5 November, 2026
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Tre nomine e una rinuncia. La Cancelleria Vescovile ha reso noto che Mons. Vescovo Mario Farci in data 1° novembre 2026, Solennità di Tutti i Santi,

  • ha nominato per un quinquennio il rev.do Can. Antonio Manunza Vice-cancelliere vescovile;
  • ha nominato il rev.do Can. Giorgio Uccheddu membro del Consiglio Diocesano per gli affari economici fino alla scadenza del mandato degli altri componenti il Consiglio;
  • ha nominato per un quinquennio la sig.ra Rita Pisu Vice-direttrice dell’ufficio catechistico diocesano;
  • ha accolto la rinuncia da Direttore dell’ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro, giustizia e pace e salvaguardia del creato e da Assistente unitario dell’Azione Cattolica diocesana presentata dal rev.do Can. Antonio Mura, ringraziandolo nel contempo per il servizio svolto in questi anni con dedizione e generosità.

Oltre 4.300 prestazioni sanitarie, un ambulatorio fisso a Iglesias, un poliambulatorio mobile capace di raggiungere diversi centri del territorio e una rete di collaborazione tra enti locali, professionisti volontari, servizi pubblici e Terzo settore. Sono i risultati e le prospettive dI Talità Kum, gli ambulatori di Casa Emmaus che, nella mattinata di venerdì 23 ottobre, ha riunito a Iglesias istituzioni, rappresentanti dei Comuni, professionisti e partner per fare il punto sulle attività e presentare la nuova fase del progetto Comuni-Care, con l’estensione del modello anche a Nuoro.
L’incontro ha rappresentato un momento di restituzione pubblica del percorso avviato nel giugno 2025 e di confronto sul ruolo che esperienze di questo tipo possono svolgere nel rispondere ai bisogni sanitari e sociali delle persone, soprattutto di chi incontra maggiori difficoltà nell’accesso alle cure.
I numeri di un’esperienza cresciuta insieme al territorio
Nel corso della giornata, Gianni Salis, responsabile degli Ambulatori Talità Kum, ha illustrato i dati di attività aggiornati al 16 ottobre 2026. La presentazione restituisce un bilancio complessivo ben al di sopra delle più rosee aspettative, con ben 4.381 prestazioni: 3.793 erogate negli ambulatori fissi di Iglesias e 588 attraverso il poliambulatorio mobile CareVan, impegnato nelle attività di screening sul territorio.
Gli utenti registrati sono 1.177. Le attività dell’ambulatorio fisso comprendono visite mediche, prestazioni psicologiche e altri interventi sanitari, distribuiti tra numerose specialità. Accanto alla risposta diretta ai bisogni di salute, il progetto investe nella prevenzione e nell’informazione: 16 incontri tra seminari e workshop dedicati a temi come salute mentale, prevenzione dei tumori femminili, malattie rare, diabete, salute cardiovascolare, primo soccorso e benessere hanno coinvolto complessivamente 893 partecipanti.
I dati mostrano un’esperienza che non si limita a offrire prestazioni, ma cerca di avvicinare i servizi alle persone, rafforzando la capacità delle comunità di riconoscere e affrontare i bisogni emergenti.
Le istituzioni: portare i servizi vicino alle persone
Nel corso degli interventi istituzionali è emersa con forza la necessità di intercettare il disagio sociale e sanitario, in particolare nelle periferie e nei contesti in cui l’accesso ai servizi può risultare più difficile.
Il sindaco di Iglesias e presidente della Provincia del Sulcis Iglesiente, Mauro Usai, ha sottolineato che il disagio deve essere «intercettato, capito, se possibile anche anticipato». Ha inoltre definito Talità Kum «il progetto più importante della propria amministrazione», evidenziando il valore dei risultati raggiunti e le ulteriori prospettive di sviluppo.
L’onorevole Alessandro Pilurzu, componente della Commissione regionale Sanità, ha richiamato il numero delle prestazioni che, senza questa realtà, non sarebbero state effettuate, sottolineando anche la scelta di Nuoro di replicare il modello.
