28 June, 2026
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Un’area finora inaccessibile entra per la prima volta, dal 1936 ovvero dopo 90 anni, nei percorsi di visita del Parco archeologico di Nora, offrendo al pubblico l’opportunità di scoprire uno dei più importanti contesti funerari fenici e punici del Mediterraneo occidentale. L’apertura al pubblico dell’area della necropoli fenicia e punica situata nell’ex area militare di Nora rappresenta un traguardo di straordinaria rilevanza per la valorizzazione del patrimonio storico e archeologico della Sardegna. Finora interdetto alle visite in attesa della sua piena sistemazione, questo ampio settore del sito archeologico entra oggi a far parte dell’offerta culturale del Parco, consentendo ai visitatori di accedere a una porzione significativa della città antica e di comprenderne più profondamente la storia e l’estensione.

La fruizione dell’area è stata resa possibile grazie all’impegno congiunto del comune di Pula, della Fondazione Pula Cultura Diffusa e della Soprintendenza per i Beni archeologici, che hanno promosso l’apertura di uno spazio di eccezionale valore scientifico e culturale.

Al suo interno sono custodite testimonianze fondamentali per la ricostruzione delle origini e dello sviluppo della città di Nora e dei rapporti che essa intrattenne con il resto del Mediterraneo.

Nel settore settentrionale dell’ex base militare, dal 2013, l’Università di Padova conduce un articolato programma di ricerca archeologica che ha portato alla scoperta di una vasta necropoli utilizzata per circa sette secoli, dall’età fenicia fino a quella punica. Le sepolture più antiche, databili alla fine del IX secolo a.C., appartengono ai primi decenni della presenza fenicia a Nora. Si tratta di tombe a incinerazione realizzate mediante piccoli pozzetti scavati nella roccia, nei quali venivano deposte le ceneri dei defunti.

La necropoli di Nora costituisce un caso unico nel panorama archeologico sardo: è infatti la prima e, ad oggi, l’unica necropoli fenicia dell’isola rinvenuta in eccellente stato di conservazione e indagata attraverso metodologie scientifiche moderne. Le analisi antropologiche sui resti umani hanno inoltre fornito importanti informazioni sulla provenienza e sulla mobilità delle comunità che frequentavano il centro urbano nel corso del I millennio a.C. Tra il V e il III secolo a.C., in età punica, l’area funeraria continuò a essere utilizzata con modalità differenti. Alle pratiche di incinerazione si sostituì progressivamente il rito dell’inumazione e furono realizzate grandi camere funerarie ipogee, analoghe a quelle documentate in altri importanti centri della Sardegna punica.

Uno degli aspetti più significativi delle ricerche riguarda il rinvenimento di numerose tombe fenicie e puniche rimaste inviolate nel corso dei secoli. I corredi funerari recuperati – costituiti da ceramiche, oggetti metallici e manufatti vitrei – rappresentano una fonte preziosa per la conoscenza delle attività produttive, dei commerci e della vita quotidiana degli abitanti dell’antica Nora. I reperti sono oggi conservati ed esposti presso il Museo Civico “Giovanni Patroni” di Pula. Lo studio delle sepolture e dei materiali archeologici ha inoltre permesso di ricostruire una complessa rete di relazioni che collegava le comunità fenicie alle popolazioni nuragiche del territorio e, allo stesso tempo, inseriva Nora all’interno dei principali circuiti commerciali e culturali del Mediterraneo, con contatti documentati con la penisola italiana, la Spagna, il Nord Africa, la Grecia e le regioni del Levante.

Le testimonianze emerse dagli scavi attestano anche la continuità di frequentazione dell’area in età romana, quando il più antico spazio funerario venne progressivamente occupato da un quartiere residenziale e produttivo rimasto in uso fino alla tarda Antichità.

Le attività di ricerca dell’Università di Padova riprenderanno il 31 agosto e proseguiranno fino al 9 ottobre, confermando il ruolo della necropoli occidentale di Nora come uno dei più importanti laboratori di studio per la conoscenza delle civiltà fenicia e punica nel Mediterraneo.

Per il sindaco di Pula, Walter Cabasino, si tratta di una data storica per tutta l’Isola: «Restituire alla comunità e ai visitatori provenienti da tutto il mondo uno spazio archeologico di questa importanza ha una valenza doppia: l’apertura della necropoli occidentale non solo aumenta gli spazi aperti al pubblico, ma avrà anche ricadute economiche sul territorio. Non dobbiamo dimenticare la fragilità di questo sito archeologico; i danni provocati dall’uragano Harry sono ancora visibili. Ci auguriamo che gli enti preposti contribuiscano alla tutela e alla conservazione di Nora, per permettere anche alle generazioni future di godere della sua bellezza».

