20 June, 2021
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Uno dei sassofonisti più importanti della scena jazzistica internazionale tiene banco a Berchidda nella sesta giornata di Time in Jazz. Charles Lloyd è l’atteso protagonista della serata di domani (sabato 13) in piazza del Popolo, “palco centrale” del festival ideato e diretto da Paolo Fresu nel suo paese natale (ma con appuntamenti sparsi anche in altri centri del nord Sardegna). Classe 1938, direttore musicale nel gruppo di Chico Hamilton e poi compagno di band di Cannonball Adderley nei primi anni Sessanta, Charles Lloyd ha guidato nella seconda metà di quel decennio una formazione storica (con un giovanissimo Keith Jarrett, tra gli altri membri) che ha registrato uno dei primi album jazz a vendere oltre un milione di copie (“Forest Flower”, 1967). Praticamente assente dalla scena jazz negli anni Settanta, il sassofonista compare invece in dischi dei Doors, dei Canned Heat e dei Beach Boys. Avvicinato dal pianista Michel Petrucciani nel 1981 riprende a suonare per due anni, per poi ritirarsi di nuovo. Torna a esibirsi occasionalmente nel 1987 e 1988, poi nel 1989 ricomincia a girare. Inizia anche a registrare per l’ECM, inaugurando una lunga serie di dischi in cui figurano musicisti come Bobo Stenson, Billy Hart, Billy Higgins, John Abercrombie, Brad Mehldau, Geri Allen, Zakir Hussain. Uscito lo scorso gennaio per la Blue Note, “I Long To See You”, la sua più recente fatica discografica, lo vede in compagnia, tra gli altri, del chitarrista Bill Frisell. Jason Moran al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Eric Harland alla batteria sono invece i membri del suo quartetto di scena nel secondo set di domani (sabato 13) a Berchidda.

A precedere il concerto Charles Lloyd, la prima parte della serata, con inizio alle 21.30, propone una produzione originale del festival con l’inedito incontro tra due musicisti dalle diverse esperienze e provenienze artistiche: la pianista romana Rita Marcotulli, nome di primo piano della scena jazzistica italiana, e l’eclettico polistrumentista francese, con radici in Martinica, Mino Cinelu. Un duo che promette sorprese, sull’onda della vocazione alla sperimentazione e all’interplay che caratterizza entrambi. Partita da studi classici per approdare al jazz, Rita Marcotulli raggiunge presto il successo grazie al suo stile intimo e allo stesso tempo capace di amplificare le emozioni, che la porta a calcare le scene internazionali accanto a jazzisti come Jon Christensen, Palle Danielsson, Peter Erskine, Joe Lovano, Michel Portal, Enrico Rava, Pat Metheny, Billy Cobham. Originario della Martinica, Mino Cinelu è un artista dai molti talenti, come testimonia anche il lungo e prestigioso elenco delle sue collaborazioni, in studio di registrazione e sul palco, con artisti di ambiti diversi (jazz, funk, rap, electro, flamenco e pop) e del calibro di Miles Davis, Weather Report, Herbie Hancock, Sting, Lou Reed, Antonio Carlos Jobim, Brandford Marsalis, Cassandra Wilson, Dizzy Gillespie, Elton John, Gato Barbieri, Gil Evans, Kenny Barron, Laurie Anderson, Pat Metheny, Pino Daniele, Richard Galliano, Stevie Wonder, Wayne Shorter, Zucchero, per fare qualche nome. 

Rita Marcotulli arriverà all’appuntamento serale in piazza del Popolo reduce dall’altro impegno che la attende invece in mattinata, a mezzogiorno, nei pressi di Loiri San Paolo, sulla spiaggia di Porto Taverna, con il progetto BAM, acronimo ricavato dalle iniziali dei tre componenti dell’organico: l’eclettico contrabbassista pugliese Marco Bardoscia, il versatile quartetto d’archi Alborada (Anton Berovski e Sonia Peana ai violini, Nico Ciricugno alla viola e Piero Salvatori al violoncello) e appunto, Rita Marcotulli. Un progetto nato da un’idea di Bardoscia e della violinista Sonia Peana, e che si muove, originariamente, intorno a brani dello stesso contrabbassista e adattamenti studiati per questa formazione, per arrivare a composizioni della Marcotulli e del quartetto Alborada, lasciando spazio anche all’improvvisazione. Le diverse fonti musicali si fondono per dare spazio a qualcosa di nuovo, fresco e originale, tra sonorità macedoni, isolane e mediterranee, che emergono naturalmente e senza forzature, sottolineando l’essenza stessa di ogni componente: il quartetto d’archi svolge un ruolo di sostegno ai solisti e, al tempo stesso, è anche una terza entità musicale autonoma.

