14 April, 2021
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Uomini, donne e bambini che salpano dalle coste africane, o dai paesi vicini in guerra, fuggono da un regime oppressivo, dalle difficoltà economiche di un paese in ginocchio, dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, dalle violenze. I volti, gli sguardi, i corpi segnati di coloro che bruciano le frontiere per raggiungere l’Europa e sognano una vita, normale. Sono le storie dei migranti che attraversano il deserto e il mare della speranza. Storie che non vanno dimenticate ma al contrario, raccontate, per testimoniare quello che succede nel «giardino di casa nostra, il Mediterraneo. Perché in mare non può morire nessuno, ed è compito e dovere di chiunque si trovi lì, soccorrere le persone in pericolo». Così ha spiegato Isabella Trombetta, Communication Officer di SOS Mediterranée Italia agli studenti dello IED Cagliari, protagonista del terzo incontro tenutosi martedì a Villa Satta per il ciclo di open lesson Respect! Persone. Futuri. Luoghi dedicati ai temi di interesse sociale. Originaria di Reggio Calabria, laurea all’Università LUSS di Roma in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, tra il 2017 e il 2018 ha svolto l’incarico di Communication Officer per due mesi a bordo della nave di salvataggio “Aquarius”, come responsabile delle comunicazioni fra l’imbarcazione di soccorso e gli uffici a terra e, soprattutto, è stata il canale di comunicazione fra la nave e la stampa a bordo. Oggi svolge lo stesso ruolo negli uffici a terra. Un compito importante che l’ha vista impegnata anche nel raccogliere le testimonianze dirette delle persone che venivano salvate (la Aquarius ha sottratto alla morte in mare quasi 30.000 persone in tre anni di attività), restituendo così storie, voci e volti a quella dimensione umana che in genere viene ignorata dal racconto delle migrazioni, spesso superficiale e fatto di soli numeri e statistiche.

«I cardini di SOS Mediterranée si fondano su tre principi fondamentali: soccorrere e salvare le vite delle persone che rischiano di morire ogni giorno annegate; assisterle e proteggerle una volta che sono a bordo, e poi raccogliere e raccontare le testimonianze dirette delle loro storie. Ed è qui che entra in gioco il Communication Officer, così come i giornalisti e i fotografi sulla nave. Perché le immagini e gli occhi di chi vede a volte credo parlino più di mille parole.»
Contrastare il diffondersi dell’informazione errata, delle fake news, spesso strumentalizzate dalle politiche distorte del terrore e della diffidenza che contribuiscono a generare paure, insicurezza, odio, diventa quindi determinante per chi svolge questo incarico, così come è fondamentale consegnare alla società civile e politica la verità sostanziale dei fatti attraverso una informazione corretta e una comunicazione genuina sui diversi canali social, basata sulle testimonianze dirette.

«La disinformazione ha generato molta confusione tra ciò che è il problema dei fenomeni migratori, molto grande e complesso, e l’obbligo di prestare soccorso in mare, che è imprescindibile. Così come è previsto dal diritto nazionale e internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare. E proprio a causa di una errata informazione le ONG sono così passate dall’essere citate come “gli angeli del mare” nei primi articoli, poi a ”taxi del mare”, fino a “trafficanti”.»

