24 September, 2021
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Carbonia, oltre una modernità in polvere – di Paola Atzeni

Carbonia non somiglia a nessun’altra città. Se le linee architettoniche razionalistiche, che comprendono le pietre della trachite locale, la fanno somigliare ad altri centri fondati in epoca fascista, rimane una città differente da quei luoghi. Carbonia è unica e non somiglia, a guardare fino in fondo, a nessun’altra città dell’epoca e dei modi delle fondazioni fasciste.
Se la struttura urbanistica, ampliatasi nel tempo fino a inglobare alcuni rurali nuclei sparsi, ha fatto dimenticare l’impianto urbano di un preciso razionalismo, gerarchico e piramidale, che la rendeva simile ad altri luoghi di fondazione fascista, i corpi e la carne della città, che hanno dato forma umana al suo corpo sociale, hanno invece creato importanti differenze culturali, antropologiche. Tali differenze culturali l’hanno fatta diventare una città di democrazia popolare, storicamente capace di produrre, in certi tempi e in certi modi, umanità solidale davvero speciale.
Carbonia democraticamente solidale, infatti, cresceva e faceva crescere l’Italia con le sue risorse energetiche, carbonifere e di cultura politica, nella ricostruzione dopo i disastri del fascismo bellico, coloniale e imperiale in Africa, alleato del nazismo razzista in Europa. Faceva crescere la Sardegna in una stagione di Rinascita per l’elettrificazione delle campagne, fino a un’industrializzazione progettata e richiesta non più monocolturale e non solo di base, ma mai ottenuta e avverata. La città terziaria e di servizi rimaneva senza un’integrazione fra agricoltura e industria. Continuava a soffrire la scissione che aveva storicamente caratterizzato la modernità dell’industrializzazione mineraria nell’Isola: una modernità doppiamente monca, sia per il mancato sviluppo industriale manifatturiero e sia per la mancata integrazione industriale con l’agricoltura, complessivamente condannata a rimanere nelle temporalità delle esperienze tradizionali, o appena meccanizzate. Furono tempi di frizioni e di conflitti, in parte persi al traguardo, ma vinti in certe tappe parziali che consentirono alla città una vita unitaria, per quanto ripetutamente tormentata da esodi dolorosi e da patimenti di chi rimaneva.
Carbonia è una città che ancora patisce, a suo modo. Il pathos è visibile in chi e in ciò che rimane, invisibile in chi e in ciò che se ne va. La città che aveva fatto nascere la bella democrazia solidale in parte non c’è più e non ha onore di memoria nel presentismo dominante, in parte è invecchiata e si è infragilita, specie nelle forme organizzate dei partiti e dei sindacati. Carbonia sembra, pertanto, somigliare alle tante città dette post-industriali per dare uno stato definitivo al fallimento di una nuova modernità: diventata neoliberistica, capace tanto di altissimi profitti quanto di ridurre in polvere l’attuale modernità di luoghi e persone indifferentemente superflui, eccedenti o al massimo marginali. Tuttavia, nelle difficoltà del poter vivere Carbonia patisce con un eccezionale numero di associazioni di volontariato, con varie innovazioni produttive specialmente artigianali, con eccellenze più o meno diffuse e offuscate, ignorate o perfino ostacolate, in vari campi non solo professionali. Molti elementi della storica solidarietà, che conteneva una seria gerarchia di competenze, sono stati in gran parte sostituiti da prevalenti e conservative clientele da basso mercato di libere e contrastanti povertà. Carbonia patisce a suo modo, lasciando spazi di drammatiche solitudini: senili e ancora memori di arditi cambiamenti un tempo resi possibili, giovanili e dispersi in progetti che non hanno né futuri né luoghi di riferimento possibili in una dimensione collettiva di effettuazione e di valorizzazione. Soffre la mancanza di relazioni capaci di dialogare in modi e con obiettivi unitari, adeguati alla portata dell’attuale crisi.
Carbonia appare come un luogo di modernità in polvere, in cui i partiti sono insieme causa locale di crisi ed effetto critico della globalizzazione neoliberistica avanzata. Pertanto, i partiti democratici sono di fronte a una doppia sfida che riguarda una doppia drammatica crisi: la loro crisi e la crisi della città. I partiti sembrano finora incapaci di proporre un progetto unitario di mobilitazione per impegni non solo elettorali, ma di più lungo tempo per un futuro ecologico durevole: in cui la salute individuale sia anche condiviso bene sociale, l’istruzione permanente avanzata sia avanzamento del benessere condiviso, la salubrità ambientale locale sia dono di salute e di vita al mondo, non solo umano.
