30 June, 2026
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In Sanità stiamo pagando le conseguenze di fatti politici avvenuti 34 anni, fa in seguito all’indagine di “Mani pulite” del 1992. Fu allora che si misero le basi della distruzione del Sistema Sanitario Nazionale inventato da Tina Anselmi nel 1978. Nel 1992 avvennero fatti talmente gravi che ebbero come esito la distruzione della “Prima Repubblica” e il passaggio alla “Seconda Repubblica”. Nel corso di quella transizione il Sistema Sanitario fu sottoposto ad una procedura di revisione politico-gestionale che comportò l’eliminazione dei rappresentanti politici locali dalle USL. Ciò fu causa della progressiva decadenza degli apparati sanitari territoriali; la massima vittima di quei fatti furono gli ospedali provinciali. Lo confermano le tesi pubblicate in questi giorni da illustri costituzionalisti, politologi e sociologi.
Secondo le recenti pubblicazioni di Luciano Canfora e Sabino Cassese, per capire cosa avvenne, si deve porre attenzione al susseguirsi di fatti storici determinanti.
In sequenza sono questi: la Prima Repubblica, nata nel 1946, e perfezionata colla Costituzione del 1948, obbligava i rappresentanti politici eletti al rispetto delle regole della “Democrazia”. In democrazia lo strumento fondamentale che garantisce l’uguaglianza fra tutti è la “Legge elettorale”. A sorvegliarne la corretta applicazione all’inizio furono Giuseppe Saragat, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.
Secondo quei tre leader i “partiti politici” sono il legittimo raccordo fra il popolo elettore e lo Stato; ad essi spetta il compito di far rispettare la Costituzione e sopratutto quello di sorvegliarne la corretta applicazione. L’articolo 48 della Costituzione impone che il voto espresso da ogni elettore debba essere “uguale… libero…segreto…personale”. In sostanza dice che l’elettore deve poter esprime la propria scelta in piena libertà senza pressioni esterne; pertanto la sua decisione deve essere segreta, e non può essere delegata a nessuno. Nessuno può prendere decisioni al suo posto. Ne deriva che una volta espresso il voto nessuno possa modificare l’indirizzo che l’elettore vuole dare alla Politica governante. Questo principio poteva essere assicurato solo in un modo: imponendo il sistema elettorale “proporzionale puro”. Il partito politico che prendeva più voti andava al governo, solo od associato. Gli elettori, per Costituzione, detenevano il potere di scegliere sia il partito sia il nome del candidato da mandare in Parlamento. Ciò comportò la forte crescita del numero di partiti politici e l’intensa competizione fra di loro per acquisire il più alto numero possibile di voti. Gli elettori, consci del proprio potere di indicare il candidato prescelto avevano capito di avere il potere di “contrattare” con esso il programma politico più vantaggioso. Se il candidato al Parlamento accettava di rappresentare le esigenze dell’ elettore ne otteneva la “fiducia”.
Per la prima volta nella storia il potere non era più ereditario o divino, ma era realmente “popolare” e fu il “popolo” a prendere, per la prima volta, le decisioni sul servizio pubblico più costoso per lo Stato: la Sanità pubblica.
La legge più importante della storia, dopo la Costituzione, fu la legge di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale di Tina Anselmi approvata in Parlamento il 30 dicembre del 1978. La legge istituì le USL (Unità Sanitarie Locali). Nel nostro territorio avemmo la USL 16 (di Iglesias) e la USL 17 (di Carbonia).
I Consigli di Amministrazione erano formati da rappresentanti dei consigli comunali del Sulcis Iglesiente. Quei consigli votarono al loro interno il nome del Presidente della USL. Come primo atto i nuovi Consigli di amministrazione instaurarono stretti rapporti con il “Consiglio dei sanitari”. Questo era formato da tutti i primari dei reparti ospedalieri, da rappresentanti degli aiuti e assistenti medici, da rappresentanti degli infermieri, degli amministrativi e dei medici di base del territorio. Dato il vastissimo campo di consultazione la popolazione, tramite i propri rappresentanti politici locali, era immediatamente messa a conoscenza degli atti sanitari deliberati dall’Amministrazione. Nel caso in cui il Presidente e il Consiglio di Amministrazione fossero stati degli inetti, i cittadini avrebbero potuto farli crollare col voto dei propri Consigli comunali. Tutte le Amministrazioni delle USL furono efficienti: avevano preso in mano il povero apparato sanitario del dopoguerra e lo avevano migliorato fino a raggiungere obiettivi eccellenti. Questo durò finché durò la Prima Repubblica; cioè fino al 1994.
I partiti politici di allora sorvegliarono la corretta applicazione della Costituzione poi, a causa dei fatti del 1992, fu necessario apportare qualche modifica al sistema elettorale al fine di migliorare la stabilità dei Governi.
Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica avvenne in modo drammatico dopo lo scandalo suscitato dall’operazione “Mani pulite” condotta da un pool di magistrati inquirenti di cui il più noto fu Antonio di Pietro. Tutto iniziò il 17 febbraio 1992. Quel giorno l’ingegner Mario Chiesa, consigliere comunale socialista al comune di Milano venne arrestato, colto in flagranza, mentre incassava una somma di danaro pagata illegalmente in cambio di favori illeciti. Le indagini per corruzione si estesero su tutto il territorio nazionale e su tutti i partiti politici fino ai più alti dirigenti. La conseguenza più grave fu l’incriminazione del segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi. Il suo rinvio a giudizio lo indusse a riparare in Tunisia fino alla morte avvenuta il 19 gennaio 2000. Quasi tutti i capi politici degli altri partiti che avevano formato i governi nazionali furono coinvolti. Il governo crollò e con esso scomparvero grandi partiti come la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito liberale, e avvenne il cambio di nome e delle gerarchie anche nei partiti che non erano coinvolti.
