22 May, 2026
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Sono grata dell’invito per questo incontro, che mi offre l’occasione per dire quanto ho imparato dalla nozione della multitemporalità mineraria, elaborata da Lorenzo d’Angelo con Robert Jan Pijpers (2018). Si tratta di una nozione che aiuta ad individuare questioni e ha utilità analitica, inoltre aiuta a capire e ha utilità euristica. Mi collocherò in tre angolazioni temporali.

All’inizio mi situerò in una temporalità di storici conflitti di fame e di povertà estreme con i protagonisti, individuali e collettivi, contrastanti tali condizioni e intenzionalmente operanti per produrre vita vivibile cercando di modificare soprattutto le condizioni riproduttive nel sistema del truck system. Quei protagonisti agirono per realizzare diritti umani alla vita, precedendo di quasi 50 anni la dichiarazione formale e internazionale di questi diritti. Invece nella relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla condizione degli operai e delle miniere della Sardegna, che seguì i moti e l’eccidio di Buggerru del 1904 con il primo sciopero nazionale italiano, prevalse istituzionalmente lo stereotipo del minatore infantilizzato, e pertanto inferiorizzato. Fenomeno assai noto negli studi antropologici.

In seconda battuta, metterò in evidenza una lavorativa temporalità mineraria di cottimi accelerati, attraverso l’imposizione del cosiddetto “sistema Bedaux”, una variante del taylorismo, di matrice americana fordista, autolegittimata falsamente come organizzazione scientifica del lavoro. Il taylorismo, criticato da Gramsci con la figura della «scimmia ammaestrata», fu contrastato dagli operai con il modello critico della «bestia lavorante», rivolto al lavoratore che accettava passivamente il cottimo, e con specifiche valorizzazioni dei loro autonomi saper fare minerari vitali.

Riprenderò infine queste due temporalità minerarie, della penuria di cibo con specifici rischi di salute e di vita che faceva capo al truck system, e dei cottimi minerari accelerati con differenti rischi di salute e di vita che faceva capo al sistema Bedaux, per giungere alla temporalità mineraria post-estrattiva con il suo malsano ambientale, costituito dall’incombenza delle discariche minerarie, dalle lentezze delle opere di bonifica e di rigenerazione ambientale, le quali si uniscono e si intersezionano con le diffuse insicurezze ambientali del presente.

Intreccerò pertanto il filo della multitemporalità di D’Angelo e Pijpers con quello dei saper fare minerari vitali, che individuo come caratterizzanti l’esperienza mineraria nell’Isola. Inoltre, con il richiamo all’inglese truck system e all’americano taylorismo intendo prospettare temporali vicende estrattive della Sardegna in quanto esperienze di storia antropologica del lavoro non solo locale e nazionale, ma anche europea e mondiale. Come immediata premessa sulle mie opzioni teoriche nell’antropologia mineraria, in sintesi estrema e limitante dico subito che considero importante, oltre la rassegna di studi, la proposta di un approccio prospetticamente integrativo di Ricardo Godoy (1985, 1990). Tuttavia, ricorro maggiormente all’approccio dinamista e attento ai conflitti di Ballard e Banks (2003) per il sostentamento, per la perdita di vita e per l’ambiente. Andiamo velocemente nel Novecento.

1 La temporalità della fame nei moti minerari per il pane

Il Novecento fu marcato da interessi nazionali ed europei verso le risorse minerarie della Sardegna. La dimensione di interessi extra-locali ed europei emerse nel passaggio dalla temporalità permissoria a quella concessoria delle miniere da parte dello Stato Italiano. I permessi di ricerca che erano 83 nel 1861 erano diventati 420 nel 1870, il numero degli addetti alla fine del 1860 era di 10.000 unità. L’industrializzazione mineraria apparve in tutta la sua rilevanza fin dall’inchiesta del 1871 realizzata dall’onorevole Quintino Sella, il quale lamentava la mancata integrazione fra industria e agricoltura. Fra le sei principali aziende minerarie operanti nell’Isola, erano presenti solo due aziende italiane. La Monteponi a Iglesias e la Montevecchio a Guspini, entrambe piombo-zincifere, erano a capitale prevalentemente ligure. Erano europee invece le altre quattro: la belga Vieille Montagne, le francesi Mafidano e Ingurtosu, l’inglese Gonnesa Mining Company. Alla fine dell’Ottocento la Sardegna era la seconda regione mineraria dopo la Sicilia, ma forniva il 98% dei minerali di piombo e l’85% dei minerali di zinco della produzione nazionale. Le miniere della Sardegna parteciparono ad alcune Esposizioni Universali. Nelle mie ricerche archivistiche mi sono imbattuta in due cataloghi. Il primo, redatto dall’ingegner Léon Goüin, agevolmente reperibile in alcuni archivi pubblici locali, accompagnava la mostra dei minerari estratti nell’Isola all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. Ho trovato il secondo, della Societé Anonyme de Malfidano per l’Esposizione Universale di Parigi del 1878, nell’archivio dell’École Nationale Superieure des Mines di Parigi.

L’esperienza mineraria della Sardegna, in tutta evidenza, si situò in un ambito nazionale e principalmente europeo. Si riferì a un contesto storico di mondializzazione che si sviluppò nella successiva globalizzazione con esiti critici neoliberisti negli ultimi decenni del Novecento. Nella globalizzazione si manifestarono caratteri di abbandono delle miniere. prima da parte dei privati e poi da parte dei poteri pubblici. Si tratta di vicende le quali nel contesto globale possono situarsi nelle economie dell’abbandono, teorizzate da Elisabeth Povinelli (2011, 2016) fino ai poteri e alla governance di vita-non vita. In Sardegna tali abbandoni avvennero con la separazione dell’estrazione mineraria dalla filiera metallurgica e con l’importazione di bauxite dall’estero per la produzione di alluminio nel polo industriale di Portovesme, sorto nella parte sud-occidentale dell’Isola e caratterizzato da una lunga e grave crisi produttiva.

Il tempo e il mondo minerario del primo Novecento in Sardegna diventarono teatro di eccezionali violenze ed eccidi: lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904 con 4 morti; quello di Gonnesa del 1906 con tre morti, fra i quali una popolana, Federica Pilloni; i fatti di Iglesias nel 1911 con sette minatori uccisi. Nell’arco di sette anni, si contano 14 morti, minatori e persone del popolo. L’analisi di tale temporalità drammaticamente conflittuale pone due questioni teoriche. La prima riguarda la complessiva interpretazione storica, svalutativa delle esperienze di tale periodo, salvo qualche rara eccezione come Maria Stella Rollandi (1972, 1980, 1985) e Sandro Ruju (2008). Per lo più gli storici considerarono tali moti in modo deprezzativo, sia perché salariali e privi di contenuti politici, sia perché ribellistici e ancora poco organizzati sul piano sindacale e politico. In tal modo lasciarono oscurate esperienze sociali mobilitative e, soprattutto, cruciali consapevolezze sulle concezioni della vita e sui gradi di tollerabilità e intollerabilità degli ostacoli di vita.

Le condizioni di umanità, affermate e rivendicate negli scioperi richiamati, riguardarono soprattutto il lavoro sorvegliato e punito, messo teoricamente in luce da Foucault (1975) in varie istituzioni, per esempio carcerarie e manicomiali. In miniera tale fenomeno era incentrato nella contrastata figura del sorvegliante, il quale incarnava il dispositivo di coercizione a cui i minatori erano sottoposti. I minatori criticarono fortemente il sistema disciplinare coercitivo nel corso dei loro interrogatori e nei memoriali come quello dei minatori di Bacu Abis, formulati nel 1908 in occasione dell’Inchiesta Parlamentare che, come detto, seguì l’eccidio di Buggerru e il successivo sciopero nazionale. Le critiche dei minatori riguardarono i biopoteri nelle specifiche forme minerarie.

Le microanalisi di antropologia mineraria locale indicano qualche connessione di tali esperienze con la storia globale del lavoro come appare leggendo il memoriale dei lavoratori di Bacu Abis, consegnato nel 1908 alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e accluso al mio discorso. Con parole proprie i minatori raccontano la vita mineraria. Gli operai dicono gli aspetti tecnici del rapporto fisico non solo manuale ma corporale con la geologia quando ginocchia e gomiti toccano la terra; gli aspetti sociali degli intollerabili e minacciosi cottimi senza riposo; i salari che non consentivano di vivere; la bestialità del lavoro nei trasporti dei vagoncini; le multe e le sospensioni; il linguaggio abusivo e le minacce di violenze; le prospettive dei licenziamenti, della fame assoluta e dell’essere ridotto all’elemosina. Dicono anche i timori per la giustizia ingiusta, per i medici incuranti, per i sussidi inesistenti. Vogliono lavorare alle dirette dipendenze dall’amministrazione e gli impresari fuori dalle miniere. Chiedono il riparo delle pensioni e anche di una pensilina che li protegga d’inverno, nel turno di mezzanotte per non entrare in miniera tutti bagnati.

Le espressioni di dignità a fronte delle sottomissioni autoritarie subite, parimenti a certe istanze di equità e giustizia emerse in questo memoriale, possono congiungersi agli studi di antropologia e di storia globale del lavoro e, per esempio, a quelli industriali di Dipesh Chakrabarty (1989:95), Rethinking Working Class History. Bengal 1890-1940. Tuttavia, rimangono rilevanti specificità che riguardano l’antropologia mineraria italiana e locale. La più rilevante particolarità riguarda il rapporto salario-cibo. A Bacu Abis tale rapporto si inseriva nel sistema di truck-system, di origine inglese, in cui la paga avveniva con buoni o ghignoni, emessi dall’azienda mineraria. I ghignoni potevano essere usati nelle cantine gestite direttamente dall’azienda o date dall’azienda ad affidatari, in cui i prezzi dei vari generi erano solitamente più cari. Alla povertà determinata dai bassi salari, si aggiungeva il circolo perverso degli indebitamenti e dei tassi usurai a cui erano sottoposti operai e operaie. Segnalo che vari medici, durante gli interrogatori dell’Inchiesta Parlamentare, espressero giudizi precisi sulle insufficienze alimentari e sulla cattiva alimentazione dei minatori rispetto al loro lavoro, insufficienze più o meno implicitamente riferite ai salari scarsi. Nei moti del 1906 sorti a Gonnesa, la cantina dell’Azienda Roux di Bacu Abis, assai significativamente fu devastata. Nel 1908 gli operai di Bacu Abis consegnarono alla Commissione Parlamentare alcuni campioni dei ghignoni usati, oltre il loro memoriale da allegare agli Atti dell’Inchiesta.

I rapporti salario-cibo e salario-vita erano profondamente intrecciati nel sistema del truck-system e riguardò i biopoteri, individuati e teorizzati da Foucault. Tali rapporti presentano gli scioperi salariali del primo Novecento in Sardegna come fenomeni di alto profilo culturale, etico, politico, con contenuti vitali, in quanto sostenuti da obiettivi vitali individuali e collettivi, tesi a far valere una vita mineraria possibile e vivibile. Tali scioperi erano realizzati con pratiche sociali che, mentre costituivano catene di esperienze assai mobilitative ed estensive, miravano a creare relazioni locali di cultura solidale per un minerario mondo di vita condiviso democraticamente.

Gli scioperi esordiali dei minatori richiedono di essere indagati come precise pratiche di saper fare vitali che marcano precise temporalità vitali di espressione operaia. Possono rivelare sorprendenti anticipazioni di futuro, come accadde nel caso di Buggerru in cui apparvero rivendicazioni e obiettivi che riguardarono complessivamente la vivibilità della vita umana mineraria democraticamente condivisa: il riposo lavorativo, il minimo salariale garantito, la sicurezza di beni alimentari di sussistenza, il diritto all’istruzione per infanti e adulti. Tali istanze vitali furono di fatto, come detto, anticipatrici dei diritti umani formalizzati 44 anni dopo, nel 1948. Anche sul piano degli esiti normativi di tanti scioperi, per quanto non diretti e immediati, si può scorgere un intreccio fra microstorie locali della Sardegna e storia globale del lavoro. Un forte intreccio fra esperienze locali e globali apparve verso gli anni Trenta del Novecento, con le esperienze dei cottimi lavorativi accelerati che riguardarono in differenti modi la salute e il vitale.

2. La temporalità dei cottimi minerari accelerati

Per far conoscere l’importanza vitale delle tecniche elaborate dai minatori per contrastare l’accelerazione dei ritmi lavorativi, pare necessario esplicitare alcune informazioni preliminari sul contesto del lavoro minerario, rischioso nel sottosuolo e non solo.

Nei rischi incombenti, lavoratori e lavoratrici elaborarono specifici saper fare minerari vitali di cui ho circoscritto la messa a fuoco. Li ho delimitati e definiti come pratiche di problem solving, esercitate nei lavori estrattivi in cui certi protagonisti, ingegneri e operai, uomini e donne, affrontarono rischi di salute e di vita trasformandoli in sicurezze vitali, temporali e spaziali. La fenomenologia dei saper fare minerai vitali, nelle grandi miniere con estrazioni nel sottosuolo, riguardò per esempio le opere permanenti di aerazione e di eduzione delle acque e le armature stabili nelle gallerie principali. Furono grandi opere, di prevalente impegno ingegneristico, ma realizzate anche da operai. Inoltre, furono accompagnate da certe temporanee attività operaie, quotidiane e securitarie, realizzate attraverso personali problem solving conosciuti e condivisi. Riguardavano, per esempio, le armature temporanee e il disancorare le rocce instabili con il palanchino, ovvero con una lunga e semplice asta metallica con un finale uncinato. Erano condizioni ordinarie e diffuse, indispensabili per crearsi un tempo e uno spazio lavorativo vitale, assicurato autonomamente dagli operai in quanto specifico lavoro minerario ben fatto in condizioni rischiose. Possiamo pensare, inoltre, all’uso degli esplosivi e al sistema delle mine ai tempi dell’accensione manuale. Infatti, la produzione dei tempi di sequenza temporale di accensione delle micce, detto su tempus, era calcolata inserendo una misura temporale per allontanarsi in tempo dall’esplosione. In breve, i saper fare minerari vitali assemblarono una serie di lavori quotidiani vitali, stereotipicamente e riduttivamente detti fisici e manuali, che erano in realtà cruciali per assicurare un lavoro vitale. Governare il tempo e il luogo del rischio era cruciale per produrre un tempo di vita proprio e per la propria squadra o solo per l’altro da sé, quando la squadra era di due operai. Rischi mortali riguardavano anche le donne, le quali nella cernita dovevano stare attente alla possibile presenza di mine inesplose. Nelle politiche del tempo, mi pare di considerevole importanza individuare e introdurre, teoricamente e metodologicamente, la diffusa e costante produzione autonoma di un tempo quotidiano vitale, da parte di operai e di operaie in condizioni di sottomissione ai rischi di infortuni e di vita.

L’autonoma produzione operaia di tempo quotidiano vitale avveniva in una complessiva temporalità caratterizzata dai fenomeni delle cosiddette “morti bianche”. I morti in miniera furono assai numerosi nell’Isola. L’Associazione Minatori Memoria (AMIME) nel 2006 ha pubblicato un prezioso libro Sardegna minatori e memorie con una recensione dei morti in miniera. La distribuzione cronologica dei decessi permette di individuare una temporalità con maggior numero di decessi nel periodo dal 1922 al 1945, ovvero in epoca fascista. Consente inoltre di verificare la maggiore causa di morte dovuta alle frane e di conoscere la distribuzione territoriale dei morti sul lavoro, in cui l’area sud-occidentale dell’Isola rappresentava l’85% dei 1514 casi di “morti bianche”, registrate in 140 anni dal 1861 al 2000. Dal 1871 al 1906 morirono nel lavoro minerario donne, bambine e bambini, in tutto 26. Le morti in miniera appaiono assai vicine alla nostra contemporaneità in cui le cosiddette morti bianche mettono in vista una lunga modernità industriale che non ha mantenuto e non mantiene cruciali promesse di vita migliore.

Nelle miniere della Sardegna la temporalità del tayloristico sistema Bedaux fu marcata dalla presenza dei cronometri, dal ruolo dei cronometristi e insieme degli ingegneri, addetti al perfezionamento di tale sistema di cui ho trovato molte relazioni archiviate. Il sistema Bedaux segnò il modo minerario del passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio massa. Analiticamente il taylorismo fu esaminato da Gramsci nei Quaderni del carcere in uno scritto su Americanismo e fordismo in cui raffigurava la riduzione dell’operaio a «scimmia ammaestrata». Tale modello egemonico, assolutizzato come modello unico di one best away, mostra l’umanità del lavoratore ridotta a pura forza bestiale-naturale, funzionalmente produttiva. Nelle etnografie minerarie che concernono i cottimi del sistema Bedaux emerge, oltre la bestializzazione criticata dagli operai più avveduti, anche l’ampliamento dei rischi a cui era sottoposto e a cui faceva fronte il minatore. Egli subiva l’intensificazione quantitativa del lavoro a scapito dell’attenzione qualitativa verso rischi ignoti e imprevedibili, differenti dai pericoli invece noti e segnalati, come accade per esempio nella cartellonistica stradale. Le documentazioni etnografiche hanno messo in luce, specialmente nelle miniere carbonifere, vitali alternative pratiche, diventate diffuse e contrastanti il modello della “bestia lavorante”. Erano pratiche che valorizzavano il ponderante e securizzante “lavoro ragionato” e “progettato nella mente”. Emerse dunque non solo il modello dominante e standardizzato dell’operaio massimamente produttivo, criticato da Gramsci con la figura della scimmia ammaestrata, ma spiccarono modelli alternativi con configurazioni operaie di lavoro ragionato e progettato, validato e valorizzato per produrre e assicurare quotidianamente vita e futuro di vita, ovvero forme di possibile vita mineraria condivisa. Infine le etnografie realizzate in Sardegna sulle lavorative sottomissioni minerarie rischiose per la salute e per la vita, considerando l’impegno dei medici del lavoro, hanno portato alla luce il fatto che l’accelerazione del respiro nel lavoro accelerato, determinava una maggiore inspirazione delle polveri di minerali che causavano le silicosi, anche nelle possibili forme degenerative e cancerogene.

