17 May, 2022
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Nel lessico politico della città di Carbonia, nei programmi e negli impegni culturali che cominciano ad apparire, se ho visto bene, non compare la parola antropologia che studia le esperienze delle relazioni umane, con i loro valori e disvalori culturali. Si tratta di un fatto assai significativo. Il noto antropologo francese Marc Augé nel 1994 scriveva così nel suo Storie del presente. Per un’antropologia dei mondi contemporanei, proprio nella prima frase del primo capitolo: «Il termine «antropologia» è oggi servito in tutte le salse». Egli affermava che l’antropologia poteva rallegrarsene, ma poteva anche inquietarsene.
Infatti, mentre il nocciolo del discorso antropologico combinava la triplice esigenza della scelta di un terreno, dell’applicazione di un metodo, e della costruzione di un oggetto di ricerca, l’antropologia era diluita in vaghe allusioni, non fondate scientificamente. Non è il caso della cultura politica carboniese e dei programmi di politica culturale cittadina, in cui la parola antropologia pare del tutto assente. Si tratta di un fatto che richiede spiegazioni dai protagonisti di tali discorsi e di tali programmi.
A questo proposito, vengo subito all’antropologia come punto importante e inespresso di discorsi politici per obiettivi culturali realizzabili nella città e della città. Si tratta di un punto che riguarda la valenza antropologica, distintiva e caratterizzante l’esperienza urbana di Carbonia, che ha reso durevoli originali valori democratici della città, propri della sua cittadinanza democratica per lungo tempo: la capacità culturale delle persone che davano vita alla città, non solo tecnicamente ed economicamente, ma con specifici modi di lavorare e di abitare che producevano originali relazioni di umanità solidale. Si tratta di un complesso e ricco fenomeno culturale con spessori ed ampiezze che fece e fa di Carbonia uno straordinario
laboratorio antropologico: aperto e funzionante in un antifascismo e in una democrazia a trama minuta e quotidiana. Un laboratorio antropologico che si è palesato in varie lotte popolari per un futuro vivibile egualmente condiviso. Carbonia appare differente da altri centri minerari con esperienze di grande valore culturale. Altri centri minerari non ebbero una fondazione voluta da un fascismo che si volle imperiale e razzista e che il razionalismo architettonico non può far dimenticare. La città seppe uscire democraticamente dalle contingenze della sua fondazione fascista, nonostante l’impianto urbanistico gerarchizzante, la toponomastica che esaltava il fascismo e la negazione della storica antropizzazione rurale locale che Mussolini riduceva alla definizione di “landa quasi deserta”, nella sua svolta industrialista e bellica che determinava la nascita di Carbonia.
Studi antropologici nella e della città hanno contribuito a far nascere e operano ancor oggi per far valere, specialmente in Italia e in Europa, una specifica antropologia mineraria e industriale. Tali studi agiscono nell’ambito di una disciplina condizionata storicamente dal colonialismo, dall’esotismo, dal ruralismo. L’antropologia è stata, generalmente, poco attenta a certe differenze culturali, locali e globali, sociali e di genere, proprie della modernità industriale e delle sue crisi, con esperienze umane disumanizzanti ma anche resistenziali o alternative, emancipative o liberatrici. La democratica antropologia mineraria è stata ed è ancora impegnata in un confronto accademico, non solo teorico ma anche pratico, condizionato da asimmetriche relazioni e assetti di potere accademico. Tuttavia, tale antropologia mineraria democratica si cimenta assai valorosamente in vari confronti all’interno della disciplina stessa,
con un orientamento che riguarda ora principalmente, ma non solo, il cosiddetto “post-industriale”. Nel post-industriale di nuova attenzione culturale, Carbonia assume una particolare rilevanza antropologica, e politica, specialmente nell’attuale fase di necessaria transizione ecologica.
In questo periodo storico, certe necessarie trasformazioni locali e territoriali richiederanno di essere sostenute, perfino con certi nuovi progetti amministrativi che faranno capo a finanziamenti europei, partendo dallo spoglio e dal confronto delle fonti storiche. L’archivio comunale, pertanto, non solo deve essere sottratto all’incuria e all’abbandono, ma deve necessariamente essere informatizzato e valorizzato come vera e propria “miniera di dati”, da cui estrarre informazioni, ordinabili e tematizzabili con efficaci opzioni, anche per rendere realizzabili e validabili nuovi progetti. Il nuovo ordinamento dello storico Archivio Comunale, aperto a nuove fruibilità, riguarda ovviamente anche l’organizzazione della stessa struttura comunale, per la quale un nuovo assetto informatico fu previsto fin dal 1979, con una precisa delibera del Consiglio Comunale. Tali aspetti, interessano anche l’antropologia delle istituzioni, cioè il modo in cui l’amministrazione vorrà caratterizzare l’operatività comunale, tenendo conto anche dei trattamenti che riserverà agli accessi conoscitivi e agli esiti deliberativi, passati, presenti e futuri, per rendere partecipe la popolazione delle esperienze storico-antropologiche della città.
