21 February, 2026

Il Governo volta le spalle alla Sardegna e alle sue aree di crisi più fragili: la mobilità in deroga per il 2026 non sarà rifinanziata, lo si legge nell’ultima legge di Bilancio nazionale e viene confermato da una Circolare ministeriale adottata lo scorso 10 febbraio. Il risultato è drammatico: oltre 300 famiglie di ex lavoratori delle aziende attive nelle aree di crisi complessa di Porto Torres e Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, vengono lasciate senza alcun sostegno.

«Una scelta politica precisasottolinea l’assessora del Lavoro Desirè Mancache ancora una volta colpisce le fragilità e calpesta i territori più vessati. Parliamo di lavoratrici e lavoratori già segnati da anni di crisi industriale, di promesse mancate, di riconversioni mai compiute. Negare la mobilità in deroga significa mandare sul lastrico centinaia di famiglie in uno dei territori più colpiti dalla desertificazione produttiva.»

«La Legge di Bilancio nazionaleprosegueha escluso questi lavoratori, sottraendo alla Sardegna risorse che, secondo una stima, ammontano a circa 6 milioni e 300mila euro. Ci siamo immediatamente attivati per sollecitare una risposta e lo abbiamo fatto in più sedi: attraverso la Commissione Lavoro della conferenza delle Regioni, dove in accordo con le altre Regioni abbiamo presentato emendamento per ripristinare la norma scritta come negli anni precedenti, lo abbiamo fatto chiedendo lumi direttamente agli uffici del Ministero del Lavoro e anche nell’ultima seduta della Commissione Lavoro, nella quale è stata accolta all’unanimità la mia richiesta di inviare una missiva alla Ministra per sottolineare questa grave mancanza. Dal Ministero è arrivata una comunicazione chiara: per la Sardegna per il 2026 la mobilità in deroga non è stata prevista. Chi lo spiega adesso ai lavoratori del Sulcis che, ancora una volta, vedono la Sardegna relegata in fondo all’agenda politica nazionale? Chi spiega alle famiglie chela manovra di guerra si è dimenticata di loro?»

«Si tratta di persone che vivono in un’area tra le più martoriate dell’Isola, dove il lavoro non è solo reddito ma riscatto sociale e dignità. Togliere questo sostegno significa ignorare consapevolmente le condizioni reali delle comunità locali. Non possiamo accettare in silenzio questa decisione. Non resteremo a guardare mentre oltre 300 famiglie vengono abbandonate. Insieme ai sindacati, a livello regionale e nazionale, daremo battaglia affinché il Governo torni sui propri passi e garantisca la copertura della mobilità in deroga per il 2026. La tutela del lavoro e delle fragilità sociali non può essere subordinata a logiche ragionieristiche. Qui non si parla di numeri – concludema di famiglie, di diritti, di futuro.»

A tanti abitanti di Iglesias e del circondario, interessati all’argomento, non è passato inosservato il livello di riempimento del lago Corsi, il bacino artificiale generato dallo sbarramento del Rio Canonica in località Punta Gennarta. A fronte di informazioni quasi quotidiane sulla situazione degli invasi della Sardegna, dopo le copiose piogge di queste settimane, che registrano nella quasi totalità dei bacini artificiali della Sardegna il livello di riempimento al massimo della loro capacità o prossimo al massimo livello, nella diga di Iglesias, dati di oggi, si registra “solo” un 42 percento della sua capacità massima stabilita in poco più di 12 milioni di metri cubi.

Al 31 gennaio, come si vede nella tabella del Distretto Idrografico della Sardegna, la capacità di riempimento era al 27,60 percento. Il che vuol dire che in circa dieci giorni il bacino di Punta Gennarta ha raccolto circa 1,7 milioni di metri cubi d’acqua.

Un buon risultato, che poteva essere ancora migliore se l’acqua che sgorga dalle sorgenti di Domusnovas, attraverso il Rio Sa Duchessa, dopo aver attraversato le magnifiche grotte di San Giovanni, venisse, in parte, intercettata per essere pompata e riversata, appunto, nell’invaso di Punta Gennarta. Una soluzione, divenuta una necessità, anche per sostenere le attività minerarie e il fabbisogno idrico della zona, in quanto la grotta rappresenta “un sistema carsico attivo”. Questo vuol dire che quando le piogge si fanno copiose ed abbondanti, come appunto quelle di queste settimane, riempiono i condotti sotterranei, in particolare quelli noti come “Su stampu’e Pireddu”, generando portate d’acqua notevoli, richiedendo, quindi, una gestione idraulica del sistema. In realtà la stazione di pompaggio realizzata “a bocca di grotta” ha sempre assolto ai suoi compiti, quando le piogge, ovviamente, lo permettono. Da qualche tempo, però, si è verificata un’interruzione di questo servizio, denunciata perfino con una nota pubblica del consigliere regionale di FdI Gigi Rubiu che parla di “assurdi sprechi e gestione superficiale della preziosa risorsa idrica” sollecitando, da parte dell’Enas, l’immediato ripristino della stazione di pompaggio. Il direttore generale dell’Enas, Ente Acque della Sardegna, responsabile della gestione del sistema idrico regionale, ing. Giuliano Patteri, contattato al telefono, ha spiegato che “è in atto un completo revamping della stazione di pompaggio finanziato con i fondi del PNRR”. Ha puntualizzato anche che i Comuni interessati sono a conoscenza dell’intervento che ha preso avvio circa due anni fa e che dovrà essere, necessariamente, portato a termine entro agosto, termine ultimo per la spendita delle risorse comunitarie del “Next Generation EU”.

Ci sarebbe però, in territorio di Iglesias, un altro invaso artificiale, oggi non utilizzato, che potrebbe raccogliere circa un milione di metri cubi: è la diga di Monteponi, sul Rio Bellicai. risalente al 1955, anno di collaudo da parte della Società mineraria Monteponi, che finanziò l’opera perché funzionale alle proprie attività minero-metallurgiche.

A corredo della diga, la Monteponi costruì anche la Casa di Guardia che affidò ad un dipendente con compiti di custodia. Il fabbricato di Guardia venne anche utilizzato come Stazione Meteorologica della rete di stazioni del Genio Civile di Cagliari, con raccolta e registrazione delle precipitazioni e temperatura ambiente (pluviografo statico + termografo meccanico) a cadenza quotidiana.

 La casa, successivamente, è stata praticamente abbandonata dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Nell’insieme si tratta di una struttura curata nei dettagli costruttivi e pregevole nelle finiture che, già recuperata, andrebbe salvaguardata dall’incuria e dagli atti di vandalismo ed utilizzata per diventare, ad esempio, un piccolo museo con punto d’appoggio per i tanti escursionisti amanti della Sardegna e della sua straordinaria natura.

