ai gravi problemi del personale, avviene in un pomeriggio a reparto dichiarato chiuso dalla primaria e dopo il trasferimento dei bambini al Brotzu, per motivi di sicurezza. Un atto di coraggio e di responsabilità della primaria Eleonora Coccollone.
L’assistenza neonatologica richiede competenze altamente specialistiche e la carenza di medici, già da tempo denunciata, impone personale con capacità di gestione del neonato sia fisiologico che patologico, una stretta collaborazione tra esperti ginecologi ed ostetrici, una conoscenza dell’organizzazione del reparto ed una continuità assistenziale che i medici a prestazione aggiuntiva non possono garantire in quanto tali.
Ma, ancora una volta, la presidente Todde persiste con scelte costosissime e fallimentari. Probabilmente ignora che la sanità sarda necessita di investimenti di risorse tese a migliorare le condizioni lavorative del personale sanitario esistente, con ciò salvaguardando anche la dignità professionale. Solo così si blocca l’esodo dei medici dal pubblico al privato o da un ospedale all’altro indebolendo reparti già fragili.
Richiamare medici in aspettativa presso altri reparti o imporre il “rientro forzato” a chi, anche per ragioni etiche, non cede alle lusinghe dei 1400 euro lordi, a notte (diaria delle prestazioni aggiuntive), contro i 2800 euro mensili dei tre colleghi su cui grava il peso di un reparto così complesso, non solo non è la soluzione, così come dichiara la presidente Todde, ma è una misura che viola i diritti dei lavoratori, che accresce i disservizi nel reparto, nonché i conflitti e le disuguaglianze tra il personale.
Sulla crisi del punto nascita più importante della Sardegna, con le oltre 1300 nascite all’anno, non è tempo di demagogia e di messaggi fuorvianti.
La scelta dei medici superpagati, non garantisce nessuna continuità assistenziale. Non basta coprire un turno senza alcuna programmazione. Non è una misura che può “garantire gli elevati standard di sicurezza alle pazienti e ai loro bambini”, tanto voluti in primis dalla primaria Eleonora Coccollone.
La preoccupazione è che dopo la chiusura dei punti nascita nei territori sardi, con “la colpa” di non garantire almeno 500 nascite all’anno, come previsto già dal DM70, che comunque all’art. 3 esclude dall’obbligo le regioni a statuto speciale, è a rischio di chiusura l’Ostetricia e Ginecologia del Santissima Trinità. Il reparto prediletto per l’eccellenza del servizio e della professionalità è a rischio di chiusura per la carenza di personale, per i turni e i carichi di lavoro insostenibili.
Cagliari vanta tre punti nascita (SS. Trinità, Brotzu e Policlinico) tre pianeti che non si incontrano ma che meriterebbero un’analisi attenta sulla razionalizzazione strategica del personale e dei servizi.
Claudia Zuncheddu
Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
Dopo quattordici anni di iter amministrativo, progettuale e autorizzativo, la bonifica della Valle del Rio San Giorgio entra finalmente nella fase realizzativa. Il comune di Iglesias ha pubblicato il 4 agosto la gara per l’affidamento dei lavori del primo lotto funzionale, dando seguito alla validazione del progetto esecutivo avvenuta lo scorso 24 luglio.
È il passaggio che segna l’avvio concreto del primo grande intervento organico di bonifica mineraria della Valle del Rio San Giorgio, per dimensione finanziaria, estensione delle aree interessate e quantità di residui che saranno messi in sicurezza.
La Valle ricade nel Sito di interesse nazionale del Sulcis Iglesiente Guspinese ed è classificata dal Piano regionale delle bonifiche tra le aree a maggiore priorità ambientale. Decenni di attività estrattiva hanno lasciato scavi, discariche minerarie, bacini di sterili e grandi quantità di residui mineralurgici esposti all’azione degli agenti atmosferici e delle acque di ruscellamento. Un’eredità che appartiene alla storia mineraria e industriale del territorio ma che, sul piano ambientale, continua a produrre effetti che richiedono un intervento strutturale.
«Per dimensione e carattere organico siamo davanti a un passaggio senza precedenti per la Valle del Rio San Giorgio – dichiara l’assessora regionale della Difesa dell’Ambiente, Rosanna Laconi -. Non interveniamo su una singola criticità, ma affrontiamo finalmente in modo strutturale le conseguenze ambientali accumulate in decenni di attività mineraria. Mettere in sicurezza oltre un milione di metri cubi di residui significa proteggere il suolo e le acque, ridurre una pressione ambientale storica e avviare il recupero di un territorio che deve poter guardare al proprio futuro senza continuare a sopportare le ferite del passato.»