Nell’opinione pubblica di allora i partiti politici vennero moralmente condannati, come se fossero stati assimilabili a centri di corruzione; la fiducia accordata fino ad allora fu azzerata. Tale fenomeno generò un effetto secondario che allora non venne ben valutato: con la scomparsa dei partiti più popolari scomparve anche il tramite attraverso cui il popolo poteva avanzare le sue richieste politiche ai Governi.
Si ruppe il solo rapporto diretto fra gli italiani e lo Stato. Questo passaggio è importante per capire i meccanismi attraverso cui la Sanità pubblica si era avviata nella strada di importanti trasformazioni
gestionali. I fatti che cambiarono la storia della Sanità furono tre.
– Primo: col crollo del governo nell’aprile 1992 si procedette a nuove elezioni politiche e il 28 Giugno 1992 entrò in carica il Governo Amato. Esso doveva governare avendo la consapevolezza che il popolo non aveva più fiducia nei partiti politici. Giuliano Amato affrontò questa nuova condizione con una drastica decisione: eliminò i politici dalla gestione diretta della cosa pubblica e introdusse al loro posto figure burocratiche con poteri decisionali. La “cosa pubblica” più costosa di allora era il Sistema Sanitario Nazionale e su di esso l’intervento fu durissimo. Amato e de Lorenzo produssero la legge 502/1992 in cui le USL (unità sanitarie locali) vennero trasformate in ASL (Aziende Sanitarie Locali). Quella legge eliminò la figura del Presidente della USL e il Consiglio di Amministrazione che, come è noto, era formato dai sindaci del territorio o da loro delegati consiglieri comunali. Al loro posto venne istituita la figura del “Manager”. Costui rispondeva solo all’assessore regionale alla Sanità e non doveva avere rapporti con i politici dei Comuni. Con questo atto fu tolta alle popolazioni delle ASL qualunque rappresentanza. Ne conseguì che il popolo perse il potere di controllo sulle ASL e tutto il potere decisionale venne concentrato nelle mani di un singolo individuo “non eletto”: il Manager. Il deputato democratico al parlamento degli Stati Uniti, Bernie Sanders, criticando in un libro i comportamenti simili assunti dal suo attuale Governo, ha definito questo meccanismo col termine “oligarchia” , che è il contrario di “ democrazia”.
– Secondo: Mario Segni fece indire un referendum abrogativo che si tenne ad aprile 1993. Stravinse col 92% delle preferenze. Il risultato di quel referendum fu la causa vera del passaggio alla Seconda Repubblica: sancì la fine del sistema elettorale proporzionale puro e aprì la strada al “sistema maggioritario” istituendo il “premio di maggioranza”. Lo scopo cercato da Mario Segni era una maggiore stabilità dei Governi. Quello scopo venne parzialmente raggiunto ma portò con sé un effetto secondario che andrebbe considerato e cioè: la perdita di una notevole parte di potere decisionale (kratos) del popolo (demos) e quindi una reale riduzione di democrazia. Queste sono valutazioni che stanno emergendo da studi attuali di costituzionalisti e sociologi. Il nuovo “sistema elettorale maggioritario”, associato alle “liste bloccate”, ebbe l’effetto di ridurre il potere dell’elettore di scegliersi il candidato di fiducia. Quel potere era stato trasferito dalle mani dell’elettore a quelle dei vertici dei Partiti. Con la grave riduzione della percentuale di votanti associata al premio di maggioranza (voluto al fine di migliorare la governabilità ma al prezzo di ridurre una quota di democrazia rappresentativa) può aversi l’effetto che le elezioni possano essere vinte da una minoranza dell’elettorato globale. Pertanto, potrebbe succedere che la maggioranza della popolazione non abbia rappresentanza al governo. I vincitori potrebbero essere legittimati a governare pur contando su un basso numero di voti rispetto alla dimensione della massa degli aventi diritto al voto. Ciò potrebbe creare una discrepanza tra la volontà della massa popolare e le decisioni di chi governa; in questo contesto potrebbe accadere che l’attuale sistema sanitario in fallimento possa persistere nonostante la scontentezza della maggioranza della popolazione . Tutto era iniziato quando il popolo, sentendosi esautorato dal controllo diretto, anche sulla Sanità, attraverso i suoi rappresentanti scelti, cominciò a disaffezionarsi dal partecipare alle consultazioni elettorali. «L’attuale drammatico crollo della partecipazione popolare al voto testimonia la gravità della crisi» (Luciano Fontana sul Corriere della Sera del 21.06.26). La contemporaneità tra crollo dei partecipanti al voto, il cambiamento del sistema elettorale, e la crisi profonda della Sanità pubblica è testimoniata da questi dati:
– Alle prime elezioni politiche del 1948 votarono il 93,5 % degli italiani aventi diritto;
– Tale percentuale si mantenne quasi immutata fino alle ultime elezioni col proporzionale puro.

