22 June, 2026
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Se il 1946 segnò il ritorno nella forma più avanzata della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. In quell’anno, il 31 marzo, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata in capo al podestà e, caduto il fascismo, al commissario prefettizio. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Votarono le donne: per le elezioni comunali prima che per il referendum. Un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista (DDL 1°febbraio 1945), aveva introdotto il suffragio universale. Le donne acquisirono, infine, il diritto al voto e, con altro decreto, il diritto ad essere elette.

La città di Carbonia ebbe il suo primo consiglio comunale, il suo primo sindaco e la sua prima giunta decisi da libere elezioni.

Il consiglio era composto da quaranta consiglieri. Comprendeva due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi. E tuttavia un bel passo in avanti della democrazia, sol che si pensi che le donne sino a quel momento erano state escluse dal voto.

La lista unitaria del partito comunista (Pci) e del partito socialista (Psiup) vinse nettamente le elezioni. Il consigliere più votato risultò Renzo Laconi che di lì a qualche mese sarebbe stato eletto all’Assemblea costituente di cui fu protagonista di primo piano. Al secondo posto, Renato Mistroni: divenne il primo sindaco. Sedeva nei banchi del Consiglio Giorgio Carta, ingegnere sardista, sesto per numero di preferenze, un moderno intellettuale di eccezionale valore che ha lasciato tracce indelebili nella storia dell’industria sarda e italiana, i cui meriti non sono stati ancora adeguatamente riconosciuti.

I nomi dei componenti il primo Consiglio comunale e la prima Giunta sono nell’elenco che accompagna quest’articolo: di ciascuno bisognerebbe ricostruire la biografia. In questa sede mi limito necessariamente a brevi cenni sul primo sindaco.

Renato Mistroni fu eletto sindaco nella prima seduta del Consiglio, il 7 aprile 1946. Il suo è il tipico caso della nemesi della storia. Mistroni, classe 1910, ferrarese, operaio metalmeccanico, era stato arrestato nel 1932 per il reato di organizzazione della rete comunista. Condannato a dodici anni di carcere dal tribunale speciale fascista, fu recluso nella prigione di Civitavecchia. Scontati sette anni, fu rilasciato a seguito di un’amnistia e inviato al confino, da Pianosa al domicilio coatto ad Iglesias. Lavorò a Bacu Abis.

Decise di restare nel Sulcis diventando sindaco della città dei minatori, fondata da Mussolini: la storia che si vendica, appunto. La sua è una biografia travagliata. Nel 1948 dovette riparare in Cecoslovacchia per sfuggire agli arresti ordinati dal ministro Scelba a repressione della reazione popolare seguita all’attentato a Togliatti (14 luglio 1948). (La repressione comportò a Carbonia condanne per circa duecento anni di reclusione sebbene non fosse accaduto nulla di particolarmente grave. Per confronto, si pensi che Antonio Pallante che sparò quattro volte per uccidere Togliatti, ebbe appena sei anni di carcere: la magistratura era piena di giudici selezionati dal fascismo.) In Cecoslovacchia, Mistroni fu ancora una volta arrestato: i comunisti italiani erano guardati con sospetto da quel regime. Dopo quella fascista, conobbe, dunque, la galera comunista.

E poi anche quella dell’Italia repubblicana. Stufo della Cecoslovacchia, sul finire degli anni Cinquanta rientrò in Sardegna. Finì nella prigione di Buoncammino, a Cagliari, per scontare la condanna seguita ai fatti del 1948. Vi restò per 18 mesi invece che per quattro anni e sei mesi grazie ad un indulto. Singolare e sofferta biografia, la sua. L’amministrazione co-munale nel 2003 gli ha dedicato una piazza: ben meritata.

L’esercizio della democrazia ebbe una prova di decisiva importanza nel Referendum sulla forma istituzionale dello Stato. La scelta per la repubblica prevalse a livello nazionale con un margine di circa due milioni di voti. L’Italia risultò divisa in due. Al centro-nord prevalse nettamente il sì alla repubblica; nel sud e nelle isole vinse la monarchia.

In Sardegna, la monarchia riportò circa il 61 % dei consensi. A Carbonia (e in altri comuni minerari) elettori ed elettrici fecero una scelta contro corrente: votarono per la repubblica con una maggioranza del 67,44% dei voti validi. Indubbiamente, la città più che con il conservatorismo nostalgico prevalente nell’Isola, era in sintonia con la volontà di cambio radicale di quella parte dell’Italia che, con la Resistenza, aveva pagato il prezzo più alto per restituire la dignità agli italiani dopo la dittatura, la guerra e il tradimento del re. Fu uno dei meriti dei minatori e delle forze politiche e sindacali operanti nella città.

