23 May, 2026

Una residenza artistica in grado di raccontare il ruolo della donna nella Sardegna contemporanea, ma anche un tentativo di indagare le odierne forme di autodeterminazione collettiva e organizzazione del potere. Sono gli obiettivi di Giudicesse 2030, il progetto di residenza artistica promosso dal CSC Carbonia della Società Umanitaria, e realizzato da U-BOOT Lab in collaborazione con Ottovolante Sulcis.

Venerdì 15 maggio apre il bando per quarta edizione del progetto, che torna a Sant’Antioco dal 22 luglio al 4 agosto 2026, con restituzione pubblica il 5 agosto nell’ambito della rassegna cinematografica Cinesulky, promossa dal circolo Arci Il Calederone.

Scopo della residenza è la realizzazione di un’opera audiovisiva della durata compresa tra 15 e 30 minuti, pensata per la proiezione su schermo. La call resterà aperta sino al 14 giugno, ed è rivolta a registi, filmmaker e artisti visivi con esperienza in ambito filmico e della videoarte, che potranno candidarsi in duo o singolarmente affiancati da un operatore o un’operatrice.

Il compenso previsto è di 5.000 euro complessivi, a cui si aggiungono rimborsi per viaggio e alloggio. La partecipazione alla selezione è gratuita e avviene tramite compilazione del form online disponibile sul sito della Società Umanitaria – CSC Carbonia.

Giudicesse 2030 è un progetto ispirato alla figura delle “regine” giudicali della Sardegna medioevale, non come semplici oggetti di narrazione ma come modelli attraverso cui interrogare il presente. Le loro pratiche di governo diventano un punto di partenza per attivare nuove letture critiche dei processi sociali, in relazione ai temi della sostenibilità, della giustizia sociale e dell’organizzazione del potere.

Il tema dell’edizione 2026 è dedicato a una “politica fuori dalla politica”: un insieme di pratiche, relazioni e forme di azione che emergono al di fuori dei dispositivi istituzionali e che contribuiscono a ridefinire i rapporti di potere e i processi decisionali. La residenza invita a indagare queste forme di autodeterminazione e organizzazione collettiva, capaci di trasformare il modo in cui individui e comunità abitano e interpretano il territorio.

In questo contesto, il territorio di Sant’Antioco non è inteso come semplice sfondo, ma come spazio di relazione e co-produzione. La residenza si svolgerà negli spazi del MuseoDiffuso.exe – Centro Esperienze Creative ex Monte Granatico, attivando un dialogo diretto con la comunità locale e con le dinamiche sociali e culturali dell’isola.

Particolare attenzione è rivolta ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione, intesi non solo come requisiti tecnici, ma come pratiche capaci di incidere sulle modalità di partecipazione e sulle forme di produzione artistica. L’opera finale dovrà essere pensata come un dispositivo aperto e plurale, capace di accogliere diversi livelli di fruizione. L’evento pubblico di restituzione sarà accessibile, con traduzione in LIS e sottotitolazione in tempo reale.

Tutti i dettagli, il regolamento completo e i termini di partecipazione sono consultabili sul sito ufficiale della Società Umanitaria – CSC Carbonia.

Il progetto Giudicesse2030 è finanziato ai sensi della legge regionale 28 dicembre 2018, n. 48, art. 11, comma 26 della Regione Autonoma della Sardegna.

L’edizione 2026 è realizzata con il patrocinio del comune di Sant’Antioco e la collaborazione di Arci Il Calderone APS.

Con decreto dell’assessorato della Difesa dell’Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, pubblicato sul BURAS, è stata integrata la composizione della Commissione di abilitazione venatoria della provincia del Sulcis Iglesiente, attraverso la nomina di Simone Secci componente supplente esperto in legislazione venatoria.
Il provvedimento rafforza l’operatività della Commissione provinciale, organismo fondamentale per lo svolgimento delle attività legate all’abilitazione all’esercizio della caccia nel territorio.
«L’integrazione della Commissione rappresenta un passaggio importante per garantire piena funzionalità e continuità alle attività previste dalla normativa regionaleha detto il vice presidente della provincia del Sulcis Iglesiente e consigliere delegato dell’Ambiente Gianluigi Loru -. Assicurare organismi completi ed efficienti significa offrire risposte puntuali ai cittadini e garantire il corretto svolgimento delle procedure amministrative in un settore particolarmente delicato e regolamentato.»
La provincia del Sulcis Iglesiente continuerà a collaborare con la Regione e con tutti i soggetti coinvolti per garantire il regolare funzionamento delle attività istituzionali legate alla gestione faunistica e venatoria del territorio.

Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.

Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.

Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.

La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.

L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.

Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.

Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L

’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.

Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.

La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.

Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.

Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.

Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.

E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.

Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).

Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.

Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).

Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.

Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.

Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.

Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.

Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.

Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.

Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.

Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.

Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.

Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.

Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.

Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.

E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.

Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.

Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.

L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.

Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.

Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.

Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.

Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.

Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.

Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

Antonangelo Casula

Prima la raccolta di tappi in plastica in appositi contenitori di cartone posizionati nei sei plessi scolastici cittadini, dall’infanzia alla secondaria di primo grado, poi i laboratori didattici che, attraverso un macchinario in miniatura, hanno condotto gli studenti alla scoperta dell’intero ciclo di recupero della plastica con la realizzazione contestuale di piccoli oggetti, come un righello a uso scolastico o un porta saponetta. Una dimostrazione pratica d’ausilio all’educazione ambientale che attraverso il riciclo ha trasformato i tappi in oggetti, riscuotendo particolare apprezzamento tra studenti e insegnanti.

Il progetto, a cui ha aderito nel 2025 l’Amministrazione comunale, è stato promosso dall’associazione AICS – sezione Ambiente, che lo porta avanti a livello nazionale coinvolgendo i ragazzi in ogni angolo della Penisola. «Gli studenti hanno potuto letteralmente “mettere le mani in pasta” grazie a una dimostrazione concreta commenta il sindaco Ignazio Locci che li ha visti protagonisti: per loro, in questi mesi, è stato entusiasmante anche solo raccogliere i tappi e riporli al mattino nei contenitori. Un gioco che si è trasformato in un processo educativo determinante sull’impatto che la plastica ha sul nostro ecosistema. Assistere, nell’immediato, alla creazione di un righello, un oggetto che utilizzano quotidianamente, è un momento che lascia il segno ed evidenzia, senza alcun dubbio, quanto la plastica possa rappresentare una risorsa, se trattata in una logica di riciclo. Abbiamo voluto inoltre premiare le scuole e gli studenti per la collaborazione e l’impegno concedendo a ogni plesso uno stanziamento simbolico di 250 euro per l’acquisto di materiale didattico.»

I tappi raccolti nei mesi scorsi verranno consegnati ad AICS che, attraverso il medesimo processo di sminuzzamento e fusione (illustrato in piccola scala a fini didattici), con macchinari più grandi realizzerà una solida panchina in plastica che verrà posizionata nella direzione didattica dell’Istituto Globale di Sant’Antioco, a simboleggiare il passaggio della plastica usa e getta, di cui i tappi sono rappresentanti, ad un bene durevole.

«È stato particolarmente emozionante vedere la partecipazione attiva e consapevole degli studenti della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado dell’Istituto Globale di Sant’Antioco – commenta l’assessore della Pubblica Istruzione Luca Mereuche hanno preso parte alle attività con entusiasmo, creatività e forte senso di responsabilità. I bambini e i ragazzi hanno dimostrato quanto sia importante investire nell’educazione ambientale e nella formazione delle nuove generazioni con progettualità capaci di trasmettere con semplicità, ma anche con grande forza, valori fondamentali come il rispetto per il territorio, la sostenibilità e la condivisione di buone prassi. Iniziative come questa rappresentano un passo importante nella costruzione di una comunità sempre più attenta all’ambiente e al futuro dei nostri ragazzi.»

Si è concluso il ciclo di conferenze promosso dai Lions Club di Carbonia e Iglesias in collaborazione con il Reparto Psichiatrico di Diagnosi e Cura della Asl del Sulcis Iglesiente, un progetto dedicato alla salute mentale in adolescenza e rivolto agli Istituti Superiori del territorio.
Gli incontri hanno offerto a studenti, docenti e famiglie strumenti utili per comprendere l’adolescenza, riconoscere i segnali di disagio e promuovere il benessere psicologico, affrontando temi come sviluppo emotivo, relazioni e gestione dell’ansia.
Un sentito ringraziamento ai professionisti della Asl, per la competenza e la chiarezza dei loro interventi, e ai dirigenti scolastici, ai docenti e agli studenti per la partecipazione attenta e collaborativa.
Il progetto conferma il valore della collaborazione tra istituzioni e associazioni nel sostenere i giovani e il loro percorso di crescita.