L’antropologia nella città e della città di Carbonia non è solo depositata nei libri e nei confronti accademici di convegni, seminari, dibattiti, tesi di laurea ed altro ancora. Ha trovato spazio localmente, per esempio, nel raro impegno culturale del sindaco Tore Cherchi che ha consentito l’istituzione della Sezione Antropologica nella Grande Miniera di Serbariu. In poco più di 100 metri quadri, che corrispondono a uno dei corridoi con le docce della miniera, dialogano varie discipline: antropologia mineraria, etnografia visiva, storia, ingegneria mineraria, medicina del lavoro, archivistica, museologia, espografia, grafica…Il dialogo interdisciplinare, sgorgava da un comitato scientifico ben vivo e attivo, istituito e reso dinamico da periodici incontri, attivati dallo stesso sindaco che vi contribuiva continuamente. Il comitato scientifico, a cui l’antropologia ha dato impegni non sottovalutabili, non è stato più convocato e non mi risulta che sia stato rinnovato con nuove nomine. Per Medau Sa Grutta, inoltre, egli aveva sollecitato un progetto etno-antropologico, dal momento che gli studi antropologici sugli habitat sparsi sulcitani avevano interessato le ricerche sull’architettura popolare e avevano trovato spazio sia in un’importante collana nazionale edita da Laterza, sia in un testo sulla Sardegna, pubblicato in quella collana nel 1988. Tuttavia, l’antropologia è stata bandita da Medau Sa Grutta e non sta a me fornirne spiegazioni.
Tore Cherchi ha dato all’antropologia uno spazio qualitativamente importante e ben visibile sebbene ridotto, uno spazio prima negato per molto tempo all’antropologia, se si pensa che l’Università di Cagliari e in particolare l’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche, fin dai primi anni Ottanta, presentò all’Amministrazione Comunale di Carbonia le linee di un progetto museale territoriale chiamato Ecomuseo, allora poco conosciuto e assai innovativo, ispirato da modelli francesi. Si tratta di un progetto finito nel nulla.
Richiamo alla memoria una costellazione di fatti. Nel 1982 l’Amministrazione Comunale formulò una richiesta di collaborazione all’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche Nel 1983 promosse un Convegno dal titolo Carbonia. Un progetto per la memoria storica e la cultura materiale. Nel 1987 il Comune di Carbonia acquistò il progetto preliminare dell’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche con le linee ispiratrici del progetto attuativo di un museo territoriale, chiamato Ecomuseo. Una delibera del Consiglio Comunale approvò una Convenzione tra l’Amministrazione Comunale e il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Cagliari, il quale approvò quella Convenzione nella seduta del primo settembre 1988. Era stato fatto tutto quanto era necessario sul piano istituzionale. Non so quali successive delibere cambiarono quelle decisioni e stornarono le relative spese in bilancio. Sappiamo bene che Ecomusei si fecero altrove, nel Sulcis e in Sardegna, come in altre Regioni italiane. Ricordo, doverosamente, che il progetto era sostenuto per la Società Umanitaria regionalmente da Fabio Masala, oltre che da dirigenti nazionali di questa società che vennero ripetutamente da Milano, partecipando a  vari convegni per sostenere la realizzazione di quell’obiettivo ecomuseale.
Pare a me, nell’attuale fase di transizione per la riconversione ecologica, che una innovativa amministrazione comunale abbia non poche ragioni culturali per riprendere, rimotivare, rimodulare, rifinalizzare le direttrici antropologiche e multidisciplinari delineate in quello storico progetto di Ecomuseo territoriale, a partire dalle sue sedi dislocate e articolate, come “antenne”, nella rete delle frazioni industriali e rurali, inurbate e non inurbate. La concezione del museo era, ed è ancor più oggi, assai cambiata. Il museo non è più un mero deposito di oggetti, staticamente esposti. Il museo si caratterizza ormai da molto tempo, secondo la nuova museologia, come fabbrica di esposizioni a lavorazione continua per produrre mostre temporanee, possibilmente interattive: in genere almeno quattro all’anno, che accompagnano la mostra permanente, prevista istituzionalmente come stabile. Le mostre possono essere residenziali o itineranti per far conoscere la città. Sono orientate dal Comitato scientifico interdisciplinare, ma si servono di varie competenze legate a ricercatori, sia stabili e sia legati ai vari progetti.
