9 July, 2026
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E’ iniziato ieri sera, nella chiesa di San Ponziano, a Carbonia, con la messa celebrata dal vescovo della diocesi di Iglesias, monsignor Mario Mario Farci, e la consegna alla parrocchia, nelle mani del parroco don Giampaolo Cincotti e del vescovo monsignor Mario Farci, da parte di monsignor Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause, di centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, il percorso teso ad ottenere la glorificazione del primo parroco curato di Carbonia, nella ricorrenza del 140° anniversario della nascita.
Mons. Gianfranco Zuncheddu, nato come don Vito Sguotti il 10 giugno, 85 anni fa, ha spiegato che i documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito Sguotti ha esercitato per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carbonia. Mons. Gianfranco Zuncheddu ha aggiunto di aver scoperto la figura di don Vito Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora, Maria Ravot, che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Vito Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui è stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucci, monsignor Gianfranco Zuncheddu ha approfittato dei suoi soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Vito Sguotti.
Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.

Centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, primo parroco di Carbonia, nella ricorrenza del 140°anniversario della nascita, saranno consegnati mercoledì 10 giugno 2026 alla parrocchia di San Ponziano in Carbonia, durante la celebrazione liturgica in programma alle ore 19.00, presieduta dal vescovo di Iglesias, mons. Mario Farci.
«Questi documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito ha esercitato il ministero per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carboniadice mons. Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause dei santi -. Ho scoperto la figura di don Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui sono stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucciaggiunge monsignor Zunchedduho approfittato dei miei soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Sguotti.»
Nota biografica. Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.
Nella foto di copertina don Vito Sguotti, nella foto sotto don Nazareno Mocellin

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Insieme alle pagine organistiche degli undici preludi-corali, ai due preludi e fuga (in sol e in la) e al preludio e fuga “O Traurigkeit o Herzeleid”, durante le varie “accademie”, si è avuto modo di riascoltare, nella bella chiesa di Iglesias, alcune composizioni corali cum organo comitante di Licinio Refice e Lorenzo Perosi. Sì, riascoltare, dato che don Pietro Allori, maestro di cappella per trent’anni della cattedrale dedicata a santa Chiara, negli anni d’esordio del ministero affidatogli dal vescovo Giovanni Pirastru, fece eseguire durante le liturgie pontificali pagine dei due più insigni maestri di cappella del Novecento che sono state in parte riproposte. Anche alcune opere di don Allori, sia corali sia organistiche, sono state affiancate a quelle dei grandi compositori. L’intreccio di armonie e contrappunti tanto raffinati, ora provocati dalla polifonia organistica, ora da quella corale, hanno consentito alla splendida acustica della chiesa di diffondere copiosamente suoni ineffabili e solenni, tali da conferire alla navata quella nobiltà d’arte che l’architettura gotico-catalana delle belle volte a stella evoca ed esige.

I programmi allestiti dalla direzione artistica per questi tre anni hanno inteso valorizzare innanzitutto il nuovo organo della cattedrale attraverso la scelta di un interprete come il maestro Emanuele Vianelli, titolare dell’organo del Duomo di Milano. La sua maestria interpretativa ha regalato esecuzioni di quei brani adeguate alla disposizione fonica dello strumento e tali da costituire un percorso creativo che, partendo dai preludi-corali per organo op. 122 di Brahms – ultima opera, un omaggio a Bach – potesse meglio evidenziare l’esistenza del dialogo ininterrotto con i valori musicali del passato, che nell’ottica brahmsiana significava tornare alle autentiche radici della musica per riattualizzarle con sapienza in un nuovo contesto estetico-culturale moderno e accrescere il proprio patrimonio interiore.

Moderno Brahms, sì, ma nel rispetto della tradizione delle forme musicali classiche sia strumentali sia vocali, come la sonata, la sinfonia, il preludio-corale, o ancora il mottetto, il canone, la messa: in tutta la sua opera però l’ideale artistico doveva essere sotteso non già dalla forma, ma da ciò che si incarna nella musica; ovvero la nobile, classica espressione di un sincero sentimento laico della vita di ogni uomo. Ma vi è un ambito musicale cui Brahms si è dedicato con continuità e forte dedizione: è quello della polifonia a cappella del passato che lo ha nutrito del severo stile rinascimentale (da Giovanni Pierluigi da Palestrina a Orlando di Lasso, da Tomás Luís De Victoria a Heinrich Schütz), una delle fonti più pure della sua ispirazione.

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L’associazione artistico culturale “Pietro Allori” di Iglesias, curatrice del progetto sotto l’egida dell’assessorato della Cultura del comune di Iglesias, e l’Archivio Musicale dell’Angelo intendono, con un’iniziativa annuale, valorizzare al meglio le risorse musicali ambientali presenti nella città di Iglesias. Le accademie musicali nel Novecento costituivano momenti di condivisione di quei valori capaci di offrire una rappresentazione corale ed elevata della società religiosa e civile di una città o di un paese, e si svolgevano in un clima di festa con la partecipazione di tante persone di diversa estrazione sociale.