Dobbiamo pertanto prolungare l’attenzione interpretativa e teorica, a questo punto, sul periodo della temporalità biografica del minatore per scorgere come l’accelerazione dei tempi lavorativi alla lunga determinava, con il sorgere delle silicosi anche degenerative, una sottrazione dei personali tempi biografici di vita. In breve, nella politica del tempo minerario che veniva imposto con i cottimi accelerati, la vitale soluzione quotidiana del minatore non garantiva la completa conquista della propria temporalità biografica. Qui possiamo forse scorgere un possibile punto di accostamento teorico di certe esperienze minerarie isolane con certi nuovi approcci sui materialismi e con la ripresa della marxiana categoria dell’alienazione, messa in campo da Hartmut Rosa (2010, 2022) e da Rahel Jaeggi (2016, 2020).

Riprendendo le alienate temporalità biografiche dei minatori sardi e usando la nozione chiave di multitemporalità, appaiono scorci di temporalità assai particolari. Si vede come i minatori potevano sincronizzarsi e intervenire nelle rischiose temporalità quotidiane con i problem solving dei loro saper fare minerari vitali, ma rimanevano de-sincronizzati nella loro temporalità biografica. Non solo. Essi, erano inoltre de-sincronizzati nella temporalità geologica e ambientale in cui l’accelerata temporalità dell’acquisizione e del consumo dei beni naturali non consentiva la temporalità naturalmente rigenerativa. Infine, i nocivi effetti ambientali del malsano storico minerario non erano affrontati con una temporalità adeguata di urgenti bonifiche. Temporalità naturali biografiche e temporalità naturali geologiche e ambientali risultavano estorte dai centri di potere che si appropriavano del tempo vitale dei minatori e delle popolazione delle comunità minerarie, per dirla un po’ con Joannes Fabian (1983) su Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia.

I cottimi minerari attraversarono anche lo sviluppo minerario carbonifero, con la nascita della città di Carbonia nel 1938 che registrò la massima occupazione operaia durante la guerra, dal 1941 al 1943, con 14.000 minatori nel sottosuolo, secondo vari studi. I cottimi, con varie forme ibride, durarono fino al 1960, quando il Consiglio Regionale della Sardegna dichiarò il “non gradimento” nei confronti di Paul Audibert, direttore generale della Pertusola. Il non gradimento implicava l’allontanamento forzato del direttore dalle sue mansioni e il divieto di permanenza nell’Isola. Le motivazioni concernevano il mancato rispetto da parte della Società delle norme minerarie vigenti, dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana e dalla intransigenza della Società nelle vertenze sindacali.

Il quadro normativo nazionale era cambiato a partire da un testo legislativo fondamentale, il DPR n. 128 del 9 aprile 1959 per la polizia delle miniere e delle cave, finalizzato a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Ebbe allora inizio una nuova temporalità, con la cura delle forme di vita lavorativa delle persone. Alla fine del Novecento, nel controllo dell’ambiente interno minerario entrarono nuovi strumenti: i rilevatori e i campionatori automatici dei rischi. Entrarono anche nuovi soggetti tecnicamente idonei per rilevare rischi possibili. Inoltre, le persone di nuova assunzione dovevano partecipare a brevi corsi, propedeutici ai lavori, di informazione normativa e di formazione antinfortunistica. Alcune donne furono impegnate nei controlli ambientali e nella sicurezza interna alla miniera, particolarmente complessa nelle miniere carbonifere. Per esempio Giuliana Porcu nella Carbosulcis, con vari incarichi dal 1988 al 2025, fu impegnata nei controlli ambientali del sottosuolo e fu poi responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che pianificava la sicurezza lavorativa. Lei ricorda le progressive individuazioni di lavorative nocività minerarie per sottolineare la continua e inesausta realizzazione di una catena di temporalità securitarie, ancora aperta.

Le storiche cottimizzazioni minerarie, contrastate specialmente con autonome produzioni di tempi vitali insieme ai minerali estratti, parlano al presente, rivolgendosi alle cottimizzazioni attuali subite in campo edilizio e commerciale, informatico e dei trasporti. Dicono al presente in primo luogo la rilevanza di storici vettori temporali autonomamente regolati sul vitale, sia come produzioni di tempi di vita e sia come componenti di soggettivazioni securitarie. Indicano, a ben vedere, l’attuale ritorno del taylorismo rivestito digitalmente, secondo Ubaldo Fadini (2024:107). Prospettano, infine, l’accelerazione industriale del lavoro contemporaneo come tendenza di lunga durata, che si estende particolarmente nella quarta rivoluzione industriale e nella connessa vita sociale, secondo Fabio Scolari (2021).

Dopo i primi due passi del nostro incontro sarebbe interessante vedere da vicino qualche prossimità comparativa fra le etnografie documentate in Sardegna e quelle attestate nella Sierra Leone. Non mancano elementi di confronto. Per esempio sulla cernita e sull’uso tecnico e simbolico del setaccio, oppure per l’esperienza individuale che si delinea con una propria robustezza culturale rispetto alla dimensione di classe, e anche per le attenuazioni e minimizzazioni dei rischi estrattivi. Tuttavia la temporalità del nostro incontro richiede necessarie economie di tempo, mentre mi preme indirizzare il mio sguardo verso un altro scritto per accostarvi le temporalità ambientali post-estrattive.

3 Le temporalità ambientali fra riusi scientifici di siti dismessi e discariche minerarie in Sardegna

Lorenzo D’Angelo ha continuato a mantenere viva l’attenzione verso le dimensioni di vita negli ambienti minerari con i loro deterioramenti, attenzione manifestata con Pijpers nell’introduzione la loro libro del 2022, The Anthropology of Resource Extraction. Sui conflitti ambientali nel corso delle attività estrattive mi permetto di ricordare un mio scritto di qualche tempo fa (Atzeni 2011), apparso in un libro collettaneo a cura di Franco Lai e Nadia Breda, intitolato Antropologia del «Terzo Paesaggio» in cui, sulla base di un documento scientifico trovato alla Bibliothèque Nationale de France, consideravo alcuni conflitti avvenuti nel 1912 fra aziende minerarie e imprese della pesca dei tonni, e altri successivi conflitti minerai con imprenditori e istituzioni, accompagnati da relativi strascichi fino agli anni Settanta del Novecento. Sui minerari danni ambientali in tempi post-estrattivi, dalle etnografie emerge che le miniere economicamente valide, generalmente estese per 300-400 ettari, potevano manifestare un’estensione di possesso territoriale assai più ampio della proprietà aziendale, determinando danni ambientali estesi e prolungati nel tempo, anche dopo la loro chiusura. Michel Serres stimolò interrogativi sulle qualità e sulle funzioni delle produzioni di malsano quando nel 2008 tematizzò i danni ambientali domandando: Il malsano. Contaminiamo per possedere? Lascio aperta questa questione sui modi minerari di possesso appropriativo per guardare verso le discariche minerarie post-estrattive le quali, analizzate nel quadro della multitemporalità mineraria, aprono un interessante arco di fenomenologie temporali con caratteri inimmaginati.

Gli attuali dibattiti nei centri minerari dell’Isola sono particolarmente tesi verso il futuro ambientale. Intanto, si vanno affermando esempi di riuso scientifico dei siti minerai dismessi. Nella miniera carbonifera di Nuraxi Figus il progetto Aria si distingue per lo studio della materia oscura con estensioni nella parte diagnostica, sanitaria e industriale. Nella miniera metallifera di San Giovanni si è costituito un centro di intelligenza artificiale: Nelle miniere metallifere di Lula si afferma la candidatura per realizzare il progetto Einstein Telescope, volto allo studio delle onde gravitazionali. A Serbariu la Sotacarbo partecipa a numerosi progetti nazionali e internazionali per la conversione di CO2 in combustibili liquidi e gassosi. Nuovi progetti riguardano la desolforazione chimica del carbone e la riconversione della CarboSulcis, società partecipata pubblica, come avviene nelle miniere a cielo aperto europee in Spagna, in Germania, in Polonia, per citare alcuni Paesi. Si delinea infine la proposta di una complessiva rigenerazione ambientale, che parta dalle bonifiche delle discariche, per realizzare un nuovo ecoterritorialismo, coerente con i principi culturali dei saper fare minerari vitali. Tuttavia, non mancano scelte che contrastano orientamenti ambientalmente positivi.

Le prevalenti linee produttive post-estrattive, emergenti nella parte sud-occidentale dell’Isola, delineano un orizzonte differente. Prospettano, infatti, una congiunzione tra la lavorazione di scarti industriali di varia provenienza e la fabbrica di armi a Domusnovas. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata, noti come industrial waste sites complementari alla militarizzazione industriale. Si tratta di soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro sulla globalizzazione del 2007 da June Nash, studiosa di antropologia mineraria in Bolivia a negli Stati uniti. Voglio ricordare, in contrasto con le militarizzazioni proposte in congiunzione con i residui industriali, il dialogo con una cernitrice di galena del Sarrabus, la quale negli anni Ottanta sosteneva con forza che era meglio usare certi minerali per i fuochi d’artificio per le feste, piuttosto che per le guerre.

Per certi cambiamenti di cultura operaia orientata su inedite assunzioni di responsabilità ambientali in Sardegna, si può fare riferimento a una video-intervista, realizzata il 31 maggio 2007 con il collega Felice Tiragallo, a Pietro Cocco, minatore confinato dal fascismo, sindacalista e sindaco di Carbonia. Egli riferì di una recente assemblea cittadina in cui aveva sostenuto che bisognava abbandonare il carbone per «la salute del mondo», utilizzando l’energia solare. Rimarcava di aver avuto unanime consenso. Conoscevo i registri delle sue tonalità discorsive. Stava dicendo, in altre parole, che la sua nota coscienza di classe aveva assunto esplicitamente, insieme con la cittadinanza presente, una nuova responsabilità solidale verso la natura, prendendosene cura. Ricordo ancora il momento in cui raccontò, con tono critico e triste, dei bambini che giocavano nelle discariche minerarie. Lì mise in discussione il rapporto umano con le generazioni e con il mondo. Egli offriva un senso ampio al rapporto di utilizzabilità del mondo, posto da de Martino unitamente alla sua nozione di presenza. Pietro Cocco ci diceva, a suo modo, un doppio legame della generazionale presenza umana nel mondo e con il mondo. Il salto concettuale era lì: noi siamo il mondo, il mondo è fatto di noi, di tanti noi generazionali che ci prendiamo cura della salute delondo. Il manifesto consenso che egli sottolineava, indicava questo significativo cambiamento di cultura vitale operaia, motivata nell’occasione da una specifica responsabilità ambientale sulle discariche minerarie. Diceva, implicitamente, di una coscienza operaia ecologica sulle discariche, indicando possibili problem solving, trasformativi della salute del mondo rispetto all’inquinamento ambientale minerario attraverso la produzione di pannelli solari nel Sulcis, data la storica vocazione industriale del territorio minerario.

Riemergeva, nella recente esperienza di questo storico leader, l’attiva presenza demartiniana, quasi come agentività, come agency. Seguendo de Martino si poteva scorgere una presenza umana che poteva divenire potente ma anche fragile, in certi momenti. Forse la demartiniana presenza attiva era metastabile per dirla con Gilbert Simondon (1989). Forse era umanamente internalizzata come dinamica materialità interna ai corpi naturali la quale, come una sorta di intra attività, operava sia direttamente sulla matericità naturale umana e sia, con i suoi effetti, sulla matericità naturale del mundus, ri-materializzando e ri-storicizzando le nature umane e non umane, per dirla con Karen Barad (2017). Forse era umanità interna alla natura e in essa integrata giungendo al creaturale, come aveva detto a lungo Gregory Bateson (1989).

Il carattere precario della potente presenza demartiniana, individuale e collettiva, si accompagnava a certi rischi di perdere, in certi momenti, le sue potenti capacità, regredendo e potendo poi ricominciare nella sua antropogenesi, ovvero nella capacità di rifarsi attiva presenza umana. Le oscillazioni fra regressioni e ricominciamenti di autonoma produzione di umanità rimanevano bloccate nelle apocalissi culturali, le quali potevano accadere in particolari circostanze socio-politiche del tempo storico, quando nel mundus (naturale ed economico, tecnico e sociale, culturale e simbolico) erano intensificate le precarietà delle condizioni vivibili. Tali intensificate precarietà indebolivano o erodevano o annichilivano la presenza fino a rendere visibile la crisi e l’incapacità nel risolvere i problemi delle invivibilità del vivere. Secondo de Martino (1977:395) le apocalissi culturali apparivano «nel rischio di non esserci o di passare con ciò che passa», come alienazione della potenza della presenza treasformatrice. I mutamenti delle forme di vita che sgretolavano la presenza attiva potevano restare inconclusive e senza soluzioni stabili, nel presente del capitalismo maturo.

La mappa concettuale della filosofia della vita italiana, partita da un iniziale segmento Gramsci-De Martino-Cirese aveva attraversato Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Paolo Virno, mentre proseguiva in una certa filosofia della vita francese con Georges Canguilhem, Michel Foucault, André Leroi-Gourhan, Marcel Merleau Ponty, Michel Serres, Gilbert Simondon, continuava nella filosofia della vita tedesca con Theodor Adorno, Edmund Husserl, George Simmel, e anglo-americana con Gregory Bateson e Tim Ingold. La mappa si era estesa, tuttavia tornavo a interrogarmi e a interrogare, anche de Martino.

I saper fare minerari vitali, che assumono differenti configurazioni sul piano culturale e ambientale nel periodo post-estrattivo, rimangono infine impigliati nell’intreccio di nuovi rapporti di potere, ampiamente industriali e non solo minerari, dominanti le istituzioni politiche nella nostra contemporaneità, negli esiti neoliberistici delle economie degli armamenti e del riciclaggio immondizie industriali.

La presenza demartiniana doppiamente aperta, potente in certe situazioni storiche e fragile in altre, rimane un indice di vulnerabilità umana, esistenziale ed ecologica, in comunanza con la natura. Pone agli storici e minerari saper fare vitali un obiettivo di storica abitabilità integrale che l’antropologo italiano nominava come domesticità del mondo, in un mundus di persone e cose reciprocamente vitali. Una demartiniana domesticità del mundus pare intrecciare il discorso di Pietro Cocco sulla “salute del mondo” con quello di Lorenzo d’Angelo sulle condizioni critiche ambientali e sui modi di vita ambientalmente degradati.

In un intreccio di possibile temporalità mineraria democraticamente vivibile, gli storici saper fare minerari vitali sembrano incoraggiare azioni innovative di ecologia e di economia politica, capaci di creare una innovativa temporalità del vitale durevole, democraticamente condiviso sia nella stessa natura vivente, umana e non umana, e sia fra la natura vivente e quella non vivente, ma non inerte.