– Dopo le variazioni alla legge elettorale indotte dal referendum del 1993, l’ingresso del Sistema elettorale maggioritario con i premi di maggioranza, e le “liste bloccate” si è assistito ad un progressivo calo dei votanti alle elezioni politiche.
– Nel 2022 votò soltanto il 48% degli italiani aventi diritto. All’interno di questo 48% soltanto il 24% degli aventi diritto ha espresso il governo (per effetto del premio di maggioranza).
Ne consegue che il Governo, qualunque sia il suo colore politico, possa governare con una base di legittimità elettorale di fatto minoritaria sull’intera popolazione.

– Terzo: con quel referendum del 1993 passò anche un un altro quesito per effetto del quale vennero sottratte alle USL le competenze in materia di Igiene, Sanità pubblica e controlli ambientali. Tale referendum, assieme alle riforme parallele delle leggi 502/1992 e 517/1993 le USL subirono una radicale trasformazione gestionale passando da Enti dipendenti dai Comuni a vere e proprie Aziende con autonomia contabile e manageriale, diventando le attuali ASL. Sotto l’emozione degli scandali di quegli anni avvenne che la popolazione, votando in quel modo, negò a se stessa la possibilità di interferire sulla gestione della Sanità pubblica.
Quali differenze si possono registrare tra il periodo di 14 anni compreso tra il 1978 e il 1992 (legge Tina Anselmi) e il periodo di 34 anni tra il 1992 e oggi?
Le differenze sono sostanziali e drammatiche. Nel primo periodo (quello della Sanità gestita dai sindaci) avvennero grandi miglioramenti della sanità locale. In quegli anni, gli ospedali di Carbonia e Iglesias crebbero in qualità e quantità di servizi specialistici. All’inizio esistevano solo i reparti di Medicina, Chirurgia, Traumatologia e Ginecologia. In quei 14 anni comparvero per la prima volta i reparti di: Urologia, Nefrologia e Dialisi, Cardiologia, Neurologia, Psichiatria, Pediatria, Chirurgia pediatrica, Endoscopia digestiva, Emodinamica, Otorinolaringoiatria, Radiologia interventistica, Laparoscopia, Ecografia, Rianimazione, Pronto Soccorso autonomo; comparvero inoltre numerosi primariati e vennero assunti nuovi medici specialisti e Infermieri laureati.
La spinta ad evolvere era stata data dai Comitati di gestione, formati dai sindaci, e dal Consiglio dei sanitari. I Primari facevano proposte innovative che i sindaci accettavano e finanziavano. La popolazione non doveva più viaggiare per cercare cure innovative.
Furono gli anni in cui, sotto quella spinta popolare, politica e medica, in tutta la Sardegna si fece un gigantesco passo in avanti verso una sanità moderna. Fu allora che Emanuele Sanna, il giovane sindaco di Samugheo (OR), medico, arrivato a dirigere l’assessorato della Sanità e il Consiglio regionale, concepì e fece aprire l’Ospedale Brotzu di Cagliari. Lo fece con l’obiettivo di creare un centro di eccellenza dedicato ai trapianti, alla neurochirurgia e cardiochirurgia. Egli fu la sintesi perfetta dell’ambiente politico, morale e culturale ispirato dall’idea della Riforma sanitaria di Tina Anselmi.
Poi venne il 1992, e con esso arrivò la distruzione di quell’idea e di tutto ciò che ne era nato. I politici che gestirono il passaggio epocale dalla Prima alla seconda Repubblica cedettero alle suggestioni negative del tempo e cercarono di porvi riparo. Ne conseguì la scomparsa di partiti politici essenziali e, con essi, la scomparsa del raccordo tra popolazione e Stato. Una volta esclusi i sindaci e i partiti dalla gestione diretta del Servizio pubblico si procedette alla istituzione di nuovi apparati burocratici che sostituirono i Consigli di amministrazione politici. Il destino della ASL venne affidato ad un’unica persona, il Manager, passando da una gestione democratica ad una oligarchica. L’apparato amministrativo ebbe il dovere di rispondere solo a quella autorità e ne nacque una struttura burocratica con forte autonomia gestionale. Esiste, inoltre, un’ulteriore grande struttura burocratica regionale che si interpone tra i politici regionali e le ASL, e si occupa di tutto: di contabilità, di organizzazione amministrativa e sanitaria, di acquisti, di assunzioni, di concorsi e di rapporti con la Regione. Anch’essa ha una forte autonomia e potere decisionale. Di fatto è un nuovo centro di potere (non elettivo), che si interpone tra Regione e popolazione, ed ha un contratto di dipendenza perenne dalla Regione.
I medici e gli infermieri in tutto il Sistema sanitario oggi hanno solo funzioni di esecutori di prestazioni assistenziali sotto il comando del manager. Su di essi è aumentato il carico burocratico all’interno del sistema digitale della ASL. Il contatto umano tra popolazione utente e la ASL avviene attraverso il Cup (Centro unico di prenotazione). Ogni richiesta finisce in un elenco per impegni futuri. Ne sono nate le “liste d’attesa”.
A carico degli ospedali del nostro territorio oggi dobbiamo registrare il ridimensionamento di reparti specialistici, la riduzione dei posti letto, la riduzione di medici specialisti, la scomparsa di molti primariati, l’ipertrofia dei Pronto soccorso e l’aumento delle ambulanze per il trasferimento degli ammalati presso gli ospedali di Cagliari. Gli ospedali provinciali hanno visto diminuire le loro funzioni. Molte di queste sono state assunte dagli ospedali cagliaritani.