Nel pomeriggio il festival fa tappa a Telti, dove, alle 18.00, nella chiesa di Santa Vittoria, è di scena un altro nome di spicco della scena jazzistica italiana, Stefano Battaglia, con un programma di improvvisazioni al piano che, sotto il titolo “Questo ricordo lo vorrei raccontare”, ripercorre in musica l’opera del fotografo Mario Giacomelli (1925-2000), ispirata dai versi di poeti come Emily Dickinson, Franco Costabile, Cesare Pavese, Edgar Lee Master. Classe 1965, Stefano Battaglia è un pianista attento al suono e alla melodia: forte di una solida preparazione musicale che l’ha portato dapprima a mettersi in luce in ambito “classico”, conta un vasto curriculum di collaborazioni importanti e progetti propri, qualcosa come tremila concerti all’attivo e una discografia di oltre cento titoli che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in patria e all’estero. Nel 2004 ha inaugurato la collaborazione con la prestigiosa etichetta tedesca ECM, che ha pubblicato cinque suoi album; i tre più recenti lo vedono alla testa del suo collaudatissimo trio, con Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, che anche il pubblico di Time in Jazz potrà apprezzare in concerto domenica pomeriggio a Tula, nella chiesa di Santa Maria di Coros (ore 18.00).

BAM (ph © Roberto Cifarelli) m Mino Cinelu 1 Rita Marcotulli (foto di Paolo Soriani) (2m) Stefano Battaglia (foto@Caterina Di Perri)01 (m)Charles Lloyd (2m)

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La prima esibizione della Nublu Orchestra, l’ultima creazione di Butch Morris, ieri sera ha segnato uno degli eventi simbolo della XXX edizione del Festival “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, interamente dedicato all’indimenticato musicista californiano, una delle personalità più innovative del jazz degli ultimi decenni, ma soprattutto è una delle menti più immaginifiche della musica improvvisata nell’accezione più ampia del termine, sfociando nel più vasto bacino delle musiche d’oggi. E per rappresentare il suo personale approccio alla materia sonora, Butch Morris ha coniato il termine di conduction, esplicativo di un modo di dirigere organici di ampie dimensioni nel quale la gestualità ricopre un ruolo determinante.

Ieri il suo ruolo nell’orchestra è stato interpretato magistralmente dal batterista Kenny Wollesen. Ed oggi la Nublu Orchestra concederà il bis, con il sassofonista Ilhan Ersahin, il chitarrista Doug Wieselman, lo stesso batterista-direttore Kenny Wollesen, il cornettista Graham Haynes, figlio del leggendario batterista Roy Haynes ed apprezzato sia per varie incisioni a proprio nome che per collaborazioni con Cassandra Wilson, David Murray, Vernon Reid, Bill Laswell e molti altri.

L’esibizione di ieri della Nublu Orchestra è stata preceduta da quella del quartetto di Evan Parker, protagonista di oltre un’ora di ottimo jazz con Barry Guy, Paul Lytton e Peter Evans. Ad aprire la serata odierna, quinta e penultima del XXX Festival “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, sarà il trio formato da William Parker, John Dikeman e Hamid Drake.

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Sarà Evan Parker, martedì sera, ad aprire il XXX Festival “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, con un solo dedicato alla memoria di Butch Morris. Il geniale sassofonista inglese si esibirà in uno spazio non convenzionale, le note del suo sax risuoneranno, infatti, tra le pietre millenarie del nuraghe Arresi che si trasformerà in un ponte ideale fra terra e cielo per raggiungere lo spirito di Butch.

Subito dopo, il palco della Piazza del Nuraghe ospiterà uno dei concerti più attesi di questa memorabile edizione, l’ensemble Nu Grid. Il chitarrista Vernon Reid, fondatore dei Living Colour, si accompagnerà a Jean Paul Bourelly, Graham Haynes e Dj. Logic. L’ensemble offrirà un nuovo percorso di rappresentazione della musica che unisce quattro anime diverse a riprova del fatto che il jazz continua ad essere un linguaggio libero ed in costante evoluzione. 

