22 July, 2024
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Vedere come sono stati ridotti i nostri Ospedali fa molto male. Adesso, dopo l’Urologia, il disastro può toccare alla Traumatologia. Una volta, quando gli ammalati ortopedici sardi andavano al Rizzoli di Bologna venivano accolti con frasi tipo «perché siete venuti qui? Avete chirurghi come il professor Italo Cao e il professor Giuseppe De Ferrari al CTO di Iglesias». Erano i tempi in cui gli americani ritenevano il Rizzoli il migliore ospedale ortopedico del mondo a causa dell’invenzione geniale del chiodo di Codivilla per allungare le ossa. Nell’immediato dopoguerra e nel Ventennio successivo molti malati sardi venivano al Sirai per farsi operare al rene o alla vescica dal famoso dottor Gaetano Fiorentino, il primo Specialista in Urologia in Sardegna. Certamente si può obbiettare che allora c’erano le miniere e che i Governi dotavano i nostri Ospedali dei migliori professionisti per curare i minatori che erano una delle componenti più pregiate della Nazione.
Oggi, dismesse le miniere, gli Ospedali sono nell’abbandono. Davanti a questo fallimento si contrappongono le città di Cagliari e di Sassari che, pur non avendo mai avuto né miniere né industrie pesanti, fioriscono di Ospedali. C’è di più. Nelle delibere di programma economico triennale (24-25-26) approvate dal Brotzu, dalla ASL 8, dalla AOU (Azienda Ospedaliero Universitaria) di Cagliari c’ è in programma l’ulteriore espansione delle specialità ospedaliere e del numero di dipendenti pubblici della Sanità (9.000 contro i 1.000 circa della ASL del Sulcis Iglesiente). Significa che per una popolazione della città metropolitana, che è 4 volte quella nostra, Cagliari ha 9 volte il personale ospedaliero destinato a noi. Se si va a vedere il programma della nostra ASL per i prossimi tre anni, si scopre che non c’è variazione apprezzabile del personale e delle spese programmate per la Sanità del Sulcis Iglesiente.
Ad Iglesias sono praticamente ridotte al lumicino tutte le specialità che conoscevamo un tempo. Al Sirai è stata praticamente chiusa l’Urologia, e ora è di fatto funzionalmente chiusa la Traumatologia. La Chirurgia, oberata da funzioni improprie, è in affanno. Di questo passo si arriverà a chiudere anche il Pronto Soccorso e Accettazione del Sirai. Del resto, se non ci saranno più i reparti specialistici, dove ricoverare i tumori, i traumi, gli infarti, le coliche renali, a cosa serve il Pronto Soccorso? Al contrario, nelle delibere cagliaritane si programma di aumentare il numero dei medici, e le spese per attrezzature.
Qui, nel Sulcis Iglesiente, non si progettano né nuove assunzioni oltre ai vecchi posti deliberati né nuovi impegni di spesa per le innovazioni tecnologiche. Il messaggio di tutte quelle delibere sui piani triennali è chiaro. Purtroppo, non è chiaro per i politici nostrani. Di qualunque colore essi siano. Scommettiamo che nei programmi che verranno propagandati per le future elezioni regionali e europee in questo territorio saranno previsti molti campi da gioco, tante luminarie, convegni, fiere e sciocchezze varie? Ormai anche le appartenenze politiche sono senza ideali: si dà il voto a chi esibisce il sorriso più smagliante e a chi dà più pacche sulle spalle al bar. Lì nasce l’errore e la nostra colpa personale. Abbiamo tutti la colpa personale di avere azzerato i nostri ospedali. Non si tratta di una colpa collettiva generica; quella serve soltanto a diluire il nostro rimorso e addirittura a dichiararci vittime del sistema. Invece è esattamente colpa di ognuno di noi. Ognuno di noi, in persona, è responsabile dell’esistenza delle lunghe liste d’attesa per i ricoveri  della carenza dei medici di famiglia e ospedalieri, dei tumori che vanno avanti e non c’è più nessuno che li sappia curare, e così via.
