11 April, 2026
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Sono grata dell’invito per questo incontro, che mi offre l’occasione per dire quanto ho imparato nozione della multitemporalità mineraria, elaborata da Lorenzo d’Angelo con Robert Jan Pijpers (2018). Si tratta di una nozione che aiuta ad individuare questioni e ha utilità analitica, inoltre aiuta a capire e ha utilità euristica. Mi collocherò in tre angolazioni temporali.

All’inizio mi situerò in una temporalità di storici conflitti di fame e di povertà estreme con i protagonisti, individuali e collettivi, contrastanti tali condizioni e intenzionalmente operanti per produrre vita vivibile cercando di modificare soprattutto le condizioni riproduttive nel sistema del truck system. Quei protagonisti agirono per realizzare diritti umani alla vita, precedendo di quasi 50 anni la dichiarazione formale e internazionale di questi diritti. Invece nella relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla condizione degli operai e delle miniere della Sardegna, che seguì i moti e l’eccidio di Buggerru del 1904 con il primo sciopero nazionale italiano, prevalse istituzionalmente lo stereotipo del minatore infantilizzato, e pertanto inferiorizzato. Fenomeno assai noto negli studi antropologici.

In seconda battuta, metterò in evidenza una lavorativa temporalità mineraria di cottimi accelerati, attraverso l’imposizione del cosiddetto “sistema Bedaux”, una variante del taylorismo, di matrice americana fordista, autolegittimata falsamente come organizzazione scientifica del lavoro. Il taylorismo, criticato da Gramsci con la figura della «scimmia ammaestrata», fu contrastato dagli operai con il modello critico della «bestia lavorante», rivolto al lavoratore che accettava passivamente il cottimo, e con specifiche valorizzazioni dei loro autonomi saper fare minerari vitali.

Riprenderò infine queste due temporalità minerarie, della penuria di cibo con specifici rischi di salute e di vita che faceva capo al truck system, e dei cottimi minerari accelerati con differenti rischi di salute e di vita che faceva capo al sistema Bedaux, per giungere alla temporalità mineraria post-estrattiva con il suo malsano ambientale, costituito dall’incombenza delle discariche minerarie, dalle lentezze delle opere di bonifica e di rigenerazione ambientale, le quali si uniscono e si intersezionano con le diffuse insicurezze ambientali del presente.

Intreccerò pertanto il filo della multitemporalità di D’Angelo e Pijpers con quello dei saper fare minerari vitali, che individuo come caratterizzanti l’esperienza mineraria nell’Isola. Inoltre, con il richiamo all’inglese truck system e all’americano taylorismo intendo prospettare temporali vicende estrattive della Sardegna in quanto esperienze di storia antropologica del lavoro non solo locale e nazionale, ma anche europea e mondiale. Come immediata premessa sulle mie opzioni teoriche nell’antropologia mineraria, in sintesi estrema e limitante dico subito che considero importante, oltre la rassegna di studi, la proposta di un approccio prospetticamente integrativo di Ricardo Godoy (1985, 1990). Tuttavia, ricorro maggiormente all’approccio dinamista e attento ai conflitti di Ballard e Banks (2003) per il sostentamento, per la perdita di vita e per l’ambiente. Andiamo velocemente nel Novecento.

1 La temporalità della fame nei moti minerari per il pane

Il Novecento fu marcato da interessi nazionali ed europei verso le risorse minerarie della Sardegna. La dimensione di interessi extra-locali ed europei emerse nel passaggio dalla temporalità permissoria a quella concessoria delle miniere da parte dello Stato Italiano. I permessi di ricerca che erano 83 nel 1861 erano diventati 420 nel 1870, il numero degli addetti alla fine del 1860 era di 10.000 unità. L’industrializzazione mineraria apparve in tutta la sua rilevanza fin dall’inchiesta del 1871 realizzata dell’onorevole Quintino Sella, il quale lamentava la mancata integrazione fra industria e agricoltura. Fra le sei principali aziende minerarie operanti nell’Isola, erano presenti solo due aziende italiane. La Monteponi a Iglesias e la Montevecchio a Guspini, entrambe piombo-zincifere, erano a capitale prevalentemente ligure. Erano europee invece le altre quattro: la belga Vieille Montagne, le francesi Mafidano e Ingurtosu, l’inglese Gonnesa Mining Company. Alla fine dell’Ottocento la Sardegna era la seconda regione mineraria dopo la Sicilia, ma forniva il 98% dei minerali di piombo e l’85% dei minerali di zinco della produzione nazionale. Le miniere della Sardegna parteciparono ad alcune Esposizioni Universali. Nelle mie ricerche archivistiche mi sono imbattuta in due cataloghi. Il primo, redatto dall’ingegner Léon Goüin, agevolmente reperibile in alcuni archivi pubblici locali, accompagnava la mostra dei minerari estratti nell’Isola all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. Ho trovato il secondo, della Societé Anonyme de Malfidano per l’Esposizione Universale di Parigi del 1878, nell’archivio dell’École Nationale Superieure des Mines di Parigi.