Dal 2003 sia la Diga Monteponi che la Casa di Guardia sono passate alla competenza, prima, del Consorzio di Bonifica del Cixerri e oggi all’ENAS (Ente Acque della Sardegna).

Carlo Martinelli

(Le foto sono tratte dal sito ufficiale dell’ENAS)

A Carbonia è già iniziata una lunghissima campagna elettorale, ad oltre un anno dalle elezioni Amministrative in programma nella Primavera 2027. I maggiori fermenti si registrano da tempo tra i partiti che governano la Regione, più che mai divisi in città dopo la frattura maturata nelle elezioni dell’autunno 2021. Negli oltre quattro anni di consiliatura, la frattura che portò alla candidatura di Luca Pizzuto, oggi consigliere regionale e leader regionale di Sinistra Futura, candidato alla carica di sindaco in alternativa al candidato del PD Pietro Morittu risultato eletto sindaco al primo turno, non è stata sanata e le distanze si sono addirittura ampliate. La conferma arriva dall’iniziativa avviata lo scorso 6 febbraio da una parte del cosiddetto “Campo largo regionale” per la formazione di un Polo Progressista per Carbonia. Intorno allo stesso tavolo si sono ritrovate le delegazioni di Sinistra Futura Carbonia, M5S, PSI, Orizzonte Comune, Cattolici per Carbonia, forze politiche, movimenti e cittadini, tra i quali anche il consigliere comunale del gruppo misto Daniele Mele, candidato nella lista dei Riformatori sardi alle elezioni regionali 2024, «interessati alla costruzione di una coalizione progressista alternativa all’attuale maggioranza del polo civico con aree di centrodestra che governa la città di Carbonia», si legge nella nota diffusa questa sera.
«Tra i partecipanti è emersa una domanda: Il Partito Democratico si unirà al campo progressista locale? – si legge ancora nella nota -. Nella discussione sono state evidenziate le principali criticità dell’azione amministrativa attuale e la necessità di un cambio di rotta, con l’urgenza di ripartire da temi centrali come il lavoro, le politiche sociali, i servizi pubblici, l’ambiente, la partecipazione democratica, la valorizzazione delle frazioni e delle periferie. È l’inizio di un percorso condiviso, basato sull’unità delle forze progressiste e sull’ascolto della società civile, con l’obiettivo di costruire un progetto politico credibile ed ambizioso, capace di restituire a Carbonia una prospettiva per il futuro e ridarle il ruolo guida del territorio».
«Siamo e rimaniamo aperti al dialogo e all’incontro con cittadini e cittadine, e alle aree politiche che condividano questa visione, per costruire insieme un progetto per il futuro della nostra comunità», conclude la nota.

Sarà la poesia, nella sua capacità di generare una coralità di emozioni e di attraversare le differenze linguistiche, il cuore di Creature, il nuovo progetto triennale di residenze artistiche della compagnia La Fabbrica Illuminata, che prenderà il via, per la prima annualità, il 14 febbraio a Portoscuso.

I versi in sardo e in italiano delle poetesse Anna Cristina Serra di San Basilio e Antonella Anedda nata a Roma ma di origini sarde, costituiscono l’asse drammaturgico del progetto, dedicato a nove giovanissime artiste. La poesia, archetipo della parola che svela e rivela, è giocata nell’incontro-scontro tra la lingua sarda e l’italiano: Serra scrive in sardo e la traduzione in italiano è successiva e personalmente curata dall’autrice; Anedda compone invece direttamente in italiano ma, forte delle sue radici isolane, inserisce in alcune raccolte anche qualche poesia in lingua sarda. L’attraversamento tra i due codici linguistici genera una sinergia inedita capace di interferire, mescolarsi e sviluppare nuove risonanze.

Quest’anno si inizia con le allieve attrici Anna-Lou Toudjian del Teatro delle Albe, Manila Tunesi della scuola bolognese Galante Garrone e la giovane cantante sardofona Maria Atzori, allieva di Claudia Aru. Il percorso è condotto dall’attrice Martina Carpi del Piccolo di Milano e da Renata Palminiello, attrice e pedagoga già insegnante alla Scuola di Teatro di Bologna Galante Garrone, alla Paolo Grassi di Milano, alla Scuola dello Stabile di Torino e al Laboratorio Nove di Sesto Fiorentino; dalla cantante e autrice Anna Lisa Mameli e dal musicista Corrado Aragoni. La consulenza tecnico-letteraria è di Laura Medda.

Poesie e canzoni saranno sapientemente cucite su una poesia del tessuto diretta dal costumista Marco Nateri, con il coinvolgimento della sarta locale Mariangela Musu, in sintonia con la scelta drammaturgica alla radice di Creature, che la direttrice artistica e ideatrice Elena Pau definisce: «L’incontro tra lingue, tra artisti, tra discipline e tra arte e territorio. Recitazione, canto tessuti e movimento scenico si intrecciano in un’esperienza che valorizza l’interdisciplinarità delle arti e il confronto tra sensibilità artistiche diverse. Quel che offriamo non è solo una concreta opportunità di formazione attoriale, ma anche dialogo con il pubblico e il confronto reciproco tra talenti con il coinvolgimento del tessuto culturale locale in un’ottica di scambio e partecipazione attiva della comunità». I laboratori sono infatti aperti alla comunità di Portoscuso e coinvolgono associazioni culturali, il Coro polifonico femminile diretto da Nadia Fois e la Banda musicale Ennio Porrino diretta da Ambra Beretta.

Le restituzioni pubbliche si svolgeranno nella Sala Corpus della Tonnara Su Pranu il 22 febbraio con Bentu Maistu e il 1° marzo con Bentu de Soli.

In allegato la locandina e le 3 giovani attrici Anna-Lou Toudjian, Manila Tunesi, Maria Atzori.