Paola Atzeni

Le mie riflessioni nel quadro dell’antropologia mineraria non possono prescindere da un asse, tematico e concettuale, che riguarda i saper fare minerari vitali. Tale asse s’inquadra nello sviluppo dell’antropologia mineraria, diventata vigorosamente specialistica soprattutto a partire dal 2003 con Ballard e Banks, le cui critiche alla precedente letteratura antropologica sul piano teorico e le cui proposte di rinnovamento nell’antropologia assumono il piglio di una complessiva svolta mineraria.
L’antropologia mineraria vive attualmente uno straordinario sviluppo scientifico in cui gli studi realizzati in Sardegna hanno acquisito importanti riconoscimenti: di essere pionieristici in Italia; di essere stati attenti alla formazione di soggetti autonomi tenendo conto dei generi che partecipano all’industrializzazione mineraria; di aver collocato gli studi minerari in una prospettiva di storici rischi che parlano ai rischi del presente.
Per quanto riguarda i rapporti tra i saper fare minerari e il vitale, tali rapporti si possono ricondurre, sul piano dell’antropologia filosofica, a quanto aveva scritto Husserl negli anni che vanno dal 1935 al 1937, quando aveva indicato la crisi dell’Europa e delle scienze europee nell’aver creato mondi di verità scientifica come scienze di fatti, avulsi dalle relazioni con il mondo della vita, con le forme di esistenza umana e con i soggetti che lottano per l’esistenza. I semi delle riflessioni sul mondo della vita si trovano in alcuni suoi scritti di ricerca degli anni Trenta, pubblicati in italiano nel 2025, dati i rinnovati interessi sui temi del vitale. In Francia, importante filosofo della vita fu Canguilhem che ne scrisse nel 1965 e fu maestro di Foucault il quale giunse poi a individuare i biopoteri. Nella cultura filosofica italiana, la questione delle forme di vita e dei modi di vita ha un filone di rilevante interesse che parte da Bruno e arriva a Gramsci. L’opzione gramsciana su pensiero e vita consente di comprendere un ambito di studi non limitatamente eurocentrici, data la diffusione e l’elaborazione del pensiero gramsciano sia in Oriente e sia in America Latina. Richiamo tre filoni di pensiero e tre paesi europei (Germania, Francia, Italia) in cui il vitale ha assunto rilevanza culturale, limitandomi a lasciare sullo sfondo tali concettuali nei quadri d’epoca in cui i saper fare minerari vitali possono mostrare particolare significatività.
Rapportando il vitale al culturale nel rapporto fra storia naturale e storia umana, e fra scienze naturali e scienze umane, pare necessario riprendere e mettere a fuoco ancor più l’esperienza dell’ominazione, dalla posizione eretta alla produzione dei ciottoli che diventano strumenti e poi strumenti per fare altri strumenti (metastrumenti). André Léroi-Gourhan, antropologo e archeologo francese, ne parla nella sua opera Il gesto e la parola (1964) a proposito dell’evoluzione tecnica nelle fasi in cui la specie umana non aveva ancora conquistato la completa padronanza tecnica e di linguaggio. Nelle vicende dell’homo sapiens, vissuto tra il 30.000 e l’8.000 prima della nostra era egli situa l’esperienza dell’industria litica, l’insieme della produzione di utensili di pietra costituito da arnesi da taglio destinati a tagliare, a grattare, a trafiggere. Si tratta del primo collegamento fra la specie umana e le risorse del sottosuolo. I primi tagli sono sommari.
Percuotendo perpendicolarmente la pietra si ottiene un’estremità tagliente, perfezionata con una serie di schegge supplementari sulle due facce della punta. A partire da questo utensile molto grossolano, troviamo l’amigdala, una sorta di coltello di pietra a forma di mandorla che subisce una lenta evoluzione, forse per quattrocentomila anni. Al termine della sua evoluzione l’amigdala è diventata una mandorla di selce, spessa ed equilibrata. Fra l’8000 e il 6000 prima della nostra era, le lavorazioni si specializzano e si afferma una tendenza verso la produzione di piccoli pezzi, verso un generale microlitismo, in cui la lama serve a sua volta a creare altri prodotti. La pietra grezza diventa chopper che è pietra tagliata e anche pietra tagliente per le macellazioni e per le produzioni delle pelli. Nel Neolitico l’esperienza dell’agricoltura presenta nuove necessità tecniche. L’accetta e l’ascia hanno bisogno di un peso elevato per le lavorazioni del terreno. Si realizza un’importante differenziazione dei prodotti nell’industria litica del Paleolitico superiore.
Nella storia della specie umana i Paleantropi presentano tecnici di valore, capaci di progettare e realizzare strumenti litici con precise forme e funzioni, abili nell’unire il mondo delle cose al mondo delle idee. Sul piano delle differenziazioni culturali nella specie umana, in Sardegna l’esperienza dell’antropologia mineraria più lontana, a partire dall’industria litica, deve affiancarsi alla paleontologia umana. Può giungere pertanto all’archeologia delle frecce di ossidiana, ripensando esperienze locali sia per la solidarietà del cibo condiviso e sia per le crudeltà delle guerre con altri esseri viventi, umani e non umani. I fatti e le tendenze tecniche delle estrazioni di pietra, anche a cielo aperto, appaiono fin dai primi passi dell’umanità strettamente connessi alla produzione di oggetti e insieme di modi di vita, o meglio di modi d vivere e di convivere con altri esseri vitali, umani e non umani. Il poter vivere e il poter far vivere appaiono come lunghi obiettivi di un cimento vitale a varie dimensioni e relazioni con sé stessi e con altri viventi: beni da acquisire in antagonismi e in solidarietà, ristrette o ampie.
Nell’antropologia mineraria della modernità industriale, la prima questione che si pone riguarda l’individuazione di saper fare minerari vitali i quali, distinguendosi dall’efficienza in tante attività lavorative, si caratterizzano per efficacia nel produrre vita in situazioni di rischio, istituendo specifici valori culturali vitali. Ne propongo, pertanto, una necessaria definizione che ritengo utile per definire il perimetro concettuale, epistemico e trasformativo, di questo contesto di ricerca e di documentazione. I saper fare minerari vitali si distinguono da altri ordinari saper fare tecnici in quanto il loro risultato, oltre l’efficienza tecnica estrattiva, garantisce un’efficacia che salvaguarda le persone protagoniste di azioni tecniche in particolari condizioni di rischio, assicurandone la vita.
I saper fare minerari vitali si individuano in un doppio registro produttivo, economico e vitale. Riguardano fatti e relazioni, azioni tecniche e discorsive con cui e in cui persone e gruppi, protagonisti in situazioni di rischio, realizzano e affermano nuove condizioni di vita sicura.
Costituiscono un filone portante dell’antropologia mineraria. Offrono modelli operativi creativi iì quali trasformano luoghi e spazi, territori e paesaggi, da mortali in vitali, da degenerativi in generativi, da depotenzianti in potenzianti. Concernono gli universali investimenti del corpo umano negli spazi e nelle occasioni di rischio. Riguardano le grandi opere infrastrutturali di ingegneri e tecnici, per esempio di aerazione di eduzione delle acque nelle miniere.
Nell’antropologia mineraria del quotidiano industriale toccano minatori e cernitrici, queste ultime non immuni dai rischi mortali di mine inesplose nei minerali grezzi di cernita.
La nozione di saper fare minerari vitali è ancorata ai rischi, nell’antropologia mineraria quotidiana dello spazio e del tempo industriale. Tale nozione coglie il doppio registro culturale delle tecniche estrattive e delle tecniche di vita, operanti in congiunzione e in congiuntura nelle attività volte alla sicurezza vitale. Tale nozione riguarda rischi di fragilità e di limitazioni di salute e di vita alimentare, sanitaria, di istruzione, i quali incombevano nella vita sociale mineraria sia sopra e sia sotto la terra, con particolari correlazioni secondo i luoghi e i tempi.
Delle tormentate condizioni di lavoro e di vita mineraria esiste un ampio repertorio poetico in lingua sarda, sia orale e sia scritta. La poetica popolare, nelle forme scritte documentate per le zone minerarie in Sardegna, è nota in Europa nelle edizioni storiche di fogli volanti e libriccini di letteratura ambulante, come letteratura di colportage o letteratura da muricciolo. Oltre i 14 componimenti inediti da me pubblicati (Atzeni 1978 e 1980), le poesie in fogli volanti sono interessanti per quantità e qualità. Se vogliamo evitare riferimenti che possono apparire limitatamente eurocentrici, possiamo riferirci alla poetica orale che ha diffusione nel mondo islamico dove ha affiancato la recitazione di versetti del Corano, nel mondo dei Beduini dell’Egitto e dei Berberi del Marocco. Il patrimonio poetico minerario è a tutt’oggi sottovalutato. Diversi anni fa offrii la mia raccolta di letteratura orale mineraria al Parco Geominerario che ignorò l’offerta, poi la donai al Museo della Grande Miniera di Serbariu dove è rimasta inerte perché non è stato richiamato all’attività il Comitato scientifico, nonostante le mie benevole e recenti sollecitazioni all’autorità competente. Ho accumulato anche un prezioso materiale di registrazioni sonore realizzato molti anni fa con persone anziane che risalivano indietro nei tempi delle loro esperienze minerarie. Non ho raccolto manifestazioni d’interesse da parte delle istituzioni neanche per questi documenti. I musei, minerari e rurali, senza un adeguato comitato scientifico che elevi i lavori delle cooperative, per quanto eccellenti data anche la presenza di allievi e allieve di antropologia, in tutta evidenza non pare possano raggiungere uno standard culturale nazionale e ancor meno europeo o internazionale.
Il considerevole patrimonio poetico minerario, trascritto e scritto, colpevolmente trascurato, può essere invece assai utile da molti punti di vista e in molti modi da puntualizzare. I testi possono essere informatizzati, organizzati e tematizzati ed esposti in varie mostre permanenti e temporanee, secondo repertori di fruizione attiva, di ricerca-azione non solo scientifica ma anche artistica. In particolare, i repertori di produzioni poetiche possono essere proposti sia in collegamento con le produzioni letterarie sulle miniere della Sardegna, sia per creare reti con i paesi di provenienza dei poeti di miniere, allargando la rete dei Comuni interessati alla valorizzazione di tale patrimonio culturale poetico minerario. Inoltre, la traduzione dal sardo in italiano e in lingue europee di selezionate strofe delle poetiche minerarie può favorire nuovi scambi culturali creativi fra i giovani, e perfino innovative forme di turismo scolastico e familiare, europeo e non solo. I due versanti di iniziative, quello poetico e quello delle interviste, consentirebbero di attestare ulteriormente la ricchezza del patrimonio culturale minerario e di presentarlo maggiormente qualificato nelle occasioni di riconoscimenti internazionali.
I complessivi saper fare minerari vitali emergono con una portata transdisciplinare, come unitaria linea operativa e cooperativa. Questa è la prima questione importante che voglio porre sul piano scientifico e istituzionale.
La seconda questione che vorrei sollevare concerne la rilevanza degli spazi e dei paesaggi nell’antropologia mineraria. Noto subito che la documentazione e l’analisi dell’esperienza mineraria in ambiti spaziali e paesaggistici non può essere ridotta, per l’antropologia mineraria, a quanto delle esperienze passate rimane in luce e in superficie, palese e visibile, oggettualizzato e monumentalizzato, in rispondenza a una prevalente cultura architettonica. Certe monumentalizzazioni, con tutta la loro rilevanza, possono infatti rimanere disarticolate da certe opere di edilizia minore che, nella scala della quotidianità dell’antropologia mineraria, storicamente favorivano esistenze vitali individuali e comuni, mentre offrivano punti abitativi o di destinazione, con percorsi socialmente aggreganti. Un esempio vistoso di edilizia minore sistematicamente sottovalutata, o negletta rispetto ad altre opere edilizie nel patrimonio culturale minerario, è rappresentato dalle cantine, aziendali e non solo. Poco importarti dal punto di vista della cultura architettonica, hanno invece un rilievo non trascurabile per gli approvvigionamenti dei generi di prima necessità nelle reti di relazioni vitali e sociali, nei quadri d’epoca dell’antropologia mineraria.
Spazi e paesaggi, lavorativi e abitativi, esigono di essere assunti propriamente come contesti sia naturali e sia culturali, umanizzati e temporalizzati variamente e storicamente nei percorsi delle persone umane e dei loro corpi. I percorsi umani della storica vita mineraria, sotto e sopra la terra, richiedono primariamente di essere resi visibili e noti nella loro duplice correlazione per le esperienze di vita e per la vita, sopra e sotto la terra unitariamente. Nelle esperienze della Sardegna, la tesi qui prospettata di duplicità spaziale dei paesaggi minerari implica un’affermazione di rilevante portata. Si tratta di una imprescindibile correlazione, non di una semplice giustapposizione fra il sopra e il sotto della terra, in cui avvennero le umane esperienze minerarie vitali. Tali duplici e correlate realtà dello spazio minerario riguardano luoghi e tempi nei modi di farsi umani autonomamente, per dirla un po’ nel solco dell’antropologia dello spazio di Choay (2006).
In terza battuta la questione da approfondire attiene ai beni, detti materiali e immateriali, del patrimonio culturale minerario. I saper fare minerari vitali sono beni culturali particolari e particolarizzanti, creativi e inventivi. Mettono in vista modelli culturali operativi, nuovi e unici, di problem solving. Dal disgaggio delle rocce instabili al sistematico posizionamento delle mine secondo le tipologie delle rocce, i saper fare vitali risolvono rischi vitali e assicurano spazi e tempi lavorativi, potenzialmente mortiferi, trasformati in spazi e tempi assicurati per la vita. Ogni trasformazione di rischio mortale minerario, diventata creazione di ambiente vitale nella quotidianità lavorativa, si presenta come novum e unicum congiunti. La modifica vitale emerge come congiunzione inedita e temporalizzante, che fa storie e Storia. Inoltre, appare umanamente aperta a nuove sperimentazioni innovative di prove vitali e securitarie. Si tratta di esercizi vitali ogni volta sperimentabili, comunicabili e trasmissibili per principi finalizzanti il vitale come novum e unicum, ma non sono replicabili e trasmissibili per algoritmi, in sequenze e modalità fissistiche.
Le pratiche degli storici saper fare minerari vitali, oltre gli spazi e i tempi lavorativi securizzati, creavano persone abili a dare vita e a fare vita, con e nei lavori minerari. Nelle storiche miniere della Sardegna avvenivano esercizi di produzioni di vita e di produzione di sé che qualificavano le persone in quanto donatrici di vita a sé e agli altri. Erano produzioni di soggetti assoggettati che diventavano nuovi e autonomi, maggiormente abili rispetto a ciò che erano prima di cimentarsi efficacemente nel governo dei rischi.
Nell’antropologia mineraria ogni trasmutazione dei rischi in inventiva produzione di vita, autonomamente securizzata da lavoratori e lavoratrici per essere condivisa democraticamente, presenta caratteri di innovatività e di unicità come personale opera d’arte, d’arte di vita. Tale trasmutazione espone caratteri esclusivi che risolvono rischi di salute e di vita, senza suscitare una riproducibilità identica e di tipo seriale. Costituisce, di volta in volta, veri capolavori in quanto saggi di abilità professionale, nella cultura mineraria, specialmente popolare. Tali pratiche estrattive- vitali, produttive congiuntamente di minerali e di vita in situazioni con alti coefficienti di rischio, e di persone abili nel governare i rischi, hanno svolgimenti e pratiche materiali, unite a contenuti di pensiero intenzionale, progettuale, ideale. Il patrimonio culturale minerario assunto nell’antropologia mineraria è pertanto affermato nella sua doppia componente culturale, materiale e immateriale, nel solco di Godelier (1984). I saper fare minerari vitali, come pensieri in atto per dirla con Gramsci, sono materiali e immateriali insieme.
Complessivamente, il patrimonio culturale minerario dei saper fare minerari vitali, in quanto storico, non è fissista ma mobile. Il patrimonio culturale fissista si sottrae alla storicità dei cambiamenti, tramandandosi semplicemente e affermando esclusivamente la propria identica continuità. Invece, le soluzioni sicuritarie prodotte dai saper vivere minerari vitali sono mobili negli spazi e nei tempi, unite solo dal carattere dell’intenzionalità vitale.
I saper fare minerari vitali, pratici e di pensieri in atto, beni materiali ed insieme immateriali, incrociano la questione delle varie temporalità minerarie che addensa elementi di un quarto punto analitico, in realtà di primaria importanza. D’angelo e Pijpers nel 2018 usarono l’espressione temporalità minerarie, mining temporalities, per sottolineare come le risorse estrattive possono essere capite in un complesso di multiple temporalità e durate, ritmi e cicli, con differenti velocità, intensità, estensioni che diversi protagonisti cercano di conoscere e di manipolare, di sincronizzare e di de-sincronizzare, in linea con contingenti e spesso conflittuali interessi strategici. Essi sostennero, assai opportunamente, che gli ordini temporali sono costruiti socialmente e culturalmente, nei contesti economici e politici. Nella concezione di temporalità multiple, i protagonisti lavorano per stabilire o mantenere specifici regimi temporali minerari: ritmi di produzione, livelli temporali di lavoro e di vita, contesti temporali pratici e narrativi, percezioni e rappresentazioni temporali, discorsi e politiche del tempo.
Dai visuali spaziali ai visuali temporali, from landscapes to timescapes, le temporalità comprendono attività e corpi con le loro materializzazioni del tempo e con implicazioni di storicità che interessano passato, presente e futuro. Le temporalità minerarie toccano inuguaglianze di poteri temporali nelle politiche del tempo minerario, costruite e negoziate nei divergenti interessi dei protagonisti. Le politiche del tempo mostrano diverse facce nei casi presentati. Gli esempi più significativi di temporalità minerarie in drammatici conflitti nel corso delle storiche esperienze minerarie della Sardegna riguardano sia la riduzione del tempo di riposo a Buggerru nel 1904, sia le accelerazioni di lavoro diffusamente imposte con vari cottimi, e particolarmente con il sistema tayloristico Bedaux di matrice americana, specialmente dagli anni Trenta del Novecento.
Le storiche temporalità minerarie vincolano il presente, esigendo interventi attuali con coerenze, anche stilistiche, adeguate ai contesti storici pertinenti. Per esempio, non si possono usare tipi di lampioni da parco urbano contemporaneo che, per quanto pregevoli, non risultino possedere forme compatibili con certi contesti storici minerari. Occorrerebbe un serio e coraggioso inventario di quanto qualifica o squalifica il livello di ciò che è stato realizzato negli interventi culturali sui contesti minerari, per rimuovere e correggere gli errori più vistosi.
La nozione delle temporalità minerarie risulta assai efficace per le analisi e per le scoperte scientifiche, euristicamente. Consente di vedere e di capire tempi fratturati e complessi, di individuare soggetti in divenire e in cambiamento. Ciò può accadere attraverso particolari incontri minerari, come quelli sostenuti da Pijpers ed Eriksen nel 2019.
Gli incontri minerari tematizzano una quinta questione di antropologia mineraria, in quanto incontri che avvengono anche nello spoglio documentario. Nei casi studiati in Sardegna si incontrano informatori che rappresentano alcuni ceti dominanti. Essi offrono dal loro punto di vista preziose informazioni sul processo di industrializzazione mineraria nell’Isola con elitari modi discorsivi. Sono modi tecnici come fa l’ingegner Goüin per la mostra universale del 1867; modi istituzionali e propositivi come il deputato Sella nella sua inchiesta del 1871; modi imprenditoriali e propagandistici, come fa la mineraria Société Malfidano per la mostra universale del 1878. Le loro informazioni marcano la temporalità mineraria della seconda metà dell’Ottocento in Sardegna. Si situano in un insieme di vicende i cui protagonisti, da titolari di permessi di ricerca, diventano concessionari di permessi di estrazione.
Il passaggio dalla temporalità del regime permissorio a quella del regime concessorio introduce una nuova fase di insediamenti aziendali e societari minerari, italiani ed europei in Sardegna. Le attività delle aziende minerarie, con i loro passaggi e paesaggi umani, costituiscono un novum e unicum culturale in differenti scale spaziali temporalizzate. Nei discorsi dominanti compare, accanto ai migliori Piemontesi e Bergamaschi, la manodopera «indigena», che durante la temporalità della sua formazione industriale è abbondante e docile.
Entriamo invece nel vivo dei conflitti minerari facendo un sesto passo nelle conflittuali temporalità del Novecento minerario. I ceti subalterni si differenziano e si staccano dai ceti dominanti promuovendo nuove esperienze nelle loro relazioni di lavoro e di vita. Si confrontano e criticano, imputano e rivendicano, chiedono e propongono, progettano e manifestano pubblicamente. Subiscono e nel contempo agiscono autonomamente, trasmutandosi in figure culturali bifacciali. Si muovono facendosi gruppi e cortei, dicendosi un ‘noi’ e divenendo un noi minerario di contrattazione, per creare nuovi tempi di condizioni e di relazioni umane minerarie vitali condivise. Pur con certi limiti, quelle lotte furono cruciali esperienze culturali vitali, per poter vivere ma anche di saper vivere, per trasformare i limiti di salute subiti in diritti universali alla vita.
Il passaggio temporale che segna il cambiamento di masse amorfe, frammentate e disperse, che divengono i ‘noi’ conflittuali e in espansione, emergenti in superficie nelle miniere, nei paesi e nelle città minerarie, marca il Novecento a lungo agitato in vari casi e in vari centri della Sardegna.
La costellazione di casi che illustra i saper vivere minerari esercitati in Sardegna si manifesta assai prima del Novecento. Prende avvio, infatti, dall’urbanità mineraria medioevale di Iglesias. Si realizza con la magistratura dei Maestri del Monte per sanare contenziosi e conflitti, con le norme dei soccorsi nei rischi minerari e con le loro inappellabili parole sentenziali: inappellabilità come novum e unicum rispetto ad altri statuti comunali e allo stesso codice di Massa. Iglesias, esempio illustre nel panorama minerario italiano del suo tempo, è seguita da altri casi localizzati e temporalizzati di saper fare minerari vitali ben praticati nell’Isola. Nel Novecento emergono nuovi fatti, nuovi centri e nuovi protagonisti. Guspini nel 1903 con la creazione di ‘noi’ aggreganti e mobilitanti protagonisti nello sciopero e nella stampa locale. Buggerru nel 1904 e nel 1908 con minatori che s’impegnano per la produzione di diritti umani, anticipando di 40 anni la dichiarazione internazionale del 1948. Gonnesa nel 1906 con la marcia della popolazione nei centri vicini fino Barega, dove furono fermati dalle forze dell’ordine, per estendere nel territorio le alleanze popolari nelle lotte per poter vivere. Carbonia dal 1938 per l’antifascismo diffuso e rivolto alla rigenerazione urbana, per gli impegni democratici verso le periferie nella seconda metà degli anni Settanta con l’istituzione politica delle Circoscrizioni Comunali. Silius dal dopoguerra per l’estensione del saper fare tecnico minerario in altri settori produttivi di vita. Gadoni dal dopoguerra per la capacità di creare amicizie democratiche, che innovavano il tradizionale codice barbaricino, a partire dalle autonome condotte d’amicizia onorevole, promosse nelle solidarietà minerarie. Lula per le opposizioni contro le autorità ingiustamente impositive, anche quando femminili.
I territori del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, del Sarrabus-Gerrei, della Barbagia, offrono una variegata costellazione di casi in cui si realizzano saper fare minerari vitali con caratteristiche di novum e di unicum di straordinario interesse antropologico. Presentano, a ben vedere, anche obiettivi di diritti culturali non raggiunti o aggirati, traditi o ridimensionati, vanificati o ignorati. Tuttavia, il percorso culturale delle masse minerarie subalterne del Novecento dalle sottomissioni subite alle affermazioni della propria autonomia è di straordinaria rilevanza antropologica. Fatti, discorsi, relazioni, indicano formazioni di gruppi e di movimenti che diventano soggetti collettivi di rappresentanza democratica nei conflitti vitali. Tali soggetti, individualmente e collettivamente, costituiscono un preziosissimo e inestimabile patrimonio culturale di sperimentazioni, localizzate e temporalizzate, che offrono sapienti realizzazioni del fare vita e del fare umanità democraticamente condivisa, insieme alle produzioni di minerali. Donano sperimentati esercizi del saper vivere e del saper far vivere creando un comune orizzonte democratico di condivisione vitale. Si tratta di una particolare rete di unità culturale che lega persone e gruppi che, perfino quando sconfitti nelle controversie democratiche delle storiche esperienze minerarie, sanno parlare nei rischi e nei conflitti vitali del presente. Tali esperienze attraversano il cruciale tema gramsciano delle masse disperse e inerti che si fanno gruppi e movimenti autonomi di emancipazione e di liberazione. Siamo di fronte a un tema che registra un rinnovato interesse di studio nell’attualità con le sue contrastate crisi frammentarie e divisive, come indica gramscianamente Chalcraft (2025).
L’autonoma capacità di farsi umani, scientificamente detta autopoiesi, in miniera aveva una forma assai differente dalle esperienze riferite da Remotti (2013). In miniera la trasformazione di sé era connessa a quella di vari luoghi e relazioni, secondo differenti livelli della produzione di sicurezza vitale. Tale configurazione costituisce il settimo passo dei saper fare minerari vitali.

