30 June, 2026
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La presentazione del libro sulla miniera di Funtana Raminosa, “Erranti per le lente gallerie smarriti nell’oblio”, coincide, questa volta, con la scomparsa, avvenuta appena il mese scorso, dell’ingegner Lorenzo Musso. Ritengo sia la giusta occasione per ricordare una persona tra le più autorevoli del mondo minerario italiano, artefice del tentativo di ammodernamento del settore minerario, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni 80, gravato dagli anni di inerzia ed abbandono nel periodo dell’Egam.

Piemontese, laureato in ingegneria mineraria al Politecnico di Torino, ha svolto una buona parte della sua esperienza lavorativa in Sardegna a cui è stato profondamente legato scegliendo Iglesias per trascorrere gli ultimi anni della sua vita.

L’ing. Musso è stato un grandissimo tecnico: il migliore della sua e della nostra generazione. Ha unito ad un approccio scientifico ai problemi minerari, una visione strategica innovativa unitaria e integrata del settore dei metalli non ferrosi.

Ha guidato lo sviluppo tecnologico del comparto con l’obbiettivo di allinearlo agli standard internazionali più avanzati in coerenza con la nuova politica mineraria nazionale che aveva affidato all’Eni il rilancio del settore. Ha coinvolto e responsabilizzato i tecnici più preparati, assumendo anche molti giovani ingegneri, promuovendone la formazione, l’istruzione e l’aggiornamento.

Si è sempre aggiornato dal punto di vista scientifico e tecnologico, mantenendo stretti contatti con le industrie del settore e con le Università di Cagliari, Roma, Torino e Trieste, sedi dei corsi di ingegneria mineraria, diffondendo con pubblicazioni, conferenze e convegni, le sue idee.

Una delle novità più qualificanti è stata l’introduzione della geostatistica nella stima delle riserve minerarie e della analisi di sensitività e di rischio negli studi di fattibilità economico e finanziaria dei progetti minerari. Conservo ancora una sua pubblicazione intitolata “Esigenza di valutazioni affidabili e dettagliate come presupposto di una pianificazione ottimale della produzione”.

Forse, è stata quella “valutazione più affidabile del giacimento come presupposto della produzione”, da lui voluta e non attuata, o attuata in ritardo, a determinare il fallimento del progetto di Funtana Raminosa che era nato su una stima del giacimento effettuata con vecchi criteri inadatti ad una mineralizzazione variabile come quella.

Forse quell’episodio è stato usato come pretesto per il suo l’allontanamento dalla direzione della Divisione mineraria della Samim. Tuttavia lui ha continuato il suo impegno professionale seguendo numerosi progetti minerari in Italia e all’estero lasciando sempre la sua impronta di alto livello tecnico e scientifico.

Le miniere metallifere sono state completamente chiuse 15 anni dopo il suo allontanamento. Sono stati anni in cui si è sentita la sua mancanza in termini di competenza, di entusiasmo e di slancio innovativo. E chissà se la sua presenza non avrebbe determinato una fine diversa.

Personalmente ho avuto l’opportunità di incontrare l’ing. Musso da studente mentre era vice direttore della Miniera di Monteponi e seguiva i cantieri di San Marco e Masse Centrali oltre gli studi per l’approfondimento delle coltivazioni al di sotto del liv. -100.

Ricordo ancora quei primi incontri in cui ho avuto modo di apprezzare le sue qualità umane e gli sono riconoscente per l’attenzione e la cura che mi ha dedicato nell’illustrare in dettaglio i processi produttivi con una chiarezza ed un entusiasmo davvero coinvolgenti.

In un secondo tirocinio svolto nella miniera di sali potassici di San Cataldo in Sicilia mi capitò di ritrovare un suo progetto, redatto quando era ancora giovane ingegnere, della coltivazione per camere e pilastri con i calcoli geotecnici per il dimensionamento dei pilastri e dei vuoti eseguiti con un rigore scientifico straordinario a dimostrazione di una competenza tecnica non comune.

Le nostre strade si sono rincontrate dopo la laurea perché sono stato assunto proprio da lui quando era direttore della miniera di Masua dell’Ammi Sarda (Egam).

Con la nascita della Samim nel 1978, l’ing. Musso è divenuto capo della Divisione mineraria nazionale. Dovendo procedere ad una razionalizzazione del comparto, ha selezionato i progetti suscettibili di uno sviluppo produttivo, applicando i metodi più innovativi. Ha svolto innumerevoli confronti sindacali improntati al rispetto e all’onestà nelle relazioni con i lavoratori. Ha messo in atto una nuova organizzazione aziendale più razionale accorpando le funzioni amministrative e potenziando quelle tecniche con l’inserimento di giovani ingegneri e periti minerari. Ha proceduto senza indugio all’acquisto dei macchinari più moderni ed allo sviluppo delle infrastrutture previste in sotterraneo ed all’esterno dando vita a una delle fasi di rilancio del comparto più significative degli ultimi 50 anni del 900.

Dopo appena cinque anni dall’inizio della sua gestione, senza che abbia potuto inaugurare il progetto a cui lavorava da oltre 15 anni, cioè l’impianto di eduzione delle acque di Monteponi, è scoppiato il caso Funtana Raminosa con le conseguenze di cui ho detto sopra.  E da allora, purtroppo, non ho più avuto occasione di incontrarlo, ma quando penso alla mia professione ed allo stile con cui ho cercato di svolgerla, non posso che ringraziarlo con profonda gratitudine perché da lui ho preso ispirazione e tratto esempio.

