27 April, 2026
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Storia: carbone = ospedale dedicato – di Mario Marroccu

Alcune settimane fa il Governo ha decretato la proroga al 2038 dell’impiego di carbon fossile nella Centrale Elettrica del Sulcis, a Portovesme. Le centrali che producono energia elettrica dal carbone per l’Italia sono quattro. La più grande è nel Sulcis. Ne era stata decisa l’interruzione con un programma di “decarbonizzazione”. La revoca di tale decisione è avvenuta come effetto collaterale ai fatti della guerra in Iran.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, ha generato una crisi del mercato del petrolio inducendo il mondo al riutilizzo del carbone per produrre energia. Paesi enormi come la Cina e l’India, popolati da un terzo dell’umanità utilizzano quasi esclusivamente carbon fossile; con essi in futuro dovremo suddividere le risorse minerarie mondiali per produrre energia. La crisi dell’energia durerà molti anni ancora dopo la fine della guerra attuale e l’Europa dovrà spartire con l’Asia orientale il petrolio messo a disposizione dal mercato. Gli Americani, i più ricchi produttori di petrolio, lo hanno capito subito e sono tornati immediatamente all’impiego del carbon fossile per le loro centrali: ne accettano l’inquinamento ambientale pur di ottenere energia a basso prezzo e risparmiare le altre fonti.
L’Italia, per le sue esigenze energetiche aumentate, sarà costretta ad impiantare centrali nucleari per raggiungere l’autonomia energetica. Vedremo in quali regioni le collocherà.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha decretato anch’egli il ritorno al carbon fossile per le centrali elettriche però, a differenza dell’Italia, non ha posto limiti di tempo all’impiego del carbone, essendo poco fiducioso sul futuro del petrolio e del gas. Nel caso in cui il pessimista Friedrich Merz avesse ragione, anche la centrale elettrica del Sulcis dovrà produrre corrente per molti anni a venire. Di fatto, noi sulcitani siamo rientrati stabilmente nell’era del carbon fossile e siamo destinati a rivivere esperienze del passato. Se questa supposizione fosse vicina al vero, ci sarebbe da supporre anche che il Sulcis possa essere già nella lista delle sedi in cui collocare una centrale nucleare.
Il danno ambientale dell’“area ex mineraria” del Sulcis Iglesiente potrebbe diventare molto serio.
Per coincidenza, sul tema dell’inquinamento ambientale con danni alla salute umana, ultimamente la rete televisiva “Netflix” ha messo a disposizione dei telespettatori un film polacco intitolato “Bambini di piombo”. Parla di una storia vera: quella dell’inquinamento ambientale da piombo prodotto vicino alla città di Katowice, la città natale di papa Wojtila. E’ da vedere. Per chi non conosce la storia dell’inquinamento da piombo nel Sulcis Iglesiente il film fa capire molte cose. Una terza recente notizia, che correla con le due precedenti, è la diffusione al pubblico di un intervento eseguito dal dottor Antonio Macciò a Cagliari.
Si è trattato dell’escissione di un tumore ginecologico che si era esteso dall’utero all’intestino tenue, al colon, all’uretere, alla vescica, alla milza, al fegato, e a vari linfonodi. L’eccezionalità dell’intervento è data dall’estrema estensione degli organi colpiti, soprattutto, dal fatto che un intervento di tale portata viene sempre eseguito con la collaborazione di più chirurghi di diverse specialità; in questo caso è stato eseguito da un’unica persona: il dottor Antonio Macciò, appunto. C’è da chiedersi come sia stato possibile.
Il Sulcis dovrà continuare a produrre energia elettrica dal carbon fossile, per molti anni, a beneficio di tutta la Sardegna e di parte dell’Italia. Ciò determinerà la persistenza di un danno ambientale che dura nel Sulcis da un secolo.