Un volume (un mattone) costituito da 15 capitoli, per complessive 595 pagine, che suggerisco di leggere agli amici Mario Marroccu e Salvatore Arca – che da diverso tempo alimentano autorevolmente, su questo giornale, il dibattito della sanità del Sulcis Iglesiente – è il ventunesimo Rapporto sanità del Centro per la ricerca economica applicata in sanità (CREA), presentato il 21 gennaio 2026 presso la Sala Plenaria del CNEL. Il Centro per la ricerca economica applicata in sanità (C.R.E.A. Sanità), nasce nel 2018 e realizza le sue attività grazie al team di ricerca che opera da oltre vent’anni nell’Università di Tor Vergata.
Attraverso la pubblicazione di questo volume, disponibile anche online al link (https://www.creasanita.it/attivitascientifiche/rapporto-sanita-2025-edizione-xxi/), il Rapporto si propone di diffondere ricerche nel campo dell’economia, della politica e del management sanitario, fornendo elementi di valutazione sulle performance del SSN e analizza l’evoluzione del sistema sanitario dagli anni ’80 a oggi.
Si tratta di un testo complesso, nonostante ogni capitolo possieda una sintesi o delle riflessioni finali ed è corredato da key indicators, e non è facile offrire osservazioni; solo alcuni autori come Umberto Eco, riuscirebbero a riassumere i 15 capitoli in meno di una cartella dattiloscritta (Umberto Eco (a cura di). Elogio del riassunto. Milano: Edizioni Henry Beyle, 2025). Senza avventurarmi in una profonda analisi critica del documento, mi limiterò a sfogliare qualche capitolo e proporre alcune riflessioni, rubando anche qualche sensazione a Marco Geddes da Filicaia, (medico epidemiologo esperto di sanità pubblica) e a Francesco Taroni (professore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e uno dei massimi esperti delle politiche sanitarie e della storia del Servizio Sanitario Nazionale).
Il documento descrive il dibattito attuale sullo stato del servizio sanitario italiano come diviso tra “trasformatori”, che ritengono superati alcuni principi della legge 833, e “manutentori”, che temono la privatizzazione del sistema e difendono il SSN, considerandolo sotto-finanziato e vittima di scelte sbagliate di politica sanitaria.
Una serie di rapporti di alcuni prestigiosi centri di ricerca ritiene di poter distinguere oggi in Italia due “fazioni”: da un lato i “manutentori” che, appoggiandosi a “narrazioni consolatorie”, intendono conservare l’esistente; dall’altro i “trasformatori”, che – per assicurare la sostenibilità futura del SSN – ravvisano la necessità di un cambiamento radicale, “un salto di paradigma”, pur riaffermando l’importanza di una tutela pubblica della salute.
Alla prima categoria, accanto a coloro che ascrivono i problemi attuali al finanziamento insufficiente del SSN, apparterrebbe anche il recente disegno di legge delega recante “Misure in materia di riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale ed ospedaliera e revisione del modello organizzativo del Ssn”, che si limita a una estensiva, seppur generica, revisione degli standard di funzionamento dei servizi pubblici.
I “trasformatori”, estensori del XXI Rapporto Crea, rivendicano la revisione di alcuni dei principi fondamentali del SSN (in primis l’universalismo e la globalità delle tutele) e la necessità di aggiungerne altri, come, per esempio, la meritorietà sociale della domanda in ragione delle caratteristiche individuali. Su questo, il Rapporto auspica “un dibattito ‘costituente’ sulle prospettive future del servizio pubblico” per riparare alla rottura del “patto di equità”, che sarebbe all’origine del SSN e causa della legittimità perduta da ricostruire sulla nuova base di un razionamento esplicito delle prestazioni offerte.
Sfogliando il documento, si legge da subito nell’abstract che, rispetto agli anni ’80, la quota di famiglie che spende privatamente per la Sanità è aumentata dal 50,8% al 70%: un risultato disallineato rispetto alla “promessa” di una copertura universale e globale dei bisogni di salute, intrinseca nella istituzione del SSN
L’84% dell’incremento del numero di famiglie soggette a spese sanitarie private si è accumulato negli anni ’90: e in quel decennio la spesa pubblica è aumentata del 4,4% medio annuo (+0,8% in termini reali), mentre quella privata più del doppio (+10,7%). Dopo il 2000 la spesa pubblica e quella privata sono però cresciute allo stesso ritmo (+2,7% medio annuo, pari al +0,7%, in termini reali).
La crescita del numero di famiglie che spendono privatamente per la Sanità, va quindi in parallelo con quella della spesa: l’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci delle famiglie si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3%, e toccando il 6,8% per quelle “meno istruite”; anche in questo caso il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6%.
Il Servizio sanitario nazionale ha dovuto ricorrere a forme di razionamento implicito per garantire la sua sostenibilità finanziaria, che spiegano il peggioramento dei livelli di equità della tutela precedentemente richiamati: si pone quindi il tema di valutare se un aumento della spesa (ovvero del suo finanziamento) possa essere risolutiva; ma le cifre necessarie sono difficilmente raggiungibili se non altro perché sono molti i settori in competizione per avere maggiori allocazioni di risorse pubbliche (in primis l’istruzione, gravemente sottofinanziata).
Per garantire il mantenimento del SSN, secondo i trasformatori, è allora necessario ora un cambio di paradigma per le politiche sanitarie (e in particolare per la regolamentazione pubblica), che devono essere sempre più declinate in termini di Sistema Salute piuttosto che di Servizio Sanitario.
In realtà, nella storia dell’istituzione del SSN non c’è alcun “patto fondativo” che rechi una “promessa” cioè – letteralmente – un impegno contrattuale coi singoli cittadini. Alla sua origine c’è invece l’impegno di tutti a realizzare un processo di emancipazione collettiva dei diritti individuali (quelli dell’art. 3 della Costituzione): in questo senso diritti individuali e interesse della collettività sono coincidenti.
In pratica, si trattava di trovare un ordinamento che permettesse di sostituire l’apparato mutualistico, che si era dimostrato una macchina di moltiplicazione delle differenze geografiche, sociali e di genere, oltre che dei costi, con un sistema che realizzasse un equilibrio fra costi, qualità ed equità nell’accesso.
I vari articoli della legge 833, che toccano direttamente o indirettamente il tema dell’equità nella distribuzione delle risorse, nell’accesso e negli esiti di salute, sono molto più cauti e processuali di quanto non venga comunemente rappresentato.
È importante evidenziare che i sostenitori della legge 833 hanno forse sopravvalutato il ruolo della sanità come un’infrastruttura sociale in grado di mitigare i fattori di iniquità del contesto politico-sociale in un paese inesorabilmente duale e sottovalutato l’impatto dei determinanti sociali, politici e commerciali della salute e dell’utilizzazione dei servizi sanitari. Come è noto, i problemi dell’attuazione della legge 833 sono nati contestualmente alla sua approvazione, con la rottura dell’anomala maggioranza che l’aveva sostenuta e gli effetti della crisi del petrolio sulla economia. Nel tempo, il SSN ha realizzato un rimarchevole contenimento dei costi complessivi di un sistema sempre più frammentato in un paese inesorabilmente duale. Peraltro, l’equilibrio fra costi, qualità ed equità è un problema che nessun sistema sanitario ha risolto, tanto che la combinazione di questi elementi è ritualmente proposto come un classico esempio di una triade logicamente inconsistente (inconsistent) perché i suoi elementi sono combinabili soltanto a due a due.
Il CREA interpreta l’aumento della spesa sanitaria privata (che ha raggiunto 43,3 miliardi di euro, il 24,2% del totale) come prova del fallimento del SSN e della necessità di una sua trasformazione radicale.
La spesa privata si distribuisce su tre quarti delle famiglie italiane (il 73,5 % secondo Istat) ma, come mostra Banca d’Italia, il suo ammontare si concentra per l’80% nelle famiglie con un reddito lordo superiore a 85.000 euro annui. Tuttavia, i suoi effetti negativi come impoverimento e spese catastrofiche colpiscono principalmente le famiglie meno abbienti, e gli strumenti in atto per mitigarne il rischio finanziario come gli sconti fiscali in realtà lo aggravano. I beni scambiati sul mercato privato sono principalmente farmaci (24% della spesa privata totale), cure odontoiatriche (19%) e visite specialistiche (15%). Quello che è importante rilevare è che soltanto una parte della spesa privata è espressione di scelte personali. Una parte significativa di tale spesa è, infatti, “obbligata” dall’assenza programmatica di un’offerta pubblica (per esempio, la spesa per cure dentali) o “necessitata” da regole amministrative del SSN (per esempio, il ticket sui farmaci). Anche la spesa necessitata può essere determinata in parte da preferenze individuali come, per esempio, nel caso della scelta fra un farmaco generico (gratuito) e quello “di marca” o “griffato”, per cui si paga la differenza di prezzo.
L’intreccio fra offerta pubblica e scelte private è massimo nel caso delle visite specialistiche ambulatoriali.
Sulla scelta del privato incidono certo la capacità dell’offerta pubblica e il suo costo così come le preferenze personali riguardo alla qualità percepita della prestazione, inclusa la possibilità di scelta riguardo a tempi e orari di accesso. Ma entro questa ampia categoria di prestazioni esiste un’estrema varietà di situazioni
legata alla specialità interessata (il ricorso alla spesa privata è più frequente in ostetricia rispetto a cardiologia, per esempio) e al motivo della visita (per esempio, le visite di follow-up per patologie oncologiche sono in genere protette dalla programmazione pubblica).