Oggi, dopo la chiusura del settore estrattivo del Sulcis Iglesiente e del Nuorese, viviamo in luoghi ancora segnati dall’attività mineraria con innumerevoli infrastrutture sotterranee e di superficie inutilizzate, centinaia di ettari di territorio improduttivi e con un impatto negativo paesaggistico e ambientale, dobbiamo chiederci, stimolati anche dalla visione innovativa e strategica dell’ing. Musso, cosa possiamo fare per rivitalizzare per quanto possibile questo lascito.

Negli ultimi 30 anni sono stati creati vari organismi che avrebbero dovuto governare, gestire questo territorio al fine di mitigarne l’impatto ambientale e svilupparne le potenzialità residue anche con cospicue dotazioni finanziarie. Purtroppo finora non si è concretizzato alcunché anche se sono allo studio alcuni interessanti progetti.

Nella nostra presentazione del libro a Nuoro abbiamo messo l’accento sul progetto più interessante ed innovativo, “l’Einstein Telescope”, da realizzarsi nella miniera di Lula che avrebbe anche un forte impatto sullo sviluppo tecnologico ed economico del territorio e della Sardegna.

Oggi a Carbonia non possiamo non accennare al progetto “Aria che prevede la creazione di un impianto per la distillazione dell’Argon-40, elemento chimico fondamentale per la ricerca della materia oscura, utilizzando uno dei pozzi della miniera di Seruci. L’impianto è in fase di realizzazione grazie a un protocollo di intesa fra l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e la Regione Sardegna. L’INFN opererà insieme con Carbosulcis ed un panel di università e istituti di livello internazionale e potrà sviluppare ulteriori tecnologie per la produzione di isotopi pesanti di svariati elementi utilizzabili in diversi ambiti scientifici.

Sempre nella miniera di carbone Nuraxi Figus di Carbosulcis, la società “Energy Vault” ha proposto un altro impianto interessante che, partendo da un primo prototipo industriale, sta sviluppando un innovativo sistema ibrido di accumulo di energia a gravità + batteria per aiutare a stabilizzare la rete elettrica sarda.

Per le miniere dell’Iglesiente e non solo, il progetto più importante riguarda il ripristino ambientale per il quale è incaricata la società in house della Regione Igea che ormai da molti anni sta affrontando le numerose e complesse problematiche che emergono con l’approfondimento degli studi.

Un approccio innovativo, che potrebbe essere stato ispirato dalla figura dell’ing. Musso, sarebbe quello di utilizzare le potenzialità produttive residue dei cosiddetti “sterili minerari” contenenti ancora significative quantità di metalli, la cui estrazione, oltre a costituire un valore aggiunto, ne ridurrebbe il rischio ambientale.

Non essendo possibile una ripresa dell’attività in sotterraneo a causa del problema delle acque di falda, possiamo però pensare ad un riutilizzo delle numerose gallerie almeno fino alla quota dell’acquifero. Le gallerie più interessanti da utilizzare sono quelle scavate negli ultimi anni di attività in ragione delle loro dimensioni e della accessibilità con mezzi meccanici. A titolo di esempio possiamo far riferimento alla rampa di San Giovanni, a quella di Nebida, di Campo Pisano, di Funtana Raminosa e di San Benedetto che sono immediatamente accessibili e che potrebbero essere sfruttate per impieghi che richiedono stabilità di temperatura e umidità senza dispendio energetico. Sarebbe garantita anche la protezione dagli eventi atmosferici, dal rumore, dalle radiazioni e dall’elettrosmog, con la possibilità di utilizzo di luce artificiale con frequenze mirate.

Un progetto, di cui si era sentito parlare tempo fa, era la creazione di un Data Center nella miniera di San Giovanni. La temperatura tra 15 e 18 gradi all’interno della miniera è infatti ideale per ospitare impianti soggetti a forte dispendio energetico come i data center di elevata potenza attualmente necessari per supportare l’intelligenza artificiale.

Mentre per San Giovanni l’idea sembra caduta nel vuoto, recentemente è stata diffusa la notizia che in Trentino, in una ex struttura sotterranea utilizzata per l’estrazione di dolomite, la “Trentino Data Mine”, partecipata dalla Università di Trento, il 23 giugno p.v. inaugurerà un data center da 6 Mwp.  Il progetto è stato realizzabile grazie all’aggiornamento delle norme di polizia mineraria della Provincia di Trento che consentono l’utilizzo delle gallerie minerarie anche per uso civile.

Un’altra possibilità di utilizzo ci viene ancora dal Trentino dove nella Miniera di San Romedio trova collocazione una cantina per 2 milioni di bottiglie di spumante “Trento doc” e 190.000 mc di mele Melinda.

Innumerevoli sono gli esempi di coltivazioni professionali di funghi in galleria: miniere di Saint-Silvestre e Rocamadur in Francia, miniere di gesso a Nottingham in Inghilterra, Cave di tufo in Campania e Lazio, miniere di ferro in Svezia.

