23 June, 2026
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E’ iniziato ieri sera, nella chiesa di San Ponziano, a Carbonia, con la messa celebrata dal vescovo della diocesi di Iglesias, monsignor Mario Mario Farci, e la consegna alla parrocchia, nelle mani del parroco don Giampaolo Cincotti e del vescovo monsignor Mario Farci, da parte di monsignor Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause, di centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, il percorso teso ad ottenere la glorificazione del primo parroco curato di Carbonia, nella ricorrenza del 140° anniversario della nascita.
Mons. Gianfranco Zuncheddu, nato come don Vito Sguotti il 10 giugno, 85 anni fa, ha spiegato che i documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito Sguotti ha esercitato per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carbonia. Mons. Gianfranco Zuncheddu ha aggiunto di aver scoperto la figura di don Vito Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora, Maria Ravot, che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Vito Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui è stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucci, monsignor Gianfranco Zuncheddu ha approfittato dei suoi soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Vito Sguotti.
Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.

Centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, primo parroco di Carbonia, nella ricorrenza del 140°anniversario della nascita, saranno consegnati mercoledì 10 giugno 2026 alla parrocchia di San Ponziano in Carbonia, durante la celebrazione liturgica in programma alle ore 19.00, presieduta dal vescovo di Iglesias, mons. Mario Farci.
«Questi documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito ha esercitato il ministero per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carboniadice mons. Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause dei santi -. Ho scoperto la figura di don Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui sono stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucciaggiunge monsignor Zunchedduho approfittato dei miei soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Sguotti.»
Nota biografica. Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.
Nella foto di copertina don Vito Sguotti, nella foto sotto don Nazareno Mocellin

In una cornice carica di commozione e orgoglio, la storica Caserma “Trieste” di Iglesias ha ospitato oggi la solenne cerimonia di apposizione degli “Alamari” e il giuramento degli allievi carabinieri del 144° Corso, un percorso formativo quest’anno intitolato alla memoria del carabiniere Medaglia d’Oro al Valor Militare Lorenzo Gennari.

A stringersi attorno ai giovani militari, in un abbraccio ideale che unisce le Istituzioni e i cittadini, sono intervenute illustri autorità militari, civili e religiose. Hanno conferito il massimo prestigio alla giornata il Comandante delle Scuole dell’Arma dei carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Marco Minicucci, il Comandante della Legione allievi carabinieri, Generale di Divisione Marco Lorenzoni, il sindaco della città di Iglesias, Mauro Usai, e il vescovo di Iglesias, Sua Eccellenza Monsignor Mario Farci.

Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato il profondo e sentito ringraziamento rivolto alle famiglie degli allievi. Il Generale Marco Minicucci, in particolare, ha voluto ricordare con affetto come la coraggiosa e nobile scelta di questi giovani di indossare l’uniforme sia il riflesso prezioso dell’educazione ricevuta in casa. È proprio all’interno delle mura domestiche che sono sbocciati quei valori fondanti di onestà, rispetto e profondo senso civico, indispensabili per chi sceglie di dedicare la propria vita allo Stato e al bene comune.
Con parole altrettanto cariche di emozione e significato, il Comandante della Scuola, il colonnello Saverio Ceglie, ha ricordato agli allievi l’essenza intima degli Alamari che da oggi portano cuciti addosso. Rivolgendosi direttamente ai ragazzi ha sottolineato: «Essere carabiniere non è un mestiere, è una scelta di vita assoluta. Si è carabinieri sempre, in ogni momento, in servizio e fuori servizio, e oggi, con il giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana, state promettendo di essere i custodi della legalità».
La cerimonia ha vissuto passaggi dal profondo valore simbolico, scanditi dall’emozione di tutti i presenti:
– la celebrazione della giornata in onore delle Medaglie d’oro al Valor militare, con la lettura della motivazione dell’onorificenza concessa all’eroe Lorenzo Gennari, cui è intitolato il corso;
– l’apposizione degli alamari agli allievi da parte dei familiari che sono entrati nello schieramento. All’allievo carabiniere maggiormente distintosi per rendimento, gli alamari sono stati apposti direttamente dal Generale di Corpo d’Armata Marco Minicucci;
– il Giuramento solenne. Al cospetto della Bandiera d’Istituto, gli allievi hanno prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana. Al grido all’unisono di “Lo giuro”, ha fatto seguito l’Inno nazionale.
La mattinata si è conclusa con il tradizionale ammassamento e lo sfilamento in parata di tutti i reparti in armi: una splendida dimostrazione di ferrea disciplina, affiatamento e dell’eccellente livello di addestramento raggiunto dai frequentatori del 144° Corso.