Jacopo Bonetto, docente di archeologia classica presso l’Università degli Studi di Padova, parla dei tesori rinvenuti nell’area della necropoli, che ricadeva sino al 2012 nella zona militare: «Abbiamo scavato in una zona dove prima nessun archeologo aveva mai messo piede, un’area che dal 1936 era interdetta ai civili. Dopo dieci anni di ricerca, portati avanti in collaborazione con la Soprintendenza, sono finalmente visibili i risultati del nostro lavoro: dalle scoperte fatte nella necropoli oggi sappiamo molto di più sugli abitanti di Nora. Tombe, arredi funerari, monili e gioielli: dallo scavo sono emersi numerosi reperti, oggi custoditi nel Museo Patroni di Pula. Questa porzione dell’area archeologica è stata una necropoli dall’VIII secolo a.C. al II secolo a.C., ma in seguito ha ospitato anche una cava di arenaria, una zona artigianale e un’area edificata. L’opera di scavo in quella zona non è affatto conclusa: presto torneremo al lavoro per aggiungere nuovi tasselli alla storia di Nora».

Chiara Pilo, archeologa della Soprintendenza, rimarca il delicato compito di scavare in un sito fragile come Nora: «Non esistono campagne a impatto zero, ma su quest’area archeologica si continua a lavorare con il duplice obiettivo di scoprire sempre più informazioni sulla storia di questa antica città e di garantire ai posteri la possibilità di conoscerla così come la vediamo noi oggi. Le campagne e i progetti su Nora proseguono: ci sono ancora zone su cui non abbiamo mai indagato, ma nuove scoperte vengono fatte anche nelle aree già conosciute e continuano ad ampliare il racconto di Nora».

Andrea Boi, presidente della Fondazione Pula Cultura Diffusa, sottolinea il valore scientifico del lavoro degli archeologi: «Rendere accessibili spazi dell’antica città preclusi ai visitatori per 90 anni apre il sito archeologico a nuove opportunità. La necropoli e i suoi reperti, oggi esposti al Museo Patroni, consentono di rendere ancora più interessante la visita al Parco archeologico di Nora».

Clara Pili, direttrice della Fondazione Pula Cultura Diffusa, si concentra sulle nuove esperienze che potrà vivere chi visiterà il Parco archeologico di Pula: «Nora amplia il proprio percorso di visita con l’apertura di nuove aree, finora oggetto di studio e valorizzazione e oggi finalmente accessibili al pubblico. La necropoli, di grande pregio storico e culturale, entra così a far parte di un racconto più completo e condiviso. Sempre più visitatori, soprattutto turisti provenienti da tutta la Sardegna, scelgono Nora per vivere esperienze  culturali e immersive, confermando l’attrattività del sito. In questo percorso virtuoso si inserisce la nuova apertura, pensata per offrire un’esperienza in continua evoluzione e un motivo in più per tornare, anche grazie all’integrazione con visite tematiche, percorsi serali ed esperienze sul territorio».

Manuela Serra, assessora della Cultura, parla di una giornata epocale: «Stiamo vivendo un vero e proprio momento storico: un evento che restituisce non solo a Pula, ma all’intera Sardegna e alla comunità internazionale, un patrimonio archeologico di inestimabile valore. Una straordinaria operazione di restituzione e condivisione che oggi è realtà grazie alla preziosa collaborazione con l’Università di Padova e al fondamentale lavoro sinergico svolto insieme alla Soprintendenza, alla quale va il nostro più sentito ringraziamento per aver creduto e investito in questo progetto».

