10 June, 2026
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Dedicato agli uomini e alle donne che hanno prodotto e producono nel mondo saper fare minerari vitali
Testo del discorso di Paola Atzeni, parzialmente presentato a Montevecchio in occasione della giornata nazionale delle miniere, il 31 maggio 2026

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Montevecchio è un luogo molto speciale. Lo sappiamo e siamo qui per questo. Montevecchio è un luogo e un territorio di «vite offese», per dirla con Theodor Adorno (1951).
Vite offese che hanno prodotto semi. Semi di storie, storie che hanno fatto germogliare la storia democratica del passato e ancora si diffondono nel presente. Semi di vita per nuovi tempi, per nuove terre, per nuovi significati di vita.
Il 4 agosto 1903 i morti in miniera erano già stati 77 a Montevecchio, dopo l’Unità d’Italia. Montevecchio è luogo del morire in solitudine, e anche del morire insieme nelle miniere. Il 4 maggio del 1871 morirono insieme 11 cernitrici. Il 7 maggio 1904 morirono insieme 5 minatori.
Maggio, a Montevecchio, è il tempo del morire insieme. In altri mesi invece, si moriva semplicemente ad uno ad uno nello stesso anno, creando gli annali delle morti in solitudine del territorio. La vita umana si racconta nei corpi umani. Le morti innaturali sono prodotte, fatte. A Montevecchio si facevano morti. Si capisce perché i principali temi dello sciopero, con il suo statuto politico-culturale, riguardavano la vita.
Lorenzo D’angelo e Christian de Vito (2018), presentando il libro dello storico e sociologo olandese Marcel van der Linden, Il lavoro come merce, affermarono che nel lavoro sorvegliato e punito, anche schiavistico, il fenomeno dello sciopero costituì una forma importante di rifiuto del lavoro imposto. Lo sciopero locale di Montevecchio non fu né mera astensione dal lavoro né vacanza, si situa invece nella storia globale del lavoro imposto e rifiutato. Vedremo perché e con quali proposte.
Lo sciopero Montevecchio nel 1903 diede semi di vite incompiute, al territorio. Per saper vedere quei semi dobbiamo cambiare il nostro sguardo e i nostri modi di guardare. Dobbiamo saper vedere, attraverso quello sciopero e il documento dei minatori, i «saper fare minerari vitali».
I saper fare minerari vitali non riguardano tutte le pratiche minerarie, ma solo alcune davvero speciali. Erano pratiche di problem solving che risolvevano problemi di rischi infortunistici e vitali. Riguardavano grandi opere infrastrutturali e permanenti, progettate da ingegneri e realizzate da tecnici e operai, come per esempio gli impianti di aerazione, di eduzione delle acque, le grandi armature permanenti… Queste grandi opere risolvevano problemi vitali una volta per tutte. I saper fare minerari vitali comprendono, inoltre, attività quotidiane e contingenti, semplici e complesse, attraverso le quali specialmente gli operai e le operaie risolvevano rischi imprevisti, come per esempio le frane e il governo degli esplosivi nei sistemi delle mine, oppure delle mine residuali inesplose che potevano trovarsi nelle cernite del materiale grezzo. Spazi e tempi rischiosi erano alterati e trasformati, diventavano pensati e fatti altrimenti per la vita, diventavano vitali e securizzati a opera di operai e di operaie. I saper fare minerari vitali hanno un alto valore tecnico e culturale, anche teorico per la specifica qualità del lavoro.

Il documento delle maestranze che motivò lo sciopero fu inviato all’Unione Sarda. Ha un grande interesse che concerne il divenire di un nuovo e originale soggetto collettivo minerario. In quel tempo storico non appariva un collettivo soggetto industriale operaio, già definito e trasmesso. Le masse operaie erano ancora polverizzate e disperse. A Montevecchio nel 1903, invece, si presentava un soggetto collettivo in divenire come novum e un unicum. Il divenire è ciò che non è più e ciò che non è ancora. Come si costituiva antropologicamente questo divenire umano, individuale e sociale, che si aggregava? Con quali contenuti e indirizzi orientativi si muoveva? Vediamo insieme solo alcune parti nel primo punto del memoriale.

Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi… che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta…

Le questioni aperte dagli operai riguardavano due cruciali sfere vitali: i cottimi che rendevano rischiosa la vita e i salari insufficienti per vivere. Si tratta di due punti d’importanza esistenziale, individuale e collettiva.
Sui cottimi che accompagnarono la prima industrializzazione in Sardegna attraverso un sistema di affidamento dei lavori a imprese, hanno storicamente scritto in modo egregio sia Maria Stella Rollandi (1972, 1985) e sia Sandro Ruju (2008). In ambito mondiale è mirabile l’analisi che ne fece Gramsci nel Quaderno del Carcere numero 22, analizzando il taylorismo di matrice americana fordista, esplorato anche dai Russi, con un nuovo tipo di uomo ridotto a «scimmia ammaestrata».
Conosciamo le applicazioni che se ne fecero a lungo nella Sardegna mineraria con il Bedaux, specialmente a partire dagli anni Trenta del Novecento. Sappiamo la critica dei migliori minatori alla “bestia lavorante” cottimizzata. Comprendiamo la loro alternativa al cottimo con il loro modello del “lavoratore intelligente”, capace di produrre sicurezze di vita. Era il modello del minatore che realizzava saper fare minerari vitali. Modello che contrastava la fattualità della morte lavorativa in miniera. I minatori di Montevecchio che nel 1903 si battevano contro i cottimi, visti nel tempo lungo, in certi modi si impegnavano per poter realizzare i saper fare minerari vitali.
Oggi si parla di una nuova organizzazione tecnica del lavoro. Secondo certi studiosi (Fadini 2024: 106) si tratta di «taylorismo digitale», ovvero di intensificazione del lavoro vestito di informatica, di accelerazione algoritmizzata. Altri (Rosa 2010, Jaeggi 2020) parlano di nuovi lavori e di nuove alienazioni. Altri ancora (Finelli 2018) vedono esigenze di riqualificare l’umanesimo con una metamorfosi antropologica. Altri infine (Barad 2017) vedono l’ambito dell’agire umano nel post-umanesimo tecno-scientifico come un’incessante materializzazione del mondo che intreccia natura e vita. Nell’epistemologia e nell’antropologia filosofica di Silvano Tagliagambe (1997,1998, 2002, 2005, 2007, 2020, 2021), nei suoi studi di straordinaria portata indagativa, conoscitiva, elaborativa, si può vedere un percorso che va dal corpo al mondo e al cosmo, nelle relazioni che creano un tra, partendo dagli stessi progetti umani. L’accelerazione del lavoro e della vita, detto in breve, è un tema di critica attualità. Le esperienze di temporalità e di temporalizzazioni a Montevecchio, con varie produzioni di tempi qualitativi, intrecciano con vari fili il presente di nuovi materialismi culturali (D’Angelo-Pinzolo-Pozzoni.2021).
Per l’intensificazione del lavoro Sandro Garau, nella sua tesi di laurea dell’anno accademico 1982-1983 su Lavoro e tempo in miniera, documentò a Montevecchio aspetti antropologici che risultano ora pionieristici, nell’antropologia mineraria e nel quadro degli studi sulle multiple temporalità minerarie, realizzati da Lorenzo d’Angelo e Robert Pijpers (2022). Nella presentazione del suo testo del 2006, in cui egli dava forma letteraria e narrativa alla sua tesi con il titolo di Incontri, sottolineai come «l’esperienza dei lavoratori di miniera è propria di un tempo multiplo». I tempi degli scioperi contro i cottimi entrano con specifico valore nelle multiple temporalità minerarie. Ci portano anche nelle spazialità e nelle spazializzazioni, come vedremo.
Le critiche di certi storici, rivolte agli scioperi del primo Novecento considerati meramente salariali, presindacali e prepolitici, in quanto non guidati dai sindacati e non abbastanza politicizzati, in tutta evidenza sottovalutarono la portata storico-culturale di varie esperienze. Si trattò di esperienze che agli inizi del Novecento riguardarono il movimento operaio in formazione con la sua anticipativa forza mobilitante. Fu un movimento orientato precocemente verso il diritto alla vita e verso un cambiamento di vita mineraria vivibile, individualmente e collettivamente, biograficamente e socialmente. Tali esperienze di sciopero costituirono, in particolare, il limite culturale di intollerabilità, limite che l’economia morale dei subalterni metteva in opera nelle politiche della vita. I semi di quello sciopero germogliarono nei tempi successivi di altri scioperi, sia silenziosamente quando gli operai subirono il patto aziendale nel 1948 che conteneva i cottimi, e sia esplicitamente quando si giunse alla sua abolizione nel 1961.
Si tratta di un punto cruciale di riflessione, e oggi di grande e acuta attualità, che tocca le condizioni di vita e le stesse esistenze umane. Fu affrontato da Gramsci quando, nei Quaderni del carcere, si domandò come può un uomo farsi una vita, cioè la propria vita singolarmente intesa.
Oggi concerne soprattutto le masse giovanili, specialmente quelle che vivono nei territori de-industrializzati e delle miniere dismesse. Per altri versi, la questione del poter farsi una vita fu trattata quando egli specificò che la prassi, ora compresa nelle cosiddette pratiche, è una dimensione antropologica. In altre parole, le pratiche a valenza antropologica riguardano i processi, detti di antropopoiesi, del farsi soggetti umani che si umanizzano autonomamente per sé e nel contempo umanizzano le relazioni sociali. Son processi del farsi persona che si pone in relazione con la propria vita, condivisa equamente con quella degli altri. Riguardano le politiche della vita (Fassin 2023). Nelle miniere, la prassi di farsi una vita democraticamente condivisa partiva dal per sé nel governo dei rischi. Era un per sé “allargato”, che comprendeva qualcun altro coinvolto nei rischi incombenti sulla squadra di lavoro. Rischi di vita individuali e collettivi erano intrecciati, in miniera. Oggi rischi numerosi e di vario carattere ci accompagnano: lavorativi, di salute, ambientali… I rischi della modernità sono apparsi nelle limitazioni di vita continue e complementari, che si son fatte crescenti e intense. Si instaurarono storicamente come sottrazioni di vita. Il sociologo Ulrich Beck (1986:95), nel suo La società del rischio, prospettò una nuova configurazione sociale della modernità più fortemente e più ampiamente rischiosa. Pertanto, indicò un necessario percorso verso una seconda modernità. Inoltre, egli considerò la portata antropologica dei rischi moderni, ovvero le disumanizzazioni implicate nel risolvere, o nel subire, o nel far subire, o perfino nell’imporre rischi di salute e vitali nella vita delle persone e della terra. Le esperienze vitali delle persone di Montevecchio, che umanizzavano le relazioni disumane e disumanizzanti a partire dal primo sciopero del 1903, nella loro portata antropologica erano germi di potenza umana benefica, condivisa democraticamente. Erano semi invisibili come oggetti separati, ma visibili nelle attività in corso.
I luoghi di Montevecchio che mostrano ora abbandoni, sconfitte, vita offese per dirla ancora con Adorno, contengono semi vitali di potenza umana benefica che si crearono in varie occasioni.