 

L’assessore regionale dell’Industria, Emanuele Cani, ha partecipato questa mattina a un’audizione informale della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati sulla crisi della Ceramica Mediterranea S.p.A. di Guspini, azienda produttrice di grès porcellanato che occupa oltre cento lavoratori diretti e circa una ventina nell’indotto.

Nel suo intervento, l’assessore Emanuele Cani ha innanzi tutto evidenziato le criticità strutturali che penalizzano l’intero comparto industriale sardo e hanno contribuito alla crisi economico-finanziaria della società. In primis i costi energetici, che incidono in modo significativo sulle attività di produzione fortemente energivore, e i sovraccosti legati alla tassa ETS, che si ripercuotono iniquamente sulle imprese gravando sia sul trasporto delle materie prime che sul trasporto del prodotto finito.

L’assessore Emanuele Cani ha inoltre richiamato le criticità correlate all’approvvigionamento delle materie prime, dovute principalmente alla carenza dal punto di vista normativo di un criterio di premialità che favorisca il sistema delle imprese locali.

«Colgo questa occasione per richiamare l’attenzione della Commissione nell’essere da stimolo verso un’attività legislativa che possa intervenire su questi temi di competenza del decisore politico nazionale – ha concluso Emanuele Cani -. Ceramica Mediterranea rappresenta un’impresa strategica in ambito regionale, in quanto unica a sviluppare questo tipo di produzione.»

Entra nella fase attuativa l’Investimento Territoriale Integrato (ITI) del Cammino Minerario di Santa Barbara, progetto strategico finanziato con le risorse del PR Sardegna FESR 2021-2027 e con fondi regionali, con una dotazione complessiva di 13.137.711 euro, di cui 8.637.711 euro a valere sul FESR.

La presentazione ufficiale si è svolta questa mattina nel corso di una conferenza stampa alla presenza del vicepresidente della Giunta e l’assessore regionale della Programmazione, Bilancio, Credito e Assetto del territorio, Giuseppe Meloni, e del presidente della Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e sindaco di Iglesias, Mauro Usai.

«Con questo passaggio, l’ITI del Cammino Minerario di Santa Barbara entra nella fase della realizzazione ha dichiarato l’assessore Giuseppe Meloni -. Finanziamo una strategia integrata che si basa su identità, patrimonio culturale, ambiente, mobilità dolce, accoglienza e nuove opportunità per le comunità locali.»
Il presidente della Fondazione, Mauro Usai ha evidenziato come «l’ITI rappresenta un riconoscimento importante da parte della Regione Sardegna ovvero l’idea che, uno sviluppo realmente sostenibile non solo sia possibile, ma già in atto».

Per dimensione finanziaria, ampiezza territoriale e numero di Comuni coinvolti, il progetto è tra gli interventi più significativi di sviluppo territoriale integrato dedicati ai territori minerari della Sardegna. La stipula delle convenzioni e il trasferimento delle prime risorse consentono ora di avviare la fase operativa, con l’obiettivo di rigenerare il patrimonio storico, ambientale e culturale delle aree minerarie dismesse e creare nuove opportunità per i territori interessati. L’ITI permette di trasformare la strategia del Cammino Minerario di Santa Barbara in azioni mirate, a partire dalla riqualificazione strutturale dell’antica viabilità storica e dei beni in disuso nella disponibilità delle amministrazioni locali. L’esperienza del Cammino ha già mostrato una significativa capacità di attrazione e può contribuire al miglioramento dell’economia locale e al rilancio dei territori attraversati.

«I territori segnati dalla storia mineraria della Sardegna – ha sottolineato Giuseppe Melonicustodiscono una memoria profonda, ma anche potenzialità importanti per il futuro. Il nostro compito, come Regione, è accompagnare questa trasformazione: recuperare ciò che rischiava di restare in disuso e farlo diventare un insieme di infrastrutture capaci di produrre sviluppo, coesione e lavoro. Programmare significa investire dove esistono energie locali, patrimoni da valorizzare e potenzialità ancora non pienamente espresse. Il Cammino Minerario di Santa Barbaraha aggiunto l’assessore della Programmazione risponde pienamente a questa visione e indica una strada possibile per costruire crescita sostenibile e turismo diffuso a partire dai patrimoni locali. Come Regione continueremo a seguire questo percorso con attenzione, perché le risorse programmate devono tradursi in opere, servizi e risultati misurabili per i territori e per le persone che li abitano.»