Pertanto, l’ammontare complessivo della spesa sanitaria privata è l’effetto congiunto di una varietà di fattori che agiscono diversamente nel tempo e nello spazio: scelte politiche che definiscono l’ambito delle tutele; regole amministrative che stabiliscono il costo della compartecipazione, talora in rapporto anche  alle preferenze individuali; capacità produttiva, programmazione operativa e qualità dell’offerta pubblica; prezzo della prestazione sul mercato privato e possibilità di mutualizzare o assicurare il suo costo; capacità di spesa del singolo e della famiglia; preferenze individuali più o meno irrobustite dalla cultura personale e influenzate dalla propaganda commerciale. Per tutti questi motivi non è corretto illustrare il complesso della spesa privata nella sua indistinta globalità, tanto meno come lo specchio, il riflesso rovesciato delle “promesse mancate” del SSN.
Ciascuna tipologia di bene consumato sul mercato privato andrebbe esaminata singolarmente per coglierne le ragioni specifiche e i suoi attori principali. Se manca questa analisi, l’unica alternativa è sviluppare strumenti di mitigazione del rischio finanziario, come gli sconti fiscali oppure la sua mutualizzazione o assicurazione, che però aggravano l’iniquità della sua distribuzione e lasciano intatte le cause che l’hanno generato.
Il Rapporto Crea presenta dati sull’andamento della spesa sanitaria pubblica e privata a partire dalla metà degli anni ’80, per smontare quello che definisce un “falso mito” mostrando che la “privatizzazione strisciante” del sistema si è concentrata negli anni ’90, durante la prima riforma del SSN, e non dopo il 2001 con il federalismo.
Secondo Geddes, questa ricostruzione storica ha procurato un certo disorientamento, a partire dalla caratterizzazione delle tre fasi in cui si sarebbe sviluppata la cosiddetta “privatizzazione. La riforma Amato-De Lorenzo del 1992 è stata il primo (e finora unico) tentativo di restringere il perimetro delle tutele del SSN per favorire la creazione di mutue e assicurazioni (in questo caso, una vera “privatizzazione”, per quanto infruttuosa). Ma soprattutto, il d.lgs. 502/92 riduceva i livelli essenziali di assistenza a meri “obiettivi”, diminuiva fortemente il finanziamento del SSN e imponeva alle Regioni vincoli di bilancio “rigidi”, che avrebbero dovuto negare la possibilità di interventi statali di ripiano dei loro disavanzi.
Combinati alla crisi economica (e istituzionale), in quegli anni tutti gli elementi erano allineati (tranne la compressione della capacità di spesa delle famiglie) per un aumento della spesa privata a compensazione della riduzione spesa pubblica. Lo sconcerto nasce invece dalla caratterizzazione della riforma “federale” del 2001 come uno strumento di controllo della spesa regionale, che era già in essere fin dal 1992, e, soprattutto, dal silenzio sugli effetti della politica adottata dopo la crisi economica e del debito sovrano del 2008-2011. Anche all’interno del relativamente breve intervallo di tempo per cui sono disponibili dati confrontabili sull’andamento della spesa privata, fra il 2013 e il 2019 le politiche di austerità seguite alla grande recessione hanno compresso la spesa sanitaria pubblica (principalmente per il personale) ad un tasso di incremento medio annuo dell’1% contro il 3% della spesa privata, che ha aumentato il peso sulla spesa sanitaria totale (dal 24,2 al 26,2%) e sul reddito disponibile delle famiglie (dal 3,2 al 3,4%).
Dal punto di vista finanziario come da quello dell’organizzazione dei servizi questi sono stati anni decisivi per il SSN e per lo sviluppo dei mercati delle prestazioni alternative all’offerta pubblica. Basti pensare che, per esempio, tutti i principali provvedimenti di riorganizzazione dell’assistenza territoriale, dalla medicina generale nel 2012 al DM 77 post-pandemia, sono stati adottati a invarianza di risorse. E questa inerzia organizzativa ha certamente inciso anche sull’andamento della spesa privata in misura anche maggiore del grado di compressione della spesa pubblica.
Se concordiamo che il problema principale è la stagnazione economica italiana e non il disegno istituzionale del SSN, perché la soluzione prospettata dovrebbe essere la “trasformazione radicale” del Servizio, piuttosto che l’attuazione di politiche di rilancio della crescita economica?
Taluni ritengono che la spesa sanitaria privata non sia aumentata affatto, visto che si mantiene da anni attorno al 2,2% del Pil, e/o che in ogni caso non siano “preoccupanti” i suoi effetti, di cui si occuperà comunque il mercato assicurativo o qualche provvidenza statale per i più bisognosi. Altri ritengono che sia un importante valore di libertà disporre di un comparto sanitario privato, a pagamento, in alternativa a quello pubblico, gratuito.
A partire da certe assunzioni (spesso definite “vincoli”), certe conclusioni risultano inevitabili. Per esempio: ilgoverno del momento dichiara di aver destinato alla sanità la cifra più alta di sempre e incrementi ulteriori, per raggiungere, per esempio, i 30 miliardi che il Rapporto CREA stima servirebbero per colmare il fabbisogno del SSN, sembrano impossibili da pensare.