L’esperienza mineraria della Sardegna, in tutta evidenza, si situò in un ambito nazionale e principalmente europeo. Si riferì a un contesto storico di mondializzazione che si sviluppò nella successiva globalizzazione con esiti critici neoliberisti negli ultimi decenni del Novecento. Nella globalizzazione si manifestarono caratteri di abbandono delle miniere. prima da parte dei privati e poi da parte dei poteri pubblici. Si tratta di vicende le quali nel contesto globale possono situarsi nelle economie dell’abbandono, teorizzate da Elisabeth Povinelli (2011, 2016) fino ai poteri e alla governance di vita-non vita. In Sardegna tali abbandoni avvennero con la separazione dell’estrazione mineraria dalla filiera metallurgica e con l’importazione di bauxite dall’estero per la produzione di alluminio nel polo industriale di Portovesme, sorto nella parte sud-occidentale dell’Isola e caratterizzato da una lunga e grave crisi produttiva.

Il tempo e il mondo minerario del primo Novecento in Sardegna diventarono teatro di eccezionali violenze ed eccidi: lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904 con 4 morti; quello di Gonnesa del 1906 con tre morti, fra i quali una popolana, Federica Pilloni; i fatti di Iglesias nel 1911 con sette minatori uccisi. Nell’arco di sette anni, si contano 14 morti, minatori e persone del popolo. L’analisi di tale temporalità drammaticamente conflittuale pone due questioni teoriche. La prima riguarda la complessiva interpretazione storica, svalutativa delle esperienze di tale periodo, salvo qualche rara eccezione come Maria Stella Rollandi (1972, 1980, 1985) e Sandro Ruju (2008). Per lo più gli storici considerarono tali moti in modo deprezzativo, sia perché salariali e privi di contenuti politici, sia perché ribellistici e ancora poco organizzati sul piano sindacale e politico. In tal modo lasciarono oscurate esperienze sociali mobilitative e, soprattutto, cruciali consapevolezze sulle concezioni della vita e sui gradi di tollerabilità e intollerabilità degli ostacoli di vita.

Le condizioni di umanità, affermate e rivendicate negli scioperi richiamati, riguardarono soprattutto il lavoro sorvegliato e punito, messo teoricamente in luce da Foucault (1975) in varie istituzioni, per esempio carcerarie e manicomiali. In miniera tale fenomeno era incentrato nella contrastata figura del sorvegliante, il quale incarnava il dispositivo di coercizione a cui i minatori erano sottoposti. I minatori criticarono fortemente il sistema disciplinare coercitivo nel corso dei loro interrogatori e nei memoriali come quello dei minatori di Bacu Abis, formulati nel 1908 in occasione dell’Inchiesta Parlamentare che, come detto, seguì l’eccidio di Buggerru e il successivo sciopero nazionale. Le critiche dei minatori riguardarono i biopoteri nelle specifiche forme minerarie.