A mio avviso, un tale innovativo progetto museale, antropologico e multidisciplinare, a carattere diffuso di Ecomuseo territoriale, come continua fabbrica di mostre residenziali e specialmente itineranti, potrebbe comprendere le bonifiche delle discariche minerarie ed essere aperto alle varie esperienze artistiche e creative. Potrebbe, soprattutto in questa fase, esporre e valorizzare ogni innovazione produttiva che ha marcato e marca il territorio cittadino e la zona, anche con esposizioni aziendali culturalmente validate, dando un forte senso culturale ad ogni iniziativa di transizione ecologica, in opera o via via realizzata. Potrebbe, infatti, collegare elementi della fase contemporanea di transizione ecologica alle storiche e caratterizzanti esperienze umane di saper vivere e di saper far vivere che marcarono culturalmente, secondo i tempi e i modi, sia certe relazioni antropologiche nella città e sia le identità della città: continuamente reinventata da rurale a industriale, da industriale a terziaria, non più monocolturale ma tesa verso un futuro di vita durevole.
Credo che tale cimento, articolato e precisato negli obiettivi di risorse finanziarie e umane, in connessione a vari programmi europei per modi e cronoprogrammi, sia il necessario risarcimento di attenzione e di impegno che una seria amministrazione deve in primo luogo alle future generazioni della città. Tale impegno può essere attraversato e realizzato proprio grazie all’apporto delle discipline antropologiche, trascurate e neglette, non si sa se per limiti culturali di certe politiche amministrative o per miopi calcoli basati solo sul peso elettorale di tali discipline, considerato esiguo.
Il peso culturale delle discipline antropologiche, in realtà, non è irrisorio nel presente, e neppure nel futuro della politica culturale della città. Non si tratta, infatti, di un recupero né di “radici”, né di “semi”, né di “DNA”, espressi dal senso comune senza fondamenti scientifici per essere validati come fatti culturali.
La dimensione culturale non può essere ridotta solo al biologico, anche se la cultura è prodotta da corpi viventi, può essere conosciuta mentalmente e può essere incorporata negli stili di vita individuali e comunitari. Non si tratta quindi di recuperare semplicemente elementi significativi delle identità del passato, ma di saper cogliere l’imprescindibile contributo scientifico che le discipline antropologiche hanno dato e danno per capire il senso e la portata dei continui cambiamenti delle identità individuali e di gruppi, locali e territoriali. Tali aspetti, riguardanti i rapidi mutamenti culturali e identitari negli ambienti minerari, sono emersi con particolare vigore specialmente in un recente incontro internazionale, promosso dall’Università di Cagliari nel novembre del 2019. L’incontro aveva un titolo significativo che richiamava le esperienze di cambiamento culturale personale e collettivo, dei luoghi e dei territori nella complessiva vita
globale delle miniere, nel minerario e nel post-minerario, fra estrattivismo e creazione di un patrimonio: The Global Life of Mines. Mining and post-mining between Extractivism and Heritage-Making.
Si tratta di temi e di problemi antropologici che risultano ormai non più rinviabili per una attuale politica culturale nella e della città, nell’avanzare del tempo e dei nuovi bisogni culturali che implicano in certi modi le relazioni sia di genere e sia di giovani generazioni, le cui identità sono annichilite nelle disoccupazioni e frantumate nei “lavoretti” precari. Tali relazioni sono particolarmente sollecitative per realizzare una politica culturale adeguata alle nuove domande socio-culturali, più o meno esplicitate ma assai importanti nei rischi e nelle opportunità del nostro difficile poter vivere. Si tratta di bisogni culturali che sollecitano cambiamenti delle culture politiche locali e delle politiche culturali, particolarmente urgenti nel fragile presente di salute e di istruzione formativa, industriale e rurale, che Carbonia vive dolorosamente: per produrre un nuovo futuro, condiviso con pratiche accomunanti creative e inventive, capaci di caratterizzare antropologicamente innovative identità personali e collettive in metamorfosi nella  città e della città, abili nel farla in nuovi modi solidale e durevole.