Nato nel Sud-Ovest della Sardegna, il Cammino Minerario di Santa Barbara ha oggi una dimensione regionale grazie all’estensione del progetto a nuovi itinerari territoriali: il CMSB Nord Ovest nella Nurra, il CMSB Centro Sud nell’Ogliastra, Barbagia di Seulo e Sarcidano e il CMSB Sud Est nel Sarrabus Gerrei, coinvolgendo 51 Comuni e oltre 295 mila abitanti. Negli ultimi anni, il cammino ha già ottenuto risultati significativi: tra il 2022 e il 2025 le presenze sono cresciute di oltre il 464%, confermando la capacità di attrarre flussi turistici anche nei periodi di bassa stagione e contribuendo alla destagionalizzazione dell’offerta turistica regionale.

«Nei primi mesi del 2026 abbiamo registrato una crescita del 30% delle presenze rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – ha sottolineato il presidente della Fondazione, Mauro Usaicon camminatori provenienti da tutta Italia e dall’Europa, anche in mesi tradizionalmente considerati di bassa stagione, quando la Sardegna è storicamente meno presente nei flussi turistici. Questo risultato racconta una trasformazione profonda: il patrimonio minerario, a lungo associato a crisi, abbandono e partenze, oggi si sta rivelando una risorsa viva, capace di generare lavoro stabile e di restituire identità e orgoglio alle comunità locali. Con oltre 13 milioni di euro di investimenti, tre nuovi itinerari che attraversano l’Isola da Nord a Sud e 51 Comuni coinvolti, stiamo dimostrando che l’esperienza costruita nel Sulcis Iglesiente, nell’Arburese e nel Guspinese non è un progetto circoscritto, ma un modello di sviluppo che può parlare a tutta la Sardegna.»

Infrastrutture, accoglienza e accessibilità sono i tre assi principali della strategia dell’investimento. Le azioni previste riguardano il miglioramento e la messa in sicurezza di sentieri, ciclovie e ippovie, insieme al recupero delle ferrovie minerarie dismesse come infrastrutture di mobilità dolce. Sul fronte dell’accoglienza, il progetto prevede il riuso di immobili pubblici per la realizzazione delle posadas, strutture dedicate all’ospitalità di pellegrini ed escursionisti, oltre ad azioni di efficientamento energetico e alla creazione di comunità energetiche a beneficio dei borghi attraversati dal Cammino. Un’attenzione particolare è riservata alla segnaletica, alla sicurezza e all’accessibilità universale, secondo i principi del Design for All.

Prende il via Giacimenti | Nutrimenti, il cantiere aperto per la costruzione del Piano strategico della provincia del Sulcis Iglesiente: un processo partecipativo che coinvolge direttamente le comunità locali nella definizione della visione strategica del territorio.
«Questo Piano Strategico nasce dalla nuova operatività della Provincia del Sulcis Iglesiente – restituita al pieno esercizio delle sue funzioni dopo anni di blocco imposto dalla Legge Del Rio – e dalla volontà di costruire uno spazio reale di ascolto e confronto attorno al suo futuro.»

Lo dice Mauro Usai, presidente della provincia del Sulcis Iglesiente che aggiunge: «Un territorio complesso, attraversato da memorie profonde, grandi trasformazioni e nuove domande, che oggi ha bisogno di rimettere in relazione persone, comunità, competenze ed energie diverse. Lo abbiamo pensato come un cantiere aperto, che prova a partire proprio da qui: dalla capacità di riconoscere ciò che questo territorio è stato, ma soprattutto ciò che può ancora diventare, pensandosi unito».

Il percorso, già avviato nelle scorse settimane, nasce dalla volontà degli amministratori della Provincia di costruire una strategia di sviluppo condivisa e concreta, fondata su un’analisi approfondita delle dinamiche economiche, sociali e demografiche del territorio, sull’ascolto dei bisogni reali delle comunità e sulla valorizzazione delle vocazioni territoriali.
I sindaci della Provincia, primi rappresentanti delle comunità locali e interlocutori privilegiati nella lettura delle esigenze del territorio, sono stati protagonisti della prima fase del lavoro, contribuendo alla definizione del quadro conoscitivo di base e delle principali priorità strategiche.