Le microanalisi di antropologia mineraria locale indicano qualche connessione di tali esperienze con la storia globale del lavoro come appare leggendo il memoriale dei lavoratori di Bacu Abis, consegnato nel 1908 alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e accluso al mio discorso. Con parole proprie i minatori raccontano la vita mineraria. Gli operai dicono gli aspetti tecnici del rapporto fisico non solo manuale ma corporale con la geologia quando ginocchia e gomiti toccano la terra; gli aspetti sociali degli intollerabili e minacciosi cottimi senza riposo; i salari che non consentivano di vivere; la bestialità del lavoro nei trasporti dei vagoncini; le multe e le sospensioni; il linguaggio abusivo e le minacce di violenze; le prospettive dei licenziamenti, della fame assoluta e dell’essere ridotto all’elemosina. Dicono anche i timori per la giustizia ingiusta, per i medici incuranti, per i sussidi inesistenti. Vogliono lavorare alle dirette dipendenze dall’amministrazione e gli impresari fuori dalle miniere. Chiedono il riparo delle pensioni e anche di una pensilina che li protegga d’inverno, nel turno di mezzanotte per non entrare in minera tutti bagnati.

Le espressioni di dignità a fronte delle sottomissioni autoritarie subite, parimenti a certe istanze di equità e giustizia emerse in questo memoriale, possono congiungersi agli studi di antropologia e di storia globale del lavoro e, per esempio, a quelli industriali di Dipesh Chakrabarty (1989:95), Rethinking Working Class History. Bengal 1890-1940. Tuttavia, rimangono rilevanti specificità che riguardano l’antropologia mineraria italiana e locale. La più rilevante particolarità riguarda il rapporto salario-cibo. A Bacu Abis tale rapporto si inseriva nel sistema di truck-system,di origine inglese, in cui la paga avveniva con buoni o ghignoni, emessi dall’azienda mineraria. I ghignoni potevano essere usati nelle cantine gestite direttamente dall’azienda o date dall’azienda ad affidatari, in cui i prezzi dei vari generi erano solitamente più cari. Alla povertà determinata dai bassi salari, si aggiungeva il circolo perverso degli indebitamenti e dei tassi usurai a cui erano sottoposti operai e operaie. Segnalo che vari medici, durante gli interrogatori dell’Inchiesta Parlamentare, espressero giudizi precisi sulle insufficienze alimentarie e sulla cattiva alimentazione dei minatori rispetto al loro lavoro, insufficienze più o meno implicitamente riferite ai salari scarsi. Nei moti del 1906 sorti a Gonnesa, la cantina dell’Azienda Roux di Bacu Abis, assai significativamente fu devastata. Nel 1908 gli operai di Bacu Abis consegnarono alla Commissione Parlamentare alcuni campioni dei ghignoni usati, oltre il loro memoriale da allegare agli Atti dell’Inchiesta.

Il rapporto salario-cibo nel sistema del truck-system presenta gli scioperi salariali del primo Novecento in Sardegna come fenomeni di alto profilo culturale, etico, politico, con contenuti vitali, in quanto sostenuti da obiettivi vitali individuali e collettivi, tesi a far valere una vita mineraria possibile e vivibile. Tali scioperi erano realizzati con pratiche sociali che, mentre costituivano catene di esperienze assai mobilitative ed estensive, miravano a creare relazioni locali di cultura solidale per un minerario mondo di vita condiviso democraticamente.

Gli scioperi esordiali dei minatori richiedono di essere indagati come precise pratiche di saper fare vitali che marcano precise temporalità vitali di espressione operaia. Possono rivelare sorprendenti anticipazioni di futuro, come accadde nel caso di Buggerru in cui apparvero rivendicazioni e obiettivi che riguardarono complessivamente la vivibilità della vita umana mineraria democraticamente condivisa: il riposo lavorativo, il minimo salariale garantito, la sicurezza di beni alimentari di sussistenza, il diritto all’istruzione per infanti e adulti. Tali istanze vitali furono di fatto, come detto, anticipatrici dei diritti umani formalizzati 44 anni dopo, nel 1948. Anche sul piano degli esiti normativi di tanti scioperi, per quanto non diretti e immediati, si può scorgere un intreccio fra microstorie locali della Sardegna e storia globale del lavoro. Un forte intreccio fra esperienze locali e globali apparve verso gli anni Trenta del Novecento, con le esperienze dei cottimi lavorativi accelerati che riguardarono in differenti modi la salute e il vitale.

2. La temporalità dei cottimi minerari accelerati

Per far conoscere l’importanza vitale delle tecniche elaborate dai minatori per contrastare l’accelerazione dei ritmi lavorativi, pare necessario esplicitare alcune informazioni preliminari sul contesto del lavoro minerario, rischioso nel sottosuolo e non solo.