Un’esperienza molto importante e formativa per Isabella che nel 2015 ha intrapreso poco più che ventenne come percorso naturale dei suoi studi universitari mentre collaborava a un progetto S.P.R.A.R (Servizio per la protezione di richiedenti asilo e rifugiati), ma nata anche dall’esigenza di unirsi ai tanti giovani con il desiderio di rimboccarsi le maniche e offrire il proprio contributo di fronte all’aumento esponenziale delle vittime in mare e delle tragedie continue e inimmaginabili che si stavano consumando sulle rotte del Mediterraneo, davanti a casa nostra. Un racconto appassionato che ha illustrato ai partecipanti al talk nell’Aula Magna Francesco Morelli di IED Cagliari tutto quello che succede a bordo di una nave ONG. A partire dall’organizzazione interna dello staff composto da tre equipaggi: quello marittimo; l’equipaggio di SOS Mediterranée che comprende circa dieci soccorritori tra cui un coordinatore o capitano, un communication officer e il fotografo; e infine l’equipaggio di Medici Senza frontiere, partner medico a bordo, composto da un medico, due infermieri, un’ostetrica, un mediatore culturale e il personale umanitario. Tutti professionisti di vari ambiti, di diversa provenienza e estrazione sociale accomunati dall’esperienza nautica e da training formativi molto impegnativi, che decidono di dedicare il loro tempo, impegno, risorse e passione al salvataggio dei naufraghi, lasciando per alcuni mesi la loro casa e i loro affetti. «Tanti volti, tanti sorrisi, tanti italiani, tante persone che si danno da fare». E ancora, ha raccontato come intervengono le ONG nell’ambito della suddivisione delle zone di responsabilità per il soccorso (SAR – Search And Rescue) tra i vari Stati che si affacciano sul Mediterraneo, i passaggi di comunicazione obbligatori in fase di soccorso tra ONG e MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre), ovvero i centri di coordinamento dei soccorsi costieri rispettivamente: italiano, maltese e libico. Questi centri hanno il compito di assegnare alle navi che hanno effettuato il salvataggio in mare un porto sicuro (place of safety), il più vicino in cui poter approdare e che garantisca i diritti umani fondamentali, tra assunzioni e ripartizioni delle responsabilità però spesso contraddittorie: «Tripoli viene assegnato dalla guardia costiera libica come porto sicuro, malgrado le numerose denunce di violazioni di diritti umani e degli indicibili orrori dei loro centri di detenzione, da cui gli stessi migranti che salviamo in mare fuggono», ha aggiunto la responsabile della comunicazione di SOS Mediterranée. Tante le curiosità dei ragazzi e delle ragazze in aula anche in merito agli aspetti più tecnici delle operazioni di salvataggio, ad esempio su come avviene l’identificazione del target, che nel linguaggio specifico utilizzato a bordo si intende l’intercettazione delle persone in pericolo in mare.

«Gomiti fissi per reggere il grande binocolo, ci guardi dentro e scruti bene l’orizzonte, facendo il giro completo della parte più alta della nave. Si deve fare piano e con attenzione, perché se guardi da una parte e nel frattempo a pochi metri di distanza passa dall’altro lato una imbarcazione in difficoltà significa che in un attimo la puoi perdere, e che trecento, quattrocento e più persone molto probabilmente moriranno
E poi il racconto di alcune storie di chi ce l’ha fatta. Tra questi la disperazione di un padre che ha dovuto scegliere tra salvare i propri figli dal rischio di torture e violenze inaudite, o da una morte quasi certa, ed il rischio di vederli morire affogati in mare; di donne che hanno subito abusi atroci e maltrattamenti; di una madre fuggita dal suo paese africano con le sue due bambine per evitare che venissero sottoposte alla violenza dell’infibulazione; o di bambini non ancora adolescenti torturati come uomini adulti. Storie di drammi umani ma anche di sorrisi e di momenti di gioia indescrivibili, di vite umane salvate.

«Su questa nave ho incontrato tante belle persone e tante storie che mi hanno cambiato, reso più consapevole. E ho incontrato nell’equipaggio anche una gioventù europea e non solo (a bordo c’erano anche ragazzi e ragazze dagli USA e dall’Australia), che mi ha restituito un po’ di speranza, che stavo incominciando a perdere. Giovani che non si danno per vinti, perché nonostante quello che la società ci dice si può fare la differenza, si può fare realmente qualcosa per cambiare le cose. Io dico sempre che si può iniziare anche dalle piccole cose, a partire dal nostro atteggiamento», ha commentato Isabella in chiusura della open lesson, invitando tutti a visitare il sito ufficiale https://sosmediterranee.it/ e i canali social, Facebook: SOS MEDITERRANEE Italia, Twitter: @SOSMedItalia e Instagram: sosmediterraneeitalia .