Se anche la crescita economica fosse meno pigra, le compatibilità macroeconomiche sono difficili da aggirare sia per i più stringenti vincoli dell’Unione Europea sia per l’oggettiva necessità di liberarci dai vincoli del debito eccessivo; una riallocazione della spesa pubblica appare impossibile, con il gravame della spesa per le pensioni e la necessità (inevasa) di rifinanziare l’istruzione; risorse ulteriori sono difficilmente reperibili attraverso la fiscalità generale, stante l’imperativo politico di ridurre l’imposizione fiscale e le maggiori spese per la guerra dei dazi e per il riarmo.
La novità rispetto alle passate velleità di modernizzazione del SSN è che i rapporti dei principali centri di economia e di management annunciano concordi che non ci sono più margini per risparmi da ulteriori “efficientamenti”, con ciò facendo cadere la grande promessa del new public management.
Per di più, non si può sperare in un aumento “spontaneo” della spesa sanitaria privata perché, come riconosce lo stesso Rapporto, oggi «gli italiani spendono privatamente già più di quanto atteso sulla base della loro disponibilità economica» in rapporto agli altri paesi di prima adesione all’Unione europea. Dal momento che non c’è alternativa, può apparire persino naturale, prima ancora che necessario, ridurre l’ambito delle tutele del SSN in ragione delle risorse che gli possono essere messe a disposizione, con buona pace delle ripetute pronunce in merito della Corte costituzionale. Il razionamento delle prestazioni costringerà gli italiani a dedicare una quota maggiore del proprio reddito alla spesa sanitaria privata, aumentando la sua quota “obbligata” e anche quella “necessitata” e, contemporaneamente, aprendo anche un interessante mercato a fondi e assicurazioni.
Il Rapporto propone come soluzione chiave il passaggio da un ‘razionamento implicito’ (che penalizzerebbe i più deboli) a un ‘razionamento esplicito’ delle prestazioni Lea, definendo i “confini dell’azione del SSN” in funzione delle «risorse effettivamente disponibili».
Il Rapporto invita ad «esplicitare le priorità di intervento» elaborando nuovi criteri di meritorietà sociale della domanda che permettano una sua selezione e rifugge dall’usare il termine razionamento, salvo per stigmatizzare quello implicito che sarebbe messo in atto dai professionisti nei confronti dei pazienti inconsapevoli e meno protetti. I motivi sono comprensibili: un razionamento esplicito operato dallo Stato reca sempre con sé un’aura di penuria e di costrizione, e, se applicato ad un ambito delicato come la assistenza sanitaria, rischia di provocare una ripulsa pressoché immediata e di generare ulteriore sfiducia verso “la politica”. Di razionamento però certamente si tratta, anche se in una forma originale rispetto al contesto internazionale, «escludendo dai Lea le terapie nel caso impattino limitatamente sul bilancio familiare»”. I criteri di selezione delle prestazioni da includere nella tutela pubblica dovrebbero riguardare non il loro impatto sulla salute o sulla dignità della persona, come hanno finora tentato senza successo innumerevoli altri paesi, ma considerare piuttosto la sostenibilità del loro prezzo in ragione del bilancio familiare di ciascuno.
Una proposta originale nel panorama internazionale, ma in curiosa sintonia con l’eliminazione de «il piccolo rischio (finanziario) di malattia» dalle tutele INAM avanzata nel 1955 dal suo presidente Petrilli, per cui nel nuovo sistema di tutela «per i piccoli rischi provvederebbe il beneficiario con le variazioni del proprio bilancio, mentre la solidarietà sociale sarebbe immediatamente operante allorquando il danno economico conseguente alla malattia fosse tale da sconvolgere il bilancio del lavoratore».
Al di là delle ricorrenze storiche, l’originalità della proposta non permette di avvalersi delle numerose (e deludenti) esperienze internazionali. Fra le più note, il progetto dell’Oregon aveva sviluppato un sofisticato algoritmo per selezionare un certo numero di coppie condizione-trattamento in ragione del loro rapporto costo-utilità, tenendo conto delle preferenze espresse e dell’impatto sullo stato di salute di ciascuna. In Olanda, una Commissione nazionale di esperti aveva avuto il compito di selezionare le prestazioni da garantire secondo quattro criteri (necessità, efficacia, efficienza e responsabilità personale), di natura al tempo stesso etico-sociale, clinica ed economica. In nessun caso il processo di selezione ha mai riservato un’attenzione esclusiva al costo della prestazione e all’impatto sul reddito del destinatario (o della sua famiglia) come sembrano suggerire le prime informazioni sulla proposta.
Sembra quindi legittimo dubitare della praticabilità dell’obiettivo enunciato, ben oltre le preoccupazioni sull’affidabilità delle dichiarazioni dei redditi. Ma quel che più importa è ovviamente il risultato di un simile progetto che istituzionalizzerebbe un sistema di assistenza sanitaria a due o più livelli in ragione del costo della singola prestazione e del reddito, individuale o familiare. Una curiosa soluzione a un problema che era stato inizialmente definito come il venir meno di un patto di equità.
Il ragionamento di fondo che emerge dal Rapporto potrebbe riassumersi così: «Fino ad ora c’è stato un razionamento implicito e (anche) per ciò particolarmente iniquo. Bisogna promettere ciò che possiamo mantenere. Poiché le risorse sono limitate a causa del debito pubblico e della debole crescita dell’economia, ridiscutiamo i parametri del SSN, che peraltro deve integrarsi con i bisogni sociali, cioè ibridizzarsi. Peraltro, nella remota ipotesi che si riuscisse ad avere una maggiore disponibilità di risorse, queste dovrebbero essere spartite con altre priorità di valore analogo: scuola e ricerca».
La soluzione che in più pagine emerge nel documento è quella del secondo pilastro assicurativo Si legge a pagina 146: «…la questione dirimente e fondamentale resta la natura delle prestazioni erogate, ovvero la contrapposizione fra prestazioni integrative o sostitutive dei Fondi. Peraltro, limitare l’attività integrativa alle sole prestazioni non incluse nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) svuoterebbe di significato il ruolo dei fondi».
Sono totalmente assenti valutazioni di tale approccio sotto il profilo della equità (la distribuzione differenziata per territori  e per livelli occupazionali, dato che il riferimento è alle compagnie di assicurazione operanti nel mercato della sanità integrativa contrattuale), del costo indiretto per l’erario applicando i previsti benefici tax expenditures (agevolazioni, esenzioni, detrazioni, deduzioni o aliquote ridotte che riducono il prelievo fiscale per specifici contribuenti, categorie o attività rispetto a un sistema tributario standard), dell’incremento di prestazioni conseguenti, anche nell’ambito del servizio pubblico, come  evidenziato da un’ampia letteratura.
Peraltro l’accettazione “realistica”, per così dire, di risorse limitate per il sistema di welfare nel suo complesso – preoccupazione o vincolo che non è stato sollevato nella previsione di un incremento di tre punti di Pil per il riarmo – rende la prospettiva posta dal CREA in buona misura obbligata.
In conclusione, per ritornare alle fazioni iniziali tra manutentori (cacciavite) e trasformatori (ruspe), sono convinto che, seppure alcune riforme e provvedimenti legislativi siano, o possano essere, indispensabili (riformatori), quello che e necessario attuare è una quotidiana, minuta attività di indirizzo e promozione di adeguate forme organizzative, di iniziative efficaci, di diffusione di buone pratiche (manutentori); in una parola di azione con il cacciavite, che è fondamentale in strutture complesse, professionalizzate e notevolmente autonome, capaci di cambiamenti effettivi e durevoli, se attuati in modo capillare e con un elevato coinvolgimento professionale.
L’azione di ruspa, può essere utile in pochi e identificati settori, in modo programmato e proceduralizzato, purché sia affiancata dall’opera del cacciavite, volta a riorganizzare settori e a svolgere un indispensabile azione di manutenzione e implementazione.

