28 July, 2021
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L’Ospedale Sirai fu un Presidio Ospedaliero che fungeva anche da “Casa della Salute” e da “Ospedale di Comunità”, in esso si sommavano sia la funzione ospedaliera che la funzione di ente di ricovero intermedio per la preparazione al “ritorno a casa”. Fungeva anche da “Hospice” per i malati tumorali terminali e da “Centro di Terapia Antalgica”. Il ricovero poteva durare pochi giorni o mesi. Oggi il Piano Sanitario Nazionale prevede che i ricoveri avvengano solo per ragioni puramente sanitarie e non debbano durare più di 7 giorni. Per mantenere la media sotto i 7 giorni, molti ricoveri durano solo 24 o 72 ore.
L’Ospedale degli anni ’70 e ’80, viceversa, aveva una missione sanitaria e anche sociale e a, tal fine, era organizzato come un’autarchica “Cittadella Ospedaliera”.
Oltre ai reparti di degenza per acuti e di lungodegenza, vi erano tutti i Servizi necessari ad una “comunità socio-sanitaria autonoma”: le cucine, la lavanderia e la stireria, la sartoria, la falegnameria, l’officina meccanica, gli idraulici, i carpentieri, i muratori, gli elettricisti, la centrale per la generazione autonoma di corrente elettrica e le caldaie, le case per le suore, per i medici e la chiesa col suo prete. Il prete si chiamava don Luigi Tarasco. Dato che allora si moriva molto (6-8 al giorno) e si nasceva molto (6-8 al giorno), don Luigi era molto attivo: molte estreme unzioni, molti battesimi, qualche matrimonio, e una Schola Cantorum. Politicamente era un Don Camillo alla Guareschi ed aveva il suo fucile da caccia e il cane per i tordi e le lepri di monte Rosmarino e di Santa Giuliana.
Raccontava d’essere giunto a Carbonia dal suo paese natale: Collodi, il paese di Pinocchio. «La storia del burattinoegli spiegava -, è la metafora della vita». Quel racconto serviva a mettere in guardia da quel genere di “Saltimbanchi” che avevano convinto Lucignolo e Pinocchio a seguirli verso il “Paese dei balocchi”. Poi quando i due si accorsero di avere la coda, gli zoccoli e le orecchie lunghe, capirono in ritardo d’essere caduti in inganno: erano pronti ad essere trasformati in tamburi di pelle d’asino. Don Luigi diceva: «Il problema nella vita è come fare a riconoscere i saltimbanchi«. Pinocchio, per don Luigi, non era una semplice favola ma era il racconto di un fatto reale che può capitare a tutti, e da cui bisogna guardarsi.
Carlo Collodi finì di scrivere “Pinocchio” nel 1883 proprio nel tempo della più forte fiammata di emigrazione italiana in Brasile. La coincidenza non è casuale.
Ed ecco il giocatore della Nazionale italiana Jorge Luiz Frello, detto Jorginho, l’idolo di tutti dopo Wembley, che irrompe in questa storia e dimostra che è tutto vero.
Carlo Collodi in quegli anni voleva mettere in guardia i migranti italiani dai “saltimbanchi” ma non ci riuscì con Giobatta Frello, trisavolo di Jorginho. Giobatta fu una vittima del tempo. Partito dall’altipiano di Asiago finì, dopo mille peripezìe, nell’orrore di Imbituba, nella provincia di Santa Catarina a Sud del Brasile, dove venne ridotto al rango di schiavo. Fu vittima della truffa organizzata da arruolatori di disperati che, in veste di compagnie di “saltimbanchi” facevano, come racconta in un documento padre Pietro Maldotti, «la propaganda più implacabile ed irrefrenabilmente più scandalosa fino a vedersene, nelle valli bergamasche, a predicare dalle carrozze, vestiti eccentricamente come saltimbanchi, su per i mercati e negli stessi sagrati delle chiese, facendo sognare ricchezze straordinarie e fortune colossali preparate per coloro che si fossero diretti in America». La truffa consisteva nel prestare i soldi per l’attraversata transoceanica fino al Brasile, con l’accordo che poi il prestito sarebbe stato facilmente restituito con i favolosi guadagni promessi. La realtà era un’altra. I poveretti, una volta arrivati in Brasile su carrette del mare, ammesso che ci arrivassero vivi, venivano inquadrati dai finanziatori come debitori di una somma che non sarebbero mai riusciti a ripagare e, trattenuti per garanzia, in un vero e proprio stato di schiavitù. Dopo lo sbarco venivano direttamente avviati a lavorare nelle piantagioni di caffè, di cotone, di canna da zucchero e alle miniere, dove erano venuti a mancare, per legge, gli schiavi neri. Il modo era esattamente identico a quanto succede oggi in certi posti del sud Italia con lo sfruttamento dei poveretti africani in mano ai “caporali”.
Il meccanismo della schiavizzazione dei bianchi era iniziato nel 1871 quando il primo ministro Josè Paranhos, visconte di Rio Branco, fece approvare dal parlamento brasiliano la “Ley do ventre libre”. Per effetto di quella legge, tutti i bambini che sarebbero nati dalle schiave nere, avrebbero goduto immediatamente dello status di “cittadino libero”. In breve i campi di lavoro si spopolarono di schiavi e fu necessario sostituirli con urgenza. In quegli anni, tutta l’Europa soffriva una crisi economica legata alla persistenza di un immenso latifondo inutilizzato ed all’industrializzazione con mezzi meccanici che aumentò il numero di disoccupati. I padroni delle piantagioni brasiliane, per riprendersi dalla scomparsa dei lavoratori schiavi a costo zero e preoccupati dall’improvvisa prevalenza di cittadini neri sui bianchi, organizzarono l’arruolamento di lavoratori bianchi europei in stato di povertà. Il metodo era semplice. Si organizzò una truffa colossale e capillare, con la promessa di favolosi guadagni con cui sarebbe stato restituito il debito contratto per le spese di viaggio in nave. Una volta arrivati in Brasile, gli immigrati vi sbarcavano con il peso dell’enorme prestito e venivano costretti ad accettare contratti miserabili con cui non riuscivano nemmeno a sfamare mogli e figli. Moltissimi morivano nei primi mesi per fame e malattie.
I sopravvissuti venivano trasformati in veri e propri “schiavi bianchi”.
I missionari italiani raccolsero prove di questi abusi e presentarono petizioni al Governo Italiano, affinché intervenisse a fermare quella truffa infernale. Il Governo reagì con la legge n. 2 del 31 gennaio 1901 ad opera del ministro degli Esteri Giulio Nicolò Prinetti. La legge disattivò il nodo centrale del meccanismo truffaldino:
il decreto proibì l’espatrio con viaggio pagato dal Brasile; da allora nessuno potè più partire usando prestiti brasiliani. Inoltre, venne istituito il “Commissariato Generale delle Emigrazione” che mise in atto questi provvedimenti:
– L’Italia si impegnava a proteggere i diritti dei migranti assicurando la sua protezione.
– Potevano gestire i viaggi transoceanici dei migranti soltanto le compagnie ritenute idonee dal Governo e che ottenevano la “patente di Vettore”.
– Erano consentiti imbarchi per l’emigrazione soltanto da tre porti autorizzati : Palermo, Napoli, Genova.
– Una “ Commissione Ispettiva” verificava che le navi fossero in possesso dei requisiti sanitari previsti dalla normativa.
– Al momento della partenza, saliva a bordo una Commissione governativa costituita da medici e militari che sorvegliava affinché le disposizioni di legge fossero rispettate e gli spazi a disposizione dei migranti fossero adeguati.
– Nel porto di arrivo i migranti trovavano ad accoglierli Patronati ed Enti di tutela del governo italiano che fornivano assistenza legale e sanitaria.

Nella metafora di “Pinocchio” sono rappresentati i grandi problemi di oggi:
– Il problema sanitario: come Pinocchio seppellì le monete d’oro con la promessa che sarebbe spuntato un albero di monete noi ci troviamo oggi a vedere il seppellimento dei nostri Ospedali nella promessa che poi spunti un Ospedale “Unico”.
– Il problema immigrazione : anche quei poveretti che oggi attraversano il Mediterraneo su carrette del mare, come il trisavolo di Jorginho sono stati spinti qui dai “saltimbanchi” dei loro paesi per trovarsi poi schiavi più di prima. Se l’Italia avesse un accordo bilaterale con i Paesi dei migranti, come la Legge Prinetti del 1901, non avremmo tanti disperati in mano agli scafisti.
– Il problema della ripresa economica con i sussidi e i prestiti europei: c’è da sperare che il Governo Draghi sia la “Fata Turchina” che ci salverà dal Gatto e la Volpe, e dalle torme di affaristi che saranno già in movimento.
Carlo Collodi “docet”, e alla fine ci fa anche capire che le fate non sono la soluzione, ma che dobbiamo salvarci da soli dai gatti, dalle volpi e dai saltimbanchi.

Mario Marroccu

E’ stata diffusa nei giorni scorsi l’intervista che il Direttore di “La Provincia del Sulcis Iglesiente”, Giampaolo Cirronis, ha raccolto dal dr. Rinaldo Aste il giorno della sua andata in pensione. Fino a pochi giorni fa, Rinaldo Aste era il Primario del reparto di Cardiologia dell’Ospedale Sirai di Carbonia. Ha lasciato l’Ospedale l’ultimo dei suoi Fondatori. In ordine storico, tra i “Primari fondatori” della Medicina Interna, si annoverano il dr. Enrico Pasqui, il dr. Cesare Saragat, il dr. Giorgio Mirarchi ed il dr. Rinaldo Aste.
I medici illustri che hanno fatto crescere il capitale di valore umano e scientifico del Sirai, sono molti, ma i componenti di questo elenco hanno generato, ognuno per la sua parte, nuove unità operative specialistiche che ora sono patrimonio definitivo della Comunità di Carbonia e del Sulcis: la Medicina Interna, la Cardiologia, la Neurologia, il Laboratorio, il Centro Trasfusionale, la Pediatria, la Nefrologia e Dialisi.
Come diceva il dr. Gaetano Fiorentino, primo Direttore Sanitario dell’Ospedale Sirai, «i Medici sono come l’acqua. Quando c’è, trovi naturale che ci sia e la ignori; quando manca ti accorgi della sua importanza». Ora stiamo facendo i conti con questa mancanza.
La politica di contabilità sanitaria degli ultimi 20 anni ha spogliato gli ospedali di personale, servizi ed attrezzature. L’Ospedale Sirai ha avuto un duro colpo che si è riflesso sul benessere fisico ed esistenziale del territorio; esso, infatti, non è soltanto una struttura muraria contenente Medici, Infermieri e Impiegati, è anche un luogo dell’identità collettiva. Nella visione popolare è il luogo sicuro, dove si registrano le fasi più importanti della vita, è cioè il luogo dove:
– si nasce in sicurezza,
– si curano le malattie,
– si muore in modo civile.
L’Ospedale è un luogo carismatico che appartiene alla sfera del sentimento popolare del conforto solidale nel momento della sofferenza. E’ ben distante dall’idea di Centro gestionale della Sanità, la cui separazione dal popolo è colmata dall’incomunicabilità burocratica.
L’Ospedale di cui qui si tratta, ha due nature, quella fisica e quella immateriale. Ognuna è rappresentata da soggetti diversi: la burocrazia da una parte, l’apparato assistenziale dall’altra.
Una è radicata nel sentimento popolare, l’altra no.
Dall’incapacità di capire la differenza tra queste due diverse nature deriva, in generale, il degrado della comunicazione tra la politica amministrativa di questi ultimi 20 anni e l’apparato sanitario. Gli effetti sono ricaduti sui cittadini e ne abbiamo avuto una potente prova durante l’epidemia di Covid-19.
L’uscita di figure carismatiche dal nostro Ospedale esalterà il danno identitario e ciò avrà conseguenze pratiche. E’ come se da un corpo uscisse la mente, come avviene in certe malattie degenerative del sistema nervoso centrale che distruggono le famiglie. Così pure l’Ospedale è diventato un corpo a sé stante che obbedisce correttamente a logiche giuridico contabili ma che ha perso l’anima popolare solidale idealizzata nell’articolo 32 della Costituzione. La perdita di anima della Nuova Sanità è coerente con gli algoritmi rigorosi e ben schematizzati, per il funzionamento di una macchina teorica, ma lontani dal bisogno popolare di fiducia nei suoi curanti e di conforto.
Il contatto con il popolo è interrotto. L’isolamento dell’Ospedale durante l’Epidemia ne ha esaltato la distanza. Oggi, sentita anche la protesta dei Sindaci della Sardegna che chiedono di partecipare al nuovo progetto di sanità finanziato dal Next Generation EU (prossima generazione europea), abbiamo la prova certa che esiste il bisogno diffuso di costruire quel luogo della mente del Sirai in cui deve tornare a rispecchiarsi l’alleanza sociale.
Se ciò non avvenisse, ne nascerebbe la delusione, la tristezza, il distacco. Togliendo l’Ospedale dalla città di Carbonia si annullerebbe l’idea stessa di città, e al suo posto si creerebbe la necessità di identificarsi in un altro luogo ideale a cui appartenere. Per i nostri giovani quel luogo potrebbe essere Cagliari, Sassari o Milano; cioè un luogo dell’immaginario collettivo dove i servizi essenziali esistono e funzionano. Ne nascerebbe la ricerca di un altro luogo dove andare a nascere, a farsi curare e a morire.
Non è strano che quest’anno, sino ad oggi, siano nati nella nostra ASL solo 133 bambini. Nel 1970 al Sirai nacquero 2.000 bambini, e altri 1.000 nacquero ad Iglesias. Mancano al conto 2.867 nuovi nati. Questo numero non si spiega con la curva demografica. Si spiega con lo spostamento delle giovani coppie in altri luoghi più serviti.
Lo spopolamento inizia così: con l’idealizzazione di un luogo in cui migrare alla ricerca di più sicurezza, cultura, solidarietà, giustizia, lavoro.
Queste sono le conseguenze pratiche della perdita delle istituzioni identitarie e dei carismi che vi risiedono.
L’uscita di scena di figure sanitarie, con il carisma di Fondatore dell’Ospedale, obbliga a riflettere sul fatto che la macchina sanitaria pubblica non è solo il luogo del padrone contabile del momento, ma è proprietà identitaria della popolazione, e la popolazione non si identifica con i manager ma con gli operatori sanitari che essa stessa ha generato. La Nuova Sanità non si può costruire solo con complessi algoritmi ma con l’introduzione di nuovo Personale che apporti umanità, creatività, passione e competenza.

