2 June, 2026
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Dedicato agli uomini e alle donne che hanno prodotto e producono nel mondo saper fare minerari vitali
Testo del discorso di Paola Atzeni, parzialmente presentato a Montevecchio in occasione della giornata nazionale delle miniere, il 31 maggio 2026

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Montevecchio è un luogo molto speciale. Lo sappiamo e siamo qui per questo. Montevecchio è un luogo e un territorio di «vite offese», per dirla con Theodor Adorno (1951).
Vite offese che hanno prodotto semi. Semi di storie, storie che hanno fatto germogliare la storia democratica del passato e ancora si diffondono nel presente. Semi di vita per nuovi tempi, per nuove terre, per nuovi significati di vita.
Il 4 agosto 1903 i morti in miniera erano già stati 77 a Montevecchio, dopo l’Unità d’Italia. Montevecchio è luogo del morire in solitudine, e anche del morire insieme nelle miniere. Il 4 maggio del 1871 morirono insieme 11 cernitrici. Il 7 maggio 1904 morirono insieme 5 minatori.
Maggio, a Montevecchio, è il tempo del morire insieme. In altri mesi invece, si moriva semplicemente ad uno ad uno nello stesso anno, creando gli annali delle morti in solitudine del territorio. La vita umana si racconta nei corpi umani. Le morti innaturali sono prodotte, fatte. A Montevecchio si facevano morti. Si capisce perché i principali temi dello sciopero, con il suo statuto politico-culturale, riguardavano la vita.
Lorenzo D’angelo e Christian de Vito (2018), presentando il libro dello storico e sociologo olandese Marcel van der Linden, Il lavoro come merce, affermarono che nel lavoro sorvegliato e punito, anche schiavistico, il fenomeno dello sciopero costituì una forma importante di rifiuto del lavoro imposto. Lo sciopero locale di Montevecchio non fu né mera astensione dal lavoro né vacanza, si situa invece nella storia globale del lavoro imposto e rifiutato. Vedremo perché e con quali proposte.
Lo sciopero Montevecchio nel 1903 diede semi di vite incompiute, al territorio. Per saper vedere quei semi dobbiamo cambiare il nostro sguardo e i nostri modi di guardare. Dobbiamo saper vedere, attraverso quello sciopero e il documento dei minatori, i «saper fare minerari vitali».
I saper fare minerari vitali non riguardano tutte le pratiche minerarie, ma solo alcune davvero speciali. Erano pratiche di problem solving che risolvevano problemi di rischi infortunistici e vitali. Riguardavano grandi opere infrastrutturali e permanenti, progettate da ingegneri e realizzate da tecnici e operai, come per esempio gli impianti di aerazione, di eduzione delle acque, le grandi armature permanenti… Queste grandi opere risolvevano problemi vitali una volta per tutte. I saper fare minerari vitali comprendono, inoltre, attività quotidiane e contingenti, semplici e complesse, attraverso le quali specialmente gli operai e le operaie risolvevano rischi imprevisti, come per esempio le frane e il governo degli esplosivi nei sistemi delle mine, oppure delle mine residuali inesplose che potevano trovarsi nelle cernite del materiale grezzo. Spazi e tempi rischiosi erano alterati e trasformati, diventavano pensati e fatti altrimenti per la vita, diventavano vitali e securizzati a opera di operai e di operaie. I saper fare minerari vitali hanno un alto valore tecnico e culturale, anche teorico per la specifica qualità del lavoro.

Il documento delle maestranze che motivò lo sciopero fu inviato all’Unione Sarda. Ha un grande interesse che concerne il divenire di un nuovo e originale soggetto collettivo minerario. In quel tempo storico non appariva un collettivo soggetto industriale operaio, già definito e trasmesso. Le masse operaie erano ancora polverizzate e disperse. A Montevecchio nel 1903, invece, si presentava un soggetto collettivo in divenire come novum e un unicum. Il divenire è ciò che non è più e ciò che non è ancora. Come si costituiva antropologicamente questo divenire umano, individuale e sociale, che si aggregava? Con quali contenuti e indirizzi orientativi si muoveva? Vediamo insieme solo alcune parti nel primo punto del memoriale.

Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi… che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta…

Le questioni aperte dagli operai riguardavano due cruciali sfere vitali: i cottimi che rendevano rischiosa la vita e i salari insufficienti per vivere. Si tratta di due punti d’importanza esistenziale, individuale e collettiva.
Sui cottimi che accompagnarono la prima industrializzazione in Sardegna attraverso un sistema di affidamento dei lavori a imprese, hanno storicamente scritto in modo egregio sia Maria Stella Rollandi (1972, 1985) e sia Sandro Ruju (2008). In ambito mondiale è mirabile l’analisi che ne fece Gramsci nel Quaderno del Carcere numero 22, analizzando il taylorismo di matrice americana fordista, esplorato anche dai Russi, con un nuovo tipo di uomo ridotto a «scimmia ammaestrata».
Conosciamo le applicazioni che se ne fecero a lungo nella Sardegna mineraria con il Bedaux, specialmente a partire dagli anni Trenta del Novecento. Sappiamo la critica dei migliori minatori alla “bestia lavorante” cottimizzata. Comprendiamo la loro alternativa al cottimo con il loro modello del “lavoratore intelligente”, capace di produrre sicurezze di vita. Era il modello del minatore che realizzava saper fare minerari vitali. Modello che contrastava la fattualità della morte lavorativa in miniera. I minatori di Montevecchio che nel 1903 si battevano contro i cottimi, visti nel tempo lungo, in certi modi si impegnavano per poter realizzare i saper fare minerari vitali.
Oggi si parla di una nuova organizzazione tecnica del lavoro. Secondo certi studiosi (Fadini 2024: 106) si tratta di «taylorismo digitale», ovvero di intensificazione del lavoro vestito di informatica, di accelerazione algoritmizzata. Altri (Rosa 2010, Jaeggi 2020) parlano di nuovi lavori e di nuove alienazioni. Altri ancora (Finelli 2018) vedono esigenze di riqualificare l’umanesimo con una metamorfosi antropologica. Altri infine (Barad 2017) vedono l’ambito dell’agire umano nel post-umanesimo tecno-scientifico come un’incessante materializzazione del mondo che intreccia natura e vita. Nell’epistemologia e nell’antropologia filosofica di Silvano Tagliagambe (1997,1998, 2002, 2005, 2007, 2020, 2021), nei suoi studi di straordinaria portata indagativa, conoscitiva, elaborativa, si può vedere un percorso che va dal corpo al mondo e al cosmo, nelle relazioni che creano un tra, partendo dagli stessi progetti umani. L’accelerazione del lavoro e della vita, detto in breve, è un tema di critica attualità. Le esperienze di temporalità e di temporalizzazioni a Montevecchio, con varie produzioni di tempi qualitativi, intrecciano con vari fili il presente di nuovi materialismi culturali (D’Angelo-Pinzolo-Pozzoni.2021).
Per l’intensificazione del lavoro Sandro Garau, nella sua tesi di laurea dell’anno accademico 1982-1983 su Lavoro e tempo in miniera, documentò a Montevecchio aspetti antropologici che risultano ora pionieristici, nell’antropologia mineraria e nel quadro degli studi sulle multiple temporalità minerarie, realizzati da Lorenzo d’Angelo e Robert Pijpers (2022). Nella presentazione del suo testo del 2006, in cui egli dava forma letteraria e narrativa alla sua tesi con il titolo di Incontri, sottolineai come «l’esperienza dei lavoratori di miniera è propria di un tempo multiplo». I tempi degli scioperi contro i cottimi entrano con specifico valore nelle multiple temporalità minerarie. Ci portano anche nelle spazialità e nelle spazializzazioni, come vedremo.
Le critiche di certi storici, rivolte agli scioperi del primo Novecento considerati meramente salariali, presindacali e prepolitici, in quanto non guidati dai sindacati e non abbastanza politicizzati, in tutta evidenza sottovalutarono la portata storico-culturale di varie esperienze. Si trattò di esperienze che agli inizi del Novecento riguardarono il movimento operaio in formazione con la sua anticipativa forza mobilitante. Fu un movimento orientato precocemente verso il diritto alla vita e verso un cambiamento di vita mineraria vivibile, individualmente e collettivamente, biograficamente e socialmente. Tali esperienze di sciopero costituirono, in particolare, il limite culturale di intollerabilità, limite che l’economia morale dei subalterni metteva in opera nelle politiche della vita. I semi di quello sciopero germogliarono nei tempi successivi di altri scioperi, sia silenziosamente quando gli operai subirono il patto aziendale nel 1948 che conteneva i cottimi, e sia esplicitamente quando si giunse alla sua abolizione nel 1961.
