12 June, 2026
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Il Monte Rasu, sommità del Goceano, è considerato il primo avamposto del francescanesimo in Sardegna; l’originario protoconvento, fondato nel 1220 e si presume luogo indicato direttamente dal poverello d’Assisi, ospitò i frati fino all’Incameramento del 1855 (La legge Rattazzi – Regio Decreto del 29 maggio, n. 878 – che acquisiva e incamerava i beni degli ordini religiosi per sanare le casse dello Stato).
Il convento, che conserva elementi d’origine a testimonianza della vita monastica, si colloca in un luogo suggestivo, a circa 1000 metri di altitudine, ed è immerso in uno straordinario ambiente naturale boschivo di assoluta bellezza naturalistica e paesaggistica. Un appuntamento di fede popolare si celebra il 2 agosto per la tradizionale “Festa del Perdono”, caratterizzata da un movimento di pellegrini provenienti dalle diverse aree isolane per le solennità religiose.
Il francescanesimo in Sardegna ha dunque origini remote, legate allo stesso San Francesco, ed è vivo tuttora attraverso i suoi religiosi (Frati Minori-O.F.M., Cappuccini-O.F.M.Cap., Conventuali-O.F.M.Conv.) e nei valori di umiltà e carità che alimentano percorsi spirituali e di fede. I primi insediamenti storici isolani, oltre al goceanino di Monte Rasu, sono certamente quelli di Sassari, Cagliari e Luogosanto, ad opera di fraticelli che sbarcarono in terra sarda e provenienti dalla vicina Corsica.
Un prezioso contributo a riscoprire gli Ottocento anni di francescanesimo, tra storia, fede e trame familiari, viene dalla documentata pubblicazione “L’Antico Convento di Monte Rasu” della scrittrice nuorese Luciana Falchi Giannasi; una ricerca, stampata presso la Tas Art di Sassari, che attinge a rigorose fonti documentali e ricostruisce il sorgere del convento ai primi decenni del XIII secolo, con tutte le vicissitudine storiche-religiose e di proprietà, fino ai giorni nostri.
Il volume offre uno spaccato storico attinto da lavori di diversi “studiosi, francescani e laici, citati in bibliografia”; si ritrovano così le notizie essenziali su Francesco e la sua opera, su Fra Elia da Cortona e Fra Giovanni Parenti da Carmignano, figura collegata in modo determinante al romitario di Monte Rasu, e sui rapporti territoriali tra Ordini monastici con i sensibili e ospitali Giudici di Torres.
Il convento, per secoli e come riportato dal Liber Cronichus di Bottidda, era sosta rigenerante per i viandanti che dal Goceano valicavano la montagna per recarsi nel Logudoro e sassarese, trovando sempre «asilo sicuro e cibi sani ed abbondanti…».
Nel tempo, risultante anche dai resoconti di viaggiatori stranieri e dalla visita nel 1834 di Valery, autore dell’opera Voyage en Corse, à l’ile d’Elbe et en Sardaigne, la struttura religiosa vive un ridimensionamento, ma ha ancora la presenza di frati malgrado il decreto di chiusura del Vinciani del 1769, e viene descritta tra le «pieghe boscose della montagna di Monte Rasu, in mezzo ad un paesaggio stupendo» e come «modestissimo tetto di pochi frati, lo stesso Superiore dei quali trova più comodo risiedere, ogni tanto, nel convento di Bottidda…».
Con l’intensificarsi della crisi finanziaria del Regno di Sardegna e la legge che decreta l’Incameramento ed esproprio dei beni degli istituti, il possesso di Monte Rasu è in «piena disponibilità della Cassa Ecclesiastica (Ente di diritto civile, quindi dello Stato) che può amministrarlo come ritiene più utile o vantaggioso per i suoi scopi istituzionali». A seguito di una trattativa privata, il 25 febbraio 1860, l’intera proprietà passa alla società del Conte Pietro Beltrami da Bagnacavallo che, in un decennio e con la sistematica distruzione di foreste secolari, realizza favolose ricchezze e ricavi impensabili per la cassa della Beltrami & C., il cui investimento era stato di 36.000 Lire da pagarsi frazionato
in dieci rate a cadenza annuale. Il Beltrami si guadagnò, a pieno titolo e merito l’appellativo di “Attila delle sarde foreste” per lo scriteriato e indicibile disboscamento coloniale di “estese foreste di querce, lecci, agrifogli e molte altre specie rare” e ricavarne “enormi profitti a danno delle popolazioni del Goceano”. In Costera, ancora oggi, qualche detto popolare non benevole gli sopravvive! Emergono dalla documentazione, raccolta con puntualità storica, le posizioni di interesse e gli orientamenti guida del Cavour, seguiti alla determinante abolizione dell’ademprivio, verso progetti di sfruttamento e sulla cessione-concessione di infiniti ettari di terreni demaniali isolani.
Nel febbraio del 1870, l’intera proprietà di Monte Rasu passa da Beltrami al suo segretario Innocenzo Azzaroli. Con dovizia di informazioni, l’avvincente narrazione di Luciana Falchi Giannasi, ripercorre i rapporti personali, i matrimoni e atti notarili che definirono la divisione dell’eredità alla scomparsa dell’Azzaroli (muore nel 1877 ed è sepolto nel cimitero di Bono) fino all’acquisto da parte di Battista Pellegrino Giannasi; originario della provincia di Modena (era nato a Piandelagotti di Frassinoro il 3 marzo 1857) ma in Sardegna «forse dall’età di 13-14 anni, con il padre e il fratello maggiore Angelino per cercare lavoro. Come molti altri della loro zona di origine, sono abili boscaioli, segantini, carbonai».
L’acquisto di Pellegrino Giannasi, le diverse quote dei terreni e dei fabbricati dagli eredi Azzaroli, è ufficializzato con l’atto del notaio Proto Sechi di Sassari del 23 aprile 1898. E come riconosce Domenichino Ena, nella pubblicazione Adiu Bono Bottidda …e Bolia, Ed. Voce del Logudoro, Ozieri, 1979, l’attività e capacità lavorativa di Pellegrino Giannasi «in poco tempo trasformò i terreni di Monte Rasu in un’azienda modello». Tanti significativi momenti scandirono la vita dell’esemplare centro montano che nel 1924 contava una popolazione di 39 persone, divenendo frazione del Comune e della Parrocchia di Bottidda. Nel VII centenario della morte di San Francesco venne restaurata la chiesetta, benedetta con solennità dal vescovo di Ozieri mons. Francesco Franco.
Il patriarca Pellegrino Giannasi scompare il 22 dicembre 1944 e l’autrice rileva che tutta “la sua attività lavorativa, ha forse mostrato di voler e saper rispettare lo spirito francescano del luogo perché ha utilizzato con criterio e con rispetto le risorse della natura, traendone beneficio per sé, per la sua numerosa famiglia e per decine di altre famiglie, ma senza usare violenza o distruggere queste risorse”.
Questa pubblicazione è un contributo anche all’Anno Giubilare di San Francesco, indetto per riscoprire i valori fondamentali – cardini spirituali ed etici – di cura del creato, esaltato nel Cantico delle Creature, ed essere costruttori di pace e fratellanza con spirito di rinnovamento interiore.
Il futuro di Monte Rasu, anche per interessamento della diocesi di Ozieri, prospetta un “progetto di impegno e cura” e la possibilità di sviluppo di un percorso francescano. La famiglia Giannasi, proprietaria della quasi totalità dell’area di Monte Rasu, osserva “con interesse gli sviluppi, in attesa di comprendere meglio le implicazioni pratiche”.

Cristoforo Puddu