Note biografiche e professionali del dr. Rinaldo Aste

E’ nato a Carloforte, 67 anni fa, dal mitico Maestro e Compositore di Opere musicali Angelo Aste. Questi era figlio di un altro Rinaldo, anch’esso musicista, ed era un artista talmente apprezzato che lo stesso papa Paolo VI lo investì del cavalierato dell’Ordine di san Silvestro.
La certificazione del DNA musicale del dr. Rinaldo Aste, cardiologo, è importante. Forse proprio per questo era destinato, nella vita professionale di Medico, ad accordare il ritmo cardiaco con i Pacemakers ai pazienti cardiologicamente fuori tempo.
Fu acquisito all’équipe del dr Enrico Pasqui a Carbonia nel 1983 e, nonostante fosse già specialista in Malattie Infettive, non resistette al richiamo dell’elettrofisiologia applicata alla Cardiologia. Nel 1988 applicò il primo PaceMaker nel Reparto Medicina dell’Ospedale di Carbonia quando era appena fresco di specializzazione. Erano tempi in cui, per la patologia della conduzione del ritmo cardiaco, bisognava rivolgersi alla Clinica Aresu di Cagliari, a Milano o a Londra. Chi lo vide eseguire l’intervento ricorda con quale precisione e freddezza introdusse una grossa cannula nella vena succlavia sinistra del paziente, ottenendo un iniziale impressionante fiotto di sangue. Per chi non lo sapesse quel metodo percutaneo era allora praticato in Italia da pochissime persone e l’abilità manuale, che ne riduceva la pericolosità, si acquisiva dopo un training di anatomia chirurgica molto severo.

Da precursore del metodo, Rinaldo Aste si trasformò in abituale impiantatore di stimolatori cardiaci e visse più tempo sotto le radiazioni degli intensificatori di brillanza in sala operatoria che alla luce del sole. Da allora, ha impiantato l’importante numero di oltre 2.500 pacemakers e defibrillatori biventricolari. Da alcuni anni aveva iniziato ad impiantare anche sistemi di controllo digitale a distanza del ritmo cardiaco nei pazienti a rischio. Per capirci, se il giocatore, della nazionale di calcio danese, Christian Eriksen, fosse passato all’Ospedale di Carbonia prima della partita Danimarca-Finlandia, il dr. Rinaldo Aste gli avrebbe impiantato sottocute l’antenna del rilevatore di anomalie del ritmo e l’arresto cardiaco sarebbe stato prevenuto.

Mario Marroccu

Nel 1945, negli Stati del Sud degli Stati Uniti d’America, si producevano quantità enormi di pomodori e per la raccolta si impegnavano innumerevoli squadre di raccoglitori. In quell’anno venne inventata una macchina che tagliava le piantine con i pomodori maturi e le metteva in carrelli che finivano in stazioni di cernita per lo stoccaggio. Le macchine ridussero moltissimo lo sforzo di raccolta e il prezzo dei pomodori crollò. Le macchine era molto costose ma i pochi che potevano permettersele avevano la possibilità di immettere nel mercato i pomodori a prezzo dimezzato. Il risultato della concorrenza fu implacabile.
Dopo un anno dei 6.000 produttori preesistenti ne sopravvissero solo 60. Gli altri, quelli senza la macchina, fallirono e con essi scomparve il lavoro per decine di migliaia di operai.
Questo è un racconto fatto dagli economisti per spiegare come la tecnologia che fa a meno dell’uomo è vincente ed è conveniente per chi la usa e per chi gode dei suoi vantaggi. Altri però non ne godono.
Per questo, oggi un termine entrato nella valutazione di risultato delle faccende umane è “Sostenibilità”.
Si parla, secondo il caso, di “Sostenibilità ambientale”, “Tecnologica”, “Digitale”.
In effetti, si è visto che ogni attività umana, che si avvale della tecnologia, genera vantaggi e svantaggi.
Per quanto riguarda la scienza medica, oggi si punta sempre di più sulla tecnologia, sul digitale e sulla robotica. Tuttavia, anche in questo caso, c’è un limite alla tecnologia che dovrebbe sostituire l’Uomo; oltre di esso non è più vantaggiosa.
Faccio un esempio. Se un paziente deve essere operato per calcolosi della colecisti, o per un tumore renale, o per un utero fibromatoso, è possibile farlo con un “robot da sala operatoria”.
Questo metodo promette poco dolore, decorso rapido, dimissione in 2-3 giorni, veloce ripresa delle attività usuali; pertanto, tutti oggi vogliono il robot: lo vogliono sia i chirurghi che i pazienti.
Quindi, si conclude che la tecnologia robotica in chirurgia è il futuro, ma pensare di impiegarla in tutte le patologie è un’illusione.
L’impiego del robot in sala operatoria ha indicazioni limitate. Il robot va bene per le malattie ad andamento cronico, trattabili con cure programmabili; pertanto, va bene per un Ospedale che fa chirurgia programmata ma non va bene per la chirurgia delle patologie tempo-dipendenti.
Cos’è questa chirurgia?
E’ la chirurgia delle patologie improvvise, gravi, che portano a morte il paziente se non si è velocissimi nell’operarlo. Per esempio: l’emorragia cerebrale per rottura improvvisa di un aneurisma. In questo caso il robot non può essere utilizzato. Oppure, prendiamo il caso dell’incidente della strada con rottura traumatica di milza e fegato: il chirurgo deve essere più veloce della luce, aprendo l’addome, asportando la milza, e riparando il fegato; il tutto in un mare di sangue che non lascia vedere bene l’anatomia del campo chirurgico, e dove l’abilità manuale è determinante sia per perfezionare la diagnosi man mano che procede l’intervento, sia per fare la migliore scelta sulla strategia da usare, e cambiarla, se necessario, subito dopo.
Oppure, prendiamo il caso dell’Ostetrica che sta assistendo un travaglio e che, improvvisamente, si accorge che bisogna rapidamente passare dall’ostetricia all’intervento cesareo, pena la morte della madre e del bambino.
Oppure, ancora, il politrauma per incidente della strada o in fabbrica, o anche la più frequente frattura del femore o la frattura della colonna vertebrale per una banale caduta.
Come si comprende, in questi casi patologici tempo-dipendenti, l’uso del robot non ha alcun senso. L’intervento umano diretto è preziosissimo, imprescindibile e necessario. Ancora di più è necessario per dializzare d’urgenza un paziente in insufficienza renale acuta, o per assistere uno scompenso cardiaco o respiratorio.
Ho portato gli esempi di queste situazioni gravi per essere più immediato, ma si può continuare sulla stessa falsariga, citando il caso del massaggiatore che soccorre il calciatore in campo per la distorsione di una caviglia; oppure il pediatra che dolcemente abbassa la lingua del bambino per esplorare la profondità del cavo orale alla ricerca di una possibile tonsillite suppurativa febbrile. è immaginabile un robot per queste procedure? No. In moltissimi casi l’intermediazione del robot è assurda. Questi esempi sono utili per distinguere fra due tipi di malattie: quelle croniche, prevedibili, e curabili, secondo un programma e quelle imprevedibili, urgenti, urgentissime tempo-dipendenti (come l’infarto). Le prime sono affrontabili da una struttura ospedaliera tecnologicamente dotata ad hoc e che impiega poco personale. Le seconde invece devono essere dotate di personale specializzato, il cui compito fondamentale è quello di fare diagnosi rapide, prendere le decisioni giuste, cambiarle in corsa se serve, ed ignorare completamente l’entità delle spese e l’equilibrio di bilancio del proprio datore di lavoro.
Stiamo parlando di due mondi diversi. Uno è il mondo della Medicina programmabile e robotizzabile, l’altro è il mondo della Medicina di urgenza tempo-dipendente. Il primo è fonte di guadagno per la struttura; il secondo è fonte di spese e pessimi bilanci, a causa della maggiore quantità di personale specializzato che impiega.
Per tale ragione è impossibile confrontare i risultati di produttività degli Ospedali privati con quelli dei Presidi Ospedalieri di I Livello (come il Sirai di Carbonia), sedi di DEA di I Livello (Dipartimento di Emergenza e Accettazione).
Gli Ospedali privati sono dedicati alla medicina e chirurgia d’elezione programmabile. Le loro procedure sono eseguibili secondo un diario che non riserva sorprese. In tali ospedali le attività mediche e chirurgiche vengono concentrate nelle ore che vanno dalle 8.00 del mattino alle 14.00. Nelle ore della sera, della notte, e dei giorni prefestivi e festivi, le attività rallentano fino a fermarsi; il lavoro di assistenza ai malati viene affidato ad un Medico di guardia, che talvolta ha in carico più di un reparto. Invece i Presidi Ospedalieri di I Livello con DEA non interrompono mai il loro lavoro.
La loro “mission” è, soprattutto, l’“urgenza” del paziente acuto grave o gravissimo. L’urgenza non ha orario e non si può inserire in una lista d’attesa. L’urgenza annulla la possibilità di concedere pause all’attività medica e chirurgica.
L’attività è continua e perenne. Pertanto, mentre negli Ospedali privati il personale è massimamente presente nelle ore del mattino, dal lunedì al venerdì, e perlopiù è assente la sera, la notte, e nei giorni prefestivi e festivi, nei Presidi Ospedalieri di I Livello (come il Sirai ed il CTO) il personale, che è sempre d’Urgenza, è presente in reparto.
Vi è poi una quota di personale che non è di turno ma è prontamente disponibile con arrivo in reparto entro 30 minuti.
Questa enorme differenza comporta anche un’enorme discrepanza nel rapporto fra posti letto/operatori sanitari /costi.
Nei reparti d’urgenza del Presidio Ospedaliero di I Livello deve essere presente lo Specialista di turno, inoltre per ogni specialità chirurgica e medica devono essere immediatamente disponibili, sia i medici che gli infermieri formanti l’equipe perfetta. Le équipes devono essere presenti o disponibili in 3 turni al giorno (mattino-sera-notte), sempre. Non esistono giorni festivi per le équipes. Ciò significa che i Presidi di I Livello hanno bisogno di una compagine di Personale pronta sia alle attività di routine sia a quelle di urgenza e, pertanto, il numero di dipendenti deve essere doppio rispetto a quello degli Ospedali privati.
Ne consegue che gli Ospedali privati, con il loro poco personale, spesso convenzionato, sviluppano una produttività sanitaria enorme, con poca spesa e molto utile.
I Presidi d’urgenza di I Livello, viceversa, hanno un costo altissimo sia in fase di operatività, sia in fase di attesa, e l’utile è in negativo.
In sostanza, i due tipi di struttura non sono neanche lontanamente paragonabili sia per complessità di organizzazione, sia per i costi e per i risultati.
I Presidi Ospedalieri di Base devono fornire le prestazioni d’urgenza col Pronto Soccorso ed avvalersi di Personale reperibile.
I Presidi di I Livello, maggiormente impegnati, devono avere gli Specialisti in presenza nei reparti nell’arco delle 24 ore.
Per esempio, un Ospedale privato che abbia due sale operatorie in attività ha bisogno di due anestesisti in presenza solo al mattino. Invece negli ospedali di I Livello, con lo stesso numero di sale operatorie, vi devono essere due Anestesisti di mattina, uno di sera, uno di notte e due anestesisti per la Rianimazione per ognuno dei tre turni. Queste presenze devono essere assicurate sempre anche nel caso non avvengano emergenze.
Similmente dicasi per le équipes infermieristiche di sala operatoria. Tali turni di presenza attiva o di semplice attesa, devono essere presenti sempre, festivi inclusi.
Si comprende che questo triplo turno quotidiano deve essere attivo in tutti i reparti che fanno emergenza: la Medicina, la Chirurgia, l’Ostetricia, la Pediatria, la Traumatologia, la Radiologia, il Laboratorio, il Centro Trasfusionale, la Psichiatria, la Cardiologia, la Dialisi, il Pronto Soccorso, l’Anestesia e la Rianimazione, L’Otorinolaringoiatria, l’Oculistica, la Neurologia.
Quanto detto, conduce alla conclusione che gli Ospedali di I Livello devono avere organici completi e numerosi e la loro gestione è molto difficile e costosa. Gli Ospedali di I Livello in Italia sono 260, 7 in Sardegna: l’Ospedale di Nuoro, di Olbia, di Sassari, di Oristano, di San Gavino Monreale, di Carbonia ed il SS Trinità di Cagliari.
Inoltre, vi sono in Sardegna 2 Ospedali di II Livello: il Brotzu di Cagliari e l’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari.
Tutti gli altri Ospedali sardi sono Presidi di Base e, in caso di necessità per urgenze gravi, devono trasferire i pazienti più impegnativi negli Ospedali di I e II Livello.
Quanto detto, conduce alla conclusione che gli Ospedali della nostra provincia del Sulcis Iglesiente sono preziosissimi, che nessun Ospedale privato può sostituirsi ad essi e che dobbiamo salvaguardarne l’esistenza, l’efficienza ed il capitale umano e culturale che vi è racchiuso. Dopo, vengono per ordine di importanza, gli edifici nuovi ed i robot.

Ci stiamo abituando, nel paesaggio cittadino, ai nuovi simboli di questa “Era pandemica”: i cartelli che indicano il percorso per raggiungere i luoghi in cui ci vaccinano in ordine alle fasce d’età. In essi si trovano scritte le parole “Hub vaccinale”, oppure “Centro vaccinazioni”.
La parola inglese “Hub” tormenta gli ospedalieri dagli anni ’90.
Risuonò per al prima volta, a Carbonia, nell’aula “Velio Spano”. Vi erano stati riuniti tutti i medici, gli infermieri, gli amministrativi ed i rappresentanti politici delle USL (Unità Sanitarie Locali) n° 16 e n° 17 del Sulcis Iglesiente. Erano tutti lì per ascoltare un economista bocconiano venuto dal Continente per esporre il verbo della nuova rivoluzione sanitaria: “Hub and Spoke”. Spiegò: “L’Hub” è il mozzo della ruota del carro; gli “Spoke” sono i raggi della ruota. Dobbiamo trasformare la Sanità in un “Sistema Hub and Spoke”..., e proiettò un’immagine che rappresentava una stella con i suoi raggi luminosi. Sembrava una bella cosa.
Questi nuovi disegnatori del futuro sanitario della Sardegna, venuti dal Continente, stavano, invece, facendo crollare le basi di due riforme sanitarie eccezionali: la riforma del 1968-69 emanata con le leggi 132 e 128, e la riforma sanitaria del 1978 emanata con la legge 833. Erano due Riforme talmente fantastiche da sembrare più utopie che realtà. Contenevano  concentrati, tutti i valori umanitari della carità cristiana maturata in 1.000 anni di Medio Evo, i valori solidaristici della cultura laica del 1700, 1800, 1900, e il bisogno di uguaglianza, equità e fratellanza esplosi alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale.
Con la nuova visione degli “Hub and Spoke” si stavano cambiando le basi ideali delle “Unità Sanitarie Locali” (USL) e si preparava il terreno per impiantare, al loro posto, la “Aziende Sanitarie Locali”(ASL). Dove stava la differenza? Era grossa e non ce ne avvedemmo. Nella Riforma del 1968 gli ospedali cittadini erano giuridicamente gli “Enti ospedalieri” della città di appartenenza, ed il presidente era il sindaco della città. Quel sindaco era la cinghia di trasmissione dei bisogni di Sanità dei sindaci di tutto il territorio. Nella riforma n° 833, del 1978, la gestione della Sanità ospedaliera e territoriale era sotto il controllo del “Comitato di gestione” che nominava al suo interno il presidente. Il Comitato di gestione era costituito da cittadini del territorio, nominati, a loro volta, dalla “Assemblea generale” dei consiglieri comunali delle varie cittadine.
Ne consegue che, fino ad allora, la conduzione della Sanità ospedaliera e territoriale era sotto il vigilissimo controllo dei sindaci e dei consiglieri comunali e, quindi, dei cittadini. Nel 1988 il ministro Carlo Donat Cattin abolì le “Assemblee generali” per semplificare l’apparato. Poi nel 1992, 1995, e 1999, con altre leggi avvenne la progressiva eliminazione dei “Comitati di gestione” e la loro sostituzione con una unica figura al comando: il Commissario straordinario nominato dalla Regione. I Commissari vennero poi chiamati “Manager” e venivano pescati da una lista di amministratori selezionati per titoli. Le Unità Sanitarie Locali vennero trasformate in aziende a gestione di tipo privatistico, sul modello della Sanità privata. Lo scopo era la “razionalizzazione” della gestione e l’amministrazione del patrimonio mobiliare ed immobiliare, al fine di raggiungere “efficienza ed efficacia”.
Così, nella nuova lingua parlata, in sanità scomparvero progressivamente parole come medico, infermiere, ostetrica, farmacista, etc., che divennero “Operatori sanitari”. La parola “malato” venne sostituita col termine “cliente”. In tutte le leggi e disposizioni comparvero nuove espressioni come “hub and spoke”, “efficienza ed efficacia”, “razionalizzazione”, “equità”, “omogeneità”. Questo nuovo modo di esprimersi, sottintendeva l’obiettivo di raggiungere un “Livello Essenziale di Assistenza” (LEA) con la minor spesa possibile. Eravamo usciti dal linguaggio sanitario, derivato dalla solidarietà laica e dalla carità cristiana, per entrare nel linguaggio amministrativo. A questo punto la “gestione contabile” della Sanità si sostituì alla “gestione politica” dei bisogni di salute della cittadinanza.
L’”Hub and Spoke” fu la chiave per spostare il controllo amministrativo della Sanità dai territori al centro. In realtà quella espressione inglese non andava tradotta con l’espressione italiana “ruota del carro” o “stella con i raggi” ma semplicemente e crudamente: “Centro e periferia”.