Nove sale espositive in cui verranno esposti i tesori provenienti da Nora, un laboratorio che permetterà ai visitatori di vedere dal vivo le operazioni di restauro dei reperti archeologici: dopo 13 anni riapre i battenti il museo “Giovanni Patroni”, in uno spazio rinnovato e molto più ampio rispetto a quello precedente. Con il Parco archeologico di Nora, la Torre del Coltellazzo, la chiesetta di Sant’Efisio, finalmente i visitatori potranno ammirare nuovamente le collezioni custodite nel museo di corso Vittorio Emanuele, che offre una fotografia perfetta delle varie fasi del passato del territorio di Pula. La gestione del museo, ridisegnato dall’architetto Jari Franceschetto con la collaborazione delle curatrici del progetto scientifico Emanuela Atzeni e Chiara Pilo della Soprintendenza archeologica, sarà affidata alla Fondazione Pula Cultura Diffusa: la direttrice sarà Isabella Atzeni.
Nelle teche del Museo Patroni, che sino al 4 aprile darà la possibilità alle scuole e ai residenti di visitare gratuitamente il nuovo spazio espositivo, troveranno spazio anche gli ultimi reperti recuperati dagli archeologi durante l’ultima campagna di scavo condotta a Nora.
Per il sindaco di Pula, Walter Cabasino, non si tratta di una riapertura, ma di una vera e propria inaugurazione di un museo completamente nuovo: «Gli spazi espositivi sono decuplicati, da due sale siamo passati a nove, ma stiamo parlando di un museo in progress, destinato a crescere ulteriormente. Per ingrandirlo il Comune ha acquisito uno stabile adiacente, e presto ne rilevare dai privati anche un altro: l’obiettivo è quello di rendere questo museo il punto di riferimento per la cultura di questo territorio. Questa riapertura è frutto della collaborazione istituzionale tra Comune, Soprintendenza, Regione e Fondazione Pula Cultura Diffusa: abbiamo lavorato in sinergia per raggiungere questo risultato, e per restituire alla comunità un presidio culturale di grande importanza».
Manuela Serra, assessora alla Cultura, la riapertura del Museo equivale alla riapertura di una finestra sul passato di Pula: «Con il Museo Patroni restituiamo alla città un tesoro che non appartiene solo a Pula, ma anche a tutta la Sardegna, all’Italia e alla comunità internazionale. Un tesoro che rafforza il prestigio culturale di Nora, uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo, e che aggiunge un nuovo tassello alla rete di luoghi che fanno della nostra città un punto di riferimento per la ricerca, lo studio e la cultura. Questo museo non è soltanto uno spazio espositivo. È uno scrigno prezioso che raccoglie le testimonianze della millenaria civiltà che ha abitato il nostro territorio, il luogo in cui la memoria diventa conoscenza e la conoscenza diventa consapevolezza del nostro valore».
Chiara Pilo, archeologa della Soprintendenza, racconta cosa troveranno i visitatori del Museo a Patroni: «Gli spazi espositivi sono organizzati per aree tematiche, che raccontano le varie epoche di Nora e mostrano i luoghi pubblici della città, quelli di culto e la necropoli. Il nuovo museo non racconta solo Nora, ma parla di un intero territorio. Tra le attrazioni che potranno trovare esposte i visitatori possiamo annoverare le pitture murarie dell’edificio a est del Foro; il balsamario a forma di babbuino ritrovato nella necropoli fenicia; statuette votive rinvenute nell’ex area militare, e monili riaffiorati dalle tombe».
Andrea Boi, presidente della Fondazione Pula Cultura Diffusa, spiega come la riapertura del museo chiuda il cerchio della proposta culturale del paese: «Finalmente potremo offrire ai visitatori una visita completa, offrendo una visione d’insieme del nostro immenso patrimonio storico e archeologico. Negli ultimi tre anni il Parco archeologico di Nora è passato grazie un grande lavoro organizzativo da 65mila ingressi l’anno a oltre 100mila: siamo certi che con il funzionamento a pieno regimi del museo i dati miglioreranno ulteriormente».
Ilaria Portas, assessora regionale della Cultura: «Sono molto felice di questa inaugurazione, ogni presidio culturale aumenta l’offerta per la Sardegna, i sardi e i visitatori di ogni  angolo del mondo. I nostri beni culturali, materiali e immateriali hanno bisogno di essere custoditi e valorizzati per essere trasmessi al meglio alle nuove generazioni». 

Un Parco al passo con la natura ma anche con i tempi: il Parco di Gutturu Mannu diventa interattivo. L’appuntamento è per sabato 24 gennaio, alle ore 9.30, all’infopoint Pantaleo – Santadi, per parlare di natura e territorio e del valore del patrimonio storico archeologico del Parco di Gutturu Mannu.

Ma soprattutto per presentare “il progetto dell’ecomuseo digitale”, che rende fruibili e accessibili a un pubblico illimitato le conoscenze sulla storia del parco. Protagonisti di questa rivoluzione saranno un sito web, la postazione interattiva di Pantaleo con video divulgativi, una cartellonistica progettata per essere installata in punti strategici, e molto altro ancora.