Il Brotzu, che era nato per affrontare patologie rare e complesse oggi viene affollato da nostri pazienti richiedenti cure per patologie comuni. Per affrontare questa massa di utenti esiste il progetto di edificare un nuovo padiglione che conterrà 12 nuove sale operatorie in aggiunta alle 20 già esistenti. Sta avvenendo l’accentramento della sanità ospedaliera a Cagliari e lo impoverimento degli ospedali provinciali come il Sirai e CTO.
Sta avvenendo esattamente il contrario di quanto voluto nel 1978 da Tina Anselmi. Esiste una soluzione? Come dice Bernie Sanders nel libro “Contro l’oligarchia”, sarebbe utile “ricostruite il senso dell’orgoglio in difesa di se stessi”.
Per uscire dalle secche in cui si è arenata la Sanità pubblica, ci serve che si trovi il modo per indurre gli italiani a riavvicinarsi di nuovo ai seggi elettorali. Inoltre, sarebbe utile dare maggiori attribuzioni ai sindaci affinché possano partecipare, in prima persona, alla gestione democratica della Sanità pubblica.
Ciò equivarrebbe alla ricostituzione di un ponte di raccordo fra i cittadini e lo Stato.

Mario Marroccu

Tutti hanno memoria di una qualche “Tzia Maria” e della sua bottega vicino a casa. Aveva due caratteristiche:
1 – Tutti potevano acquistarvi , subito e a poco prezzo, pane, pasta, conserve, Olà, DDT e saponi.
2 – Con i soldi guadagnati, “Tzia Maria” vestiva in figli, li faceva studiare, curava il marito, pagava il macellaio, il muratore, il falegname, il sarto, comprava miscela per la motocarrozzella e  se ne restavano, li metteva nel libretto postale.
Erano soldi benedetti che, in un circuito virtuoso, alimentavano l’economia locale facendo lavorare anche altri artigiani. Era una “Catena di Sant’Antonio” che nutriva le città di un’economia circolare auto-prodotta.
Oggi quel tipo di economia auto-prodotta è superata. Compriamo tutto ai Super-Store: dal pane alla frutta, dalle scarpe ai vestiti, dagli infissi già pronti alle auto, etc… e i soldi finiscono immediatamente in conti correnti del Continente o all’Estero. La virtuosa economia circolare è stata sostituita da un’idrovora quotidiana che prosciuga dal danaro liquido le città. Al contrario dell’economia di “tzia Maria”, la redistribuzione del danaro è stata sostituita da un fiume in fuoriuscita unidirezionale, senza ritorno. Le conseguenze sono desolanti. Il nuovo quadro economico è ben rappresentato dal tipico aspetto assunto dai centri-città: negozi chiusi, palazzi disabitati, un corteo di cartelli “vendesi” affisso alla porta di ex locali commerciali e abitazioni. Tutti segni di impoverimento economico e di spopolamento.

Una delle cause è attribuibile all’accentramento delle attività economiche nei Super-Store: strutture nate per vendere ma che difficilmente reinvestono il ricavato nel luogo che le ospita.
Un fenomeno esattamente identico è avvenuto alla rete sanitaria locale che una volta ci forniva tutta l’assistenza sanitaria che abbisognava. Le nostre Province, con i loro ospedali e le loro reti territoriali sanitarie erano totalmente autonome nell’auto-prodursi il Servizio sanitario in medici, personale, strumenti e edifici proprii. Ricordiamo che le Università istruiscono i Medici ma non li formano professionalmente. La loro formazione professionale è avvenuta sempre negli Ospedali, ad opera dei primari e dei medici anziani. Una legge dello Stato, la 128/69, all’articolo 7, imponeva l’obbligo ai primari di formare culturalmente e professionalmente i nuovi medici. Così i nostri ospedali auto-producevano le nuove generazioni di medici bene addestrati. Qui si curavano le malattie internistiche dei bambini e degli adulti, si facevano gastroscopie, colonscopie, TAC ed esami di laboratorio, si operavano tutte le patologie addominali, toraciche, ortopediche, urologiche, ginecologiche, traumatologiche, e qui si nasceva in sicurezza. Tutti erano nelle condizioni di apprendere l’arte medica, a fare gli elettrocardiogrammi, le colonscopie e ad operare. Nonostante in quei tempi i medici fossero numericamente in numero inferiore rispetto ad oggi, non esisteva il problema della carenza di medici e le liste d’attesa si esaurivano in giornata o in una settimana. Il mondo poi è cambiato.
Fino al 1978 gli ospedali provinciali erano finanziati dai proventi provenienti dalle Casse mutue private e dai privati cittadini. In quell’anno Tina Anselmi abolì le Casse mutue e creò il Fondo sanitario Nazionale. Da quell’anno la Sanità fu veramente e totalmente pubblica. Lo Stato, su proposta di Tina Anselmi, istituì il Servizio sanitario nazionale (L. 833/78), diede in gestione le USL territoriali ai sindaci e ai Consigli comunali. Furono applicate esattamente le norme costituzionali che suddividono gli Enti gestori dei servizi pubblici in: Comuni, Province, Regioni.