Nei rischi incombenti, lavoratori e lavoratrici elaborarono specifici saper fare minerari vitali di cui ho circoscritto la messa a fuoco. Li ho delimitati e definiti come pratiche di problem solving, esercitate nei lavori estrattivi in cui certi protagonisti, ingegneri e operai, uomini e donne, affrontarono rischi di salute e di vita trasformandoli in sicurezze vitali, temporali e spaziali. La fenomenologia dei saper fare minerai vitali, nelle grandi miniere con estrazioni nel sottosuolo, riguardò per esempio le opere permanenti di aerazione e di eduzione delle acque e le armature stabili nelle gallerie principali. Furono grandi opere, di prevalente impegno ingegneristico, ma realizzate anche da operai. Inoltre, furono accompagnate da certe temporanee attività operaie, quotidiane e securitarie, realizzate attraverso personali problem solving conosciuti e condivisi. Riguardavano, per esempio, le armature temporanee e il disancorare le rocce instabili con il palanchino, ovvero con una lunga e semplice asta metallica con un finale uncinato. Erano condizioni ordinarie e diffuse, indispensabili per crearsi un tempo e uno spazio lavorativo vitale, assicurato autonomamente dagli operai in quanto specifico lavoro minerario ben fatto in condizioni rischiose. Possiamo pensare, inoltre, all’uso degli esplosivi e al sistema delle mine ai tempi dell’accensione manuale. Infatti, la produzione dei tempi di sequenza temporale di accensione delle micce, detto su tempus, era calcolata inserendo una misura temporale per allontanarsi in tempo dall’esplosione. In breve, i saper fare minerari vitali assemblarono una serie di lavori quotidiani vitali, stereotipicamente e riduttivamente detti fisici e manuali, che erano in realtà cruciali per assicurare un lavoro vitale. Governare il tempo e il luogo del rischio era cruciale per produrre un tempo di vita proprio e per la propria squadra o solo per l’altro da sé, quando la squadra era di due operai. Rischi mortali riguardavano anche le donne, le quali nella cernita dovevano stare attente alla possibile presenza di mine inesplose. Nelle politiche del tempo, mi pare di considerevole importanza individuare e introdurre, teoricamente e metodologicamente, la diffusa e costante produzione autonoma di un tempo quotidiano vitale, da parte di operai e di operaie in condizioni di sottomissione ai rischi di infortuni e di vita.

L’autonoma produzione operaia di tempo quotidiano vitale avveniva in una complessiva temporalità caratterizzata dai fenomeni delle cosiddette “morti bianche”. I morti in miniera furono assai numerosi nell’Isola. L’Associazione Minatori Memoria (AMIME) nel 2006 ha pubblicato un prezioso libro Sardegna minatori e memorie con una recensione dei morti in miniera. La distribuzione cronologica dei decessi permette di individuare una temporalità con maggior numero di decessi nel periodo dal 1922 al 1945, ovvero in epoca fascista. Consente inoltre di verificare la maggiore causa di morte dovuta alle frane e di conoscere la distribuzione territoriale dei morti sul lavoro, in cui l’area sud-occidentale dell’Isola rappresentava l’85% dei 1514 casi di “morti bianche”, registrate in 140 anni dal 1861 al 2000. Dal 1871 al 1906 morirono nel lavoro minerario donne, bambine e bambini, in tutto 26. Le morti in miniera appaiono assai vicine alla nostra contemporaneità in cui le cosiddette morti bianche mettono in vista una lunga modernità industriale che non ha mantenuto e non mantiene cruciali promesse di vita migliore.

