20 September, 2021
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Ansie e preoccupazioni per quelli che non possono restare a casa

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Questa è solo una fotografia come tante di questo momento che ci vede tutti in apnea, congelati in attesa di capire cosa succederà.
Questo è un pezzo della storia di mio padre, una vita passata tra i negozi di alimentari a vendere surgelati, che 10 anni fa ha deciso di acquisire e gestire una sua attività che oggi, dopo tanti anni di incertezza e sacrifici, porta avanti. E di mia madre, 41 anni di onorato servizio al Sistema sanitario nazionale come infermiera professionale a fare prelievi e trasfusioni, arrivata alla pensione a 61 anni ha imparato un nuovo mestiere e fa la cassiera nel piccolo negozio di vicinato che mio padre gestisce, per contribuire a tagliare un po’ i costi del personale in questa Italia che non agevola chi cerca di fare impresa. I clienti e le dipendenti la adorano. Anche lì lei sta lasciando la sua impronta: è come se la sua aura avesse un qualcosa di veramente speciale che fa venire voglia a tutti di volerle bene e di volersi più bene. È sempre stata un fulcro di grande amore e unione per tutta la mia grande famiglia, sia dalla parte di mio padre che dalla sua parte. «La mia perla», diceva mia nonna.
I primi giorni della scorsa settimana sono stati un inferno. Ho avvertito l’incombere di una grande minaccia, un pericolo in arrivo che mi ha procurato uno stato di allarme che ho fatto fatica a gestire. E non tanto per me stessa, quanto per i miei genitori e mio fratello, anche lui lavoratore in un grande supermercato. La mia preoccupazione era data, soprattutto, dal fatto che loro non avessero del tutto capito la gravità della situazione.
I primi giorni ho fatto del vero e proprio terrorismo psicologico: ho passato la maggior parte del mio tempo ad informarmi e a leggere qualsiasi cosa che potesse essere utile a preservarli e a proteggersi, visto che loro non hanno la possibilità di #restareacasa e non ce l’avranno nemmeno se la situazione in Sardegna dovesse peggiorare ed il Governo o la Regione dovessero adottare misure ancora più restrittive. La notte non riuscivo ad addormentarmi, mentre loro dormivano distrutti davanti alla tv, li osservavo preoccupata. Non dimenticherò mai lo sguardo di mia madre alla sigla dell’edizione straordinaria del TG1 che annunciava l’estensione della zona rossa a tutta Italia; non dimenticherò mai la sensazione di impotenza ed ansia che provo quando tornano a casa, ogni giorno più stanchi e preoccupati, e li vedo espletare quello che abbiamo ormai protocollato come un lungo ed estenuante rito di disinfezione e igienizzazione: la mascherina qui, le scarpe qui, il gel disinfettante prima di toccare qualsiasi cosa in casa, la disinfezione di chiavi e cellulare, poi il lavaggio accurato delle mani e del viso.

Ho visto video girati in Cina che mi hanno fatto capire quanto le nostre precauzioni non fossero sufficienti. E ho pensato che prima loro si sarebbero abituati a prestare la massima attenzione e a non abbassare mai la guardia, prima sarei riuscita io a non perdere la testa e a dedicarmi a quello che devo fare in modalità “lavoro agile”, visto che di agile ultimamente c’è stato ben poco. Ho provato a sfruttare il fatto che i miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare e laureare e, anche se vengo da studi diversi, ho cercato di mettermi al loro servizio, informandomi attraverso i canali di informazione corretti: mi sono fatta una cultura su mascherine, disinfettanti (ho anche preparato qualche soluzione a casa seguendo i consigli dell’OMS e del CNR) e su come minimizzare il rischio di contagio. Ho rischiato di entrare in un tunnel di ansia autoalimentante, ho chiesto ai miei genitori di chiudere il negozio e buttare la chiave e poi, in un momento di lucidità, mi sono resa conto di una cosa: anche loro hanno paura. Anche loro sono preoccupati. Ma non possono permettersi di chiudere, né tanto meno di crollare. E per non farlo, hanno bisogno che io mantenga la calma.
Penso a chi lavora negli ospedali e si ritrova ancora più esposto e coinvolto, spesso privo dei dispositivi di protezione adeguati. Penso alla preoccupazione loro e delle loro famiglie. Penso a chi ha un’attività che si è trovato costretto a chiudere e ha dei dipendenti da pagare. Penso a chi già stava male e si ritrova a combattere con una grande minaccia in più. Penso a chi in questo momento assurdo aspetta un figlio. Penso a chi è costretto a rimanere a casa e “casa” non è un posto affatto sicuro, e non per via del virus. Penso a chi una casa non ce l’ha. Penso a chi ha perso qualcuno e non ha potuto nemmeno stargli vicino. Poi penso a tutte quelle persone che si lamentano di non poter uscire, e penso a quanto vorrei che mio fratello ed i miei genitori avessero la stessa possibilità. Di rimanere a casa. Penso alle mascherine che mia madre sta facendo con la carta forno, con l’illusione che servano a qualcosa, visto che in giro non se ne trovano altre e in un negozio al momento del pagamento è difficile mantenere la distanza di sicurezza (e i clienti non sempre sono disciplinati). Penso a quanto ci ritroviamo impreparati a tutto questo. Penso al terrore che ho che mio padre si distragga e durante i suoi mille giri tra i mercati all’ingrosso per ricaricare gli scaffali del negozio assecondi il vizio di toccarsi la faccia in continuazione proprio nel momento sbagliato. Penso a mio fratello che fuma da 20 anni e ha avuto due broncopolmoniti, e a uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che dice che per i fumatori il rischio di finire in terapia intensiva per infezione da Covid-19 è più del doppio.
I medici, gli infermieri, gli oss, i tecnici, i volontari, tutta la catena che costituisce il sistema sanitario, è fatta degli eroi dei nostri giorni. I soldati al fronte. Ma lo sono anche tutti coloro che lavorano affinché la nostra società non soccomba in questo momento storico senza precedenti: chi produce, trasporta e distribuisce i beni di prima necessità, chi raccoglie i nostri rifiuti e li gestisce, chi fa in modo che nelle nostre case continuino ad arrivare acqua potabile ed elettricità. Tutti coloro che, qualunque piega prenda questa situazione, non si potranno fermare. La mia famiglia è coinvolta in prima linea. Se da una parte siamo fortunati perché i nostri incassi non sono calati, dall’altra ogni giorno la preoccupazione è enorme, perché non sappiamo quanti positivi asintomatici ci siano in giro. Soprattutto qui in Sardegna, dopo il grande esodo dalle ex zone rosse. Se scoppiasse l’emergenza il nostro sistema sanitario regionale non reggerebbe.
Perciò, se qualcuno fosse arrivato alla fine di questo lungo flusso di pensieri che hanno affollato la mia mente negli ultimi giorni, anche il mio appello è questo: chi può, resti a casa. Preservate voi stessi e gli altri. Siamo nella fase più delicata e cruciale di questo incubo che un giorno spero non lontano finirà. Ma adesso restate a casa: fatelo per chi non può permettersi di farlo. Ci sarà il tempo per le passeggiate all’aria aperta e per tornare alla vita di prima… Anche se forse la vita com’era prima non sarà più possibile, perché tutti noi non saremo più come eravamo. Ed è giusto così.

Valentina

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