Era chiaro che, in democrazia, la gestione pubblica spettasse al popolo tramite i suoi rappresentanti. Tina Anselmi era un personaggio complesso: proveniva da una famiglia socialista; da universitaria nel 1944 vide impiccare dai nazisti i 31 martiri di Bassano del Grappa e aderì immediatamente alle brigate partigiane combattenti in montagna. Lì, nei bivacchi, si discuteva sul come costruire la Costituzione del nuovo Stato che avrebbero creato. Fu attiva nella CGIL e poi aderì ad uno dei tre partiti che scrissero la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Per effetto dell’articolo 3 della Costituzione, che conferiva pari diritti a maschi e femmine, poté essere candidata; nel 1956 divenne deputato della Repubblica e scrisse il testo della legge sulla “pari opportunità” Uomo-Donna. Fu il primo ministro donna nella storia italiana. Nel 1976 venne nominata ministro della Sanità e scrisse il rivoluzionario testo di Riforma sanitaria: la legge 833/78. In quasi tutte le Regioni la nuova legge di riforma venne compiutamente applicata nel 1982. Fu un’esplosione di democrazia. Durò fino al 1992 e fu il decennio d’oro della Sanità italiana. Gli ospedali crebbero di numero e in qualità. Gli amministratori locali misero in competizione le USL fra di esse. In quella gara ognuno si assicurava i migliori professionisti per dirigere i reparti e iniziò la produzione, in ciascuna provincia, di una Sanità autoctona, auto-prodotta, adeguata alle esigenze di ciascun territorio nel rispetto delle norme nazionali.
La Sanità divenne un motore economico che, attirando pazienti e finanziamenti, produsse profitto per la comunità, così come oggi lo producono il Turismo, la Cultura, e l’Archeologia. Poi venne l’anno 1992 ed entrammo in un trentennio molto controverso.
Oggi sappiamo che in quell’anno avvenne la fine dell’entusiasmo creativo dei partiti politici e della partecipazione popolare. Fu l’anno di Mario Chiesa, di “tangentopoli” e dello sconquasso dei partiti dei Padri costituenti. In quell’anno, alle dimissioni di Francesco Cossiga da Presidente della Repubblica, venne proposta la candidatura di Tina Anselmi. Se fosse stata nominata lei come Presidente, avrebbe sicuramente protetto la sua legge di Riforma sanitaria. Viceversa, venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, il quale nominò ministro della Sanità il rappresentante del Partito liberale, on. Francesco De Lorenzo. La storia della Sanità pubblica cambiò.

Francesco De Lorenzo proveniva da una parte politica che non aveva partecipato alla scrittura della Costituzione. Conformemente alle sue idee economiche, agli antipodi di quelle di Tina Anselmi, egli produsse una sua “Riforma sanitaria”, la L. 502/92, in cui applicò il concetto di “impresa” alla Sanità pubblica. Rimosse i sindaci e i Comitati di gestione. Le Unità Sanitarie Locali (USL) presero il nome di “Aziende Sanitarie Locali” e per dirigerle egli inventò la figura del “Manager”. E’ una figura tipica delle imprese economiche basate sulle regole del mercato privato. Il centro dell’attenzione, che prima era il “cittadino malato”, divenne “l’Ufficio del bilancio”. Alla direzione “democratica” si sostituì la direzione “centralizzata”. Da allora il metodo più semplice di ridurre la spesa sanitaria consiste nello spendere il meno possibile e nel “centralizzare”, quindi: meno personale, meno strumenti, meno accessibilità alle cure. Ai politici di allora sfuggì che esiste uno stretto connubio tra la democrazia, il benessere dei cittadini e la loro percezione di sicurezza. E’ per questo che i cittadini amano le libere elezioni: perché incentivano i Governi a tutelare il benessere. A queste disattenzioni consegue in genere la caduta del consenso popolare. A quel primo atto di centralizzazione del potere in un’unica Persona-Manager sono poi seguite altre “centralizzazioni”. I politici locali allora perdettero il potere di controllo sulla Sanità pubblica. Oggi lo stanno perdendo i politici regionali: la centralizzazione del controllo della Sanità regionale è stata acquisita da un’altra struttura gestionale, al di fuori dell’assessorato della Sanità, a cui è stato conferito grande potere ed autonomia. Tale nuova struttura, l’ARES, seguendo una logica amministrativamente ineccepibile e in linea col processo di aziendalizzazione dell’intera struttura sanitaria sarda, ha proceduto alla “delocalizzazione” di fatto dell’assistenza sanitaria, trasferendola dalle Province al centro della Regione. Il cambiamento è enorme.
L’impoverimento dell’apparato ospedaliero provinciale oggi impone che i nostri “corpi malati” vengano forzatamente trasferiti negli ospedali DEA di II livello di Cagliari e negli ospedali universitari per qualunque malattia, sia grande sia piccola. Tale centralizzazione sta comportando la scomparsa degli ospedali DEA di I livello, che sono gli 8 ospedali provinciali delle 8 province sarde. La conseguenza è tutti i giorni nelle prime pagine dei quotidiani. Gli ospedali cagliaritani, sommersi da un eccesso di richieste di cure provenienti da tutta la Regione, sono finiti in scompenso funzionale. In certi momenti si è rischiata la chiusura per impossibilità di accettare altri pazienti.
Certamente la soluzione non consiste nel tornare ai tempi di “tzia Maria”. Si potrebbe però applicare correttamente la legge sulla “Rete Ospedaliera Regionale” del 2017, rimasta nel cassetto.