Trasformando vari luoghi e relazioni a differenti scale di rischio in varie temporalità minerarie, appare come un patrimonio di sperimentazione per nuove territorializzazioni. Pertanto, possono apparire realistiche eterotopie, cioè cambiamenti di luoghi e territori, capaci di suscitare nuove soggettivazioni, nuove umanizzazioni, nuova umanità
Un innovativo eco-territorialismo e un neo-patrimonialismo, entrambi minerari e vitali, possono essere realizzati da nuovi e innovativi saper fare minerari vitali per praticare soluzioni dei danni ambientali minerari e industriali. Bonifiche, rigenerazioni e riabilitazioni territoriali e ambientali possono suscitare nuovi paesaggi vitalmente securizzati e volti al futuro con un’ampia creatività di benessere vitale condiviso, a partire dai corpi e dalle persone. Queste ultime possono assumere nuovo valore, partecipando a innovative soluzioni dei storici rischi territoriali, diventando soggetti capaci di trasformare luoghi malsani rendendoli vitali, e nel contempo modificando e abilitando sé stesse.
I moti emancipativi del primo Novecento presero avvio dalle penurie di cibo connesse ai salari insufficienti per garantire minimi vitali alle persone e ai loro corpi, in tempi in cui il difficile poter vivere costituì una specifica soglia di intollerabilità, sia fisica e sia culturale.
Era un mondo che diventava teatro di eccezionali violenze ed eccidi: lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904 con 4 morti; quello di Gonnesa del 1906 con tre morti fra Gonnesa e Nebida, in cui perse la vita una popolana, Federica Pilloni; i fatti di Iglesias nel 1911 con sette minatori uccisi. Nell’arco di sette anni si contano 14 morti, minatori e persone del popolo. A tali violenze si aggiungono, a marcare le temporalità delle morti sul lavoro fino al fascismo, 649 morti in Sardegna, comprendendo poi la modernità di Carbonia se ne contano lì almeno atri 312, secondo le preziose rilevazioni dell’Associazione Minatori e Memoria. I morti in miniera parlavano in quei tempi e parlano al drammatico presente dei morti sul lavoro. Hanno temporalità multiple che giungono all’oggi.
Operai e operaie erano vincolati in un sistema di consumi, organizzato dalle stesse aziende minerarie, imperniato su aziendali cantine privilegiate dove si acquistava con buoni o con moneta aziendali. Tale sistema aziendale aveva una genealogia culturale di riferimento inglese, nota come truck-system. Su Bacu Abis, nel corso degli interrogatori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta nel 1908, un operaio fornì un esemplare di ghignone, il buono emesso dall’azienda con funzione monetaria nella cantina aziendale. Succedanei a Carbonia ne furono, durante il dopoguerra, i cosiddetti ‘boni fidus’. Nel sistema aziendale di monopolio del commercio minuto i viveri erano più cari, i generi scadenti e la circolazione monetaria avveniva con collaterali sistemi di prestiti ad altissimi tassi d’interesse, che erodevano i salari già insufficienti per vivere. Alcuni storici chiamarono “battaglie per il pane” i vari moti rivendicativi di quei tempi, altri li identificarono come “lotte salariali”. In uno schema evolutivo, quelle prime esperienze contestative e rivendicative dei movimenti operai sono state considerate deboli perché precedevano l’azione dei sindacati e dei partiti. In realtà cominciavano a sorgere le Leghe operaie e il partito socialista si muoveva già nelle zone minerarie dell’Isola e fra i battellieri di Carloforte.
Le lotte del primo Novecento, a ben vedere, furono collettive azioni vitali. Operai e operaie collegavano concettualmente le penurie di cibo e i difficili accessi al cibo sia agli alti prezzi dei generi di prima necessità e sia alla esiguità dei salari. Le loro ripetute richieste di un minimo salariale garantito documentano il legame stabilito, in quei luoghi e in quei tempi, fra salario e vita.
Quelle lotte salariali si situano nei movimenti storici per il diritto alla vita e in un arco rivendicativo e affermativo di diritti umani che anticipa penurie e crisi dell’attuale modernità. Visti con lenti gramsciane quei movimenti mostrano ancor di più. Presentano il passaggio di masse passive e dominate che divengono masse attive e autonomamente emancipative. Indicano la formazione di raggruppamenti, di movimenti e di consensi in espansione rivendicativa di diritti vitali durante contrasti aziendali e istituzionali, sia a livelli locali e sia a livelli territoriali più ampi, fino al territorio nazionale. Segnalano soggettivazioni collettive di gruppi e movimenti. Designano nuovi soggetti in formazione culturale e sociale.
Il percorso concettuale che ho prospettato è partito dalla prima questione dei saper fare minerari vitali come asse transdisciplinare. La seconda questione ha messo in luce la correlata duplicità dei paesaggi minerari sopra e sotto la terra e l’ineludibile importanza di certa edilizia minore nei paesaggi minerari. La terza tappa ha indicato nel patrimonio minerario caratteristiche congiunte di elementi materiali e immateriali. Il quarto punto ha riguardato le multiple temporalità minerarie e i conflitti per il governo democratico del tempo di lavoro e di vita. Il quinto passo ha toccato l’incontro con le élite minerarie, i loro discorsi e le loro informazioni. Il sesto tema ha interessato i conflitti minerari del Novecento e il loro carattere anticipatorio di modernità culturale democratica nell’orizzonte dei diritti umani. Il settimo ha riguardato la formazione di soggetti autonomi, le soggettivazioni individuali e collettive durante le sottomissioni. L’ottavo argomento parte dai soggetti del Novecento per sollecitare la formazione di nuovi soggetti produttori di vita nei territori minerari inquinati del 2000. Giunge agli attuali lasciti del malsano minerario e all’esigenza di una complessiva rivitalizzazione di luoghi e persone, in nuovi territori e paesaggi per farli diventare salutari.

Considerazioni provvisorie
Nelle temporalità di quest’epoca di de-territorializzazioni, favorite anche dalla rivoluzione informatica, un patrimonio di storiche umanizzazioni minerarie di grande rilevanza dal punto di vista antropologico e culturale è disponibile per incitare a dare nuovo senso culturale e antropologico agli storici territori minerari, investiti da nuovi rischi dopo le dismissioni estrattive. Il patrimonio degli storici saper fare minerai vitali incoraggia a trasformare gli storici territori minerari inquinati con innovative pratiche, capaci di fare e dare nuova vita durevole e democraticamente condivisa agli spazi industriali dismessi. Tale storico patrimonio culturale minerario giunge ora fino alla nostra contemporaneità. Costituisce un innovativo e originale lascito patrimoniale culturale, sostenuto da storici impegni vitali che toccano unitariamente i generi e il genere umano.
Il lascito dello storico patrimonio culturale dei saper fare minerari vitali, esercitati quotidianamente e diffusamente dai ceti subalterni nelle storiche miniere attive, si unisce nella contemporaneità a un’altra imponente eredità proveniente dalle aziende minerarie, private e pubbliche. L’eredità, incombente e onerosa, è costituita da discariche e da rischi ambientali, monumentali o impercettibili. Gli aspetti socio-tecnici della storica esperienza mineraria anticipavano rischi vitali i quali, con fenomeni e forme differenti, indicavano oscurità del presente.
Il complessivo lascito ambientale di storico malsano minerario s’intreccia, nel presente delle storiche comunità estrattive, anche con i rischi economici e sociali di una complessiva e dominante de-industrializzazione dei territori minerari. È accompagnata dalle fragilità storiche della generale mancata integrazione industriale delle zone agricole, interne o limitrofe agli storici territori minerari. S’intreccia anche con le emigrazioni giovanili e con gli spopolamenti che invecchiano, incupiscono e spengono centri minerari e produzioni culturali territoriali.
Urgono, in tutta evidenza, nuovi impegni innovativi e creativi di altissimo profilo culturale, con inedite e onorevoli qualità di novum e di unicum per realizzare nuove temporalità vitali, durevoli e democraticamente condivise, nei rischi e nelle fragilità del presente e del futuro negli storici centri e territori minerari della Sardegna. Urge un nuovo patto fra discipline scientifiche e fra queste e le istituzioni.
Nell’incombente de-territorializzazione appare necessario, nei centri minerari connessi a scala zonale e regionale, creare un’estesa dimensione territoriale di creativi cambiamenti vitali di nuovo benessere eco-territorializzato e soggettivizzante. Tale impegno diffuso e unitario pare ineludibile per la produzione di nuovi paesaggi capaci di esibire inedite estetiche paesaggistiche: nuove armonie di rigenerazioni che contengono il malsano storico, bonificato e risanato, malsano sostituito con inediti saper fare minerari vitali, scientifici e innovativi, capaci di rigenerazioni vitali spaziali e temporali degli storici territori minerari inquinati. Estetiche di nuovi esercizi di umanità che diventa accudente creando nuove temporalità, inclusive di nuove relazioni vitali tra territori e paesaggi, fra corpi e paesaggi, fra vite e paesaggi.
La produzione di nuovi territori e paesaggi vitali implica un importante cambiamento del ruolo e dello statuto culturale delle persone stesse, residenti o non residenti, che frequentano i territori minerari come territori d’affezione e di cura, impegnandosi in vari modi per renderli rigenerativi di vita. Pensiamo alle varie forme di riuso scientifico dei siti minerari, per esempio a Gonnesa e a Lula, in cui sono state dismesse le attività estrattive e in cui le duplici relazioni fra il sotto e il sopra della terra, con nuovi passaggi e paesaggi, segnano tempi di metamorfosi culturali e antropologiche nell’antropologia mineraria della contemporaneità.
Il turismo culturale, rigenerativo sul piano delle conoscenze e delle esperienze in sito, potrà assumere una nuova dimensione con la realizzazione di un innovativo modello sanitario che caratterizzi i centri minerari per una specifica connessione con i diritti alla vita attraverso la prevenzione dei rischi di salute che toccano non solo gli abitanti, ma anche la salute delle persone ospitate nei soggiorni turistici.
Nuovi impegni, di alto profilo scientifico e istituzionale democraticamente partecipato, possono essere realizzati nel solco culturale dei saper fare minerari vitali traducendone il senso, i principi, la democratica intenzionalità vitale. In tali modi potremo presentarci per nuovi riconoscimenti di valore, anche internazionali, per qualificare ampiamente il patrimonio antropologico e culturale del mundus e del tempus minerario, umanizzante in modi durevoli e democraticamente condivisi, che dalla Sardegna si volge all’Umanità.

Paola Atzeni

* Questo testo costituisce la conclusione delle mie riflessioni che compongono la prima parte di un Dossier di Antropologia Mineraria, attualmente in gestazione, che probabilmente uscirà in forma iniziale di pre-print. Una sintesi di questo scritto è stata presentata in occasione del Convegno su I valori del Patrimonio storico minerario della Sardegna per il mondo, tenutosi il 2 settembre 2025 a Carbonia. Si offre qui una parziale anticipazione del testo complessivo per favorire conoscenze, ampliamenti di riflessioni e impegni che possano diventare diffusamente molecolari nei territori minerari.