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Storie straordinarie di migrazioni, salvataggi,accoglienza e testimonianze dal vivo della vita a bordo di una rescue boat. I volti, gli sguardi, i corpi, di coloro che bruciano e sognano le frontiere per raggiungere l’Europa come unica possibilità di sopravvivenza, dopo aver attraversato il deserto e il mare della speranza. Una grande ferita del mondo contemporaneo di cui oggi si parla tanto, ma mai abbastanza. Questi e tanti altri saranno i nodi centrali dell’open lesson del 14 gennaio di IED Cagliari, alle ore 18.00, inserita all’interno del ciclo di incontri “Respect! Persone. Futuri. Luoghi dedicati ai temi di interesse sociale. Protagonista di questo terzo talk a Villa Satta sarà Isabella Trombetta, Communication Officer per SOS Mediterranée Italia, l’organizzazione marittima e umanitaria sostenuta dalla società civile europea per il soccorso nel Mediterraneo.

Con lospite dialogherà Paola Masala, esperta di comunicazione impegnata nel sociale dal suo punto di vista privilegiato, la cultura. È responsabile Marketing per Sardegna Teatro e Delegata regionale per la comunicazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Di fronte all’aumento dei morti e alle tragedie sulle rotte del Mediterraneo centrale tanti giovani europei hanno deciso di collaborare con organizzazioni umanitarie, diventando “angeli del mare”. Così come Isabella Trombetta, originaria di Reggio Calabria, laurea all’Università LUISS di Roma in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, che dal 2017 al 2018 ha svolto l’incarico di Communication Officer a bordo della nave di salvataggio “Aquarius”, nella quale si è occupata delle comunicazioni fra la nave e gli uffici a terra, e soprattutto è stata il canale di comunicazione fra la nave e la stampa a bordo. Un compito importante che l’ha vista impegnata soprattutto nel raccogliere le testimonianze dirette delle persone che venivano salvate (la Aquarius ha salvato la vita a decine di migliaia di persone), restituendo così storie, voci e volti a quella dimensione umana che in genere viene ignorata dal racconto, spesso superficiale e fatto di soli numeri e statistiche, delle migrazioni. «Chiunque abbia vissuto questo fenomeno da vicino, visto le immagini, sentito le storie, non può non capire che qui si parla di persone, i naufraghi, e non di numeri, e che l’accoglienza non è la stessa cosa del soccorso in mare. Il soccorso in mare non è solo legale, il soccorso non è un’opzione, è un obbligo», spiega Isabella Trombetta.

Attualmente, da quando la Aquarius, la “grande nave arancione”, non opera più nel Mediterraneo (la fine della missione di ricerca e soccorso risale al 9 giugno 2018) Isabella svolge il ruolo di Communication Manager occupandosi del rapporto con la stampa italiana e dei profili sui social media per la filiale italiana di SOS Mediterranée.

Nei suoi studi universitari ha sempre concentrato l’attenzione sui temi delle migrazioni e sulle peculiarità del patrimonio culturale internazionale nelle comunità di migranti. «In mare ho imparato quanto sia importante il lavoro di squadra perché lavorando in sintonia si possono salvare molte vite. E poi ho imparato cosa vuol dire ”dignità”, restituire dignità alle persone. Perché vedere quelle stesse persone in mare, sofferenti, ammassate sui gommoni, sui barconi, e poi a bordo dell’Aquarius, dopo aver ricevuto le cure mediche, il cibo, l’acqua e i vestiti puliti, si impara a capire il reale valore della dignità umana e quanto troppo spesso lo diamo per scontato», racconta Isabella Trombetta.

SOS Mediterranée è una organizzazione della società civile, non governativa, costituita da un network europeo (Italia, Germania, Francia e Svizzera) che supporta le operazioni di salvataggio dei profughi nel Mediterraneo e le attività di testimonianza e di sensibilizzazione. Cittadini, persone comuni che hanno deciso di mettersi in gioco e di fare qualcosa per soccorrere i migranti in pericolo nel nostro mare. Lo scopo di SOS Mediterranée è tripartito: salvare le persone che rischiano di morire ogni giorno; assisterle una volta che sono a bordo, grazie anche alla collaborazione di partner come Medici senza Frontiere, e testimoniare, invitando i giornalisti a bordo e informando l’opinione pubblica dei Paesi europei sulla situazione dei migranti nel Mediterraneo, attraverso la raccolta e la diffusione di testimonianze dirette sulle condizioni e sui differenti aspetti delle migrazioni in atto.