Il danno irreversibile ai nostri ospedali sta coincidendo con le elezioni regionali e europee, e bisogna approfittarne per pretendere pentimenti concreti e proponimenti concreti.
Iniziamo con l’ascoltare coloro che si addosseranno la colpa di avere inventato la ATS (Azienda Tutela Salute dei tempi di Pigliaru e Arru), e poi la ARES (Azienda Regionale Salute di Solinas e Nieddu poi Doria). La ARES è l’ultima nata. Si tratta di una macchina burocratica che governa la Sanità Sarda. E’ un tipo di struttura amministrativa che prima non esisteva e che è stata imposta prelevando da ciascuna ASL il cuore della sua amministrazione e trapiantandolo in un unico nuovo ente unificato. Tutte le funzioni che assomma in sé ARES sono state tolte non solo alle ASL (come la nostra) ma anche all’assessorato regionale della Sanità. Gli effetti della sua gestione sono sotto gli occhi di tutti e ormai è difficile capire quale sia il motivo della sua esistenza e che cosa giustifichi un costo di gestione annuale pazzesco, pari a 76 milioni di euro. Quell’apparato svolge di fatto una funzione pubblica ma è gestito con principi privatistici e come tale è inaccessibile al pubblico. Ha effetti pesantemente politici sulla Sanità generale ma non ha le responsabilità dei politici, perché nessuno dei suoi componenti è stato mai candidato né votato dai cittadini. E’ un’ossimoro con anima politica ma cuore privatistico. Considerato l’enorme costo e gli effetti negativi sui nostri ospedali agonizzanti, i candidati dovrebbero promettere di metterci in salvo da ARES riconoscendone la natura di errore madornale che necessita d’essere emendato. Tutto il suo personale e i fondi da essa gestiti dovrebbero essere redistribuiti nelle 8 ASL territoriali della Sardegna. Questo atto comporterebbe l’incarico di unica Autorità sanitaria alla Direzione generale della Sanità, come è sempre stato, all’interno dell’assessorato competente, escludendo ARES.
Una seconda proposta concreta consiste nel ricollocare i Sindaci nella cabina di regia per il controllo diretto delle rispettive ASL. In tal modo i Sindaci si farebbero nuovamente carico della responsabilità politica della Sanità. E’ l’unico modo per ridare al cittadino elettore il potere di indicare il nome di chi deve amministrarlo e interpretarne i bisogni; anche quelli sanitari.
Una terza proposta concreta consiste nel restituire ai medici direttori delle Unità Operative Complesse le funzioni di “Primari”. La differenza fra le due figure è enorme. Gli attuali direttori di Unità operativa, dopo aver vinto il concorso pubblico, ottengono l’incarico di direttore di durata quinquennale. Alla fine dei cinque anni, l’incarico può essere rinnovato oppure no. Dipende dalla valutazione discrezionale che ne darà la dirigenza amministrativa della ASL. Ciò significa che i direttori non diranno e non faranno mai nulla che dia dispiacere alla dirigenza della ASL e al partito di governo, in perfetta sottomissione.
Ne deriva che il destino di quella Unità operativa è legato alla linea politico-amministrativa dominante e non alla gestione dei medici. Al contrario, i primari del passato erano inamovibili e mantenevano sia la loro autonomia nella programmazione scientifica e culturale sia il potere di controllo sui medici dell’équipe. I medici giungevano in ospedale preparati culturalmente dall’Università ma venivano formati come professionisti dai loro Primari. Ogni Ospedale diventava una fabbrica di specialisti. Per questo motivo, i medici, una volta costruiti come professionisti dai lori maestri, spesso si trasferivano a vivere nella città in cui risiedeva l’ospedale e non se ne separavano mai più.
Queste tre proposte:
– Abrogazione della legge che ha istituito ARES;
– Il controllo diretto dei Sindaci del territorio sulla gestione della propria ASL;
– La ricostruzione della gerarchia e autonomia Primariale nei reparti.