Paola Atzeni

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Allo IED Cagliari i progetti delle tesi di diploma degli studenti volti alla valorizzazione dell’identità regionale all’interno dell’aeroporto di Cagliari-Elmas, alla riqualificazione degli edifici delle Saline Conti-Vecchi di Assemini, alla realizzazione di nuovi vettori ecosostenibili e tanto altro ancora.

Progetti di tesi che coinvolgono le aziende SOGAER, FAI e ARST.

Superare il concetto di non luogo e restituire all’aeroporto di Cagliari-Elmas una propria connotazione identitaria, o realizzare un punto ristoro nel sito delle Saline Conti Vecchi di Assemini, in cui ambiente, architettura e lavoro sono unificate dall’elemento del sale. Sono solo alcune delle tesi di diploma degli studenti di Media Design e Interiori Design dello IED di Cagliari, pensati con l’obiettivo di valorizzazione e riqualificazione del territorio e dell’identità locale, che in questi giorni hanno illustrato nell’aula magna di Villa Satta nel corso delle sessioni di diploma ad alcuni dei loro possibili committenti con i quali hanno avuto l’opportunità di ragionare nelle varie fasi di sviluppo. Importanti aziende tra le più rilevanti che operano in diversi settori in Sardegna. In prima fila la società di gestione dell’aeroporto, la SOGAER, rappresentata per l’occasione dal presidente Gabor Pinna e dal direttore commerciale David Crognaletti. Ed è ai vertici della società dell’importante società di gestione dell’aeroporto di Cagliari che i tre studenti IED, Alessandro Manca, Andrea Busonera e Mariano Porcedda, hanno presentato il progetto “Beni Benius”, un sistema visivo per la valorizzazione dell’aeroporto. Un progetto pensato appositamente per Sogaer, che propone da un lato un sistema segnaletico e archigrafico collegato agli archetipi dell’artigianato sardo, dall’altro delle installazioni multimediali interattive volte a promuovere luoghi e tradizioni locali indirizzate al gran numero di turisti e viaggiatori in transito nell’aeroporto di Cagliari-Elmas, nel tentativo, ben riuscito, di radicare al contesto, alle tradizioni e alla storia, uno spazio “omologato” come quello dell’aeroporto.

Una lunga ricerca attraverso lo studio dell’artigianato sardo, l’esplorazione di alcuni dei più importanti portali di arrivo (un non-luogo secondo l’espressione introdotta dall’antropologo Marc Augé) del mondo, e un approfondimento sulle nuove tecnologie, in particolare sugli sviluppi futuri dell’intelligenza artificiale e del machine learning, hanno portato i tre giovani designer a realizzare tre output principali: un caloroso “benvenuto” ai passeggeri in arrivo. Il primo, per la creazione delle icone che vanno a comporre il sistema di segnaletica interna della stazione aeroportuale, si ispira alla affascinante tessitura del filet di Bosa, legata al mondo della pesca e all’intreccio delle reti. Il secondo, prevede un’installazione di tipo artistico-evocativo: una grande struttura in legno riempita di sabbia che visualizza con un linguaggio artistico i dati dei voli che sorvolano l’isola in tempo reale. Ogni volo segna una traccia sulla sabbia. Tutti i solchi che simboleggiano le partenze e gli arrivi, sovrapponendosi, vanno a disegnare la forma della Sardegna, evidenziando attraverso alcuni caratteri distintivi dell’isola la sua identità. E ancora, l’installazione interattiva attraverso la realizzazione di un grande monitor posizionato al suolo, la cui griglia è composta da una serie di “mattonelle” che insieme costituiscono l’imponente sistema visivo. Ogni icona del monitor contiene un’immagine rappresentativa dell’isola, alla pressione di ciascuna di queste l’immagine va ad espandersi per tutta la dimensione della piattaforma, offrendo anche tutta una serie di informazioni in merito al luogo, l’autore, ecc. con l’obiettivo di stimolare curiosità e l’interazione non solo fra gli utenti ma anche tra gli stessi e l’aeroporto, e naturalmente con il fine ultimo di promuovere le bellezze del territorio attraverso delle immagini evocative.