Un tema ripreso da Francesca Piras, direttrice generale delle Politiche sociali della Regione Sardegna, che ha evidenziato la necessità di affiancare alla rigidità del sistema sanitario tradizionale modelli più flessibili, capaci di rispondere ai bisogni reali. «Bisogna pensare alle istituzioni che vanno dalle persone, non il contrario», ha affermato, richiamando anche la possibilità di leggere i bisogni sociali attraverso quelli sanitari.
Marika Batzella, della Direzione generale delle Politiche sociali della Regione Sardegna, ha posto l’accento sull’importanza della collaborazione tra istituzioni locali, aziende sanitarie ed enti del Terzo settore, anche alla luce dell’evoluzione del quadro normativo in materia di disabilità. Perché le norme possano tradursi in risposte efficaci, ha sottolineato, sono fondamentali regolamenti attuativi, linee operative e tavoli di lavoro condivisi.
Nel suo intervento, monsignor Mario Farci, vescovo della Diocesi di Iglesias, ha richiamato il significato del nome Talità Kum, traducibile con l’espressione «Fanciulla, io ti dico: risorgi!», formulando l’augurio che il progetto possa continuare ad aiutare le persone a ritrovare fiducia e possibilità di una vita nuova.
Comuni-Care: la cura come risorsa condivisa
Il progettista di Comuni-Care, Vincenzo Castelli, ha ripercorso la genesi dell’esperienza, nata da un’intuizione condivisa e cresciuta grazie al coinvolgimento delle comunità. Un percorso reso possibile anche dal sostegno della Fondazione Intesa Sanpaolo e della Banca d’Italia, che hanno scelto di finanziare il progetto.
Castelli ha descritto Talità Kum come un’esperienza di «medicina circolare»: un modello in cui competenze scientifiche, mediche e sociali vengono messe a disposizione della comunità e le risorse presenti nei territori diventano parte essenziale della risposta ai bisogni.
La sfida, ha spiegato, è costruire una clinica di comunità capace di generare valore condiviso, nella quale la collaborazione tra soggetti diversi consenta di raggiungere le persone e contribuire allo sviluppo di un welfare di prossimità, virtuoso e sostenibile. Un’esperienza nata localmente che può offrire indicazioni utili anche su scala regionale.
Carlo Perelli, del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari e valutatore esterno del progetto, ha richiamato il rapporto tra geografia, modelli di intervento e trasformazioni dei territori. Talità Kum, ha osservato, è un progetto nato a livello locale che ha già acquisito una portata regionale. In questo percorso, l’università può svolgere un ruolo di collegamento e contribuire alla lettura e alla valutazione delle esperienze.
Una rete che si costruisce attraverso le persone
La giornata ha dato spazio anche agli interventi dei Comuni convenzionati, delle professioniste e dei professionisti sanitari e infermieristici volontari, veri protagonisti quotidiani delle attività. La loro presenza ha ricordato che dietro i numeri ci sono persone, competenze e relazioni che rendono possibile il funzionamento del servizio.
A chiudere l’incontro, Giovanna Grillo ha rivolto un ringraziamento a tutte le persone che lavorano negli Ambulatori Talità Kum, richiamando il valore della riconoscenza e della responsabilità verso gli altri. «Ognuno è chiamato a fare la propria parte, senza riservare in maniera egoistica ciò che è possibile fare per gli altri», ha ricordato: un impegno che può trasformare la solidarietà in una possibilità concreta di speranza.
Con la nuova fase di Comuni-Care e l’estensione del modello a Nuoro, Talità Kum si prepara ora a proseguire il proprio percorso, mettendo al centro la prossimità, la collaborazione tra istituzioni e comunità e il diritto delle persone ad accedere alle cure. Perché la salute non sia soltanto un servizio da raggiungere, ma una responsabilità condivisa capace di avvicinare le istituzioni ai bisogni reali dei territori.