Nelle miniere della Sardegna la temporalità del tayloristico sistema Bedaux fu marcata dalla presenza dei cronometri, dal ruolo dei cronometristi e insieme degli ingegneri, addetti al perfezionamento di tale sistema di cui ho trovato molte relazioni archiviate. Il sistema Bedaux segnò il modo minerario del passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio massa. Analiticamente il taylorismo fu esaminato da Gramsci nei Quaderni del carcere in uno scritto su Americanismo e fordismo in cui raffigurava la riduzione dell’operaio a «scimmia ammaestrata». Tale modello egemonico, assolutizzato come modello unico di one best away, mostra l’umanità del lavoratore ridotta a pura forza bestiale-naturale, funzionalmente produttiva. Nelle etnografie minerarie che concernono i cottimi del sistema Bedaux emerge, oltre la bestializzazione criticata dagli operai più avveduti, anche l’ampliamento dei rischi a cui era sottoposto e a cui faceva fronte il minatore. Egli subiva l’intensificazione quantitativa del lavoro a scapito dell’attenzione qualitativa verso rischi ignoti e imprevedibili, differenti dai pericoli invece noti e segnalati, come accade per esempio nella cartellonistica stradale. Le documentazioni etnografiche hanno messo in luce, specialmente nelle miniere carbonifere, vitali alternative pratiche, diventate diffuse e contrastanti il modello della “bestia lavorante”. Erano pratiche che valorizzavano il ponderante e securizzante “lavoro ragionato” e “progettato nella mente”. Emerse dunque non solo il modello dominante e standardizzato dell’operaio massimamente produttivo, criticato da Gramsci con la figura della scimmia ammaestrata, ma spiccarono modelli alternativi con configurazioni operaie di lavoro ragionato e progettato, validato e valorizzato per produrre e assicurare quotidianamente vita e futuro di vita, ovvero forme di possibile vita mineraria condivisa. Infine le etnografie realizzate in Sardegna sulle lavorative sottomissioni minerarie rischiose per la salute e per la vita, considerando l’impegno dei medici del lavoro, hanno portato alla luce il fatto che l’accelerazione del respiro nel lavoro accelerato, determinava una maggiore inspirazione delle polveri di minerali che causavano le silicosi, anche nelle possibili forme degenerative e cancerogene.

Dobbiamo pertanto prolungare l’attenzione interpretativa e teorica, a questo punto, sul periodo della temporalità biografica del minatore per scorgere come l’accelerazione dei tempi lavorativi alla lunga determinava, con il sorgere delle silicosi anche degenerative, una sottrazione dei personali tempi biografici di vita. In breve, nella politica del tempo minerario che veniva imposto con i cottimi accelerati, la vitale soluzione quotidiana del minatore non garantiva la completa conquista della propria temporalità biografica. Qui possiamo forse scorgere un possibile punto di accostamento teorico di certe esperienze minerarie isolane con certi nuovi approcci sui materialismi e con la ripresa della marxiana categoria dell’alienazione, messa in campo da Hartmut Rosa (2010, 2022) e da Rahel Jaeggi (2016, 2020).

Riprendendo le alienate temporalità biografiche dei minatori sardi e usando la nozione chiave di multitemporalità, appaiono scorci di temporalità assai particolari. Si vede come i minatori potevano sincronizzarsi e intervenire nelle rischiose temporalità quotidiane con i problem solving dei loro saper fare minerari vitali, ma rimanevano de-sincronizzati nella loro temporalità biografica. Non solo. Essi, erano inoltre de-sincronizzati nella temporalità geologica e ambientale in cui l’accelerata temporalità dell’acquisizione e del consumo dei beni naturali non consentiva la temporalità naturalmente rigenerativa. Infine, i nocivi effetti ambientali del malsano storico minerario non erano affrontati con una temporalità adeguata di urgenti bonifiche. Temporalità naturali biografiche e temporalità naturali geologiche e ambientali risultavano estorte dai centri di potere che si appropriavano del tempo vitale dei minatori e delle popolazione delle comunità minerarie, per dirla un po’ con Joannes Fabian (1983) su Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia.

I cottimi minerari attraversarono anche lo sviluppo minerario carbonifero, con la nascita della città di Carbonia nel 1938 che registrò la massima occupazione operaia durante la guerra, dal 1941 al 1943, con 14.000 minatori nel sottosuolo, secondo vari studi. I cottimi, con varie forme ibride, durarono fino al 1960, quando il Consiglio Regionale della Sardegna dichiarò il “non gradimento” nei confronti di Paul Audibert, direttore generale della Pertusola. Il non gradimento implicava l’allontanamento forzato del direttore dalle sue mansioni e il divieto di permanenza nell’Isola. Le motivazioni concernevano il mancato rispetto da parte della Società delle norme minerarie vigenti, dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana e dalla intransigenza della Società nelle vertenze sindacali.