Famose sono le coltivazioni idroponiche realizzate nei tunnel antiaerei di Londra, in gallerie militari in Corea del Sud e gallerie in Cina con produzione di lattughe, spinaci, rucola ed erbe aromatiche.

Le vecchie gallerie si prestano inoltre come cantine per la stagionatura di prosciutti, salumi e formaggi come quelle delle grotte di tufo in Umbria (Norcinerie di Norcia), nel Lazio (Caseificio Campo Felice Pecorino) e nelle Marche, o come i tunnel dismessi in Auvergne (Caves de Saint-Nectaire) e nel Jura (Fort Saint-Antoine) dove vengono stagionati alcuni dei più famosi formaggi francesi.

Naturalmente lo studio di tali progetti di riutilizzo presume in via preliminare la emanazione di norme che prevedano la possibilità di riutilizzo civile delle infrastrutture sotterranee, la loro riapertura per verificarne lo stato e la sicurezza al fine di analizzarne le precise condizioni ambientali e stabilirne la possibile destinazione.

Non possiamo però dimenticare l’acqua di falda che, se per le miniere ha costituito un problema, può essere una opportunità per il territorio. Infatti in tempi non lontani, in periodi di siccità, l’acqua pompata dalla miniera di Campo Pisano ha salvato dalla sete la popolazione di Iglesias. Oggi che la falda è risalita, a maggior ragione costituisce una risorsa da non trascurare. Ricordo che nella galleria di scolo delle acque di eduzione della miniera di Monteponi, in corrispondenza del pozzo Baccarini, esiste un’opera in calcestruzzo realizzata appositamente per ostruire il deflusso dell’acqua di falda. È come se fosse una diga con un battente di circa 60 m capace di contenere milioni di metri cubi d’acqua. Basterebbe realizzare un’opera di presa per rendere disponibile una risorsa utilissima per il territorio.

In questo breve excursus ho provato a elencare una serie di possibili utilizzi produttivi del patrimonio minerario, ma dobbiamo continuare a sostenere anche la valorizzazione a fini turistici del bellissimo contesto ambientale in cui è inserito, recuperando le strutture più significative insieme alla storia e alla memoria degli uomini che vi hanno lavorato.

Sandro Putzolu

 

 

 

L’Associazione culturale Cuprum di Gadoni, in collaborazione con l’Associazione Amici della Miniera di Carbonia, presenta, lunedì 15 giugno dalle 17.30 nella Sala EuralCoop, in piazza Marmilla a Carbonia, il libro “Funtana Raminosa. Erranti per le lente gallerie smarriti nell’oblio” curato da Gabriele Calvisi.

L’incontro, moderato dal giornalista de L’Unione Sarda, Marco Corrias, prevede gli interventi di Salvatore Cherchi, ingegnere minerario, già parlamentare di riferimento per le politiche industriali e minerarie nazionali e autore di un testo del libro; di Enrico Contini, già responsabile del laboratorio chimico di Igea; di  Roberto Curreli, geologo, commissario straordinario del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna; di Andreano Madeddu, perito minerario, leader del sindacato dei minatori, già direttore Api Sarda, autore di un testo del libro; Giorgia Meli, avvocata, assessora alla cultura del  Comune di Carbonia; Ennio Meloni, poeta e scrittore, Francesco Moro, minatore, presidente dell’Associazione culturale Cuprum;  Sandro Putzolu, ingegnere minerario, già direttore di numerose miniere sarde, autore di un testo del libro;  Gian Matteo Sabiu, ingegnere, vice presidente dell’Associazione degli Amici della Miniera, Francesco Sanna, avvocato, già parlamentare, presidente della innovativa AMA, A Meras Annos srl; Gianni Sini, ingegnere minerario già direttore della miniera di Funtana Raminosa e del gruppo Nord delle miniere Samim.

Dopo il dibattito, in cui sarà ricordata la figura di Lorenzo Musso, ingegnere minerario, capo della Divisione mineraria della Samim, saranno trattati, tra gli altri, i temi della memoria mineraria; il recupero del valore con le attività di bonifiche delle discariche minerarie e metallurgiche, il ruolo del Parco Geominerario della Sardegna, il presente e il futuro tecnologico, industriale delle attività innovative insediate nelle infrastrutture minerarie, è previsto l’intervento conclusivo di Emanuele Cani, assessore regionale all’Industria.

Il libro è l’esito di un lungo periodo di riprese fotografiche, di raccolta ed elaborazione di immagini e di testi, tra il 2022 e il 2024, per la miniera di Funtana Raminosa, sita nel territorio del Comune di Gadoni nella Barbagia di Belvì in provincia di Nuoro.

È un volume di fotografie e di parole che ha impegnato minatori e lavoratrici di diverse generazioni e i protagonisti degli ultimi cinquanta anni della storia politica, economica e sociale dell’industria mineraria nazionale. Si tratta di un atto di testimonianza, di auto-riconoscimento del vissuto minerario, politico, sociale e culturale, rintracciando i frammentati ricordi degli ultimi anni della miniera per trovare nel presente un senso del passato.

Mostra e racconta i paesaggi, i volti, gli sguardi, i segni di ciò che è rimasto di quella storia plurisecolare. Raccoglie le ultime testimonianze, affettuose, poetiche, sconsolate, cariche di indefinita fiducia e riconoscenza.  Registra gli innamorati ricordi, i frammenti di storie individuali e collettive, vissute nella miniera e nelle comunità che, improvvisamente, hanno subìto, forse in maggior misura che altrove, le traiettorie del declino, le distanze dell’abbandono, il tradimento delle promesse.