Giacimenti | Nutrimenti: Il nome dato al cantiere nasce da una considerazione, la necessità di tenere uno sguardo, come base metodologica di questo programma di lavoro, in continua oscillazione fra la memoria di questo territorio e il suo futuro. Se nei racconti delle persone delle comunità della Provincia del Sulcis Iglesiente, a vincere sono spesso i ricordi, quelli lontani, archetipici e dei popoli fondatori come quelli più vicini della sfida alla modernità, delle miniere e delle promesse di ricchezza, si vive nel rischio del sedimento di un’identità retroflessa in cui le aspettative su ogni progetto di rinnovamento e sviluppo è tinto di rivalsa e riscatto e manca di concentrarsi sulle nuove necessità e sui tanti talenti esistenti.
La decisione è stata quindi di scegliere un nome che fosse una parola ‘oscillante’, duale in cui il suffisso potesse considerarsi in continua alternanza: Giaci/Nutri.
Il prefisso iacēre nella sua etimologia latina non si limita all’essere distesi e alla stasi, ma riferisce anche una volontà di risiedere in un luogo; quando accoppiato al suffisso – mento, che rende ‘attiva’ la parola che lo precede, ne risulta quindi uno ‘stare’ come condizione attiva. Nella sua oscillazione il prefisso nutrire indica la crescita, il nutrire verso l’alto. Il risultato in questa accezione è quindi una parola variabile che possiamo leggere in modo nuovo, dinamico, come decisione di stare in un luogo ma con l’attitudine al poterlo nutrire e cambiare dal di dentro, partendo dalla sua profonda comprensione.
Il processo prosegue, articolandosi attraverso una metodologia strutturata di animazione territoriale, organizzata per ambiti, individuati sulla base delle caratteristiche geografiche, socioeconomiche, infrastrutturali e identitarie delle diverse aree del Sulcis Iglesiente. Per ciascuno saranno organizzati incontri aperti a cittadini, associazioni, imprese, operatori economici, realtà culturali, soggetti del terzo settore e stakeholder privilegiati, finalizzati a raccogliere contributi, criticità, proposte progettuali e visioni di sviluppo sui principali temi strategici: sviluppo economico e lavoro, turismo e cultura, ambiente ed energia, infrastrutture e mobilità, servizi alla persona, innovazione e qualità della vita.
Parallelamente alle attività tecnico-specialistiche, prenderà avvio un lavoro etnografico di ascolto del territorio:
una mappatura delle percezioni, delle suggestioni immaginifiche e dei desideri di cittadine e cittadini, finalizzata alla costruzione di un sistema di identità visiva e narrativa della Provincia.
Il 13 maggio si apre il Cantiere dedicato a questo percorso: tre workshop a Iglesias, Santadi e Sant’Antioco, aperti a cittadini e operatori locali, per dare forma simbolica e culturale alla visione condivisa dell’Ente.
Ogni appuntamento riunirà 15/20 persone – cittadini, operatori, rappresentanti del territorio – per costruire insieme, attraverso memorie, storie e oggetti, una grammatica visiva e simbolica condivisa del Sulcis Iglesiente.
Il metodo proposto si fonda sull’idea di “disimparare l’ovvio”: osservare il territorio con uno sguardo nuovo, isolare gli elementi del patrimonio visivo/narrativo comune e restituirli in forme inaspettate. I partecipanti dovranno portare un oggetto personale che rappresenti il proprio legame con il territorio. Da lì il workshop si svilupperà attraverso fasi di ascolto, costruzione simbolica e restituzione collettiva, fino a prefigurare unoscenario futuro: come sarà il Sulcis Iglesiente tra 10 anni?
Gli output dei workshop – mappe concettuali, oggetti narrativi, parole chiave e visioni di futuro – confluiranno nel Piano Strategico e contribuiranno a definirne l’identità comunicativa e progettuale.
I workshop si svolgeranno il 13, 27 maggio e 10 giugno, dalle 14.30 alle 19.30, rispettivamente a Iglesias, Sant’Antioco e Santadi.
E’ possibile dare il proprio contributo al piano strategico o manifestare l’interesse a partecipare attraverso la pagina https://pianosulcisiglesiente.it/partecipa/