Sono tre atti senza aggravio di spesa sul bilancio pubblico. Il personale di ARES non perderebbe il posto e verrebbe redistribuito nelle 8 ASL della Sardegna per svolgerci le funzioni per cui è stato assunto. I primari riprenderebbero le loro funzioni di direzione e di formazione di nuovi professionisti fidelizzati all’ospedale. La politica locale riprenderebbe il controllo della Sanità territoriale e ne risponderebbe ai propri elettori. L’assessore alla Sanità recupererebbe, in prima persona, le funzioni di programmazione e controllo.
Queste sono proposte concrete e facilmente realizzabili senza aggravio di spesa. Per realizzarle sarebbe sufficiente riconoscere gli errori commessi in passato contro la Sanità pubblica e accettare l’opinione degli cittadini nel momento in cui diventano elettori. In mancanza del rispetto della volontà popolare, la richiesta del voto non ha senso.
E’ inutile cercare di salvare l’Urologia o la Traumatologia o l’Ostetricia, facendo un’operazione a rate.
Bisogna salvare tutto in un colpo solo. Non con raccolta di firme ma con politici a raccolta, di qualunque colore siano, si salva la Sanità.

Mario Marroccu

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La storia del Sistema Sanitario del Sulcis Iglesiente è legata intimamente all’evoluzione dello spirito di appartenenza a questa terra. Per raccontarla, è necessario partire da lontano ed arrivare fino al 2020. Pazienza! E’ una rapida passeggiata un po’ letteraria e molto storica.

Il più antico “Popolo sardo” organizzato politicamente fu quello dei “Nuragici”. Tutto iniziò nel 1800 avanti Cristo. Nel 1100 avanti Cristo i sardi cessarono di costruire nuraghi e iniziarono a scomparire. Mistero storico. Fu a causa di un’epidemia? Oppure fu l’effetto di una crisi di mercato, perché si stava passando dall’età del bronzo a quella del ferro?
Al tempo dei nuraghi la Sardegna era totalmente popolate e dedita ad attività minerarie e metallurgiche. La densità delle sue torri sono il segno certo che era ricca. Lucrava sul commercio di qualcosa che produceva in abbondanza: il bronzo. L’ottimo bronzo sardo era molto richiesto in tutto il Mediterraneo per forgiare armi.
Praticamente nel 1.200 avanti Cristo, il bronzo sardo armò la Prima Guerra Mondiale della storia: la Guerra di Troia. E dove c’è guerra ci sono medici.
Guardate le armi di bronzo nuragico che sono esposte nel Museo Archeologico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari. Sembrano fatte ieri. Hanno la forma della “foglia di ulivo”. Esattamente simili sono state riprodotte dai consulenti storici per il film “Troy” con Brad Pitt.
La Guerra di Troia iniziò male: con un’epidemia. Morirono di febbre, e infezione alle vie aeree, tanti guerrieri greci che Agamennone, per motivi di “igiene pubblica” dovette far cremare sulle pire allestite davanti alla marina di Troia.
Nell’Iliade vengono descritti 148 tipi diversi di traumi da spada, lancia, o freccia. I chirurghi che in quel conflitto bellico curavano i feriti erano nientedimeno che i figli di Esculapio: Macàone e Podalirio.
Allora la chirurgia era arte divina. Pindaro, parlando di quei Medici nel settimo secolo avanti Cristo, scriveva nelle “Odi”: «E quanti vennero da lui….feriti nelle membra dal lucido bronzo o dal getto di pietre,… fasciando le membra…altri con azioni chirurgiche rimise in piedi».
Durante la Guerra di Troia, il medico Macàone fu ferito da freccia troiana e subito venne soccorso da due Re: Idomeneo e Nestore, perché, come dice Omero: «Uomo guaritore vale molti uomini a estrarre dardi, e spargere blandi rimedi».
Nei millenni la considerazione del Medico rimase sempre elevata. Ebbe un crollo solo durante la peste del 1347-48, quando i medici fallirono i risultati sperati. La peste prevalse su tutti ed il poeta Francesco Petrarca, offeso per la morte dell’amata Laura De Sade, scrisse libelli feroci contro tutta la categoria.

La professione medica fin dall’inizio si specializzò. Vi furono gli specialisti nel “taglio della pietra” (urologi), gli specialisti della cataratta( oculisti), gli specialisti delle “malattie interne”, gli specialisti in “craniotomia” (neurochirurghi), e poi i “raddrizzatori di bambini storpi”. Quest’arte si chiamava “ortho” (raddrizzo), “peideia” (bambino). Da cui l’origine del nome “Ortopedia” per la specialità che aggiusta lo scheletro.