Carbonia, nella sua drammatica crisi di impoverimento e di indebolimento, possiede più di quanto i partiti democratici sappiano ora rappresentare ed esprimere con schieramenti e sondaggi certo utili, ma limitati a scelte emergenti e incuranti di chi e ciò che è in ombra e silente nella città, invisibile e muta anche nei rari e ormai virtuali discorsi pubblici.
Carbonia ha bisogno di modi ampiamente e chiaramente concertativi su obiettivi di alto profilo economico, politico e culturale, popolarmente condivisi per agire altrimenti, cioè in altri modi e con altra mente rispetto al recente passato. Quanto alle qualità, mai garantite a priori ma certo individuabili, devo considerare che le candidature emerse nei sondaggi sono forse ottime per tempi normali, ma non appaiono adeguate a un’impresa eccezionale, come la crisi di Carbonia richiede. In questa fase difficile, sarebbe meglio per la città che tutti – partiti, liste, candidate e candidati progressisti – valutassero l’importanza di un periodo di esperienze formative e rafforzative degli attuali possibili candidati, in modo che queste e questi, traendone beneficio, potessero ora fare perno su un’esperienza unitaria con un sindaco di provata qualità nel passato, e aperto all’innovazione e alla sperimentazione per la guida di una squadra in formazione.
Vorrei esser estremamente chiara, come non si usa più in politica. Carbonia e il Sulcis hanno espresso persone di alto profilo politico, regionale e nazionale. Ha dato politici che sono ancora, in tutta evidenza, risorse importanti nei futuri quadri istituzionali a scala sovralocale. Fra queste persone, a mio avviso, si dovrebbero ora necessariamente creare le condizioni politiche per poter chiedere ad Antonangelo Casula – ex sindaco della città ed ex sottosegretario nazionale di ben provata esperienza – uno straordinario e generoso cimento, unitario e avanzato, per coagulare e guidare una squadra attiva e innovativa in Giunta e in Consiglio comunale. Se, come pare, la squadra avrà buoni elementi, il suo impegno sarà alleggerito e meno oneroso. Il sondaggio ha attraversato altri universi di domande e di preferenze emergenti, ed è stato utile entro quei limiti. Ma le scelte politiche devono ora tener miglior conto, con un trasparente e ampio accordo politico progressista, di altre variabili connesse alla forte crisi ambientale e sanitaria e al sopraggiunto dinamico contesto nazionale ed europeo, con le repliche della pandemia in corso. Si tratta ora di considerare differenti universi di riferimento rispetto ai quali la politica locale, pur tenendo conto dei sondaggi con i loro pregi e limiti, a mio avviso deve andare assai più avanti. Mi preme, pertanto, l’onestà intellettuale di rendere pubblica la mia opinione, per quanto poco possa esser fatta valere.
Giungo ai nuovi modelli proposti per la città. Mi riferisco, fra questi, specialmente a qualcuno abbozzato in eccellenti consultazioni fra chi non abita più in città, promosse da Tore Cherchi per contribuire validamente alla stesura del programma elettorale dello schieramento progressista, guidato dal PD. Non conoscendo gli esiti di quanto si è detto, mi limito ad alcuni temi e concetti su cui può essere interessante stimolare utili confronti. La nozione di capitale umano, attribuita ai residenti in città, pare a me chiaramente economicistica. Precisata non a caso dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), con cui l’amministrazione comunale potrebbe istituzionalmente dialogare, tale nozione e relativo lessico richiedono che teniamo realisticamente conto anche dei limiti di tali assunti. Preferisco, pertanto, il riferimento alle risorse umane, intese come ampio complesso di capacità, non tutte monetizzabili, da valorizzare incessantemente nel corso della vita individuale e comunitaria.
Il modello, proposto da qualcuno, di città accogliente specialmente a partire dagli anziani, come città d’argento o silver city, ha indubbiamente un’aura positiva, perché capovolge certe debolezze demografiche senili, facendole diventare risorse pregevoli. Un altro modello urbano, sostenuto dallo sviluppo prevalente delle tecnologie digitali, presenta qualche lato debole. Inoltre, chiamare Carbonia città di fondazione digitale, richiama la fondazione fascista, e ne marca in contrappunto l’alternativa democratica. La fondazione digitale alternativa può avere una sua immediata presa di consenso. Ma il digitale può essere usato anche in vari modi antidemocratici, come si sa. Quindi, a mio avviso, o si qualifica la scelta di usi digitali democratici, oppure è preferibile chiamare Carbonia città dell’innovazione democratica, anche telematica. Si