Così il nostro territorio divenne “periferia” e la città capoluogo divenne il Centro su cui devono convergere tutti i finanziamenti ed i Servizi sanitari, tagliandoli a noi. Con l’“Hub and spoke” la città divenne il “buco nero” che risucchia le stelle e i pianeti che gli passano vicino, facendo il deserto attorno.
Con l’esclusione dei sindaci e dei Consigli comunali dal controllo della ASL, è iniziato l’impoverimento di strutture sanitarie del nostro territorio. Oggi stiamo assistendo alla diminuzione progressiva di medici ed infermieri, alla chiusura di reparti ospedalieri, alla difficoltà di ricevere prestazioni sanitarie e strumentali, e alla generazione di liste d’attesa infinite, sia per essere visitati che per essere curati. La diminuzione di assistenza sanitaria, in loco, obbliga a mettersi in viaggio e chiedere il dovuto a Cagliari e anche al Continente. Ormai la nostra incapacità di produrre Sanità è arrivata ad un punto gravissimo: il 47 per cento di prestazioni sanitarie devono essere comprate all’esterno del nostro sistema. Questo è l’effetto dello “Hub and Spoke”.
Apparentemente la centralizzazione della Sanità nella città capoluogo è un beneficio disponibile per tutti. In realtà, la migrazione dei nostri malati sta portando solo ad affollamento in centri già saturi di pazienti ed alla formazione di lunghe file per essere operati per patologie comuni, o solo visitati o sottoposti ad esami. Questo fenomeno si traduce in aumento della spesa sanitaria per le famiglie che hanno la disgrazia di avere un componente ammalato, alla frustrazione e, addirittura, alla rinuncia ad essere curati.
Gli Hub sono stati il fallimento del Sistema sanitario dei territori, ridotti a “periferia” povera e sguarnita. Il Covid-19 ha dimostrato che gli accentramenti dei servizi sono un errore. Un esempio si trova nella cronaca recente. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha dovuto lamentare pubblicamente la sua impotenza nel gestire un importantissimo Hub: il cimitero di Roma. Vi sono accatastate, nei magazzini, migliaia di bare con il loro triste contenuto. Le squadre di operai non fanno in tempo a tumulare o cremare i cadaveri, che restano per mesi miseramente impilati. Quell’umiliazione finale tocca indistintamente tutti, poveri e ricchi, miseri e potenti. Ecco, questo è il problema degli “Hub”: l’affollamento. E l’affollamento genera “inefficacia e inefficienza”, “iniquità”, e “umiliazione”. Cioè l’esatto opposto della “efficacia ed efficienza” proclamati da quei professori bocconiani che negli anni ’90 ci introdussero al concetto miracolistico degli “Hub and Spoke”.
Chi ha seguito l’evoluzione di questa rivoluzione, che poi si è rivelata un’involuzione, oggi legge con amarezza la scritta “Hub” nei cartelli indicanti i “Centri di vaccinazione”.

Mario Marroccu

Ormai è evidente: questo virus cambierà gli umani e lo farà col metodo della “selezione naturale”.
Charles Darwin scrisse, nell’anno 1859, nel libro “L’origine delle specie”, che la Natura seleziona, per la sopravvivenza, gli individui più “adatti”. Non scrisse “più forti”, “più ricchi”, o “più intelligenti”. Scrisse proprio “i più adatti”.
Ora questo virus sta selezionando gli umani che più si “adattano” al rispetto delle regole del “distanziamento sociale” .
Ci sono molti motivi per prendere sul serio Charles Darwin, e sono questi:

1) I vaccini non sono sufficienti a fermare la circolazione del coronavirus. Pertanto, esso resterà con noi molti anni ancora.

2) Il vaccino che fece sparire il Vaiolo dalla faccia della terra dava un’immunità perenne. Questo per 6-8 mesi soltanto.

3) Ne consegue che fra 6-8 mesi tutti coloro che sono stati già vaccinati ad Aprile 2021 perderanno l’immunità ad ottobre 2021. Ad Ottobre tutti i vaccinati di oggi dovranno nuovamente mettersi in fila per essere vaccinati di nuovo.

4) Se si considera che, fino ad oggi, in Italia sono state vaccinate 10 milioni di persone, e che ne rimangono ancora 50 milioni (o 40 se si escludono i bambini gli allergici ed i negazionisti), ci vorranno, alla velocità attuale, altri 10-12 mesi per vaccinare tutti.

5) I soggetti già vaccinati oggi, fra 6 mesi non saranno più protetti dal vaccino fatto ad aprile, pertanto ad ottobre (fra 6 mesi) ci saranno da vaccinare sia i 20 milioni non ancora vaccinati, sia i 10 milioni già vaccinati ad Aprile ma con effetti di immunizzazione scaduti. Cioè 30 milioni.

6) Lo stesso ragionamento si può applicare ogni 6 mesi per gli anni successivi. Cioè saremo in una campagna vaccinale continua che durerà parecchio.

Si sta realizzando il paradosso del filosofo Zenone, che visse nel V secolo avanti Cristo. Egli propose un calcolo matematico sul “moto”. In esso dimostrava che in una gara di velocità fra Achille “piè veloce” ed una tartaruga, Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga. Se Achille inizierà la corsa dopo che una tartaruga sarà partita dal punto A ed avrà raggiunto il punto B, Achille per raggiungerla impiegherà un tempo X1. Ma nel frattempo la tartaruga avrà raggiunto il punto C. Achille per raggiungere il punto C impiegherà un tempo X2. Ma in quel frattempo la tartaruga avrà raggiunto il punto D. Achille, per raggiungere la tartaruga nel punto D impiegherà un tempo X3. Ma in quel frattempo la tartaruga raggiungerà il punto E, e sarà ancora in anticipo su Achille. Procedendo così all’infinito, in questo ragionamento logico-matematico, Achille non raggiungerà mai la tartaruga, perché la tartaruga avrà sempre un tempo di vantaggio su Achille della durata di tempo Xn a suo vantaggio. Il paradosso di Zenone è diventato la metafora della nostra attuale gara di velocità per fermare il coronavirus con le campagne vaccinali subentranti.
Anche Albert Einstein si cimentò per risolvere quell’ipotesi matematica ed ebbe difficoltà.
Se fosse vero il paradosso di Zenone saremmo messi veramente male, e dovremmo trovare un’altra via di scampo.
Colui che ha capito più di tutti il paradosso di Zenone è il premier britannico Boris Johnson. In Europa è il premier che ha avviato la campagna vaccinale più efficace, e sta riaprendo al pubblico tutti gli esercizi di commercio umano in cui è inevitabile l’assembramento. Eppure, nonostante il suo chiaro successo con le vaccinazioni, alcuni giorni fa ha tenuto un discorso alla Nazione, proclamando l’inutilità della vaccinazione di massa qualora non si rispettino, per molti mesi ancora, e forse per anni, le regole del “distanziamento” e l’uso della “mascherina”. Così ha riportato tutti al realismo, facendo crollare l’illusione di una facile fine della pandemia.

La via del “distanziamento sociale” riprende vigore. Prima che esistessero i vaccini, le regole del distanziamento sociale erano l’unica arma efficace contro le varie pesti che si sono succedute nei secoli.
Uno studioso dell’Università norvegese di Oslo, il professor Ole Jorgen Benedictow, alcuni mesi fa, quindi prima di Boris Johnson, ha sostenuto lo stesso ragionamento dopo aver letto un vecchio libro. Egli aveva scovato, nella Biblioteca Nazionale di Parigi, un antico testo scritto da un medico calabrese: Quinto Tiberio Angelerio. Costui aveva avuto l’ esperienza della Peste in Sicilia del 1575 e, seguendo la teoria “miasmatica” di Galeno (II secolo d.C.) e la teoria del “contagionismo” di Girolamo Fracastoro (XV secolo d.C.), attenuò e sconfisse la Peste di Alghero del 1582. Poi pubblicò i risultati di quella sua esperienza in un manuale stampato a Cagliari nel 1588: “Ectypa pestilensis status Algheriae Sardiniae”. Di questo manuale destinato ai Medici, per informarli sul come si gestisce una epidemia, ne esiste una sola preziosissima copia a Parigi. Prima che lo si rendesse noto in Italia, il libro di Quinto Tiberio Angelerio venne presentato al pubblico inglese dalla rete televisiva BBC, ed ebbe grande risonanza. Forse lo stesso Boris Johnson ne ha tratto ispirazione.
Mentre assistiamo alla gara fra Nazioni per accaparrarsi le dosi di vaccino, vale la pena raccontare la storia di quel medico di Alghero che, non avendo a disposizione i vaccini, utilizzò altri metodi di controllo dell’epidemia basati sul corretto comportamento sociale.
Alghero si sarebbe spopolata a causa dell’alta mortalità ed il suo Governo decise di assumere il dottore Angelerio per liberare la popolazione dalla peste. Angelerio era un medico scrupoloso ed appassionato e, sopratutto, non temeva di morire. Egli, con i poteri della Magistratura di Sanità emise delle ordinanze piuttosto rigide. Fra queste le più importanti imponevano:
– il divieto di stringersi la mano nel salutarsi;
– divieto di assembramento anche a piccoli gruppi;
– divieto di avvicinare un’altra persona a meno di 6 palmi (1 metro e mezzo);
– vietato uscire di casa;
– consentito ad un solo membro della famiglia l’uscita per fare la spesa;
– sconsigliata vivamente la partecipazione a funzioni religiose.
In sostanza vi erano l’obbligo di isolamento ed il divieto di assembramento. Questo irritò i commercianti ed imprenditori locali, i quali avevano capito quali danni ne avrebbero avuto gli affari. Nacque un movimento di opposizione che culminò in un tentativo di assassinio del medico. Tuttavia, il dottor Quinto Tiberio Angelerio non si impressionò e continuò nella sua opera di “mitigazione” dell’epidemia, fino a spegnerla dopo 8 mesi di Lockdown serrato. Il governo della città lo remunerò con una somma enorme: 100 scudi d’oro. In quell’epidemia perse la vita il 60 per cento della popolazione. L’azione di Angelerio fu così efficace che la peste fu circoscritta alla città di Alghero e non si diffuse ai borghi vicini e neppure alla città di Sassari. Per ottenere quello straordinario risultato, impiegò la forza pubblica per l’osservanza delle ordinanze e dedicò tutto se stesso alla cura dei malati. Fondò un ospedale nel quale ricoverava i pazienti sintomatici e predispose un Lazzaretto per ospitarvi i cittadini sani messi in quarantena. Nel 1588 pubblicò in un manuale le sue memorie ed i suoi metodi di contenimento dell’epidemia. Il libro andò a ruba in tutta Europa. La fama del dottore fu tale che venne poi assunto dalla città di Barcellona per contrastare una sua epidemia di Peste. Successivamente, venne assunto dall’imperatore Filippo II per liberare Madrid dalla Peste. Questo medico appassionato visse a contatto diretto con gli appestati e non contrasse mai la malattia. Morì vecchissimo, a 85 anni, nella città di Napoli. Le regole di distanziamento e di igiene applicate in modo sistematico ad Alghero, furono una lezione per tutto il mondo di allora.
Quando in Italia si promulgò il primo DPCM nel febbraio 2020 non si fece altro che ripetere pedissequamente le ordinanze della città di Alghero scritte da Angelerio.
Oggi, anno 2021, la Scienza ha fatto passi da gigante. Eppure, se non avessimo avuto i vaccini così tempestivamente, ci saremmo trovati nel punto in cui si trovò Angelerio nel 1582 ad Alghero, e le sue regole ci avrebbero salvato.
Boris Johnson, che è un tipo un po’ avventuroso in politica ma un cervello fino ed una mente formata alla cultura classica, ha colto nel segno quando, ha proclamato al popolo inglese «non aspettatevi che l’epidemia sia finita col vaccino. Mantenete ancora un comportamento prudente, scrupoloso delle regole del distanziamento».
Cosa ha percepito Boris Johnson prima degli altri? Forse ha temuto l’arbitrio ed i ritardi delle multinazionali del farmaco nella distribuzione dei vaccini. Colui che ha avuto la stessa percezione di incertezza è stato Mario Draghi. Davanti ad una Multinazionale che in modo unilaterale ha ridotto del 60 per cento la consegna delle dosi di vaccino pattuite, è stato il primo in Europa ad opporsi alla arbitrarietà della controparte contrattuale. Il suo divieto di esportare in Australia le 240.000 dosi di vaccino conservate nei depositi di Anagni, in Lazio, è stato un gesto risoluto che ha indotto il presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, a modificare il suo atteggiamento nei confronti della multinazionale inadempiente.
Il Coronavirus ha messo in evidenza il problema dei rapporti squilibrati fra la sovranità degli Stati ed il sovranismo delle multinazionali. E’ un problema che sta affrontando anche il presidente americano Joe Biden con le multinazionali della comunicazione multimediale via Internet. Sta affrontando il difficile problema di imporre un’equa tassazione internazionale dei gruppi Web e digital marketing fondati da Bèzos (Amazon), Google, You tube, Face Book et similia. Egli sta agendo per eliminare i paradisi fiscali e sottrarre le popolazioni al commercio arbitrario delle informazioni soggetta alla privacy digitale personale. E’ un problema la cui soluzione sarà difficile. Un problema simile di indipendenza sovrana dai controlli degli Stati sta emergendo questi giorni dalle multinazionali dello sport agonistico teletrasmesso digitalmente. In fenomeno delle Super League del calcio è sintomatico. Anche in questo caso, i primi ad opporsi sono stati Boris Johnson e Mario Draghi. Oggi tutti i capi di Stato europei si stanno precipitando a condannare questa nuova entità sovrana che assumerebbe l’esclusiva del grande calcio ed estrometterebbe dalla competizione sportiva, democratica e internazionale, i club nazionali identitari.
Vedremo come andrà a finire.
Mario Draghi, intanto, è oggi impegnato in un altro scontro di simile natura: quello contro il sovranismo dei Big Pharma dei vaccini. L’arbitrarietà con cui certe Aziende hanno deciso di tagliare le forniture pattuite con la Comunità europea, ci ha resi tutti consapevoli che i vaccini, ancorché scoperti in breve tempo da scienziati di tutte le Nazioni, non sono proprietà esclusiva delle Nazioni, ma sono proprietà esclusiva della grande industria del farmaco, e che questa può disporre unilateralmente i tempi ed i modi di distribuirli. L’arbitrarietà nella distribuzione dei vaccini, mette allo scoperto la nostra impotenza davanti all’epidemia e ci rende simili agli abitanti di Alghero che, come unica arma di difesa, avevano le regole comportamentali di Quinto Tiberio Angelerio. Quindi è bene riprendere in mano quelle regole e rispettarle.
In quei tempi, il governo della città, oltre a chiamare in soccorso il protomedico calabrese chiamò anche un altro Protomedico: il dottore Antioco di Sulci, medico, martire e santo. Di questo che sto affermando esiste un documento. Si tratta di un affresco del 1582 che raffigura il Santo Antioco che, in groppa ad un cavallo, viaggia alla volta di Alghero per salvarla. In quei tempi Sant’Antioco era il “Farmakon” più titolato in Sardegna in funzione anti-peste. Questo avveniva quando in tutta Europa, in caso di epidemie, si imploravano i Santi Cosma e Damiano, San Rocco, San Sebastiano, San Giovanni di Dio. In Sardegna nel XVII secolo intervennero altri Santi. Nel quinquennio 1652-1657 la Sardegna venne attraversata dalla Peste portata dalle navi commerciali provenienti dalla Catalogna appestata, ed approdate ad Alghero. Il morbo si diffuse a Sassari, Oristano, Villa di Chiesa, Cagliari. Da qui poi, sempre via mare, a Roma, Napoli, Palermo, Genova. Fu allora che a Cagliari prese vigore il culto per Sant’Efisio. Fu Efisio a decretare la fine della peste a Cagliari nel 1657 ed in memoria di questo miracolo da allora viene festeggiato il primo Maggio di ogni anno.
Secondo la tradizione Sassari, durante quella Peste, venne salvata dalla “Madonna Assunta” e la Faradda de li Candareri si svolge ogni anno in memoria di quell’intervento miracoloso.
Ad Iglesias tutti gli anni si svolge la festa di Sancta Maria di Mezo Gosto; anche questa in memoria della Vergine Assunta. Si tratta di una festa portata in Sardegna dai Bizantini nell’anno 535. Si interruppe misteriosamente nel XVII secolo, forse a causa della pestilenza che martoriò la città nel 1656.
Il culto de santi in funzione “anti-epidemia” riprende sempre vigore quando non hai più difese dal contagio. Da questo punto di vista, il manuale algherese di Quinto Tiberio Angelerio fu anch’esso un miracolo, anche se laico. Fu il primo scritto che mise ordine alle regole comportamentali del distanziamento sociale e fu assolutamente efficace.
Oggi sta emergendo un sentimento di incertezza alimentato dal ritmo alterno delle vaccinazioni, condizionato da temporanee ed insufficienti forniture da parte delle aziende dei vaccini. Tuttavia, stiamo ricevendo notizia di un fatto nuovo e rivoluzionario. Pare che il presidente del Consiglio Mario Draghi abbia rotto l’incantesimo del dominio sovranazionale dei Big Pharma. Si dice che l’Italia sia ad un passo dall’impiantare la fabbrica di un vaccino mRNA che darebbe all’Europa intera l’autonomia strategica nella produzione di questo genere di vaccino. Esisterebbe l’accordo fra il Governo italiano, l’americana Moderna, la tedesca Curevac e Reithera di Castel Franco, nel Lazio, per produrre, nei laboratori della azienda Reithera, il vaccino a RNA “messaggero” di Moderna, o uno simile. Qualora MariovDraghi con questa operazione riuscisse a svincolare l’Europa dall’arbitrarietà di certe multinazionali dei vaccini anti-coronavirus, avrebbe meriti tali da essere ricordato nei testi futuri di Storia della Medicina.