Il libro è composto da 280 pagine, 190 fotografie a colori e 37 pagine di scritti, ha un formato 21x 24 cm, una copertina in brossura e una sovra copertina, è stato pubblicato da Isolapalma della Grafiche Ghiani e stampato dalla Grafiche Zanini di Anzola dell’Emilia a settembre 2025.

Le fotografie sono di Gabriele Calvisi e Roberto Deidda. I testi di Matteo Cara, Salvatore Cherchi, Giovanni Dettori, Andreano Madeddu, Giambattista Novella e Sandro Putzolu. Hanno collaborato Sandro Boi, Miriam Deidda, Mario Deligia, Ginetto Melis, Francesco Moro e Gianni Porru.

La pubblicazione del libro è stata sostenuta dalla Fondazione di Sardegna. Ha il patrocinio gratuito della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro, del Comune di Gadoni e della società Igea SpA-Interventi geo ambientali.

 

In questo periodo di violente e belliche bestie trionfanti, vediamo distruzioni e umanizzazioni minerarie nel libro voluto da Gabriele Calvisi, un libro di foto emozionanti e stilisticamente accurate. Non dirò dei numerosi e importanti studi storici, filosofici, antropologici, semiologici sulla fotografia. Vorrei però, almeno richiamare l’attenzione sui ritratti di uomini e donne che hanno fatto l’esperienza umana della miniera di Funtana Raminosa e del paese di Gadoni.
1 Poetiche minerarie fotografiche dei ritratti
I ritratti presentano particolari unicità umane, senza offrire visioni totalizzanti e totalitarie. Le immagini dei ritratti si aprono agli sguardi altrui, inoltre possono essere interrogate e aperte per diventare qualcos’altro che è più della testimonianza del passato, nel contemporaneo presente. Si aprono e possono essere aperte, infatti, per diventare attualità. Si tratta di un’attualità che nel contemporaneo mette al mondo una storica esperienza mineraria fatta per diventare inesauribile esperienza in comune, culturalmente produttiva in nuovi modi. Produttiva nel presente per creare ancora futuro. Futuro che parte dalle storiche modernità industriali incompiute per compiere nuove imprese di modernità industriale da condividere democraticamente fra le persone e con la natura. D’angelo e Pijpers nel 2018 usarono l’espressione temporalità minerarie, mining temporalities, per sottolineare come le risorse estrattive possono essere capite in un complesso di multiple temporalità e durate, ritmi e cicli, con differenti velocità, intensità, ed estensioni. Discorsi e politiche del tempo minerario nella nostra contemporaneità in Sardegna riguardano una nuova temporalità mineraria, non solo di memoria ma specialmente di progetto, e di progetto vitale. La coralità e la multitemporalità dei ritratti delle persone che hanno fatto la loro parte nella storia mineraria, locale e non solo, sembrano indurre a nuovi impegni per nuovi tempi minerari.