Il quadro normativo nazionale era cambiato a partire da un testo legislativo fondamentale, il DPR n. 128 del 9 aprile 1959 per la polizia delle miniere e delle cave, finalizzato a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Ebbe allora inizio una nuova temporalità, con la cura delle forme di vita lavorativa delle persone. Alla fine del Novecento, nel controllo dell’ambiente interno minerario entrarono nuovi strumenti: i rilevatori e i campionatori automatici dei rischi. Entrarono anche nuovi soggetti tecnicamente idonei per rilevare rischi possibili. Inoltre, le persone di nuova assunzione dovevano partecipare a brevi corsi, propedeutici ai lavori, di informazione normativa e di formazione antinfortunistica. Alcune donne furono impegnate nei controlli ambientali e nella sicurezza interna alla miniera, particolarmente complessa nelle miniere carbonifere. Per esempio Giuliana Porcu nella Carbosulcis, con vari incarichi dal 1988 al 2025, fu impegnata nei controlli ambientali del sottosuolo e fu poi responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che pianificava la sicurezza lavorativa. Lei ricorda le progressive individuazioni di lavorative nocività minerarie per sottolineare la continua e inesausta realizzazione di una catena di temporalità securitarie, ancora aperta.

Le storiche cottimizzazioni minerarie, contrastate specialmente con autonome produzioni di tempi vitali insieme ai minerali estratti, parlano al presente, rivolgendosi alle cottimizzazioni attuali subite in campo edilizio e commerciale, informatico e dei trasporti. Dicono al presente in primo luogo la rilevanza di storici vettori temporali autonomamente regolati sul vitale, sia come produzioni di tempi di vita e sia come componenti di soggettivazioni securitarie. Indicano, a ben vedere, l’attuale ritorno del taylorismo rivestito digitalmente, secondo Ubaldo Fadini (2024:107). Prospettano, infine, l’accelerazione industriale del lavoro contemporaneo come tendenza di lunga durata, che si estende particolarmente nella quarta rivoluzione industriale e nella connessa vita sociale, secondo Fabio Scolari (2021).

Dopo i primi due passi del nostro incontro sarebbe interessante vedere da vicino qualche prossimità comparativa fra le etnografie documentate in Sardegna e quelle attestate nella Sierra Leone. Non mancano elementi di confronto. Per esempio sulla cernita e sull’uso tecnico e simbolico del setaccio, oppure per l’esperienza individuale che si delinea con una propria robustezza culturale rispetto alla dimensione di classe, e anche per le attenuazioni e minimizzazioni dei rischi estrattivi. Tuttavia la temporalità del nostro incontro richiede necessarie economie di tempo, mentre mi preme indirizzare il mio sguardo verso un altro scritto per accostarvi le temporalità ambientali post-estrattive.

3 Le temporalità ambientali fra riusi scientifici di siti dismessi e discariche minerarie in Sardegna

Lorenzo D’Angelo ha continuato a mantenere viva l’attenzione verso le dimensioni di vita negli ambienti minerari con i loro deterioramenti, attenzione manifestata con Pijpers nell’introduzione la loro libro del 2022, The Anthropology of Resource Extraction. Sui conflitti ambientali nel corso delle attività estrattive mi permetto di ricordare un mio scritto di qualche tempo fa (Atzeni 2011), apparso in un libro collettaneo a cura di Franco Lai e Nadia Breda, intitolato Antropologia del «Terzo Paesaggio» in cui, sulla base di un documento scientifico trovato alla Bibliothèque Nationale de France, consideravo alcuni conflitti avvenuti nel 1912 fra aziende minerarie e imprese della pesca dei tonni, e altri successivi conflitti minerai con imprenditori e istituzioni, accompagnati da relativi strascichi fino agli anni Settanta del Novecento. Sui minerari danni ambientali in tempi post-estrattivi, dalle etnografie emerge che le miniere economicamente valide, generalmente estese per 300-400 ettari, potevano manifestare un’estensione di possesso territoriale assai più ampio della proprietà aziendale, determinando danni ambientali estesi e prolungati nel tempo, anche dopo la loro chiusura. Michel Serres stimolò interrogativi sulle qualità e sulle funzioni delle produzioni di malsano quando nel 2008 tematizzò i danni ambientali domandando: Il malsano. Contaminiamo per possedere? Lascio aperta questa questione sui modi minerari di possesso appropriativo per guardare verso le discariche minerarie post-estrattive le quali, analizzate nel quadro della multitemporalità mineraria, aprono un interessante arco di fenomenologie temporali con caratteri inimmaginati.