Si tratta di un punto cruciale di riflessione, e oggi di grande e acuta attualità, che tocca le condizioni di vita e le stesse esistenze umane. Fu affrontato da Gramsci quando, nei Quaderni del carcere, si domandò come può un uomo farsi una vita, cioè la propria vita singolarmente intesa.
Oggi concerne soprattutto le masse giovanili, specialmente quelle che vivono nei territori de-industrializzati e delle miniere dismesse. Per altri versi, la questione del poter farsi una vita fu trattata quando egli specificò che la prassi, ora compresa nelle cosiddette pratiche, è una dimensione antropologica. In altre parole, le pratiche a valenza antropologica riguardano i processi, detti di antropopoiesi, del farsi soggetti umani che si umanizzano autonomamente per sé e nel contempo umanizzano le relazioni sociali. Son processi del farsi persona che si pone in relazione con la propria vita, condivisa equamente con quella degli altri. Riguardano le politiche della vita (Fassin 2023). Nelle miniere, la prassi di farsi una vita democraticamente condivisa partiva dal per sé nel governo dei rischi. Era un per sé “allargato”, che comprendeva qualcun altro coinvolto nei rischi incombenti sulla squadra di lavoro. Rischi di vita individuali e collettivi erano intrecciati, in miniera. Oggi rischi numerosi e di vario carattere ci accompagnano: lavorativi, di salute, ambientali… I rischi della modernità sono apparsi nelle limitazioni di vita continue e complementari, che si son fatte crescenti e intense. Si instaurarono storicamente come sottrazioni di vita. Il sociologo Ulrich Beck (1986:95), nel suo La società del rischio, prospettò una nuova configurazione sociale della modernità più fortemente e più ampiamente rischiosa. Pertanto, indicò un necessario percorso verso una seconda modernità. Inoltre, egli considerò la portata antropologica dei rischi moderni, ovvero le disumanizzazioni implicate nel risolvere, o nel subire, o nel far subire, o perfino nell’imporre rischi di salute e vitali nella vita delle persone e della terra. Le esperienze vitali delle persone di Montevecchio, che umanizzavano le relazioni disumane e disumanizzanti a partire dal primo sciopero del 1903, nella loro portata antropologica erano germi di potenza umana benefica, condivisa democraticamente. Erano semi invisibili come oggetti separati, ma visibili nelle attività in corso.
I luoghi di Montevecchio che mostrano ora abbandoni, sconfitte, vita offese per dirla ancora con Adorno, contengono semi vitali di potenza umana benefica che si crearono in varie occasioni.

Il noto antropologo Arjun Appadurai ha donato scritti preziosi sulla produzione delle località e del futuro come fatti culturali (1996). Tali località, per quanto effimere, producevano caratteristiche strutture, sia di conoscenza e sia di sentimento. Strutture di sentimento, individuali e condivise, contro i cottimi e i bassi salari per poter vivere trovarono conferma per esempio negli interrogatori degli operai di Guspini, registrati negli Atti della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna. In quest’ampia indagine, e in sede istituzionale nazionale, non fu adeguatamente valutato il carattere democraticamente creativo e innovativo dell’agire dei lavoratori e del movimento operaio in divenire. La Commissione fu istituita alcuni anni dopo gli scioperi e i morti di Buggerru nel 1904 e di Gonnesa nel 1906, come detto. Dai fatti di Gonnesa son passati 120 anni. Sono passati senza sicurezze alimentari quantitativamente e qualitativamente garantite per tutte e per tutti, in Sardegna e non solo.
Gli interrogatori avvennero nel 1908, e gli atti completi furono pubblicati nel 1911.
L’importanza dei cottimi e specialmente della povertà e della fame emergeva vistosamente in questa fonte documentaria. I salari dei minatori sardi erano di gran lunga inferiori a quelli delle altre regioni, inoltre differivano da miniera a miniera. Il reddito era aleatoriamente connesso a prestazioni accessorie come l’abitazione, l’orticello, il diritto di legnatico, l’inclusione o l’esclusione di costi inerenti alla prestazione lavorativa: strumenti, lampada, olio, esplosivi, ecc… I salari degli operai sardi erano inferiori a quelli dei continentali, che avevano anche migliori qualifiche.