Mario Marroccu

In natura non vi sono regole morali. Al contrario, vige la regola del più forte. La storia naturale delle epidemie e delle catastrofi è la storia di una “prova di forza” continua tra il più forte ed il più debole e, davanti al bisogno di sopravvivere, la lotta viene condotta senza esclusione di colpi. Ecco alcuni esempi.
La “Peste nera” del 1347/1348 si diffuse dopo alcuni anni di freddo globale che gli storici chiamarono “Piccola glaciazione”. Gli unici, tra Europa ed Asia, che riuscirono a produrre cereali per gli uomini e gli animali, furono i contadini dell’Ucraina. Il loro mercato si trovava nei porti della Crimea, sul Mar Nero.
Per questo i commercianti italiani si rivolsero agli armatori genovesi che avevano i granai nei loro magazzini a Caffa, in Crimea. Per arrivarci, le navi italiane dovevano attraversare il Mar Egeo, lo Stretto dei Dardanelli ed il Mar di Marmara. Quindi, superata Istanbul accedevano al Mar Nero. Da qui puntavano la rotta a Nord, verso la Crimea. Si tratta dello stesso percorso seguito dai soldati sardi che combatterono la Guerra di Crimea del 1854-56. La Russia aveva occupato la Crimea (esattamente come oggi) ed il Regno di Sardegna fece parte dell’alleanza che andò a liberarla. I Sardi si trovarono nel pieno di un’epidemia di colera e ne morirono 3.000. In quella occasione vennero assistiti dalla signora Florence Nightingale che, dopo quell’esperienza, fondò l’ordine mondiale delle Infermiere. Anche nel 1347 i marinai genovesi si trovarono implicati in una guerra tra Mongoli e Ucraini e anche allora gli italiani si trovarono nel bel mezzo di un’epidemia. Era avvenuto che i Mongoli, abituali incursori nelle campagne cinesi, quell’anno le avevano trovate deserte e con i granai vuoti. I contadini cinesi erano morti a causa di un’epidemia di Peste provocata dalle pulci del ratto nero (rattus alessandrinus). In mancanza di preda “l’Orda d’Oro” dei guerrieri mongoli si diresse ad Ovest verso i granai di Caffa per impadronirsene. Si misero al loro seguito anche i ratti, con le loro pulci infette, mossi anch’essi dalla fame. I mongoli assediarono la città di Caffa ma vi fu una strenua resistenza. Allora il capo mongolo, Gani Bek, pronipote di Gengis Khan, ebbe l’idea di lanciare oltre le mura, con catapulte, i corpi di soldati mongoli morti di Peste. Così la peste entrò nella città ed il morbo mortifero si diffuse. Alcune navi genovesi riuscirono a scappare col loro carico di grano e, con sé, portarono anche i ratti della peste. Mentre gli equipaggi morivano, le navi entravano nel porto di Messina. Fu la prima città europea ad essere appestata. Da Messina partirono altre navi, col loro carico di merci e di Peste, verso Napoli, Genova, Venezia, Cagliari, Alghero, e diffusero la peste in tutta Italia. L’Italia fu la porta d’ingresso dell’epidemia in Europa.
Esattamente come oggi col Coronavirus, il percorso del contagio fu: Cina, Italia, Europa. E’ dimostrato che la diffusione della Peste Nera fu facilitata dall’estrema debolezza del sistema immunitario delle popolazioni stremate dalla carestia. La carestia, a sua volta, derivava dal lungo periodo di freddo della “piccola glaciazione”. In quel “braccio di ferro” tra uomini e microbi vinsero i microbi.
La pandemia di “Spagnola” del 1919 esplose alla fine della Prima Guerra Mondiale. Le Nazioni erano indebolite dalla scarsità alimentare provocata dalla mancanza di uomini nelle campagne perché impegnati nello sforzo bellico.
Anche le epidemie di Vaiolo e di Febbre Petecchiale esplodevano a ridosso di guerre e di carestie. La Campagna di Russia di Napoleone del 1812 si trasformò in una disfatta a causa di un’epidemia di Tifo Petecchiale da Rikettsia Prowazeki. La Rikettsiosi era endemica negli eserciti ed esplodeva incontrollata per l’associazione tra carenze igieniche e carenze alimentari. Sappiamo che già due anni prima del 1812 era iniziata una grave carestia in Sardegna (“Su famini de s’annu doxi”). Nel vicino Nord Africa la situazione alimentare era ancora più grave perché alla carestia si era sovrapposta anche una invasione di cavallette che divoravano i pochi raccolti. I Bey di Tripoli, Tunisi e Algeri, che già abitualmente equilibravano il bilancio annuale dei loro Stati con i proventi delle scorribande, in quell’anno ripresero con più frequenza a rapinare le coste sarde. Nel 1812 le incursioni barbaresche si aggravarono, soprattutto, sulle coste del Sulcis. In quell’anno la famiglia reale viveva a Cagliari, dove aveva trovato riparo dagli eserciti napoleonici. Fu allora che avvenne l’assalto al “Forte del Ponte” di Sant’Antioco, la cattura di schiavi ed il furto di derrate alimentari. Di quell’episodio esiste un grandioso affresco nel Palazzo Viceregio di Cagliari.
Persistendo la carestia in Nord Africa, i corsari tunisini attuarono una nuova incursione su Sant’Antioco il 16 ottobre 1815. Furono fatti schiavi 130 antiochensi e uccisa parte della popolazione. Nei mesi successivi esplose una epidemia di vaiolo che si portò via tutti i bambini nati nei cinque anni prima un centinaio. Fu un fatto grave ma era stata ben più grave l’incursione su Carloforte del 1798 che era costata quasi 1.000 sequestrati destinati ad essere venduti al mercato degli schiavi di Algeri, Tripoli e Derna.
Le popolazioni cercavano consolazione nella religione pregando: «Alla crisi economica, dalla epidemia, e dalla guerra liberaci o Signore» («A famine, a peste, a bello libera nos Domine»).

Anche oggi le paure delle popolazioni sono le stesse: la crisi economica, la pandemia, i conflitti fra Stati.
La pandemia attuale da Coronavirus avviene in un pianeta afflitto da centinaia di guerre locali e da una competizione commerciale fra i potenti ai limiti della guerra finanziaria come mai si era vista. In modo simile alle pandemie del passato anche oggi assistiamo al crescere di una crisi economica globale. Anche nel nostro piccolo mondo locale assistiamo ai problemi del commercio, dell’iniziativa privata e del lavoro in generale.
Come affermano gli osservatori economici, la crisi finirà solo quando cesserà la crisi sanitaria. E la crisi sanitaria finirà quando verrà posto riparo alla deficienza di Servizio sanitario in cui ci troviamo.
Ieri il direttore generale del CENSIS, il dottor Massimiliano Valeri, ed il presidente dell’Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (AGENAS) dottor Enrico Cosciani, hanno pubblicato un documento, destinato al Governo, in cui si dice testualmente: «La pandemia ha squarciato il velo sulle fragilità strutturali in Sanità. La pandemia ha travolto le nostre vite, con un forte impatto sociale e economico. Ma, di fatto, rappresenta un potente ed improvviso fattore di accelerazione dei processi».

«Ci siamo scoperti vulnerabili dopo anni di contenimento della spesa pubblica che hanno provocato la riduzione dei posti letto e la chiusura di piccoli Ospedali.»
Se analizzassimo la regressione del Sistema Sanitario del Sulcis Iglesiente, attuato ad arte negli ultimi 20 anni ricorderemmo che negli anni ’90 l’Ospedale di Carbonia aveva una dotazione di 384 posti letto, ed era stato appena costruito un padiglione separato destinato ad ospitare il reparto specialistico per le Malattie Infettive. Era Commissario il dottor Tullio Pistis e presidente il geometra Antonello Vargiu. Il padiglione, destinato ai pazienti affetti da AIDS, non venne mai utilizzato ed il Centro Infettivi non sorse mai. Iglesias aveva un ottimo Ospedale Traumatologico Ortopedico attrezzato per fornire un servizio di alto livello secondo la scuola del Rizzoli di Bologna. Vi era inoltre un Ospedale per le patologie generali, il Santa Barbara, che soddisfaceva la popolazione. Ad Iglesias vi era inoltre un grande complesso, l’Ospedale Fratelli Crobu, destinato alla malattia infettiva più diffusa nel secolo scorso: la Tubercolosi.
Nel 1983, quell’Ospedale, venne convertito per ospitare un reparto di Chirurgia pediatrica, un reparto di Pediatria ed uno di Otorinolaringoiatria. All’inizio ebbe successo, poi col calo demografico venne progressivamente ridimensionato fino alla sua completa chiusura. Oggi è nell’abbandono.
Negli anni ’90 il numero degli operatori sanitari dipendenti del Sistema sanitario del Sulcis Iglesiente si attestava sulle 2.000 unità. Oggi, tra Carbonia ed Iglesias, il numero di dipendenti è ridotto ad appena un migliaio.
Dove sono finiti i mille dipendenti che mancano ai nostri Ospedali?
Si capisce immediatamente dove sono andati a finire quei posti di lavoro se si osserva la crescita tumultuosa dei presidi ospedalieri e universitari di Cagliari. Contemporaneamente al depauperamento del nostro personale abbiamo assistito alla chiusura di interi ospedali ad Iglesias ed alla soppressione di reparti e Servizi al Sirai di Carbonia. Carbonia, che aveva in passato 384 posti letto, oggi ne vanta poco più di 100.
Così come le incursioni corsare dei secoli scorsi nelle nostre coste avvennero per motivi economici, anche nell’ultimo ventennio le crisi economiche nazionali sono state contenute depredando i nostri ospedali di personale, strumenti scientifici, interi reparti e fondi destinati “pro rata” al nostro territorio per dirottarli verso altri centri già ricchi e saturi di servizi sanitari.
Il direttore del CENSIS ed il direttore di AGENAS osservano anche, nel loro documento, che la distruzione della rete degli Ospedali provinciali ha condotto alla:
– riduzione e soppressione di visite specialistiche, accertamenti diagnostici;
– riduzione dei ricoveri di medicina interna;
– screening per la prevenzione dei tumori.
Inoltre affermano testualmente: «Anche se non ci fosse stata la pandemia, la transizione demografica ci avrebbe obbligati a rivedere l’offerta sanitaria a causa dell’invecchiamento della popolazione. Investire in Sanità è un moltiplicatore di processi di sviluppo e creazione di occupazione. Servono 58mila medici e 72mila infermieri per la Sanità del futuro.»
Ora bisogna stare molto attenti.
Con i soldi del “Recovery plan” inserito nel “Next Generation EU”, si potrà procedere a quelle assunzioni.
I nostri politici locali dovranno sorvegliare chi stilerà il programma di spesa.
Se non staremo attenti potrà avvenire un ulteriore peggioramento a nostro danno.