La dimensione finanziaria restituisce la portata dell’operazione. La realizzazione del sito di raccolta ha un costo complessivo di 99,239 milioni di euro: 80,171 milioni di euro provengono dal Programma nazionale Just Transition Fund Italia 2021-2027 – Piano territoriale Sulcis Iglesiente, Azione 1.4 “Bonifica di siti da destinare a nuove attività economiche”, attraverso la convenzione tra il Centro Regionale di Programmazione e il comune di Iglesias; altri 19,068 milioni di euro sono assicurati dal bilancio regionale attraverso l’Assessorato della Difesa dell’Ambiente. A queste risorse si aggiungono 7,844 milioni di euro destinati all’impianto centralizzato di trattamento e alle attività accessorie. Complessivamente, il quadro degli investimenti mobilitati supera quindi i 107 milioni di euro.
«La qualità della programmazione si misura nelle scelte che riusciamo a realizzare attraverso le risorse disponibili – sottolinea l’assessore regionale della Programmazione, Bilancio, Credito e Assetto del territorio, Giuseppe Meloni -. La Valle del Rio San Giorgio è un intervento di grande rilievo, che consente di affrontare in modo organico le conseguenze ambientali lasciate da decenni di attività mineraria in un’area centrale nella storia economica e sociale dell’Iglesiente. Far convergere risorse europee e regionali su un progetto strategico permette oggi di dare risposta a una questione aperta da molti anni e di creare, attraverso il risanamento e il recupero di queste aree, nuove condizioni di sviluppo per il Sulcis Iglesiente e le sue comunità.»
Il cuore dell’intervento è la realizzazione, in località Casa Massidda, nel territorio comunale di Iglesias, di un sito destinato alla messa in sicurezza permanente di oltre un milione di metri cubi di residui minerari provenienti dalle aree prioritarie della Valle. Saranno interessati in particolare i distretti di Campo Pisano, Monte Agruxiau, Seddas Moddizzis e il Rio San Giorgio. Il progetto comprende inoltre la rimozione dei residui mineralurgici fini dispersi lungo l’alveo e la realizzazione di un impianto centralizzato per il trattamento del percolato del sito di raccolta e dei permeati provenienti dai bacini sterili che recapitano nel Rio San Giorgio.
Il primo lotto funzionale riguarda la riqualificazione ambientale delle aree minerarie di Campo Pisano, Monte Agruxiau e Seddas Moddizzis, attraverso la rimozione dei depositi minerari e mineralurgici e la realizzazione dei primi tre livelli del sito di raccolta in località Casa Massidda. L’importo dei lavori posto a base di gara è di 41,430 milioni di euro, oltre a 1,942 milioni di euro per gli oneri di sicurezza; il valore massimo stimato dell’appalto, comprensivo delle opzioni previste, raggiunge 57,640 milioni di euro. Le offerte potranno essere presentate attraverso la piattaforma SardegnaCAT entro il 13 settembre.
Parallelamente è in corso la progettazione esecutiva del secondo lotto, preceduta dalla caratterizzazione integrativa del Rio San Giorgio, con l’obiettivo di garantire continuità tra le due fasi e completare l’intervento sull’intera area interessata.
La pubblicazione della gara rappresenta l’approdo di un percorso particolarmente complesso. Nel 2012 la Giunta regionale espresse il giudizio positivo di compatibilità ambientale sul progetto e, nello stesso anno, venne approvato il progetto di bonifica. Nel 2015 il Comune di Iglesias fu individuato quale soggetto attuatore; nel 2016 Regione, Comune e IGEA sottoscrissero l’Accordo di programma per disciplinare competenze e modalità di attuazione. Sono seguiti l’aggiornamento delle soluzioni progettuali approvato dal Ministero nel 2020, la trasmissione del progetto esecutivo nel 2022, la conclusione nel 2023 dell’ulteriore fase di verifica ambientale e, infine, la validazione del progetto esecutivo nel luglio 2026.
Un percorso lungo, dunque, che oggi assume per Iglesias un significato che va ben oltre la pur fondamentale messa in sicurezza ambientale.