Il noto antropologo Arjun Appadurai ha donato scritti preziosi sulla produzione delle località e del futuro come fatti culturali (1996). Tali località, per quanto effimere, producevano caratteristiche strutture, sia di conoscenza e sia di sentimento. Strutture di sentimento, individuali e condivise, contro i cottimi e i bassi salari per poter vivere trovarono conferma per esempio negli interrogatori degli operai di Guspini, registrati negli Atti della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna. In quest’ampia indagine, e in sede istituzionale nazionale, non fu adeguatamente valutato il carattere democraticamente creativo e innovativo dell’agire dei lavoratori e del movimento operaio in divenire. La Commissione fu istituita alcuni anni dopo gli scioperi e i morti di Buggerru nel 1904 e di Gonnesa nel 1906, come detto. Dai fatti di Gonnesa son passati 120 anni. Sono passati senza sicurezze alimentari quantitativamente e qualitativamente garantite per tutte e per tutti, in Sardegna e non solo.
Gli interrogatori avvennero nel 1908, e gli atti completi furono pubblicati nel 1911.
L’importanza dei cottimi e specialmente della povertà e della fame emergeva vistosamente in questa fonte documentaria. I salari dei minatori sardi erano di gran lunga inferiori a quelli delle altre regioni, inoltre differivano da miniera a miniera. Il reddito era aleatoriamente connesso a prestazioni accessorie come l’abitazione, l’orticello, il diritto di legnatico, l’inclusione o l’esclusione di costi inerenti alla prestazione lavorativa: strumenti, lampada, olio, esplosivi, ecc… I salari degli operai sardi erano inferiori a quelli dei continentali, che avevano anche migliori qualifiche.
I salari delle donne differivano da quelli degli uomini a parità di mansioni: una storica questione di genere, ancora irrisolta e aggirata in vari modi con differenti accessi alle carriere. Le cernitrici avevano una posizione strategica nel processo che rendeva commerciabile il minerale.
Avevano capacità tecniche riconosciute fin dal 1867. Léon Goüin, scrivendo il catalogo che accompagnava la mostra di minerali della Sardegna all’Esposizione Universale di Parigi, distingueva la buona cernitrice, la bonne cribleuse, per quantità e modi di cernita. Le cernitrici di Montevecchio, a ben vedere, erano offese non solo nei piedi, camminando scalze su pietre acuminate; erano offese professionalmente e nella loro stessa vita. Infatti, nonostante le loro abilità tecniche riconosciute e nonostante la loro posizione strategica nel processo produttivo e commerciale minerario, avevano meno risorse per vivere. Ciò accadeva solo in ragione del loro genere inferiorizzato. Esse, con un salario differenziato rispetto a un manovale pari grado, avevano un minore accesso alla vita. Le loro inferiorizzazioni salariali erano drammatiche limitazioni di vita.
Questo è il punto cruciale. Le cernitrici di Montevecchio erano ferite nei piedi, ma ancor più nella stessa vita. La loro vita era maggiormente limitata, nel quadro dei bassi salari di sopravvivenza.
Il capitalismo minerario realizzò un tradimento vistoso del progresso annunciato, a partire dalle cernitrici, inferiorizzate nei salari nonostante le loro rilevate capacità tecniche e la loro posizione strategica per rendere commerciabile il minerale. I discorsi imputativi delle maestranze, specialmente contro le misere paghe per poter vivere, erano modi espressivi, esercitativi e continuativi dei loro saper vivere minerari vitali e del valore da loro attribuito al tempo della vita.
Come far vedere, alle popolazioni locali e ai visitatori di affrettate visite turistiche, le relazioni fra rischi di vita nei corpi e rischi di vita nei territori, mostrando i tentativi operai di ridefinire le forme di vita mineraria vivibile e di far divenire i luoghi, oltre le morti, come spazi di possibile vita sostenibile?
Pensiamo a percorsi finora considerati di inferiore importanza. Guardiamo, per esempio, all’importanza vitale delle cantine e dei percorsi per giungervi. Iride Pes (1991) ne individuò 4: la Cantina di Gennas serviva il centro abitato di Montevecchio; Cantina di Rio i cantieri di Piccalinna, Scirìa, Cameroni Rossi e Cameroni Bianchi; Cantina Righi i cantieri di Righi e Colombi; Cantina Telle i cantieri di Telle, Sanna, Casargiu e varie case sparse. Penso che possiamo connettere i paesaggi minerari delle cantine ai nuovi paesaggi rurali dove si coltivano prodotti biologici, integrando le storiche aspirazioni alimentari urbane a una ruralità che non fu integrata nella modernità dell’industrializzazione mineraria. La mancata integrazione dell’agricoltura da parte dell’industria mineraria fu lamentata da Quintino Sella, nell’ Inchiesta del 1871. Vecchie aspirazioni a contesti vitali e nuove attività di produzioni ecologiche possono esser connesse in nuovi aggregati culturali vitali di carattere unitario, associando contesti alimentari minerari e rurali dotati di significative relazioni culturali vitali, con fili di cuciture culturali di senso vitale, perseguite e realizzate, che creano nuovi rapporti inter-contestuali.