Oltre 4.000 prestazioni sanitarie gratuite in un anno e quattro mesi di attività, una rete territoriale in continua crescita e una nuova sede in arrivo a Nuoro. Gli ambulatori gratuiti Talità Kum si preparano a un nuovo importante passaggio del proprio percorso: venerdì 23 ottobre 2026, alle ore 11.00, presso la sede di via XX Settembre 42A, a Iglesias, si terrà un incontro pubblico dedicato ai risultati raggiunti dal progetto Comuni-Care e alle sue prospettive future, con la presentazione ufficiale della seconda fase dell’iniziativa.
L’appuntamento sarà l’occasione per condividere numeri, dati e risultati di un’esperienza che, in poco più di un anno, ha costruito una risposta concreta alle difficoltà di accesso alle cure per le persone in condizioni di fragilità economica e sociale. Ma sarà soprattutto un momento per raccontare come la collaborazione tra istituzioni, terzo settore, professionisti e professioniste della salute e comunità locali possa trasformarsi in un modello di assistenza più accessibile e vicino alle persone.
Promossi dalla cooperativa sociale Casa Emmaus e con il sostegno della diocesi di Iglesias, gli ambulatori Talità Kum offrono prestazioni specialistiche gratuite a chi incontra difficoltà economiche nell’accesso ai servizi sanitari. Il progetto si fonda sul contributo di un’équipe multidisciplinare di professionisti e professioniste volontari, sul sostegno delle amministrazioni locali e su una rete di collaborazione che continua ad ampliarsi.
A questa attività si affianca Comuni-Care, il progetto che punta a rafforzare la sanità di prossimità attraverso l’integrazione tra servizi, prevenzione e collaborazione territoriale. Un percorso che comprende anche il CareVan, il poliambulatorio mobile attrezzato per portare visite e attività di screening direttamente nei comuni, nelle aree periferiche e nelle comunità che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso ai servizi.
I risultati raggiunti e il crescente coinvolgimento del territorio aprono ora una nuova prospettiva: l’apertura di una seconda sede a Nuoro, che segna un ulteriore sviluppo dell’esperienza Talità Kum e l’avvio di una nuova fase di lavoro per estendere il modello di assistenza.
La mattinata si aprirà alle ore 11.00 con i saluti istituzionali di Biagio Sciortino, presidente di Casa Emmaus; Mauro Usai, Sindaco di Iglesias e presidente della provincia del Sulcis Iglesiente; Mario Farci, vescovo della diocesi di Iglesias; Alessandro Pilurzu, della commissione Sanità della Regione Autonoma della Sardegna; Marika Batzella, dell’assessorato regionale alle Politiche sociali; e Paolo Cannas, direttore generale della ASL Sulcis Iglesiente.
Alle ore 11.20, sarà presentato il progetto Comuni-Care con Vincenzo Castelli, Project Manager, Carlo Perelli, del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari, e rappresentanti della Fondazione Intesa Sanpaolo e della Banca d’Italia, che contribuiscono al percorso progettuale.
Alle ore 11.40, Gianni Salis, responsabile degli ambulatori Talità Kum, illustrerà le attività svolte, i risultati conseguiti e le prospettive di sviluppo della rete. Seguiranno, alle ore 12.00, gli interventi programmati dei professionisti e delle professioniste Talità Kum e dei sindaci dei Comuni convenzionati con Casa Emmaus.
L’iniziativa è realizzata con il contributo del Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo e della Banca d’Italia.
Un appuntamento per raccontare non soltanto la crescita di un servizio, ma la costruzione di una rete di cura che mette al centro le persone e lavora per rendere il diritto alla salute più concreto e accessibile.