– indagare le prospettive di sviluppo di un vero e proprio ecomuseo: fisico e puntuale, all’interno di una struttura di accoglienza dei visitatori, ma anche estensivo e in campo, sul modello già adottato da altri Parchi (es. Porto Conte).

A confrontarsi sulle prospettive di sviluppo dell’Ecomuseo saranno i soggetti che hanno collaborato al progetto e che potranno avere un ruolo negli sviluppi futuri, facendo convergere le rispettive competenze intorno alla stessa visione.

A intervenire dunque, diverse personalità con le loro competenze:

Massimo Impera, sindaco di Santadi

Giovanni Cafiero, Telos • Comunità di patrimonio tra archeologia e natura: l’Ecomuseo di Gutturu Mannu

Dalia MallusGiovanna Rizzo, Telos • La storia insediativa del Parco

Francesco Muscolino, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari • Le collezioni di Monte Arcosu e Perda ‘e accuzai

Chiara Pilo, Giovanna Pietra, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio

Lo stato della ricerca archeologica all’interno e nell’intorno del Parco

Cecilia Fassò, Fo.Re.S.T.A.S. • La storia nei boschi, tra gestione forestale e fruizione

Mariano Mariani, Parco Naturale Regionale di Porto Conte • Da Parco a Ecomuseo: l’esperienza di Porto Conte

Giovanna Cocco, Ecoistituto MED • Programmi e attività per la conoscenza del Parco di Gutturu Mannu

Stefano Crispu, Museo di Santadi • I custodi dell’identità e della memoria

Enrico Trogu, Archivio di Stato • Storia moderna e contemporanea. Il patrimonio documentale negli archivi storici

Rosanna Laconi, assessora della Difesa dell’Ambiente Regione Sardegna

Walter Cabasino, presidente Parco Gutturu Mannu

Luca Pulina, Università di Sassari • Le strategie di innovazione e valorizzazione dello Spoke 2

Moderano Marta Battaglia, Gianluca Cadeddu

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Si è svolto ieri, 15 aprile, giornata mondiale dell’arte, il primo seminario digitale su uno dei patrimoni UNESCO della Sardegna: Su Nuraxi – Barumini. L’iniziativa è stata organizzata dal gruppo sardo dell’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO (AIGU) in collaborazione con l’Istituto Tecnico Statale “D. Panedda” di Olbia e rientra all’interno del progetto EDU.

In un momento in cui le attività didattiche e culturali sono fortemente limitate a causa dell’emergenza Covid-19, il webinar ha cercato di rispondere a varie esigenze formative configurandosi come un viaggio conoscitivo virtuale. Facendo un passo indietro nel tempo, lungo 3500 anni, si è andati a raccontare uno dei siti archeologici più suggestivi dell’Isola: l’area archeologica di Su Nuraxi di Barumini.

Sono stati circa 80 i partecipanti, tra gli studenti dell’Istituto Panedda di Olbia ed alcuni loro coetanei del Liceo Statale Dettori di Cagliari – guidato dal dirigente scolastico Roberto Pianta – che hanno ascoltato gli interventi di rappresentanti degli enti pubblici e privati in merito al valore archeologico del sito portato alla luce durante gli scavi condotti dall’archeologo Giovanni Lilliu, tra il 1950 e il 1957. Il primo relatore Giovanni Maria Mutzu, dirigente scolastico ITCS D. Panedda Olbia, ha aperto l’appuntamento con una premessa relativa all’importanza del legame tra la cultura e il territorio. I rappresentanti degli uffici periferici del MiBACT hanno illustrato agli studenti il ruolo del ministero dei Beni e le attività culturali e per il turismo in relazione al sito UNESCO: Manuela Puddu della Direzione Regionale Musei Sardegna, direttrice dell’area archeologica di Su Nuraxi, ha ripercorso la storia del nuraghe e presentato l’attività di valorizzazione del sito, mentre Chiara Pilo della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna ha parlato della tutela e della conservazione. Francesca Carrada ha illustrato la missione istituzionale della Regione Autonoma della Sardegna in riferimento al patrimonio culturale materiale e immateriale riconosciuto dall’UNESCO. Ha concluso il seminario la Fondazione Barumini con il presidente del CdA Salvatore Bellisai il quale ha spiegato come il nuovo modello gestionale della Fondazione abbia permesso di ottimizzare la gestione, la valorizzazione e la promozione dell’area. Negli anni sono state ampliate le attività con la nascita del Polo Museale di Casa Zapata (2007), il Centro di comunicazione e promozione del patrimonio culturale titolato a Giovanni Lilliu (2008) e la scuola di restauro (2010). Oltre le attività di tutela, conservazione, accoglienza e visita guidata ai siti, l’offerta culturale si è arricchita attraverso la realizzazione di mostre, eventi, laboratori didattici, ricerche e differenti attività di promozione turistica a livello regionale, nazionale ed internazionale. Questi aspetti sono stati approfonditi da Caterina Lilliu, membro del CdA Fondazione Barumini e referente per le attività museali, insieme al coordinatore scientifico Giorgio Murru. Dal 2006 in cui si registravano circa 70.000 presenze si è passati nel 2019 a 160.000 presenze registrate nelle tre strutture gestite dalla Fondazione Barumini Sistema Cultura.