A Montevecchio possiamo mettere in vista i buoni semi, specialmente quelli territorialmente unitari, andando oltre l’attuale partizione di Montevecchio in due Comuni. Montevecchio è stata de-territorializzata con vari confini e separazioni. Ma può e deve essere ri-territorializzata culturalmente, ri-declinando gli storici impegni vitali unitari i quali territorializzavano nuove forme di vita mineraria. Gli storici rischi dei corpi e degli spazi, possono essere ristudiati, riscoperti, risignificati.
Sara Cappai, nella sua tesi di laurea del 1982-1983 sul rapporto fra le donne e lo spazio, documentò la costellazione di insediamenti che da Montevecchio si propagava nel territorio senza confini limitanti. Riprese poi il suo studio in uno scritto che comparve nella pubblicazione Sa Mena (2024), edito per i 25 anni dell’omonima associazione mineraria. Nel suo recente scritto documentava ancora i discorsi degli abitanti. Discorsi non limitati alla gerarchizzazione classista degli spazi, ma che riguardavano la nocività dell’aria, specialmente a Piccalinna. Gli informanti raccontavano le condizioni di insalubrità respiratoria e il necessario abbandono di quei luoghi, che invece le persone volevano far vivere. Sara Cappai, con le sue etnografie ci ha portati nell’ambiente minerario del malsano, per dirla con il filosofo Michel Serres (2008). Le istanze vitali di cambiamento salutare dei luoghi, contenute in quei discorsi, costituiscono le aspirazioni che configurano possibili trasformazioni territoriali, quelle che Foucault (1994) chiamava eterotopie e Deleuze (1980) aveva nominato ri-territorializzazioni. I luoghi di utopia sono luoghi fantasticati e irreali. I luoghi di eterotopia sono invece luoghi reali, pensati diversamente e fatti altri-menti. Con il passaggio al malsano, la studiosa metteva in luce le prospettive di creare altri luoghi, luoghi di eterotopie. Anche Sara Cappai fece un importante studio pionieristico.
Devo riferirmi, giunta a questo punto, a passati dialoghi avvenuti a Guspini sulle discariche minerarie, sulla salute dei minatori e della popolazione, portati avanti specialmente dal dottor Bruno Concas. Da lui abbiamo imparato assai sui danni vitali del malsano ambientale. Credo che ci sia ancora molto da fare. Pertanto, guardo con particolare interesse verso le esperienze e i progetti di Daniela Ducato, che offre ora innovativi progetti territoriali vitali, a partire dai giardini urbani naturali e liberi come paesaggi di salute e di valore terapeutico. Ciò accade come se lei raccogliesse e desse cura ai semi dello sciopero vitale di Montevecchio del 1903.

L’ultimo progetto di Daniela Ducato è stato opportunamente acquisito dal Comune, presentato localmente e nella stampa nazionale, collegato a programmi europei. Si ispira esplicitamente alla filosofia del Terzo Paesaggio, ovvero di un giardino planetario in movimento, manifestata nel 1999 da Gilles Clément, filosofo-giardiniere. Il Terzo paesaggio deve il suo titolo al fatto che parte da luoghi secondari di discariche e di abbandono. Clément contrastò le patrimonializzazioni verdi realizzate. Erano, a suo modo di vedere, modelli con gerarchie di piante dominanti che limitavano le libere unioni di vita vegetale. Ora, con i progetti di Daniela Ducato che si ispirano al Terzo paesaggio, si possono realizzare nuove patrimonializzazioni naturalistiche, libere e vitali. I suoi progetti sono da diffondere in tutti i possibili territori minerari, e non solo. Per una loro diffusione è indubbiamente utile in un approccio urbanistico-territorialistico e co-evolutivo con la natura, come hanno proposto per esempio Anna Marson (2020, 2023) e Alberto Magnaghi (2020, 2023).
I progetti per giardini liberamente naturali e salutari, in quanto nuove eterotopie, possono essere integrati, in modi adeguati e possibili, con una straordinaria accelerazione delle opere di bonifica e di risanamento, per la riqualificazione e di valorizzazione delle discariche. I tempi lunghi e l’esiguità delle opere di bonifiche minerarie realizzate nell’Isola sono ormai assolutamente inaccettabili. È necessario pertanto un robusto e diffuso movimento di opinione, fortemente critico per ritardi e limiti nelle bonifiche minerarie, ben sostenuto dalla stampa democratica.
Traendo profitto dagli attuali interessi verso le terre rare e verso i recuperi di scarti minerari, si possono e si devono far prevalere gli interessi di valore vitale sanitario su quelli estetico-paesaggistici o memoriali-conservativi. I progetti conservativi, infatti, mantengono durevole il malsano minerario.
Nuovi progetti di naturalismo spontaneo del Terzo paesaggio, uniti alle bonifiche negli storici siti minerari dismessi, nell’antropologia mineraria del presente possono unire la salute della terra alla salute dei corpi umani, di residenti e di turisti. Questi ultimi vanno considerati in un nuovo contesto di turismo salutare e di nuovo autonomismo istituzionale della Sardegna. Un nuovo autonomismo produttivo di vita sostenibile e pertanto durevole.
I semi degli scioperi di Montevecchio sono anche semi di significazioni, nel senso linguistico di sema con radice greca. Sono significati. Sono nuclei di significati che contengono autonome esperienze di vite minerarie messe a rischio e securizzate con nuovi significati vitali. Sono semi generativi di vita che si levano nell’aria, diventata aria di guerra. In quanto significati riescono a percorrere vitali vie di scampo, muovendo fra i missili. Riescono a moltiplicarsi nel mondo. Con loro si può realizzare una particolare riappropriazione ecologica della vita per poter farsi una «buona vita», democraticamente condivisa nelle fragilità esistenziali delle persone e del mondo.
Rimane infine da chiedersi se il giardino libero in movimento, integrato con le bonifiche minerarie, è sufficiente per instaurare il vitale. Bisogna domandarsi se la funzione primaria delle comunità locali nel creare nuovi paesaggi vitali, abbia necessità di congiungersi a un’ulteriore innovativa e doppia costituzione comunitaria: diventare comunità energetiche autoproduttive e diventare comunità che catturano direttamente il carbonio, eliminando l’anidride carbonica dell’atmosfera. Ovvero occorre chiedersi se le comunità locali debbano agire decisamente dalla terra all’aria, dal mondo allo spazio, dalla geologia alla biosfera e al cosmo, per governare i gradi dell’organico vitale. Dobbiamo volare alto per riappropriarci della vita comune.
Dentro le fragilità create da distruttivi interessi economici, che giungono alle guerre e alle morti anche per cercare minerali e terre rare, si situa dunque una posta di antropologia mineraria.
Questa posta procede con i saper fare minerari vitali e con i loro semi. Avanza con semi di vita ri-temprati e ri-territorializzati a Montevecchio per farli muovere nell’aria aperta, in nuova stagione di coltivazioni vitali dentro tempi di guerre. Sono solo i primi passi e i primi semi di nuovi tempi e di nuovi mondi.
Sono semi di vita di saper fare minerari vitali, scientificamente e democraticamente messi in campo a Montevecchio, per risolvere la morte della Natura (Merchant 1980) e la politica mortifera, cioè la necropolitica (Mbembe 2023). Per mandare avanti il vitale nel mondo globale dell’Antropocene (Crutzen e Stoermer 2000) e del Capitalocene (Moore 2016) e realizzare l’Ecocene (Boehnert 2018), ovvero una nuova epoca che comprende la materia vivente e quella inerte, i corpi e la geologia e, insieme, il mondo e il cosmo.
Con i semi dei saper fare minerari vitali in movimento, il mese di maggio potrà diventare tempo, forse epocale, del “buon vivere insieme”. Insieme in nuovi modi vitali sostenibili e durevoli, democratici e solidali, fra le persone e con la natura, a Montevecchio e nella biosfera.