Gli attuali dibattiti nei centri minerari dell’Isola sono particolarmente tesi verso il futuro ambientale. Intanto, si vanno affermando esempi di riuso scientifico dei siti minerai dismessi. Nella miniera carbonifera di Nuraxi Figus il progetto Aria si distingue per lo studio della materia oscura con estensioni nella parte diagnostica, sanitaria e industriale. Nella miniera metallifera di San Giovanni si è costituito un centro di intelligenza artificiale: Nelle miniere metallifere di Lula si afferma la candidatura per realizzare il progetto Einstein Telescope, volto allo studio delle onde gravitazionali. A Serbariu la Sotacarbo partecipa a numerosi progetti nazionali e internazionali per la conversione di CO2 in combustibili liquidi e gassosi. Nuovi progetti riguardano la desolforazione chimica del carbone e la riconversione della CarboSulcis, società partecipata pubblica, come avviene nelle miniere a cielo aperto europee in Spagna, in Germania, in Polonia, per citare alcuni Paesi. Si delinea infine la proposta di una complessiva rigenerazione ambientale, che parta dalle bonifiche delle discariche, per realizzare un nuovo ecoterritorialismo, coerente con i principi culturali dei saper fare minerari vitali. Tuttavia, non mancano scelte che contrastano orientamenti ambientalmente positivi.

Le prevalenti linee produttive post-estrattive, emergenti nella parte sud-occidentale dell’Isola, delineano un orizzonte differente. Prospettano, infatti, una congiunzione tra la lavorazione di scarti industriali di varia provenienza e la fabbrica di armi a Domusnovas. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata, noti come industrial waste sites complementari alla militarizzazione industriale. Si tratta di soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro sulla globalizzazione del 2007 da June Nash, studiosa di antropologia mineraria in Bolivia a negli Stati uniti. Voglio ricordare, in contrasto con le militarizzazioni proposte in congiunzione con i residui industriali, il dialogo con una cernitrice di galena del Sarrabus, la quale negli anni Ottanta sosteneva con forza che era meglio usare certi minerali per i fuochi d’artificio per le feste, piuttosto che per le guerre.

Per certi cambiamenti di cultura operaia orientata su inedite assunzioni di responsabilità ambientali in Sardegna, si può fare riferimento a una video-intervista, realizzata il 31 maggio 2007 con il collega Felice Tiragallo, a Pietro Cocco, minatore confinato dal fascismo, sindacalista e sindaco di Carbonia. Egli riferì di una recente assemblea cittadina in cui aveva sostenuto che bisognava abbandonare il carbone per «la salute del mondo», utilizzando l’energia solare. Rimarcava di aver avuto unanime consenso. Conoscevo i registri delle sue tonalità discorsive. Stava dicendo, in altre parole, che la sua nota coscienza di classe aveva assunto esplicitamente, insieme con la cittadinanza presente, una nuova responsabilità solidale verso la natura, prendendosene cura. Ricordo ancora il momento in cui raccontò, con tono critico e triste, dei bambini che giocavano nelle discariche minerarie. Lì mise in discussione il rapporto umano con le generazioni e con il mondo. Egli offriva un senso ampio al rapporto di utilizzabilità del mondo, posto da de Martino unitamente alla sua nozione di presenza. Pietro Cocco ci diceva, a suo modo, un doppio legame della generazionale presenza umana nel mondo e con il mondo. Il salto concettuale era lì: noi siamo il mondo, il mondo è fatto di noi, di tanti noi generazionali che ci prendiamo cura della salute delondo. Il manifesto consenso che egli sottolineava, indicava questo significativo cambiamento di cultura vitale operaia, motivata nell’occasione da una specifica responsabilità ambientale sulle discariche minerarie. Diceva, implicitamente, di una coscienza operaia ecologica sulle discariche, indicando possibili problem solving, trasformativi della salute del mondo rispetto all’inquinamento ambientale minerario attraverso la produzione di pannelli solari nel Sulcis, data la storica vocazione industriale del territorio minerario.