Le minerarie poetiche fotografiche dei ritratti, parlando del passato e gettandolo nell’agire dell’agitato mondo presente, sembrano invitare all’agire. Facendo presenti le assenze, sembrano indurre a produrre nuove temporalità minerarie vitali e durevoli presentando molti strati di senso di semanticità. Nei ritratti le persone dicono l’impegno personale nel “metterci la faccia” facendosi fotografare. Palesano modi propri di farsi soggetti fotografici nella, della e sulla fotografia, mostrando modelli relazionali di cooperazione senza sottomissioni. Esprimono l’«aria culturale» individuale e accomunante di miniera incorporata, esponendo corpi che contengono la miniera.
Mostrano persone diventate protagoniste di sicurezze minerarie, indicando il loro sé esperto di risolti rischi minerari di lavoro e di vita, capace di produzioni vitali superando rischi mortali.
Esprimono abilità di farsi soggetti autonomi, anche in condizioni di dipendenza, attraverso propri processi culturali di soggettivazioni con un protagonismo vitale che emerge nell’esperienza e nella presenza fotografica. Rivelano autonomismi molecolari, per dirla con Gramsci, individuali e di gruppi locali, che parlano alla società e alle istituzioni. Dal punto di vista di chi fotografa e di chi guarda, la foto si apre e può essere aperta a partire dagli sguardi che si incrociano “faccia a faccia”, in parità. L’immagine è infatti aperta ma occorre aprirla ulteriormente, per scendere nella sua più profonda intimità. I ritratti minerari possono essere aperti guardando i vari rischi del presente in compagnia di quei corpi plasmati nei rischi, rischi governati incarnando varie esperienze securitarie per produrre innovative temporalità minerarie di futuro, sia nel piano della cultura economico-produttiva e sia in quello della cultura espressiva. Nuove ricerche minerarie, bonifiche produttive dei siti estrattivi dismessi, riusi post-estrattivi di miniere dismesse possono aprire nuove temporalità. Inoltre le foto possono uscire dal libro e diventare innovative esposizioni e installazioni artistiche partecipate dalle comunità.
2 Discorsi
Per seguire il percorso narrativo del testo, passiamo ai discorsi. Quello del geografo Matteo Cara mette in vista la congiunzione di mondi visibili e invisibili. In superficie, indica varie testimonianze, antropiche e naturali, che costituivano la ricchezza di un paesaggio e di un territorio non limitato a monocoltura. Nell’antropologia mineraria italiana il mondo rurale sardo si pone, nell’irrealizzata verticalizzazione industriale manifatturiera, in primo luogo come mancato interesse dell’imprenditoria mineraria verso l’integrazione dell’agricoltura, come già segnalava Quintino Sella nella sua Relazione del 1871. Storicamente, un’altra mancata integrazione fra industria e agricoltura accadde per esempio a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, quando i progetti di uso chimico del carbone per i fertilizzanti azotati furono impediti dalla Montecatini la quale, di fatto, determinò la riduzione del carbone a esclusiva risorsa energetica combustibile.
I saggi sono tutti preziosi, ciascuno a suo modo. Quello di Tore Cherchi lo è in modo speciale. Egli offre un profilo storico-politico e storico-culturale delle vicende minerarie in arco di più di un secolo e mezzo. Inoltre, affronta il tema del colonialismo interno e poi dell’autonomia, distinguendo varie temporalità, secondo periodi e modi di relazioni fra istituzioni pubbliche e imprese economiche. Percorre la lunga storia mineraria della modernità industriale per arrivare alle vicende più vicine, in cui appariva chiaro che la metallurgia di base non assicurava lo sviluppo manifatturiero nell’Isola.
Egli soprattutto chiama in causa le responsabilità dello Stato, e delle sue articolazioni in Enti e Aziende, per una politica industriale di rango nazionale e internazionale. Riprendendo il tema del colonialismo interno, incrociato nel 2015 nell’introduzione al libro di Nicola Manca (Sollevatori di Pietre. I Sardi, le miniere, il colonialismo), egli affronta apertamente la questione del «tradimento» dello Stato verso le miniere, anche nel quadro dello smantellamento delle Partecipazioni Statali. Le privatizzazioni, oscurate anche da corruzioni, di fatto evocano l’acume politico di Enrico Berlinguer sulla questione morale.
Tore Cherchi pone non pochi interrogativi e offre informazioni importanti che riguardano l’antropologia politica e l’antropologia delle istituzioni. Nonostante i disastri del periodo 1980-1994, nel 2000 lo Stato Imprenditore registrava un saldo attivo di 81.300 miliardi di lire. Un attivo notevole, nota Tore Cherchi. Le sue annotazioni sul processo italiano delle privatizzazioni, sottolineano che le telecomunicazioni e le autostrade mostrano esiti contrari a quelli attesi. La parabola dell’industria automobilistica indica debolezze a lungo nascoste e ora palesate.
L’attribuzione di valore assoluto all’impresa privata merita nuove consapevolezze critiche che il discorso di Tore Cherchi dischiude e favorisce. Infatti, le scelte industriali avviate con le privatizzazioni e rivolte all’insediamento delle multinazionali nel Polo industriale di Portovesme, svelano le logiche del neoliberismo, disinteressato alla valorizzazione dei territori e delle comunità locali. I “poli industriali” rimangono poli, senza espansioni produttive. Diventano, inoltre, poli di precarietà. Alcoa, Glencore, Rusal sono esperienze tristemente note e dolorosissime ferite ancora aperte. D’altro canto i passi indietro del Parco Geominerario che ha perso perfino il logo dell’Unesco, i decenni di bonifiche minerarie non fatte, le risorse finanziarie del Piano Sulcis non impegnate localmente e tornate allo Stato, mettono a nudo intollerabili debolezze democratiche, locali e regionali. Responsabilità di istituzioni pubbliche nazionali e locali si congiungono nel discorso di Tore Cherchi.
Il discorso di Andreano Madeddu affianca quello di Tore Cherchi. Indica la temporalità della fine della miniera di Funtana Raminosa nel 1986. Rievoca la riunione al ministero delle Partecipazioni Statali, a Roma, in cui l’Eni si apprestava a separare il settore minerario da quello metallurgico, scindendo la Samim in due nuove società: la Sim, Società Miniere Italiane, e la Nuova Samin per la metallurgia. Ricorda che pose domande, considerando che la tedesca Metallgesellchaft, leader mondiale della metallurgia dei non ferrosi, integrava invece i due settori.
Fu richiesta fiducia nell’Eni, in quanto società pubblica, per firmare l’accordo. Tuttavia, egli non firmò pur restando solo e si dichiara orgoglio di non aver sottoscritto quel documento che segnò la fine dell’esperienza mineraria della Sardegna. Egli richiama, insieme alle battaglie sindacali, indimenticabili emozioni legate a vicende tragiche della miniera. Torna indietro al 1983, alla morte di Bruno Locci, stimato sorvegliante, per il distacco di un blocco di roccia dalla corona della galleria. Ricorda date e orari dell’arresto di Antonio Ghigino, direttore della miniera, di Sandro Aru caposervizio principale, e di Gabriele Calvisi, responsabile dell’ufficio studi, accusati di quel decesso e scarcerati dopo una settimana. Prosciolti poi dall’accusa e archiviato il fascicolo, rimase un’indimenticabile ingiustizia da loro subita. Con rara e profonda sensibilità umana e sindacale, egli riferisce della crisi nelle relazioni fra tanti lavoratori e tecnici della miniera, indicati come sfruttatori privi di coscienza. Afferma come lesse in quei comportamenti la rottura di solidarietà unitarie che avevano sempre legato le persone in miniera. Continua spiegando che non esiste contrasto tra chi, da posizioni diverse, deve condividere i drammi del lavoro e gli eventi che privano della vita di amici e colleghi. Afferma che chi prova la perenne amarezza della morte sa che non esistono gerarchie del dolore. Infine. ricordando la morte di un amico fraterno a Montevecchio, chiarisce come la morte di un altro è anche la morte di un pezzo di sé nei rischi e nelle solidarietà della «terra di sotto». Egli offre a questo punto, da protagonista, un prezioso frammento delle concezioni, delle visioni, delle forme di vita che caratterizzano le esperienze umane studiate e documentate nell’antropologia mineraria.
