3 November, 2026
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Il romanzo «… come un sogno» di Peppino La Rosa, Giampaolo Cirronis editore, si presta a una lettura che va oltre la semplice rievocazione autobiografica. Attraverso i ricordi personali, le vicende familiari, le storie delle persone incontrate e la memoria di un’intera comunità, l’autore costruisce un racconto nel quale il passato riaffiora con la forza degli affetti, ma anche con la naturale incertezza di tutto ciò che il tempo allontana e trasforma. Il libro diventa così, insieme, testimonianza di un mondo scomparso, ricerca delle proprie radici e riflessione sul rapporto fra ciò che abbiamo vissuto e ciò che di quella vita continua a vivere dentro di noi.
Fin dalle pagine dedicate all’infanzia, emerge un universo fatto di luoghi, persone, abitudini e piccoli avvenimenti quotidiani che, proprio perché appartenenti a un tempo ormai trascorso, acquistano un significato particolare. I ricordi della famiglia, della scuola, delle difficoltà materiali, dei gesti di solidarietà e della vita di paese restituiscono un’esperienza concreta, radicata nella realtà sociale e affettiva di un’epoca. Allo stesso tempo, la rievocazione di Serbariu e Carbonia, della storia mineraria e delle trasformazioni della comunità amplia progressivamente l’orizzonte del racconto. La memoria individuale si intreccia con quella collettiva e la storia di una persona diventa anche il frammento di una storia più grande.
In questa prospettiva, il valore del romanzo non risiede soltanto nella conservazione di esperienze personali, ma anche nella capacità di restituire dignità narrativa a tante vite che rischierebbero di essere dimenticate. Le vicende familiari, gli incontri, le difficoltà e i cambiamenti sociali compongono un mosaico umano nel quale ogni esistenza, anche la più ordinaria, contribuisce a delineare il volto di una comunità. Il libro sembra suggerire che nessuna vita sia completamente isolata: ciascuno di noi è il risultato di legami, luoghi, incontri e circostanze che si intrecciano nel tempo e continuano a esercitare la loro influenza anche quando sembrano appartenere soltanto al passato.
È proprio il tempo, tuttavia, a introdurre una dimensione più problematica. Ricordare non significa riportare fedelmente alla luce ciò che è stato, come se il passato fosse un oggetto intatto custodito in un luogo della mente. Significa piuttosto ricostruirlo attraverso immagini, sensazioni, emozioni e frammenti che riaffiorano in modo discontinuo. Alcuni episodi conservano una sorprendente vividezza, altri si attenuano, altri ancora assumono un significato nuovo quando vengono osservati dalla prospettiva della maturità. Il passato è stato reale, ma non possiamo più raggiungerlo nella sua forma originaria: possiamo soltanto avvicinarci a esso attraverso la memoria, che conserva e, inevitabilmente, trasforma.
È qui che il titolo «… come un sogno» rivela la sua prima e forse più immediata chiave interpretativa. La vita appare simile a un sogno perché, quando la ripercorriamo a distanza di anni, ciò che abbiamo vissuto acquista una consistenza particolare: i luoghi familiari sembrano lontani, le persone scomparse continuano ad abitare la nostra coscienza, gli avvenimenti si dispongono secondo una logica che non è più soltanto quella della cronologia, ma anche quella degli affetti. Ciò che un tempo era presente e concreto diventa immagine; ciò che sembrava ordinario assume un valore che forse non eravamo in grado di riconoscere mentre lo vivevamo.
Il sogno, in questa prima lettura, non rappresenta necessariamente il contrario della realtà. È piuttosto la forma che la realtà assume quando sopravvive nella memoria. La vita è stata vissuta davvero, ma il tempo l’ha resa irraggiungibile; ne restano le tracce, che il racconto tenta di ricomporre senza poter cancellare del tutto la distanza che ci separa da esse. La scrittura diventa allora un gesto di resistenza all’oblio: non restituisce il passato nella sua interezza, ma ne salva qualcosa, permettendo a persone, esperienze e luoghi di continuare a esistere nella coscienza di chi legge.