I rappresentanti regionali AIGU Sardegna, Federico Porcedda e Gianfranco Sanna, hanno chiuso il webinar ringraziando tutti i relatori e studenti partecipanti e considerato il successo dell’iniziativa si valuterà il proseguimento di attività di divulgazione e promozione del patrimonio materiale e immateriale attraverso il format digitale.

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Il 31 gennaio a Serri (Sud Sardegna) si conclude la prima edizione del progetto “Archeosperimentando”, festival dedicato all’archeologia sperimentale e alla divulgazione della scienza archeologica.

Il progetto, svoltosi nel mese di settembre, è stato teatro di numerose iniziative di tipo culturale, racchiuse nella manifestazione chiamata “Archeosperimentando”. L’amministrazione comunale, con il contributo della Fondazione di Sardegna, ha portato avanti le sue politiche di valorizzazione e divulgazione del patrimonio culturale locale, in particolare l’archeologia, insieme alla promozione del santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, gestita dalla cooperativa Acropoli Nuragica.

Da anni, infatti, l’Amministrazione comunale serrese ha puntato sull’archeologia quale catalizzatore e diffusore non solo culturale, ma anche e soprattutto economico. La convinzione è quella, infatti, di un paese che possa vivere grazie al turismo, contribuendo così alla crescita di tutto il territorio.

Il 31 gennaio, in occasione della chiusura del progetto, sarà presentato al pubblico il cortometraggio Bias de trigu – Un viaggio tra storia e tradizione, con la regia di Fabio Ortu – Terra del Punt e con la collaborazione scientifica di Federico Porcedda, Samuele Antonio Gaviano, Giovanna Fundoni, Luca Doro, Claudio Bulla, Valeria Congiatu, Riccardo Cicilloni, Juan Antonio Camara Serrano, Liliana Spanedda, Massimo Casagrande, Gianfranca Salis e Chiara Pilo.

Alla realizzazione del cortometraggio hanno partecipato anche i volontari del Servizio Civile del comune di Serri, un gruppo di massaie locali del CAS (Centro di Aggregazione Sociale) e gli archeologi del laboratorio RIPAM dell’Università di Sassari.

Il corto racconta il pane nella storia di Serri e della Sardegna. Un lavoro di valorizzazione, ricerca e riscoperta di tradizioni che hanno basi millenarie. La coltivazione del grano e la lavorazione del pane, dal periodo nuragico alle tradizioni di un passato recente. Un piccolo centro dell’isola che si racconta, si raccoglie e unisce attorno alla propria terra ed alla propria storia contadina. Un progetto di ricerca scientifica ed archeologica che scopre e dimostra come la lavorazione del grano e la panificazione fosse sapere comune per la civiltà nuragica.

Il cortometraggio, inoltre, verrà presentato durante il Firenze Archeofilm, Festival internazionale del cinema di archeologia, arte ed ambiente. Il festival è organizzato dalla rivista, edita da Giunti, Archeologia viva e si svolgerà dall’11 al 15 marzo.

Archeosperimentando è stato ideato e promosso dal Comune di Serri, grazie anche alle collaborazioni con il laboratorio RIPAM (Ricerche Integrate di Protostoria e Archeometallurgia della Sardegna) e l’associazione Sicut Erat; non mancano i preziosi contributi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dell’Università degli Studi di Cagliari e Sassari, nonché dell’Universidad de Granada, dei giovani volontari del Servizio Civile Nazionale (in corso a Serri per il secondo anno), della Comunità Montana Barbagia di Seulo, del Laboratorio di Archeologia del Paesaggio (LArP) dell’Università degli Studi di Cagliari, del Consorzio Turistico dei Laghi e della cooperativa L’acropoli nuragica, che gestisce l’area archeologica di Santa Vittoria a Serri.