«Design e sostenibilità sono due aspetti importanti che raccontano l’identità dello IED. Design inteso nelle sue diverse e più aggiornate declinazioni, che comprende anche l’educazione per i nostri giovani studenti, cittadini del futuro, allo sviluppo sostenibile. Il nostro compito non è solo quello di formare designer nel campo delle professioni della creatività, ma anche di sostenere un’istruzione orientata verso un pieno sviluppo della personalità umana attraverso la promozione della comprensione, della tolleranza, del dialogo. E quello di Isabella Trombetta riteniamo che sia un esempio buono e positivo che promuove una cultura pacifica, un progetto e uno stile di vita sostenibili, volti alla valorizzazione delle diversità culturali e al rafforzamento del rispetto e dei diritti umani e delle libertà fondamentali», spiega Monica Scanu, direttrice IED Cagliari.

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«Il varo di una barca, è un po’ come la nascita di una nuova creatura, perché per costruirla ci sono voluti nove mesi e altri diciotto mesi per il lavoro che ha coinvolto più di quaranta progettisti e designer, oltre ai velisti e allo short team.»

Così Max Sirena, skipper e team director alla guida di Luna Rossa Prada Pirelli, ha descritto il momento più emozionante che ha visto finalmente il battesimo del nuovo monoscafo volante ipertecnologico della classe AC75, varato ai primi di ottobre al Molo Ichnusa di Cagliari. Intervistato dal giornalista Enrico Pilia, è stato protagonista il 10 dicembre del primo “talk” a porte aperte nella culla del design in Sardegna, lo IED Cagliari diretto da Monica Scanu, che ha inaugurato il nuovo ciclo di open lesson 2019-20 a Villa Satta dal titolo “Respect. Persone. Futuri. Luoghi.”. Da qualche mese cittadino onorario di Cagliari dove vive dal 2014 con la sua famiglia, “Max” ha affrontato diversi temi legati ad una delle più grandi sfide, quella dell’America’s Cup, il più importante trofeo sportivo che si terrà nel 2021 ad Auckland, in Nuova Zelanda.

E proprio in vista della regata velica più prestigiosa e antica del mondo ha fatto della città di Cagliari il suo quartier generale considerata uno dei più bei campi di regata al mondo: «Era importante trovare una location in Italia che avrebbe garantito un range di vento ben definito, dai 9 ai 14 nodi. Tra quelle individuate (una in Sicilia e due in Sardegna) abbiamo scelto Cagliari, non solo per il mare ma anche per gli aspetti logistici legati all’accoglienza di un grande team di centoventi persone, oltre ai servizi fondamentali. E mi sento molto fortunato per questa scelta, perché dopo aver abitato tanti anni in diverse città importanti del mondo lo posso dire con certezza: Cagliari è uno dei posti più belli in cui ho vissuto e dove ho deciso di vivere con la mia famiglia. Ci sono Università di buon livello, tre scuole internazionali, un clima ottimo, ospedali e un aeroporto vicino alla città e ben connesso. Non capisco perché ci sia gente che non è felice di vivere qui».

Sfide, passione, tecnologia, sport e design: punti centrali della sua grande esperienza, che vanta una lunga carriera sportiva e tante soddisfazioni, che ha portato con generosità nella lezione con i futuri designer della sede sarda IED. Quella del 2021 sarà la sua settima partecipazione all’America’s Cup alla guida del nuovo “missile volante” targato Luna Rossa Prada Pirelli, uno spettacolo straordinario vederlo sfrecciare con le sue imponenti vele sulla superficie del mare, sospeso per aria, nelle immagini video del promo proiettato nell’Aula Francesco Morelli. Un bolide realizzato con tecnologie utilizzate ben al di sopra di quelle della Formula 1 e con dei materiali e una serie di sistemi tecnici a bordo che provengono dal mondo aeronautico e spaziale, come ha raccontato lo skipper di Luna Rossa alla classe piena di studenti e di curiosi, molto attenta. Innovazione, tecnologia e design che raggiungono il loro apice in questa straordinaria “creatura” che più accelera più prende velocità, bacia l’acqua (kissing), poi si alza, decolla e vola.