Allegato. Il memoriale delle maestranze nello sciopero di Montevecchio del 1903
1) Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi; che non poche volte lo stesso ing. Mezzena ebbe a rimproverare di avere appaltato dei lavori rovinosi ai loro interessi; che d’altronde l’amministrazione pur vedendo tutti questi sbagli fatti dai cottimisti non pensò mai di garantire i minatori e i manovali sia facendo depositare ai cottimisti una forte somma per garanzia, ovvero garantendo il salario giornaliero; che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta;
2) Considerando che oggigiorno il lavoro interno anziché essere di 8 ore, toglie 9 ore agli operai poiché dopo abbandonato il lavoro i minatori e i manovali sono obbligati per varie ragioni a restare in galleria un’ora e più; che l’orario di lavoro deve cominciare dal momento in cui si entra in galleria e finire al momento in cui si esce;
3) Considerando che l’imposizione di scavare ogni giornata di 8 ore una mina di m. 1,20 costituisce una prescrizione non sempre possibile poiché molte volte il minatore può imbattersi in materiali troppo duri in cui certamente non potrebbe scavarsi questa mina; che oltre alla durezza della roccia, una parte non piccola della giornata viene occupata nel rinnovare i materiali scavati dalla precedente sciolta.
4) Considerando che in altri tempi nella miniera di Montevecchio come oggi in tutte le miniere dell’Iglesiente, l’olio per la illuminazione, sia dei lavori interni che notturni esterni, veniva e viene passato per conto dell’Amministrazione.

5) Considerando che il nuovo ordine dato ai manovali di trasportare un numero fisso di vagoni carichi di materiali dai posti di escavazione alla ricetta, presenta gravi difficoltà, sia per la distanza, sia per le condizioni della galleria, sia pel ritardo della gabbia, o che il binario non sia libero, ossia infine che i materiali non siano sempre pronti per il carico.
6) Considerando che gli operai delle officine meccaniche, i fabbri, i falegnami ed i muratori sono assoggettati ai cottimi e non possono rendere l’ordinario salario giornaliero; che spesso si è osservato il triste caso di operai che pur avendo lavorato oltre trent’anni in miniera furono licenziati solo perché non vollero dei cottimi per loro rovinosi;
7) Considerando che ai lavoratori delle officine meccaniche, i fabbri, e falegnami che lavorano di notte viene fatto obbligo di provvedersi dell’olio di illuminazione; che se quest’olio viene pagato pure molti operai non possono molte volte provvederlo.
8) Considerando che non è giusto che l’amministrazione non provveda agli operai l’acqua potabile, che essi perciò debbano pagare un ragazzo pel trasporto di questa.
9) Considerando che l’orario giornaliero adottato per i lavori esterni è di 11 ore e mezza perché si entra a lavoro alle 5,1/2 di mattina e si esce alle 7.00 di sera con due sole ore di riposo; e che tale orario è troppo gravoso.
10) Considerando che i carrettieri di carri a buoi hanno prezzi troppo bassi per il trasporto dei minerali; che d’ordinario essi guadagnano non più di 3 lire al giorno mentre devono provvedere a mantenere i buoi, a riparare i carri ecc.
11) Considerando che molte volte le multe non furono applicate giustamente ma per equivoco o per rappresaglia; che queste multe tolsero molti mesi ad un gran numero di operai gran parte del loro salario; che è più giusto che quando si debba punire un operaio anziché togliergli ciò che ha lavorato venga sospeso; che questa sospensione non debba oltrepassare una giornata di lavoro.
12) Considerando che i lavori più difficili e pericolosi debbono essere remunerati con un aumento straordinario della mercede giornaliera.

13) Considerando che le paghe giornaliere sono misere e che perciò debbano essere aumentate indistintamente a tutti gli operai di Montevecchio; che sia necessario di stabilire un minimum di salario giornaliero aumentabile con il rialzo dei prezzi del minerale.
14) Considerando che il presente movimento ha per sua causa giustificabili motivi e che fu un atto spontaneo ed unanime balzato al cuore di tutti i lavoratori, per cui non è da supporre che da parte dell’amministrazione vi debbono essere rappresaglie verso gli operai.
Unanimi chiedono:
1) L’abolizione dei cottimi nei lavori interni, ed esterni; che venga fissata la paga giornaliera all’amministrazione.
2) La giornata lavorativa nei lavori interni non deve oltrepassare le otto ore.
3) Abolizione dell’obbligo di scavare per ogni giornata di lavoro una mina di m. 1,20.
4) Distribuzione gratuita dell’olio da ardere per i lavori nelle gallerie e per i lavori notturni all’esterno.
5) Abolizione dell’obbligo ai manovali di trasportare un dato numero di vagoni carichi di minerali dai posti di lavori alle ricette.
6) Distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine ecc.
7) Diminuzione dell’orario dei lavori esterni.
8) Aumento dei prezzi di trasporto dei materiali ai carrettieri a buoi.
9) Abolizione delle multe; gli operai colpevoli devono essere puniti colla sospensione che non deve oltrepassare una giornata di lavoro.
10) Aumento straordinario del salario giornaliero per i lavori più difficili e più pericolosi.
11) Aumento del salario giornaliero a tutti gli operai indistintamente; fissare il minimum di salario a tutti gli operai suscettibile ad aumento col rialzo dei prezzi del minerale.

Paola Atzeni

 

Sono grata dell’invito per questo incontro, che mi offre l’occasione per dire quanto ho imparato dalla nozione della multitemporalità mineraria, elaborata da Lorenzo d’Angelo con Robert Jan Pijpers (2018). Si tratta di una nozione che aiuta ad individuare questioni e ha utilità analitica, inoltre aiuta a capire e ha utilità euristica. Mi collocherò in tre angolazioni temporali.

All’inizio mi situerò in una temporalità di storici conflitti di fame e di povertà estreme con i protagonisti, individuali e collettivi, contrastanti tali condizioni e intenzionalmente operanti per produrre vita vivibile cercando di modificare soprattutto le condizioni riproduttive nel sistema del truck system. Quei protagonisti agirono per realizzare diritti umani alla vita, precedendo di quasi 50 anni la dichiarazione formale e internazionale di questi diritti. Invece nella relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla condizione degli operai e delle miniere della Sardegna, che seguì i moti e l’eccidio di Buggerru del 1904 con il primo sciopero nazionale italiano, prevalse istituzionalmente lo stereotipo del minatore infantilizzato, e pertanto inferiorizzato. Fenomeno assai noto negli studi antropologici.

In seconda battuta, metterò in evidenza una lavorativa temporalità mineraria di cottimi accelerati, attraverso l’imposizione del cosiddetto “sistema Bedaux”, una variante del taylorismo, di matrice americana fordista, autolegittimata falsamente come organizzazione scientifica del lavoro. Il taylorismo, criticato da Gramsci con la figura della «scimmia ammaestrata», fu contrastato dagli operai con il modello critico della «bestia lavorante», rivolto al lavoratore che accettava passivamente il cottimo, e con specifiche valorizzazioni dei loro autonomi saper fare minerari vitali.