Nel libro appare qualche elemento di crisi locale da non sottovalutare. Gli anni Ottanta del Novecento erano gli anni in cui si affermava il neoliberismo, globalmente e localmente. Erano gli anni del maggior fermento e della maggiore crisi a Funtana Raminosa. Tale fermento appare nelle tranches de vie, nei brani di vita scritti dai tecnici con sorprendente pathos. Giambattista Novella geologo, Sandro Putzolu, ingegnere minerario e direttore di miniera, Gabriele Calvisi responsabile dell’ufficio studi, offrono discorsi di alto e di raro impegno tecno-scientifico e democratico per assicurare vitalità produttiva alla miniera e al territorio, alle persone e alla comunità mineraria.
La tragedia di Funtana Raminosa del 1983 interruppe un’esperienza fortemente tesa all’innovazione produttiva. Gabriele Calvisi dice qualcosa e forse non dice tutto sul suo «dolore oscuro mai dimenticato», sul lavoro da lui svolto a Funtana Raminosa per migliorare la qualità del minerale e della miniera, finito con il suo trasferimento e poi con la chiusura dell’attività estrattiva.
La profonda intimità culturale del suo «dolore oscuro mai dimenticato» merita un rispettoso silenzio. Gabriele spera nella riapertura della Facoltà di ingegneria mineraria. I suoi ricordi innamorati della miniera e del paese, lo fanno sentire «smarrito» nella percezione di un futuro negato, di un danno mai risarcito, di una comunità impoverita.
Le sue aspirazioni a una modernità industriale ancora da compiersi rispetto a quella storica incompiuta, si associano alle storiche aspirazioni democratiche documentate nel libro, diventando nutrimento culturale per la visione e la produzione di un futuro democraticamente condiviso fra persone e con la natura. Sono aspirazioni democratiche forti che emergono, nonostante pesanti sconfitte, non solo a Gadoni ma in tante comunità minerarie non più estrattive. Sono aspirazioni democratiche alte che si sollevano eloquenti, a gran voce, nelle comunità minerarie quando queste ultime paiono ridotte e costrette nei ristretti limiti d’azione delle violenze, anche mortali, inflitte o da infliggere nei conflitti bellici. Si elevano palesando una straordinaria resistenza democratica. Ciò accade onorevolmente per esempio a Iglesias e non solo, specie per la fabbrica di armi RWM a Domusnovas. Se n’è parlato anche di recente in un programma televisivo nazionale come un “ricatto di povertà”, senza possibile libertà d’azione, oltre l’emigrazione.
3 Autonomie personali e autonomie istituzionali
Le istituzioni autonomistiche in realtà non raccolgono e non rispettano sufficientemente, a mio avviso, le istanze di autonomia individuali e collettive che provengono dal basso, istanze fortemente espresse ancora in tanti centri minerari. Sul piano storico-culturale emergono forti soggettivazioni individuali e collettive, realizzate perfino in condizioni di sottomissioni violente con varie morti storiche. Tuttavia, vediamo che tali processi di produzione di persone autonome, che chiamo soggettivazioni, processi che possono avvenire in condizioni di dipendenza e perfino di assoggettamento, non sono stati e non sono raccolti adeguatamente dalle istituzioni autonomistiche, a vari livelli, per realizzare ed esprimere un forte, rinnovato e innovativo autonomismo istituzionale. Un autonomismo federalista e federativo in cui l’economico sia pensato e praticato in quanto valore vitale e il vitale in quanto valore economico, come accade in parte in alcune bonifiche che restituiscono spazi ad usi pubblici e specialmente nell’avvio di una produttiva economia verde avanzata e di una produttiva economia etica liberamente sostenuta nel mercato finanziario che, sia pure con difficoltà, tentano di affermarsi globalmente.
Questo libro induce a pensare, mentre lo si legge, a un innovativo autonomismo a partire dai sindaci dei Comuni minerari capaci di “agire di concerto” non occasionalmente ma programmaticamente, ovvero in modi non individualmente leaderistici ma esplicitamente connessi in ampi progetti territoriali per la sanità e per l’istruzione, per il lavoro e per l’ambiente.
Progetti interlocali e territoriali, perseguiti in articolazione con gli autonomismi molecolari, per dirla ancora con Gramsci, che in generale le istituzioni locali e regionali non raccolgono e non esprimono, qualitativamente e adeguatamente, in ciò che pensano e in ciò che fanno. Per esempio, non è generalmente richiamata, come matrice non solo culturale ma anche politico-istituzionale per un futuro durevole, la valorosa realizzazione dei saper fare minerari vitali, che in miniera univa le grandi opere infrastrutturali di ingegneri e tecnici e operai, dalle grandi armature all’aerazione, dall’eduzione delle acque al governo dei rischi quotidiani.
Le esperienze securitarie di lavoro e di vita mineraria costituiscono una storia di altissimo profilo culturale democratico che parla ai rischi del presente. La grande storia culturale dei saper fare minerari vitali non trova adeguato rispetto e riconoscimento. Ciò accade, per esempio, quando le istituzioni rispondono alle domande di rilancio produttivo dei territori post-estrattivi con le scelte sia di soli lavori limitati al riciclo di batterie esauste, sia di armi di guerra vendute a Stati in guerra.
I siti di rifiuti industriali e quelli di produzioni di armi suscitano diffusa e giusta indignazione. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata con i “modelli” complementari dei siti di spazzatura industriale, noti come industrial waste sites, e con la complementare militarizzazione industriale. Sono soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro del 2007 da June Nash che studiò a lungo le esperienze minerarie e industriali, sia in America Latina e sia negli Stati Uniti.
Credo sia utile essere propositivi, piuttosto che aridamente critici. Incoraggio pertanto a realizzare una svolta concertativa dei Comuni minerari, ben programmata e cadenzata da incontri dei sindaci di tali Comuni con le popolazioni, e unitariamente fra di loro, per armonizzare innovative e caratterizzanti prospettive dei territori minerari, da assumere unitariamente nelle province e regionalmente. Confido fortemente che l’attuale assessore all’industria voglia in futuro cogliere e sostenere culturalmente e politicamente, a veri livelli istituzionali, l’innovativa portata autonomistica delle esperienze minerarie sia storiche, sia di inedite e innovative concertazioni programmatiche unitarie, che i sindaci dei Comuni minerari vorranno esporre di concerto e unitariamente.
Intanto, come sappiamo, nuove ricerche minerarie, bonifiche produttive dei siti estrattivi dismessi, riusi post-estrattivi di miniere dismesse, possono aprire nuove temporalità minerarie.
Vecchi sguardi possono unirsi a nuove visioni, vecchi utilizzi possono congiungersi a innovative  progettazioni di riconversione d’uso scientifico delle miniere, come avviene con il Progetto Aria per studi della materia oscura e altro a Nuraxi Figus in Gonnesa di cui ha scritto Cristiano Galbiati, con quello chiamato Digital Metalla per un Datacenter green a San Giovanni di Iglesias, e con quello dell’Einstein Telescope per studiare le onde gravitazionali a Sos Enattos in Lula. Aspirazioni di democrazia che caratterizzarono le storiche zone minerarie della Sardegna, si accostano a nuove aspirazioni di durevole lavoro industriale vitale per nuovi autonomismi personali e istituzionali che il libro corale voluto da Gabriele mantiene a mio avviso non erranti e smarrite, ma attive e vive.
Grazie, carissimo Gabriele. Grazie a tutti i protagonisti di quest’opera.