«Questo vi dà l’idea di come negli anni è cambiato il modo di andare in barca e di concepire la barca a vela. Abbiamo un pilota automatico esattamente come un pilota di volo di un aereo. Misura una serie di dati, l’altezza di volo della barca, la frequenza delle onde, l’intensità del vento. Solo per costruirla ci sono volute più di 75.000 ore di lavoro.»

Tutte quelle parti che un tempo prevedevano la parte idraulica, la parte elettronica e la parte informatica oggi vengono raggruppate in una sola disciplina che fa viaggiare la barca di Luna Rossa a 15/16 nodi, tre volte la velocità del vento: la meccatronica. Non è un film di James Bond ad alto impatto tecnologico, ma è il futuro che è già qui, compreso il rischio inevitabile di spionaggio, come ha raccontato il velista originario di Rimini alla guida del team più famoso nel mondo della vela. «Nella Coppa America noi abbiamo spie tutti i giorni. Anche ieri abbiamo messo la barca in acqua e ci siamo accorti che c’erano spie sia americane che inglesi. Perché? Perché oggi con gli strumenti che abbiamo siamo in grado, seguendo la barca, di determinare la sua velocità e le sue performance. In questo modo si può verificare se le prestazioni dello scafo sono inferiori a quelle dei concorrenti e in tal caso si cerca di intervenire per migliorarle ed essere all’altezza del trofeo più prestigioso».

Una grande sfida che vedrà ancora Cagliari al centro dell’attenzione mondiale sportiva e mediatica dal 23 al 26 aprile 2020 in occasione della prima tappa a livello mondiale per la conquista della Coppa America e che porterà in gara quattro team protagonisti, due americani, uno neozelandese e Luna Rossa Prada Pirelli. «Luna Rossa è per me ciò che mi ha dato la possibilità di realizzare i miei sogni. Nei confronti del mio team così come di Patrizio Bertelli e Miuccia Prada ho un profondo legame, perché mi hanno dato la possibilità di arrivare qui. Non è solo un lavoro, ma una passione, una forma di dipendenza che ti toglie talmente tanto a livello umano e personale che si può perseguire solo se senti di raggiungere un obiettivo, un sogno. Ancora oggi mi chiedo “ma chi me lo fa fare, ho già vinto tanto”, potrei fare altre cose. Ma finita la Coppa America dopo due settimane inizia a venirmi un prurito, poi ti rendi conto che semplicemente, ti manca. È una sensazione difficile da vivere e da capire se non la vivi, difficile da trasmettere agli altri.»

Tra grandi applausi degli studenti ed i saluti della direttrice IED Cagliari lo skipper più famoso d’Italia ha ricordato l’evento di aprile invitando tutti a tifare per il team di Luna Rossa Prada Pirelli.

I prossimi appuntamenti con il ciclo di open lesson “Respect” allo IED Cagliari, saranno: il 7 gennaio 2020, Gianluca Vassallo; il 14 gennaio 2020, Isabella Trombetta, communication officer a bordo delle navi di SOS Mediterranee, e Ugo Bressanello, presidente della Fondazione Domus de Luna (2020, data da definire).

«Questo nuovo ciclo di attività è soprattutto un’opportunità di confronto e approfondimento sui temi legati agli obiettivi di sviluppo sostenibile, che seppur declinati in modi differenti tendono tutti in qualche modo a valorizzare la “sfida”, intesa positivamente come occasione di scambio, di relazioni e connessioni, di gioco di squadra, ma soprattutto di cambiamento e di raggiungimento di nuovi traguardi verso una società sempre più civile e compatibile con la salvaguardia dell’ambiente e dei diritti umani. Valori fondamentali per la progettazione di oggi e del futuro che noi come IED ci impegniamo a trasmettere ai nostri studenti: non solo rafforzare la cultura del sapere e del saper fare, ma soprattutto la cultura del saper essere», ha spiegato Monica Scanu, direttrice IED Cagliari.