Riprenderò infine queste due temporalità minerarie, della penuria di cibo con specifici rischi di salute e di vita che faceva capo al truck system, e dei cottimi minerari accelerati con differenti rischi di salute e di vita che faceva capo al sistema Bedaux, per giungere alla temporalità mineraria post-estrattiva con il suo malsano ambientale, costituito dall’incombenza delle discariche minerarie, dalle lentezze delle opere di bonifica e di rigenerazione ambientale, le quali si uniscono e si intersezionano con le diffuse insicurezze ambientali del presente.

Intreccerò pertanto il filo della multitemporalità di D’Angelo e Pijpers con quello dei saper fare minerari vitali, che individuo come caratterizzanti l’esperienza mineraria nell’Isola. Inoltre, con il richiamo all’inglese truck system e all’americano taylorismo intendo prospettare temporali vicende estrattive della Sardegna in quanto esperienze di storia antropologica del lavoro non solo locale e nazionale, ma anche europea e mondiale. Come immediata premessa sulle mie opzioni teoriche nell’antropologia mineraria, in sintesi estrema e limitante dico subito che considero importante, oltre la rassegna di studi, la proposta di un approccio prospetticamente integrativo di Ricardo Godoy (1985, 1990). Tuttavia, ricorro maggiormente all’approccio dinamista e attento ai conflitti di Ballard e Banks (2003) per il sostentamento, per la perdita di vita e per l’ambiente. Andiamo velocemente nel Novecento.

1 La temporalità della fame nei moti minerari per il pane

Il Novecento fu marcato da interessi nazionali ed europei verso le risorse minerarie della Sardegna. La dimensione di interessi extra-locali ed europei emerse nel passaggio dalla temporalità permissoria a quella concessoria delle miniere da parte dello Stato Italiano. I permessi di ricerca che erano 83 nel 1861 erano diventati 420 nel 1870, il numero degli addetti alla fine del 1860 era di 10.000 unità. L’industrializzazione mineraria apparve in tutta la sua rilevanza fin dall’inchiesta del 1871 realizzata dall’onorevole Quintino Sella, il quale lamentava la mancata integrazione fra industria e agricoltura. Fra le sei principali aziende minerarie operanti nell’Isola, erano presenti solo due aziende italiane. La Monteponi a Iglesias e la Montevecchio a Guspini, entrambe piombo-zincifere, erano a capitale prevalentemente ligure. Erano europee invece le altre quattro: la belga Vieille Montagne, le francesi Mafidano e Ingurtosu, l’inglese Gonnesa Mining Company. Alla fine dell’Ottocento la Sardegna era la seconda regione mineraria dopo la Sicilia, ma forniva il 98% dei minerali di piombo e l’85% dei minerali di zinco della produzione nazionale. Le miniere della Sardegna parteciparono ad alcune Esposizioni Universali. Nelle mie ricerche archivistiche mi sono imbattuta in due cataloghi. Il primo, redatto dall’ingegner Léon Goüin, agevolmente reperibile in alcuni archivi pubblici locali, accompagnava la mostra dei minerari estratti nell’Isola all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. Ho trovato il secondo, della Societé Anonyme de Malfidano per l’Esposizione Universale di Parigi del 1878, nell’archivio dell’École Nationale Superieure des Mines di Parigi.

L’esperienza mineraria della Sardegna, in tutta evidenza, si situò in un ambito nazionale e principalmente europeo. Si riferì a un contesto storico di mondializzazione che si sviluppò nella successiva globalizzazione con esiti critici neoliberisti negli ultimi decenni del Novecento. Nella globalizzazione si manifestarono caratteri di abbandono delle miniere. prima da parte dei privati e poi da parte dei poteri pubblici. Si tratta di vicende le quali nel contesto globale possono situarsi nelle economie dell’abbandono, teorizzate da Elisabeth Povinelli (2011, 2016) fino ai poteri e alla governance di vita-non vita. In Sardegna tali abbandoni avvennero con la separazione dell’estrazione mineraria dalla filiera metallurgica e con l’importazione di bauxite dall’estero per la produzione di alluminio nel polo industriale di Portovesme, sorto nella parte sud-occidentale dell’Isola e caratterizzato da una lunga e grave crisi produttiva.

Il tempo e il mondo minerario del primo Novecento in Sardegna diventarono teatro di eccezionali violenze ed eccidi: lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904 con 4 morti; quello di Gonnesa del 1906 con tre morti, fra i quali una popolana, Federica Pilloni; i fatti di Iglesias nel 1911 con sette minatori uccisi. Nell’arco di sette anni, si contano 14 morti, minatori e persone del popolo. L’analisi di tale temporalità drammaticamente conflittuale pone due questioni teoriche. La prima riguarda la complessiva interpretazione storica, svalutativa delle esperienze di tale periodo, salvo qualche rara eccezione come Maria Stella Rollandi (1972, 1980, 1985) e Sandro Ruju (2008). Per lo più gli storici considerarono tali moti in modo deprezzativo, sia perché salariali e privi di contenuti politici, sia perché ribellistici e ancora poco organizzati sul piano sindacale e politico. In tal modo lasciarono oscurate esperienze sociali mobilitative e, soprattutto, cruciali consapevolezze sulle concezioni della vita e sui gradi di tollerabilità e intollerabilità degli ostacoli di vita.

Le condizioni di umanità, affermate e rivendicate negli scioperi richiamati, riguardarono soprattutto il lavoro sorvegliato e punito, messo teoricamente in luce da Foucault (1975) in varie istituzioni, per esempio carcerarie e manicomiali. In miniera tale fenomeno era incentrato nella contrastata figura del sorvegliante, il quale incarnava il dispositivo di coercizione a cui i minatori erano sottoposti. I minatori criticarono fortemente il sistema disciplinare coercitivo nel corso dei loro interrogatori e nei memoriali come quello dei minatori di Bacu Abis, formulati nel 1908 in occasione dell’Inchiesta Parlamentare che, come detto, seguì l’eccidio di Buggerru e il successivo sciopero nazionale. Le critiche dei minatori riguardarono i biopoteri nelle specifiche forme minerarie.

Le microanalisi di antropologia mineraria locale indicano qualche connessione di tali esperienze con la storia globale del lavoro come appare leggendo il memoriale dei lavoratori di Bacu Abis, consegnato nel 1908 alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e accluso al mio discorso. Con parole proprie i minatori raccontano la vita mineraria. Gli operai dicono gli aspetti tecnici del rapporto fisico non solo manuale ma corporale con la geologia quando ginocchia e gomiti toccano la terra; gli aspetti sociali degli intollerabili e minacciosi cottimi senza riposo; i salari che non consentivano di vivere; la bestialità del lavoro nei trasporti dei vagoncini; le multe e le sospensioni; il linguaggio abusivo e le minacce di violenze; le prospettive dei licenziamenti, della fame assoluta e dell’essere ridotto all’elemosina. Dicono anche i timori per la giustizia ingiusta, per i medici incuranti, per i sussidi inesistenti. Vogliono lavorare alle dirette dipendenze dall’amministrazione e gli impresari fuori dalle miniere. Chiedono il riparo delle pensioni e anche di una pensilina che li protegga d’inverno, nel turno di mezzanotte per non entrare in miniera tutti bagnati.

Le espressioni di dignità a fronte delle sottomissioni autoritarie subite, parimenti a certe istanze di equità e giustizia emerse in questo memoriale, possono congiungersi agli studi di antropologia e di storia globale del lavoro e, per esempio, a quelli industriali di Dipesh Chakrabarty (1989:95), Rethinking Working Class History. Bengal 1890-1940. Tuttavia, rimangono rilevanti specificità che riguardano l’antropologia mineraria italiana e locale. La più rilevante particolarità riguarda il rapporto salario-cibo. A Bacu Abis tale rapporto si inseriva nel sistema di truck-system, di origine inglese, in cui la paga avveniva con buoni o ghignoni, emessi dall’azienda mineraria. I ghignoni potevano essere usati nelle cantine gestite direttamente dall’azienda o date dall’azienda ad affidatari, in cui i prezzi dei vari generi erano solitamente più cari. Alla povertà determinata dai bassi salari, si aggiungeva il circolo perverso degli indebitamenti e dei tassi usurai a cui erano sottoposti operai e operaie. Segnalo che vari medici, durante gli interrogatori dell’Inchiesta Parlamentare, espressero giudizi precisi sulle insufficienze alimentari e sulla cattiva alimentazione dei minatori rispetto al loro lavoro, insufficienze più o meno implicitamente riferite ai salari scarsi. Nei moti del 1906 sorti a Gonnesa, la cantina dell’Azienda Roux di Bacu Abis, assai significativamente fu devastata. Nel 1908 gli operai di Bacu Abis consegnarono alla Commissione Parlamentare alcuni campioni dei ghignoni usati, oltre il loro memoriale da allegare agli Atti dell’Inchiesta.