1 I poligoni
Il recente libro di Aide Esu (2024) conduce fin dentro certi spazi isolani ignoti e ignorati. Porta la nostra attenzione lontano dall’iconografia turistica: dalle affollate spiagge delle élite da rotocalchi e dai più remoti luoghi boschivi o incontaminati, fotografati spesso per nobilitarli propagandisticamente come “selvaggi”. Tali luoghi sono definiti trasferendo impropriamente la natura selvatica in un ambito umano, un ambito idealmente ancora non toccato dalla civiltà e fortemente inferiorizzato nei durevoli approcci evoluzionistici che alimentarono vari razzismi fin dalla seconda metà dell’Ottocento. Pubblicato nel 2024 dalla casa editrice Ombre Corte nella sezione culture è abbondantemente documentato e sobriamente scritto. È avvincente fin dalla copertina che espone a tutta pagina la foto della recinzione di un sito militare.
Prima di leggere il titolo del libro, si scorge un cartello giallo. Nella prima riga si legge zona militare e si offre a grandi caratteri una toponomastica qualificativa della militarizzazione: divieto di accesso. La seconda riga, esplicita una prescrizione interdittiva e una preclusione all’accesso. Sorveglianza armata, la scritta finale, annuncia infine controlli rischiosi a cui si espongono le persone inosservanti dei divieti. La rete che sostiene visivamente il cartello dice ancor meglio degli enunciati, infine, i poteri e le interdizioni in campo. Il titolo rende conto del contenuto del testo: Violare gli spazi. Militarizzazione in tempo di pace e resistenza locale.
Richiama il violare e le violenze in tempo di pace. Indica immediatamente il carattere violento del fenomeno e del processo di militarizzazione localizzato nell’Isola.
L’autrice è una sociologa di ampia formazione, aperta ai dialoghi interdisciplinari e transdisciplinari, come indicano anche i suoi temi e i suoi casi di studio. Offre nel suo resoconto di ricerca un quadro globale delle esperienze di militarizzazione portate avanti dalle geopolitiche occidentali. Con la sua sociologia particolarmente attenta ai dati qualitativi, “qualitativista”, e che si avvale per questa indagine di precise ricerche etnografiche sul campo durate otto anni, è assai vicina a certi orientamenti etno-antropologici non solo metodologicamente, come vedremo scorrendo il suo scritto. La studiosa sceglie di indagare la socialità non solo nei conflitti in sé, ma specialmente negli spazi conflittuali, come ha fatto e continua a fare per il conflitto israeliano-palestinese. In questa sua ricerca va a monte delle guerre, entrando in luoghi specifici, istituiti per apprendere a esercitare la forza nei conflitti armati. Con la scelta di indagare i modi di spazializzare le basi delle esercitazioni militari la studiosa muove un’espansione della sua iniziale postura teorica, primariamente orientata soprattutto verso i protagonisti dei conflitti. Il dar luogo alle guerre e alle distruzioni armate simulate nelle esercitazioni dà luogo in vari casi a distruttive esperienze umane, individuali e di gruppo. In generale, esercitarsi alla guerra creando luoghi specifici di addestramento bellico si situa realisticamente in un preciso paradigma di relazioni di forza armata, piuttosto che di pacifiche relazioni diplomatiche volte a risolvere controversie. In più, il tema delle violenze tematizza e problematizza il fenomeno della produzione dei luoghi che, espropriati alle attività produttive con dichiarate assicurazioni vitali, assumendo un’esclusiva dimensione transnazionale e innovativa delle tecniche di guerra diventati militari con dichiarati obiettivi di sicurezze vitali e mutati invece in luoghi di rischi mortiferi con false promesse securitarie.
Il libro ci parla di luoghi della Sardegna espropriati per fini militari da più di mezzo secolo, contrastati e rivendicati per essere rigenerati e trasformati in nuovi luoghi da riabitare, da far ri-vivere e da ri-vivere in modi gestiti e controllati pacificamente e democraticamente. Su tali luoghi Aide Esu indirizza uno sguardo misurato dalla consapevolezza, esplicitata nell’introdurre il proprio discorso, che si tratta di conciliare le esigenze di uno stato democratico di organizzare un suo apparato di difesa e il mancato riconoscimento dei diritti dei residenti sui cui gravano le pertinenze militari. Il suo sguardo misurato apre sobriamente la questione democratica del riconoscimento e del rispetto dovuto alle autorità pubbliche e, congiuntamente, al riconoscimento e al rispetto che le autorità devono ai cittadini. Il libro non offre risposte, ma solleva una questione di fondamentale rilevanza. L’ultima parte del testo dà voce a residenti che non hanno avuto interlocutori con cui dialogare.
Di questo scritto tenterò una non facile sinossi, mirando a privilegiare secondo i casi alcune questioni connesse a linee di riflessione socio-antropologica. L’incipit del testo scelto è assai originale.
Sembra il brano di un’intervista, una tranche de vie o un racconto di vita di certi antropologi, sociologi, storici, i quali con preciso orientamento scientifico utilizzarono racconti di particolari esperienze vissute o di intere storie di vita come fonti utili, al pari e insieme a quelle archivistiche, per delineare epocali forme di vita localizzate, sviluppando teorie e metodi analitici in un vivace trentennio di ricerche (J. Poirier et alii 1983, M. Halbawachs 1987, E. Tonkin 1992, M. Pistacchi curatore et alii 2010, P. Clemente 2013). In realtà, nel libro di cui parlo è riportata una parte della deposizione, resa il 26 luglio del 2017 da una donna di 72 anni, Eligia Agus, al processo contro gli otto comandanti al Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ).
Aveva vissuto 42 anni a Quirra. Due suoi figli erano morti di tumore, un terzo era stato operato per un tumore e lei stessa era stata operata per un tumore alla tiroide. Fin dall’incipit il problema della biografia di sofferenza, anche nelle pieghe delle plurali dimensioni familiari e comunitarie, diventa subito centrale e dirompente nell’accompagnare il filo narrativo ufficiale delle militarizzazioni. La testimonianza pone per sé il problema di un doppio riconoscimento dovuto alla persona: non solo di quanto e quale è da malata, ma di quanto e quale aveva diritto di essere in salute, come in un doppio registro dell’essere, dell’ontologia.
Il discorso personale e sconosciuto di questa donna diventa pubblico e noto nel processo, prima che nel libro. Appare come discorso di un’esperienza dolorosa cumulata in una serie di molteplici eventi vissuti e patiti, anche luttuosi, che fanno parte di sé e delle attività militari in tempo di pace incorporate dannosamente. Palesa in un duplice registro la valenza di un personale modo di essere, proprio di una persona diventata mutilata anche negli affetti e mutata nel proprio corpo, fatto malsano. Svela anche un possibile modo di essere al mondo, individuale e potenzialmente collettivo, tragicamente spazializzato e temporalizzato: modo di «esserci» diventando prossimi e destinati alla morte nello spazio-tempo militarizzato di Quirra. Scopre un modo e un mondo, non detto fino ad allora pubblicamente, in cui per certe persone sembra dominare la spazialità dell’esserci quasi come essere lì a rischio di morte, confermando una loro negativa condizione di vita subita. Si tratta di una condizione mortale incombente che Martin Heidegger nel 1927 aveva filosoficamente teorizzato come specifica dimensione umana esistenziale, alla quale la militarizzata modernità rischiosa sembrava dare una propria effettività e consistenza, storicamente situata e determinante a Quirra e nei singoli contesti identificati. I luoghi malsani e mortiferi di Quirra erano identificati nella loro verità nascosta, nell’immediato della scena processuale, a partire dai corpi dei morti e dei malati nominati da questa donna, dalla sua presenza e dal suo discorso di verità.
L’esperienza del nocivo materialmente incorporato in questa donna, che aveva patito e pativa anche quella dei suoi familiari deceduti e sopravvissuti, diventava discorso pubblico. Era sostenuto da immateriali saperi e valori di vita che davano concretezza di nocività sia allo spazio da lei abitato nella convivenza con il poligono, sia al poligono stesso come matrice localizzante lo spazio nocivo, negato nei discorsi istituzionali.
La militarizzazione documentata e analizzata dall’autrice, come fin qui detto, affronta varie questioni lasciate ai margini di vari discorsi istituzionali e si cala nelle profonde reti di relazioni celate, congiungendo altri fondamentali piani d’indagine: per esempio, quelli dei modi di produzione dei rischi negli spazi militari, storicamente socializzati in modo ineguale e ineguagliante in tali esperienze. La postura democratica della studiosa risulta esplicita quando afferma che «non possiamo abdicare alla logica delle forze distruttive» incoraggiando a non lasciarsi chiudere in un contesto e a connettere i diritti alla giustizia, superandone le disgiunzioni.

I primi tre capitoli del libro offrono una lettura critica delle militarizzazioni in Sardegna, evidenziandone i profili politico-istituzionali, sociali e ambientali. Il quarto riguarda le azioni e le rivendicazioni sostenute dai movimenti di resistenza alle militarizzazioni realizzate.
Aide Esu affronta fin dall’inizio il problema della militarizzazione e della costruzione del consenso che gli impatti sociali e politici, vitali e ambientali, rifocalizzati dalle scienze sociali attraverso temi quali forme di dominio e limitazioni di sovranità, risultano accomunare varie esperienze nella estesa rete delle basi militari dislocate nei due emisferi, palesando una dimensione globale. Con riferimenti alla letteratura internazionale, sotto il profilo geopolitico sono sottolineate le importanti funzioni che le basi hanno svolto nel rafforzamento delle reti interstatali, nella creazione di una efficiente logistica globale, nel contrasto al terrorismo. Nel versante dei governi locali, dei cittadini e degli attivisti, le basi risultano generatrici di privazioni della sovranità territoriale, di inquinamenti, di rumori e molto altro.
Le relazioni di potere interstatali non erano paritarie. I dispositivi negoziali di subordinazione erano lungamente secretati, come l’accordo italo-americano che risale a un’intensa attività diplomatica bilaterale degli anni 1949-1954. La segretezza di questo negoziato, ancora oggi vincolato, non contemplava l’approvazione parlamentare. Emerge un paradosso tutto italiano. A differenza di altri Paesi dell’area mediterranea, l’Italia non ha mai rinegoziato gli accordi siglati durante la Guerra Fredda o ridotto il numero delle truppe presenti. Anzi, queste sono raddoppiate in cinquant’anni. Inoltre, nonostante l’Italia rinunci alla produzione nucleare, vengono stoccati armamenti nucleari in territori italiani. Di qui il dispiegamento dei missili Pershing cruise negli anni Ottanta e degli F-16 alla fine degli anni Novanta. Le attività militari sono al centro dell’attenzione mediatica per altri aspetti che, per esempio a Perdasdefogu, assumono la connotazione antropologica di cambiamenti di forma di vita o di stili di vita. I militari creano un teatro e un cinema, incentivano le attività sportive, creano iniziative ludico-culturali per le feste, incoraggiano la costruzione di un istituto tecnico. Forniscono anche nuovi servizi alla comunità come l’assistenza medica d’urgenza, e sostengono il servizio antincendio per la prevenzione estiva. Tali narrazioni costituiscono il filo giustificazionista della presenza militare a Perdasdefogu dove si realizza il modello del consensus building affidato a specifici servizi, chiamati Combined Information services (CIS).
Il demanio e le servitù militari occupano lo spazio che va da nord a sud, da est a ovest della Sardegna con poligoni militari, basi aeree, base appoggio per sommergibili nucleari. I gravami delle servitù militari nel territorio nazionale incidono percentualmente lo 0,36 in Friuli e lo 0,56 in Sardegna, scelta come territorio elettivo per gli addestramenti, per le sperimentazioni dei sistemi d’arma e per la ricerca aerospaziale. Le superfici occupate con finalità militari sono catalogate in tre tipologie: spazio occupato permanentemente ed esclusivamente dai militari per usi specifici; aree in prossimità delle basi o dei poligoni non occupate permanentemente ma interdette ai civili per ragioni di sicurezza; aree non permanentemente occupate dai militari e interdette in ragione delle esercitazioni stagionali. Il concetto di servitù militare, introdotto in epoca napoleonica, è stato normato dallo statuto albertino e in seguito modificato. La servitù militare è l’insieme delle limitazioni e dei divieti imposti tanto sui beni privati quanto sui beni pubblici, situati in vicinanza delle installazioni militari e delle opere a queste equiparate. Tali limitazioni possono dar luogo a forme disciplinate e parziali di co-uso. Il consenso viene alimentato intrecciando il filo della modernizzazione che sostituisce l’arretratezza, quello dell’orgoglio per il nuovo peso che la Sardegna assume nel Mediterraneo e nello scacchiere militare internazionale, potendo acquisire un futuro di conquiste spaziali.
Andiamo ora nei siti, caso per caso. La base di La Maddalena si discosta parzialmente dagli altri casi per la mancata resistenza alla Base Usa, probabilmente per una storica apertura culturale alla marineria.
L’accordo del 1972 dettaglia la tipologia d’uso dell’isola di Santo Stefano, convertito da deposito di carburanti a punto di approdo di nave appoggio per sommergibili di attacco della U.S. Navy. Le pratiche degli accordi-quadro, in un sistematico rinvio a scatole contenitive di ulteriori accordi, consentono modifiche degli accordi senza regolazione in materia nucleare mentre, come dice un attivista maddalenino: «rende difficile orientarsi e più forte il segreto, la riservatezza, la indefinitezza delle cose». La giustificazione del ruolo antisovietico di questa base regge fino alla caduta dell’Urss nel 1990-91. La unilateralità delle decisioni su questa esperienza riapre la questione sui limiti della sovranità nazionale e sulla segretezza delle decisioni e delle loro applicazioni. L’opposizione della Regione Sardegna fu respinta dal Vice Commodoro Usa perché la Regione fu considerata autorità non competente e la base venne usata nel corso della guerra in Iraq, violando le decisioni del Parlamento italiano e del Consiglio Superiore della Difesa. Nel 2004 il governatore della Regione Sardegna, Renato Soru, aprì un contenzioso con il governo italiano per chiedere la riduzione delle servitù militari e la chiusura della base di La Maddalena. Nel 2008 gli americani lasciarono questa base.
Alcune oscurità e certi rischi democratici connessi alle militarizzazioni si trovano in indagini laterali, com’è accaduto in occasione della testimonianza di Giulio Andreotti alla commissione parlamentare sulle stragi a proposito della segreta organizzazione armata di Gladio, con 622 appartenenti rilevati ma stimati almeno il doppio. Gladio fu elaborata e armata dalla Cia nel 1956 con il nome Stay Behind, con zona addestrativa ricadente fra Poglina e capo Marraggiu. È ora noto che contava su quaranta nuclei operativi: 6 informativi, 6 di propaganda, 6 di evasione fuga, 10 di sabotaggio, 12 di guerriglia. Al contrario di altri paesi con l’eccezione della Turchia, in Italia questa organizzazione segreta si mantenne anche dopo la caduta della “cortina di ferro” per contrastare le forze politiche di sinistra. Inoltre l’indagine del giudice Casson, riaprendo nel 1980 il caso della dimenticata strage di Peteano, avvenuta nel 1972 con tre carabinieri morti e un reo confesso della destra eversiva, confermò l’attività della Gladio come struttura clandestina. Mostrò, inoltre, che il plastico usato per l’attentato era in uso alle forze Nato. L’evidenza del contributo della Nato nello stragismo nero di quegli anni aprì uno squarcio investigativo sulle pratiche stragiste, generalmente attribuite alla sinistra. Nel buio di quei fatti e di quegli anni prevalevano i segreti e le secretazioni, insieme alle produzioni discorsive volte a incrementare i consensi sulle militarizzazioni.

Procedendo nei luoghi militarizzati, sulle prime essi appaiono dispersi. In realtà, non mancano interessanti connessioni funzionali fra loro.