L’ASD Fer-Massenti San Giovanni venerdì 8 maggio ha ospitato allo stadio comunale l’atleta paralimpico di carling Egidio Marchese, reduce dalle Paralimpiadi Milano Cortina. Sposato con una ragazza di Perdaxius, Egidio Marchese, originario della Calabria, trasferitosi in Valle d’Aosta, è di casa nel Sulcis e trascorre da anni periodi di vacanza a Porto Pino. Ha accolto con entusiasmo l’invito del presidente Antonio Massenti e ha raccontato la sua storia di atleta paralimpico, trasferendo ai presenti messaggi importanti, improntati al “non arrendersi mai”, anche quando la vita ci propone improvvise difficoltà, come quelle vissute da lui personalmente quando un grave incidente stradale lo ha privato della mobilità e non gli ha più consentito di camminare sulle proprie gambe.
Tra coloro che hanno partecipato all’incontro, c’era anche la sindaca di San Giovanni Suergiu. Elvira Usai.
«E’ stata una serata dedicata ai valori più autentici dello sport quella organizzata dall’ASD Fer-Massenti San Giovanniha detto Elvira Usai -, un momento importante di confronto e crescita per i ragazzi della società sportiva. Attraverso il racconto della propria esperienza, Egidio Marchese ha trasmesso ai giovani atleti il valore dell’impegno, della determinazione e dell’inclusione, mostrando come lo sport possa diventare uno straordinario strumento di crescita personale e superamento dei limiti ha concluso Elvira Usai -. Un grazie alla Fermassenti per aver promosso un’iniziativa così significativa per i nostri ragazzi e per tutta la comunità.»

Storia di un’amicizia con “Le Nostre Donne” di Éric Assous, con Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri, per la regia di Alberto Giusta, coproduzione CMC/Nidodiragno e Teatro Stabile di Verona: una commedia brillante incentrata sul legame di solidarietà e fratellanza fra tre uomini, che si trovano improvvisamente di fronte a un dilemma morale, in cartellone mercoledì 13 maggio, alle 20.30, al Teatro Centrale di Carbonia, giovedì 14 maggio, alle 21.00, al Cine/Teatro “Olbia” di Olbia, venerdì 15 maggio, alle 20.30, al Teatro Costantino di Macomer, sabato 16 maggio, alle 21.00, al Teatro del Carmine di Tempio Pausania e domenica 17 maggio, alle 21.00, al Teatro Civico “Gavì Ballero” di Alghero sotto le insegne della Stagione di Prosa 2025-2026 organizzata dal CeDAC Sardegna.

Max (Luca Bizzarri), Paul (Enzo Paci) e Simon (Antonio Zavatteri) si frequentano assiduamente e sono amici da trent’anni, condividono riti e abitudini, compresa l’immancabile partita a poker e si fidano l’uno dell’altro; tuttavia il loro successo nella vita professionale non basta per fugare dubbi e inquietudini né tanto meno per garantire la felicità nella vita privata. “Le Nostre Donne” indaga proprio nella sfera dei sentimenti, portando alla luce fragilità e incomprensioni, delusioni e fallimenti, mentre le figure femminili, assenti sulla scena, diventano protagoniste nei pensieri e nelle parole dei tre amici. La pièce si interroga sui confini dell’amicizia, su quanto quel legame fatto di spontanea simpatia e complicità maschile possa influenzare le scelte e i comportamenti, su quali responsabilità e impegni comporti, nei momenti cruciali.

“Le Nostre Donne” è una commedia divertente, raffinata e dissacrante, leggera e spietata al tempo stesso, dal ritmo inarrestabile, ricca di colpi di scena e ribaltamenti di ruolo, incentrata proprio sul rapporto complicato dei tre amici con quelle creature enigmatiche (citate nel titolo), con i loro desideri segreti e le loro molteplici esigenze, la loro sensibilità e la loro inattesa durezza, difficili da comprendere, comunque «amate, odiate, rimpiante» e costantemente evocate nei discorsi dei loro uomini in crisi.

La pièce del celebre drammaturgo, regista e sceneggiatore franco-tunisino Éric Assous (Premio Molière nel 2010 per “L’Illusion conjugale” e nel 2015 per “On ne se mentira jamais” e Grand Prix du Théâtre de l’Académie Française nel 2014 per le sue opere teatrali), già interpretata con successo a Parigi da Jean Reno e Daniel Auteuil con Richard Berry (che firma anche la regia dell’omonimo film, “Nos Femmes”, con Daniel Auteuil) approda in Italia, nella traduzione di Giulia Serafini, con un affiatato cast, per una riflessione sull’importanza dell’amicizia e sulla forza delle passioni, sulle imperscrutabili ragioni del cuore e sulla lealtà.