10 August, 2026
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Sono passati 70 anni dall’eccidio di Marcinelle, nel bacino minerario di Charleroi in Belgio l’8 agosto del 1956: i familiari ricordano oggi in commoventi cerimonie i 262 operai morti nell’incendio scoppiato nei pozzi a meno di 1.035 metri, 136 di essi sono italiani, gli altri provenivano da altre 12 nazioni europee.

Mai chiarite le cause dell’incidente nei due processi che seguono, «ci siamo sempre sentiti abbandonati dallo Stato italiano», dice l’associazione “Marcinelle per non dimenticare”, oggi che la miniera è divenuta museo e patrimonio Unesco. Perché erano già 1.164, di cui 435 italiani, i minatori morti in Belgio dal 1947 al 1956, ingaggiati spesso da trafficanti del lavoro, così come oggi i migranti del Mediterraneo. Provenienti da Milano, essi giungono in vagoni sigillati e vengono poi dislocati in ex campi di prigionia della Seconda guerra mondiale, a vivere in baracche senza servizi

E si tratta della stessa strada già tracciata anche per i minatori di Carbonia fin dal 1948, a seguito della crisi mineraria e delle intese minatori-carbone, fra Italia e governi produttori, sulla quantità di combustibile da importare durante la ricostruzione: col Belgio, cinquemila tonnellate di carbone mensili per ogni 1.000 operai italiani, con la Francia, 150 kg di combustibile per la giornata lavorativa di un operaio italiano, mentre son 5.000 i minatori provenienti dal nostro Paese già trasferiti in Cecoslovacchia.

Centinaia fin da subito, dunque, le partenze dal Sulcis, ma per comprendere ingaggio e condizioni di vita dei disoccupati italiani che, senza protezione alcuna da parte del governo, emigrano nel bacino di Charleroi, significativa “L’inchiesta sull’emigrazione in Belgio” di Riccardo Forte, inviato a Bruxelles, su L’Unione Sarda del 10 e dell’11 novembre 1948. «Richiesti d’urgenza 10.000 minatori italiani. Il 26 giugno 1946 abbiamo pattuito l’invio in Belgio di 50.000 minatori per l’estrazione del carbone, chi aveva mai visto tanti minatori in Italia, Paese senza miniere?» Verso «i pozzi, nel bacino di Charleroi…, il viaggio è gratuito tanto all’andata che al ritorno, per male che vada il ritorno in patria è assicurato». Ma se il desiderio dei migranti è quello di cercare immediatamente lavoro in altri settori, «la speranza di cambiar mestiere appena arrivati è quasi sempre vana, i sindacati operai belgi si oppongono all’assunzione di personale straniero nelle altre branche dell’industria». E prosegue il giornalista: «La polizia arrestava fino a poco tempo fa, per vagabondaggio, gli operai italiani che, abbandonata la miniera, non rimpatriavano subito. I nostri rappresentanti diplomatici hanno ottenuto che il ministero della Giustizia ordinasse la cessazione degli arbitrari arresti, la rottura del contratto è un rapporto tra il datore di lavoro e l’operaio e non un delitto, tuttavia ogni tanto gli arresti riprendono. I treni pagati dalle compagnie minerarie vengono ogni settimana a Milano,… caricano a Milano i nuovi migranti, hanno portato in Belgio, fino a tutto giugno di quest’anno, 62.056 minatori. Alla stessa data gli italiani presenti in miniera erano 40.000». Mentre ora, «da alcune settimane, non è assunto alcun italiano nelle altre industrie, una circolare dei sindacati operai fa divieto di trasferire i minatori ad altri lavori,… dicono di temere la disoccupazione». Ed anche se «l’articolo 10 del protocollo italo-belga del 1946 apre all’emigrazione italiana i settori della siderurgia, della metallurgia, delle cave di pietra e delle costruzioni edilizie, tuttavia il 6 gennaio 1948 il governo belga ha emanato una circolare restrittiva», rispetto ai trasferimenti di immigrati da un’industria all’altra. Il fatto è che in Belgio «l’industria è fiorente, il Paese ha sofferto assai poco… per la guerra, la popolazione non è avvezza, come in Italia, a lottare con la miseria», mentre «la percentuale degli elementi istruiti è elevata: gli impieghi manuali disertati», c’è semmai «la corsa alle lauree».

E si conclude con un appello l’inchiesta di Riccardo Forte, rivolto alle autorità italiane: «Agisca per carità il nostro governo negoziando la nostra manodopera e sospendendo, se occorre, i convogli». E, come fosse una questione prima di tutto di coscienza, «ecco, su questo umano e tremendo problema, la vita dei minatori italiani in Belgio, mi pare di aver detto la verità», colpito il giornalista stesso da quella estrema precarietà quotidiana, migliaia di persone in continuo avvicendamento. Mentre sembra avverarsi, ineluttabilmente, la politica degasperiana che vuole combattere la disoccupazione attraverso i flussi migratori e le rimesse degli emigrati in moneta pregiata, non avendo mai tenuto in alcun conto, il governo, le proposte di Cgil e della sinistra variamente articolate nel corso dell’intero dopoguerra. “Lavoro coatto” definisce Velio Spano, su Rinascita del dicembre 1948, l’ingaggio degli operai italiani nelle miniere europee, cui molti sulcitani non possono tuttavia sottrarsi. Ma come vivono gli immigrati italiani in Belgio? Così ancora Riccardo Forte: «L’onesta verità sulle miniere belghe. Sarò in questo articolo obiettivo fino al tormento, le condizioni di vita dei nostri minatori nel Belgio hanno dato luogo a una viva discussione nella stampa italiana. Si è detto che i guadagni sono bassi, che il lavoro è durissimo, che l’alloggio e il vitto sono difettosi. Si è risposto che non è del tutto vero. Le costruzioni edilizie in corso appaiono immediatamente a chiunque visiti, come ho fatto io, l’intero bacino di Charleroi… Dappertutto sono sorti o stanno sorgendo baraccamenti di mattoni e lamiera e casette in muratura per le famiglie dei minatori, ma troppo lentamente. Il lavoro è duro, questi operai respirano carbone, mangiano carbone. Provate a passare un paio d’ore in miniera, sputerete carbone per giorni e giorni:.. la paga è minima e,… per quanto riguarda il cibo, gli operai domandano che le compagnie istituiscano delle mense d’azienda».

Gianna Lai