I rapporti salario-cibo e salario-vita erano profondamente intrecciati nel sistema del truck-system e riguardò i biopoteri, individuati e teorizzati da Foucault. Tali rapporti presentano gli scioperi salariali del primo Novecento in Sardegna come fenomeni di alto profilo culturale, etico, politico, con contenuti vitali, in quanto sostenuti da obiettivi vitali individuali e collettivi, tesi a far valere una vita mineraria possibile e vivibile. Tali scioperi erano realizzati con pratiche sociali che, mentre costituivano catene di esperienze assai mobilitative ed estensive, miravano a creare relazioni locali di cultura solidale per un minerario mondo di vita condiviso democraticamente.

Gli scioperi esordiali dei minatori richiedono di essere indagati come precise pratiche di saper fare vitali che marcano precise temporalità vitali di espressione operaia. Possono rivelare sorprendenti anticipazioni di futuro, come accadde nel caso di Buggerru in cui apparvero rivendicazioni e obiettivi che riguardarono complessivamente la vivibilità della vita umana mineraria democraticamente condivisa: il riposo lavorativo, il minimo salariale garantito, la sicurezza di beni alimentari di sussistenza, il diritto all’istruzione per infanti e adulti. Tali istanze vitali furono di fatto, come detto, anticipatrici dei diritti umani formalizzati 44 anni dopo, nel 1948. Anche sul piano degli esiti normativi di tanti scioperi, per quanto non diretti e immediati, si può scorgere un intreccio fra microstorie locali della Sardegna e storia globale del lavoro. Un forte intreccio fra esperienze locali e globali apparve verso gli anni Trenta del Novecento, con le esperienze dei cottimi lavorativi accelerati che riguardarono in differenti modi la salute e il vitale.

2. La temporalità dei cottimi minerari accelerati

Per far conoscere l’importanza vitale delle tecniche elaborate dai minatori per contrastare l’accelerazione dei ritmi lavorativi, pare necessario esplicitare alcune informazioni preliminari sul contesto del lavoro minerario, rischioso nel sottosuolo e non solo.

Nei rischi incombenti, lavoratori e lavoratrici elaborarono specifici saper fare minerari vitali di cui ho circoscritto la messa a fuoco. Li ho delimitati e definiti come pratiche di problem solving, esercitate nei lavori estrattivi in cui certi protagonisti, ingegneri e operai, uomini e donne, affrontarono rischi di salute e di vita trasformandoli in sicurezze vitali, temporali e spaziali. La fenomenologia dei saper fare minerai vitali, nelle grandi miniere con estrazioni nel sottosuolo, riguardò per esempio le opere permanenti di aerazione e di eduzione delle acque e le armature stabili nelle gallerie principali. Furono grandi opere, di prevalente impegno ingegneristico, ma realizzate anche da operai. Inoltre, furono accompagnate da certe temporanee attività operaie, quotidiane e securitarie, realizzate attraverso personali problem solving conosciuti e condivisi. Riguardavano, per esempio, le armature temporanee e il disancorare le rocce instabili con il palanchino, ovvero con una lunga e semplice asta metallica con un finale uncinato. Erano condizioni ordinarie e diffuse, indispensabili per crearsi un tempo e uno spazio lavorativo vitale, assicurato autonomamente dagli operai in quanto specifico lavoro minerario ben fatto in condizioni rischiose. Possiamo pensare, inoltre, all’uso degli esplosivi e al sistema delle mine ai tempi dell’accensione manuale. Infatti, la produzione dei tempi di sequenza temporale di accensione delle micce, detto su tempus, era calcolata inserendo una misura temporale per allontanarsi in tempo dall’esplosione. In breve, i saper fare minerari vitali assemblarono una serie di lavori quotidiani vitali, stereotipicamente e riduttivamente detti fisici e manuali, che erano in realtà cruciali per assicurare un lavoro vitale. Governare il tempo e il luogo del rischio era cruciale per produrre un tempo di vita proprio e per la propria squadra o solo per l’altro da sé, quando la squadra era di due operai. Rischi mortali riguardavano anche le donne, le quali nella cernita dovevano stare attente alla possibile presenza di mine inesplose. Nelle politiche del tempo, mi pare di considerevole importanza individuare e introdurre, teoricamente e metodologicamente, la diffusa e costante produzione autonoma di un tempo quotidiano vitale, da parte di operai e di operaie in condizioni di sottomissione ai rischi di infortuni e di vita.

L’autonoma produzione operaia di tempo quotidiano vitale avveniva in una complessiva temporalità caratterizzata dai fenomeni delle cosiddette “morti bianche”. I morti in miniera furono assai numerosi nell’Isola. L’Associazione Minatori Memoria (AMIME) nel 2006 ha pubblicato un prezioso libro Sardegna minatori e memorie con una recensione dei morti in miniera. La distribuzione cronologica dei decessi permette di individuare una temporalità con maggior numero di decessi nel periodo dal 1922 al 1945, ovvero in epoca fascista. Consente inoltre di verificare la maggiore causa di morte dovuta alle frane e di conoscere la distribuzione territoriale dei morti sul lavoro, in cui l’area sud-occidentale dell’Isola rappresentava l’85% dei 1514 casi di “morti bianche”, registrate in 140 anni dal 1861 al 2000. Dal 1871 al 1906 morirono nel lavoro minerario donne, bambine e bambini, in tutto 26. Le morti in miniera appaiono assai vicine alla nostra contemporaneità in cui le cosiddette morti bianche mettono in vista una lunga modernità industriale che non ha mantenuto e non mantiene cruciali promesse di vita migliore.

Nelle miniere della Sardegna la temporalità del tayloristico sistema Bedaux fu marcata dalla presenza dei cronometri, dal ruolo dei cronometristi e insieme degli ingegneri, addetti al perfezionamento di tale sistema di cui ho trovato molte relazioni archiviate. Il sistema Bedaux segnò il modo minerario del passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio massa. Analiticamente il taylorismo fu esaminato da Gramsci nei Quaderni del carcere in uno scritto su Americanismo e fordismo in cui raffigurava la riduzione dell’operaio a «scimmia ammaestrata». Tale modello egemonico, assolutizzato come modello unico di one best away, mostra l’umanità del lavoratore ridotta a pura forza bestiale-naturale, funzionalmente produttiva. Nelle etnografie minerarie che concernono i cottimi del sistema Bedaux emerge, oltre la bestializzazione criticata dagli operai più avveduti, anche l’ampliamento dei rischi a cui era sottoposto e a cui faceva fronte il minatore. Egli subiva l’intensificazione quantitativa del lavoro a scapito dell’attenzione qualitativa verso rischi ignoti e imprevedibili, differenti dai pericoli invece noti e segnalati, come accade per esempio nella cartellonistica stradale. Le documentazioni etnografiche hanno messo in luce, specialmente nelle miniere carbonifere, vitali alternative pratiche, diventate diffuse e contrastanti il modello della “bestia lavorante”. Erano pratiche che valorizzavano il ponderante e securizzante “lavoro ragionato” e “progettato nella mente”. Emerse dunque non solo il modello dominante e standardizzato dell’operaio massimamente produttivo, criticato da Gramsci con la figura della scimmia ammaestrata, ma spiccarono modelli alternativi con configurazioni operaie di lavoro ragionato e progettato, validato e valorizzato per produrre e assicurare quotidianamente vita e futuro di vita, ovvero forme di possibile vita mineraria condivisa. Infine le etnografie realizzate in Sardegna sulle lavorative sottomissioni minerarie rischiose per la salute e per la vita, considerando l’impegno dei medici del lavoro, hanno portato alla luce il fatto che l’accelerazione del respiro nel lavoro accelerato, determinava una maggiore inspirazione delle polveri di minerali che causavano le silicosi, anche nelle possibili forme degenerative e cancerogene.