Nel programma delle celebrazioni per l’ottavo centenario del Transito di San Francesco d’Assisi, la Diocesi di Iglesias si prepara a vivere nella città di Iglesias, tra settembre e ottobre, nuovi importanti appuntamenti di preghiera, approfondimento, musica e devozione al Santo Patrono d’Italia.
Il primo appuntamento è fissato per mercoledì 16 settembre alle ore 19.00, nella “Sala Blu” del Centro Culturale di Iglesias, dove si terrà una conferenza con fra Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, sul tema “La presenza francescana in Terra Santa: profezia di pace”. Un incontro che intende mettere in luce il significato della presenza francescana in una terra particolarmente segnata dalle tensioni e dalla ricerca della pace.
Il giorno successivo, giovedì 17 settembre, festa dell’Impressione delle Stimmate di San Francesco, nella chiesa di San Francesco di Iglesias, alle ore 18.30, la solenne concelebrazione presieduta dal vescovo Mario Farci, insieme a fra Francesco Ielpo.
Le celebrazioni proseguiranno sabato 3 ottobre alle ore 21.30, nel chiostro di San Francesco, con un concerto di Piero Marras, inserito nel calendario degli appuntamenti per l’anniversario francescano.
Il momento culminante sarà il 4 ottobre, festa nazionale di San Francesco d’Assisi. Alle ore 19.00, nella chiesa di San Francesco, la solenne celebrazione presieduta dal vescovo Mario Farci, alla presenza del sindaco di Iglesias Mauro Usai, che accenderà la lampada votiva dedicata al Santo patrono d’Italia.
Al termine della celebrazione è prevista la processione per le vie della città, con partenza da piazza San Francesco e passaggio attraverso via Pullo, via della Zecca, piazza Manzoni, via Angioy, via della Decima, piazza Municipio, vico Duomo, piazza Pichi, via Sarcidano, piazza Lamarmora, corso Matteotti, via Musio, via Cagliari, via Cavour, via Manno, via Repubblica, via della Pace, via Spano, via Sassari, via Don Minzoni e conclusione nella chiesa di San Frances

Grande partecipazione ieri sera, nel borgo medievale di Tratalias per l’assemblea pubblica che ha segnato l’avvio ufficiale del percorso di costruzione del Piano strategico della Provincia del Sulcis Iglesiente “Giacimenti/Nutrimenti”.

Oltre 250 persone hanno preso parte all’iniziativa promossa dalla Provincia del Sulcis Iglesiente, confermando l’interesse e l’attenzione del territorio verso un processo che punta a definire una visione condivisa di sviluppo per i prossimi anni. All’incontro hanno partecipato il vescovo della diocesi di Iglesias monsignor Mario Farci, sindaci, assessori e amministratori locali, consiglieri regionali del territorio, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, associazioni, stakeholder e cittadini.

La serata, coordinata dallo scrittore Flavio Soriga e dal giornalista Giampaolo Cirronis, è stata aperta dal presidente della Provincia Mauro Usai, che ha illustrato il significato e gli obiettivi del percorso strategico avviato dall’Ente.

Nel corso dei lavori sono intervenuti la direttrice generale della Provincia Speranza Schirru, che ha illustrato il ruolo dell’amministrazione provinciale e il lavoro affidato a un’équipe multidisciplinare, e i componenti del gruppo di lavoro Barbara Cadeddu, Mauro Coni, Simone Mangili, Barbara Argiolas e Marco Tortoioli Ricci, che hanno presentato il quadro conoscitivo del territorio, le principali criticità, le opportunità di sviluppo e le visioni raccolte attraverso il confronto con gli amministratori locali. Sono parte del team di progetto anche l’ing. Franco Piga e l’avv. Gianluca Atzori.

Dalle analisi presentate emerge il ritratto di un territorio che affronta sfide importanti – dal calo demografico alla crisi industriale, dalle infrastrutture all’accessibilità dei servizi – ma che al tempo stesso dispone di straordinarie risorse culturali, ambientali, produttive ed energetiche sulle quali costruire nuove prospettive di crescita. Il lavoro del Piano strategico si propone proprio di trasformare queste potenzialità in una visione condivisa e in una programmazione capace di orientare le scelte future della Provincia e dell’intero territorio.

«Abbiamo voluto aprire questo percorso con un grande momento pubblico perché crediamo che il futuro del Sulcis Iglesiente non possa essere scritto da una singola istituzione, ma debba nascere dal contributo di tutta la comunità – ha dichiarato il presidente della Provincia Mauro Usai -. La partecipazione registrata a Tratalias è andata oltre le aspettative e rappresenta un segnale importante: esiste una forte domanda di confronto, ascolto e progettazione condivisa.»