Il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) di Perdasdefogu è una struttura permanente che occupa una superficie di circa 120 kmq, a cui si aggiungono quasi 10.000 miglia a mare. Convertito in Ente interforze nel 1959, è la più grande base militare italiana e uno dei più importanti poligoni sperimentali per esercitazioni e addestramento d’Europa. Ricade per la maggior parte nel comune di Perdasdefogu e per un’altra nel comune di Villaputzu. La base opera in modalità integrata con l’attività aeronautica di Decimomannu, il poligono di capo Frasca e il distaccamento aereo di Cagliari-Elmas. Nel poligono si svolgono attività addestrative nazionali ed estere in bianco e a fuoco, comprendenti unità missilistiche e di artiglieria, utilizzo di laser e di altri sistemi tecnologici, esercitazioni a fuoco sia a terra che a mare, esercitazioni aeree e navali  anche a fuoco. Durante le esercitazioni della Nato si aggiungono esercitazioni anfibie, navali e aeree, in coordinamento con le basi di Decimomannu, di Capo Frasca e di Capo Teulada. Attualmente si svolgono collaudi di prototipi di missili e di bersagli, prove di qualità in collaborazione con industrie ed enti nel settore dell’elettronica aerospaziale, attività legate alla ricerca scientifica del Distretto aerospaziale della Regione Sardegna, ricerca e sperimentazione in cyber-defence, cyber-security e modelling&simulation.
Il poligono di Capo Teulada, nel sud-ovest dell’Isola, si estende per quasi 7500 ettari nel territorio del comune di Teulada e solo in minima parte, circa 25 ettari, in quello di Sant’Anna Arresi. Ai 72 kmq di area permanente si aggiungono 748 kmq di zona marina e di aree interdette alla navigazione nei periodi di esercitazioni. Secondo la Marina Militare il poligono non ha alternative comparabili in tutto lo spazio europeo ed è il solo poligono che consente addestramenti interforze e combinati con altri paesi alleati. Si svolgono attività di sganci reali di munizionamento inerte, lancio di missili inerti da aeromobili, sbarchi anfibi, aviolanci, aviosbarchi ed elisbarchi. Le interdizioni permanenti coprono un territorio di oltre 32 kmq, mentre l’area marina interdetta può giungere fino a 1.300 kmq. Vi si svolgono esercitazioni di forze Nato con l’installazione di strutture mobili nei periodi di addestramento.
L’aeroporto militare di Decimomannu, operativo dal 1940, dista 20 km da Cagliari. Dal 1991 al 2016 è passato alla gestione Italia-Germania. Oggi è un reparto sperimentale per la standardizzazione di tiro aereo.
Il poligono di Capo Frasca, in prossimità di Oristano, è un’installazione di tipo permanente. Occupa un’area di circa 14 kmq in cui si praticano tiri con munizionamento inerte. L’operatività è integrata con addestramenti Nato e nazionali dell’aeroporto di Decimomannu. La base Air Force di Monte Limbara, nel comune di Tempio Pausania, è stata abbandonata nel 1993.
Esigenze della Difesa e delle comunità locali pongono problemi non solo di ordine istituzionale, ma anche di ordine economico e di ordine ambientale. La costituzione di comitati paritetici regionali non riesce a risolvere il problema delle compensazioni, della complessità delle loro procedure e delle loro erogazioni irregolari. Decenni di addestramenti e di sperimentazioni hanno compromesso lo stato ambientale delle aree dei poligoni. La condizione ambientale del poligono di Teulada è fortemente compromessa e procedono le azioni legali per devastazione ambientale. Avanzano, inoltre, denunce dei familiari di deceduti per tumori del sangue. Appare una maggiore lentezza negli accertamenti delle responsabilità sanitarie a Teulada mentre il caso di Quirra, con il lavoro della commissione parlamentare sull’uranio impoverito, al di là degli aspetti infruttuosi, apre una breccia nel silenzio istituzionale sui costi ambientali e specialmente sugli impatti delle militarizzazioni nel versante della salute pubblica. Pare poco, ma è già tanto importante.
I casi di La Maddalena e di Quirra fanno emergere, nel secondo capitolo, le relazioni interstatali dominanti alle quali corrispondono le debolezze istituzionali dello Stato italiano e delle sue articolazioni che determinano le sottrazioni di territori abitati e lavorati, limitandoli ad esclusive attività militari. A La Maddalena sembrano prevalere varie incertezze che, di fatto, delegittimano le rilevazioni del rischio . Nel poligono del Salto di Quirra l’incuria, la minimizzazione e il diniego del rischio deresponsabilizzano i vertici militari per gli impatti ambientali. Le isole in una prospettiva mondiale sono accomunate, nel terzo capitolo, da un generale processo globale di militarizzazione, da pratiche coloniali insediative, finalizzate a situare le attività militare in spazi resi invisibili e a propagandare un ambientalismo di facciata (greenwashing).
Il quadro complessivo apparve alquanto unitario delle singole situazioni quando, nella relazione finale della commissione parlamentare sull’uranio impoverito, si manifestò la necessità di pianificare una riduzione degli insediamenti militari entro tre mesi dall’approvazione della relazione. Il contenimento avrebbe dovuto realizzarsi su molteplici piani: la progressiva riduzione delle aree soggette a servitù militari, la dismissione dei poligoni di Capo Teulada e di Capo Frasca, la riqualificazione del Poligono Interforze del Salto di Quirra, la stipula di un’intesa con la Regione Sardegna, la bonifica e la contestuale riqualificazione delle aree liberate dai vincoli, il finanziamento, la progettazione l’insediamento di attività alternative, idonee ad assicurare e a incrementare i livelli occupativi. Il documento raccoglieva le richieste degli amministratori locali per limitare la finestra esercitativa nel periodo estivo al fine di non danneggiare le attività turistiche. In applicazione della normativa europea sull’ambiente, si affermava la non derogabilità ai limiti di concentrazione dei valori di soglia per specifiche sostanze, data l’incidenza di malformazioni o di patologie, soprattutto nelle aree caratterizzate dalla presenza pluridecennale di poligoni. Infine, si sosteneva la tutela di lavoratori, militari e civili, che operavano nelle aree soggette alle servitù militari. Tali impegni si rivelano pure enunciazioni di principi. In pratica, venivano successivamente azzerati gli esiti delle commissioni investigative ed esautorate le istituzioni parlamentari. L’insieme degli addestramenti nella primavera del 2023 ha coinvolto gli spazi militari di tutta l’isola.

Il percorso delle esperienze di protesta e di resistenza, dirette contro le occupazioni militari, spingono a tentare di cogliere le aspirazioni che nutrono la democrazia e producono futuri come fatti culturali, per dirla con l’antropologo Arjun Appadurai (2013). L’ampia letteratura richiamata da Aide Esu per individuare i caratteri magmatici e intersezionali, che situano tali esperienze in un contesto globale, è di indubbio valore euristico. Altrettanto utile è la sua storicizzazione delle azioni di protesta secondo scansioni di periodi-chiave. Il primo periodo (1956-1968) coincide con le installazioni militari propagandate come progetto di modernizzazione. Nella seconda fase (1981-2000) la critica alla militarizzazione e il suo rifiuto cominciano ad avanzare. Nel terzo tempo (2001-2013) iniziano ad affacciarsi timori associati al rischio.
Nell’ultimo periodo le comunicazioni si concentrano particolarmente sui rischi ambientali e sulle conseguenze per la salute umana. Andiamo dove è iniziata la protesta.

2 Orgosolo
Vediamo più da vicino il percorso della resistenza alle occupazioni militari partendo dalla Barbagia, cuore della Sardegna, e da Orgosolo. All’epoca della rivolta contro l’installazione permanente del poligono di tiro nel villaggio abbandonato di Pratobello, la Barbagia e in particolare Orgosolo erano al centro dell’attenzione per i sequestri di persona, che raggiunsero l’apice nel 1967 con 26 persone rapite. La Barbagia, classificata come zona delinquente nelle relazioni parlamentari fin dai tempi dell’Unità d’Italia, sottoposta a misure speciali di sicurezza, ha realizzato una storica relazione conflittuale con lo Stato in cui la polizia appariva come guardia armata del privilegio. Sicurezza inferiorizzante imposta con violenza, di contro al giusto rispetto per le autonomie delle persone, con i luoghi ad esse accomunati, appaiono come codici culturali in contrasto, come esperienze storiche locali mal congiunte in ambito nazionale. Studiate antropologicamente da Franco Cagnetta e poi filmate con importanti riconoscimenti da Vittorio De Seta, tali esperienze rimasero orientate da una semantica razzializzante per una lettura neocoloniale a sostegno di misure militari speciali, specialmente nel corso delle ripetute evasioni e catture del bandito Graziano Mesina. Nel 1966, l’invio di migliaia di Baschi Blu per la repressione del banditismo con capillari pattugliamenti alimentò diffuse insofferenze, non solo nel territorio barbaricino.
La protesta di Pratobello fu preceduta da un esteso attivismo politico che assunse la forma di circoli culturali giovanili, dando luogo a fermenti democratici maturati specialmente nelle università. La precedente ribellione contro l’istituendo Parco del Gennargentu sboccò nell’occupazione dell’edificio comunale, ribattezzato Casa del Popolo. Oltre la protesta, si rivendicava la partecipazione democratica alle decisioni e alle scelte. Inoltre, si rifondava e si rinominava il municipio, ribattezzandolo esplicitamente come luogo di tutta la popolazione. Principi di democrazia dal basso sostennero quattro giorni di occupazione del comune con assemblee per favorire la partecipazione popolare. Dichiarata decaduta la giunta in carica per la mancata consultazione popolare in merito all’istituzione del Parco, criticata la mancata trasparenza sulle decisioni in campo riguardanti le attività agro-pastorali, si affermava e si praticava un “giusto” diritto di scelta e di decisione, percepito come legittimo sulle questioni vitali per la comunità locale. Nei quattro giorni di assemblee e manifestazioni furono numerosi i temi affrontati, in particolare quello degli investimenti infrastrutturali e dell’istruzione. In questo animato clima politico cominciarono a diffondersi le notizie sulla istituzione di un poligono di tiro nel territorio di Pratobello. Comparvero avvisi della prefettura, affissi sui muri del paese, nei quali si invitavano i pastori a trasferire temporaneamente il loro bestiame per consentire l’addestramento dell’esercito.
Mentre si materializzava la visione e la forma dell’ingiustizia imposta perentoriamente e violentemente con la sottrazione di un terreno di uso civico, quindi di un bene comune fonte di riequilibrio economico, montava l’indignazione per questo oltraggio. La configurazione della risposta fu quella della nonviolenza, assai innovativa in un contesto culturale in cui era considerato necessario rispondere alla violenza con altrettanta violenza, per contrastarla o mitigarla efficacemente e per farsi valere. Dar luogo e forme a una resistenza oppositiva alla militarizzazione e, congiuntamente, mutare in sé i comportamenti automatici che derivavano da una tradizione consolidata e incorporata che faceva fronte alla violenza con corrispettiva violenza, fu un cimento culturale straordinario e di esito incerto per ogni persona e per la comunità locale. La dimensione del contrasto alla giustizia e il carattere non violento di questo contrasto è ben chiaro all’autrice. Tuttavia, mi preme sottolineare, a proposito di questa esperienza, le pieghe del creativo ricreare luoghi con il concomitante creativo ricreare sé stessi: come una poetica spaziale e un’autopoiesi congiunta. Come una nuova e duplice produzione culturale di un far luogo e dar luogo a ciò che è giusto, sia nello spazio esterno e sia nel proprio sé intimo, da parte dei protagonisti che producendo luoghi del giusto si producevano come persone giuste.
Siamo di fronte a un’agency duale, proiettivamente ed estensivamente duale: agire dando luogo a ciò che è giusto e nel contempo diventare persone giuste. Tale cambiamento del far luogo al divenire del giusto in modi giusti e con valenza duale, spaziale e propriamente intima, si realizzò in primo luogo nel municipio e sul municipio di Orgosolo con i suoi protagonisti, e poi a Pratobello. Per queste ragioni Orgosolo, con le sue esperienze di partecipazione democratica, si presenta ancor oggi come una matrice culturale di soggettivazioni democratiche e autonomistiche, in un periodo di crisi dell’autonomismo, non solo istituzionale. Guardando propriamente verso i luoghi, i manifestanti andarono ben oltre l’ingiusta espropriazione del bene comune. Infatti, manifestarono intendimenti di uso propriamente rigenerativo del territorio quando criticarono l’invio di carri armati, cannoni e truppe, anziché trattori per arare, palesando aspirazioni e intendimenti propri per riabitare e riabilitare il territorio di Pratobello.
Emergeva un tipo di dualità nei modi e nei contenuti delle pratiche: pratiche contro e pratiche per, semplificando al massimo. In realtà, bisognerebbe individuare nelle azioni negative anche i possibili contenuti affermativi e viceversa. Inoltre, mantenendo un’attenzione analitica in mobilità durante processi in corso, pare necessario accompagnarne analiticamente il divenire ancora incompiuto e fluido, informe e instabile, differenziandolo da una identificazione statica o compiuta nelle indagini sul campo. Accade infatti che vari approcci funzionalistici, i quali ben visualizzano certe realizzazioni di processi compiuti, risultino ciechi di fronte a configurazioni transitorie, emergenti in particolari processi in corso, destinate o meno a esiti stabili. A Pratobello si faceva spazio a dinamiche incerte e a pratiche multiple: multiple per estensione spaziale e temporale, sociale e istituzionale.
Emerge l’esigenza di render conto dell’incerto nel divenire delle cose e dei luoghi, delle persone e delle loro relazioni compreso il sé, che si fa altrimenti nel corso di certe esperienze a misura dei cambiamenti. Fra non pochi filosofi, chi ha meglio studiato certi modi di divenire differentemente, svelandoli nella loro transitoria incompiutezza, è forse il filosofo Jacques Derrida (1993, 2008). Mi limito, in questo caso, ad indicare l’importanza della sua prospettiva per gli approcci sui processi in corso e sul divenire altrimenti che riguardano persone e cose, luoghi e territori.

Torniamo agli eventi della resistenza orgolese. L’occupazione fu preceduta da infruttuosi tentativi di mediazione da parte del commissario prefettizio di Nuoro, dalla Questura di Nuoro e dalle organizzazioni sindacali agricole. Il 18 giugno a mezzanotte trapelò la notizia dell’arrivo dei militari della Brigata Sassari per iniziare le esercitazioni. Tramite il segnale convenuto di una musica tradizionale, diffusa da un altoparlante usato per i bandi pubblici, si convocò l’assemblea del paese. Si decisero le iniziative per il giorno successivo.
Il 19 giugno gli abitanti percorsero insieme a piedi, in auto o sui camion, 11 km di salite che conducevano all’altipiano di Pratobello. I pastori avevano dormito in campagna ed erano pronti per occupare il terreno contestato. Le donne bloccarono le strade per impedire il passaggio dei militari. Respinte e trattenute, si difesero e si sparpagliarono. La partecipazione delle donne conferì alla iniziativa locale un carattere popolare unitario, intersezionale fra generi, oltre che fra generazioni. La stampa locale, intanto, attribuiva agli estremisti la guida della protesta. Il quarto giorno, il 23 giugno venne costituita una delegazione per negoziare con il ministro della Difesa. Il 25 giugno si raggiunse l’accordo. Il poligono non doveva essere permanente e ogni decisione doveva essere presa previa consultazione delle autorità locali. La protesta fu sospesa il 25 giugno. L’accordo, letto in assemblea, ebbe solo una decina di astenuti che miravano ad estendere la lotta antimilitarista. Alle denunce si rispose con migliaia di autodenunce.
Molti anni dopo, nel 2009, Beniamino Moro fece intendere i limiti politici della sinistra, specialmente del PCI di fronte a quel movimento, raccontando come fu estromesso dal partito, insieme ad altri suoi compagni, per non aver seguito la linea centralmente stabilita. La crisi dell’autonomismo istituzionale era profonda. Ne aveva vigorosamente parlato, un anno prima degli eventi di Pratobello, Armando Congiu in un articolo apparso su Rinascita sarda nella prima metà di giugno del 1968 con il titolo perentorio: L’autonomia da rifare. Tuttavia, il rapporto fra il partito verticistico e l’autonomia dei movimenti restò a lungo problematico e irrisolto nel P.C.I., costituendo un elemento di non facile convivenza nella sua vita politica interna. Pertanto, pare utile continuare ad osservare le molteplici esperienze di autonomismi locali e la loro difficile relazione con i vari livelli di centralismi standardizzanti e assoggettanti.
La restituzione all’autorità locale del territorio e la sua riabilitazione agli usi produttivi fu un successo di una certa lotta antimilitarista che si svolse in un contenuto ambito di relazioni istituzionali fra Regione Sardegna e Stato. Avvenne prima che avesse inizio un materiale insediamento militare permanente con specifiche relazioni spaziali e temporali. Nelle sottomissioni incombenti, si agì affermando il giusto rispetto dovuto sia all’autorità locale e sia al diritto di scelta degli abitanti per le comuni risorse vitali. Si produssero nuove soggettivazioni di persone e gruppi che realizzavano nuove padronanze di sé e dei luoghi e della stessa configurazione del paese. I murales realizzati e promossi da Francesco del Casino dicono di una lunga creatività democratica partecipata. La poetica di Peppino Marotto è diventato canto di un territorio ideale, spaziato da persone capaci di diventare autonome in condizioni di sottomissione. Il canto continua, nonostante l’uccisione di questo poeta sindacalista. Dice anche le profondità di fratture culturali a prima vista invisibili che riguardano la fragilità valoriale del giusto, sebbene ben misurato sulla condivisione egualitaria, per far fronte a prepotenti interessi, intolleranti di limiti e di controlli. Pratobello, pur considerando certi confini di quell’esperienza, parla al presente vivente e non solo all’antimilitarismo.
La riflessione sull’esperienza partecipativa di Pratobello consente di assumere l’insieme delle sue vicende come polo comparativo delle esperienze antimilitariste realizzate in vari poligoni, come Perdasdefogu, La Maddalena e Teulada nei tempi più recenti. In tali nuovi fenomeni diffusi di antimilitarismo si nota, a prima vista, una differente e ben più debole mobilitazione, nonostante l’attuale inquinamento nucleare e i relativi rischi per la salute incombenti sulle popolazioni locali. In questi casi è assai vistoso il paradosso nei rapporti fra cittadini e Stato il quale, per non far morire i propri cittadini in tempi di guerre, ne compromette la salute e perfino li fa morire in tempi di pace con la pretesa ragione di tutelarli.
Nella costellazione dei movimenti antimilitaristi il gruppo di A Foras (Fuori) promuove iniziative assembleari, insieme a pratiche di ricerca-azione e altri metodi innovativi che hanno permesso la costituzione di una rete capillare assai attiva. Rimane aperto il problema del rapporto fra i movimenti antimilitaristi e i partiti che hanno tenuta dischiusa, per certi aspetti meritoriamente, una prospettiva di pace. Un rinnovato rapporto fra movimenti antimilitaristi e partiti è ancor più necessario nella contemporaneità, considerato che le istituzioni attualmente impegnate nel rilancio delle militarizzazioni sono interstatali ed esigono specialmente un ruolo forte della debole Europa. Le responsabilità per giuste e durevoli relazioni generatrici di pace richiedono nuovi cimenti e nuovi impegni culturali nella globalizzazione dei rischi di cui le guerre e gli armamenti sono l’apice. Pratobello fa emergere, fin dalle origini delle esperienze di antimilitarismo in Sardegna, il problema sia del rapporto fra movimenti e partiti, sia di una democrazia dal basso o partecipata.