Antonello Cuccuru

Bibliografia
Francesco Taroni, Un sistema sanitario in bilico Continuerà a volare il calabrone? Il Pensiero Scientifico Editore
Marco Geddas da Filicaia, La salute sostenibile. Perché possiamo permetterci un Servizio sanitario equo ed efficace, Il Pensiero Scientifico Editore

Una serata divertente quella che si è snodata dal palco del Teatro Centrale di Carbonia lunedì 9 febbraio, che ha tenuto il pubblico in pugno, calamitandolo attraverso scene rocambolesche con schermaglie amorose e giochi di potere in un clima teatrale da “Commedia dell’arte”, con la rappresentazione de “La bisbetica domata” di William Shackspeare, regia di Domenico Ammendola, anch’egli nel cast insieme ad Andrea Avanzi, Matteo Baschieri, Carlotta Ghizzoni, Ettore Marrani, Francesca Rossi, Gabriele Tondelli e Victoria Vasquez.

La trama è incentrata su Caterina, una giovane donna dal carattere forte e poco propensa al matrimonio, a differenza della sorella Bianca, dal carattere gentile e desiderosa di convolare a nozze. Il padre benestante decide che se non si sposerà la più grande, Caterina, non potrà convogliare a nozze la minore, Bianca, che per la sua dolcezza ha tantissimi corteggiatori. Caterina però non si lascia piegare da un modello di moglie mite e sottomessa, è per questo che non ha corteggiatori di lunga durata, perché li mette tutti in fuga, sino a quando non troverà “pane per i suoi denti”!

Il tema affronta in modo ironico e pungente il ruolo della donna nella società patriarcale dell’epoca elisabettiana che per essere ideale deve “stare zitta ed ubbidire” al marito.

Uno spunto di riflessione sul ruolo della donna nella società, osservato da un punto di vista critico, con una chiave di lettura in cui lo spettatore si ritrova a prendere una posizione, facendo vivere al teatro la sua funzione sociale.

La commedia è inserita nella Stagione di prosa 2025-2026 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna con il patrocinio ed il sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e dei Comuni aderenti al Circuito e con il contributo della Fondazione di Sardegna.

Nadia Pische

Un’Iglesias “decimata” dalle assenze di ben cinque titolari è uscita battuta di misura con il punteggio di 2 a 1 al Monteponi, nella gara di andata del primo turno della fase nazionale della Coppa Italia, con la Boreale Roma. Sono risultati decisivi i due goal subiti in avvio dei due tempi, messi a segno da William Francucci e Andrea De Vincenzi, di Joel Salvi Costa il goal del temporaneo pareggio per l’Iglesias.

Giampaolo Murru è stato chiamato a reinventare l’intera linea difensiva, per le contemporanee assenze degli squalificati Stefano Crivellaro, Lorenzo Mechetti e Vincent Di Stefano e di Tomaso Arzu (problemi familiari). Ancora indisponibile anche Fabricio Alvarenga, in panchina ma non al meglio della condizione fisica. Nonostante in Coppa Italia non ci sia l’obbligo dell’impiego dei fuoriquota, il tecnico rossoblù è stato costretto a impiegarne tre, con Renato Piga al fianco di Mirko Fidanza e Mauro Abbruzzi.

La Boreale è partita a mille, mettendo subito in difficoltà la difesa dell’Iglesias e ha impiegato solo 7 minuti per sbloccare il risultato, al termine di un’azione confusa nell’area piccola, dopo una respinta di Riccardo Daga sulla conclusione del capitano Leonardo Casavecchia, sulla quale Romain Leroux.Batte non è riuscito ad evitare il tap-in vincente di William Francucci.

 

Per alcuni minuti l’Iglesias è apparsa scossa ma poi ha reagito ed ha iniziato ad insidiare la difesa romana, alla ricerca del goal del pareggio che è arrivato al 20′: su un lancio di Romain Leroux-Batte il centravanti brasiliano Joel Salvi Costa, tornato a disposizione a tempo pieno dopo l’infortunio rimediato nella finale di Coppa Italia, ha tentato una difficilissima conclusione acrobatica, risultata vincente. 1 a 1 al 20′.

La partita è diventata equilibrata e l’Iglesias he messo paura alla difesa ospite in tre occasioni prima del riposo, con Fabrizio Frau, Bartolomeo Erbini e Romain Leroux-Batte, senza rischiare praticamente niente.

Al ritorno in campo dopo il riposo, la Boreale ha ripetuto il copione del primo tempo, riportandosi in vantaggio dopo soli 6′: azione avviata da Giovanni Merico, verticalizzazione per Manolo Perroni, assist per Andrea De Vincenzi che ha finalizzato con un tocco preciso sull’uscita di Riccardo Daga.

La reazione dell’Iglesias non è stata efficace come quella seguita al primo goal subito e la Boreale è andata vicina al terzo goal al 26′, con Manolo Perroni, sul quale s’è superato Riccardo Daga per tenere il risultato in bilico.

Per l’Iglesias la situazione s’è complicata al 77′ con l’espulsione di Mirko Fidanza, molto contestata in casa rossoblù, dopo un contrasto con Andrea De Vincenzi. Nel finale l’Iglesias ha sfiorato il goal del pareggio con Antony Cancilieri (subentrato al 58′ a Nicolas Capellino), autore di una splendida azione personale e di una conclusione angolata che ha costretto il portiere romano Emanuele Semprini ad un gran balzo per sventare la minaccia.