Se l’edizione dedicata, pensata intorno alla figura e alla musica di Butch Morris si può intendere come un’ellisse, ecco che nella sua orbita entrano di diritto due proposte nelle premesse distinte e lontane tra loro, almeno nella formulazione e nelle sonorità che vi saranno sviscerate. Evan Parker, nella sua splendida, lussureggiante solitudine, aprirà la serata e il festival, seguito da un quartetto di fresco conio, Nu Grid, che ha tutte le caratteristiche per stimolare le fantasie più varie, spiazzare e (sor)prendere in contropiede gli appassionati che ben conoscono i singoli elementi, ma non possono averli mai ascoltati in questa veste collegiale.

Evan Parker, 71 anni, che tornerà sul palco della piazza anche nelle tre serate successive – in contesti diversi, a confermare la versatile disposizione del suo linguaggio -, è uno dei più formidabili investigatori d’avanguardia, un taglio di luce che, lungo quasi mezzo secolo di attività, ha attraversato tutti i territori della ricerca e della sperimentazione: ambiti che il musicista inglese ha vissuto come il suo pane quotidiano, intrecciando virtuose collaborazioni ad ampio raggio, con le personalità migliori della scena internazionale, per una biografia densissima e una discografia che ha superato di slancio i duecento album come titolare, a proprio nome, oppure come ospite e fiancheggiatore di progetti altrui.

Per inaugurare la trentesima edizione del festival, a lui che ha percorso tutte le strade possibili, militando anche in larghi ensemble, è stato chiesto un “Set in stone”, performance dove spaziare grazie al sassofono con la libertà di sempre e le qualità riconosciute di escavatore solitario, tra improvvisazione e i disegni, le vedute che in tanti anni lo hanno reso unico e inimitabile: un eccellente occasione/assaggio per anticipare gli altri appuntamenti con Evan, del 2, del 3 e del 4.

Molto diversa, invece, l’avventura di Jean Paul Bourelly, Vernon Reid, Graham Haynes e DJ Logic, artisti che l’affezionato pubblico di Sant’Anna Arresi ha già apprezzato separatamente, ma che hanno scelto proprio “Ai confini tra la Sardegna e il jazz” per consorziarsi e agitare la loro bandiera sotto l’egida Nu Grid. Difficile immaginare con precisione i contorni dell’operazione che, per lo stesso curriculum dei protagonisti, appare come un laboratorio, uno spazio dove far confluire le pratiche e le suggestioni di carriere cariche di storia e di prospettive, con diversi punti di contatto, ma soprattutto itinerari aperti, spalancati sull’indagine musicale, dove concerti, dischi e fusioni vanno intese alla stregua di stanziamenti, proiezioni, di una vitalissima forma di trasformazione.

Nu Grid nasce da un’idea e dall’iniziativa di Bourelly e Haynes, che sul fronte delle musiche tra jazz e dintorni hanno battuto molte strade, intrecciando il funk, il rock, l’elettronica, e dunque hanno visto in Reid e Dj Logic i partner ideali da imbarcare per un viaggio tutto da scoprire e che alimenta la curiosità di chi ne ha seguito le rispettive attività.

Reid e Bourelly dall’alto del magistero chitarristico hanno manifestato a più livelli la loro proteiforme, trasversale capacità di autori e strumentisti, lungo una biografia professionale ultratrentennale: il primo come leader dei Living Colour, promotore della Black Rock Coalition e per il contributo a moltissimi dischi è al 66° posto nella graduatoria dei chitarristi di tutti i tempi stilata da Rolling Stone, mentre il secondo, alunno di Miles Davis nel 1988, partendo dal blues, è approdato al pantheon jazz quale sideman ricercatissimo, al fianco, tra i tanti, di McCoy Tyner, Elvin Jones, Muhal Richard Abrams, Cassandra Wilson.

E’ figlio d’arte, Haynes – il padre Roy è uno dei padri della batteria jazz – dalle molte frecce al suo arco e con un merito, tra le diverse opzioni: l’aver già convocato i suoi tre compagni in occasione di un album del 1995, “Transition”. Che è solo uno dei titoli delle moltitudine delle incisioni a cui ha partecipato DJ Logic (Jason Kibler), nato con la wave hip-hop newyorkese, presto arricchita da esperienze le più variegate.

E’ tutto questo, e molto di più, una moltiplicazione, più che una somma algebrica dei suoi fattori, Nu Grid, quartetto multidisciplinare, che promette meraviglia e stupore: la carta migliore da giocare a inizio della rassegna dei nostri primi trent’anni.

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