I salari delle donne differivano da quelli degli uomini a parità di mansioni: una storica questione di genere, ancora irrisolta e aggirata in vari modi con differenti accessi alle carriere. Le cernitrici avevano una posizione strategica nel processo che rendeva commerciabile il minerale.
Avevano capacità tecniche riconosciute fin dal 1867. Léon Goüin, scrivendo il catalogo che accompagnava la mostra di minerali della Sardegna all’Esposizione Universale di Parigi, distingueva la buona cernitrice, la bonne cribleuse, per quantità e modi di cernita. Le cernitrici di Montevecchio, a ben vedere, erano offese non solo nei piedi, camminando scalze su pietre acuminate; erano offese professionalmente e nella loro stessa vita. Infatti, nonostante le loro abilità tecniche riconosciute e nonostante la loro posizione strategica nel processo produttivo e commerciale minerario, avevano meno risorse per vivere. Ciò accadeva solo in ragione del loro genere inferiorizzato. Esse, con un salario differenziato rispetto a un manovale pari grado, avevano un minore accesso alla vita. Le loro inferiorizzazioni salariali erano drammatiche limitazioni di vita.
Questo è il punto cruciale. Le cernitrici di Montevecchio erano ferite nei piedi, ma ancor più nella stessa vita. La loro vita era maggiormente limitata, nel quadro dei bassi salari di sopravvivenza.
Il capitalismo minerario realizzò un tradimento vistoso del progresso annunciato, a partire dalle cernitrici, inferiorizzate nei salari nonostante le loro rilevate capacità tecniche e la loro posizione strategica per rendere commerciabile il minerale. I discorsi imputativi delle maestranze, specialmente contro le misere paghe per poter vivere, erano modi espressivi, esercitativi e continuativi dei loro saper vivere minerari vitali e del valore da loro attribuito al tempo della vita.
Come far vedere, alle popolazioni locali e ai visitatori di affrettate visite turistiche, le relazioni fra rischi di vita nei corpi e rischi di vita nei territori, mostrando i tentativi operai di ridefinire le forme di vita mineraria vivibile e di far divenire i luoghi, oltre le morti, come spazi di possibile vita sostenibile?
Pensiamo a percorsi finora considerati di inferiore importanza. Guardiamo, per esempio, all’importanza vitale delle cantine e dei percorsi per giungervi. Iride Pes (1991) ne individuò 4: la Cantina di Gennas serviva il centro abitato di Montevecchio; Cantina di Rio i cantieri di Piccalinna, Scirìa, Cameroni Rossi e Cameroni Bianchi; Cantina Righi i cantieri di Righi e Colombi; Cantina Telle i cantieri di Telle, Sanna, Casargiu e varie case sparse. Penso che possiamo connettere i paesaggi minerari delle cantine ai nuovi paesaggi rurali dove si coltivano prodotti biologici, integrando le storiche aspirazioni alimentari urbane a una ruralità che non fu integrata nella modernità dell’industrializzazione mineraria. La mancata integrazione dell’agricoltura da parte dell’industria mineraria fu lamentata da Quintino Sella, nell’ Inchiesta del 1871. Vecchie aspirazioni a contesti vitali e nuove attività di produzioni ecologiche possono esser connesse in nuovi aggregati culturali vitali di carattere unitario, associando contesti alimentari minerari e rurali dotati di significative relazioni culturali vitali, con fili di cuciture culturali di senso vitale, perseguite e realizzate, che creano nuovi rapporti inter-contestuali.

A Montevecchio possiamo mettere in vista i buoni semi, specialmente quelli territorialmente unitari, andando oltre l’attuale partizione di Montevecchio in due Comuni. Montevecchio è stata de-territorializzata con vari confini e separazioni. Ma può e deve essere ri-territorializzata culturalmente, ri-declinando gli storici impegni vitali unitari i quali territorializzavano nuove forme di vita mineraria. Gli storici rischi dei corpi e degli spazi, possono essere ristudiati, riscoperti, risignificati.