Riemergeva, nella recente esperienza di questo storico leader, l’attiva presenza demartiniana, quasi come agentività, come agency. Seguendo de Martino si poteva scorgere una presenza umana che poteva divenire potente ma anche fragile, in certi momenti. Forse la demartiniana presenza attiva era metastabile per dirla con Gilbert Simondon (1989). Forse era umanamente internalizzata come dinamica materialità interna ai corpi naturali la quale, come una sorta di intra attività, operava sia direttamente sulla matericità naturale umana e sia, con i suoi effetti, sulla matericità naturale del mundus, ri-materializzando e ri-storicizzando le nature umane e non umane, per dirla con Karen Barad (2017). Forse era umanità interna alla natura e in essa integrata giungendo al creaturale, come aveva detto a lungo Gregory Bateson (1989).

Il carattere precario della potente presenza demartiniana, individuale e collettiva, si accompagnava a certi rischi di perdere, in certi momenti, le sue potenti capacità, regredendo e potendo poi ricominciare nella sua antropogenesi, ovvero nella capacità di rifarsi attiva presenza umana. Le oscillazioni fra regressioni e ricominciamenti di autonoma produzione di umanità rimanevano bloccate nelle apocalissi culturali, le quali potevano accadere in particolari circostanze socio-politiche del tempo storico, quando nel mundus (naturale ed economico, tecnico e sociale, culturale e simbolico) erano intensificate le precarietà delle condizioni vivibili. Tali intensificate precarietà indebolivano o erodevano o annichilivano la presenza fino a rendere visibile la crisi e l’incapacità nel risolvere i problemi delle invivibilità del vivere. Secondo de Martino (1977:395) le apocalissi culturali apparivano «nel rischio di non esserci o di passare con ciò che passa», come alienazione della potenza della presenza treasformatrice. I mutamenti delle forme di vita che sgretolavano la presenza attiva potevano restare inconclusive e senza soluzioni stabili, nel presente del capitalismo maturo.

La mappa concettuale della filosofia della vita italiana, partita da un iniziale segmento Gramsci-de Martino-Cirese aveva attraversato Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Paolo Virno, mentre proseguiva in una certa filosofia della vita francese con Georges Canguilhem, Michel Foucault, André Leroi-Gourhan, Marcel Merleau Ponty, Michel Serres, Gilbert Simondon, continuava nella filosofia della vita tedesca con Theodor Adorno, Edmund Husserl, George Simmel, e anglo-americana con Gregory Bateson e Tim Ingold. La mappa si era estesa, tuttavia tornavo a interrogarmi e a interrogare, anche de Martino.

I saper fare minerari vitali, che assumono differenti configurazioni sul piano culturale e ambientale nel periodo post-estrattivo, rimangono infine impigliati nell’intreccio di nuovi rapporti di potere, ampiamente industriali e non solo minerari, dominanti le istituzioni politiche nella nostra contemporaneità, negli esiti neoliberistici delle economie degli armamenti e del riciclaggio immondizie industriali.

La presenza demartiniana doppiamente aperta, potente in certe situazioni storiche e fragile in altre, rimane un indice di vulnerabilità umana, esistenziale ed ecologica, in comunanza con la natura. Pone agli storici e minerari saper fare vitali un obiettivo di storica abitabilità integrale che l’antropologo italiano nominava come domesticità del mondo, in un mundus di persone e cose reciprocamente vitali. Una demartiniana domesticità del mundus pare intrecciare il discorso di Pietro Cocco sulla “salute del mondo” con quello di Lorenzo d’Angelo sulle condizioni critiche ambientali e sui modi di vita ambientalmente degradati.

In un intreccio di possibile temporalità mineraria democraticamente vivibile, gli storici saper fare minerari vitali sembrano incoraggiare azioni innovative di ecologia e di economia politica, capaci di creare una innovativa temporalità del vitale durevole, democraticamente condiviso sia nella stessa natura vivente, umana e non umana, e sia fra la natura vivente e quella non vivente, ma non inerte.

Paola Atzeni