Dobbiamo pertanto prolungare l’attenzione interpretativa e teorica, a questo punto, sul periodo della temporalità biografica del minatore per scorgere come l’accelerazione dei tempi lavorativi alla lunga determinava, con il sorgere delle silicosi anche degenerative, una sottrazione dei personali tempi biografici di vita. In breve, nella politica del tempo minerario che veniva imposto con i cottimi accelerati, la vitale soluzione quotidiana del minatore non garantiva la completa conquista della propria temporalità biografica. Qui possiamo forse scorgere un possibile punto di accostamento teorico di certe esperienze minerarie isolane con certi nuovi approcci sui materialismi e con la ripresa della marxiana categoria dell’alienazione, messa in campo da Hartmut Rosa (2010, 2022) e da Rahel Jaeggi (2016, 2020).

Riprendendo le alienate temporalità biografiche dei minatori sardi e usando la nozione chiave di multitemporalità, appaiono scorci di temporalità assai particolari. Si vede come i minatori potevano sincronizzarsi e intervenire nelle rischiose temporalità quotidiane con i problem solving dei loro saper fare minerari vitali, ma rimanevano de-sincronizzati nella loro temporalità biografica. Non solo. Essi, erano inoltre de-sincronizzati nella temporalità geologica e ambientale in cui l’accelerata temporalità dell’acquisizione e del consumo dei beni naturali non consentiva la temporalità naturalmente rigenerativa. Infine, i nocivi effetti ambientali del malsano storico minerario non erano affrontati con una temporalità adeguata di urgenti bonifiche. Temporalità naturali biografiche e temporalità naturali geologiche e ambientali risultavano estorte dai centri di potere che si appropriavano del tempo vitale dei minatori e delle popolazione delle comunità minerarie, per dirla un po’ con Joannes Fabian (1983) su Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia.

I cottimi minerari attraversarono anche lo sviluppo minerario carbonifero, con la nascita della città di Carbonia nel 1938 che registrò la massima occupazione operaia durante la guerra, dal 1941 al 1943, con 14.000 minatori nel sottosuolo, secondo vari studi. I cottimi, con varie forme ibride, durarono fino al 1960, quando il Consiglio Regionale della Sardegna dichiarò il “non gradimento” nei confronti di Paul Audibert, direttore generale della Pertusola. Il non gradimento implicava l’allontanamento forzato del direttore dalle sue mansioni e il divieto di permanenza nell’Isola. Le motivazioni concernevano il mancato rispetto da parte della Società delle norme minerarie vigenti, dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana e dalla intransigenza della Società nelle vertenze sindacali.

Il quadro normativo nazionale era cambiato a partire da un testo legislativo fondamentale, il DPR n. 128 del 9 aprile 1959 per la polizia delle miniere e delle cave, finalizzato a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Ebbe allora inizio una nuova temporalità, con la cura delle forme di vita lavorativa delle persone. Alla fine del Novecento, nel controllo dell’ambiente interno minerario entrarono nuovi strumenti: i rilevatori e i campionatori automatici dei rischi. Entrarono anche nuovi soggetti tecnicamente idonei per rilevare rischi possibili. Inoltre, le persone di nuova assunzione dovevano partecipare a brevi corsi, propedeutici ai lavori, di informazione normativa e di formazione antinfortunistica. Alcune donne furono impegnate nei controlli ambientali e nella sicurezza interna alla miniera, particolarmente complessa nelle miniere carbonifere. Per esempio Giuliana Porcu nella Carbosulcis, con vari incarichi dal 1988 al 2025, fu impegnata nei controlli ambientali del sottosuolo e fu poi responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che pianificava la sicurezza lavorativa. Lei ricorda le progressive individuazioni di lavorative nocività minerarie per sottolineare la continua e inesausta realizzazione di una catena di temporalità securitarie, ancora aperta.

Le storiche cottimizzazioni minerarie, contrastate specialmente con autonome produzioni di tempi vitali insieme ai minerali estratti, parlano al presente, rivolgendosi alle cottimizzazioni attuali subite in campo edilizio e commerciale, informatico e dei trasporti. Dicono al presente in primo luogo la rilevanza di storici vettori temporali autonomamente regolati sul vitale, sia come produzioni di tempi di vita e sia come componenti di soggettivazioni securitarie. Indicano, a ben vedere, l’attuale ritorno del taylorismo rivestito digitalmente, secondo Ubaldo Fadini (2024:107). Prospettano, infine, l’accelerazione industriale del lavoro contemporaneo come tendenza di lunga durata, che si estende particolarmente nella quarta rivoluzione industriale e nella connessa vita sociale, secondo Fabio Scolari (2021).

Dopo i primi due passi del nostro incontro sarebbe interessante vedere da vicino qualche prossimità comparativa fra le etnografie documentate in Sardegna e quelle attestate nella Sierra Leone. Non mancano elementi di confronto. Per esempio sulla cernita e sull’uso tecnico e simbolico del setaccio, oppure per l’esperienza individuale che si delinea con una propria robustezza culturale rispetto alla dimensione di classe, e anche per le attenuazioni e minimizzazioni dei rischi estrattivi. Tuttavia la temporalità del nostro incontro richiede necessarie economie di tempo, mentre mi preme indirizzare il mio sguardo verso un altro scritto per accostarvi le temporalità ambientali post-estrattive.

3 Le temporalità ambientali fra riusi scientifici di siti dismessi e discariche minerarie in Sardegna

Lorenzo D’Angelo ha continuato a mantenere viva l’attenzione verso le dimensioni di vita negli ambienti minerari con i loro deterioramenti, attenzione manifestata con Pijpers nell’introduzione la loro libro del 2022, The Anthropology of Resource Extraction. Sui conflitti ambientali nel corso delle attività estrattive mi permetto di ricordare un mio scritto di qualche tempo fa (Atzeni 2011), apparso in un libro collettaneo a cura di Franco Lai e Nadia Breda, intitolato Antropologia del «Terzo Paesaggio» in cui, sulla base di un documento scientifico trovato alla Bibliothèque Nationale de France, consideravo alcuni conflitti avvenuti nel 1912 fra aziende minerarie e imprese della pesca dei tonni, e altri successivi conflitti minerai con imprenditori e istituzioni, accompagnati da relativi strascichi fino agli anni Settanta del Novecento. Sui minerari danni ambientali in tempi post-estrattivi, dalle etnografie emerge che le miniere economicamente valide, generalmente estese per 300-400 ettari, potevano manifestare un’estensione di possesso territoriale assai più ampio della proprietà aziendale, determinando danni ambientali estesi e prolungati nel tempo, anche dopo la loro chiusura. Michel Serres stimolò interrogativi sulle qualità e sulle funzioni delle produzioni di malsano quando nel 2008 tematizzò i danni ambientali domandando: Il malsano. Contaminiamo per possedere? Lascio aperta questa questione sui modi minerari di possesso appropriativo per guardare verso le discariche minerarie post-estrattive le quali, analizzate nel quadro della multitemporalità mineraria, aprono un interessante arco di fenomenologie temporali con caratteri inimmaginati.