Sara Cappai, nella sua tesi di laurea del 1982-1983 sul rapporto fra le donne e lo spazio, documentò la costellazione di insediamenti che da Montevecchio si propagava nel territorio senza confini limitanti. Riprese poi il suo studio in uno scritto che comparve nella pubblicazione Sa Mena (2024), edito per i 25 anni dell’omonima associazione mineraria. Nel suo recente scritto documentava ancora i discorsi degli abitanti. Discorsi non limitati alla gerarchizzazione classista degli spazi, ma che riguardavano la nocività dell’aria, specialmente a Piccalinna. Gli informanti raccontavano le condizioni di insalubrità respiratoria e il necessario abbandono di quei luoghi, che invece le persone volevano far vivere. Sara Cappai, con le sue etnografie ci ha portati nell’ambiente minerario del malsano, per dirla con il filosofo Michel Serres (2008). Le istanze vitali di cambiamento salutare dei luoghi, contenute in quei discorsi, costituiscono le aspirazioni che configurano possibili trasformazioni territoriali, quelle che Foucault (1994) chiamava eterotopie e Deleuze (1980) aveva nominato ri-territorializzazioni. I luoghi di utopia sono luoghi fantasticati e irreali. I luoghi di eterotopia sono invece luoghi reali, pensati diversamente e fatti altri-menti. Con il passaggio al malsano, la studiosa metteva in luce le prospettive di creare altri luoghi, luoghi di eterotopie. Anche Sara Cappai fece un importante studio pionieristico.
Devo riferirmi, giunta a questo punto, a passati dialoghi avvenuti a Guspini sulle discariche minerarie, sulla salute dei minatori e della popolazione, portati avanti specialmente dal dottor Bruno Concas. Da lui abbiamo imparato assai sui danni vitali del malsano ambientale. Credo che ci sia ancora molto da fare. Pertanto, guardo con particolare interesse verso le esperienze e i progetti di Daniela Ducato, che offre ora innovativi progetti territoriali vitali, a partire dai giardini urbani naturali e liberi come paesaggi di salute e di valore terapeutico. Ciò accade come se lei raccogliesse e desse cura ai semi dello sciopero vitale di Montevecchio del 1903.

L’ultimo progetto di Daniela Ducato è stato opportunamente acquisito dal Comune, presentato localmente e nella stampa nazionale, collegato a programmi europei. Si ispira esplicitamente alla filosofia del Terzo Paesaggio, ovvero di un giardino planetario in movimento, manifestata nel 1999 da Gilles Clément, filosofo-giardiniere. Il Terzo paesaggio deve il suo titolo al fatto che parte da luoghi secondari di discariche e di abbandono. Clément contrastò le patrimonializzazioni verdi realizzate. Erano, a suo modo di vedere, modelli con gerarchie di piante dominanti che limitavano le libere unioni di vita vegetale. Ora, con i progetti di Daniela Ducato che si ispirano al Terzo paesaggio, si possono realizzare nuove patrimonializzazioni naturalistiche, libere e vitali. I suoi progetti sono da diffondere in tutti i possibili territori minerari, e non solo. Per una loro diffusione è indubbiamente utile in un approccio urbanistico-territorialistico e co-evolutivo con la natura, come hanno proposto per esempio Anna Marson (2020, 2023) e Alberto Magnaghi (2020, 2023).
I progetti per giardini liberamente naturali e salutari, in quanto nuove eterotopie, possono essere integrati, in modi adeguati e possibili, con una straordinaria accelerazione delle opere di bonifica e di risanamento, per la riqualificazione e di valorizzazione delle discariche. I tempi lunghi e l’esiguità delle opere di bonifiche minerarie realizzate nell’Isola sono ormai assolutamente inaccettabili. È necessario pertanto un robusto e diffuso movimento di opinione, fortemente critico per ritardi e limiti nelle bonifiche minerarie, ben sostenuto dalla stampa democratica.
Traendo profitto dagli attuali interessi verso le terre rare e verso i recuperi di scarti minerari, si possono e si devono far prevalere gli interessi di valore vitale sanitario su quelli estetico-paesaggistici o memoriali-conservativi. I progetti conservativi, infatti, mantengono durevole il malsano minerario.