Nel suo intervento il Presidente ha sottolineato il ruolo della Provincia come soggetto di coordinamento e di costruzione di una visione territoriale comune: «Il Sulcis Iglesiente è una terra che vive difficoltà profonde ma che possiede risorse straordinarie. Il nostro compito è mettere in relazione queste energie, costruire una regia territoriale unitaria e creare le condizioni affinché le opportunità diventino sviluppo concreto, lavoro e qualità della vita. Il Piano Strategico nasce per questo: per aiutare il territorio a ragionare come una comunità unica, capace di valorizzare le proprie differenze e trasformarle in una forza».

Il Presidente ha inoltre evidenziato il valore del metodo partecipativo adottato per la costruzione del Piano: «Non stiamo presentando un documento già scritto, ma aprendo un cantiere. Vogliamo che il Piano Strategico sia il risultato di un percorso condiviso con i Comuni, con il sistema produttivo, con il mondo della cultura, della scuola, del sociale e con tutti coloro che vivono e lavorano nel Sulcis Iglesiente. Le migliori strategie sono quelle che nascono dall’ascolto e dalla conoscenza reale dei bisogni e delle aspirazioni delle persone».

L’assemblea di Tratalias rappresenta il primo appuntamento pubblico di un percorso che proseguirà nelle prossime settimane con incontri tematici, tavoli di lavoro e ulteriori momenti di partecipazione dedicati ai diversi settori strategici individuati dal Piano.

L’obiettivo finale è arrivare alla definizione di uno strumento di programmazione capace di orientare le politiche territoriali, valorizzare le risorse esistenti e rafforzare la capacità del Sulcis Iglesiente di affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali ed energetiche dei prossimi anni.

 

 

 

E’ iniziato ieri sera, nella chiesa di San Ponziano, a Carbonia, con la messa celebrata dal vescovo della diocesi di Iglesias, monsignor Mario Mario Farci, e la consegna alla parrocchia, nelle mani del parroco don Giampaolo Cincotti e del vescovo monsignor Mario Farci, da parte di monsignor Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause, di centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, il percorso teso ad ottenere la glorificazione del primo parroco curato di Carbonia, nella ricorrenza del 140° anniversario della nascita.
Mons. Gianfranco Zuncheddu, nato come don Vito Sguotti il 10 giugno, 85 anni fa, ha spiegato che i documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito Sguotti ha esercitato per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carbonia. Mons. Gianfranco Zuncheddu ha aggiunto di aver scoperto la figura di don Vito Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora, Maria Ravot, che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Vito Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui è stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucci, monsignor Gianfranco Zuncheddu ha approfittato dei suoi soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Vito Sguotti.
Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.

Centinaia di documenti riguardanti la vita e l’opera di don Vito Sguotti, primo parroco di Carbonia, nella ricorrenza del 140°anniversario della nascita, saranno consegnati mercoledì 10 giugno 2026 alla parrocchia di San Ponziano in Carbonia, durante la celebrazione liturgica in programma alle ore 19.00, presieduta dal vescovo di Iglesias, mons. Mario Farci.
«Questi documenti sono il frutto di una ricerca fatta in Veneto, soprattutto nella diocesi di Padova, dove don Vito ha esercitato il ministero per 15 anni prima di trasferirsi a Roma e poi in Sardegna, cappellano-curato delle centinaia di operai dal 1936 al 1938 impegnati nella costruzione della città di Carbonia – dice mons. Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, postulatore delle cause dei santi -. Ho scoperto la figura di don Sguotti attraverso i racconti di don Nazareno Mocellin, parroco di Cortoghiana e suo collaboratore, e di una signora che ricoverata all’ospedale oncologico si affidava nella preghiera a don Sguotti. Incaricato dalla Polizia di Stato, di cui sono stato cappellano per una decina d’anni, di mettere a punto la documentazione per la causa di beatificazione del questore Giovanni Palatucci – aggiunge monsignor Zuncheddu – ho approfittato dei miei soggiorni nel Veneto per acquisire nella diocesi di Padova documenti e testimonianze anche su don Sguotti.»
Nota biografica. Vito Antonio Sguotti nasce a Tribano (PD) il 19 giugno 1886. A 10 anni entra nel seminario. Nel 1909, a 23 anni, viene ordinato sacerdote. Cappellano curato, collaboratore parrocchiale. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale in qualità di cappellano militare, degli Alpini, congedato dopo 4 anni e decorato al valor militare con medaglia d’argento. Riprende la pastorale attiva soprattutto tra i lavoratori della terra, segretario dell’Unione del lavoro di Padova, protagonista delle “Leghe bianche”. Risale all’inizio degli anni Trenta la collaborazione con l’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) che continuerà praticamente per quindici anni con tappe a Roma, Rieti, Colleferro. Nel 1936 il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Pirastru, prende contatti con il Direttore generale dell’ONARMO, mons. Ferdinando Baldelli, per chiedere l’invio di un sacerdote per fare il cappellano tra le maestranze impegnate nella costruzione di Carbonia. Don Vito Sguotti è il prete inizialmente prescelto per fare il missionario fra quei lavoratori, da lui radunati quasi tutte le sere per «dire loro una parola buona, che fosse di luce e di conforto, mettendosi poi a disposizione per tutte le necessità materiali e spirituali» (mons. Giovanni Pirastru, omelia esequiale). Continua questa vita per due anni fra le baracche di Sirai e Barbusi. Dieci giorni dopo l’inaugurazione di Carbonia, avvenuta il 18 dicembre 1938, il cappellano curato della nuova città viene rimosso dall’incarico. Ai capi fascisti locali non piacevano le critiche di don Sguotti per le situazioni di ingiustizia e le condizioni di lavoro degli addetti alle miniere. Il sacerdote viene rimandato a Roma negli uffici dell’Onarmo e in altre attività pastorali sempre a contatto col mondo operaio. Il 13 novembre 1945 don Vito ritorna a Carbonia. Sempre parroco di San Ponziano fino alla morte, il 22 settembre 1952. In 20mila parteciparono ai suoi funerali.
Nella foto di copertina don Vito Sguotti, nella foto sotto don Nazareno Mocellin