Il voto per l’Assemblea costituente ebbe un esito analogo. Nell’Isola, la Democrazia cristiana ebbe il 41% dei voti con sei seggi. Al secondo posto il Partito sardo d’azione con due seggi, e solo al terzo il Pci con appena un seggio. A Carbonia il Pci ottenne oltre il 44% dei voti. Le sinistre nell’insieme superarono nettamente il 50%.

In Sardegna, tra gli altri, i democristiani elessero Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica; i sardisti Emilio Lussu; i socialisti, Angelo Corsi già sindaco di Iglesias e deputato prima dell’instaurazione della dittatura, perseguitato politico; i comunisti, Renzo Laconi che subentrò a Velio Spano, più votato ma eletto anche nel collegio unico nazionale. Tutte personalità di straordinario rilievo nazionale.

Quest’anno è l’ottantesimo anniversario di quel cruciale 1946, fondativo della Repubblica e dell’attuale democrazia; è anche il centenario delle leggi “fascistissime”, quelle del 1926, con le quali Mussolini consolidò la dittatura totalitaria nel modo più duro con la messa fuori legge dei partiti, la chiusura del Parlamento, l’incarcerazione di chi non era allineato, i podestà nei comuni.

In molti luoghi amministrazioni comunali, scuole, associazioni dedicano attenzione a questi anniversari perché sono parte fondamentale del ciò che siamo. A Carbonia lo si può fare per l’ulteriore motivazione che ho tratteggiato: la nascita della democrazia.

Carbonia, primo Consiglio comunale eletto il 31 marzo 1946

1) Laconi prof. Renzo
2) Mistroni Renato
3) Dedoni dr. Guido
4) Mascia prof. Tullio
5) Orani dott. Roberto
6) Carta ing. Giorgio
7) Garofano Alessandro
8) Tocco rag. Edmondo
9) Lai Aldo
10) Baghino rag. Agostino
11) Gattuso Angelo
12) Martinetti Giuseppe
13) Barbieri ing. Carlo
14) Arte Angelo
15) Pelessoni Guido
16) Medas Luigi
17) Diana Efisio
18) Palmieri Dino
19) Beccu Andrea
20) Sammartino Salvatore
21) Corsini Pietro
22) Calabrò Pietro
23) Bianciardi Remo
24) Piria Francesco
25) Partelli Giuseppe
26) Lecca Giovanni
27) Spiga Renzo
28) Fanny dott. Aldo
29) Tolari Erminio
30) Ferrari Carlo
31) Atzori Giuseppe
32) Plaisant Edoardo
33) Lecca Silvio
34) Salis Giovanni
35) Di Nuzzo Antonio
36) Messina Alberto
37) Peretti Sisto
38) Bartoli Armido
39) Cardia Sandra
40) Dessì Rosa
Sindaco eletto il 7 aprile 1946: Renato Mistroni. Ultimo commissario prefettizio: dott. Pensiero Macciotta.

Giunta comunale eletta il 7 aprile 1946.

Assessori effettivi: Orani dott. Roberto,Tocco rag.Edmondo, Mascia prof.Tullio, Bianciardi Remo, Aste Angelo, Salis Giovanni.

Assessori supplenti: Bartoli Armido, Palmieri Dino.
Nota. Gli elenchi sono conformi al verbale redatto dal segretario comunale dott. Paolo Ghiani. Ringrazio l’amministrazione comunale per averlo messo a disposizione.

E’ ufficiale: l’11 maggio è divenuta la “Giornata Identitaria Iglesiente”. In memoria dell’eccidio dell’11 maggio 1920 il Consiglio comunale, riunito in seduta straordinaria nello stesso giorno ma dell’anno 2024, con atto solenne ha votato, all’unanimità, l’importante riconoscimento. Una celebrazione delle vittime e degli altri minatori di quella tragica giornata, passata alla storia, che con coraggio, spinti dalla disperazione, affrontarono le guardie regie nel tentativo di chiedere aiuto per condizioni di vita migliori. “Un movimento dei minatori della Sardegna, come ha ricordato Fausto Durante, segretario generale della Cgil Sardegna, presente alla proclamazione, che ha creato le condizioni, nel 1904, per indire il primo sciopero generale”. Presenti alla proclamazione, in un’aula gremita di figuranti, anche i sindaci della Valle Anzasca, nella Val d’Ossola, con cui Iglesias, dal 2016, è gemellata, oltre diversi sindaci del territorio.