Nei nostri Ospedali provinciali abbiamo bisogno di quei 58mila medici e 72mila infermieri. Ci servono per ricostituire i reparti specialistici che ci sono stati sottratti a favore delle città. La teoria degli “Hub and spoke”, cioè della “centralizzazione” è stata il grimaldello con cui sono state divelte le basi della nostra Sanità. Ci hanno sottratto i fondi, il personale, i servizi specialistici, per trapiantarli nella città capoluogo.
Con la sottrazione di quei Servizi ci hanno sottratto almeno 1.000 posti di lavoro, che equivalgono a mille stipendi al mese sottratti alla nostra rete commerciale. La scomparsa di quegli stipendi va di pari passo con la scomparsa di clienti dai negozi per l’edilizia, dai negozi di abbigliamento, dai ristoranti, etc.
La scomparsa di quei mille operatori sanitari va di pari passo con la scarsità di offerta sanitaria nel nostro territorio, con l’allungamento delle liste d’attesa per essere operati e per ottenere le visite specialistiche, le TAC, le Ecografie, le Risonanze magnetiche e l’efficienza dei Pronto soccorso. In un articolo comparso giorni fa in un quotidiano regionale ci è stato riferito che la Regione ha speso per analisi cliniche strumentali nel 2020 una somma pari a 15,6 euro per abitante a Cagliari mentre ha speso 2 euro per abitante nel Sulcis. Questo dato la dice lunga sulla disparità di distribuzione di danaro per la sanità tra Cagliari e Carbonia Iglesias.
La stessa scarsità di personale a cui ci hanno ridotti è all’origine della riduzione dei posti letto nei nostri reparti ospedalieri, che a sua volta ha portato alla fusione di reparti specialistici in piccole Unità Operative, rese obbligatoriamente piccole dalla povertà di medici e infermieri. Il personale, che si trova carente di numero, mal motivato, e sovraccaricato della responsabilità di un bene prezioso come la salute degli altri ha bisogno di un forte supporto politico e popolare.
Come giustamente sostengono il presidente del CENSIS e quello dell’AGENAS, la riassunzione di quelle 1.000 persone che ci mancano dagli Uffici, tra gli Infermieri e tra i Medici, equivarrà ad un investimento economico. Assumere urgentemente nuovo personale è la via giusta per dare più Sanità a tutti e, investito in assunzioni nella nuova generazione, porterà nuovi posti di lavoro, nuove coppie, nuovi figli, e nuovi clienti per negozi e artigiani. Cioè: benessere.
In fondo questo è il fine di chi ha inventato il fondo del Next Generation EU. Dobbiamo volere che la suddivisione dei fondi provenienti dalla Comunità Europea venga fatta con una redistribuzione equa tra le province della Sardegna. Dobbiamo impedire un nuovo catastrofico accentramento di Sanità nel capoluogo. E’ necessario che i politici locali veglino su quei fondi per salvarci dal prossimo disastro: la povertà.

Mario Marroccu

Foto del Premier Mario Draghi licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

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Il virus dilaga. L’ha confermato il ministro della Sanità Roberto Speranza. Le dosi del vaccino, nel breve periodo, non bastano per tutti. Non abbiamo farmaci antivirali efficaci tranne i costosissimi anticorpi monoclonali. E inoltre siamo consapevoli che la eradicazione del virus non è possibile, per ora, e la sua scomparsa, se mai avverrà, sarà preceduta da molti anni in cui dovremo difenderci.
Siamo ancora lontani dall’uscita dalla Pandemia e la mortalità non decresce. Se si considera che a metà febbraio, cioè a un anno dal suo inizio, è previsto il raggiungimento della quota di 95.000 morti e che oggi ne abbiamo in media 550 al giorno, si prevede che entro il prossimo anno potremmo raggiungere i 200.000 decessi. Cioè il doppio di quest’anno.
Gli Scienziati stanno elaborando previsioni matematiche che includono quattro fattori:

1 – l’inizio delle vaccinazioni,

2 – l’aspettativa popolare della cessazione della Pandemia per effetto dei vaccini,

3 – il tempo che si impiegherà per vaccinare almeno il 70% degli italiani,

4 – la scarsità di dosi di vaccino.

Il professor Nicola Perra ed il suo gruppo di ricercatori, in base ai dati pervenuti dagli Istituti di rilevazione, prevedono un aggravamento della Pandemia e della mortalità in Italia, Francia, e Regno Unito. Questo effetto paradossale sarebbe dovuto al fenomeno psicologico di rilassamento dei comportamenti indotto proprio dalla insperata messa a disposizione del vaccino.
Il lavoro di Nicola Perra, che verrà pubblicato a giorni in una rivista scientifica inglese, conferma che è necessaria una exit strategy (strategia d’uscita) dalla pandemia attraverso una vaccinazione massiva ultrarapida. L’ideale, secondo altri scienziati italiani, sarebbe vaccinare tutti entro due mesi.
Questo concetto della exit strategy è noto agli eserciti in armi che si preparano ad abbandonare un teatro di guerra. Nessuno dimentica i disastri che avvennero al momento dell’uscita degli Americani da Saigon per chiudere in fretta la guerra del Vietnam. Fu una tragedia. Oggi stiamo assistendo alle difficoltà delle truppe americane a mettere in atto l’exit strategy dall’Afghanistan tanto da indurli a chiedere una mediazione con i Talebani. Similmente può avvenire nel nostro caso. Infatti secondo il gruppo del prof Perra si sta registrando, ovunque siano iniziate le vaccinazioni del personale sanitario, un generalizzato rilassamento dei comportamenti di sicurezza e questo rende difficilissima la exit strategy dalla Pandemia.
Nulla oggi consente il rilassamento delle restrizioni e della prudenza perché rispetto ad un anno fa le condizioni sono peggiorate in quanto:
– Un anno fa c’era solo un paziente positivo al Covid all’Ospedale di Codogno,
– Oggi i positivi sono centinaia di migliaia distribuiti ovunque,
– Mancano farmaci antivirali efficaci,
– Sono comparse le più contagiose variante inglese, sudafricana e brasiliana.
– L’allerta di Irlanda e Inghilterra di oggi è più grave dell’allerta dato da Vuhan un anno fa.

Oggi si affaccia un nuovo problema. L’etica del “triage” (scelta, smistamento, dei pazienti da curare). La paura di ammalarsi, le restrizioni di libertà, i problemi economici e politici hanno la capacità di modificare la serenità di giudizio nei rapporti umani e in questi giorni sta emergendo un problema etico che prima della Pandemia non era immaginato dal cittadino comune. Esso consiste nella possibilità che i soggetti più deboli possano non essere più curati. Questo è emerso nella bozza del nuovo Piano Sanitario Nazionale delle emergenze.
In un articolo di tale Piano si ipotizza la possibilità di escludere dalle cure i pazienti più fragili nel caso in cui vi sia scarsità di farmaci o di posti letto. Il che porterebbe a dover scegliere tra chi potrebbe avvalersi dei benefici delle cure e chi no. Al problema è stata trovata la soluzione etica che si può sintetizzare così: «In caso di scarsità di farmaci il terapeuta potrà essere costretto a somministrarli solo a chi ha più possibilità di sopravvivenza».
Il dilemma di capire chi salvare e chi no in corso di disastro è antico. E’ stato frequentemente risolto dando le terapie ai più giovani, forti e recuperabili, e concedendo ai più deboli solo il conforto finale. Ma, secondo le culture, non è sempre stato così.
Nel Giuramento di Ippocrate del quarto secolo a.C. non esiste una facoltà di scelta su chi curare e chi abbandonare alla morte. Nella Grecia classica si riporta la leggenda di Enea che salvò il vecchio padre portandolo sulle sue spalle fuori da Troia in fiamme. Non lo abbandonò al suo destino.
Di converso esiste nella storia il racconto degli Spartani che non consentivano la sopravvivenza ai figli malaticci. Si racconta che praticassero l’eutanasia a scopo eugenetico gettandoli dal monte Taigeto.
Anche tra i Nuragici esisteva la pratica della eutanasia del vecchio genitore che, drogato col mielamaro fermentato di corbezzolo, veniva precipitato da un’alta rupe. Racconta lo storico Diodoro Siculo che i vecchi genitori andavano alla morte accompagnati dai figli, avendo sul volto uno strano e atroce sorriso (il risus sardonicus).
Nella cultura classica greca e romana i poveri e malati venivano in genere ignorati perché sgraditi agli dei. La “carità” fu un elemento culturale nuovo, introdotto dal cristianesimo del terzo e quarto secolo d.C. La misericordia e la compassione irruppero nella Storia come valori per opera di San Basilio, vescovo a Bisanzio. Egli applicò come regola del suo Ordine i valori rivoluzionari insiti nella parabola evangelica che dice: «Scendeva un uomo da Gerusalemme a Gerico. Si imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e lo lasciarono messo morto sul ciglio della strada. Passò un Levita che lo vide ma lo ignorò. Passò un sacerdote del tempio che lo ignorò anch’esso. Passò poi un samaritano che si fermò, gli medicò le ferite con olio e vino; quindi lo mise sulla sua giumenta e lo portò in un albergo. Dette due denari all’oste perché lo assistesse e disse: abbi cura di lui e al mio ritorno ti pagherò.»

Questa parabola fu il seme che dette origine alla invenzione degli Ospedali del mondo occidentale cristianizzato.
In Italia, nel quinto e sesto secolo d.C., San Benedetto da Norcia fece suoi gli stessi principi ed insegnò che i «pauper Christi (i poveri di Cristo) rappresentano, nella sofferenza delle loro carni, il Cristo in terra». L’assistenza ai malati abbandonati fu la regola del suo Ordine. Le decine di migliaia di hospitalia dei monaci benedettini diffusi in Europa evolvettero e, dopo mille anni, divennero Ospedali. Qui i ricchi del Medioevo versavano le loro quote per curare gli incurabili e meritarsi il Paradiso.
Sia nelle guerre romane che in quelle del Medio Evo i feriti morivano sul campo e venivano sommariamente assistiti dal compagno d’arme più vicino. Non ottenevano cure mediche.
Il primo generale a non abbandonare i morenti sul campo fu Napoleone Bonaparte; aveva costituito la Sanità Militare e fondato ospedali per gli invalidi. L’amore che avevano per lui i suoi soldati non fu casuale. Il Duca di Wellingthon che lo battè a Waterloo, al contrario di lui non era amato e considerava i suoi soldati “carne da cannone”, e non metteva presidi sanitari in campo.
Come si vede la storia della solidarietà umana è lunga e combattuta.
Nel 1856 Florence Nightingale costituì il primo corpo di infermiere della storia per l’assistenza dei feriti in guerra e curò i morenti della Guerra di Crimea combattendo contro una epidemia di tifo e di colera. Dei 17.000 soldati dell’esercito Sardo combattenti in quella guerra ne rientrarono solo 14.000. Tremila morirono d’epidemia.
Nel 1859 lo svizzero Henry Dunant, dopo aver assistito all’atroce abbandono dei feriti morenti nella battaglia di Magenta, fondò la Croce Rossa Internazionale che da allora dette assistenza ai feriti gravi e ai malati di tutti i fronti e si pose la regola di non scegliere mai tra chi curare e chi no.
La Prima e la Seconda guerra Mondiale videro per la prima volta (dopo Napoleone) i medici chirurghi scendere in campo assieme ai soldati per soccorrerli immediatamente.
A Pearl Harbor il proditorio attacco giapponese alla flotta americana fu una tragedia immane. Medici ed infermieri erano in numero esiguo. In quel caso l’ingresso dei feriti all’Ospedale fu controllato da alcune infermiere che fungevano da filtro. Esse contrassegnavano con un colore i feriti che avevano prospettiva d’essere salvati e quelli che non si potevano salvare. Era il “triage”. I feriti gravi non salvabili non superavano la porta d’ingresso dell’Ospedale.
Il 1950 fu l’anno in cui la Sanità passò ad un’altra epoca. Da allora iniziò la metamorfosi dell’etica sanitaria in una direzione più evoluta.
Gli ospedali di tutto il mondo, dopo lo sviluppo tecnologico della chirurgia di guerra, iniziarono a dotare le sale operatorie dei nuovi respiratori automatici collegabili ai pazienti in coma. Ciò dimostrò la possibilità di far sopravvivere i traumatizzati gravi del cranio e del torace. Inoltre la guerra aveva dimostrato l’importanza e la fattibilità delle emotrasfusioni, della chirurgia toracica e promosso l’ingresso degli antibiotici nella pratica medica.
A modificare in meglio le implicazioni etiche nei trattamenti curativi dei pazienti intervennero gli effetti giurisprudenziali delle sentenze, contro i criminali nazisti, del Processo di Norimberga del 1946. Le sentenze si espressero duramente contro chiunque avesse, nella pratica medica, manifestato disprezzo per la salute e la vita dei più deboli, applicando comportamenti selettivi e soppressivi ispirati ai principi del razzismo e della eugenetica.
In Italia i principi della Sentenza di Norimberga vennero recepiti nell’articolo 32 della Costituzione del 1948 («la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti…») E’ l’articolo della solidarietà civile.

Nel 1978 la Legge di Riforma Sanitaria n. 833 fu talmente estensiva sul diritto alle cure che venne definita la “Legge della assistenza dalla culla alla tomba”.
Dagli anni ’90 del secolo scorso si succedettero diverse crisi economiche e il Sistema Sanitario Nazionale venne progressivamente trasformato in una struttura a gestione simil-privatistica in cui al centro della sua mission non c’era più soltanto il diritto alla salute ma anche l’effetto limitante del bilancio economico. Così il paziente divenne cliente e le Unità Sanitarie Locali (USL) divennero Aziende Sanitarie Locali (ASL). (legge sull’aziendalizzazione della Sanità n. 502/92).
A capo dell’Azienda Sanitaria, come in ogni fabbrica, venne messo un manager il quale, con potere monocratico , concentra le sue attenzioni sugli incassi e sulle spese. A questo potere si aggiunge una facoltà del tutto nuova: il premio per la buona gestione del bilancio che il Manager può deliberare a proprio favore. Il premio deve essere giustificato dal raggiungimento degli obiettivi di “efficienza ed efficacia” che ha dato a se stesso. Naturalmente il beneficio sanitario deve avvenire con risparmio sulle spese. Tale risparmio si tradusse in una progressiva riduzione delle spese in Sanità tramite la riduzione di investimenti su attrezzature, immobili, posti letto, e personale. Col blocco del turn over il personale andato in pensione non venne equamente sostituito con nuove assunzioni e questo portò alla drastica riduzione dei dipendenti. Oggi, per effetto di queste dinamiche contabili, assistiamo nel Sulcis Iglesiente alla chiusura di ospedali, di reparti specialistici e alla necessaria emigrazione di pazienti nostrani da Carbonia e Iglesias verso gli Ospedali pubblici e privati di Cagliari o Milano.

