2 October, 2026
HomeSocialeRomeo Ghilleri (sindaco di Nuxis): «È arrivato il momento di mettere al centro le persone, il lavoro, le famiglie, le attività produttive e i territori»

Romeo Ghilleri (sindaco di Nuxis): «È arrivato il momento di mettere al centro le persone, il lavoro, le famiglie, le attività produttive e i territori»

Prendiamo atto che la situazione sta diventando sempre più difficile da gestire. Tra guerre, crisi energetica, aumento del costo dei carburanti, inflazione, aumento dei costi delle materie prime e un quadro politico e istituzionale che troppo spesso sembra lontano dai problemi reali delle persone, il peso delle difficoltà ricade ogni giorno di più sui cittadini, sulle famiglie, sulle attività produttive e soprattutto sui piccoli Comuni.

E la nostra Sardegna, davanti al caro energia, al caro carburante e alle difficoltà che stanno attraversando interi territori, sembra essere rimasta troppo spesso in silenzio.

Dietro questi aumenti ci sono cittadini che fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, famiglie costrette a ridurre le proprie spese, pensionati che devono scegliere tra necessità diverse, giovani che non riescono a costruire il proprio futuro e persone che, anche per una semplice visita medica o per raggiungere il posto di lavoro, devono affrontare costi di trasporto sempre più elevati.

Ci sono attività commerciali che devono sostenere bollette, affitti, carburanti, forniture e costi di gestione sempre più pesanti.

Ci sono artigiani e piccole imprese che lavorano ogni giorno con margini sempre più ridotti.

Ci sono aziende agricole e zootecniche che devono fare i conti con l’aumento del costo dell’energia, dei mangimi, dei fertilizzanti, dei trasporti e delle materie prime.

Ci sono attività produttive che rischiano di non riuscire più a sostenere i costi necessari per continuare a lavorare e mantenere l’occupazione.

E quando un’attività chiude, non chiude soltanto una saracinesca: si impoverisce una comunità, si perde un servizio, si perde un posto di lavoro e si alimenta ulteriormente lo spopolamento dei nostri territori.

Questo è particolarmente grave nei piccoli Comuni della Sardegna, dove già oggi garantire i servizi essenziali è sempre più difficile.

Pensiamo al costo degli scuolabus, alla gestione degli edifici scolastici, al riscaldamento e all’energia delle strutture pubbliche, all’assistenza agli anziani e alle persone fragili, ai servizi sociali, alle attività per bambini e ragazzi, alla manutenzione delle strade, dell’illuminazione pubblica e del patrimonio comunale, alla raccolta dei rifiuti, al trasporto e a tutto ciò che serve per mantenere vivo e funzionante un Comune.

Sono costi che aumentano continuamente mentre le entrate e le risorse disponibili non crescono allo stesso ritmo.

E a farne le spese sono soprattutto i territori più periferici e fragili, quelli che spesso si trovano lontani dai principali servizi scolastici, sanitari, lavorativi e amministrativi.

La distanza dai servizi ha un costo.

Lo ha per una famiglia che deve accompagnare un figlio a scuola. Lo ha per un anziano che deve raggiungere un ospedale o una struttura sanitaria.

Lo ha per chi deve recarsi quotidianamente al lavoro.

Lo ha per uno studente che deve spostarsi per frequentare le scuole superiori o l’università.

Lo ha per un’impresa che deve trasportare merci e prodotti. Lo ha per un commerciante che deve sostenere costi di approvvigionamento sempre più elevati.

Lo ha per un agricoltore, per un allevatore, per un artigiano e per ogni lavoratore che opera in un territorio dove le distanze incidono pesantemente sulla competitività.

E poi ci siamo noi, gli amministratori locali.

Siamo chiamati a dare risposte nel sociale, a sostenere le famiglie, ad aiutare le persone fragili, a garantire servizi, a mantenere le infrastrutture e a creare condizioni favorevoli per lo sviluppo.

Ma abbiamo sempre meno risorse. Siamo chiamati a tutelare i cittadini, ma spesso siamo costretti ad aumentare tasse e tributi per riuscire semplicemente a mantenere in piedi i Comuni, garantire i servizi essenziali e provare a realizzare qualche investimento.

È una contraddizione che non possiamo più ignorare.

Da una parte ci viene chiesto di sostenere le nostre comunità; dall’altra siamo lasciati ad affrontare aumenti dei costi che mettono in discussione la possibilità stessa di garantire quei servizi.

E non possiamo dimenticare il problema dello spopolamento.