Oggi la grande famiglia dell’Arma accoglie questi nuovi carabinieri. Presto raggiungeranno i rispettivi reparti territoriali, pronti ad essere non solo custodi della legge, ma un volto amico, un saldo presidio di protezione, umanità e vicinanza per le comunità di tutta Italia.

Sette lavoratori persero la vita mentre chiedevano dignità, diritti e giustizia. Una ferita profonda nella storia della nostra città, ma anche una radice viva della nostra identità collettiva.
La cerimonia ha rinnovato il dovere della memoria e l’impegno della comunità per il lavoro, per la giustizia sociale, per la difesa dei diritti e per nuove opportunità di sviluppo.
«Il lavoro non è solo reddito. Il lavoro è libertà, dignità, possibilità di restare, di costruire, di immaginare una vita nella propria terra. Ricordare i caduti dell’11 maggio significa non accettare la rassegnazione e continuare a difendere, ogni giorno, il valore della giustizia sociale», ha dichiarato il sindaco Mauro Usai.
L’11 maggio di Iglesias si inserisce nel filo delle grandi lotte minerarie della Sardegna, da Buggerru a Gonnesa e Nebida: pagine diverse, unite dallo stesso coraggio e dalla stessa domanda di dignità.
Un ringraziamento sincero all’associazione “11 maggio 1920” per la rievocazione storica e per l’impegno costante nel mantenere viva una memoria che appartiene a tutta la comunità.
Grazie a S.E. Mons. Mario Farci, Vescovo della Diocesi di Iglesias, alle autorità militari e alle organizzazioni sindacali per aver preso parte alla cerimonia e per aver reso omaggio, insieme alla città, ai caduti dell’11 maggio.
Da quella memoria Iglesias rinnova il proprio sguardo verso il futuro: con dignità, responsabilità e attenzione al valore del lavoro.

C’è una forma di memoria che non appartiene ai libri né agli archivi, ma vive nel respiro delle voci che si accordano. È una memoria che si rinnova ogni volta che il canto diventa gesto condiviso, presenza, comunità. Sabato 18 aprile 2026, nella chiesa di Cristo Re a Carbonia, questa memoria ha trovato forma e suono nel concerto celebrativo per i trent’anni della Corale Caterina Cittadini di Cortoghiana, una delle realtà corali più significative del territorio.

Non una ricorrenza, ma una soglia attraversata insieme. La serata si è aperta come un tempo sospeso, in cui la musica non ha semplicemente accompagnato il ricordo, ma lo ha generato. Ogni intervento, ogni voce, ogni silenzio ha contribuito a comporre un racconto che non appartiene al passato, ma continua a vivere nel presente della comunità.

Attorno alla Corale, altre presenze hanno assunto il valore di una testimonianza. Il Coro Concordia Villa Ecclesiae di Iglesias, diretto da Paolo Autilitano, ha riportato alla luce le stratificazioni sonore della cultura mineraria, con una forza espressiva essenziale e radicata. Il Coro Polifonico Femminile di Tonara, guidato da Giovanna Demurtas, ha intrecciato tradizione e contemporaneità in un equilibrio sobrio, quasi meditativo. Il Coro Polifonico Chorodia di Calasetta, diretto da Noemi Cabras, ha invece attraversato territori sonori diversi, dal gospel al blues, con una sensibilità capace di trasformare lo stile in racconto.

Al centro della serata, il percorso narrativo “Briciole d’amore” ha dato forma a una biografia collettiva. Non una semplice rievocazione, ma un attraversamento poetico delle origini. Dall’asilo San Girolamo, dove suor Fidalma – presente con emozione discreta – seminava quotidianamente piccoli gesti di bellezza, si è dipanato il filo di una storia fatta di canti, parole, sguardi. Semi minimi, eppure destinati a durare.

Da quel nucleo iniziale, guidato dai maestri Walter Cannea e Alessandra Floris, la Corale ha progressivamente definito la propria identità. Con l’arrivo della maestra Angelina Figus, a partire dal 1995, il coro ha trovato una forma riconoscibile, un suono che non imita ma appartiene, una fisionomia musicale e umana che ancora oggi ne costituisce la cifra più autentica. Dal 2016, sotto la direzione del maestro Mariano Garau, questo percorso prosegue nel segno di una continuità vigile, in cui il rinnovamento non interrompe ma approfondisce.