Questo breve escursus storico serve a capire che l’etica sanitaria è relativa ai tempi che si vivono.
– C’è quella religiosa, basata sulla misericordia e compassione,
– C’è quella politica, basata sulla solidarietà,
– C’è quella contabile, basata sul bilancio.
La nuova etica è quella del raggiungimento degli obiettivi di “efficienza ed efficacia”. Colui che stabilisce che è stato raggiunto il successo dell’azione amministrativa è il manager. Ma questo non significa che gli obiettivi sanitari del manager siano simili agli obiettivi che ha il cittadino nei riguardi della propria salute. Il cittadino, che ha possibilità finanziarie, raggiunge i propri obiettivi portando se stesso o i suoi cari negli ospedali della città capoluogo o in quelli della Capitale politica o economica. Le amministrazioni degli Ospedali non rispondono ai cittadini ma agli assessori regionali. Quest’ultimi rispondono al ministro della Sanità e a quello delle Finanze.
In questo contesto oggi sta emergendo il problema etico su chi salvare e chi no nel caso ci sia penuria di farmaci in condizioni di emergenza Covid. Tuttavia, coloro che lo pensano, per applicare questo nuovo principio avranno necessità di modificare il codice etico dei medici, e anche la giurisprudenza. Mi pare che dovranno modificare un po’ l’articolo 32 della Costituzione, la sentenza di Norimberga, la cultura della Solidarietà, quella della compassione e misericordia e, naturalmente, avranno bisogno di modificare anche la parabola del buona samaritano. A queste condizioni mi sembra molto difficile che si possa creare un nuovo codice etico.
Per capire quale possa essere la soluzione userò come metafora un fatto realmente avvenuto molti anni fa nell’ospedale di Carbonia. Un chirurgo ostetrico doveva assistere due donne, ambedue anemizzate da un’emorragia, ma aveva a disposizione una sola unità di sangue. Risolse istantaneamente il problema trasfondendo la sacca ad una delle due pazienti. Poi procedette ad estrarre dal proprio braccio una intera sacca di sangue e a trasfonderla all’altra paziente.
E’ evidente che questo esempio non è da considerare imitabile. Però ha il significato di indicazione sulla strada da seguire. La strada è sempre la stessa indicata dalla parabola da cui sono nati tutti gli ospedali. Il Buon Samaritano rappresenta gli Enti finanziatori che nel tempo hanno pagato le cure.
Di volta in volta sono le associazioni caritative religiose, oppure le società filantropiche laiche. Oggi lo è la più grande Società di Mutuo soccorso della nostra storia lo Stato.
Il problema della penuria di farmaci non va risolto modificando il codice etico dei medici ma va neutralizzato con investimenti preventivi per l’acquisto di scorte, l’impianto di fabbriche farmaceutiche dedicate e con il finanziamento della ricerca scientifica. Così pure vale per gli Ospedali da costruire, i reparti da attrezzare e il personale da assumere. E’ un argomento da Next Generation EU. Andando in questa direzione resteremo sul percorso già tracciato dalla Costituzione italiana, e dalla legge 833/78.

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Sono passati 11 mesi di epidemia; sta iniziando l’anno 2021, eppure la lezione non è stata appresa. Il contagio si è esteso più che mai e la paura di ammalarsi è scemata con l’inizio simbolico delle vaccinazioni. Calma! Noi il vaccino lo vedremo fra sei o sette mesi. Nei mesi in cui saremo scoperti dalla protezione del vaccino il virus farà ancora molti danni. Inoltre, sta per arrivare la “variante inglese” che, come si sta vedendo a Londra, colpisce in fretta e si espande velocemente. Pertanto, guardiamoci attorno: la nostra Sanità del Sulcis Iglesiente è in ginocchio. I reparti più importanti dell’Ospedale di Carbonia non possono più accettare ricoveri a causa di un ampio focolaio di Covid che imperversa fra il personale medico ed infermieristico. La malattia si è estesa a macchia d’olio nelle loro famiglie. Il personale delle strutture territoriali anti-Covid è scarso. Le risposte dei tamponi molecolari tardano ad arrivare. Le famiglie colpite non hanno sempre la possibilità di essere assistite per le più elementari cure della persona. Il problema ci accompagnerà per molti mesi ancora e dobbiamo cercare di trascorrerli nel modo più prudente possibile. Non ci rimane che resistere.
Disfatte collettive sono già avvenute in passato. La lezione della storia ci dice che è più prudente avere un atteggiamento guardingo e non aspettare che arrivi un “Superman” da fumetto a salvarci. Dobbiamo salvarci con le nostre forze, altrimenti si finisce male.
La Prima Guerra Mondiale ci offre una tremenda dimostrazione di cosa sia un disastro nazionale. Prendiamo un esempio dal racconto nel libro di Gabriele Loi “Antiochensi nella leggenda del Piave”.
Il 24 ottobre 1917 iniziò la disfatta di Caporetto. L’attacco austro-tedesco era iniziato con furiosi bombardamenti sulle vette delle montagne dove erano appostate le artiglierie italiane e situati i comandi delle operazioni. Mentre nell’alto dei monti si scatenava l’inferno, a fondo valle avvenivano, in silenzio, cose strane. Sulla destra del fiume Isonzo, cadevano proiettili che non facevano rumore ma liberavano un gas terribile. Era il gas iprite (mustard gas). L’iprite produceva dei vapori di cloro che, entrando nei polmoni e combinandosi col vapore acqueo dell’alito, produceva acido cloridrico, il quale corrodeva i bronchi e gli alveoli. Quei poveri soldati che finivano nella nube di gas, perdevano conoscenza per mancanza d’ossigeno. Subito dopo arrivavano, in silenzio, i tedeschi che, armati di mazze ferrate, fracassavano il cranio ai poveretti.
Altri soldati, sorpresi dalle squadre del tenente Rommel, venivano fatti prigionieri a migliaia. Le truppe italiane, senza ordini e senza un piano per reagire a quello strano attacco, caddero nel panico. Erano rimaste sole e prive della copertura dell’artiglieria da montagna che non intervenne. I fuggiaschi tentarono di raggiungere i ponti del fiume Isonzo ma ebbero un’atroce sorpresa. Il Comando italiano li aveva fatti minare e saltare in aria per impedire ai soldati il rientro al di qua delle linee. Molti giovani soldati in fuga vennero fermati dalla polizia militare e fucilati seduta stante con l’accusa di diserzione. La Brigata Sassari, invece, protesse l’ultimo ponte e facilitò il rientro delle truppe in rotta, poi per ultima, rientrò al di qua dell’Isonzo.

Nel giro di pochi giorni la disfatta fu totale. Furono fatti prigionieri 265.000 soldati italiani e spediti nei campi di concentramento austriaci ed ungheresi. Il comandante in capo, il generale Luigi Cadorna, aveva fatto cadere le colpe della disfatta su di loro, dichiarandoli disertori. Per effetto di ciò, mentre Francia ed Inghilterra inviarono pacchi postali, contenenti viveri e indumenti, ai loro soldati prigionieri degli austro-tedeschi, gli italiani non ricevettero alcun conforto dall’Italia e molti morirono di stenti. Morirono in silenzio, innocenti e sottomessi.
In questa sintesi della disfatta di Caporetto, vi sono alcuni elementi sui quali riflettere:
1 – La disfatta avvenne più per la mancanza di un piano di difesa che per il valore degli austro-tedeschi,
2 – Molti italiani morirono per mano italiana, a seguito delle accuse di colpa avanzate dal Comandante in capo,
3 – Quella strage immane, autoinflitta, avvenne nel “silenzio” della Nazione spaventata.
Oggi stiamo subendo un’altra disfatta: il disastro sociale, economico e politico da Covid. E’ anche questa una strage “silenziosa”. Nei prossimi giorni supereremo le 80.000 vittime e poi raggiungeremo le 90.000. Oltre ai morti avremo, come nelle guerre, gli “invalidi”. E saranno numerosi.
Il virus attacca le nostre cellule e penetra dentro di esse attraverso la proteina “Spike”, che si attacca ai recettori di parete cellulare noti col nome “Ace-2”. La “Spike” è la chiave; l’Ace-2 è la toppa della serratura della porta d’entrata delle cellule. Il virus entra in silenzio, come se fosse un amico o un familiare ben noto. Poi comincia a riprodursi nel “citoplasma cellulare”. A questo punto, intervengono in difesa le cellule chiamate macrofagi. I “macrofagi” non fanno alcun tentativo di salvare le cellule infettate. Al contrario, le uccidono. Ci ricordano la polizia militare italiana che fucilava i militari che cercavano di mettersi in salvo. Poi, i macrofagi iniziano a produrre l’”interleuchina 6”. Si attivano anche i “linfociti”. Essi producono altre “interleuchine” che intossicano le cellule infette, in una disordinata reazione globale di difesa (difesa aspecifica delle citochine) provocando la sofferenza e anche la morte di cellule malate e sane in tutti gli organi e tessuti. Il loro attacco provoca danni infiammatori e degenerativi delle arterie (arterite di Tokaiasu), delle vene (lebiti e flebotrombosi), del rene (nefriti), del fegato (epatiti), del cuore (miocarditi), del cervello (encefaliti), dei nervi (euriti), dei polmoni (polmoniti), della pelle (dermatiti). La morte cellulare massiva provoca necrosi tessutali che avranno conseguenze invalidanti come: scompenso respiratorio, scompenso cardiaco, insufficienza renale, insufficienza epatica, danni cerebrali (disturbi neurologici complessi con amnesia, deficit sensitivi, e anche danni psichici e della personalità). Un danno neurologico tremendo che può manifestarsi è la “sindrome di Guillon-Barrè”. E’ simile alla SLA. Se non viene diagnosticata e curata in tempo, provoca la morte per insufficienza respiratoria. Queste patologie possono dar luogo a  invalidità permanente. Gli invalidi da Covid saranno di un numero oggi imprecisabile.
Nonostante l’arrivo del vaccino, non abbiamo idea di quanto tempo ancora il virus continuerà a circolare e fare vittime. Inoltre, nonostante il clamore dell’inizio delle vaccinazioni, il virus si sta ancora diffondendo a ritmo sostenuto. C’è da temere che la gente ritenga che la battaglia sia finita, perché è giunto il vaccino e si abbandoni al disarmo dell’attenzione e della voglia di lottare.

Nelle disfatte il “silenzio” e la rassegnazione, sono gli elementi dominanti. Anche nel Sulcis Iglesiente il numero degli infettati si è moltiplicato in tutte le città, grandi e piccole. Secondo quanto leggiamo nei quotidiani, vi sono dei problemi nell’ospedale di Iglesias e in quello di Carbonia: molti professionisti della sanità sono stati infettati ed essi, inconsapevoli ed incolpevoli, sono stati messaggeri del virus all’interno delle loro famiglie.
In passato, questo giornale suggerì di mettere le “briglie” al virus, con uno screening di massa tramite tampone molecolare. A questo stimolo rispose solo la Fondazione di Sardegna che donò all’ATS una somma destinata all’acquisto di un “processatore di tamponi”. Dopo una lunga attesa l’ATS decise di accettare il dono e oggi è stata diffusa la notizia, dalla stampa del 29-12-2020, che quel processatore non è mai entrato realmente in funzione per problemi con i reagenti. Di fatto, il momento dello screening (estate) passò ed il virus, dalle discoteche, traboccò sulla popolazione di tutta la Sardegna. A questo punto, si poteva ancora tentare di “imbrigliare” il virus con il “tracciamento”. Però il personale dedicato, tra Carbonia e Iglesias, si contava sulle dita di una mano. La conseguenza è oggi evidente.
Ora esiste un focolaio che sarà durissimo da spegnere. Si sperava che venisse aperto il “Covid Hospital” del Santa Barbara di Iglesias ma ciò non è avvenuto per mancanza di fondi regionali. Tuttavia, sono stati trovati i fondi per l’apertura del “Covid Hospital” al Binaghi. Pare sia in preparazione un altro “Covid Hospital” all’Ospedale Marino di Cagliari.
Il Santissima Trinità, il massimo centro Covid per tutta la Provincia, ha tutti i posti occupati ed è difficile accogliere per tempo anche i malati Covid di Carbonia e Iglesias.
La mancata apertura del Covid Hospital al Santa Barbara ha reso necessario mantenere i sospetti infetti, e gli infetti accertati, negli ospedali generali di Carbonia e Iglesias. Tempo fa la stampa rese noto che era stato deciso di creare una “zona grigia” all’Ospedale di Carbonia, allo scopo di evitare la commistione tra infetti dal virus e malati d’altro genere negli stessi locali. Purtroppo, la “zona grigia” appena organizzata al Sirai venne chiusa dopo pochi giorni. La conseguenza è stata la inevitabile prossimità tra malati Covid e non-Covid.
Il focolaio Covid dell’Ospedale Sirai, con un effetto a cascata, ha provocato l’impossibilità di ricoverare nuovi pazienti nei reparti di Medicina e di Chirurgia. Considerato che le vittime del dilagare del virus si trovano anche tra il personale sanitario dell’Anestesia, della Radiologia e del Pronto Soccorso, ne consegue che di fatto l’ospedale intero non è più disponibile. In più, si legge negli organi di informazione, che la Dialisi di Carbonia, già falcidiata dai pensionamenti e dalle mancate assunzioni per il ricambio, sta per essere fortemente indebolita con la chiusura del turno di dialisi notturna. E’ incredibile. Si sta procedendo a depotenziare ulteriormente un reparto che era classificabile tra i migliori in tutto il territorio nazionale. Altri innocenti stanno per pagare colpe che non hanno.

In sintesi: oggi Il Sulcis Iglesiente non ha più un’assistenza ospedaliera come è previsto che esista.

Il giorno 29 dicembre, abbiamo tutti appreso dalla stampa che finalmente il nuovo commissario della ASSL di Carbonia Iglesias ha ordinato l’acquisto di nuovi apparecchi ultraveloci per processare i tamponi di screening del Coronavirus. Sono esattamente quelli che andavano acquistati con la donazione della Fondazione di Sardegna erogata a maggio 2020, durante la prima ondata.
Ormai è andata così. Immagino che la sorpresa di questa pandemia inaspettata, dovuta ad un virus sconosciuto, abbia giocato un ruolo importante. Tuttavia sorgono molte domande:
– Perché fin dall’inizio della pandemia il Sulcis Iglesiente non venne inserito nella lista delle ASSL destinatarie di un processatore molecolare, mentre si procedeva agli acquisti per tutte le restanti ASSL della Sardegna?
– Perché con i soldi donati venne acquistato un processatore inusabile?
– Perché non venne aperto il “Covid Hospital” al Santa Barbara di Iglesias?
– Perché venne chiusa la “zona grigia” al Sirai e si lasciarono i pazienti Covid positivi in ambienti non idonei e non isolabili dai circuiti indenni da Covid?
Prendiamo atto che questo è avvenuto e che oggi il virus circola più di prima.
Caporetto insegna molte cose. Per esempio, insegna che quei poveri soldati innocenti, che cercavano di salvarsi da un fronte distrutto, si videro accusati dai loro Comandanti d’essere causa della disfatta e puniti a perdere la vita. Morirono perché la loro difesa rimase in silenzio e perché la verità la decide il più forte. Ma poi venne il generale Armando Diaz e le sorti della Guerra si invertirono.
Speriamo che l’acquisto di questi nuovi processatori ultrarapidi, sia il segno dell’inizio della riscossa.
Basta con il silenzio e “Fortza Paris”.