Questa interpretazione trova il suo momento più intenso nel finale, quando il protagonista, durante il matrimonio di Marco e Giuliana, vede un bambino correre verso la madre e riconosce in quel bambino se stesso: «Io mi siedo sul carro e il mio sguardo ancora una volta va verso la punta del campanile della chiesa di Serbariu, mi sembra di volare, per un secondo non so dove sono quando, in un flash, mi appare, come in una visione, la piazzetta della chiesa con la fontanella. C’è un bambino che corre incontro alla sua mamma. La vedo con le braccia aperte, pronta a sollevarlo e stringerlo al suo petto. è mia mamma! Sì, è mia mamma! Allora quel bambino sono io e, per la prima volta, posso vedere il suo viso, i suoi occhi, anzi, i miei occhi di quando ero bambino».
La scena assume una forza simbolica che supera la semplice rievocazione di un episodio infantile. Dopo aver attraversato tante storie e tanti ricordi, il protagonista sembra tornare al punto più profondo della propria esperienza: il legame originario con la madre e con il bambino che è stato. Il passato non riappare come una successione ordinata di fatti, ma si concentra in un’immagine capace di riunire affetto, perdita, identità e riconoscimento.
L’incontro con il proprio sé infantile rappresenta, in questo senso, una sorta di ricomposizione interiore. L’adulto che ricorda e il bambino che è stato, separati dagli anni e dalle esperienze, si ritrovano per un istante nella stessa immagine. Non è possibile tornare indietro, ma è possibile riconoscere una continuità fra le diverse età della propria esistenza. La madre diventa così non soltanto una figura del passato, ma il simbolo dell’origine, di quel nucleo affettivo dal quale prende forma una parte essenziale della nostra identità.
A partire da questa scena conclusiva, il titolo può tuttavia essere interpretato in una prospettiva più ampia, che apre il romanzo a una riflessione filosofica sul rapporto fra vita e sogno. Viene spontaneo, in tal senso, accostare l’opera a «La vita è sogno» di Pedro Calderón de la Barca, il cui protagonista, Sigismondo, è costretto a interrogarsi sulla consistenza della realtà e sulla possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che appare soltanto tale. Il confronto non dimostra che La Rosa si sia ispirato direttamente al drammaturgo spagnolo, né le due opere possono essere considerate equivalenti. Tuttavia, il loro accostamento permette di individuare una domanda comune, seppure sviluppata in direzioni differenti: quanto possiamo essere certi della realtà che crediamo di aver vissuto?
In Calderón, il dubbio sulla realtà conduce soprattutto a una riflessione sulla libertà, sulla responsabilità e sul modo in cui l’uomo deve comportarsi anche quando le proprie certezze vacillano. Nel romanzo di La Rosa, invece, una domanda analoga potrebbe assumere una tonalità più intima e memoriale. Quando un’esperienza è ormai lontana, quando le persone che l’hanno condivisa non ci sono più e quando i luoghi sono mutati, che cosa resta di quella realtà? Il fatto che sopravviva soltanto nella memoria la rende meno vera, oppure proprio la memoria le consente di continuare a esercitare un’influenza sulla nostra esistenza?
Se il titolo fosse stato concepito anche come un richiamo consapevole a Calderón, il significato del romanzo si amplierebbe ulteriormente. Non si tratterebbe più soltanto di raccontare un passato che sfuma come un sogno, ma di interrogarsi sulla natura stessa dell’esperienza umana. La realtà non coinciderebbe esclusivamente con gli avvenimenti esteriori: comprenderebbe anche il modo in cui li percepiamo, li ricordiamo e attribuiamo loro un significato. Un sogno può non essere un fatto realmente accaduto, eppure può esprimere una verità interiore; un ricordo può essere incompleto, e tuttavia conservare un valore essenziale per comprendere chi siamo.
Il finale del romanzo acquisterebbe, in questa prospettiva, una risonanza particolare. Il protagonista non si limita a rivedere il proprio passato: riconosce se stesso in un’immagine che sembra sottratta al tempo. La visione può essere letta come un’esperienza simbolica nella quale la distinzione fra presente e passato, fra realtà esteriore e verità interiore, si fa per un momento incerta.
L’incontro con il bambino non restituisce materialmente l’infanzia, ma rende nuovamente accessibile qualcosa della sua verità affettiva. Il sogno, anziché allontanare il protagonista dalla realtà, gli permette di riconoscerne una dimensione che la semplice successione degli eventi non sarebbe sufficiente a esprimere.