Paola Atzeni

 Convegno Ausi miniere 5Convegno Ausi miniere 2

Franco Meloni e Emilio Gariazzo

Si è svolto da venerdì 27 a sabato 28 giugno ad Iglesias, presso l’Aula Magna del Consorzio #AUSI nel Palazzo Bellavista della miniera di Monteponi, il simposio internazionale “#Attività minerarie nel bacino del Mediterraneo: stato dell’arte”.

Il simposio si è tenuto sotto il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna e del comune di Iglesias ed hanno concesso il loro patrocinio anche l’Associazione Nazionale Tecnici Liberi Professionisti (ANTEC), l’Associazione Periti Minerari e Minerari Geotecnici, l’Assomineraria, il Consorzio AUSI, l’E.Bi.Pro., l’Ordine dei Chimici di Cagliari, Nuoro e Oristano, le società Portovesme srl e SGS. Inoltre, l’evento è stato condiviso con l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Cagliari, che ha riservato sei crediti formativi ai propri iscritti regolarmente partecipanti.

L’evento è stato organizzato dall’#Associazione Mineraria Sarda per fare il punto sullo stato dell’attività mineraria e metallurgica nell’area del Mediterraneo, in ciò comprendendo le nuove attività esplorative (Arabia Saudita), la gestione degli scarti di processo (Turchia), la coltivazione mineraria, il trattamento mineralurgico, il riprocessamento e la innocuizzazione dei materiali costituenti le strutture di deposito (Sardegna), con particolare riguardo sia alla compatibilità dei processi che al recupero ambientale delle aree minerarie dismesse, seppur nel contesto complessivo della disciplina normativa europea e implicazioni economiche legate alla sostenibilità dell’industria estrattiva.

Alle tre sessioni di lavori – due nella giornata di venerdì ed al mattino in quella di sabato – hanno partecipato numerosi professionisti ed addetti ai lavori, così affollando l’aula magna del Palazzo Bellavista.