Mario Marroccu

Incombe sull’Italia una pioggia di miliardi di euro. Dalla “Next generation EU” proverranno 209 miliardi di euro. Di questi, 82 sono sussidi, cioè non dovranno essere restituiti. Invece i restanti 117 miliardi di euro dovranno essere restituiti, in tempi molto dilazionati ma…dovranno essere restituiti. Oggi abbiamo già un debito pubblico mostruoso pari al 160% del PIL (Prodotto Interno Lordo) annuale e, col nuovo debito che ci apprestiamo a contrarre, sfonderemo un tetto pericoloso. Crollerà il tetto? Resteremo sotto le macerie? Pochi giorni fa Mario Draghi ha messo tutti sull’avviso. Semplificando il discorso ha detto che il Recovery Plan (cioè il regolamento sul modo di spendere) impone che i Governanti spendano i fondi per investimenti produttivi. Cioè, deve trattarsi di investimenti che servano a produrre ricavi, sotto forma di materiali, servizi e benefici per le prossime generazioni. Con quei ricavi si pagheranno i debiti contratti per ricevere i prestiti del Next Generation EU. E’ vietato sprecare i soldi in progetti meramente consumistici, o colmare vecchie falle di imprese decotte o, peggio ancora, per soddisfare appetiti clientelari. La Commissione europea valuterà i progetti, boccerà quelli che non corrisponderanno ai crismi e, nel caso di evidente incapacità, applicherà le “Condizionalità”. Queste sono temute da molti, perché in caso di fallimento potrà essere necessario l’intervento di una “trojka europea” a correggere i bilanci della Nazione inefficiente. Stesso discorso vale per il “MES” (Meccanismo Europeo di Stabilità). Il MES sanitario prevede 36 miliardi di euro di prestiti agevolati per la ristrutturazione della rete ospedaliera e della sanità territoriale italiana. Nello schema governativo (PNRR) di utilizzo della Next Generation EU è stato previsto di destinare a tutta la sanità italiana la somma di 9 miliardi di euro. Vi è stata l’immediata reazione del ministro della Sanità Roberto Speranza che ha fatto rilevare che, secondo i calcoli dei tecnici dei suoi uffici, sarebbero necessari 25 miliardi di euro solo per la sanità territoriale, senza contare gli ospedali. Questa discrepanza, tra necessità reale e gli irrisori fondi stanziati dal Governo, la dice lunga. Sulla base dei 9 miliardi di euro per tutta la sanità nazionale, la Regione Sardegna ha programmato di destinare una somma che si aggira intorno ai 250 milioni di euro per la sanità nostrana. Se si pensa che per costruire l’Ospedale unico del Sulcis Iglesiente non basterebbero 100 milioni di euro, si capisce quanto sia irrealistica l’aspettativa della nostra Provincia di avere il nuovo “Ospedale unico”. Pertanto, ne nasce che il suggerimento di tenerci stretti gli ospedali che abbiamo e di pretendere la ricostituzione dei reparti specialistici sottratti, è più che mai valido. Il Recovery Plan dispone di realizzare programmi di Digitalizzazione di tutte le attività umane investendo in “Conoscenza”, “Formazione”, e “Ricerca”. Inoltre impegna tutte le Nazioni europee alla Green Economy (Economia verde). Cos’è? Si tratta di una rivoluzione culturale, economica e sociale. Per rivoluzione si intende proprio: “ribaltamento” , “capovolgimento”. Si tratta cioè di un cambiamento epocale, come altri ci sono stati nella storia umana. Antecedentemente alla “Prima Rivoluzione industriale” il mondo era ancora medioevale e le malattie erano, soprattutto, da infezione: lebbra, peste, vaiolo, colera, tifo petecchiale. Allora la gente viveva prevalentemente nelle campagne e nei borghi sotto i castelli. Il potere politico e la borghesia abitavano dentro le cinte murarie. Allora l’energia per la produzione di lavoro era generata dalla fatica muscolare di uomini ed animali. Con la Prima Rivoluzione industriale del 1700, le macchine a vapore richiesero la necessità di aggregare molti operai vicino alla sede delle Industrie. Queste sorgevano nelle periferie delle città manufatturiere. Ne conseguì l’aumento della densità di popolazione. Il forte addensamento di persone nelle filande e nelle industrie metallurgiche fece esplodere le epidemie di vaiolo. Londra, la città più industrializzata d’Europa, ne fu la più colpita. Il medico Edward Jenner, sotto quella spinta letale, sperimentò il vaccino antivaioloso con successo. Gli Illuministi del tempo diffusero la cultura della vaccinazione. Voltaire, lady Wortley Montague, e Mary Shelley ne furono instancabili promotori. Anche allora in Italia vi fu una corrente di antivaccinatori che si opponeva alla scarificazione con pus di pustola di bovini perché, dicevano, “ci si espone al pericolo di essere minotaurizzati”. Era il tempo della Rivoluzione Francese. Nella seconda metà del 1800, la produzione industriale aumentò fortemente con l’uso del carbon fossile e l’invenzione del motore a combustione interna che produceva elettricità. Dall’iniziale produzione industriale di tessuti e ferro, si passò a produrre acciaio ed altri mezzi meccanici. I padroni dell’Industria divennero sempre più ricchi e le fabbriche attirarono in città le masse di contadini disoccupati. Era la disoccupazione del tempo in cui le leggi istituirono le “enclosures” e le “chiudende”, trasformando i terreni agricoli demaniali in terreni privati. I contadini emigrati in città trovarono alloggio nei caseggiati popolari costruiti vicino alle fabbriche, e divennero “operai salariati”. L‘inurbamento, le masse operaie ed il forte arricchimento dei padroni delle industrie generarono fenomeni sociali, politici e sanitari nuovi. Intellettuali come Friedrich Engels, John Stuart Mill e Karl Marx posero le basi di un nuovo ordine sociale e politico, e la distinzione della società in “classi”: classe operaia, borghese e capitalista. Nel 1800, tra le masse operaie accalcate in ambienti igienicamente miserabili, la TBC epidemica esplose facendo molte vittime. Anche il vaiolo ed il colera continuarono ad imperversare; il fattore facilitante fu la scarsità di igiene (assembramenti eccessivi, rete idrica e fognaria insufficienti) conseguente alla rivoluzione urbanistica dovuta al sorgere dei quartieri operai. Con Pasteur e Koch, a fine 1800, si posero le basi della Microbiologia e dell’Igiene pubblica. La guerra ai microbi e l’Anestesiologia consentirono di sviluppare la Chirurgia addominale e ginecologica. Il passaggio dal “lavoro muscolare”, come fonte di energia, alle “macchine a vapore” aveva cambiato l’ordine sociale. Le migliorate condizioni economiche delle Nazioni furono il terreno da cui germogliarono le Università e i Centri di ricerca. Nel 1900 vennero messi a punto tutti i vaccini oggi conosciuti e cessarono le epidemie mortifere di vaiolo, colera, TBC e poliomielite, nel mondo occidentale. La ricerca sviluppò gli “antibiotici”, e l’“insulina”, e si disegnò la rete ospedaliera moderna. Nacquero dapprima le “Casse Mutue”, poi il Sistema Sanitario Nazionale. Con la “Terza Rivoluzione industriale”, avvenuta nel 1960, si assistette all’applicazione dell’elettronica alla produttività industriale. La fonte di energia era, ed è, l’elettricità prodotta con il carbon fossile, il petrolio, il gas naturale e l’energia nucleare. Migliorarono ulteriormente le condizioni economiche delle Nazioni, la Ricerca e la Sanità Pubblica. Ne derivò un notevole miglioramento della qualità e l’allungamento della prospettiva di vita. Avvenne un fatto nuovo nella storia dell’Umanità: il cambiamento demografico ottenuto attraverso il controllo farmacologico delle nascite. Ne derivarono anche l’inquinamento ambientale, la distruzione delle foreste, l’estinzione di specie animali, la desertificazione, il buco dell’ozono, il riscaldamento atmosferico, la  progressiva fusione dei ghiacciai, il sollevamento del livello dei mari ne il sovvertimento delle stagioni. Iniziarono a prevalere le malattie tumorali e quelle degenerative legate all’inquinamento, all’alimentazione, e all’invecchiamento della popolazione. Agli ospedali si aggiunsero le RSA per accogliere gli anziani non più assistibili dalle famiglie, ormai anch’esse invecchiate e senza l’aiuto di una nuova generazione per la scarsità di figli. Comparve un imponente fenomeno migratorio dalle regioni povere del pianeta verso il mondo occidentale (Europa, Nord America, Australia). Contemporaneamente al calo demografico e all’invecchiamento dell’Occidente comparve il forte incremento di natalità in Asia, Africa e Sud America. Si passò da una popolazione mondiale di tre miliardi del 1960 ai sette miliardi e mezzo del 2020. Ne conseguì un problema alimentare che venne affrontato con l’iperproduzione di cereali e riso di nuovo tipo: gli OGM (organismi geneticamente modificati). Per produrli fu necessario conquistare nuovi terreni agricoli attraverso la deforestazione e l’impiego di glifosato. Avvennero l’ulteriore impoverimento della “biodiversità” ed il cambiamento degli habitat naturali. Le specie animali sopravvissute furono costrette in spazi più limitati e ne derivò un conflitto, per la sopravvivenza, contro l’Uomo. Finché gli animali selvatici, con i loro virus e batteri, vissero separati fisicamente dall’Uomo, vi furono rare incursioni virali e batteriche al di fuori della foresta. Quando però la pressione dell’Uomo sul ristretto mondo selvatico si fece eccessivo, avvenne il travaso (spillover) di malattie virali e batteriche da quel mondo al mondo degli umani. Oggi, l’epidemia di Coronavirus, dopo quelle precedenti di SARS del 2002, quella di MERS del 2011 e di Ebola del 2014, è la naturale conseguenza del ribaltamento delle proporzioni tra umani ed animali selvatici. Il tutto, nacque dall’esigenza di sottrarre terreni coltivabili alla Natura selvatica e trasformarli in campi per colture OGM. Oggi il Mondo occidentale è al “redde rationem”. C’è arrivato dopo catastrofi naturali accelerate dal lavoro umano della Terza Rivoluzione industriale. Anno 1976: avvenne il disastro di Seveso. Un incidente nell’azienda ICMESA di Meda causò la fuoriuscita di una nube tossica di diossina, un potente cancerogeno. Anno 1986: avvenne la catastrofe nucleare di Chernobyl in Ucraina. Alle vittime immediate si aggiunsero poi le vittime degli anni successivi in tutta Europa. Vi fu un forte aumento delle leucemie nei bambini e dei tumori negli adulti. In particolare: cancro della tiroide, della mammella e dei polmoni. Le polveri radioattive, diffuse dai venti e dalle correnti d’alta quota, ricaddero ovunque sulle colture e, attraverso gli alimenti, giunsero all’Uomo. Gli animali erbivori, pascolando su prati inquinati, concentrarono i radioisotopi nelle loro carni e nel latte. Per tale ragione nel 1987 l’Italia votò a favore del referendum abrogativo delle centrali nucleari. Negli anni precedenti, corrispondenti alla crisi delle miniere del Sulcis Iglesiente, i Governi avevano approvato Piani per delocalizzare le industrie metallurgiche del Nord e concentrarle in Sardegna. L’area più impegnata dalla neo-industrializzazione fu Portovesme. Ne conseguì un inquinamento ambientale tale da sovvertire per sempre la vocazione agricola della zona. Le colture di tutto il Sulcis Iglesiente andarono in crisi, sia per sottrazione di personale all’agricoltura, all’allevamento ed alla pesca a favore dell’industria, sia per la carenza d’acqua, destinata in massima parte agli impianti di raffreddamento. Il danno ambientale fu tale che nel novembre 1990 fu votata dal Parlamento la legge per il recupero e disinquinamento della cosiddetta “Area ad alto rischio di crisi ambientale del Sulcis Iglesiente”. Fu un “Recovery Plan” dell’epoca. Il Governo Italiano stanziò 200 miliardi di lire per il disinquinamento e la conversione produttiva in “Economia verde”. Quel Piano di 30 anni fa è ormai dimenticato ma, in questo momento di crisi economica e sociale da disastro sanitario, oggi ritorna alla mente. E’ un ottimo esempio per capire sia il nostro presente pandemico che il prossimo futuro di ricostruzione economica con i fondi della “Next Generation EU” e del “MES”. Quel genere di industrializzazione venne eliminato in quasi tutta Italia. Oggi ne abbiamo pochi residui come le acciaerie ex ILVA di Taranto. Il problema ambientale venne provocato, soprattutto, dalle polveri sottili emesse in atmosfera dai camini degli alti forni in cui si bruciavano derivati del petrolio e carbon fossile, per produrre energia elettrica. In quegli anni, allo scopo di rivitalizzare i mari trasformati in deserti dall’inquinamento di scarichi tossici, il Governo finanziò le “Aree marine protette”. Nell’anno 2004, l’Amministrazione comunale di Sant’Antioco deliberò l’istituzione dell’Area marina protetta dell’Arcipelago del Sulcis. Il progetto non andò in porto, a causa del mancato consenso di gruppi di pescatori. Nell’anno 2011 avvenne il disastro nucleare di Fukushima in Giappone. Tutt’oggi il problema non è risolto. Dopo quell’evento la Germania votò a favore del referendum per l’eliminazione delle Centrali nucleari e la per conversione in “Economia verde”. Nel 2019 la Commissione europea ha votato il programma ambientalista denominato “European Green New Deal“ (nuovo patto europeo sull’ambiente). Il programma accoglie tutti i principi del “Paris Agreement” (accordi di Parigi) del 2015. Questo è un accordo fra gli Stati Membri della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite“ sui cambiamenti climatici. Riguarda la riduzione di emissioni di gas serra e i relativi finanziamenti, a partire dall’anno 2020. Oggi il Coronavirus ha creato una tale prospettiva di disastro economico, che la Commissione europea si è affrettata ad allestire il più grande Piano economico della storia dell’Europa. E’ il “Next Generation EU”. Ad esso si associano il “MES” ed il programma di acquisto di debito pubblico delle Nazioni ideato dalla presidente della BCE, Christine Lagarde. Il “Next Generation  EU” contiene, al suo interno, il regolamento per la formulazione di progetti che consentirà l’accesso ai sussidi e ai prestiti. All’Italia spettano 209 miliardi di euro. E’ una somma enormemente più grande del “Piano Marshall” americano per gli aiuti all’Europa alla fine della II Guerra Mondiale. La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha ribadito che verranno finanziati, soprattutto:
  • La Digitalizzazione per l’Industria 4.0,
  • La “Green economy”. Le tre Donne dell’Europa, Angela Merkel, Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde hanno sostenuto insieme la necessità che l’Europa realizzi il progetto del: “European Green New Deal”. In esso trovano piena legittimazione i progetti del “nuovo patto di economia verde” così sintetizzabili: 1 – Ripristino dell’ambiente inquinato, 2 – Protezione dell’ambiente dall’attacco dell’Uomo, 3 – Riduzione del gas serra pari a: 55% in meno di emissioni industriali di SO2, NO, e polveri sottili da combustione di derivati del carbone e del petrolio entro il 2030, 4 – Liberarsi dai metodi produttivi della terza rivoluzione industriale entro il 2050 (carbon free) 5 – Cessazione dei motori a combustione, 6 – Promozione dei motori elettrici o a idrogeno, 7 – Produzione elettrica con le fonti rinnovabili (sole, vento, moto ondoso, aree, etc.), 8 – Economia circolare (riutilizzo materiali),
9 – Riciclo rifiuti ed eliminazione progressiva della plastica, 10 – Controllo della dispersione termica, 11 – Centrali elettriche a idrogeno, 12 – Riduzione del riscaldamento dell’atmosfera e dei mari, 13 – Protezione della biodiversità, 14 – Incremento dei trasporti in mare e canali d’acqua, 15 – Aree marine protette; aree terrestri protette, 16 – Etc. Una tale rivoluzione, digitale e green, avrà estremo bisogno di un apparato burocratico efficiente. L’attuale inefficienza burocratica della Pubblica amministrazione è dovuta a scarsità di Personale. Nei Paesi del Nord Europa esiste un rapporto medio di dipendenti pubblici per 1.000 abitanti pari a 150/1.000. In Italia siamo gravemente deficitari: il rapporto è pari a 50/1.000. La “Nuova Generazione” sarà totalmente assorbita da questo nuovo modo di produrre ricchezza e avrà bisogno di un grande apparato burocratico. Una città come Carbonia ha oggi soltanto 1.500 dipendenti della Pubblica amministrazione. Ne dovrebbe avere almeno 4.500. Similmente dicasi di Iglesias. Con questi nuovi rapporti numerici avremo: 1 – Migliore efficienza degli uffici comunali, 2 – Migliore efficienza dei tribunali, 3 – Migliore efficienza degli ospedali, 4 – Migliore efficienza delle scuole, dei Centri di Ricerca e di Formazione. Ci auguriamo che il Piano si realizzi. Buon anno 2021. Mario Marroccu