Nuovi progetti di naturalismo spontaneo del Terzo paesaggio, uniti alle bonifiche negli storici siti minerari dismessi, nell’antropologia mineraria del presente possono unire la salute della terra alla salute dei corpi umani, di residenti e di turisti. Questi ultimi vanno considerati in un nuovo contesto di turismo salutare e di nuovo autonomismo istituzionale della Sardegna. Un nuovo autonomismo produttivo di vita sostenibile e pertanto durevole.
I semi degli scioperi di Montevecchio sono anche semi di significazioni, nel senso linguistico di sema con radice greca. Sono significati. Sono nuclei di significati che contengono autonome esperienze di vite minerarie messe a rischio e securizzate con nuovi significati vitali. Sono semi generativi di vita che si levano nell’aria, diventata aria di guerra. In quanto significati riescono a percorrere vitali vie di scampo, muovendo fra i missili. Riescono a moltiplicarsi nel mondo. Con loro si può realizzare una particolare riappropriazione ecologica della vita per poter farsi una «buona vita», democraticamente condivisa nelle fragilità esistenziali delle persone e del mondo.
Rimane infine da chiedersi se il giardino libero in movimento, integrato con le bonifiche minerarie, è sufficiente per instaurare il vitale. Bisogna domandarsi se la funzione primaria delle comunità locali nel creare nuovi paesaggi vitali, abbia necessità di congiungersi a un’ulteriore innovativa e doppia costituzione comunitaria: diventare comunità energetiche autoproduttive e diventare comunità che catturano direttamente il carbonio, eliminando l’anidride carbonica dell’atmosfera. Ovvero occorre chiedersi se le comunità locali debbano agire decisamente dalla terra all’aria, dal mondo allo spazio, dalla geologia alla biosfera e al cosmo, per governare i gradi dell’organico vitale. Dobbiamo volare alto per riappropriarci della vita comune.
Dentro le fragilità create da distruttivi interessi economici, che giungono alle guerre e alle morti anche per cercare minerali e terre rare, si situa dunque una posta di antropologia mineraria.
Questa posta procede con i saper fare minerari vitali e con i loro semi. Avanza con semi di vita ri-temprati e ri-territorializzati a Montevecchio per farli muovere nell’aria aperta, in nuova stagione di coltivazioni vitali dentro tempi di guerre. Sono solo i primi passi e i primi semi di nuovi tempi e di nuovi mondi.
Sono semi di vita di saper fare minerari vitali, scientificamente e democraticamente messi in campo a Montevecchio, per risolvere la morte della Natura (Merchant 1980) e la politica mortifera, cioè la necropolitica (Mbembe 2023). Per mandare avanti il vitale nel mondo globale dell’Antropocene (Crutzen e Stoermer 2000) e del Capitalocene (Moore 2016) e realizzare l’Ecocene (Boehnert 2018), ovvero una nuova epoca che comprende la materia vivente e quella inerte, i corpi e la geologia e, insieme, il mondo e il cosmo.
Con i semi dei saper fare minerari vitali in movimento, il mese di maggio potrà diventare tempo, forse epocale, del “buon vivere insieme”. Insieme in nuovi modi vitali sostenibili e durevoli, democratici e solidali, fra le persone e con la natura, a Montevecchio e nella biosfera.

Allegato. Il memoriale delle maestranze nello sciopero di Montevecchio del 1903
1) Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi; che non poche volte lo stesso ing. Mezzena ebbe a rimproverare di avere appaltato dei lavori rovinosi ai loro interessi; che d’altronde l’amministrazione pur vedendo tutti questi sbagli fatti dai cottimisti non pensò mai di garantire i minatori e i manovali sia facendo depositare ai cottimisti una forte somma per garanzia, ovvero garantendo il salario giornaliero; che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta;
2) Considerando che oggigiorno il lavoro interno anziché essere di 8 ore, toglie 9 ore agli operai poiché dopo abbandonato il lavoro i minatori e i manovali sono obbligati per varie ragioni a restare in galleria un’ora e più; che l’orario di lavoro deve cominciare dal momento in cui si entra in galleria e finire al momento in cui si esce;
3) Considerando che l’imposizione di scavare ogni giornata di 8 ore una mina di m. 1,20 costituisce una prescrizione non sempre possibile poiché molte volte il minatore può imbattersi in materiali troppo duri in cui certamente non potrebbe scavarsi questa mina; che oltre alla durezza della roccia, una parte non piccola della giornata viene occupata nel rinnovare i materiali scavati dalla precedente sciolta.