possono con quest’ultimo titolo più generale comprendere meglio, forse, anche altre innovazioni di processo e/o di prodotto, oltre o insieme allo sviluppo informatico in vari settori, politica istituzionale compresa. Si può situare nell’innovazione istituzionale anche il nuovo assessorato comunale per le relazioni con l’Europa, com’è stato proposto da qualcuno assai utilmente. In ogni caso, pensando a un’attraente città residenziale e turistica, a partire dai servizi sanitari e sportivi per tutte le età, non possiamo dimenticare Portovesme, anche in rapporto ai profili professionali specialistici necessari al territorio, attraverso un ben orientato Istituto Tecnico Superiore di cui si è parlato. Lo sostengo vivamente, insieme al dialogo e  all’integrazione formativa fra le due culture, umanistica e scientifica. A tal proposito, non possiamo tacere sui modi e sui tempi di transizione ecologica delle industrie energivore. Non possiamo non vedere, non dire, non indicare nel documento programmatico, precise soluzioni ecologiche per risolvere, anche nella transizione, tanti patimenti per poter vivere, vissuti in città. In breve, non mi pare utile rafforzare la città sul piano residenziale e digitale, lasciandola debolmente definita sul piano produttivo.
Dobbiamo, a mio modo d’intendere, mettere in vista e in opera, concretamente e innovativamente, i saper fare ora inutilizzati degli operai con i sussidi di cassa integrazione, e specialmente delle donne e dei giovani senza lavoro, insieme ai limiti del reddito di cittadinanza, rispetto alle politiche attive del lavoro.
Non possiamo ignorare specialmente certe utili caratteristiche del lavoro di cittadinanza proposto da Anthony Atkinson, il maestro di Thomas Piketty, nei suoi studi economici sulle diseguaglianze. Tali lavori di attiva cittadinanza potranno addensare vecchi saper fare, affinché siano riqualificati e innovati tecnicamente nella stessa transizione ecologica.
Dobbiamo dar voce a nuovi protagonismi, renderli visibili e attivi, coagularli per dar loro forza e valore, invertendo la rotta dello spreco delle spese italiane in istruzione, pubbliche e private, quando ne beneficiano soltanto altri Paesi, accogliendo in modo irreversibile giovani con l’istruzione avuta da noi.
Dobbiamo cambiare i percorsi dei talenti di tante donne e di tanti giovani, assumendoli come beni comuni ora polverizzati in insicure partite iva, ora sbriciolati in lavoretti precari della gig economy, nella disoccupazione e nella inoccupazione diffusa, più o meno dequalificata e occultata, destinata ancora una volta agli esodi che impoveriscono sempre di più tutte noi e tutti noi in Sardegna, insieme alla città di Carbonia.
Dobbiamo dar vita a una campagna elettorale di immediato respiro territoriale e regionale, ma anche nazionale ed europeo, che mobiliti insieme persone e istituzioni, specialmente universitarie e di ricerca, per realizzare, subito e in progress, precisi e qualificati progetti che caratterizzino la nuova Carbonia grande produttrice di innovative energie durevoli, democratica e innovativa.
In breve, le soluzioni che interessano il modello della futura città, innovativa e attrattiva, può sorgere anche, ma non esclusivamente, da nuove matrici di residenzialità, attrattive di anziani, e anche da caratterizzanti e diffusi usi democratici del digitale. Tuttavia, i progetti locali devono assicurare alle giovani e ai giovani un modello aperto proprio per i loro cimenti, per nuove e diffuse opportunità adatte a mettere in opera e in valore nella città di Carbonia i loro talenti, emarginati e offesi. Gli obiettivi per la città devono saper unire i piani delle innovative attività industriali e artigianali, integrandoli con i progetti agro-pastorali, specialmente agro-alimentari biologici, con energie rinnovabili anche nella fase di transizione e di digitalizzazione. I bisogni e i propositi emergenti, anche infrastrutturali, devono accomunare nel produrre progetti realistici. Devono possedere elementi di tale fattibilità da assicurare alla città il ruolo di grande produttrice di innovative energie durevoli: tecnologiche ed economiche, intellettuali e scientifiche, culturali e artistiche, sapendo far emergere, antropologicamente, continuità e disgiunzioni aggreganti, rispetto all’eccellenza del patrimonio culturale ereditato e ultimamente lasciato inerte e nell’incuria: energie capaci di impegnare in modi solidali per il miglior futuro della città, anche chi ne vive fuori, ma si porta Carbonia dentro, nella mente e nel cuore.

Paola Atzeni

Martedì 31 agosto,
Iglesias: interpella

giampaolo.cirronis@gmail.com

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