Non sappiamo quasi nulla sulla medicina dell’Alto Medio Evo nel Sulcis Iglesiente. Sappiamo che gli ammalati peregrinavano verso la tomba del Santo Medico Antioco e che attorno alla basilica vi erano tante casette per ospitare i malati richiedenti la guarigione: le “cumbessias” o “muristenes”.
Troviamo tracce di attività medica nella chiesetta bizantina altomedioevale di San Salvatore, ubicata nella periferia di Iglesias. Si sa che ospitava viandanti richiedenti cure per cui si spiega la presenza dell’”orto dei semplici”. Era il luogo dove i monaci (Benedettini o Basiliani) coltivavano le erbe medicamentose per produrre unguenti e pozioni galeniche. Nel terreno circostante sono state trovate tracce di inumazioni in terra nuda.
A San Giovanni Suergiu, vi è una chiesetta edificata dopo le Crociate dai monaci Giovanniti. Ricordiamo che i Giovanniti fondarono l’ospedale di San Giovanni Battista di Gerusalemme col permesso del Sultano del Cairo, e vi curarono i pellegrini cristiani che venivano dall’Europa. Alla fine delle Crociate vennero allontanati dalla Palestina e si insediarono in loro possedimenti in Sardegna. Qui nel Sulcis continuarono la loro missione di curare gli “infirmi et pauperes Christi”. Sulla facciata della chiesetta di San Giovanni si riconoscono le incisioni di “croci di Malta” e i fregi che ricordano le cupole delle moschee di Omar e di Al Aqsa, della spianata dei templi di Gerusalemme.
Queste sono le poche tracce di attività medica nel Sulcis Iglesiente nel Medio Evo.
La crescita della Chirurgia in Europa rimase bloccata, a causa dell’altissima mortalità, fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Solo allora, dopo la scoperta dell’esistenza dei “microbi”, si capì la necessità della “disinfezione” e, dopo la scoperta dell’“anestesia”, si poté operare “senza dolore”. I chirurghi cominciarono ad operare, per la prima volta, l’addome e la pelvi femminile temendo meno le setticemie mortali perioperatorie. Contemporaneamente iniziò lo sviluppo moderno degli Ospedali. Il più grande impulso allo sviluppo della chirurgia, soprattutto traumatica, avvenne con la Prima Guerra Mondiale. Lì si formarono i primi chirurghi dei nostri primi Ospedali.

Con la chirurga addominale e pelvica, decollò la chirurgia degli arti. Questa fu promossa in Italia da Alessandro Codivilla (m. 1912) che fu direttore dell’Ospedale Ortopedico Rizzoli di Bologna. Tutt’oggi il Rizzoli appare al visitatore con tutta la sua vecchiezza strutturale di fine ‘800. Da lì passò l’ortopedia mondiale, e la migliore ortopedia italiana in assoluto. Codivilla fece una invenzione rivoluzionaria: il “Chiodo di Codivilla”.
Si trattava di un’anima metallica da introdurre nel canale dell’osso fratturato. Attorno ad esso si sarebbe formato il “callo osseo”. Ciò comportava la guarigione con ossa ben raddrizzate (fatto raro) e consentiva l’eventuale allungamento dell’osso accorciato da un callo osseo venuto male. Il nuovo obiettivo dell’Ortopedia insegnato da Codivilla al mondo, era il “recupero funzionale” dell’arto.
Con la tecnica di Codivilla, si iniziarono a trattare le folle di portatori di deformità congenite ed acquisite: piedi torti, ginocchi valghi e vari, lussazioni dell’anca, paralisi infantili, tare eredoluetiche, gibbi cifoscoliotici, colli torti. A questi si aggiungeva il numero enorme di deformi procurati dalle due piaghe sociali dell’epoca: la tubercolosi ossea e il rachitismo; malattie incurabili e dal destino triste.