4) Considerando che in altri tempi nella miniera di Montevecchio come oggi in tutte le miniere dell’Iglesiente, l’olio per la illuminazione, sia dei lavori interni che notturni esterni, veniva e viene passato per conto dell’Amministrazione.

5) Considerando che il nuovo ordine dato ai manovali di trasportare un numero fisso di vagoni carichi di materiali dai posti di escavazione alla ricetta, presenta gravi difficoltà, sia per la distanza, sia per le condizioni della galleria, sia pel ritardo della gabbia, o che il binario non sia libero, ossia infine che i materiali non siano sempre pronti per il carico.
6) Considerando che gli operai delle officine meccaniche, i fabbri, i falegnami ed i muratori sono assoggettati ai cottimi e non possono rendere l’ordinario salario giornaliero; che spesso si è osservato il triste caso di operai che pur avendo lavorato oltre trent’anni in miniera furono licenziati solo perché non vollero dei cottimi per loro rovinosi;
7) Considerando che ai lavoratori delle officine meccaniche, i fabbri, e falegnami che lavorano di notte viene fatto obbligo di provvedersi dell’olio di illuminazione; che se quest’olio viene pagato pure molti operai non possono molte volte provvederlo.
8) Considerando che non è giusto che l’amministrazione non provveda agli operai l’acqua potabile, che essi perciò debbano pagare un ragazzo pel trasporto di questa.
9) Considerando che l’orario giornaliero adottato per i lavori esterni è di 11 ore e mezza perché si entra a lavoro alle 5,1/2 di mattina e si esce alle 7.00 di sera con due sole ore di riposo; e che tale orario è troppo gravoso.
10) Considerando che i carrettieri di carri a buoi hanno prezzi troppo bassi per il trasporto dei minerali; che d’ordinario essi guadagnano non più di 3 lire al giorno mentre devono provvedere a mantenere i buoi, a riparare i carri ecc.
11) Considerando che molte volte le multe non furono applicate giustamente ma per equivoco o per rappresaglia; che queste multe tolsero molti mesi ad un gran numero di operai gran parte del loro salario; che è più giusto che quando si debba punire un operaio anziché togliergli ciò che ha lavorato venga sospeso; che questa sospensione non debba oltrepassare una giornata di lavoro.
12) Considerando che i lavori più difficili e pericolosi debbono essere remunerati con un aumento straordinario della mercede giornaliera.

13) Considerando che le paghe giornaliere sono misere e che perciò debbano essere aumentate indistintamente a tutti gli operai di Montevecchio; che sia necessario di stabilire un minimum di salario giornaliero aumentabile con il rialzo dei prezzi del minerale.
14) Considerando che il presente movimento ha per sua causa giustificabili motivi e che fu un atto spontaneo ed unanime balzato al cuore di tutti i lavoratori, per cui non è da supporre che da parte dell’amministrazione vi debbono essere rappresaglie verso gli operai.
Unanimi chiedono:
1) L’abolizione dei cottimi nei lavori interni, ed esterni; che venga fissata la paga giornaliera all’amministrazione.
2) La giornata lavorativa nei lavori interni non deve oltrepassare le otto ore.
3) Abolizione dell’obbligo di scavare per ogni giornata di lavoro una mina di m. 1,20.
4) Distribuzione gratuita dell’olio da ardere per i lavori nelle gallerie e per i lavori notturni all’esterno.
5) Abolizione dell’obbligo ai manovali di trasportare un dato numero di vagoni carichi di minerali dai posti di lavori alle ricette.
6) Distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine ecc.
7) Diminuzione dell’orario dei lavori esterni.
8) Aumento dei prezzi di trasporto dei materiali ai carrettieri a buoi.
9) Abolizione delle multe; gli operai colpevoli devono essere puniti colla sospensione che non deve oltrepassare una giornata di lavoro.
10) Aumento straordinario del salario giornaliero per i lavori più difficili e più pericolosi.
11) Aumento del salario giornaliero a tutti gli operai indistintamente; fissare il minimum di salario a tutti gli operai suscettibile ad aumento col rialzo dei prezzi del minerale.

Paola Atzeni