Un lavoro molto apprezzato dal presidente Sogaer Pinna, interessato a valutare l’applicazione delle proposte di progettazione: «Gli aeroporti, e lo abbiamo visto con gli esempi qui riportati, come quello di Singapore e Boston, stanno diventando sempre più “luoghi” evocatori di emozioni, portatori di identità. Come interpretare quindi una tradizione antica alla luce di una formazione ricca, moderna? Io credo che questo progetto rigoroso risponda in maniera convincente alla necessità di superare il concetto di non-luogo per uno spazio urbano come quello dell’aeroporto, perché afferma sempre più con forza (e ne diventa espressione) la presenza di un tessuto identitario, culturale, emozionale». Un momento importante che segna l’inizio di una collaborazione tra IED e Aeroporto di Cagliari come ha sottolineato anche David Crognaletti, direttore Commerciale Sogaer: «Questa scuola è una eccellenza e mi auguro che anche altre istituzioni seguano questo esempio. Una eccellenza di cui dobbiamo tenere tutti in grande considerazione il valore delle idee, dei nostri ragazzi, che possono aiutarci a cambiare ciò che vediamo oggi».

Otto i progetti di tesi discussi e che hanno catturato l’interesse e l’attenzione dei presenti e dei rappresentanti delle aziende e delle istituzioni. Tra questi, particolarmente apprezzati anche quelli ideati all’interno del corso di Interior Design in collaborazione con FAI (Fondo Ambiente Italiano) “Trame di sale” e “Fior di sale” dedicate al recupero, pianificazione delle possibili destinazioni d’uso e riqualificazione degli edifici delle Saline Conti Vecchi di Assemini, sito attivo per la produzione del sale e uno dei siti di archeologia industriale immerso in un’oasi naturale tra i più suggestivi di Cagliari e dell’hinterland, con il suo meraviglioso paesaggio di montagne cristalline.

Il primo progetto, di Silvia Atzeni, è una spa su tre livelli pensata come astrazione del paesaggio esterno che rispecchia la natura senza tempo delle formazioni saline circostanti, dove il sale viene usato come materiale per l’interior design e per gli stessi effetti terapeutici. Zona relax, massaggi, sauna, haloterapia, e un percorso sensoriale esclusivo in uno spazio che si perde a vista nel bianco candido dei cristalli di sale. E ancora, un punto ristoro e un percorso museale pensato da Mauro Soddu, dove l’”oro bianco” regna incontrastato negli ambienti interni ed esterni, così come nella degustazione dei piatti, in un luogo di grande fascino e altamente rilassante.

Tante altre ancora infine le aziende interessanti, possibili committenti dei progetti degli studenti IED: Termosa Design (esclusivo showroom con sede a Cagliari dell’azienda spagnola Porcelanosa tra i produttori di ceramica più importanti del mondo) interessato al progetto di realizzazione di tre proposte di interior design e finiture di una unità immobiliare; e la piccola azienda Opera Blue House, per il progetto di cellule abitative ecosostenibili; Entrapment, per il design di una “escape room” attraverso il gioco di ruolo e multipercorso. E ancora la tesi personale “Epta Design: Dataphys” una ricerca e sperimentazione delle varie forme di rappresentazione dei dati e creazione mediante un’installazione di un’esperienza multisensoriale della loro fruizione.

Tra i referenti delle aziende sarde presenti alla presentazione delle tesi di diploma a Villa Satta, anche Chicco Porcu, amministratore unico dell’Arst che ha anticipato una prossima tesi IED a dicembre che vede la collaborazione tra l’Istituto Europeo di Design, l’Azienda Regionale Sarda dei Trasporti e l’qssessorato al Turismo del comune di Cagliari, per la realizzazione di un nuovo progetto di trasporto che legherà proprio il turismo all’aeroporto; Antonio Coiana, dell’azienda Delfis specializzata in allestimenti multimediali per i musei e informatica per i beni culturali e Marzia Cilloccu, assessora delle Attività produttive, Turismo e Politiche delle pari opportunità del comune di Cagliari.

«Sono ancora più numerosi quest’anno gli accordi con le aziende per lo sviluppo dei progetti didattici e di tesi di diploma – ha commentato la direttrice IED Cagliari, Monica Scanu – In particolare, l’accordo con SOGAER, ente gestore dell’aeroporto di Elmas, appare foriero di attività comuni per lo sviluppo sostenibile della Sardegna

Il prossimo appuntamento a Villa Satta sarà dedicato ai futuri designer: il 12 luglio ritorna l’Open Day IED, l’iniziativa dedicata alla presentazione dell’offerta formativa dei corsi triennali 2018-19, dove verranno inoltre raccontati i progetti realizzati nel corso di questo anno accademico. Tante le novità anche per i corsi di specializzazione di fashion e fotografia. A raccontare la sua esperienza professionale anche un atteso ospite, creativo tra i più ricercati nel mondo della moda.