3 Territorialismo ed ecoterritorialismo all’opera
Pare necessario acquisire una rinnovata e adeguata consapevolezza del duplice affermarsi nella globalizzazione sia dei rischi vitali e sia dei biopoteri incontrollati. Eliminare i rischi vitali e instaurare inedite sicurezze salutari, bonificando innovativamente i territori, sono le due linee culturali che s’intrecciano preliminarmente nella trama, globale e locale, della società dei rischi su cui richiamò l’attenzione il sociologo Ulrich Beck. Egli, evidenziando la dimensione antropologica che riguardava la vita e la morte della stessa civiltà umana nella seconda modernità (1986, trad. it. 2001: 95), individuò la metamorfosi del mondo che accompagnava i numerosi fallimenti di varie azioni istituzionali (2002, 2004, 2007, 2016). In questo quadro socio-antropologico, che non ignora l’antropologia del rischio di Mary Douglas (1985),

Emerge con maggior vigore la visibilità dei rischi e la loro modernità. La moderna temporalità dei rischi vitali, pertanto, pone il riabitare in uno stato che richiede, nei territori militarizzati isolani inquinati, la preliminare esigenza democratica del riabilitare all’abitare e al vivere.

Il testo di Aide Esu è assai stimolante non solo nell’ambito dell’antropologia dei rischi, ma anche in quello dell’antropologia dello spazio. Offre elementi per una visione non contemplativa ma attiva, in cui si dispiega la sua postura democratica nella decostruzione dei poteri, anche di comunicazione in-formativa o dis-informativa. Nella costellazione delle associazioni antimilitariste appaiono esperienze non solo contrastive ma anche acquisitive e richiedenti compensativi risarcimenti. Si parla di esperienze le quali sono proprie di certe azioni che, diventando eventi generativi di possibili mutamenti, possono dar inizio e inaugurare modi d’agire che fanno apparire e avvenire l’altro, o dell’altro, o l’altro dell’altro, o tutt’altro. Ma precisamente come? E precisamente dove?
Questo studio apre e lascia aperto il problema generale del degrado ambientale e territoriale delle militarizzazioni inquinanti, di come recuperare gli spazi nocivi per portarli, come mondi ri-diventati vitali, in nuovi mondi di vita in avvento e in avvenire. Emergono, a lettura ultimata, oltre i numerosi e positivi aspetti di condivise pratiche democratiche, anche i limiti delle mobilitazioni, locali e globali, nel poter produrre immediate forme stabili di democratico radicamento locale e territori sperimentali della conversione ecologica non settoriale e co-evolutiva. Si sente la mancanza di un esplicitato e particolareggiato rapporto, durevole e pacificato, fra insediamenti umani e natura nei comuni gravati dalle servitù militari. Rimane non detto come poter credibilmente unire le future creatività ecologiche negli spazi militarizzati da acquisire alle immediate esperienze di conversioni ecologiche, praticate o possibili nel territorio comunale che contiene i poligoni.
L’esigenza di pensare a forme stabili di impegno localizzate, a partire dai comuni in cui sono presenti i poligoni, induce a esplorare altre elaborazioni riguardanti le storiche violenze esercitate sulla natura e le pacificazioni di tali violenze attraverso rifondazioni territoriali d’impegno non saltuario e occasionale, ma permanente e quotidiano in prima istanza nelle comunità locali militarizzate.
Gli spazi militarmente inquinati spingono la riflessione sulla necessità di articolare gli obiettivi del riabitare. Esplicitano la primaria istanza del riabilitare i luoghi malsani bonificandoli per poterli riabitare e, una volta sanati, riabitarli per poterli ulteriormente riabilitare e securizzare culturalmente. Per quanto l’assunto del primario riabilitare possa apparire a prima vista ovvio, a ben vedere richiede una serie di integrazioni e di aggiustamenti anche teorici. Per esempio, toglie esclusiva centralità alla fondazione storica di un contesto per attribuirla o ri-attribuirla alla sua ri-generazione ecologica. Inoltre, inserisce nella nozione di patrimonio anche lasciti culturali non pregiati come quelli tossici, onerosi e irrecusabili. Si tratta pertanto di questioni di indubbia rilevanza.
Pare utile avanzare l’ipotesi, oltre la sua formulazione pragmatica, di assumere un orientamento teorico connesso a specifiche elaborazioni di antropologia dello spazio, di ascendenza francese per le fondazioni e i modi dell’abitare (M. Augé 2006, F. Choay 2006, T. Paquot et alii 2007, M. Segaut 2007).
Rispetto alle generali esperienze rifondative e trasformative dei luoghi inquinati, mi pare tuttavia necessario un ulteriore passo avanti, individuando specifici elementi di crisi vitale vissuti dagli abitanti, secondo i luoghi. Penso a particolari emarginazioni di luoghi spaziali e sociali, generazionali e di genere, che costituiscono caratteristiche fragilità di salute e di vita congiuntamente umana e naturale. Spesso appaiono sconnesse, mentre necessitano di essere comprese secondo caratteristiche intersezionalità che marcano unitariamente, oltreché persone e gruppi, anche luoghi e territori. Nei casi del riabitare nei luoghi inquinati è necessario acquisire lo spazio di una globalizzata modernità liquida e sfuggente, che si scioglie disperdendosi nel corso di vite individuali con crisi o aspetti critici variamente incorporati (Z. Bauman 1989, 1998, 1999, 2000, 2001 a e b, 2008, 2018). Occorre scoprire nelle vite umane l’incorporata oscurità del malsano localizzato e diffusivo, per estenderne la conoscenza degli elementi critici, accomunanti i vari rischi vitali, patiti insieme da persone e da territori viventi. Siffatta connessione di patimenti accomunanti persone e luoghi è necessaria per ricostruire dal basso innovativi ambienti di vita, da parte di comunità territoriali infracomunali e municipali, connettendo corpi di luoghi e luoghi di corpi in un unitario intervento trasformativo.
La questione riguarda, congiuntamente, capacità teoriche e pratiche di agglutinare e condensare i punti di certe crisi di vita visibili e invisibili per affermare localmente, di fronte alle autorità istituzionali, giusti diritti al rispetto umano, umiliati nella cultura del nuovo capitalismo (R. Sennet 1980, 2003, 2006). In pratica, per governare democraticamente i luoghi inquinati non si tratta di sostenere il riabitare immediato, entrando con passo leggero in certe “belle contrade” tristemente spopolate per ripopolarle. Occorre riuscire, con azioni tenaci e pugnaci, a far riabilitare i territori militari inquinati, al fine di farli diventare prima risanati e riabitabili e, una volta riabilitati alla vita, riabitati.
Per quanto riguarda il riabitare gli spazi militarizzati, si può prospettare nell’immediato l’ipotesi di realizzare progetti di pace a partire dalla natura dominata e violata in quegli spazi, come nutrimento delle iniziative antimilitariste, facendo ricorso a una serie accreditata di principi di nuova territorializzazione con interventi ispirati da orientamenti interdisciplinari. Pare utile infatti esplicitare, nelle mobilitazioni antimilitariste e pacifiste, l’obiettivo di realizzare neoecosistemi viventi. Possiamo aprire entrambi i poli spaziali civili e militari, con differenti temporalità immediate e future, all’attuazione del principio territoriale e dell’ecoterritorialismo di Alberto Magnaghi (2020, 2023). Possiamo in particolare porre i luoghi inquinati, come parti imprescindibili del patrimonio culturale territoriale, al centro di una nuova coscienza dei luoghi per attivare una loro nuova coralità produttiva territoriale, nel solco indicato da Giacomo Becattini (2015) e dal gruppo che fa capo al Manifesto per riabitare l’Italia. Mi pare necessario esplicitare l’ipotesi che i comuni il cui territorio è in parte militarizzato diventino fin da subito luoghi sperimentali di ecoterritorialismo.

Il principio territoriale è stato elaborato compiutamente da Alberto Magnaghi in un testo che ha questo stesso titolo, edito da Bollati Boringhieri nel 2020. Successivamente è stato esteso e compreso in un libro collettaneo, Ecoterritorialismo, da lui curato con Ottavio Marzocca, edito dopo la sua morte da Firenze University Press nel 2023.
Il principio territoriale è cruciale, a questo punto della riflessione, per comparare le esperienze di mobilitazioni temporanee realizzate dai movimenti antimilitaristi con quelle che possono diventare permanenti, a partire dai comuni militarizzati. Più in generale, la sua elaborazione ha un ruolo strategico e un’importanza primaria rispetto alle funzioni marginali e di marginalizzazione, proprie dei contemporanei modelli socioeconomici, più o meno informatizzati e a-spazializzati. Ispirato a Adriano Olivetti sulla comunità concreta territoriale, Magnaghi ne riprende anche il primario livello fondativo del sistema politico dello Stato federale. La comunità territoriale è pertanto prevista secondo dimensioni che consentono di poter autogovernare i fattori di vita e di lavoro in modo integrato. Il sistema decisionale è orientato dal basso verso l’alto. Rimettendo in discussione tutti gli elementi di produzione dello spazio e restituendo agli abitanti la capacità di riprodurre i propri ambienti di vita e di autogoverno socio-economico, egli richiama prioritariamente la ricostruzione innovativa di regole e comportamenti, culture e tecniche ecologiche. Il nuovo statuto di abitanti capaci di autogoverno territoriale nei loro mondi di vita prospetta una nuova civilizzazione antropica nella quale i consumatori, governati da flussi globali e ridotti a clienti di multinazionali a-territoriali, possono diventare agenti nella produzione di nuovi mondi di vita locale nelle derive tecnocratiche e centralistiche della nostra contemporaneità.
La portata culturale della nuova civilizzazione eco-antropica prospettata da Alberto Magnaghi riguarda multipli ordini, anche temporali. Rivolta fondamentalmente e innovativamente al futuro, tale nuova civilizzazione recupera il passato che cambia nel nuovo contesto di riqualificazione ecologica. Sorge pertanto una delicata questione sul rapporto di convivenza fra il nuovo e il vecchio, fra innovazioni e persistenze. Il passato storico muta funzione e valore, ovvero serve e conta altrimenti in un processo di nuova civilizzazione eco-antropica. Le persistenze diventano cangianti. L’orientamento volto al futuro, infatti, può indurre a cambiamenti funzionali e valoriali con «retroazioni» sul passato. Per quanto possano apparire evidenti gli elementi di continuità del passato è necessario saper vedere gli aspetti di novità emergenti. Nell’ordine delle grandi esperienze di civilizzazione può essere forse un ausilio conoscitivo pensare, con André Leroi-Gourhan (1943, 1964), a similitudini per certi versi comparabili, per quanto assai lontane. Pensiamo a quando l’umanità assunse innovativamente la stazione eretta e, per retroazione, liberò funzionalmente e culturalmente sia la mano e sia la faccia da precedenti loro funzioni e valori. Nel processo evolutivo la cultura cominciò dai piedi, ovvero dalla periferia del corpo, retroagendo a catena fino al cervello, per dirla provocatoriamente. Fare futuro, proiettando in esso storiche esperienze localizzate, può produrre certi mutamenti sul passato che permane trasmettendo ciò che è messo in divenire. Tale cruciale e primaria proiezione creativamente innovativa sul futuro può favorire, evidentemente, anche importanti mutazioni di retroazione su certe presenze del passato e sul loro mobile statuto culturale, funzionale e valoriale. In realtà la posta in gioco della produzione di futuro riguarda l’innovazione ecologica dello spazio critico ereditato, nel suo divenire spazio vitale e securizzato in modo durevole. Riguarda nuovi tempi e nuovi luoghi di pacifica vita naturale e umana possibile, in cui frammenti del passato possono essere presenti e partecipi con un nuovo protagonismo cangiante in nuovi quadri d’epoca.
La nuova centralità del territorio e il ritorno ad esso sono stati elaborati dalla Scuola territorialista italiana la quale, sviluppatasi negli anni Ottanta del secolo scorso, nel 2011 ha dato vita alla società dei territorialisti e delle territorialiste. Dopo il fordismo, il passaggio dalla civiltà delle macchine alla civiltà digitale ha messo a nudo nuove insicurezze e nuove povertà nei e dei territori facendo avanzare esigenze di re-identificazione comunitaria delle società locali con il proprio territorio, la cui conoscenza profonda per la sua messa in valore riapre prospettive per la produzione delle stesse nuove comunità autosostenibili, connesse in reti solidali e sostenute da applicazioni appropriate di nuove tecnologie. Lo statuto degli abitanti, diventati capaci di produrre spazi ecologici durevoli, alimenta nuove comunità auto-progettuali.
Dalla città-fabbrica alla città-digitale dell’informazione, continuano a essere trasferite incessanti relazioni di dominio spaziale in quelle a-spaziali delle reti globali con imponenti omologazioni dei modi di vita e dei consumi. Dati i fallimenti delle politiche delle emergenze, l’aver cura del territorio per prevenire i danni alla salute presume una progettualità strategica che definisca regole e forme, insieme a opportune dimensioni insediative per ristabilire una nuova alleanza fra umanità e natura, riconoscendo il rispetto per le alterità del vivente. Per quanto questa scelta possa apparire tardiva nell’accumulo di azioni antropiche negative realizzate nel lungo periodo, è il solo approccio che può garantire una minima possibilità di successo per salvaguardare il territorio, neoecosistema vivente e bene comune per eccellenza.

La cura è distinta fra le differenti tipologie del prendersi cura e dell’aver cura. Il prendersi cura è interpretato come un atto sostitutivo dell’altro e può creare dominio e dipendenza. L’aver cura è considerato come un riconoscimento dell’altro e come una condivisione in cui l’altro è sollecitato ad attivare le proprie energie. L’aver cura del territorio è prevenzione vitale attraverso nuove regole di relazione fra insediamento umano e natura. Se questo approccio territorialistico congiunge il territorio vivente ai viventi umani senza esclusivisti antropocentrismi, quali metodi di cura praticare?