Tra i momenti più intensi, il quadro “Briciole d’amore – Le voci che restano” ha dato voce all’assenza senza trasformarla in silenzio. I nomi di Antonella, Anna, Giulia, Alda, Nella non sono stati evocati come ricordo, ma come presenza sottile, ancora attiva nel tessuto sonoro della comunità. Nella logica del canto corale, nulla si interrompe davvero: ciò che si è amato continua a vibrare, anche oltre la sua forma visibile.

Un’altra soglia simbolica è stata quella de “La promessa”. Qui il trentennale ha assunto il suo significato più essenziale: non celebrazione del tempo trascorso, ma riconoscimento di un impegno che si rinnova. Custodire la musica, lo stare insieme, la fragilità luminosa dell’armonia condivisa. Un’esperienza che non appartiene soltanto alla dimensione artistica, ma a quella umana, dove il canto diventa pratica di relazione.

Nel corso della serata, è emersa con chiarezza anche la funzione più ampia di queste esperienze: quella delle associazioni culturali come presìdi vivi del territorio, luoghi in cui l’identità non si conserva ma si genera continuamente. L’intervento dell’assessore Giorgia Meli ha richiamato proprio questa dimensione, riconoscendo alla Corale il ruolo di presenza attiva nella vita culturale e sociale della comunità.

La conclusione delle presentazioni canore è stata affidata al canto con la Corale Caterina Cittadini, diretta dal maestro Mariano Garau, ha restituito in forma musicale ciò che l’intera serata aveva progressivamente evocato, un equilibrio tra le sezioni, una tensione misurata tra profondità e luce, tra contralti, soprani secondi e soprani primi. Non una somma di voci, ma un’unica architettura sonora, capace di tenere insieme precisione e partecipazione.

Accanto alle istituzioni civili, anche la dimensione ecclesiale ha trovato una sua voce. Il messaggio del Vescovo S.E. Mons. Mario Farci e la presenza di don Massimiliano Congia, parroco di Cristo Re, hanno restituito alla serata un orizzonte ulteriore, quello del tempo donato, che non si consuma ma si trasforma in legame.

Il momento dei ringraziamenti ha raccolto, senza spezzarlo, il filo del racconto. Con la dolcissima Suor Fidalma, i maestri che hanno guidato il cammino Walter Cannea, Alessandra Floris, Angelina Figus e l’attuale direttore Mariano Garau, le presidenti che si sono succedute nel tempo, fino all’attuale guida di Cristina Murtas. E ancora don Luca Manconi, suor Carla Lavelli, suor Maria, insieme a tutte le presenze che, in modi diversi, hanno reso possibile questa continuità.

Un riconoscimento particolare è stato rivolto a Efisio Congiu, nominato socio onorario, figura che incarna una fedeltà silenziosa e costante. Accanto a lui, le voci narranti Michela, Francesca, Emilio e Ignazio i quali hanno dato corpo alla dimensione orale della serata, restituendo alla parola la sua funzione originaria di ponte tra emozione e memoria.

Fuori dalla chiesa, ciò che rimane non è soltanto il ricordo di un concerto, ma la percezione di un tempo condiviso che continua oltre la sua conclusione.

Perché il canto, quando appartiene a una comunità, non termina.

Si sposta semplicemente nella memoria di chi ascolta, e lì continua a vivere.

Ignazio Melis

E’ stato inaugurato stamane nello Spazio Multifunzionale di Piazza Primo Maggio, a Carbonia, il progetto DesTEENazione, fondato sulla coprogettazione territoriale tra i Comuni dell’Ambito PLUS (Carbonia, Giba, Masainas, Narcao, Nuxis, Perdaxius, Piscinas, Portoscuso, San Giovanni Suergiu, Santadi, Sant’Anna Arresi, Tratalias e Villaperuccio), elemento centrale per garantire interventi realmente vicini ai bisogni di ragazze e ragazzi.

All’inaugurazione è intervenuto monsignor Mario Farci, vescovo della diocesi di Iglesias, con il sindaco di Carbonia Pietro Morittu e tutti gli assessori della sua Giunta, e diversi consiglieri comunali. Presenti anche alcuni amministratori dei Comuni dell’Ambito PLUS.