Gli attuali dibattiti nei centri minerari dell’Isola sono particolarmente tesi verso il futuro ambientale. Intanto, si vanno affermando esempi di riuso scientifico dei siti minerai dismessi. Nella miniera carbonifera di Nuraxi Figus il progetto Aria si distingue per lo studio della materia oscura con estensioni nella parte diagnostica, sanitaria e industriale. Nella miniera metallifera di San Giovanni si è costituito un centro di intelligenza artificiale: Nelle miniere metallifere di Lula si afferma la candidatura per realizzare il progetto Einstein Telescope, volto allo studio delle onde gravitazionali. A Serbariu la Sotacarbo partecipa a numerosi progetti nazionali e internazionali per la conversione di CO2 in combustibili liquidi e gassosi. Nuovi progetti riguardano la desolforazione chimica del carbone e la riconversione della CarboSulcis, società partecipata pubblica, come avviene nelle miniere a cielo aperto europee in Spagna, in Germania, in Polonia, per citare alcuni Paesi. Si delinea infine la proposta di una complessiva rigenerazione ambientale, che parta dalle bonifiche delle discariche, per realizzare un nuovo ecoterritorialismo, coerente con i principi culturali dei saper fare minerari vitali. Tuttavia, non mancano scelte che contrastano orientamenti ambientalmente positivi.

Le prevalenti linee produttive post-estrattive, emergenti nella parte sud-occidentale dell’Isola, delineano un orizzonte differente. Prospettano, infatti, una congiunzione tra la lavorazione di scarti industriali di varia provenienza e la fabbrica di armi a Domusnovas. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata, noti come industrial waste sites complementari alla militarizzazione industriale. Si tratta di soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro sulla globalizzazione del 2007 da June Nash, studiosa di antropologia mineraria in Bolivia a negli Stati uniti. Voglio ricordare, in contrasto con le militarizzazioni proposte in congiunzione con i residui industriali, il dialogo con una cernitrice di galena del Sarrabus, la quale negli anni Ottanta sosteneva con forza che era meglio usare certi minerali per i fuochi d’artificio per le feste, piuttosto che per le guerre.

Per certi cambiamenti di cultura operaia orientata su inedite assunzioni di responsabilità ambientali in Sardegna, si può fare riferimento a una video-intervista, realizzata il 31 maggio 2007 con il collega Felice Tiragallo, a Pietro Cocco, minatore confinato dal fascismo, sindacalista e sindaco di Carbonia. Egli riferì di una recente assemblea cittadina in cui aveva sostenuto che bisognava abbandonare il carbone per «la salute del mondo», utilizzando l’energia solare. Rimarcava di aver avuto unanime consenso. Conoscevo i registri delle sue tonalità discorsive. Stava dicendo, in altre parole, che la sua nota coscienza di classe aveva assunto esplicitamente, insieme con la cittadinanza presente, una nuova responsabilità solidale verso la natura, prendendosene cura. Ricordo ancora il momento in cui raccontò, con tono critico e triste, dei bambini che giocavano nelle discariche minerarie. Lì mise in discussione il rapporto umano con le generazioni e con il mondo. Egli offriva un senso ampio al rapporto di utilizzabilità del mondo, posto da de Martino unitamente alla sua nozione di presenza. Pietro Cocco ci diceva, a suo modo, un doppio legame della generazionale presenza umana nel mondo e con il mondo. Il salto concettuale era lì: noi siamo il mondo, il mondo è fatto di noi, di tanti noi generazionali che ci prendiamo cura della salute delondo. Il manifesto consenso che egli sottolineava, indicava questo significativo cambiamento di cultura vitale operaia, motivata nell’occasione da una specifica responsabilità ambientale sulle discariche minerarie. Diceva, implicitamente, di una coscienza operaia ecologica sulle discariche, indicando possibili problem solving, trasformativi della salute del mondo rispetto all’inquinamento ambientale minerario attraverso la produzione di pannelli solari nel Sulcis, data la storica vocazione industriale del territorio minerario.

Riemergeva, nella recente esperienza di questo storico leader, l’attiva presenza demartiniana, quasi come agentività, come agency. Seguendo de Martino si poteva scorgere una presenza umana che poteva divenire potente ma anche fragile, in certi momenti. Forse la demartiniana presenza attiva era metastabile per dirla con Gilbert Simondon (1989). Forse era umanamente internalizzata come dinamica materialità interna ai corpi naturali la quale, come una sorta di intra attività, operava sia direttamente sulla matericità naturale umana e sia, con i suoi effetti, sulla matericità naturale del mundus, ri-materializzando e ri-storicizzando le nature umane e non umane, per dirla con Karen Barad (2017). Forse era umanità interna alla natura e in essa integrata giungendo al creaturale, come aveva detto a lungo Gregory Bateson (1989).

Il carattere precario della potente presenza demartiniana, individuale e collettiva, si accompagnava a certi rischi di perdere, in certi momenti, le sue potenti capacità, regredendo e potendo poi ricominciare nella sua antropogenesi, ovvero nella capacità di rifarsi attiva presenza umana. Le oscillazioni fra regressioni e ricominciamenti di autonoma produzione di umanità rimanevano bloccate nelle apocalissi culturali, le quali potevano accadere in particolari circostanze socio-politiche del tempo storico, quando nel mundus (naturale ed economico, tecnico e sociale, culturale e simbolico) erano intensificate le precarietà delle condizioni vivibili. Tali intensificate precarietà indebolivano o erodevano o annichilivano la presenza fino a rendere visibile la crisi e l’incapacità nel risolvere i problemi delle invivibilità del vivere. Secondo de Martino (1977:395) le apocalissi culturali apparivano «nel rischio di non esserci o di passare con ciò che passa», come alienazione della potenza della presenza treasformatrice. I mutamenti delle forme di vita che sgretolavano la presenza attiva potevano restare inconclusive e senza soluzioni stabili, nel presente del capitalismo maturo.

La mappa concettuale della filosofia della vita italiana, partita da un iniziale segmento Gramsci-De Martino-Cirese aveva attraversato Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Paolo Virno, mentre proseguiva in una certa filosofia della vita francese con Georges Canguilhem, Michel Foucault, André Leroi-Gourhan, Marcel Merleau Ponty, Michel Serres, Gilbert Simondon, continuava nella filosofia della vita tedesca con Theodor Adorno, Edmund Husserl, George Simmel, e anglo-americana con Gregory Bateson e Tim Ingold. La mappa si era estesa, tuttavia tornavo a interrogarmi e a interrogare, anche de Martino.

I saper fare minerari vitali, che assumono differenti configurazioni sul piano culturale e ambientale nel periodo post-estrattivo, rimangono infine impigliati nell’intreccio di nuovi rapporti di potere, ampiamente industriali e non solo minerari, dominanti le istituzioni politiche nella nostra contemporaneità, negli esiti neoliberistici delle economie degli armamenti e del riciclaggio immondizie industriali.

La presenza demartiniana doppiamente aperta, potente in certe situazioni storiche e fragile in altre, rimane un indice di vulnerabilità umana, esistenziale ed ecologica, in comunanza con la natura. Pone agli storici e minerari saper fare vitali un obiettivo di storica abitabilità integrale che l’antropologo italiano nominava come domesticità del mondo, in un mundus di persone e cose reciprocamente vitali. Una demartiniana domesticità del mundus pare intrecciare il discorso di Pietro Cocco sulla “salute del mondo” con quello di Lorenzo d’Angelo sulle condizioni critiche ambientali e sui modi di vita ambientalmente degradati.

In un intreccio di possibile temporalità mineraria democraticamente vivibile, gli storici saper fare minerari vitali sembrano incoraggiare azioni innovative di ecologia e di economia politica, capaci di creare una innovativa temporalità del vitale durevole, democraticamente condiviso sia nella stessa natura vivente, umana e non umana, e sia fra la natura vivente e quella non vivente, ma non inerte.

Paola Atzeni