Ogni servizio che viene ridimensionato, ogni attività che chiude, ogni giovane che è costretto a lasciare il proprio paese per cercare lavoro, ogni famiglia che decide di trasferirsi altrove rappresenta una perdita per l’intera comunità.

Un piccolo Comune senza servizi, senza attività produttive, senza commercio, senza giovani e senza opportunità rischia lentamente di perdere la propria identità e la propria capacità di futuro.

Per questo la questione non riguarda soltanto i bilanci degli enti locali. Riguarda il diritto di vivere, lavorare e costruire una famiglia anche nei piccoli centri.

Riguarda il diritto alla mobilità.

Riguarda il diritto alla salute.

Riguarda la scuola.

Riguarda il lavoro.

Riguarda le imprese.

Riguarda il commercio.

Riguarda l’agricoltura e l’allevamento.

Riguarda gli anziani e le persone fragili.

Riguarda i giovani.

Riguarda la possibilità concreta di mantenere vive le nostre comunità.

E ogni volta la risposta sembra essere la stessa: è colpa della guerra, della crisi internazionale, dell’emergenza energetica o dell’aumento dei costi.

Ma fino a quando possiamo continuare a utilizzare le emergenze come giustificazione senza affrontare fino in fondo le conseguenze concrete che queste producono sulla vita delle persone e dei territori?

Le emergenze possono spiegare una difficoltà, ma non possono diventare la normalità.

Nel frattempo si trovano risorse per grandi eventi, iniziative e vetrine, mentre per i problemi quotidiani delle famiglie, degli anziani, dei bambini, dei lavoratori, delle imprese e dei piccoli Comuni le risposte sembrano spesso insufficienti.

Non possiamo continuare così.

Non possiamo chiedere alle famiglie di sopportare continuamente nuovi aumenti.

Non possiamo lasciare sole le attività produttive che ogni giorno cercano di mantenere posti di lavoro e servizi nei nostri territori.

Non possiamo permettere che commercianti, artigiani, agricoltori e imprese siano costretti a lavorare soltanto per riuscire a coprire i costi.

Non possiamo accettare che un giovane debba lasciare il proprio paese perché non trova opportunità.

Non possiamo lasciare soli gli anziani, le persone fragili e le famiglie che hanno maggiormente bisogno di sostegno.

Non possiamo continuare ad assistere alla progressiva riduzione dei servizi nei territori periferici.

Non possiamo lasciare che il costo della distanza e dell’insularità ricada ancora una volta interamente sui cittadini e sulle imprese sarde.

Serve una presa di coscienza.

Serve ascoltare realmente i territori.

Serve un confronto serio e concreto tra Governo, Parlamento europeo, Regione, Comuni e tutte le istituzioni competenti.

Servono risorse adeguate per i piccoli Comuni.

Servono interventi strutturali contro il caro energia e il caro carburanti.

Servono misure capaci di sostenere concretamente famiglie, lavoratori e attività produttive.

Servono politiche per contrastare lo spopolamento.

Servono investimenti nei trasporti, nella sanità, nella scuola, nelle infrastrutture digitali e nei servizi essenziali.

Serve sostenere chi produce, chi lavora e chi investe nei nostri territori.

E serve, soprattutto, una visione che riconosca la Sardegna non come un territorio periferico da assistere, ma come una comunità che ha bisogno di condizioni concrete per poter crescere e costruire il proprio futuro.

Perché dietro ogni numero di bilancio ci sono persone.

Dietro ogni aumento dei costi c’è una famiglia.

Dietro ogni attività che chiude c’è un lavoratore. Dietro ogni impresa che rinuncia a investire c’è un’opportunità persa.

Dietro ogni giovane che parte c’è una comunità che si impoverisce.

Dietro ogni servizio che viene meno c’è un cittadino che diventa più fragile.

E dietro ogni piccolo Comune ci sono amministratori che ogni giorno cercano, con le risorse che hanno, di trovare soluzioni e dare risposte.

Noi amministratori locali siamo ancora qui.

Siamo qui ad ascoltare i cittadini, a raccogliere le loro difficoltà, a cercare risorse, a garantire servizi e a mantenere vive le nostre comunità.

Ma ormai siamo arrivati al limite.

Non possiamo più far finta che tutto sia normale.

Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza.

È arrivato il momento di mettere al centro le persone, il lavoro, le famiglie, le attività produttive e i territori.

Perché difendere i piccoli Comuni significa difendere una parte fondamentale della Sardegna.

E difendere la Sardegna significa garantire ai suoi cittadini la possibilità di vivere, lavorare e costruire il proprio futuro nella propria terra.

Romeo Ghilleri

Sindaco di Nuxis

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