La bonifica della Valle del Rio San Giorgio assume così un valore che tiene insieme memoria, ambiente e futuro. L’attività mineraria ha contribuito in maniera decisiva a costruire la storia economica, sociale e persino identitaria dell’Iglesiente; intervenire oggi sulle conseguenze ambientali che quella stagione ha lasciato significa non cancellarne la storia, ma affrontarne finalmente l’eredità più difficile.
Il risanamento diventa, in questa prospettiva, anche una condizione per lo sviluppo: ridurre il rischio ambientale, recuperare porzioni di territorio e restituire nuove possibilità di utilizzo alle aree interessate significa creare le basi perché tutela dell’ambiente, ricerca, innovazione e nuove attività economiche possano concorrere alla costruzione di una nuova stagione per Iglesias e per il Sulcis Iglesiente.
E’ stato inaugurato questo pomeriggio lo stadio comunale di Gonnesa, riqualificato con campi di calcio a 11 e calcio a 5 in erba sintetica di ultima generazione. Per l’occasione l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Pietro Cocco ha invitato il Cagliari Calcio, rappresentato dalla squadra Under 18 guidata dall’ex capitano rossoblù Daniele Dessena, con il vice Gian Marco Giandon e il preparatore dei portieri Matteo Crobeddu. Presente anche il il nuovo direttore del settore giovanile Max Canzi. Ha partecipato anche la delegazione di Carbonia Iglesias della FIGC Lega Nazionale Dilettanti, guidata dal neo delegato Salvatore Anedda.
L’impianto sportivo, la cui realizzazione ha richiesto circa un anno e mezzo, promette di riaccendere l’entusiasmo tra addetti ai lavori e non, stimolo per le due squadre del paese per avviare un percorso di rilancio del calcio gonnesino che negli anni ’80 ha conosciuto stagioni indimenticabili nel campionato Interregionale.
Prima del taglio del nastro inaugurale, il sindaco Pietro Cocco ha annunciato un riconoscimento per due ex presidenti, Ignazio Forresu e Pietro Frau, che non hanno potuto essere presenti, mentre il delegato del Comitato FIGC Salvatore Anedda ha consegnato un riconoscimento all’Amministrazione comunale e alle due squadre protagoniste della partita, Cagliari Calcio e selezione di calciatori locali di Gonnesa.
E’ seguito il calcio d’inizio della partita, seguita da alcune centinaia di spettatori che hanno riempito parzialmente la tribuna che al completo potrà ospitare circa 700 spettatori.
Giampaolo Cirronis
































Sono passati 70 anni dall’eccidio di Marcinelle, nel bacino minerario di Charleroi in Belgio l’8 agosto del 1956: i familiari ricordano oggi in commoventi cerimonie i 262 operai morti nell’incendio scoppiato nei pozzi a meno di 1.035 metri, 136 di essi sono italiani, gli altri provenivano da altre 12 nazioni europee.
Mai chiarite le cause dell’incidente nei due processi che seguono, «ci siamo sempre sentiti abbandonati dallo Stato italiano», dice l’associazione “Marcinelle per non dimenticare”, oggi che la miniera è divenuta museo e patrimonio Unesco. Perché erano già 1.164, di cui 435 italiani, i minatori morti in Belgio dal 1947 al 1956, ingaggiati spesso da trafficanti del lavoro, così come oggi i migranti del Mediterraneo. Provenienti da Milano, essi giungono in vagoni sigillati e vengono poi dislocati in ex campi di prigionia della Seconda guerra mondiale, a vivere in baracche senza servizi.
E si tratta della stessa strada già tracciata anche per i minatori di Carbonia fin dal 1948, a seguito della crisi mineraria e delle intese minatori-carbone, fra Italia e governi produttori, sulla quantità di combustibile da importare durante la ricostruzione: col Belgio, cinquemila tonnellate di carbone mensili per ogni 1.000 operai italiani, con la Francia, 150 kg di combustibile per la giornata lavorativa di un operaio italiano, mentre son 5.000 i minatori provenienti dal nostro Paese già trasferiti in Cecoslovacchia.