Le attività del progetto DesTEENazione verranno realizzate principalmente presso lo Spazio Multifunzionale di Piazza Primo Maggio, a Carbonia, ma si svilupperanno in modo integrato in tutto il territorio del PLUS, sia nella fase di coprogettazione sia nella realizzazione operativa delle cinque linee di intervento dedicate ai giovani.

Un ruolo strategico è svolto dall’educativa di strada, attiva in tutti i contesti territoriali del PLUS, che consente di intercettare i giovani nei loro luoghi di vita quotidiana e favorire un aggancio precoce anche per chi è più distante dai servizi.

Alle linee operative si affiancano: il coordinamento strategico-programmatico; le azioni di allestimento e funzionamento dello Spazio Multifunzionale; il coinvolgimento diretto di ragazze e ragazzi.

Il progetto promuove: spazi a libero accesso; relazioni educative significative; percorsi di autonomia; valorizzazione di talenti e competenze. Si articola in cinque linee di azione rivolte direttamente a ragazze e ragazzi: 1) aggregazione e accompagnamento socio educativo; 2) prevenzione dell’abbandono scolastico; 3) supporto alle figure genitoriali; 4) supporto psicologico e promozione dell’intelligenza emotiva; 5) tirocini di inclusione.

La realizzazione del progetto è stata resa possibile dal contributo del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, a valere sul Programma Nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027: > Priorità 2 FSE + “Child Guarantee”; > Priorità 4 FESR “Interventi infrastrutturali per l’inclusione socio-economica”.

In occasione degli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi, la Facoltà Teologica della Sardegna, in collaborazione con la diocesi di Iglesias e il comune di Iglesias, organizza un convegno dal titolo “San Francesco a la Sardegna: un legame storico e spirituale tra Iglesias e Oristano”. L’evento si terrà venerdì 17 aprile 2026, alle 16.30, nell’Aula Magna della Facoltà Teologica, a Cagliari (via Sanjust, 13).
Intervengono: Marco Antonio Scanu (“La raffigurazione di san Francesco che riceve le stimmate nelle chiese conventuali sarde come fatto identitario”), Mauro Badas (“Gosos francescani nella tradizione agiografica sulcitana”), Filippo Sedda (“Le historiae francescane nei libri liturgici medievali della Cattedrale di Oristano”) e Fabrizio Congiu (“Iglesias francescana tra storia e memorie”).
Modera Daniela Aretino, archivista e paleografa (Archivio storico del comune di Iglesias).
Saluti di S.E. Mario Farci, Vescovo di Iglesias, e di Mons. Giovanni Ligas, preside della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna.

Tradizione e folklore, fede e devozione, cultura e intrattenimento saranno ancora una volta i cardini su cui si regge la festa di Sant’Antioco Martire, patrono di Sardegna, giunta alla 667ª edizione. Dal 16 al 20 aprile prossimi Sant’Antioco si vestirà a festa per rendere omaggio al Santo di tutti i sardi, in un tripudio di colori e sapori. E se gli immancabili appuntamenti simbolo della tradizione e della spiritualità si ripetono da secoli (la processione de Is Coccois in programma sabato 18 e la processione Solenne di lunedì 20, giorno de Sa Festa Manna) il forbito cartellone di eventi laici si arricchisce e si rinnova di anno in anno, spaziando tra musica di qualità e iniziative che ambiscono a celebrare le eccellenze antiochensi, nel segno della tradizione più profonda.

Musica dal vivo con il concerto clou de “Le Vibrazioni” in piazza Ferralasco alle 21.30 di sabato 18 aprile, e con l’esibizione dell’armonicista sardo agli onori della ribalta Moses Concas, in piazza De Gasperi alle 20.00 di domenica 19 aprile. I due spettacoli saranno preceduti dal live della band antiochense Wa’ in bon’ora, che porterà sul palco di piazza Italia lo spettacolo “Furasantus”, venerdì 17 aprile alle 20.00. Non solo musica, grazie all’evento “Cammino dei sapori e delle tradizioni della festa di Sant’Antioco”: itinerario con stand enogastronomici e artigianali dedicati alle tradizioni ed eccellenze locali tra Piazza Italia, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Umberto, Via Regina Margherita e Piazza De Gasperi. Un cammino ideale del gusto impreziosito dallo Show Cooking a cura dello chef antiochense premiato da “Gambero Rosso”, Achille Pinna, dall’incontro con Ylenia Parente, che proporrà una dimostrazione sulle tecniche di lavorazione della pasta fresca, dalla preparazione e degustazione di ricette tipiche della cucina antiochense a cura dell’Associazione Cuochi Cagliari Sud Sardegna, e dalla gara di cucina con gli allievi dell’Istituto Alberghiero di Sant’Antioco.