Già ai primi del ‘900 avevamo in Italia ben 40 “Ospedali marini” per la cura medica e chirurgica della TBC ossea. Lo sviluppo minerario dell’Iglesiente aveva introdotto la necessità di fornire un’adeguata assistenza ortopedico-traumatologica ai minatori. Quando esplose la protesta dei minatori nel settembre 1904, a Buggerru esisteva un ospedale per i traumi da miniera. L’organico comprendeva tre Medici con competenze chirurgiche ortopediche, e personale femminile per l’assistenza al parto. L’ospedale era molto attivo anche nell’assistenza alla popolazione civile; vi erano allora circa 8.000 abitanti, quando Cagliari ne contava circa 50.000. I casi più gravi venivano trasportati ad Iglesias in carrozza. Iglesias prima di questo periodo aveva avuto una struttura ospedaliera basso-medioevale citata da documenti dell’epoca: si trattava dell’ospedale di “Santa Lucia”, che poi prese il nome di “Santa Chiara”.
Tra le due Guerre Mondiali del ‘900, dopo la Guerra d’Etiopia e le “Inique Sanzioni” fu evidente che l’Italia doveva dotarsi di una sua fonte autarchica di energia, così prese vita il progetto di sviluppo del  bacino carbonifero del Sulcis. Le miniere metallifere dell’Iglesiente e le carbonifere del Sulcis furono la nuova frontiera del lavoro in Italia. Il numero complessivo di abitanti delle due città sfiorava i centomila. L’età media era molto giovane ed era costituita da una moltitudine di minatori del sottosuolo e operai di superficie. Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. L’Inail nel 1946 inaugurò l’Ospedale CTO di Iglesias e lo rafforzò di Traumatologi e Chirurghi generali a costituire un avanzato “Trauma Center” dove si affrontavano tutti gli effetti di un trauma: dalle fratture dello scheletro alla rottura di milza e di fegato ed i traumi cranio-encefalici. Doveva essere una Traumatologia a tutto campo. Il Governo dispose che negli ospedali minerari di Iglesias e Carbonia operassero i migliori chirurghi traumatologi della Nazione. A Carbonia il Chirurgo generale con competenze neurochirurgiche arrivò dalla Patologia chirurgica dell’Università di Napoli: il professor Ignazio Scalone. Rimase un anno a dirigere l’ospedale di piazza Cagliari, a Carbonia. Di lui restano testi di chirurgia del cervello e del cervelletto, per la cura di lesioni craniche provocate da arma da fuoco, scritti alla fine della Prima Guerra Mondiale. Con l’uscita del dottor Scalone, il primariato di Chirurgia generale venne conferito al dottor Gaetano Fiorentino; egli affidò l’Ortopedia e Traumatologia al dottor Schirru. Questi era un medico di eccezionale valore. Dopo una quindicina d’anni di esperienza in traumi a Carbonia, si trasferì negli Stati Uniti. Dopo 30 anni, il dottor Schirru tornò in Italia e si presentò al nuovo primario del Sirai, il prof. Lionello Orrù, a cui raccontò la sua storia americana: era diventato Direttore sanitario di un enorme ospedale di 3.000 posti letto a Washington, e ne dirigeva il reparto di Ortopedia. Arrivato alla pensione, gli era comparsa un’ernia inguinale. Per tale motivo pensò di tornare in Sardegna, a Carbonia, per farsi operare. Non si fidava del modo di operare l’ernia degli americani. Voleva essere operato da un chirurgo italiano. Una volta operato a Carbonia tornò a Washington.
Ad Iglesias, il primario chirurgo generale era il dottor Falqui. Al CTO vennero inviati chirurghi ortopedici di vaglia formati al Rizzoli di Bologna.
Dopo Codivilla, fu direttore del Rizzoli il professor Vittorio Putti (m. 1940). Fu chirurgo eccellentissimo che già nel 1919 veniva conteso all’Italia dalle maggiori istituzioni medico-chirurgiche statunitensi. Quando andava in America veniva, per i suoi miracoli ortopedici, ricevuto solennemente, come si conveniva alla sua fama.
Con la scomparsa del professor Putti, la direzione della chirurgia ortopedica del Rizzoli venne affidata al professor Francesco Delitala, nato a Orani in provincia di Nuoro, che aveva insegnato Ortopedia all’Università di Napoli, poi in quella di Padova e, infine, diresse il Rizzoli. Fu grande esperto della chirurgia dell’ernia del disco intervertebrale e della spalla. Morì a Bologna nel 1983.
Fu un allievo di Delitala il professor Cabitza di Cagliari. Questi, successivamente, diresse la Clinica Ortopedica Universitaria di Cagliari e l’ospedale Marino del Poetto.

Contemporaneamente, studiavano e operavano al Rizzoli, sia il dottor Giuseppe de Ferrari sia il dottor Italo Cao. Ambedue divennero professori di Ortopedia e Traumatologia e diressero il CTO di Iglesias. Il CTO (Centro Ortopedico Traumatologico) di Iglesias riprodusse in Sardegna le altissime competenze chirurgiche del Rizzoli di Bologna costituendo, nel Sistema Sanitario del Sulcis Iglesiente, un pilastro fondamentale della Sanità.
I successori di questi Maestri, diressero poi il CTO e l’Ortopedia di Carbonia e di Iglesias fino ai giorni nostri.
Il seme prezioso di quei grandi ortopedici è ancora tra noi.
Come si vede la discendenza di scuola è di altissimo livello.
Non può essere perduta.
Questa ricostruzione tratta dai libri di storia della Medicina è una conoscenza che deve costituire patrimonio dei cittadini del Sulcis Iglesiente. Tale eredità deve essere protetta dall’operazione “contabile” che sta trasferendo il nostro patrimonio sanitario in città lontane.

E’ incredibile. Quando eravamo “poveri” eravamo molto più “ricchi” in Sanità.

Mario Marroccu

Nella fotografia, da sinistra: dottor Giuseppe Porcella, dottor Renato Meloni, il sig. Cuccuru capo degli infermieri, dottor Gaetano Fiorentino, don Luigi Tarasco e dottor Luciano Pittoni.