Le due interpretazioni, dunque, non si escludono. La prima, più direttamente sostenuta dalla trama e dalla natura memoriale dell’opera, vede nel sogno la metafora di un passato che il tempo rende sfuggente. La seconda, più ambiziosa sul piano filosofico, considera il sogno una via per interrogare il significato della realtà e la continuità dell’identità personale. Nella prima, la domanda fondamentale è che cosa rimanga della vita quando gli avvenimenti sono trascorsi; nella seconda, è che cosa significhi davvero aver vissuto, se la nostra esperienza continua a trasformarsi attraverso la coscienza e il ricordo.
Anche sul piano letterario, il romanzo può essere accostato ad alcune opere celebri, purché si distingua fra affinità tematiche e influenze documentate. Il recupero del passato attraverso le sensazioni e gli affetti richiama, per certi aspetti, Marcel Proust; il rapporto fra memoria individuale, luoghi d’origine e trasformazioni di una comunità può suggerire un confronto con Cesare Pavese; la ricostruzione retrospettiva della propria esistenza presenta qualche consonanza con Italo Svevo. Sono paragoni utili per comprendere alcune dimensioni del libro, ma non costituiscono prove di una derivazione diretta. La Rosa sembra affidarsi soprattutto alla materia viva delle esperienze personali, dei racconti familiari e delle testimonianze di chi ha condiviso un determinato mondo.
Questa origine conferisce all’opera una qualità autentica, ma ne determina anche alcuni limiti. La ricchezza delle vicende narrate, l’abbondanza dei ricordi e il desiderio di conservare tante storie possono rendere la struttura discontinua e talvolta dispersiva. Non tutti gli episodi possiedono la stessa forza narrativa, e non sempre il materiale autobiografico e documentario viene organizzato in una progressione pienamente equilibrata. La scrittura appare più efficace quando lascia emergere la concretezza delle persone, la forza degli affetti e il significato simbolico delle immagini, piuttosto che quando accumula episodi senza approfondirne altrettanto il legame con il disegno complessivo.
Questi limiti, tuttavia, non cancellano il valore umano del libro. La sua qualità principale risiede nella volontà di custodire un patrimonio di esperienze e di trasmetterlo a chi non ha conosciuto direttamente quei luoghi, quelle persone e quel modo di vivere. Il romanzo non convince necessariamente per la perfezione della sua architettura narrativa, ma per la sincerità del suo impulso memoriale e per la capacità di trasformare una vicenda personale in un racconto nel quale altri possono riconoscere qualcosa della propria esperienza.
In definitiva, «… come un sogno» può essere letto come il tentativo di ricomporre una vita attraverso le tracce che essa ha lasciato: ricordi, relazioni, luoghi, testimonianze e immagini che resistono al passare degli anni. Il titolo esprime la fragilità di tutto ciò che è trascorso, ma lascia intravedere anche la possibilità di una continuità più profonda. Se il passato non può essere recuperato nella sua interezza, può tuttavia essere riconosciuto come parte essenziale di ciò che siamo.
Forse è proprio questo il significato più intenso della visione finale: il protagonista non può tornare bambino, né restituire alla madre il passato perduto, ma può ancora incontrare, attraverso il ricordo e il sogno, una parte originaria di sé. La vita è trascorsa, eppure non è scomparsa del tutto; continua a vivere nelle immagini che conserviamo, nei legami che ci hanno formati e nelle storie che scegliamo di raccontare.
Il romanzo lascia così aperta una domanda che va oltre la vicenda individuale e che, se lo si accosta idealmente a Calderón, acquista una risonanza ancora più ampia: che cosa distingue davvero la vita dal sogno, quando anche la realtà più concreta finisce per diventare ricordo? Forse la differenza non sta soltanto nella certezza degli avvenimenti, ma nel segno che essi hanno lasciato in noi. Il tempo può trasformare la vita in un insieme di immagini lontane, ma il racconto permette a quelle immagini di ritrovare una voce.
Ed è in questa possibilità di dare nuovamente voce al passato, senza pretendere di restituirlo intatto, che va riconosciuto il merito più autentico dell’opera di Peppino La Rosa: ricordare non significa fermare il tempo, ma cercare, attraverso le parole, ciò che del tempo continua a vivere dentro di noi.

