14 August, 2026
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Fra tradizione, storia d’Italia, mitologia e originalissime fiabe prosegue il “Festival Internazionale della Sostenibilità – Giardini Aperti”, organizzato da Abaco Teatro sotto la direzione artistica di Rosalba Piras e giunto alla sua XIX edizione. Una manifestazione dalle mille sfaccettature artistiche che trasforma parchi e luoghi storici in palcoscenici naturali per fondere l’arte con una visione evoluta dell’umanità, dove il rispetto per la Terra si intreccia alla bellezza delle differenze.

Il viaggio del Festival fa tappa a Siliqua il 16 e 17 luglio, nella splendida cornice verde del Parco Comunale, per un’intensa maratona di emozioni sotto le stelle. Si comincia giovedì 16 luglio alle ore 19,30 con “Fiabe Sarde”, una produzione firmata Abaco Teatro, scritta e diretta da Carla Orrù sul palco con Marta Proietti Orzella. In scena, la bizzarra signorina Nara Conta gira il mondo insieme a un simpaticissimo Ranocchio e a un libro magico ricco di storie e formule matematiche. Tra scenografie coloratissime, musiche, indovinelli e canti in lingua sarda, i piccoli spettatori vengono catapultati in un tempo lontano, interagendo direttamente con creature fantastiche dell’antica isola come Janas e Giganti, fino a un festoso finale collettivo.

La serata prosegue alle ore 22.00 con l’appuntamento firmato ASMED Balletto di Sardegna “Perseo e Medusa”, ideazione e regia di Senio G.B. Dattena, coreografia di Cristina Locci. In scena lo stesso Senio G.B. Dattena insieme a Luca Mameli, Luana Maoddi e Martina Spiga. L’affascinante produzione, dal forte impatto visivo, unisce la fisicità della danza contemporanea alla parola teatrale per rileggere uno dei miti greci più avventurosi, strutturato come una fiaba classica tra eroi, mostri marini e interventi divini. Sul palco i corpi dei danzatori si fanno sculture in movimento per incarnare le paure ancestrali, veicolando un profondo messaggio pedagogico sul valore del coraggio, della giustizia e dell’amore.

Infine, gli appuntamenti a Siliqua si concludono venerdì 17 luglio con due spettacoli per grandi e piccini. Spazio al pubblico più giovane alle ore 19,30 con Il Crogiuolo che porta in scena “La Principessa Ribelle e altre storie di ribellione”, testo di Marta Gessa e Nicolò Del Piano interpretato dalla stessa Marta Gessa. L’opera, dinamica e pungente, segue le vicende di una bambina appassionata di lettura che rifiuta i vecchi cliché delle principesse indifese per rivendicare il diritto all’indipendenza, desiderando trasformarsi in una vera e propria “principessa azzurra” cacciatrice di draghi, stimolando così le nuove generazioni a superare i condizionamenti e gli stereotipi di genere. A chiudere la tappa di Siliqua, alle ore 22.00 “Ottavio Bottecchia – Vite in volata” un’opera di Abaco Teatro interpretata da Tiziano Polese, autore anche di una profonda ricerca storica sul personaggio, con la partecipazione e la regia di Rosalba Piras, voce fuori campo di Antonio Luciano.

 

Teatro Electra esterno 1Senio GB Dattena

Viaggio nella Storia con “Una cena veramente straordinaria/ L’amore, la vita, la morte ai tempi del ghetto”, lo spettacolo del Teatro Barbaro liberamente ispirato a “Il muro di Varsavia” di John Hersey, in cartellone domani (giovedì 8 maggio) alle 11.00 in matinée per le scuole, e ancora alle 20.30 al Teatro Electra di Iglesias per l’ultimo appuntamento con la Stagione di Prosa 2013-14 firmata CeDAC – nell’ambito del XXXIV Circuito Teatrale Regionale Sardo.

La pièce originale – ideata, scritta e diretta da Senio G.B. Dattena, protagonista sulla scena assieme a Maria Loi e Evelina Bassu sulle note della fisarmonica di Maurizio Serra – affronta l’incubo della Shoah dal punto di vista delle vittime, gli ebrei di Varsavia, prigionieri dietro il muro del ghetto, sottilmente consapevoli della prossima catastrofe ma ancora pienamente immersi nel respiro della vita.