In una cornice carica di commozione e orgoglio, la storica Caserma “Trieste” di Iglesias ha ospitato oggi la solenne cerimonia di apposizione degli “Alamari” e il giuramento degli allievi carabinieri del 144° Corso, un percorso formativo quest’anno intitolato alla memoria del carabiniere Medaglia d’Oro al Valor Militare Lorenzo Gennari.

A stringersi attorno ai giovani militari, in un abbraccio ideale che unisce le Istituzioni e i cittadini, sono intervenute illustri autorità militari, civili e religiose. Hanno conferito il massimo prestigio alla giornata il Comandante delle Scuole dell’Arma dei carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Marco Minicucci, il Comandante della Legione allievi carabinieri, Generale di Divisione Marco Lorenzoni, il sindaco della città di Iglesias, Mauro Usai, e il vescovo di Iglesias, Sua Eccellenza Monsignor Mario Farci.

Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato il profondo e sentito ringraziamento rivolto alle famiglie degli allievi. Il Generale Marco Minicucci, in particolare, ha voluto ricordare con affetto come la coraggiosa e nobile scelta di questi giovani di indossare l’uniforme sia il riflesso prezioso dell’educazione ricevuta in casa. È proprio all’interno delle mura domestiche che sono sbocciati quei valori fondanti di onestà, rispetto e profondo senso civico, indispensabili per chi sceglie di dedicare la propria vita allo Stato e al bene comune.
Con parole altrettanto cariche di emozione e significato, il Comandante della Scuola, il colonnello Saverio Ceglie, ha ricordato agli allievi l’essenza intima degli Alamari che da oggi portano cuciti addosso. Rivolgendosi direttamente ai ragazzi ha sottolineato: «Essere carabiniere non è un mestiere, è una scelta di vita assoluta. Si è carabinieri sempre, in ogni momento, in servizio e fuori servizio, e oggi, con il giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana, state promettendo di essere i custodi della legalità».
La cerimonia ha vissuto passaggi dal profondo valore simbolico, scanditi dall’emozione di tutti i presenti:
– la celebrazione della giornata in onore delle Medaglie d’oro al Valor militare, con la lettura della motivazione dell’onorificenza concessa all’eroe Lorenzo Gennari, cui è intitolato il corso;
– l’apposizione degli alamari agli allievi da parte dei familiari che sono entrati nello schieramento. All’allievo carabiniere maggiormente distintosi per rendimento, gli alamari sono stati apposti direttamente dal Generale di Corpo d’Armata Marco Minicucci;
– il Giuramento solenne. Al cospetto della Bandiera d’Istituto, gli allievi hanno prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana. Al grido all’unisono di “Lo giuro”, ha fatto seguito l’Inno nazionale.
La mattinata si è conclusa con il tradizionale ammassamento e lo sfilamento in parata di tutti i reparti in armi: una splendida dimostrazione di ferrea disciplina, affiatamento e dell’eccellente livello di addestramento raggiunto dai frequentatori del 144° Corso.