Come ha detto alcuni giorni fa Papa Francesco «da tutte le crisi si esce cambiati… nel bene e nel male… e nessuno può riuscirci da solo…» Quando a Maggio si intravvide la fine del periodo peggiore della Prima Pandemia, questo giornale scrisse che «si vede il fondo del tunnel…ma alla fine non c’è la luce…C’è un baratro». Sembrava l’apoteosi del pessimismo. In realtà fu facile prevedere che sarebbe arrivata la Seconda Pandemia e la crisi politica ed economica. La previsione si basava sulla conoscenza della storia delle Epidemie nel Medio Evo. Sembra incredibile, ma dopo la grande moria della Peste Nera del 1347 avvennero importanti rivoluzioni sociali ed economiche che determinarono una svolta positiva nella civiltà in Europa e che determinarono l’epoca d’oro del Rinascimento del 1500. La carenza di mano d’opera causata dall’alta mortalità accelerò la “rivoluzione dell’aratro a versoio” e l’introduzione delle donne nel mondo della produzione agricola, pastorale, e manufatturiera. L’aratro a versoio in ferro e l’invenzione del collare dei cavalli facilitarono la produzione cerealicola. La donne sostituirono i maschi, scomparsi per peste, nel lavoro dei campi e nell’artigianato. Ne derivò la necessità di inventare macchine per produrre energia di supporto agli scarsi lavoratori. Ne conseguì una sovraproduzione di prodotti agricoli e artigianali. L’eccesso che non serviva alle famiglie veniva tesaurizzato e messo in vendita. Per poter commerciare fu necessario abbandonare definitivamente il baratto e passare più diffusamente alla moneta. Per trasferire i pagamenti a distanza fu necessario inventare le “lettere di credito”, e queste dovevano essere emesse dalle Banche. Con le Banche a interporsi nella dinamica dello scambio commerciale prese avvio l’”economia di mercato” e chi più produceva, e vendeva, diventava ricco. I neo-ricchi furono benedetti dalle nuove religioni protestanti del centro Europa perché arricchire era segno delle buone pratiche delle virtù del cristiano basso medioevale mittel europeo. Oggi, a distanza di 7 secoli vivremo fenomeni sociali e economici simili. Già ne vediamo i segni nella esplosione del quattro punto zero (4.0). E’ la nuova industria digitale, ma anche dell’economia digitale, della comunicazione digitale, del commercio e della Sanità digitale e della Giustizia digitale. Cos’è il 4.0 ? Questo numero è stato associato alla parola “Industria”. Appunto “Industria 4.0”, ovverosia “Quarta Rivoluzione Industriale”. Si tratta della rivoluzione tecnica e organizzativa, che ha ammodernato le Aziende, integrando Investimenti sul “Digitale”, Scuole di “Formazione”, Nuovi “Sistemi Energetici” e “Enti di Ricerca” allo scopo di aumentare la Conoscenza, la Produttività, e migliorare le Condizioni di Lavoro. L’espressione “Industria 4.0” venne utilizzata per la prima volta da 3 scienziati tedeschi alla Fiera di Hannover nel 2011, e poi trasformata in progetto nel 2013. In Italia tale espressione venne usata da presidente del Consiglio Matteo Renzi tra il 2014 e il 2016. Storicamente la prima Rivoluzione Industriale 1.0 avvenne con l’invenzione delle macchina a vapore nelle filande inglesi e tedesche. L’Industria 2.0 fu quella che utilizzò l’energia del carbone. L’Industria 3.0 fu quella che impiegò come fonte di energia l’elettricità. I tre Scienziati tedeschi nel 2011 battezzarono col nome di “Industria 4.0” il miglioramento produttivo dell’”Era Digitale”. Ciò che è stato rivoluzionato è il “Lavoro”, con l’intento di produrre beni scambiabili con monete o altri benefici. Tra gli altri benefici è compreso il “miglioramento della qualità della vita”. Pertanto, l’effetto dell’Era Digitale non è stato solo sulla produttività dell’”Industria 4.0”, ma si è esteso ad altri campi come: – L’Economia Digitale, – Il Commercio Digitale, – La Comunicazione e la Conoscenza, – La Giustizia, – La Sanità, – La Burocrazia – I Trasporti. Non è cambiata solo la Produzione, ma è cambiata l’Umanità in tutte le sue manifestazioni come: – La circolazione di moneta digitale, – La scuola a distanza, – Il processo digitale, – Il lavoro in 3D, – Il telelavoro, – I trasporti di merci e uomini, sia individuali che collettivi, su ruota, nave o aereo. Ciò ha comportato un forte incremento degli spostamenti dei prodotti del lavoro e delle persone. I contatti umani sono aumentati in modo esponenziale sia in modo virtuale che fisico. Tuttavia, la Pandemia ha dimostrato i punti di debolezza del sistema di convivenza dell’Umanità, e il mondo oggi si prepara ad una nuova forma di scambio, di produzione e di trasmissione della Conoscenza. Un sistema che dovrà essere rivoluzionato è quello della Sanità Pubblica. Il virus ne ha dimostrato l’inadeguatezza. E’ fallita la teoria dell’Organizzazione sanitaria basata sul “Hub and Spoke” (centro e raggi). Questo metodo ha portato al depotenziamento degli Ospedali Territoriali (vedi gli Ospedali di Iglesias e Carbonia), e al concentramento dei Servizi sanitari nelle città capoluogo (vedi Cagliari o altri capoluoghi di ragione). Il territorio, sguarnito, si è trovato senza protezione sia dal virus SARS-COV 2, sia da tutte le altre patologie. Oggi, a causa del terrore della Covid, gli Ospedali sono paralizzati (tranne rari casi), e i tumori, le insufficienze respiratorie, le malattie addominali, le cardiovascolari, quelle neurologiche e quelle degenerative sia dell’anziano che del giovane e del bambino trovano una assistenza inadeguata alla richiesta. La Sanità centralizzata è un errore. Al contrario della centralizzazione il Sistema Sanitario deve essere una “rete”, e ogni Ospedale capo-maglia deve fornire tutta l’assistenza di base necessaria. Per Sanità di Base si intende ogni branca specialistica della Sanità tranne 3 settori che invece vanno centralizzati: la Cardiochirurgia, la Neurochirurgia, i Trapianti d’Organo. Invece tutto ciò che riguarda la Chirurgia Addominale, la Toracica, la Vascolare, la Traumatologia, l’Ostetrica e Ginecologia, la Neurologia, la Pediatria, l’Oncologia e Radioterapia, la Psichiatria, devono essere distribuite nella rete ospedaliera del territorio. Sarà difficile e costoso, ma si dovranno recuperare tutti i Servizi specialistici che sono stati sottratti al territorio e adeguarli ad uno standard avanzato da “Sanità 4.0”. La Commissione Europea ha messo a disposizione fondi ingentissimi per la Sanità. E’ nato un problema, perché il MES sanitario è vincolato alla ristrutturazione della rete sanitaria, mentre alcuni Stati vorrebbero avere mani libere e utilizzare quei fondi anche per altri scopi. Ciò non è ammesso dal protocollo di utilizzo del MES. Forse da ieri esiste un accordo in extremis. Esiste l’altro enorme fondo deliberato dalla Commissione Europea. E’ il “Next Generation EU”, meglio conosciuto con il nome del suo regolamento di utilizzo, il “Recovery Plan”. Questo regolamento impone una disciplina piuttosto rigida sia nel metodo di utilizzo, sia sui progetti che devono essere finalizzati a investimenti produttivi, sia sui tempi, sia sulle garanzia di efficienza ed efficacia. Si pretende un tempo di presentazione molto rapido. L’Italia avrebbe dovuto presentarlo già da alcune settimane. Per ora l’hanno presentato il Portogallo, la Germania, la Francia, la Spagna, l’Olanda e i Paesi del Nord. Si pretende che quei fondi non vengano impiegati per tamponare necessità estemporanee ma vengano destinati, come dice il nome, ad investimenti per la “Futura Generazione”. Si pretende ancora che il 70 per cento dei progetti vengano realizzati entro 3 anni. Gli altri 30 per cento devono essere realizzati entro 7 anni. Nella guida che accompagna il testo vengono indicati alcuni obiettivi imprescindibili, come: – Digitalizzazione – Green Economy. La “Digitalizzazione“ di tutte le forme di produzione di beni, dei Servizi, e della Convivenza Sociale aprirà le porte ad un mondo che oggi possiamo solo immaginare. Nessuno di noi immaginava come sarebbe cambiata la nostra vita, quando negli anni ’80 ’90 venne introdotto il “Web”, che appariva come un metodo di trasmissione di dati, e che invece ebbe implicazioni nel mondo della Conoscenza, della Comunicazione, della Produzione, della Pubblica Amministrazione, dell’Arte e del Tempo Libero, degli affetti e della pianificazione della vita privata, del mondo della Finanza, dei viaggi, della ricerca, della Scuola e della Sanità, e anche della guerra e del terrorismo. Col Next Generation EU e il MES, la qualità della Sanità in rete non sarà più distinguibile tra Sanità della città capoluogo e Sanità di Provincia. Entreremo in una nuova epoca: quella della digitalizzazione in “5G”, cioè quella di quinta generazione. In cosa si differenzia dal “4G”?. Vi è un elemento che la rende impressionante per l’intelligenza umana. Si tratta del “tempo” in cui si trasmetterà l’informazione, Il “tempo di latenza” sarà di 1-4 millesimi di secondo. Questo è anche il tempo con cui i neuroni del cervello umano trasmettono i loro impulsi. Attraverso i dendriti e neuriti l’impulso passa agli altri neuroni della corteccia cerebrale e al midollo spinale, sia per costruire la percezione delle sensazioni provenienti dal mondo esterno (per esempio la costruzione della immagine di un oggetto), sia per trasmettere un pensiero, o comandare i muscoli perché la mano e le dita si muovano per lavorare, o scrivere, o gesticolare, o accarezzare. I nuovi apparecchi digitali in “5G” potranno comunicare contemporaneamente con 1 milione di computers, o altri strumenti digitali, nell’area di 1 chilometro quadrato. Col termine “comunicare” si intende: la capacità di trasmettere informazioni, di riceverne, e di integrarle. Ciò è qualcosa di simile al “pensare” della mente umana. Le informazioni che si propagano in modo massivo e ultrarapido possono essere utilizzate per fabbricare immagini e volumi virtuali a distanza. Si pensi agli “ologrammi”. Nella pratica sanitaria si può immaginare che il Medico si presenti a casa del paziente, nella sua camera da letto, in forma di ologramma, materializzandosi davanti a lui, e proceda ad interrogarlo, a prendere atto della clinica, essendo virtualmente presente. Da qui, disporre esami, elettrocardiogrammi o altre procedure strumentali a distanza. Potrà anche convocare altri specialisti per un consulto virtuale in presenza. Già oggi negli Ospedali si eseguono interventi in laparoscopia o in chirurgia robotica. Con l’avvento della Sanità in “5G” i metodi usati oggi verranno declassati a vecchi “videogiochi” ed abbandonati. Anche gli esami radiologici e le risonanze magnetiche evolveranno oltre la semplice ricostruzione spaziale degli organi: si giungerà sino all’esame istologico dei tessuti in Anatomia Patologica. Similmente una goccia di sangue sarà sufficiente per uno screening sia genetico che metabolico che microbiologico. Il “5G” attingerà ad una banca dati mondiale che consentirà l’accesso a schemi di terapia personalizzati e geneticamente adeguati al paziente. Questo non significa che i Medici non serviranno più. La pratica professionale utile per ascoltare un cuore, estrarre un corpo  estraneo, far nascere un bambino, ascoltare uno psicotico, confortare un incurabile, sarà sempre necessaria. Ciò che cambierà sarà la formazione, il nuovo bagaglio di conoscenza e l’attitudine a governare la nuova tecnologia. Similmente gli Ospedali e gli studi specialistici avranno una nuova evoluzione strutturale adeguata al nuovo modo di comunicare. L’assistenza agli Anziani non autosufficienti forse non sarà più nelle RSA ma a domicilio. Si svilupperanno vari tipi di robot per la cura della persona così come oggi avviene nei ristoranti coreani dove non c’è più il personale di sala ma piccoli robot, alti 1 metro, che assistono e servono la clientela. Tutto questo avverrà relativamente presto e noi non siamo preparati. a – Non siamo preparati a presentare i progetti per il “Recovery Plan”. b – Non sappiamo ancora cosa vogliamo. c – Nel nostro territorio (Sulcis Iglesiente) non esiste ancora un dibattito né pubblico né privato su questi temi. Accadrà che altri, estranei a questo territorio (come da troppo tempo sta avvenendo), prenderanno l’iniziativa anche per noi. In tal caso dobbiamo aspettarci un trattamento da “periferia”. Attualmente esistono già iniziative per sollecitare la politica a dibattere questi temi. Stanno avvenendo nel Sassarese, nel Nuorese e nel Cagliaritano. Bisogna prendere coscienza che nel nostro territorio non siamo preparati a questo futuro che sta per accadere. Mario Marroccu