Alberto Vacca

In occasione dell’undicesima edizione delle Giornate Internazionali de I Parchi Letterari, la Fondazione Giuseppe Dessì di Villacidro propone un appuntamento dedicato alla scoperta dei luoghi e delle parole di Giuseppe Dessì, per rinnovare il legame tra territorio e letteratura.

L’iniziativa si terrà sabato 19 ottobre a Villacidro e si articolerà in due momenti principali: una passeggiata letteraria nei luoghi emblematici dello scrittore e, a seguire, un incontro con Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo.

Alle 16.30 prenderà il via la passeggiata letteraria con partenza da Casa Dessì (ritrovo alle 16.00). L’iniziativa, a cura di Veronica Murgia, sarà arricchita dalle letture della scrittrice Melania Muscas, tratte dal romanzo Paese d’ombre.

Il percorso urbano, della lunghezza di circa 2,5 km, toccherà alcuni luoghi simbolo della Villacidro dessiana: Piazza Frontera, Piazza Zampillo, Lavatoio Storico. Durante ogni tappa, le narrazioni si intrecceranno alle letture, per restituire al pubblico l’atmosfera letteraria e umana del “Paese d’ombre”.

Al termine della passeggiata, alle 18.00, a Casa Dessì, si terrà l’incontro con Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo.

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Sabato 8 febbraio, al Teatro Centrale di Carbonia, per la rassegna di prosa, musica, danza e teatro, organizzata dal comune di Carbonia e dal Cedac, il Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo Sardegna, è andato in scena il monologo “La luna e i falò”, recitato dal poliedrico nonché formidabile Andrea Bosca. Apprezzatissimo dal pubblico in sala, l’attore originario di Canelli (Asti), ha saputo portare tutti indietro nel tempo, nel dopoguerra, quando Anguilla, ormai 40enne torna al suo paese da uomo ricco e ricorda con nostalgia il passato in un luogo rimasto immutato. Le emozioni traspaiono dal volto dell’attore ancora prima che lui inizi a parlare. Andrea vive il sentimento nostalgico di Anguilla portandolo in scena in modo palpabile che arriva dritto al cuore di tutti i presenti.

Gli applausi suggellano un transfert forte e malinconico, nel sentire la storia di un emigrato che torna nella sua terra, argomento attuale e mai tramontato, vivo in ogni famiglia oggi come allora. Grande successo per l’opera dello scrittore Cesare Pavese, precisamente l’ultimo prima del suo suicidio, un romanzo in 32 capitoli dove l’autore racconta il ritrovarsi adulto, cresciuto e diventato uomo. Un testo riadattato al palcoscenico dallo stesso attore Andrea Bosca e dal regista Paolo Briguglia. Alleghiamo un album fotografico e l’intervista rilasciata da Andrea Bosca alla fine dello spettacolo, nella quale emerge l’emozione per aver recepito il calore e la stima affettuosa del pubblico.

Nadia Pische

https://www.facebook.com/giampaolo.cirronis/videos/10221796630852907/

    

       

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Dopo lo spettacolo “Quartet”, che sabato scorso ha visto la presenza di oltre 350 spettatori, abato 8 febbraio, alle 20.45, al Teatro Centrale di Carbonia, è in programma il quarto appuntamento della stagione di prosa, musica e danza organizzata dal Cedac, con il patrocinio ed il contributo del comune di Carbonia. Andrà in scena lo spettacolo “La luna e i falò”, con Andrea Bosco e Paolo Briguglia, adattamento del celebre romanzo di Cesare Pavese.

Attraverso il suo protagonista, Anguilla, e l’io narrante dello scrittore, il romanzo di Cesare Pavese descrive il fenomeno del ritrovarsi adulti, cresciuti, uomini imperfetti, fuori posto, anche tornando nei luoghi che immaginiamo di conoscere come le nostre tasche, quelli sconvolti dalla guerra.
Il racconto si sdoppia tra il ricordo e la perdita, l’appartenenza e l’illusione, l’infanzia e la consapevolezza dell’età adulta. Lì dove tutto è fermo, tutto è mutato: la luna c’è per tutti, eppure qualcosa manca sempre.

«Il Teatro Centrale – ha detto il sindaco, Paola Massidda – garantisce una proposta di spettacoli di altissimo livello che contribuiscono a rafforzare la candidatura della nostra città a Capitale italiana della Cultura 2021. La programmazione del calendario degli spettacoli della nuova stagione 2020 prevede, insieme ad artisti di calibro internazionale, la presenza delle nostre compagnie teatrali locali, che arricchiscono ulteriormente il cartellone di una rassegna che riscontra un ottimo gradimento da parte del pubblico.»

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E’ stata presentata ieri mattina, a Carbonia, la stagione di prosa, musica e danza che si terrà al Teatro Centrale dal 18 gennaio al 4 aprile 2020. 9 appuntamenti organizzati dal CEDAC (Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo della Sardegna) con il patrocinio e il contributo economico del comune di Carbonia.

Il programma completo è stato presentato ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni della Torre Civica, alla presenza degli assessori comunali Sabrina Sabiu, Gian Luca Lai e Loredana La Barbera, e di Valeria Ciabattoni, in rappresentanza del Cedac.

Il primo evento in cartellone è previsto per il 18 gennaio, con la performance musicale “Il Lago dei Cigni” sotto il segno di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Si replica il 23 gennaio con “La Cena delle Belve” ed il 1° febbraio con “Quartet”.