La proclamazione della Giornata Identitaria Iglesiente da parte del Consiglio comunale segue la rievocazione storica di quel tragico 11 maggio 1920 per la quale, quest’anno, il Centro storico di Iglesias, con i suoi abitanti, hanno riportato indietro le lancette della storia a quei giorni inquieti e tragici grazie all’impegno dei ragazzi e ragazze dell’associazione “11 maggio 1920” e del loro pigmalione, prof. Gianni Persico, che per anni, con i colleghi e gli alunni della scuola primaria e secondaria dell’Istituto Comprensivo Eleonora D’Arborea, veri artisti in erba, ha riproposto una pagina tragica della nostra storia cittadina.  

La rievocazione storica.

Come un immenso set cinematografico le stradine e le piazze del cuore della città si sono popolate, di buon ora, di centinaia di donne, bambini e uomini vestiti con gli abiti dell’epoca, portati in modo dignitoso ed impeccabile, intenti nelle attività quotidiane, tra notabili e proprietari terrieri con le loro signore, intellettuali, artigiani e commercianti, tanti bimbi giocosi ignari della drammaticità della situazione che occorreva e poi loro, le donne, madri, mogli e fidanzate, veri pilastri familiari, di quegli uomini di miniera che lottavano da anni per avere condizioni di vita e di lavoro migliori per essi e per le loro famiglie, condannati ad una realtà che poche alternative offriva. 

Marcello Serra ha scritto: «…potrebbe dirsi che la storia della Sardegna si identifica sostanzialmente con quella delle sue miniere». Carlo Levi le miniere di Iglesias le descriveva così: «…A Monteponi è quasi notte, la valle stretta è piena di un rumore notturno di macchine, ripercosso dalle pareti dei monti; il cielo è sparso dei fumi che salgono dalle miniere, dalle rosse montagne di detriti, fino al brillare dei lumi lontani di San Giovanni, quando riempiono le strade, tornando dal lavoro, verso Iglesias, stormi di operai in bicicletta…una più antica storia di lavoro umano è condensata e compresa in queste miniere, che furono già cartaginesi e romane e pisane, abbandonate e riaperte tante volte, ricchissime di vicende…»

La storia. 

La sera del 10 maggio 1920 i minatori di Monteponi decisero, vista l’intransigenza a trattare da parte della direzione della miniera, che l’indomani avrebbero scioperato per rivendicare il pagamento, negato, di una mezza giornata persa nei giorni precedenti, per protestare contro l’aumento del prezzo del pane. Il preludio è stato raccontato magistralmente, in un’atmosfera di grande commozione, la sera del 10 maggio, nella piazza Municipio, attraverso le voci narranti di Gianni Persico, Grazia Villani e Fabrizio Congia. Ha chiuso la serata il coro Concordia Villae Ecclesiae. 

L’indomani, 11 maggio, circa duemila minatori, provenienti da Campo Pisano, San Giovanni e Monteponi marciarono verso il Municipio, arrabbiati ma fiduciosi di ottenere soddisfazione alle loro giustificate richieste chiedendo aiuto e sostegno al sindaco Angelo Corsi. Con loro anche il vice direttore della miniera di Monteponi, ing. Andrea Binetti, obbligato dai minatori ad accompagnarli. Al loro arrivo, tra la via Satta e la piazza del Comune, però, trovarono un folto schieramento di guardie regie con l’ordine di fermare il corteo. Lo scontro fu inevitabile e tutto si compì in pochi istanti: i suoni degli spari dei moschetti delle guardie risuonarono in tutte le strade del centro, superando le urla dei minatori che tentarono di mettersi in salvo. Seguirono pochi istanti di irreale silenzio, poi la realtà si palesò in tutta la sua drammaticità: una trentina di operai furono feriti dai colpi esplosi dalle guardie, di questi 5 morirono subito, altri due a distanza di alcuni giorni per le ferite riportate. Loro erano: Raffaele Serrau, 23 anni, Pietro Castangia, 18 anni, Emanuele Cocco, 37 anni e Attilio Orrù, 40 anni, tutti di Iglesias, Salvatore Meles, cinquantenne, di Bonarcado, Efisio Madeddu, 40 anni di Villaputzu e Vittorio Collu, 18 anni, di Sarroch. 