E poi cultura, folklore e tradizione a partire da giovedì 16, con il Convegno “Liturgia, devozione e santità nel Mediterraneo moderno”, presso l’aula consiliare, alle 17.30: nell’occasione, il giovane e talentuoso artista sardo Jacopo Scasselati presenterà la sua scultura raffigurante Antioco Martire; tre giornate di Cori e animazione folkloristica itinerante nelle vie del centro: nella sera di sabato 18 con il coro “Eufonia” di Gavoi e il coro “Priamo Galisay” di Nuoro e doppio appuntamento domenica 19, alle 10.30 e alle 18.30, con i cori “Eufonia” di Gavoi, “Priamo Galisay” di Nuoro, “Su BonuCaminu” di Ardauli e il gruppo Folk “Is Massaieddas” di San Nicolò D’Arcidano, insieme ai suonatori di launeddas. Infine, lunedì 20, dalle 17.30, “Aspettando la Processione”, intrattenimento folk con cori polifonici e suonatori di launeddas su cinque postazioni suddivise tra il lungomare Cristoforo Colombo, piazza Italia e piazza Umberto.

Tornano anche le bellissime Traccas, vere e proprie opere d’arte che ornate a festa verranno esposte nelle vie del centro sabato (alle 17.00) e domenica (alle 10.00). Menzione speciale per “Intrecci al Telaio” – Dimostrazione di tessitura con telaio dell’800 ed esposizione manufatti a cura delle sorelle Pes, presso il Palazzo del Capitolo – Piazza De Gasperi, sabato (dalle 17.00), domenica e lunedì dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00, e per “Giochi dei nonni” Animazione per bambini, attività ludiche della tradizione in Piazzetta Efisio Piria, dalle 17.00 di domenica 19.

Ma il giorno più importante al centro del considerevole programma, quello che stringe le maglie della comunità antiochense da 667 anni all’insegna della fede e della devozione, è “sa Festa Manna” del lunedì, che come da tradizione si celebra 15 giorni dopo Pasqua con la processione solenne in onore del Santo Patrono (trasmessa in diretta TV e in streaming su Videolina), in cui il simulacro di Antioco e le sue reliquie sfilano per le vie della città accompagnati da gruppi folkloristici e a cavallo, cori e suonatori di launeddas, preceduta dalla Solenne celebrazione eucaristica nella basilica di Sant’Antioco Martire presieduta dal Vescovo della Diocesi di Iglesias, monsignor Mario Farci. Chiuderà la giornata di “Festa Manna” lo spettacolo pirotecnico nel lungomare cittadino, alle 22.00.

«Come ogni anno ci siamo impegnati con devozione con lo scopo di offrire a cittadini e ospiti un ricco programma – commenta il sindaco Ignazio Locci – a partire dai consueti appuntamenti con la tradizione e la fede, dalla processione nelle principali strade del paese del simulacro e delle reliquie del Patrono, fino ai fuochi d’artificio che si specchiano in laguna. E poi musica di qualità, eventi nel segno della tradizione e del folklore. Mi preme, ancora una volta, porre l’accento su quanto sia dispendiosa l’organizzazione di questo momento di comunità e festa, l’appuntamento più importante per la comunità antiochense: si tratta di un’attività che dura mesi e che coinvolge diversi uffici comunali, nonché numerose associazioni, locali e non soltanto. Tutti chiamati a fornire il proprio impegno per assicurare che ogni singolo evento si svolga in sicurezza e nel migliore dei modi possibili. I miei ringraziamenti, a nome della comunità, vanno dunque a coloro che si adoperano per garantire questi giorni di festa.»