L’8 febbraio sarà la volta della storia ispirata dal famoso romanzo di Cesare Pavese, “La luna e i falò”, mentre il 15 febbraio andrà in scena “Riccardo 3”, il dramma di William Shakespeare. Il 14 Marzo spazio a una “Serata romantica” a cura della Compagnia Balletto del Sud, mentre il 19 marzo ad occupare la scena saranno i protagonisti di “Un Tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams.
Di rilievo anche la pièce “Frammenti di tempo” in programma il 4 aprile, un omaggio a Giulio Angioni e Primo Levi, regia di Monica Porcedda.
Il gran finale della rassegna teatrale targata CEDAC sarà il 24 aprile 2020 con “Le Bugie hanno le gambe corte“, regia di Anna Pina Buttiglieri.

La campagna abbonamenti si svolgerà a partire da martedì 7 gennaio, al Teatro Centrale di Carbonia (I biglietti per il “Lago dei cigni” saranno in vendita da mercoledì 15 gennaio).

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Raptus: sostantivo maschile, dal latino raptus, rapimento, derivato da rapere, rapire. In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti. Oppure, momento di ispirazione intensa e improvvisa, di fervore creativo, nel migliore dei significati. Ma oggi quella parola viene utilizzata quando è un fenomeno tragico come il femminicidio a riempire le pagine di cronaca nera di giornali e tv. E RAPTUS. Dal mito greco al femminicidio, spettacolo di e con Rossella Dassu produzione di successo di Cada Die Teatro, sarà in scena domani, sabato 29 giugno, alle 22.00, a Campsirago residenza (centro di ricerca e di produzione teatrale) nell’antico borgo di Campsirago a Colle Brianza, in provincia di Lecco, ospite della XV edizione del festival “Il Giardino delle Esperidi”. La regia è di Alessandro Lay, che ha collaborato anche alla drammaturgia (voce fuori campo: Francesca Mazza; disegno luci, audio: Giovanni Schirru; elaborazione suono: Matteo Sanna).

A essere rappresentato è un percorso a ritroso, che permette di identificare le origini storiche e culturali di quei gesti efferati “erroneamente definiti ‘raptus’, consapevoli del fatto che se si vuole avere una comprensione del presente e delle nevralgie che lo caratterizzano, bisogna ripartire dalle origini”, così nelle note di presentazione dello spettacolo. Che proseguono: “… Siamo tornati indietro fino al mito greco, quel patrimonio ricchissimo a cui ancora oggi attingono psicologia e psicoanalisi e da cui trae origine il nostro immaginario occidentale, per scoprire che spesso accanto ad eroi dalle gesta gloriose si alternano figure femminili subalterne, spesso puramente a servizio dei protagonisti maschili, talvolta da questi tradite e abbandonate, talvolta spinte all’azione dall’orgoglio e definite di conseguenza come pericolose ed efferate criminali. Non sorprende del resto che tutto ciò che ci è stato tramandato dall’antica Grecia si sia conservato grazie alla preziosa mediazione di autori rigorosamente uomini”. E così viene data voce ad alcune di quelle donne e ad alcuni di quegli uomini, “immaginandoli protagonisti di un processo in cui imputati e vittime alternano la loro versione dei fatti per concludere con l’intervento di un coro/giudice che più che giudicare tenta di comprendere, consci del fatto che risieda nella comprensione l’unica possibile giustizia, se di giustizia si può mai parlare”.

Orfeo si volta a guardare Euridice. Agisce in preda a un raptus? Clitemnestra uccide suo marito Agamennone. Agisce in preda a un raptus? Oreste uccide a coltellate sua madre Clitemnestra, agisce in preda a un raptus? Sono le domande che sgorgano naturali assistendo allo spettacolo. Che è costruito su un tessuto testuale che trae spunto e intreccia Omero (“Odissea” e “Iliade”), Ovidio (“Metamorfosi” e “Heroides”), Apuleio (“Metamorfosi”) con Cesare Pavese (“Dialoghi con Leucò”), Marguerite Yourcenar (“Fuochi” e “Chi non ha il suo Minotauro?”), Gesualdo Bufalino (“L’uomo invaso”), Roberto Calasso (“Le nozze di Cadmo e Armonia”).