Il programma dell’evento, oltre alla conferenza di chiusura del progetto Archeosperimentando, prevede la presentazione ufficiale delle attività culturali che avranno luogo in occasione del 250° anniversario della costruzione della chiesa di Sant’Antonio. Al termine verrà inaugurato il nuovo diorama del pozzo sacro di Santa Vittoria, che sarà esposto nelle strutture comunali.

«La valorizzazione del patrimonio culturale passa anche attraverso un’attenta attività di divulgazione scientifica – ha detto il sindaco di Serri, Samuele Gaviano -. Il progetto Archeosperimentando sviluppato a Serri in questi mesi ha coinvolto attivamente studiosi e appassionati di archeologia, ragazzi e adulti in differenti attività, e si conclude con il cortometraggio, un lavoro accurato sulla storia del grano che coniuga attività di studio e promozione. Un modo anche questo per trasmettere alle future generazioni i valori identitari e culturali del nostro paese.»

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Il recinto delle feste, scavato tra il 1929 e il 1931 da Antonio Taramelli, e definito dal Giovanni Lilliu come luogo dedicato alla collettività, dopo degli interventi negli ultimi decenni da parte di Ercole Contu e Fulvia lo Schiavo, grazie ad un contributo statale nell’ambito dei fondi a valere sulla ripartizione della quota dell’8 per mille dell’IRPEF a diretta gestione statale per l’anno 2016, è stato possibile programmare l’inizio di una prima campagna di indagine al fine di conservare, valorizzare e salvaguardare tutta l’area. La campagna di scavo è iniziata il primo ottobre del 2019 per un importo di 110.000 euro, grazie ad un progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna che interesserà varie aree archeologiche della Sardegna.

Il progetto di scavo interesserà tutto il villaggio di Santa Vittoria, la prima parte di tale progetto è stata avviata il primo ottobre scorso e la seconda vedrà l’avvio nei prossimi mesi, grazie ad un progetto della Soprintendenza che interesserà varie aree archeologiche del Sud Sardegna.

L’area archeologica di Santa Vittoria di Serri si trova all’estremità sud-occidentale della Giara di Serri, in un’area di oltre venti ettari, solo in parte riportata alla luce a partire dal 1907 grazie alle prime campagne di scavo ad opera dall’archeologo Antonio Taramelli. Dagli studi è emerso che tale sito archeologico abbia goduto di una continuità insediativa, dal periodo nuragico fino all’età medievale, e può essere considerato un grosso e strategico centro religioso, con ampia valenza storico-culturale e artistica.

A partire dalle ore 11.30, nell’area archeologica di Santa Vittoria, verranno presentate le attività di scavo e ricerca nell’area dalla Soprintendente, la dott.ssa Maura Picciau, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, insieme alle direttrici dello scavo, le dott.sse Gianfranca Salis e Chiara Pilo, entrambe funzionare archeologhe nel medesimo ufficio, e Samuele Antonio Gaviano, sindaco di Serri.

Altra novità di questo scavo archeologico è che il cantiere archeologico è aperto al pubblico: curiosi, turisti e comunità locale potranno vedere gli archeologi al lavoro.

«Continua l’attività di indagine nel Santuario nuragico di Santa Vittoria, e stavolta con un importante scavo curato direttamente dalla Soprintendenza in una delle sue aree più belle ed affascinati, il recinto delle feste. Siamo certi che anche questa campagna contribuirà a scrivere importanti pagine di storia del territorio e della Sardegna – ha detto il sindaco, Samuele Antonio Gaviano -. In questi anni l’Amministrazione comunale ha investito tante risorse per la salvaguardia, la promozione e lo studio di uno dei siti nuragici più importanti del Mediterraneo. Pubblicazioni, scavi, restauri, eventi, opere e infrastrutture per conoscere e far conoscere sempre di più il patrimonio del nostro territorio. E altre risorse importanti sono in arrivo per i prossimi mesi con il Piano Strategico: 250mila euro per nuovi stradelli, impianto di illuminazione e restauri, e 200mila euro per l’apertura del museo del territorio.»