Erano trascorse da poco le 10.00 del mattino. Le urla delle donne e la disperazione dei compagni di lavoro sono state riproposte, dinnanzi a centinaia di persone, in un clima di autentico dolore e commozione, dai figuranti, cittadini comuni, che con la loro attenta e profonda partecipazione hanno permesso che questa tragica pagina di storia continui ad essere ricordata. La rievocazione storica si è conclusa, come sempre, con il corteo dei figuranti e delle autorità, preceduti dai bravi musicisti della banda Verdi, verso il cimitero dove è stata deposta una corona d’alloro sulla lapide dei caduti, tra i canti del Coro di Iglesias

Per i membri dell’associazione promotrice «questo rappresenta l’anno zero. Contiamo di far crescere, negli anni, questa rievocazione perché diventi un monito contro le ingiustizie nel mondo del lavoro. Ringraziamo l’amministrazione comunale per il sostegno e per l’importante riconoscimento con l’istituzione della giornata identitaria e le diverse associazioni cittadine che ci hanno supportato. Ma soprattutto ringraziamo le centinaia di concittadine e concittadini che hanno risposto al nostro invito e che hanno permesso, con la loro sentita e commovente partecipazione, la grande riuscita della manifestazione dimostrando uno straordinario senso di appartenenza alla città e ai suoi valori». 

Per il sindaco Mauro Usai: «Quella di oggi, per la città di Iglesias e per tutta la nostra comunità, è una giornata storica. Tutti uniti nella memoria di una giornata tragica, che ha creato un solco profondo, un prima e un dopo, nella storia della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di miniera, destinato a rimanere impresso nella nostra identità. Vogliamo ricordare i caduti dell’11 maggio e tutte le vittime che hanno sacrificato la propria vita per chiedere condizioni di vita e di lavoro migliori. Perché questa data deve diventare il simbolo della nostra identità costruita sui valori della democrazia, del lavoro e della giustizia sociale».

Un patrimonio enorme, un lascito ereditario materiale e immateriale, che per il sindaco «assume un valore ancora più rilevante per il recupero di quei luoghi da riscoprire e da rilanciare, ma anche un capitale umano figlio delle competenze di tante persone che portano avanti la memoria e la consegnano in dote ad un futuro da costruire insieme».

Carlo Martinelli

Il Consiglio comunale di Iglesias, nella seduta dello scorso 29 settembre, ha approvato l’ordine del giorno proposto dal consigliere Marco Loddo all’attenzione del presidente Daniele Reginali, al sindaco Mauro Usai e alla Giunta comunale, per l’intitolazione di una via o una piazza comunale alla memoria di Luigi Garau.

Luigi Garau era un fuochista e conduttore di caldaie e macchine nei siti di estrazione di piombo e zinco, che insieme ad Angelo Corsi e ad altri colleghi amministratori, scrisse importanti pagine della politica iglesiente.

Furono svariate le istanze delle quali Luigi Garau si fece portavoce durante il primo mandato del 1914, quando la Giunta comunale di Iglesias guidata dal sindaco Angelo Corsi venne costituita dagli assessori Ruggero Pintus, Guglielmo Grossholz e Luigi Garau, nonché da Raffaele Cossu, Raimondo Marini e Tito Taci come assessori supplenti, e nella successiva rielezione: le lotte operaie, la battaglia per l’introduzione di un sussidio a favore dei disoccupati, la tutela assicurativa del Civico Ospedale ed altro. Luigi Garau fu anche il promotore in Consiglio comunale della proposta d’acquisto, poi deliberata all’unanimità, del macchinario a “raggi X” da assegnare all’ospedale municipale per l’individuazione delle patologie dei lavoratori di miniera.

La proposta di intitolazione di una via o di una piazza comunale vuole essere un riconoscimento alle sue proposte, originate dal suo pensiero socialista, per essere stato uomo del popolo in lotta per i diritti dei lavoratori minerari, per aver cercato di lavorare per la riduzione dell’enorme divario tra le classi sociali, fu vittima della violenza delle squadracce del tempo. Si ritirò a vita privata e morì nel 1937 e da allora riposa nel cimitero monumentale di Iglesias.

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A 100 anni dall’Eccidio dei minatori, uccisi l’11 maggio del 1920 nel corso delle manifestazioni per chiedere condizioni di vita e di lavoro migliori, la città di Iglesias ricorda le 7 vittime, gli iglesienti Raffaele Serrau di 23 anni, Pietro Castangia di 18, Emmanuele Cocco di 37 anni ed Attilio Orrù di 40, Efisio Madeddu di Villaputzu, di 40 anni, Salvatore Melas di Bonacardo, di 50 e Vittorio Collu di Sarroch di 18 anni, uccisi dalla forza pubblica mentre si dirigevano in corteo verso il Municipio, cercando di parlare con il Sindaco Angelo Corsi, che si era proposto come interlocutore per le rivendicazioni dei lavoratori in sciopero.