Si potrebbe anche riportare al controllo delle ASL i sindaci del territorio, che potrebbero affiancare con funzione di proposta e controllo, i Manager.
Potremmo avere la gradita sorpresa di restituire la certezza delle cure alle Province e, forse, di innescare anche un sano circuito di ritorno economico.

Mario Marroccu

Il disastro sanitario ed economico del Sulcis Iglesiente non è nato dal nulla. Ha radici nei fatti politici del 1992. E’ utile fare un viaggio nella storia di quegli eventi sia per capire e, forse, per porre qualche riparo.
Lo stato di salute della sanità pubblica è oggi talmente grave e la sua gravità è talmente complessa che, a questo punto, è difficile anche il solo sospettare che veramente esista fisicamente qualcuno che abbia programmato tanto degrado. Dovrebbe essere un genio fornito di una maligna intelligenza superiore.
Ammesso che esista un soggetto del genere, a che scopo lo avrebbe fatto? C’è chi sostiene che il danno al servizio sanitario nazionale sia stato progettato da un’ignota organizzazione al fine di favorire la sanità privata. Sarebbe un’organizzazione di matti veramente sciocchi perché sostituirsi del tutto alla Sanità pubblica non conviene a nessuno. Per esempio: a chi converrebbe accollarsi i malanni di tutti i vecchi d’Italia, soli, inguaribili e con in tasca i pochi soldi per la sopravvivenza? A chi converrebbe l’onere di assistere tutti i malati di cancro, debilitati nel fisico, nella famiglia e, soprattutto, nel conto in banca? Chi glielo farebbe fare ad assumersi l’impegno di prendersi in cura i pazienti in Rianimazione in uno stato di coma più o meno profondo? Perché dovrebbero pagare le ingenti spese dei trapianti d’organo a pazienti senza speranza e non solvibili? E gli infarti del miocardio? E tutti i casi di diabete ai limiti della invalidità? E i tossicodipendenti? E le malattie rare? I morti sul lavoro? E gli psichiatrici? E gli incidenti stradali? Chi glielo farebbe fare ad assumersi il compito costosissimo di affrontare le epidemie tipo Covid-19 o le campagne vaccinali, o le spese dell’Inail e dei Pronto soccorso?
Gli imprenditori privati non sono matti. A sé riservano le cliniche dove si curano le malattie, tutto sommato, più semplici, facili, guaribili e, soprattutto, di pazienti solventi. Ciò che compete alla Sanità pubblica è diversissimo da ciò di cui si occupa la sanità privata.
E’ assolutamente vero che negli Stati Uniti d’America esistono le assicurazioni private costosissime che si limitano a poche malattie e per tempi di cura molto limitati; in genere non pagano le spese del pronto soccorso o fanno dimettere i malati dopo tre giorni da un intervento a cuore aperto, per risparmiare sulla degenza in ospedale. Bisogna sapere che in America esiste anche una Sanità pubblica, che si chiama “Medicare”, a beneficio di chi non può pagarsi l’assicurazione privata e che, oltre ad essere molto carente, costa allo Stato il doppio di quanto costa il Sistema sanitario italiano. A questo punto, oltre al sospetto che dietro ci sia l’interesse di qualcuno, potremmo anche considerare il sospetto che dietro il nostro disastro sanitario ci sia in realtà qualche grosso errore commesso da politici poco accorti. Può anche essere accaduto che la grande Riforma sanitaria varata col DPR 833 del 1978 si sia inceppata a causa di leggi successive fatte male; può anche darsi che quelle nuove leggi non siano state lette con attenzione e che i votanti abbiano votato senza vedere gli errori che hanno prodotto queste conseguenze.
Anche questo sospetto, paradossalmente, è sommamente ingiusto, perché è anche vero che i politici italiani furono i primi al mondo a riconoscere nella Costituzione del 1948, all’articolo 32, il diritto di tutti alla salute. Quell’articolo, nella sua semplicità e completezza, fu uno degli elaborati intellettuali più geniali che un Costituente potesse generare: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti». Fu una frase rivoluzionaria contenente due principi: l’inviolabilità assoluta del diritto alla salute e la certificazione che tale bene è di rilevanza collettiva. Così fu sancita la solidarietà nazionale. Altro che privatizzazione! Altro che svantaggio a danno dei molti che non possono permettersela! Tutte le leggi che vanno contro questo principio sono incostituzionali e, se qualcuno avesse votato nuove norme contrarie a questo principio per disattenzione, sarebbe gravemente colpevole.
Esaminiamo cosa è avvenuto nella storia delle Riforme sanitarie italiane. Nell’anno 1968 la legge Mariotti istituì gli “Enti ospedalieri” che sostituirono gli ospedali caritativi provenienti dalla tradizione ospedaliera medioevale. La stessa legge istituì il “Fondo ospedaliero nazionale” e attribuì la competenza di gestione degli ospedali alle Regioni. Quel Fondo e quella legge ospedaliera furono la base su cui si costruì la Grande Riforma sanitaria con la legge 833 del 1978, concepita dalla Commissione parlamentare di Tina Anselmi. Ella raccontò in quei giorni che quell’idea era nata da discussioni e progetti formulati da gruppi partigiani riuniti intorno ai fuochi dei bivacchi di montagna. La legge 833/78 rappresentò un’utopia che si concretizzava in un documento scritto. Il sogno prese forma nella premessa della legge nel cui testo sta scritta la frase: «…Il Sistema sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture (ospedali), dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento, e al recupero della salute fisica e della salute psichica di tutta la popolazione». In nessuna legge del mondo era mai stata scritta questa premessa.