«Il “Cammino dei Sapori” nasce da un’idea semplice ma forte: mettere al centro la nostra Festa, l’Isola, le sue tradizioni e le persone che ogni giorno le tengono vive – dice l’assessora del Turismo e delle Attività produttive Roberta Serrenti – vogliamo valorizzare ciò che siamo, partendo dalle eccellenze enogastronomiche e artigianali che raccontano la nostra storia, come il vino Carignano e l’abito tradizionale, trasformandole in una risorsa concreta per il territorio. Attorno alla figura del Santo possiamo costruire qualcosa di ancora più grande: un attrattore turistico che unisca la fede, la devozione e il senso di comunità con i sapori, i prodotti e le tradizioni che rendono unica la nostra Terra. È un modo per accogliere visitatori non solo come turisti, ma come ospiti, offrendo loro un’esperienza vera e unica. Questa è anche una scelta politica chiara: investire nelle nostre radici per creare opportunità, lavoro e sviluppo sostenibile. Con una promozione sempre più mirata, vogliamo raccontare la festa come un’esperienza autentica e condivisa, capace di rafforzarne il valore, consolidarla nel panorama regionale e darle il riconoscimento che merita, portandola anche su scenari nazionali.»

«La festa di Sant’Antioco è l’appuntamento più sentito e identitario della nostra comunità, il momento in cui fede, tradizione e cultura si intrecciano e si rinnovano da secoli – aggiunge l’assessore della Cultura Luca Mereu – la 667ª edizione conferma il valore profondo di questa celebrazione, con al centro la solenne processione del Santo, espressione di una devozione popolare autentica e partecipata. Accanto alla dimensione religiosa, il programma valorizza anche il folklore e la cultura. Tra le novità di quest’anno spiccano le giornate dedicate al folklore con traccas itineranti nel centro cittadino, momenti musicali e balli tradizionali e la partecipazione di gruppi femminili per celebrare il centenario del Nobel di Grazia Deledda. Previsti inoltre momenti di musica liturgica dedicati al Santo, con l’esibizione di musicisti di fama come Moses Concas e un convegno storico sulla devozione popolare a Sant’Antioco, durante il quale verrà donata alla cittadinanza la statua del Santo. Un programma che racconta una comunità viva, orgogliosa delle proprie radici e sempre più consapevole del valore del proprio patrimonio identitario.»

Davide Donati, 20 anni, s’è imposto in volata sul traguardo di via Manno, a Carbonia, nella seconda tappa del Giro di Sardegna 2026 sviluppatasi sulla distanza di 136,2 km da Oristano alla città mineraria. Il portacolori della Red Bull-Bora Rookies ha preceduto nettamente Gianmarco Garofoli (Soudal Quick-Step) e Patrick Frydkjaer (Lidl-Trek Future Racing). Nicolò Garibbo (Team Ukyo), vincitore della prima tappa, partita ieri da Castelsardo e conclusasi a Bosa, ha mantenuto la maglia di leader della corsa, con 4” di vantaggio su Gianmarco Garofoli e Filippo Zana, compagni di squadra nella Soudal-Quick-Step.

La tappa, come era già avvenuto ieri, si è sviluppata su un percorso di straordinaria bellezza, in un pomeriggio baciato da un clima primaverile, temperatura intorno ai 20 °C. Lungo il percorso ci sono stati alcuni tentativi di fuga che non hanno mai raggiunto una consistenza tale da mettere in dubbio l’arrivo in volata a Carbonia.

Al termine si è svolta la cerimonia di premiazione del vincitore di tappa Davide Donati, del leader della classifica Nicolò Garibbo e dei leader delle altre classifiche, alla quale hanno partecipato Fabio Aru, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, il presidente della Lega del Ciclismo Professionistico Roberto Pella, il sindaco di Carbonia Pietro Morittu, il vicesindaco Michele Stivaletta e l’assessora dello Sport Giorgia Meli, gli assessori regionali del Turismo, dello Sport e dell’Industria Franco Cuccureddu, Ilaria Portas ed Emanuele Cani, il presidente della provincia del Sulcis Iglesiente Mauro Usai, il vescovo della diocesi di Iglesias mons. Mario Farci, Vitangelo Tizzano di UnionCamere.

Il Giro della Sardegna, organizzato dal GS Emilia con il sostegno dell’assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio della Regione Autonoma della Sardegna, è la prima prova della terza edizione della Coppa Italia delle Regioni. Domani la carovana si sposterà a Cagliari, dove dal Poetto alle 11.15 partirà la terza tappa, sulla distanza di 168,3 km, che si concluderà a Tortolì.