Centinaia fin da subito, dunque, le partenze dal Sulcis, ma per comprendere ingaggio e condizioni di vita dei disoccupati italiani che, senza protezione alcuna da parte del governo, emigrano nel bacino di Charleroi, significativa “L’inchiesta sull’emigrazione in Belgio” di Riccardo Forte, inviato a Bruxelles, su L’Unione Sarda del 10 e dell’11 novembre 1948. «Richiesti d’urgenza 10.000 minatori italiani. Il 26 giugno 1946 abbiamo pattuito l’invio in Belgio di 50.000 minatori per l’estrazione del carbone, chi aveva mai visto tanti minatori in Italia, Paese senza miniere?» Verso «i pozzi, nel bacino di Charleroi…, il viaggio è gratuito tanto all’andata che al ritorno, per male che vada il ritorno in patria è assicurato». Ma se il desiderio dei migranti è quello di cercare immediatamente lavoro in altri settori, «la speranza di cambiar mestiere appena arrivati è quasi sempre vana, i sindacati operai belgi si oppongono all’assunzione di personale straniero nelle altre branche dell’industria». E prosegue il giornalista: «La polizia arrestava fino a poco tempo fa, per vagabondaggio, gli operai italiani che, abbandonata la miniera, non rimpatriavano subito. I nostri rappresentanti diplomatici hanno ottenuto che il ministero della Giustizia ordinasse la cessazione degli arbitrari arresti, la rottura del contratto è un rapporto tra il datore di lavoro e l’operaio e non un delitto, tuttavia ogni tanto gli arresti riprendono. I treni pagati dalle compagnie minerarie vengono ogni settimana a Milano,… caricano a Milano i nuovi migranti, hanno portato in Belgio, fino a tutto giugno di quest’anno, 62.056 minatori. Alla stessa data gli italiani presenti in miniera erano 40.000». Mentre ora, «da alcune settimane, non è assunto alcun italiano nelle altre industrie, una circolare dei sindacati operai fa divieto di trasferire i minatori ad altri lavori,… dicono di temere la disoccupazione». Ed anche se «l’articolo 10 del protocollo italo-belga del 1946 apre all’emigrazione italiana i settori della siderurgia, della metallurgia, delle cave di pietra e delle costruzioni edilizie, tuttavia il 6 gennaio 1948 il governo belga ha emanato una circolare restrittiva», rispetto ai trasferimenti di immigrati da un’industria all’altra. Il fatto è che in Belgio «l’industria è fiorente, il Paese ha sofferto assai poco… per la guerra, la popolazione non è avvezza, come in Italia, a lottare con la miseria», mentre «la percentuale degli elementi istruiti è elevata: gli impieghi manuali disertati», c’è semmai «la corsa alle lauree».
E si conclude con un appello l’inchiesta di Riccardo Forte, rivolto alle autorità italiane: «Agisca per carità il nostro governo negoziando la nostra manodopera e sospendendo, se occorre, i convogli». E, come fosse una questione prima di tutto di coscienza, «ecco, su questo umano e tremendo problema, la vita dei minatori italiani in Belgio, mi pare di aver detto la verità», colpito il giornalista stesso da quella estrema precarietà quotidiana, migliaia di persone in continuo avvicendamento. Mentre sembra avverarsi, ineluttabilmente, la politica degasperiana che vuole combattere la disoccupazione attraverso i flussi migratori e le rimesse degli emigrati in moneta pregiata, non avendo mai tenuto in alcun conto, il governo, le proposte di Cgil e della sinistra variamente articolate nel corso dell’intero dopoguerra. “Lavoro coatto” definisce Velio Spano, su Rinascita del dicembre 1948, l’ingaggio degli operai italiani nelle miniere europee, cui molti sulcitani non possono tuttavia sottrarsi. Ma come vivono gli immigrati italiani in Belgio? Così ancora Riccardo Forte: «L’onesta verità sulle miniere belghe. Sarò in questo articolo obiettivo fino al tormento, le condizioni di vita dei nostri minatori nel Belgio hanno dato luogo a una viva discussione nella stampa italiana. Si è detto che i guadagni sono bassi, che il lavoro è durissimo, che l’alloggio e il vitto sono difettosi. Si è risposto che non è del tutto vero. Le costruzioni edilizie in corso appaiono immediatamente a chiunque visiti, come ho fatto io, l’intero bacino di Charleroi… Dappertutto sono sorti o stanno sorgendo baraccamenti di mattoni e lamiera e casette in muratura per le famiglie dei minatori, ma troppo lentamente. Il lavoro è duro, questi operai respirano carbone, mangiano carbone. Provate a passare un paio d’ore in miniera, sputerete carbone per giorni e giorni:.. la paga è minima e,… per quanto riguarda il cibo, gli operai domandano che le compagnie istituiscano delle mense d’azienda».
Gianna Lai