La qualificazione al secondo turno della fase nazionale della Coppa Italia si deciderà mercoledì 18 febbraio a Roma, dove Giampaolo Murru recupererà Vincent Di Stefano, Tomaso Arzu e Fabricio Alvarenga, mentre dovrà fare ancora a meno di tre calciatori squalificati, Stefano Crivellaro, Lorenzo Mechetti e Mirko Fidanza. Per capovolgere il risultato e ottenere la qualificazione è necessaria una vittoria, conn un goal di scarto si andrebbe ai tempi supplementari e, eventualmente, ai calci di rigore.

Iglesias: Daga Riccardo I, Piga, Fidanza, Leroux.Batte, Abbruzzi, Piras Alberto, Piras Edoardo, Frau, Erbini, Salvi Costa, Capellino (58′ Cancilieri). A disposizione: Slavica, R. Daga II, Manca, Alvarenga, Corrias, Tiddia, Mancini. Allenatore: Giampaolo Murru.

Boreale: Semprini, Manzari, Cupperi, Casavecchia, Buccioni, Francucci, Stornelli, Massimiani, De Vincenzi, Merico, Perroni (88′ Rendine). A disposizione: Iurgens, Celli, Maccauro, Ottaviani, Badulescu, Tondi, Petrini, Ruggiero. Allenatore: Pierluigi Palma.

Arbitro: Manuel Maiellaro di Parma.

Assistenti di linea: Simone Nicola Marotta di Orvieto ed Ettore Caravella di Perugia.

Marcatori: 7’ Francucci (B), 20’ Salvi Costa (I), 51′ De Vincenzi (B).

Ammonizioni: Perroni (B), Frau (I), Capellino (I), Murru (all. I).

Espulsioni: Fidanza (I).

Giampaolo Cirronis

E’ una formazione largamente rimaneggiata quella che il tecnico dell’Iglesias Giampaolo Murru manda in campo questo pomeriggio, alle 14.30, con la Boreale di Rima, per l0’andata del primo turno della fase nazionale della Coppa Italia. Dirige Manuel Maiellaro di Parma, assistenti di linea Simone Nicola Marotta di Orvieto ed Ettore Caravella di Perugia). Alle assenze degli squalificati Stefano Crivellaro, Vincent Di Stefano e Lorenzo Mechetti, si aggiungono quelle di Fabricio Alvarenga (ancora infortunato) e Tomaso Arzu (problemi familiari). Giampaolo Murru è chiamato ad inventare letteralmente l’intera difesa, facendo ricorso inevitabilmente anche ai giovani del settore giovanile. Questi i 18 calciatori a disposizione: Daga Riccardo I, Slavica, Fidanza, Mancini, Leroux-Batte, Piras Edoardo, Frau, Abbruzzi, Piras Alberto, Piga, Capellino, Erbini, Salvi Costa, Cancilieri, Corrias, Tiddia, Daga Riccardo II, Manca. Tomaso Arzu e Fabricio Alvarenga sono convocati ma praticamente indisponibili.

L’Iglesias ha conquistato la Coppa Italia nella fase regionale superando ai calci di rigore 5 a 4 il Tempio (tempi regolamentari e tempi supplementari terminati 0 a 0), la Boreale ha avuto la meglio nel Lazio sul Ferentino, ugualmente ai calci di rigore, 9 a 8 (tempi regolamentari e tempi supplementari terminati 2 a 2).

La squadra rossoblù arriva all’appuntamento odierno, oltreché con tante assenze, reduce da un periodo negativo in campionato. Dopo aver concluso il girone d’andata in testa alla classifica a pari punti con Ilvamaddalena e Nuorese, nel girone di ritorno ha collezionato 1 solo punto, frutto di 1 pareggio e ben 4 sconfitte, a digiuno di goal e con 6 goal subiti, ed è scivolata al settimo posto, a 8 punti dalla vetta. La partita odierna potrebbe essere quella della svolta con un risultato positivo che terrebbe aperta la qualificazione in vista della partita di ritorno in programma mercoledì, dove Giampaolo Murru dovrebbe recuierare alcun degli assenti di oggi (sicuri assenti Stefano Crivellaro e Lorenzo Mechetti che sconteranno una seconda giornata di squalifica).

 

Manca appena meno di una settimana all’appuntamento più atteso dell’anno e a San Gavino Monreale il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato. Domenica 15 febbraio 2026, le strade del paese torneranno a riempirsi di colori, musica e creatività con la Grande Sfilata regionale del Carnevale Storico Sangavinese, cuore pulsante di un’edizione che celebra un traguardo dal valore simbolico e culturale straordinario: 40 anni di Carnevale.

Dal 12 al 17 febbraio 2026, San Gavino Monreale si trasformerà nella Città del Carnevale, un luogo in cui la cartapesta diventa linguaggio popolare, la partecipazione si fa identità condivisa e il Carnevale si conferma racconto vivo di una comunità capace, in quattro decenni, di resistere alle difficoltà, reinventarsi e crescere.

L’edizione 2026 del Carnevale Storico Sangavinese è promossa dal Comune di San Gavino Monreale, con il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna – Assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio, ed è organizzata dall’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo.

Il Carnevale Sangavinese muove i primi passi nel 1983, ma è nel 1985 che nasce ufficialmente “il Carnevale” di San Gavino Monreale. Le prime sfilate erano semplici, costruite con pochi mezzi ma con un’enorme carica simbolica: un solo pupazzo in cartapesta bastava a trasformare il paese in uno spazio di festa collettiva. Anche negli anni più complessi, segnati da crisi economiche e carenza di risorse, il Carnevale non si è mai fermato, diventando un vero esercizio di resilienza comunitaria.

«Quarant’anni di Carnevale Sangavinese significano soprattutto una cosa: continuità – dichiara Riccardo Pinna, assessore della Cultura del comune di San Gavino Monreale -. Dopo quattro decenni, San Gavino Monreale può ancora contare su cinque gruppi carnevaleschi attivi, capaci di portare in strada migliaia di maschere e figuranti. Un dato tutt’altro che scontato, soprattutto se confrontato con la crisi che negli anni ha colpito molti Carnevali storici dell’Isola. A San Gavino il Carnevale non è mai stato solo un evento, ma un patrimonio collettivo, costruito nel tempo da artisti della cartapesta, associazioni, volontari e cittadini. A Carnevale ogni sforzo vale : vale lo sforzo dei gruppi, quello delle famiglie, dei volontari, delle associazioni e dell’Amministrazione, chiamati a unire competenze, energie e responsabilità per lavorare tutti nella stessa direzione. Solo così è possibile costruire un’edizione importante come la quarantesima, all’altezza della storia del Carnevale Sangavinese. Come Amministrazione abbiamo voluto rafforzare l’organizzazione e investire maggiori risorse proprio per sostenere questo lavoro collettivo, garantendo una manifestazione più sicura, ordinata e capace di valorizzare l’impegno di tutti.»