Mentre gli ospedali, dal medioevo al ‘900, erano stati sempre amministrati da comitati caritativi religiosi o filantropici, nella nuova legge si volle che gli ospedali fossero amministrati da rappresentanti popolari democraticamente eletti. Fu una rivoluzione. I cittadini, dopo 1.500 anni dall’istituzione degli ospedali dai tempi di San Benedetto e San Basilio, divennero per la prima volta i proprietari e gestori diretti degli ospedali. La comunicazione fra cittadino e gestore divenne immediata perché il Sistema venne dato in mano ai sindaci e ai consiglieri comunali. Essi avevano il compito di eleggere l’”Assemblea generale” che era formata da consiglieri comunali e l’Assemblea eleggeva il presidente della Usl (Unità sanitaria locale). Furono gli anni più produttivi della storia sanitaria italiana.
Scomparvero le Casse mutue e comparve il Ssn (Sistema sanitario nazionale), finanziato dal sistema fiscale universale. Ne conseguì anche che ai grandi miglioramenti si associò il crescere della spesa pubblica dello Stato. Per contenerla il ministro Carlo Donat Cattin nel 1987 abolì l’Assemblea generale ma mantenne il presidente della Asl e il Comitato di gestione, eletto dai sindaci dei Comuni del territorio.
Secondo gli indicatori economici internazionali, l’Italia godeva di un generale benessere economico tanto che nell’anno 1991 venne dichiarata quarta potenza industriale del mondo e il PIL pro capite risultava superiore a quello dell’Inghilterra.
Appena un anno dopo, la Repubblica entrò nel suo “annus horribilis”: il 1992. La commissione governativa presieduta dall’economista Piero Barucci rivelò che l’economia era al collasso a causa di un imponente debito pubblico causato dalle Partecipazioni statali. Eni, Enel, Iri, Ina, Efim, stavano portando al tracollo lo Stato. L’indebitamento aveva messo in crisi il Governo espresso dal CAF (Craxi-Andreotti-Forlani). Caduto il Governo Andreotti II e dimessosi Francesco Cossiga, si andò a nuove elezioni sotto l’effetto dell’esplodere dello scandalo di Tangentopoli. A febbraio era iniziata l’indagine della procura di Milano diretta da Francesco Saverio Borrelli e condotta da Antonio di Pietro, in seguito alle rivelazioni di Mario Chiesa, il direttore del Pio Albergo Trivulzio. Oscar Luigi Scalfaro, sostenuto dalla corrente dei “moralizzatori”, venne eletto presidente della Repubblica e immediatamente indisse le nuove elezioni; queste avvennero ad aprile contemporaneamente all’esplosione della sfiducia popolare nei partiti storici, in un clima di forte instabilità politica. I partiti tradizionali crollarono ed emerse la Lega Nord che passò da 2 a 80 parlamentari. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro si rifiutò di concedere incarichi di Governo a Bettino Craxi e nominò presidente del Consiglio il deputato Giuliano Amato. La Prima Repubblica era finita con un’ondata di arresti e di avvisi di garanzia. A maggio, ad opera della mafia, avvenne la strage di Capaci, seguita due mesi dopo da quella di via d’Amelio. Lo Stato era preso fra molti fuochi. Giuliano Amato si trovò ad affrontare una condizione di dissesto economico più grave dal dopoguerra ad allora. Si correva il rischio di non poter pagare gli stipendi pubblici. La Nazione si sarebbe fermata.
La Banca d’Italia fu costretta a vendere 48 miliardi di dollari per difendere il cambio e la lira fu svalutata del 30%. La lira uscì dallo Sme (Sistema monetario europeo); era il 16 settembre 1992, il “mercoledì nero”. Giuliano Amato per sostenere le casse dello Stato procedette al “prelievo forzoso” retroattivo del 6 per mille dai conti correnti degli italiani e, in base alle indicazioni del ministro del Tesoro Piero Barucci, dette avvio ad una grande operazione di privatizzazione delle Partecipazioni statali (banche, energia elettrica, trasporti pubblici, Alitalia, industrie manifatturiere, industrie dell’acciaio, comunicazioni, poste, idrocarburi, assicurazioni, agroalimentare, etc.). Lo Stato si spogliava di tutte le sue pregiate proprietà, nell’intento di allontanare la politica dalla gestione delle imprese statali. Su tutta la gestione pubblica, sotto l’effetto delle indagini di Tangentopoli, cadde il sospetto di possibile collusione con la corruzione e vennero varate leggi e norme fortemente restrittive nell’intento di arginare l‘idea che il malaffare fosse in agguato ovunque ci fosse la gestione del politico. In questo crollo finirono anche le miniere del Sulcis Iglesiente e le industrie di Portovesme espressione dell’Eni. Gli operai di Portovesme, per fermare i licenziamenti in massa di oltre 20mila operai promossero la famosa “Marcia per lo sviluppo”. Gli operai iniziarono a marciare il 19 ottobre e, al suono di tamburi di latta, saltarono il mare. Raggiunta Civitavecchia, percorsero a piedi le vie del Lazio fino a Roma, dove vennero accolti da Papa Woytila ma non da Giuliano Amato.