Oggi la grande famiglia dell’Arma accoglie questi nuovi carabinieri. Presto raggiungeranno i rispettivi reparti territoriali, pronti ad essere non solo custodi della legge, ma un volto amico, un saldo presidio di protezione, umanità e vicinanza per le comunità di tutta Italia.

Sette lavoratori persero la vita mentre chiedevano dignità, diritti e giustizia. Una ferita profonda nella storia della nostra città, ma anche una radice viva della nostra identità collettiva.
La cerimonia ha rinnovato il dovere della memoria e l’impegno della comunità per il lavoro, per la giustizia sociale, per la difesa dei diritti e per nuove opportunità di sviluppo.
«Il lavoro non è solo reddito. Il lavoro è libertà, dignità, possibilità di restare, di costruire, di immaginare una vita nella propria terra. Ricordare i caduti dell’11 maggio significa non accettare la rassegnazione e continuare a difendere, ogni giorno, il valore della giustizia sociale», ha dichiarato il sindaco Mauro Usai.
L’11 maggio di Iglesias si inserisce nel filo delle grandi lotte minerarie della Sardegna, da Buggerru a Gonnesa e Nebida: pagine diverse, unite dallo stesso coraggio e dalla stessa domanda di dignità.
Un ringraziamento sincero all’associazione “11 maggio 1920” per la rievocazione storica e per l’impegno costante nel mantenere viva una memoria che appartiene a tutta la comunità.
Grazie a S.E. Mons. Mario Farci, Vescovo della Diocesi di Iglesias, alle autorità militari e alle organizzazioni sindacali per aver preso parte alla cerimonia e per aver reso omaggio, insieme alla città, ai caduti dell’11 maggio.
Da quella memoria Iglesias rinnova il proprio sguardo verso il futuro: con dignità, responsabilità e attenzione al valore del lavoro.

C’è una forma di memoria che non appartiene ai libri né agli archivi, ma vive nel respiro delle voci che si accordano. È una memoria che si rinnova ogni volta che il canto diventa gesto condiviso, presenza, comunità. Sabato 18 aprile 2026, nella chiesa di Cristo Re a Carbonia, questa memoria ha trovato forma e suono nel concerto celebrativo per i trent’anni della Corale Caterina Cittadini di Cortoghiana, una delle realtà corali più significative del territorio.

Non una ricorrenza, ma una soglia attraversata insieme. La serata si è aperta come un tempo sospeso, in cui la musica non ha semplicemente accompagnato il ricordo, ma lo ha generato. Ogni intervento, ogni voce, ogni silenzio ha contribuito a comporre un racconto che non appartiene al passato, ma continua a vivere nel presente della comunità.

Attorno alla Corale, altre presenze hanno assunto il valore di una testimonianza. Il Coro Concordia Villa Ecclesiae di Iglesias, diretto da Paolo Autilitano, ha riportato alla luce le stratificazioni sonore della cultura mineraria, con una forza espressiva essenziale e radicata. Il Coro Polifonico Femminile di Tonara, guidato da Giovanna Demurtas, ha intrecciato tradizione e contemporaneità in un equilibrio sobrio, quasi meditativo. Il Coro Polifonico Chorodia di Calasetta, diretto da Noemi Cabras, ha invece attraversato territori sonori diversi, dal gospel al blues, con una sensibilità capace di trasformare lo stile in racconto.