Di fronte al quadro complesso di obiettivi multisettoriali che il territorio presenta è necessaria l’integrazione di ambiti disciplinari e di settori amministrativi molto diversi. Per superare le pratiche delle risposte settoriali alle emergenze, i compiti progettuali richiamano una scienza multidisciplinare che tratti unitariamente la scienza del territorio in chiave neopatrimoniale, ovvero producendo diagnosi sulle cause del degrado, sapendo ricomporre i saperi disciplinari in progetti integrati per costruire una nuova qualità complessiva del territorio, frammentato da politiche settoriali e da interessi estranei ai singoli luoghi.
I percorsi del ritorno al territorio, in controtendenza ai processi di centralizzazione e di deterritorializzazione dei poteri, sono realizzabili in un complesso cammino di nuove forme di sviluppo locale, capace di attivare nuovi strumenti di democrazia partecipativa in costante crescita con forme contrattuali e pattizie fra molti attori che affrontano il governo del territorio come bene comune. Risulta cruciale la scelta di assumere la nuova e innovativa patrimonializzazione ecologica, fondata sulla peculiarità, unicità, autosostenibilità, come base per la produzione di ricchezza sociale durevole condivisa umanamente e oltre l’umano. Per rendere concreto il percorso di ricomposizione delle azioni di aver cura, occorrono dunque nuovi strumenti di progettazione del territorio e di pianificazione partecipativa che rovesciano i processi decisionali centralistici.
La prospettiva della ricomposizione dei saperi, guidata dall’azione collettiva nel territorio, ha cominciato a modificare i paradigmi di molti ambiti disciplinari per l’interpretazione strutturale del territorio nei suoi aspetti materiali (ambientali, infrastrutturali, paesaggistici) e immateriali (saperi produttivi, artistici, contestuali, capitale sociale), come valori costituenti della nuova qualità dello sviluppo del territorio in ristrutturazione.
Le tendenze all’innovativa ricomposizione del territorio inducono ogni disciplina a trattare il territorio come un soggetto aperto a relazioni in movimento, a realizzare azioni intersettoriali, a sostenere progetti integrati. Il nuovo processo potrà essere realizzato promuovendo una scienza del territorio in grado di trattare la nuova patrimonializzazione territoriale sia come antidoto al degrado ambientale e sia come valore di rinnovata esistenza per la produzione di ricchezza durevole, con un aumento del valore delle risorse locali per le generazioni future. Tali percorsi si fondano sulla crescita della coscienza di luogo specialmente degli abitanti-produttori i quali, attraverso numerose e variegate esperienze, grandi e piccole, tendono ad affermare il ruolo fondativo di nuove forme di comunità, caratterizzate da nuove relazioni coevolutive fra insediamento umano e ambiente. I processi di ri-territorializzazione che realizzano il principio territoriale di Magnaghi, il quale lega il vitale territoriale al vitale umano, sono imprescindibili dalla riconversione ecologica.
Non possiamo più prendere scorciatoie ecologiche rinaturalizzanti, secondo Magnaghi. Per curarele ecocatastrofi che abbiamo prodotto con la civiltà delle macchine dobbiamo dar spazio a nuovi strumenti adatti a produrre una nuova e migliore crosta dell’Antropocene, strumenti che facciano vivere il senso e la pratica di una vita comune nel cosmo.
Territorialista generosamente didattico, Magnaghi fornisce un prontuario per urgenti e volontari interventi che vale la pena di riportare per la loro importanza sia generale e sia specifica per i luoghi inquinati, anche militarizzati:
Reimparare ad abitare, ricostruire il territorio dell’abitare, dell’abitare i luoghi: andare e venire dal cyberspazio, ma tornare al territorio.
Preparare nelle coscienze, nei saperi, nelle visioni il ritorno dei luoghi, affinché gli abitanti li riconoscano.
Iniziare il pellegrinaggio verso i luoghi del ritorno là dove si torna.
Riaggregare i luoghi della comunità là dove i luoghi rinascono e rifioriscono curati dalle comunità come beni comuni; là dove, dopo il fordismo, nel territorio messo al lavoro, si formano econome di cura, ecosolidali, che trasformano l’idea di ricchezza e i suoi meccanismi di produzione, in conflitto con i meccanismi di mercato.
Questo «terrigno» viaggio di riconversione ecologica è portato nel caldo grembo di una nuova civilizzazione che, nell’aver cura dell’ambiente dell’uomo, possa restituirgli bellezza ed equilibrio, ricchezza durevole e autogoverno solidale: una civilizzazione eco-territorialista. La riconversione ecologica non è praticabile in una società senza coscienza del luogo da parte di abitanti inconsapevoli e incapaci di adeguate forme di autogoverno. Attraverso la coscienza del luogo si possono invece reinterpretare le regole costruttive del territorio, declinandole al futuro.
La declinazione al futuro delle storiche regole di territorializzazione induce a scandagliare il concetto di patrimonio in questo pensiero territorialista. Il ritorno al territorio non è un contro-esodo.
Ripercorrere sentieri e memorie di esperienze, storie di vita, classificazioni vegetali, elementi costruttivi, morfologie degli spazi, tecniche idrauliche, non è fine a sé stesso. Stimola ad andare oltre il patrimonio ereditato, per dar spazio ad un nuovo e meritevole processo di patrimonializzazione. La conoscenza del territorio ereditato può incoraggiare nuovi cimenti sulla nostra capacità non solo di stare al mondo, ma di trasformarlo per abitarlo felicemente e durevolmente, in modi democraticamente condivisi fra le persone e con la natura. Nel “far bene” o nel “ben fatto” dei profondi patrimoni che caratterizzano le comunità locali si possono scoprire impensati elementi di novità. Per esempio, alcuni beni tradizionali possono palesare anche il novum nell’attuale produzione di un certo cibo, o di un certo pane, o di un certo cultivar, che si innesta come unicum che particolarizza persone e territori storici nel corso di un cambiamento ecoterritorialistico. Appare importante, pertanto, distinguere esplicitamente i patrimoni storici ereditati in quanto tali, con un certo loro fissismo o continuità funzionale, dalle nuove patrimonializzazioni che possono riattivare parti ereditate situandole in un innovativo orizzonte culturale.
Il concetto di patrimonio elaborato da Magnaghi integra i concetti di patrimonio naturale e culturale e include molti caratteri del territorio, materiali e immateriali, specialmente quelli di coevoluzione di lunga durata, storicamente identificativi dei territori e dei suoi paesaggi, senza oscurare il novum che può ispirare le riterritorializzazioni e pertanto le nuove patrimonializzazioni. Il suo concetto di patrimonio, a ben vedere, integra il tradizionale e il nuovo, andando oltre il significato corrente di patrimonio riferito fondamentalmente al passato compiuto. Infatti, ha un carattere dinamico, non solo accrescitivo ma soprattutto innovativo. Tuttavia, la memoria dei luoghi rimane cruciale, non solo per attivare e parametrare le innovazioni. Infatti, le unità di paesaggi raccontate dagli abitanti producono uno sviluppo incrementale dei luoghi e concorrono alla produzione di mappe conoscitive a partire da parametri soggettivi. Percorsi familiari, luoghi simbolici e del sacro, conoscenza profonda della flora e della fauna e dei loro movimenti naturali, itinerari della raccolta di erbe e frutti spontanei, circuiti lavorativi fra campagna e paese, luoghi d’incontro, di festività, di cerimonie, di attività ludiche e così via, determinano una crescita incrementale degli elementi fondanti e rifondanti territori e paesaggi. In particolare, le reti dei mercati locali possono indicare nuove frontiere di sovranità alimentare. I saperi contestuali incrementali, messi in relazione con i saperi esperti nel percorso collettivo per la coscienza del luogo, portano a una moltiplicazione delle identità paesaggistiche e del loro carattere dinamico, mentre le addensano di elementi culturali.
La qualità, la quantità, la densità, degli storici elementi patrimoniali di un contesto, riconosciuti e immessi in un nuovo processo progettuale, sono strettamente correlati a fattori di soggettività individuale e collettiva che intervengono nella ridefinizione dello stesso patrimonio storico e del suo valore il quale può diventare risorsa innovativa che cresce in misura esponenziale integrandosi nell’insieme delle parti che concorrono al progetto nella sua complessità intersettoriale. Il concetto dinamico e processuale di patrimonio, elaborato da Magnaghi oltre la coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, include anche i concetti di incrementalità e dinamicità della sua crescita. Il valore incrementale di patrimonio è determinato non solo dai macroprocessi storici coevolutivi, ma anche dai microprocessi locali di interazioni dinamiche fra società locale e patrimonio naturale, attraverso procedimenti generativi di specifiche tipologie ambientali che si situano all’interno di un percorso di ri-territorializzazione e di nuova patrimonializzazione.
Nei processi microlocali il valore d’uso del territorio può precipitare a zero o tendere all’infinito. Il primo caso si verifica con l’abbandono del presidio antropico, oppure con il seppellimento dei territori nell’urbanizzazione distruttiva dei luoghi rurali, o ancora con il loro riuso improprio. Il secondo caso si realizza nei processi di ritorno al territorio con l’aver cura crescente. Tali processi sono determinati da vari flussi. Per esempio sono determinati dalla nuova domanda di luoghi indotta dalla omologazione dello spazio; dai contro-esodi provocati dalla caduta della qualità della vita nelle condizioni urbane e post urbane; da contestazioni di invasione del globale nella vita quotidiana, come le megainfrastrutture, gli inceneritori, le cementificazioni; dalla sottrazione forzosa di spazi pubblici e di beni comuni territoriali. I processi incrementali delle nuove patrimonializzazioni, pertanto, non devono essere considerati soltanto negli aspetti quantitativi, accrescitivi del patrimonio, ma piuttosto in quelli qualitativi e perfino negativi che, rendendo complesso il patrimonio, ne ampliano le potenzialità innovative.
La relazione fra patrimonio territoriale, materiale e immateriale, e la società locale che ne ha cura è assai dinamica. Tale relazione dinamica, pertanto, si differenzia dal patrimonio in sé, nel suo valore di esistenza e d’uso come risorsa. Il suo percorso è marcato da varie tappe:
– riconoscimento progressivo del patrimonio alimentato dalla crescita della coscienza del luogo da parte della società locale (re-identificazione, ricostruzione individuale e collettiva della memoria dei luoghi, dei saperi contestuali;
– crescita, differenziazione, specificazione di azioni di cura e di riattivazione dei legami coevolutivi con l’ambiente;
– produzione di valore aggiunto territoriale;
– crescita di coscienza del valore d’uso e di identificazione identitaria del patrimonio, sia con il suo valore di esistenza e sia con le sue potenziali trasformazioni.
Il percorso di crescita della società locale può consentire nuove mediazioni culturali. Per esempio, può favorire l’identificazione di nuove potenzialità culturali, tecnologiche e progettuali del patrimonio storico come risorse cruciali, in una spirale di valore che può tendere a continuare secondo criteri di resilienze territoriali, di produzioni di ricchezze durevoli, di costruzioni di bioregioni. In tale spirale valoriale può avvenire un processo di intensificazione delle relazioni fra diversi settori di cui si percepisce l’interdipendenza culturale ed economica, con una crescita creativa della coscienza di luogo che può dar luogo a nuove patrimonializzazioni e a nuovi patrimoni, attraverso forme di coralità produttiva e di progettualità sociale.
I caratteri dinamici del patrimonio elaborato da Magnaghi impongono continui rinnovamenti degli strumenti e dei metodi di analisi. Tali strumenti evidenziano i modi ancora statici che determinano il risultato delle sintesi storico-strutturali e morfologiche del territorio. Le rappresentazioni paesaggistiche evidenziano solitamente, infatti, gli aspetti ritenuti di valore degli elementi ambientali, insediativi, rurali, che compongono le strutture territoriali note, mettendo in primo piano gli elementi persistenti della lunga durata. In generale, vengono lasciati sullo sfondo elementi considerati di bassa qualità territoriale, creando modelli di rappresentazione incompleti e accecanti rispetto alle realtà in cambiamento. Le innovazioni urgenti riguardano pertanto i metodi di rilevazione analitica che devono comprendere le dinamiche di trasformazione dei rapporti tra insediamento umano e ambiente nella scala delle microstorie, le quali evidenziano i ruoli delle soggettività nel definire qualità, quantità e densità degli elementi patrimoniali di uno spazio.
Il patrimonio territoriale è relativizzato dai cambiamenti d’uso e dalle possibilità tecnologiche di trasformarlo in risorsa durevole. I modelli di rappresentazione del patrimonio devono comprendere pertanto sia gli elementi statici e sia gli elementi dinamici. L’arricchimento metodologico degli strumenti di rappresentazione dinamica dei caratteri storico-patrimoniali di un contesto consente di misurare la consistenza patrimoniale di un territorio, mentre la sua trasposizione nel nuovo quadro trasformativo permette di moltiplicare gli elementi a disposizione per un progetto di ri-territorializzazione con nuove patrimonializzazioni e con nuovi patrimoni.
I processi di nuova patrimonializzazione ecocompatibile del territorio come bene comune sono alla base di modelli di sviluppo locale autosostenibili di nuova generazione nei quali la produttività non dipende dal singolo settore. Dipende piuttosto dall’ambiente locale, dalla maturazione della coscienza di luogo e dai caratteri tecno-merceologici improntati a filiere integrate dalla neoagricoltura, multifunzionale al terziario avanzato. Si parla di filiere che configurano sistemi locali di produzione e consumo fondati sulla specializzazione dei luoghi e delle comunità, volte all’autogoverno e a finalizzare la produzione al benessere socialmente condiviso. Per quanto riguarda i paesaggi, il carattere innovativo è dato dal fatto che non si tratta solo di conservazione dei paesaggi storici, ma di creazione di nuovi paesaggi e di nuove architetture la cui bellezza sarà data dall’esser frutto di regole produttive culturalmente mediate con l’ambiente: una nuova civilizzazione che produce il suo territorio.
Il principio territoriale elaborato da Magnaghi configura le produzioni locali in un ordine durevole, di salute e di securitas vitale condivisa in una nuova civilizzazione, con orizzonte culturale salutare e vitale di nuova generazione capace di superare i limiti economici dell’ambito mercantile, il quale ignora o comprime i costi sociali delle precarietà di salute provocati dagli inquinamenti.
4 Misure
Quali pratiche democratiche possono sostenere le aspirazioni all’autogoverno dei luoghi, fondato sulla messa in valore di una nuova patrimonializzazione territoriale come bene comune, nell’ambito di uno sviluppo locale autosostenibile? Sia la democrazia rappresentativa e sia la democrazia diretta, nelle versioni referendarie e telematiche, sono in evidente crisi. Un nuovo modello può ispirarsi alle forme più avanzate di democrazia partecipativa, strutturata in modi comprensivi delle forme di autogoverno territoriale delle comunità locali, secondo Magnaghi. Si parla di processi di mobilitazione permanenti come processi di riappropriazione delle capacità di autodecisione sulla quotidianità nel plasmare le forme di vita e dell’ambiente dell’uomo, oggi mercificate e fortemente degradate. Tali apprendimenti di autonomia richiedono l’attivazione di forme comuni di conoscenza e di cura gestionale dei beni comuni territoriali.
I movimenti antimilitaristi e pacifisti che agiscono in Sardegna possono ampliare ecologicamente i loro interventi pacifisti, curvandoli nelle mobilitazioni costanti e quotidiane dell’aver cura, orientate dal principio territoriale e dall’ecoterritorialismo delineato come neoecosistema di vita? Possono partire dalle varie esperienze di sicurezze vitali ambientali realizzate in vari comuni, orientandole verso un nuovo ambito tecno-culturale e valoriale come nuove piste situate in un nuovo ordine di neopacifismo ecoterritoriale, permanente e dirompente? Possono creare nuovi modelli di neopacifismo ecoterritoriale e di ecoterritorialismo pacifista? Lascio aperte queste domande insieme ad alcune ipotesi avanzate.
Nell’accostare la conoscenza di due esperienze e di due pensieri, quelli dell’antimilitarismo e dell’ecoterritorialismo, sul piano storico-antropologico ho cercato di introdurre il malsano come elemento culturale territoriale con un proprio carattere rilevante, non solo patrimonialistico ed esistente in quanto ereditato e non ricusabile. L’inserimento del malsano, come nocivo per la vita nell’ordine dei biopoteri, è stato rilevato specialmente come opportunità di specifica e innovativa responsabilità culturale nel campo dei reali luoghi compensativi di sicurezza, ossia delle eterotopie, piuttosto che delle irreali utopie. Ha suscitato, infatti, una doppia e incoraggiante sollecitazione: al pacifismo per diventare neopacifismo radicato con permanente esito ecoterritorialista e all’ecoterritorialismo per diventare esplicitamente ecopacifista.
La nuova responsabilità ecoterritoriale, che ha la rilevante portata culturale di una nuova civilizzazione, sottolinea gli elementi innovativi che sostengono le riterritorializzazioni in quanto nuove patrimonializzazioni ecologiche, vitali per umanità e natura. Per converso sul piano sociale il nuovo ordine culturale, che mantiene lo sguardo rivolto alle comunità locali produttive di nuovi autonomismi, riguarda la giustizia vitale nei poteri locali e nei territori. Tale giustizia vitale può essere attualizzata con nuovi protagonismi che materializzano nuove spaziature territoriali attraverso bonifiche dei luoghi, degli habitat, degli ambienti, degli ecosistemi e della terra in un possibile novum spaziale e temporale. Assai utile a tal fine è apparsa l’ipotesi di assumere profondamente e ampiamente l’ecoterritorialismo elaborato da Alberto Magnaghi per realizzare un esteso e pragmatico cimento civile federalista, culturalmente democratico e materialmente costituzionalistico, per un possibile dar luogo al luogo bonificato in ogni luogo malsano come prima istanza di una forma di nuova civilizzazione vitale del vivere giustamente, singolare e corale, democraticamente condivisa anche con la natura. Nei contesti di riconversione ecologica in corso, realizzando questo principio ecoterritorialista, si tratta non solo di valorizzare le esperienze tecnologiche come fatti innovativi, ma di connetterle territorialmente sostenendo il valore non solo di ogni parcella sperimentale, ma anche rilevandone plurali linee unitarie di possibili tendenze durevoli, capaci di alterare le storiche violenze o incurie storicamente inflitte alla natura, situandole in un nuovo orizzonte di pace.
La mia intromissione nel pensiero dell’ecoterritorialismo è forse fuori luogo rispetto ai discorsi di altri antropologi. Mi riferisco alle pertinenti elaborazioni di Pietro Clemente, con la sua dislocazione teneramente sovversiva che porta «Il centro in periferia», minando complessivamente le strutture centralistiche pensate e/o istituzionalizzate. Guardo inoltre le visibili “restanze” e i possibili ritorni, individuati da Vito Teti come risposte attive alle marginalizzazioni di luoghi storici, resi inerti dai processi globali de-territorializzanti. Mi è parso tuttavia necessario indicare alcuni problemi a mio avviso ineludibili, teorici e pratici, per quanto riguarda gli storici patrimoni culturali territoriali nocivi, ereditati e/o ereditabili, data l’urgenza di una loro diffusa innovazione vitale attraverso specifiche neopatrimonializzazioni ecologiche produttive di futuro vitale, democraticamente condiviso anche con la natura.
Le globalizzazioni neoliberiste sono state accompagnate da numerosi studi generalisti. In questo contesto, vari studi antropologici italiani si sono distinti per aver mantenuto un forte legame con le forme locali di vita e sui soggetti locali di cambiamento e/o di resistenza. Le alterità, caratterizzando sé stesse nelle autonome soggettivazioni, hanno offerto e offrono non trascurabili repertori di conoscenze anche dei luoghi in trasformazione. Pare giunta l’ora per ritrovarli.
Paola Atzeni