A fine anno, il vortice autodistruttivo coinvolse anche il Sistema sanitario nazionale quando il ministro della Sanità Francesco di Lorenzo il 31 dicembre varò il decreto che iniziò la “privatizzazione” del Sistema sanitario pubblico col DPR 502/1992. Le Unità sanitarie locali (Usl), rette dai sindaci, vennero trasformate in entità rette dai “Direttori generali con autonomia gestionale di diritto privato” nominati dalla Regione all’interno di un elenco di idonei. La “mission” del Sistema sanitario cambiò in modo radicale per due motivi. Primo, i sindaci, che rappresentavano la parte politica, vennero espulsi dalla gestione del sistema sanitario locale; secondo, l’obiettivo dei nuovi amministratori non fu più quello di soddisfare le richieste della popolazione locale ma venne sostituito dall’“equilibrio di bilancio”.
Questo dava ai direttori generali l’opportunità di poter modificare la risposta alle richieste provenienti dal territorio, ignorandone la soddisfazione globale e mettendo al centro il calcolo ragionieristico della salute che doveva ora attenersi a un nuovo criterio: i Livelli essenziali di assistenza (Lea). Oggi, a distanza di 32 anni, sappiamo che tutte le premesse alla legge, che promettevano Uguaglianza, Equità e Prossimità dell’assistenza sanitaria in tutto il territorio nazionale non sono state rispettate. Ciò avvenne a causa della mancanza del “controllore”, cioè la parte politica elettiva rappresentata dai sindaci. Al ministro Francesco di Lorenzo, seguirono le ministre Maria Pia Garavaglia e Rosy Bindi che perfezionarono l’“aziendalizzazione delle Asl”.
Nell’anno 2003 il Governo Berlusconi dettò regole per ridurre la spesa sanitaria dello 0,5% l’anno; ciò comportò il blocco del turn-over del personale andato in pensione e portò all’assottigliamento e disgregazione dei reparti ospedalieri. Col Governo Monti, il ministro Balduzzi emanò norme restrittive per i reparti ospedalieri che, ridotti in povertà di personale dalle norme precedenti, non potevano più funzionare. Ne conseguì la chiusura di ospedali.
Nel 2015 il DM 70 del Governo Renzi pose regole stringenti, basate anch’esse sul risparmio; ne conseguì un peggioramento ulteriore degli ospedali provinciali che portò alla desertificazione del sistema sanitario territoriale a vantaggio della centralizzazione della Sanità. In Sardegna la Sanità pubblica venne centralizzata a Cagliari e Sassari.
Nel 2017 la regione Sardegna, presidente Francesco Pigliaru e assessore della Sanità Luigi Arru, istituì la Ats (Azienda tutela salute). Con tale legge le 8 Asl sarde vennero ridotte a 1 soltanto, che assunse tutte le funzioni delle altre 7. Sopravvissero:
– l’Ats (a Cagliari e Sassari)
– il Brotzu di Cagliari
– il Policlinico Universitario di Cagliari
– il Policlinico Universitario di Sassari
Alle altre 7 Asl venne tolto il nome di “Azienda” e divennero “Aree sanitarie locali”. Erano diventate periferie sanitarie e persero l’autonomia programmatoria e amministrativa precedente. Ne conseguì l’esplosione delle “liste d’attesa” e l’insoddisfazione popolare. Alle elezioni del 2019 la popolazione sarda mandò a casa la Giunta Pigliaru e promosse una nuova maggioranza guidata dalla “Lega” di Matteo Salvini che, capeggiata da Christian Solinas, prometteva di restituire le vecchie ASL alle 8 province sarde. In effetti, la Giunta Solinas produsse rapidamente una sua riforma sanitaria regionale e l’assessore Mario Nieddu varò la legge regionale 24/2020 con cui istituì la Ares (Azienda regionale salute). In realtà però le vecchie Asl non vennero integralmente ricostituite; al posto delle “Aree territoriali sanitarie” vennero identificate le Asl 1-2-3-4-5-6-7-8 che, a parte il nome, non hanno nulla delle precedenti Asl; infatti, non hanno il diritto né di assumere personale, né di far acquisti e programmare. In sostanza non esistono; l’unica vera Azienda capace di programmare e gestire, centralizzando tutti i poteri gestionali, è la Ares di Cagliari e Sassari. Oggi lo stato di degrado direzionale e amministrativo nelle Province è ulteriormente peggiorato e l’insoddisfazione e infelicità dei cittadini sono esplose nelle elezioni regionali del 25 febbraio 2024 con la bocciatura del Governo regionale sardo.
Recentemente un politico esperto ha suggerito di cercare nella legge 833/78 gli strumenti per uscire dalla crisi sanitaria. Quale può essere lo strumento?
Lo strumento che si deve utilizzare nella pubblica amministrazione è sempre lo stesso: il rispetto delle regole democratiche. Queste regole prescrivono che la volontà popolare sia affidata ai propri rappresentanti eletti e, nel territorio, i rappresentati ufficiali dello Stato sono i sindaci. E’ certo che i sindaci non possono entrare nel merito di tutto, ma possono essere i “custodi” degli interessi della gente. Fra questi, oggi, l’interesse più sentito è la Sanità. Dare un nuovo ruolo ai sindaci nelle Asl è fortemente indicato.

Mario Marroccu