La prima giornata si è aperta con i saluti di Enrico Contini, presidente dell’Associazione Mineraria Sarda, e di Angelo Loggia, consigliere dell’Ordine degli Ingegneri di Cagliari, seguiti dal Sindaco di Iglesias Emilio Gariazzo, dal Direttore Generale del Consorzio AUSI Franco Meloni, dal Commissario straordinario del Parco Geominerario Gianluigi Pillola, dal Presidente per la Sardegna dell’Associazione Nazionale Tecnici Liberi Professionisti Paolo Deidda e da Gabriella Zonnedda, per l’Ordine dei Chimici di Cagliari, Nuoro e Oristano.

È poi intervenuto, aprendo così la serie delle relazioni, Nicola Giulini (Servizio Attività Estrattive e Recupero Ambientale della Regione Sardegna) sui contributi regionali per gli interventi di recupero ambientale delle aree interessate da attività estrattive dismesse. Dopo di lui, Sandro Tocco (Università di Cagliari, DICAAR) ha presentato un’attesa seguita analisi del deposito di Fanghi Rossi di Monteponi, facendo il punto sui rischi ambientali ed ecologici da essi rappresentati e come queste discariche possano ancora rappresentare una risorsa da sfruttare. Ha infine chiuso la prima mattina il contributo di Pier Paolo Manca, (Università di Cagliari, DICAAR) che ha presentato i fenomeni di subsidenza nelle miniere dell’anello metallifero dell’Iglesiente, in previsione del reimpiego in sotterraneo degli scarti mineralurgici.

Nel primo pomeriggio, Roberto Dessì (ARPA Sardegna) ha ripreso i lavori con una comunicazione sulla normativa applicativa sulle gestione delle terre e rocce da scavo, seguito da Mario Ragona (Centro Ricerche Ecotec Gestione Impianti srl), intervenuto sul trattamento dei residui industriali minerari ed il recupero delle materie utili mediante l’applicazione del Plasma termico. Ha poi preso la parola, in lingua inglese, Hans Zijlstra (Geo Chem Tec), appositamente giunto ad Iglesias dall’Olanda per presentare gli aspetti tecnici e legali del recupero e bonifica delle miniere e discariche abbandonate in Turchia, dove l’attiva estrattiva è tuttora intensamente attiva. La prima giornata si è successivamente chiusa con la relazione di Angelo Bosu, Pierpaolo Pinna e Federico Fiorelli (Maffei Sarda Silicati S.p.A) sulla flottazione del feldspato sodico di Orani per la produzione di materie prime a basso tenore in ossidi di ferro e titanio e la testimonianza di Fabio Granitzio (Exploration Manager Kefi Minerals) sulle attività esplorative per preziosi e metalli di base in corso in Arabia Saudita, dove operano numerosi tecnici italiani.

Sabato mattina, il simposio è ripreso con il contributo di Elisabetta Fois (Carbosulcis) e Antonio Lallai (Università di Cagliari, DIMCM) sulla ottimizzazione dei nuovi impianti e la ricerca applicata nel bacino carbonifero del Sulcis, ricordando il grande patrimonio di competenze e tecnologie ancora operante nel nostro bacino industriale. Immediatamente dopo è intervenuto Tore Cherchi, stavolta nella veste di ingegnere/tecnico più che di uomo politico, presentando il progetto del Centro di Ricerca Tecnologica per la bonifica di acque e terreni che dovrà nascere a Monteponi con il Piano Sulcis. Cherchi ha ricordato l’impegno storico dell’Associazione Mineraria Sarda per la promozione della cultura mineraria e delle competenze e delle professionalità ad esse legate, formulando i personali auguri per questa rinnovata fase operativa dell’associazione ed auspicando che il futuro Centro di Ricerca riesca a mettere insieme le migliori risorse del territorio, a partire da Igea.

Hanno completato l’ampio programma del simposio, gli interventi della seconda parte della mattina: Alessandro Carbini (Baueddu s.r.l.) ha presentato il progetto di coltivazione sotterranea finalizzato alla valorizzazione del giacimento baritico di Bruncu Molentinu nel comune di San Vito; Fabio Canziani (SGS Minerals Services Manager) ha illustrato il supporto ambientale, commerciale e tecnico offerto dalla società SGS per le attività estrattive; Francesco Manca (Progemisa S.p.A. in liquidazione) ha parlato della sperimentazione in sotterraneo propedeutica allo stoccaggio nei vuoti minerari di materiali di scarto provenienti da processi di arricchimento dei grezzi fluoritici. A questi oltre il programma previsto, si è aggiunta la testimonianza di Sandro Putzolu.

Il simposio, dopo tre intense sessioni, si è concluso verso le 13 con i saluti finali ed i ringraziamenti del presidente Contini: l’appuntamento è per il prossimo anno, nella tradizione dei simposi dell’Associazione Mineraria Sarda, punto di incontro e confronto sullo stato dell’industria estrattiva e metallurgica nel contesto internazionale. Come ha ricordato Contini, lo sforzo è di presentare e promuovere la realtà di un panorama aziendale e professionale vivo ed operante, oltre l’immagine di una miniera sovente ricordata solo in termini nostalgici e di memoria passata e da conservare. Al contrario, con le competenze di questo territorio – su tutte quelle espresse dall’Istituto Minerario, come ricordato dal commissario del Parco Geominerario – si può e si deve ancora lavorare, come testimonia anche l’ottimo riscontro avuto con la collaborazione con l’Ordine degli Ingegneri ed altre associazioni/enti di categoria.