Memorabile fu l’Accademia musicale svoltasi il 20 novembre del 1955 nella cattedrale di Iglesias in occasione del 25° anniversario di consacrazione episcopale del vescovo Giovanni Pirastru.

Le accademie musicali pensate dall’Archivio musicale dell’Angelo di Milano per la Cattedrale di Iglesias e per l’organo “Palmas” recentemente collocato in una delle due cappelle laterali, si ispirano a quella storica accademia che aveva registrato il concorso dei più validi strumentisti della Diocesi, della Banda cittadina diretta dal maestro Rosolino Ferrara, e delle migliori corali polifoniche del territorio.

La Prima Accademia è in programma venerdì 24 febbraio 2017, alle ore 20.00, in Cattedrale e si intitola “E… per maestri Palestrina e Bach”, Johannes Brahms, Licinio Refice, Pietro Allori.

La Seconda Accademia si svolgerà sabato 25 febbraio 2017, alle ore 9,30, ed ha per titolo “Matinée intorno all’organo Palmas”.

L’organo della Cattedrale, con i suoi 25 registri distribuiti su due tastiere e pedaliera, per le sue particolarità timbriche, è una delle risorse principali per dar vita a momenti di cultura musicale. Le armonie organistiche brahmsiane, interpretate da Emanuele Carlo Vianelli, organista titolare del Duomo di Milano, saranno inframmezzate da mottetti di polifonia sacra composti da Licinio Refice e don Pietro Allori – le loro composizioni negli anni ’50 furono assai eseguite appena don Allori fu nominato maestro di cappella della Cattedrale – e saranno interpretati dal Gruppo vocale “don Allori” di Iglesias e dai Coristi dell’Angelo di Milano.

L’organista titolare del Duomo di Milano, Emanuele Carlo Vianelli avrà modo di farci gustare tutte le belle caratteristiche dello strumento e di valorizzare appieno tutte le sonorità nelle sue molteplici sfaccettature. Ovvero quelle sonorità raffinate e sublimi che sono presenti in queste impareggiabili pagine musicali di Johannes Brahms.

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Può iniziare il processo canonico diocesano per la beatificazione di don Antonio Loi, sacerdote originario di Decimoputzu, morto nel 1965. Lo ha stabilito la Conferenza episcopale sarda, su proposta dell’arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, nel corso dell’ultima assemblea, svoltasi il 17 e 18 ottobre scorsi.

Promotore della causa è il Seminario regionale sardo, di cui don Loi fu alunno nella seconda metà degli anni ’50. L’iter è affidato al Tribunale ecclesiastico di Cagliari, presieduto da don Luca Venturelli, e il ruolo di postulatore per la fase diocesana sarà ricoperto da don Fabrizio Deidda.

«Che io sia, o Gesù, sacerdote secondo il tuo Cuore». L’aveva scritto don Antonio Loi, ancora giovanissimo, tra i suoi appunti. Poche parole, ma forti e significative, che avrebbero segnato la sua vita, interamente dedicata al sacerdozio e alla santità.

Antonio Loi nacque a Decimoputzu il 6 dicembre 1936. Ancora alle elementari, espresse chiaramente la sua vocazione di diventare sacerdote. A tredici anni entrò nel Seminario di Iglesias e nel 1954 nel Seminario regionale di Cuglieri dove proseguì gli studi e si impegnò in numerose attività, ponendosi sempre a servizio degli altri. Sette anni dopo, era il mese di febbraio, ebbe inizio il suo calvario. Operato alle tonsille e più volte ricoverato, solo due anni più tardi gli fu diagnosticato il male che lo affliggeva: linfogranuloma maligno, incurabile, mortale. Antonio si affidò completamente a Dio ed il suo desiderio più grande, nonostante le difficoltà nel proseguire gli studi, rimase il diventare sacerdote. Giovanni Pirastru, suo vescovo, inoltrò la richiesta a Roma per la dispensa da parte della competente Congregazione vaticana. La risposta di Paolo VI si fece attendere solo qualche settimana: il 21 settembre 1963, Antonio Loi divenne sacerdote e due giorni dopo celebrò la sua prima messa nel suo paese natale.

La sua missione e l’offerta di se stesso, tra continue sofferenze e ricoveri, durarono venti mesi. «Sento il desiderio prepotente – scrisse nel suo diario – di saltare giù dal letto per correre a salvare tante anime, devo lavorare fino all’esaurimento di me stesso». E così avvenne, arrivando a celebrare messa stando seduto sul letto.

Una mattina di fine maggio del 1965 chiamò attorno al letto i suoi cari e li confortò, parlando loro di ciò che sarebbe avvenuto di lì a breve. Gli fu amministrata l’Unzione degli Infermi. A mezzogiorno esclamò: «Cantiamo insieme». E don Antonio, sul letto di morte, distrutto dal tumore, a 28 anni, intonò il canto del Te Deum. Benedisse tutti i presenti, che recitavano il rosario. Al «Gloria» dell’ultimo mistero glorioso, don Antonio tornò alla casa del Padre. Erano le 17.00 del 29 maggio 1965.

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