 

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Raptus: sostantivo maschile, dal latino raptus, rapimento, derivato da rapere, rapire. In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti. Oppure, momento di ispirazione intensa e improvvisa, di fervore creativo, nel migliore dei significati. Ma oggi quella parola viene utilizzata quando è un fenomeno tragico come il femminicidio a riempire le pagine di cronaca nera di giornali e tv. Ora RAPTUS. Dal mito greco al femminicidio, una produzione di Cada Die Teatro, viene riproposto, con il suo tema delicato, nell’ambito del circuito targato Cedac con due matinée per le scuole. Lo spettacolo di e con Rossella Dassu, con la regia di Alessandro Lay, che ha collaborato anche alla drammaturgia (voce fuori campo: Francesca Mazza; disegno luci, audio: Giovanni Schirru; elaborazione suono: Matteo Sanna), sarà in scena domani, martedì 26 febbraio, alle 11.30, al Teatro Auditorium comunale di Arzachena e mercoledì 27, alle 11.00, al Padiglione Tamuli di Macomer.

A essere rappresentato è un percorso a ritroso, che permette di identificare le origini storiche e culturali di quei gesti efferati “erroneamente definiti ‘raptus’, consapevoli del fatto che se si vuole avere una comprensione del presente e delle nevralgie che lo caratterizzano, bisogna ripartire dalle origini”, così nelle note di presentazione dello spettacolo. Che proseguono: «… Siamo tornati indietro fino al mito greco, quel patrimonio ricchissimo a cui ancora oggi attingono psicologia e psicoanalisi e da cui trae origine il nostro immaginario occidentale, per scoprire che spesso accanto ad eroi dalle gesta gloriose si alternano figure femminili subalterne, spesso puramente a servizio dei protagonisti maschili, talvolta da questi tradite e abbandonate, talvolta spinte all’azione dall’orgoglio e definite di conseguenza come pericolose ed efferate criminali. Non sorprende del resto che tutto ciò che ci è stato tramandato dall’antica Grecia si sia conservato grazie alla preziosa mediazione di autori rigorosamente uomini». E così viene data voce ad alcune di quelle donne e ad alcuni di quegli uomini, «immaginandoli protagonisti di un processo in cui imputati e vittime alternano la loro versione dei fatti per concludere con l’intervento di un coro/giudice che più che giudicare tenta di comprendere, consci del fatto che risieda nella comprensione l’unica possibile giustizia, se di giustizia si può mai parlare».

Orfeo si volta a guardare Euridice. Agisce in preda a un raptus? Clitemnestra uccide suo marito Agamennone. Agisce in preda a un raptus? Oreste uccide a coltellate sua madre Clitemnestra, agisce in preda a un raptus? Sono le domande che sgorgano naturali assistendo allo spettacolo. Che è costruito su un tessuto testuale che trae spunto e intreccia Omero (“Odissea” e “Iliade”), Ovidio (“Metamorfosi” e “Heroides”), Apuleio (“Metamorfosi”) con Cesare Pavese (“Dialoghi con Leucò”), Marguerite Yourcenar (“Fuochi” e “Chi non ha il suo Minotauro?”), Gesualdo Bufalino (“L’uomo invaso”), Roberto Calasso (“Le nozze di Cadmo e Armonia”).

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Raptus: sostantivo maschile, dal latino raptus, rapimento, derivato da rapere, rapire. In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti. Oppure, momento di ispirazione intensa e improvvisa, di fervore creativo, nel migliore dei significati. Ma oggi quella parola viene utilizzata quando è un fenomeno tragico come il femminicidio a riempire le pagine di cronaca nera di giornali e tv. E RAPTUS. Dal mito greco al femminicidio, è il titolo dello spettacolo inserito nel cartellone della Stagione di Teatro La Vetreria, organizzata e promossa da Cada Die Teatro, che sarà ancora in scena domenica 18 novembre, alle 18.00, sul palco del centro culturale di Pirri.

“Raptus” è una produzione di Cada Die Teatro, di e con Rossella Dassu, con la regia di Alessandro Lay, che ha collaborato anche alla drammaturgia (voce fuori campo: Francesca Mazza; disegno luci, audio: Giovanni Schirru; elaborazione suono: Matteo Sanna), inscritta nelle iniziative per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre) e inserita nelle manifestazioni di “Viva la libertà – Cagliari contro la violenza”, promosse dal comune di Cagliari (assessorato delle Pari Opportunità). Domani (domenica 18), dopo lo spettacolo Rossella Dassu e Alessandro Lay dialogheranno con Daniela Paba, che aderisce alla rete Giulia giornaliste, impegnata nella difesa dei diritti delle donne. 