Il programma della 40ª edizione del Carnevale Storico Sangavinese si aprirà giovedì 12 febbraio con il tradizionale Carnevale dei bambini. L’Associazione Culturale La Maschera guiderà la sfilata delle scuole insieme a Su Baballotti, simbolo del Carnevale sangavinese. A conclusione della mattinata, la Pro Loco di San Gavino Monreale offrirà una merenda collettiva, mentre nel pomeriggio spazio al Carnevale Diocesano, appuntamento che intreccia dimensione religiosa, sociale e comunitaria.

Il momento più atteso sarà domenica 15 febbraio, quando la Città del Carnevale esploderà di colori con la Grande Sfilata regionale. A sfilare saranno ben 25 carri allegorici, affiancati da gruppi a piedi e maschere singole provenienti da tutta la Sardegna, per un totale di poco meno di 7.000 maschere.

Il circuito, interamente interno al centro abitato, partirà da Piazza Cesare Battisti, attraverserà Via Roma, Viale Rinascita e Via Dante, per concludersi in Piazza Montevecchio. Punto centrale del percorso sarà Piazza Resistenza, dove i carri passeranno due volte davanti alla giuria, permettendo al pubblico di cogliere appieno movimenti, coreografie e dettagli artistici.

La sfilata della 40ª edizione porterà nelle strade di San Gavino Monreale una vera geografia del Carnevale sardo. Ad aprire il corteo sarà la Pro Loco di Selegas, seguita dai New Raminis di Nuraminis, dai Los Bandoleros di Samassi e dai Los Sbronzetos di Barumini. Accanto a loro sfileranno il gruppo LOL di Villacidro, Crazy Group di San Nicolò Arcidano e i Crazy People di Ussaramanna, insieme ai Fenix di Guspini, ai Rebus di Sanluri e ai Friends di Sestu.

Grande attesa per i gruppi di San Gavino Monreale – Rewind, Fibra Ottica, New Generation, Vertigo e The Music Express – che insieme portano in strada circa 1.500 figuranti, un numero senza paragoni rispetto ad altri centri dell’Isola. Attraverso musica, movimenti e coreografie, questi gruppi raccontano la straordinaria forza partecipativa del Carnevale Sangavinese, espressione autentica di una comunità che vive il Carnevale come esperienza collettiva. Un insieme corale che conferma San Gavino Monreale come uno dei pochi centri in Sardegna capaci ancora oggi di sostenere una partecipazione così ampia e trasversale, in grado di coinvolgere e rappresentare tutte le fasce d’età.

Completano il quadro i Giullare di Samassi, H2O & Sound Express, Is Carretones di Sardara, gli Storpions di Terralba, i Magic, La Trombetta di Guspini, i Lillo Boys di Gonnosfanadiga, Is Casermettas, Caution 2.0 e i Moulinus di Arbus.

Al termine della sfilata, la festa continuerà sul palco coperto allestito nel parcheggio di Piazza Montevecchio. Il gran finale musicale sarà affidato al DJ Sandro Murru, performer tra i più seguiti della scena sarda. Nel corso della serata si terranno le premiazioni ufficiali, dal miglior carro allegorico al premio per la miglior maschera singola intitolato alla memoria di Kikki Pilloni, fino al riconoscimento per i migliori movimenti dei carri dedicato a Enrico Garau.

La manifestazione si concluderà martedì 17 febbraio, nel pomeriggio, con il Carnevale delle famiglie: una grande festa popolare che vedrà il coinvolgimento della Pro Loco, dell’Associazione La Maschera e della Consulta Giovanile di San Gavino Monreale, tra pentolaccia e il tradizionale Rogo de Su Baballotti.

A quarant’anni dalle prime sfilate, San Gavino Monreale continua a raccontarsi come la Città del Carnevale: un luogo in cui la festa diventa identità, memoria e futuro condiviso.

E’ morto oggi, all’età di 83 anni, Antonello Mereu, deputato dell’UDC dal 2001 al 2013. Nato a Sant’Antioco il 22 gennaio 1943, geometra, ha lavorato con incarico di responsabilità nella gestione ambientale alla Centrale elettrica dell’Alsar, poi passata all’Enel. Ha militato fin da giovane nelle file della Democrazia Cristiana e nel 1979 è stato eletto consigliere comunale, incarico ricoperto in più consiliature fino al 1993.
Otto anni dopo, è stato candidato alla Camera dei deputati nella lista dell’UDC, risultando eletto contro tutti i pronostici il 13 maggio 2001. E’ stato rieletto deputato per ben due volte e ha concluso l’esperienza parlamentare il 14 marzo 2013. Da parlamentare è stato impegnato in diverse commissioni e nella delegazione parlamentare italiana all’Assemblea dell’Atlantico del Nord, ma dal primo all’ultimo giorno da deputato le sue attenzioni maggiori le ha rivolte al mondo del lavoro, soprattutto alle vertenze del polo industriale di Portovesme, nel quale è cresciuto.
Nel 2011 ha guidato da candidato alla carica di sindaco la coalizione di centrodestra nelle elezioni amministrative di Carbonia, risultando eletto consigliere, incarico che ha ricoperto fino al 2016, quando ha lasciato l’impegno in politica, concentrandosi a tempo pieno nelle attività sociali, peraltro mai trascurate anche da parlamentare, nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata, nel rione di Rosmarino, a Carbonia. Fino a quando la salute glielo ha consentito, ha guidato da presidente la Polisportiva Rosmarino Orione, spinto da quella passione per lo sport e in particolare per il calcio, che da giovane lo aveva visto militare a lungo nella prima squadra del Carbonia, in diverse stagioni in serie D, collezionando complessivamente, dal 1962 al 1970, 78 presenze.
Antonello Mereu lascia la moglie Luisa e i figli Marcello con Nicoletta e Alberto con Laura.
Il sindaco Pietro Morittu e l’intera Amministrazione comunale di Carbonia esprimono sincero cordoglio per la scomparsa di Antonello Mereu.
«Siamo molto scossi per la triste notizia che ci è appena giunta. Ricordiamo con stima e affetto Antonello Mereu. Un politico raffinato, una persona perbene, che univa le sue competenze al rigore, alla serietà e all’eticità che ne hanno sempre contraddistinto l’operato. Ci stringiamo in un forte abbraccio alla moglie e ai figli, cui esprimiamo condoglianze e vicinanza», ha dichiarato il sindaco di Carbonia, Pietro Morittu.
Personalmente ero legato ad Antonello Mereu da grande stima reciproca e sincera amicizia.
Ciao Antonello
Giampaolo Cirronis