Giampaolo Cirronis

Calasetta stamane ha dato l’estremo saluto a don Giovanni Cauli, “suo” parroco per 60 anni, morto il 14 gennaio scorso all’età di 101 anni. La chiesa di San Maurizio Martire non è riuscita a contenere tutti i parrocchiani che fino alla fine hanno deciso di stare vicini a “Don Cauli” e, al termine della cerimonia religiosa officiata dal vescovo della diocesi di Iglesias, mons. Mario Farci, con il parroco don Francesco Lay e diversi presbiteri delle chiese della diocesi, lo hanno accompagnato nell’ultimo viaggio, fino al cimitero.
All’inizio della Messa don Francesco Lay ha letto un profilo di don Giovanni Cauli, canonico onorario del Capitolo della Cattedrale di Iglesias e Cavaliere dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, del quale riportiamo la prima parte (l’intervento integrale verrà pubblicato nella prossima edizione del giornale cartaceo).
Don Giovanni Cauli nacque a Sant’Antioco il 10 ottobre 1924 e fu ordinato presbitero il 30 luglio del 1950 dall’allora vescovo di Iglesias mons. Pirastru. Un arco di tempo davvero eccezionale che ha attraversato un secolo, da papa Pio XI a Papa Leone XIV… ben 9 Romani pontefici e 8 vescovi (contando anche il periodo di Amministrazione Apostolica del cardinale Arrigo Miglio) fino al nostro attuale vescovo di Iglesias mons. Mario Farci che presiede questa santa Eucarestia.
Settantacinque gli anni trascorsi nel presbiterato prima a Sant’Antioco Martire come vice-parroco, parroco a Narcao e, infine, parroco a Calasetta per sessant’anni.
Il cardinale Arrigo Miglio, impossibilitato ad essere presente, ha inviato un messaggio, che riportiamo integralmente.
«Ringrazio vivamente il Signore che mi ha concesso di incontrare ancora una volta Don Cauli, non molti giorni fa. Ho potuto salutarlo e ringraziarlo in un momento in cui era pienamente lucido e cosciente. Sentivo il dovere di ringraziarlo per come mi ha accolto fin dai primi giorni del mio arrivo ad Iglesias, ormai più di 33 anni fa, e per come mi è stato vicino durante gli anni del mio episcopato iglesiente e poi ancora ultimamente nel periodo qui trascorso come Amministratore apostolico. Gli ho detto grazie e abbiamo pregato insieme, poi io ho chiesto a lui di darmi la sua benedizione, la benedizione di un Patriarca, proprio come nella Bibbia, e lui ha tracciato adagio e in silenzio il segno della Croce ed ha posato la sua mano sul mio capo. Non nascondo la commozione. Con lo sguardo ci siamo ridette tante cose, quelle che mi disse al mio arrivo come vescovo e quelle che mi disse nella visita di congedo, sette anni dopo, chiudendo un periodo di vicinanza saggia e paziente, una presenza che è stata molto importante per il mio legame con il Sulcis, assieme ad altre presenze sagge di confratelli che ricordo con affetto.
E come non ricordare il viaggio fatto insieme, con lui e con don Agus, a Manila, per la Giornata Mondiale della Gioventù del 1995, alla quale partecipavo come vescovo ma anche come assistente generale dell’Agesci. Viaggio lungo e avventuroso la sua parte!
Il suo rapporto con la diocesi e con la Chiesa, il suo impegno pastorale nella parrocchia unito alla sua attenzione sempre informata sui problemi del territorio, la sua attenzione alle caratteristiche delle diverse stagioni che ha attraversato nella sua lunga vita, senza mai smettere di guardare in avanti, ci consegna oggi un tipo di prete certamente unico, come lo è ciascuno di noi, ma anche capace di ispirarci ancora a lungo per saper essere sempre attenti e fedeli al tempo che il Signore ci regala.
Anche il dono della sua lunga vita mi pare un invito a mantenere uno sguardo sereno sul cammino delle nostre comunità, cogliendo sempre il filo doro che lo Spirito non cessa mai di tendere attraverso i tempi e le persone, per educarci a dire grazie e a camminare ancora.
Don Giovanni, così ti ricordiamo e tu prega per noi.»
Il sindaco di Calasetta, Antonello Puggioni, ha salutato “Don Cauli” con un breve intervento carico di emozione, nel quale ha rimarcato la sua grandezza, non solo di uomo di chiesa, sempre vicino ai suoi parrocchiani.
Al termine della Messa, il vescovo mons. Mario Farci ha guidato il corteo funebre che ha raggiunto il cimitero per la sepoltura.
Giampaolo Cirronis