Ad essere rappresentato in scena è un percorso a ritroso, che permette di identificare le origini storiche e culturali di quei gesti efferati «erroneamente definiti ‘raptus’, consapevoli del fatto che se si vuole avere una comprensione del presente e delle nevralgie che lo caratterizzano, bisogna ripartire dalle origini», così nelle note di presentazione dello spettacolo. Che proseguono: «… Siamo tornati indietro fino al mito greco, quel patrimonio ricchissimo a cui ancora oggi attingono psicologia e psicoanalisi e da cui trae origine il nostro immaginario occidentale, per scoprire che spesso accanto ad eroi dalle gesta gloriose si alternano figure femminili subalterne, spesso puramente a servizio dei protagonisti maschili, talvolta da questi tradite e abbandonate, talvolta spinte all’azione dall’orgoglio e definite di conseguenza come pericolose ed efferate criminali. Non sorprende del resto che tutto ciò che ci è stato tramandato dall’antica Grecia si sia conservato grazie alla preziosa mediazione di autori rigorosamente uomini». E così viene data voce ad alcune di quelle donne e ad alcuni di quegli uomini, «immaginandoli protagonisti di un processo in cui imputati e vittime alternano la loro versione dei fatti per concludere con l’intervento di un coro/giudice che più che giudicare tenta di comprendere, consci del fatto che risieda nella comprensione l’unica possibile giustizia, se di giustizia si può mai parlare».

Orfeo si volta a guardare Euridice. Agisce in preda a un raptus? Clitemnestra uccide suo marito Agamennone. Agisce in preda a un raptus? Oreste uccide a coltellate sua madre Clitemnestra, agisce in preda a un raptus? Sono le domande che sgorgano naturali assistendo allo spettacolo. Che è costruito su un tessuto testuale che trae spunto e intreccia Omero (“Odissea” e “Iliade”), Ovidio (“Metamorfosi” e “Heroides”), Apuleio (“Metamorfosi”) con Cesare Pavese (“Dialoghi con Leucò”), Marguerite Yourcenar (“Fuochi” e “Chi non ha il suo Minotauro?”), Gesualdo Bufalino (“L’uomo invaso”), Roberto Calasso (“Le nozze di Cadmo e Armonia”).

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Venerdì 3 marzo, alle ore 18,00, al Teatro Electra di Piazza Pichi, a Iglesias, si terrà l’evento “Viaggio a Spoon River”.

Verrà riproposto il capolavoro di Edgar Lee Masters “Antologia di Spoon River”, amato da Cesare Pavese, tradotto in italiano da Fernanda Pivano, ispirazione per opere di cantautori come Fabrizio de Andrè e Morgan.

Una serata di letture, poesia e musica, in preparazione della messa in scena dello spettacolo “Sulla Collina” di Nicoletta Pusceddu per Assandira Teatro, in programma a Iglesias il 10 e l’11 marzo prossimi.

L’evento, organizzato dall’Associazione ArgoNautilus, rientra nella FieraOFF della Fiera del Libro di Iglesias 2017.

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Uno dei sassofonisti più importanti della scena jazzistica internazionale tiene banco a Berchidda nella sesta giornata di Time in Jazz. Charles Lloyd è l’atteso protagonista della serata di domani (sabato 13) in piazza del Popolo, “palco centrale” del festival ideato e diretto da Paolo Fresu nel suo paese natale (ma con appuntamenti sparsi anche in altri centri del nord Sardegna). Classe 1938, direttore musicale nel gruppo di Chico Hamilton e poi compagno di band di Cannonball Adderley nei primi anni Sessanta, Charles Lloyd ha guidato nella seconda metà di quel decennio una formazione storica (con un giovanissimo Keith Jarrett, tra gli altri membri) che ha registrato uno dei primi album jazz a vendere oltre un milione di copie (“Forest Flower”, 1967). Praticamente assente dalla scena jazz negli anni Settanta, il sassofonista compare invece in dischi dei Doors, dei Canned Heat e dei Beach Boys. Avvicinato dal pianista Michel Petrucciani nel 1981 riprende a suonare per due anni, per poi ritirarsi di nuovo. Torna a esibirsi occasionalmente nel 1987 e 1988, poi nel 1989 ricomincia a girare. Inizia anche a registrare per l’ECM, inaugurando una lunga serie di dischi in cui figurano musicisti come Bobo Stenson, Billy Hart, Billy Higgins, John Abercrombie, Brad Mehldau, Geri Allen, Zakir Hussain. Uscito lo scorso gennaio per la Blue Note, “I Long To See You”, la sua più recente fatica discografica, lo vede in compagnia, tra gli altri, del chitarrista Bill Frisell. Jason Moran al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Eric Harland alla batteria sono invece i membri del suo quartetto di scena nel secondo set di domani (sabato 13) a Berchidda.