Al centro della serata, il percorso narrativo “Briciole d’amore” ha dato forma a una biografia collettiva. Non una semplice rievocazione, ma un attraversamento poetico delle origini. Dall’asilo San Girolamo, dove suor Fidalma – presente con emozione discreta – seminava quotidianamente piccoli gesti di bellezza, si è dipanato il filo di una storia fatta di canti, parole, sguardi. Semi minimi, eppure destinati a durare.

Da quel nucleo iniziale, guidato dai maestri Walter Cannea e Alessandra Floris, la Corale ha progressivamente definito la propria identità. Con l’arrivo della maestra Angelina Figus, a partire dal 1995, il coro ha trovato una forma riconoscibile, un suono che non imita ma appartiene, una fisionomia musicale e umana che ancora oggi ne costituisce la cifra più autentica. Dal 2016, sotto la direzione del maestro Mariano Garau, questo percorso prosegue nel segno di una continuità vigile, in cui il rinnovamento non interrompe ma approfondisce.

Tra i momenti più intensi, il quadro “Briciole d’amore – Le voci che restano” ha dato voce all’assenza senza trasformarla in silenzio. I nomi di Antonella, Anna, Giulia, Alda, Nella non sono stati evocati come ricordo, ma come presenza sottile, ancora attiva nel tessuto sonoro della comunità. Nella logica del canto corale, nulla si interrompe davvero: ciò che si è amato continua a vibrare, anche oltre la sua forma visibile.

Un’altra soglia simbolica è stata quella de “La promessa”. Qui il trentennale ha assunto il suo significato più essenziale: non celebrazione del tempo trascorso, ma riconoscimento di un impegno che si rinnova. Custodire la musica, lo stare insieme, la fragilità luminosa dell’armonia condivisa. Un’esperienza che non appartiene soltanto alla dimensione artistica, ma a quella umana, dove il canto diventa pratica di relazione.

Nel corso della serata, è emersa con chiarezza anche la funzione più ampia di queste esperienze: quella delle associazioni culturali come presìdi vivi del territorio, luoghi in cui l’identità non si conserva ma si genera continuamente. L’intervento dell’assessore Giorgia Meli ha richiamato proprio questa dimensione, riconoscendo alla Corale il ruolo di presenza attiva nella vita culturale e sociale della comunità.

La conclusione delle presentazioni canore è stata affidata al canto con la Corale Caterina Cittadini, diretta dal maestro Mariano Garau, ha restituito in forma musicale ciò che l’intera serata aveva progressivamente evocato, un equilibrio tra le sezioni, una tensione misurata tra profondità e luce, tra contralti, soprani secondi e soprani primi. Non una somma di voci, ma un’unica architettura sonora, capace di tenere insieme precisione e partecipazione.

Accanto alle istituzioni civili, anche la dimensione ecclesiale ha trovato una sua voce. Il messaggio del Vescovo S.E. Mons. Mario Farci e la presenza di don Massimiliano Congia, parroco di Cristo Re, hanno restituito alla serata un orizzonte ulteriore, quello del tempo donato, che non si consuma ma si trasforma in legame.

Il momento dei ringraziamenti ha raccolto, senza spezzarlo, il filo del racconto. Con la dolcissima Suor Fidalma, i maestri che hanno guidato il cammino Walter Cannea, Alessandra Floris, Angelina Figus e l’attuale direttore Mariano Garau, le presidenti che si sono succedute nel tempo, fino all’attuale guida di Cristina Murtas. E ancora don Luca Manconi, suor Carla Lavelli, suor Maria, insieme a tutte le presenze che, in modi diversi, hanno reso possibile questa continuità.

Un riconoscimento particolare è stato rivolto a Efisio Congiu, nominato socio onorario, figura che incarna una fedeltà silenziosa e costante. Accanto a lui, le voci narranti Michela, Francesca, Emilio e Ignazio i quali hanno dato corpo alla dimensione orale della serata, restituendo alla parola la sua funzione originaria di ponte tra emozione e memoria.

Fuori dalla chiesa, ciò che rimane non è soltanto il ricordo di un concerto, ma la percezione di un tempo condiviso che continua oltre la sua conclusione.

Perché il canto, quando appartiene a una comunità, non termina.

Si sposta semplicemente nella memoria di chi ascolta, e lì continua a vivere.

Ignazio Melis