Nel corso della mattina, il sindaco Mauro Usai ed il presidente del Consiglio comunale Daniele Reginali, accompagnati dai primi cittadini di Gonnesa Hansel Cristian Cabiddu, Fluminimaggiore Marco Corrias e Buggerru Laura Cappelli, e dai rappresentanti delle sigle sindacali, hanno deposto una corona d’alloro in ricordo della vittime sulla lapide posta sul luogo dell’Eccidio, in via Satta, e sul monumento ai minatori caduti nel cimitero civico.

Una commemorazione che quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, ha dovuto rispettare un rigido protocollo, che ha reso necessario rinviare la tradizionale rappresentazione dell’Eccidio affidata agli studenti dell’Istituto Comprensivo Eleonora d’Arborea, che ogni anno, sotto la guida dei docenti, mettevano in scena i fatti di quel giorno negli stessi luoghi, avvenimenti ricostruiti grazie ad un importante lavoro di ricerca e di analisi storica.
A causa delle norme di prevenzione Covid-19, quest’anno la commemorazione è avvenuta senza l’abituale corteo che accompagnava i rappresentanti delle Istituzioni fino al cimitero civico.

Il sindaco di Iglesias, Mauro Usai, ha ricordato l’importanza delle lotte che hanno portato i minatori di Iglesias a fare la storia del movimento operaio nazionale, «una parentesi tragica che ha però portato ad acquisire diritti imprescindibili per tutti i lavoratori, anche se ancora oggi, in alcune parti del mondo questi diritti vengono tuttora calpestati».
Come nel caso dei piccoli minatori del Congo, dove le milizie locali controllano le miniere da cui si estrae il Coltan, minerale utilizzato per la costruzione dei componenti per gli smartphone e costringono alla schiavitù tantissimi bambini, obbligati a lavorare in condizioni disumane ed oggetto di violenze quotidiane.
Un paradosso ricordato dai partecipanti, concordi nel sottolineare come ancora oggi tanti lavoratori siano costretti a lottare per chiedere diritti e dignità sul luogo di lavoro.

L’auspicio del sindaco di Iglesias è stato quello di poter al più presto rendere il dovuto omaggio ai minatori caduti cento anni fa, perché come ha sottolineato, «l’impegno per un futuro più equo nasce dalla memoria, dal tenere vivo il ricordo del sacrificio di tanti lavoratori, come quelli che hanno perso la vita l’11 maggio del 1920, perché solamente riappropriandoci della nostra storia possiamo creare i presupposti per un futuro migliore».

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L’Istituto Comprensivo “Eleonora D’Arborea” di Iglesias organizza la rievocazione online, in occasione del Centenario, dell’Eccidio dei minatori, avvenuto l’11 maggio 1920.
Il progetto vede gli studenti coinvolti nella ricostruzione delle vicende che sconvolsero la vita dei minatori di allora, attraverso la memoria storica degli anziani, coadiuvata da ricerche d’archivio. La vicenda coinvolse un gruppo di lavoratori delle miniere di Monteponi e San Giovanni che, dopo alcuni giorni di protesta dovuti al razionamento dei viveri e al loro alto prezzo, marciarono verso il Municipio di Iglesias per chiedere l’intervento dell’allora sindaco Angelo Corsi. Ma ad accoglierli trovarono i carabinieri, che cominciarono a sparare contro i dimostranti. L’eccidio contò sette minatori morti e ventisei feriti, tra i quali ci furono cinque carabinieri.
A causa del Covid-19, non sarà possibile celebrare il centenario in forma classica, come avvenuto per le rievocazioni degli anni precedenti. Tuttavia, la dirigente scolastica, dott.ssa Emanuela Pispisa, in collaborazione con docenti ed alunni, per non privare la popolazione di un evento ormai molto atteso dagli iglesienti, ha organizzato una rievocazione online.
Il primo appuntamento si terrà domenica 10 maggio, alle ore 19.00, sul canale youtube dell’istituto, con la piece teatrale “Preludio”, in cui i ragazzi mostreranno ciò che avvenne la sera prima della tragedia sia in una famiglia di minatori che nella dimora del dirigente della  miniera. Gli studenti, che reciteranno in italiano e in sardo, vestiranno gli abiti dell’epoca. 
Lunedì 11 maggio, dalle 9,30, sempre sul canale youtube dell’istituto, verrà invece riproposto lo scontro tra i minatori manifestanti e le forze dell’ordine. A far da colonna sonora, saranno la campana della cattedrale di Santa Chiara e la sirena della miniera di Monteponi.
A chiudere l’evento saranno gli studenti che, in collegamento ognuno dalla propria abitazione, con indosso gli abiti di scena, solleveranno il pane al grido di “S’ant mortu po custu!”.

Federica Selis