Una cena veramente straordinaria” trae spunto dagli immaginari diari di un giornalista e aspirante scrittore, Noach Levinson (in un certo senso un alter ego di John Hersey, giornalista e scrittore statunitense, autore del romanzo pensato in chiave di docufiction): davanti alle prime persecuzioni nella Polonia occupata dai nazisti e alla costruzione del muro intorno al quartiere ebraico nella città vecchia, Levinson avrebbe deciso di documentare quei fatti straordinari, con l’idea di trarne materiali per un’opera letteraria. Quei taccuini avrebbero finito per trasformarsi in una testimonianza – in presa diretta – dell’orrore ma anche dei sempre più fragili segnali di un’apparente normalità: la capacità umana di adattarsi all’ambiente e alle circostanze, unita all’incredulità con cui venivano accolte le notizie sui campi di sterminio, fece sì che nel ghetto si ricostituisse paradossalmente una società assolutamente speculare, con le sue gerarchie e le sue leggi, a quella esterna. L’inquietudine sottile e l’idea della morte, sempre presente, non riuscivano a togliere peso e significato alle piccole incombenze quotidiane e la fame, il freddo, la miseria non bastavano a cancellare, anzi mettendoli alla prova finivano con il rafforzare gli affetti e i legami familiari.

Quasi una profezia capovolta, in cui è sotteso il ricordo dei pogrom e di antiche e recenti discriminazioni, s’invera nella realtà terribile del ghetto di Varsavia; e quel muro fatto costruire agli stessi ebrei delimita la loro prigione, diventa il segno concreto e tangibile di un’esclusione dalla comunità dei viventi, il confine di un luogo in cui il tempo resta come sospeso in vista dell’inevitabile fine. Un’attesa del nulla che si riempie di emozioni, desideri, slanci del cuore: in quel limbo, prima che si compia un destino già scritto dai vincitori (sulla pelle dei vinti) con la follia della “soluzione finale”, nascono amori e amicizie, si celebrano riti e perfino feste, si accolgono i nuovi nati e si piangono i defunti, ogni istante diventa (ancor più) prezioso. Il diario di Noach Levinson registra pensieri e parole, minuti frammenti di una quotidianità che verrà cancellata all’indomani della rivolta del Ghetto di Varsavia, ultimo e disperato tentativo di non arrendersi al male. Sono le voci, i ricordi, i sentimenti degli abitanti del quartiere, i loro sogni e rimpianti, l’eco delle loro vite a emergere dalle pagine del romanzo, per risuonare ancora sulla scena.

Un’invenzione letteraria – le annotazioni sui taccuini, il tentativo riuscito di nascondere quell’estrema testimonianza sottraendola alla distruzione, l’avventuroso percorso fino in Israele poi in America di quel materiale così scottante – riesce così a restituire un volto, un’identità a quegli uomini e donne, giovani e anziani, bambini e ragazzi travolti nell’onda nera della Storia. John Hersey – già vincitore del Premio Pulitzer nel 1945 con “A Bell for Adano” sulla Sicilia durante la seconda guerra mondiale e autore di “Hiroshima” sugli effetti delle prime esplosioni atomiche – sceglie di raccontare l’esistenza all’interno del ghetto di Varsavia attraverso le parole dei protagonisti, affidando a un giornalista e aspirante scrittore il compito di testimoniare la verità. Il presunto Archivio Levinson – in bilico tra la realtà dei documenti e delle interviste, e l’immaginazione dello scrittore – rappresenta così la chiave per narrare “l’amore, la vita e la morte ai tempi del ghetto”: non un distaccato reportage giornalistico, ma il racconto in tempo reale di ciò che accade giorno per giorno sotto gli occhi del protagonista. “Il muro di Varsavia” è un romanzo in cui fiction e cronaca si intrecciano, la verità storica verificabile fornisce l’ordito su cui si costruisce una trama fatta delle tante, troppe esistenze prigioniere del ghetto.