A precedere il concerto Charles Lloyd, la prima parte della serata, con inizio alle 21.30, propone una produzione originale del festival con l’inedito incontro tra due musicisti dalle diverse esperienze e provenienze artistiche: la pianista romana Rita Marcotulli, nome di primo piano della scena jazzistica italiana, e l’eclettico polistrumentista francese, con radici in Martinica, Mino Cinelu. Un duo che promette sorprese, sull’onda della vocazione alla sperimentazione e all’interplay che caratterizza entrambi. Partita da studi classici per approdare al jazz, Rita Marcotulli raggiunge presto il successo grazie al suo stile intimo e allo stesso tempo capace di amplificare le emozioni, che la porta a calcare le scene internazionali accanto a jazzisti come Jon Christensen, Palle Danielsson, Peter Erskine, Joe Lovano, Michel Portal, Enrico Rava, Pat Metheny, Billy Cobham. Originario della Martinica, Mino Cinelu è un artista dai molti talenti, come testimonia anche il lungo e prestigioso elenco delle sue collaborazioni, in studio di registrazione e sul palco, con artisti di ambiti diversi (jazz, funk, rap, electro, flamenco e pop) e del calibro di Miles Davis, Weather Report, Herbie Hancock, Sting, Lou Reed, Antonio Carlos Jobim, Brandford Marsalis, Cassandra Wilson, Dizzy Gillespie, Elton John, Gato Barbieri, Gil Evans, Kenny Barron, Laurie Anderson, Pat Metheny, Pino Daniele, Richard Galliano, Stevie Wonder, Wayne Shorter, Zucchero, per fare qualche nome. 

Rita Marcotulli arriverà all’appuntamento serale in piazza del Popolo reduce dall’altro impegno che la attende invece in mattinata, a mezzogiorno, nei pressi di Loiri San Paolo, sulla spiaggia di Porto Taverna, con il progetto BAM, acronimo ricavato dalle iniziali dei tre componenti dell’organico: l’eclettico contrabbassista pugliese Marco Bardoscia, il versatile quartetto d’archi Alborada (Anton Berovski e Sonia Peana ai violini, Nico Ciricugno alla viola e Piero Salvatori al violoncello) e appunto, Rita Marcotulli. Un progetto nato da un’idea di Bardoscia e della violinista Sonia Peana, e che si muove, originariamente, intorno a brani dello stesso contrabbassista e adattamenti studiati per questa formazione, per arrivare a composizioni della Marcotulli e del quartetto Alborada, lasciando spazio anche all’improvvisazione. Le diverse fonti musicali si fondono per dare spazio a qualcosa di nuovo, fresco e originale, tra sonorità macedoni, isolane e mediterranee, che emergono naturalmente e senza forzature, sottolineando l’essenza stessa di ogni componente: il quartetto d’archi svolge un ruolo di sostegno ai solisti e, al tempo stesso, è anche una terza entità musicale autonoma.

Nel pomeriggio il festival fa tappa a Telti, dove, alle 18.00, nella chiesa di Santa Vittoria, è di scena un altro nome di spicco della scena jazzistica italiana, Stefano Battaglia, con un programma di improvvisazioni al piano che, sotto il titolo “Questo ricordo lo vorrei raccontare”, ripercorre in musica l’opera del fotografo Mario Giacomelli (1925-2000), ispirata dai versi di poeti come Emily Dickinson, Franco Costabile, Cesare Pavese, Edgar Lee Master. Classe 1965, Stefano Battaglia è un pianista attento al suono e alla melodia: forte di una solida preparazione musicale che l’ha portato dapprima a mettersi in luce in ambito “classico”, conta un vasto curriculum di collaborazioni importanti e progetti propri, qualcosa come tremila concerti all’attivo e una discografia di oltre cento titoli che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in patria e all’estero. Nel 2004 ha inaugurato la collaborazione con la prestigiosa etichetta tedesca ECM, che ha pubblicato cinque suoi album; i tre più recenti lo vedono alla testa del suo collaudatissimo trio, con Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, che anche il pubblico di Time in Jazz potrà apprezzare in concerto domenica pomeriggio a Tula, nella chiesa di Santa Maria di Coros (ore 18.00).

BAM (ph © Roberto Cifarelli) m Mino Cinelu 1 Rita Marcotulli (foto di Paolo Soriani) (2m) Stefano Battaglia (foto@Caterina Di Perri)01 (m)Charles Lloyd (2m)