Nei primi tempi della “carbonizzazione”, iniziata nel 1936-1938, che dette origine alla città di Carbonia, si provvide a curare la popolazione del Sulcis dagli effetti patologici dovuti all’inquinamento ambientale. A tal fine, venne costruito un ospedale, il Sirai, attrezzato per assistere i dipendenti della Società Carbonifera; in seguito la protezione ospedaliera fu estesa a tutta la popolazione. Adesso, con la ripresa dell’impiego intensivo di carbone, sarebbe opportuno chiedere che vengano ripristinati gli standard di protezione sanitaria per la popolazione del Sulcis e dell’Iglesiente. I nostri ospedali divennero centrali per il trattamento di malattie come il saturnismo, la silicosi, la TBC, gli enfisemi polmonari, le insufficienze respiratorie da broncopneumopatie croniche, i tumori polmonari e una moltitudine di altri tumori che colpivano vari organi e apparati. Nei nostri ospedali si operavano i cancri allo stomaco, al colon, al fegato, all’intestino, all’utero, alla vescica, ai reni e allo scheletro. Il più frequente tumore dell’apparato urinario nel Sulcis è il carcinoma uroteliale che si localizza prevalentemente nella vescica. Viene considerata eccezionale la localizzazione di questo tumore nell’uretere e nel rene. Le pubblicazioni scientifiche sostengono che questa rara localizzazione alta del tumore uroteliale rappresenti solo il 2,5 % di tutti i tumori uroteliali dell’intera via escretrice urinaria.
Invece qui, nell’ospedale di Carbonia, se ne registravano un numero altissimo, intorno al 20-25% di tutti i tumori uroteliali dell’apparato urinario; otto-dieci volte più frequente di quanto avviene nelle altre regioni italiane. Si aggiunga che questo tumore, derivato da inquinamento ambientale, è altamente maligno e quando viene diagnosticato, per l’improvvisa comparsa di sangue nelle urine, in genere ha già dato metastasi.
La scienza ha dimostrato che una sostanza chimica che si chiama “anilina” provoca il carcinoma uroteliale della vescica e dell’alta via escretrice, dai reni fin giù. L’“anilina” è strettamente legata alla lavorazione del carbon fossile. Essa è un sottoprodotto di questo materiale. Viene assorbita per inalazione o per via cutanea. Dal sangue passa al fegato, il quale produce metaboliti intermedi altamente reattivi. Questi composti vengono filtrati dai reni e si accumulano nella vescica prima dell’espulsione.
Il contatto prolungato e ripetuto di queste sostanze con le pareti vescicali e dell’uretere può causare mutazioni cellulari portando al carcinoma uroteliale. Le prime osservazioni di questo fenomeno iniziarono alla fine del 1800. Gli esperimenti degli scienziati sugli animali da laboratorio dimostrarono che esponendoli all’anilina da carbon fossile, avveniva la degenerazione neoplastica nelle loro vie urinarie. Si può, dunque, ragionevolmente desumere che tra il carbone e l’aumento dell’incidenza dei tumori, esista un diretto rapporto causa-effetto. Nonostante questo inquinante ambientale sia stato monitorato con cura, il Sulcis ha avuto un notevole numero di pazienti con carcinomi uroteliali della vescica e dell’alta via escretrice.
Il fatto che si prolunghi l’utilizzo del carbon fossile nel nostro territorio, va considerato un impegno doveroso per il beneficio energetico della Nazione, tuttavia ne deve anche conseguire che a quel decreto se ne debba associare un secondo che impegni lo Stato ad aumentare l’efficienza dell’apparato sanitario del territorio del Sulcis Iglesiente. Si tratta della salvaguardia oncologica della popolazione.
Per capire meglio il concetto che si vuole esprimere, sarebbe opportuna la visione del film polacco “Bambini di piombo”.
A questi due spunti se ne associa un altro molto esplicativo: il perché sia stato possibile l’intervento eseguito dal dottor Antonio Macciò. Pochissimi chirurghi sanno eseguire in autonomia un intervento “commandos” come quello. Per fare interventi di altissima complessità non è sufficiente la vasta preparazione culturale ma è necessaria anche l’esperienza concreta sul campo. Quel chirurgo aveva maturato la sua esperienza nei nostri ospedali operando tanti tumori molto complessi quando Carbonia ed Iglesias erano ancora città ospedaliere. Si tratta, dunque, di un’ulteriore conferma indiretta che noi siamo grandi produttori di tumori.
Oggi quei tumori non vengono più curati nei nostri ospedali. Nella nostra Provincia chi ha necessità di curarsi deve fare la fila nelle liste d’attesa degli ospedali cagliaritani, oppure deve prendere l’aereo per i grandi ospedali del Nord Italia.
Con il decreto governativo che reintroduce l’utilizzo del carbon fossile nella Centrale elettrica del Sulcis, i nostri politici territoriali potrebbero chiedere l’immediata riattivazione degli ospedali di Carbonia ed Iglesias come erano nel passato.
Non sarebbe una novità. Storicamente è già avvenuto: nel 1936, per la stessa ragione, vennero attivati il Sirai, il Santa Barbara e il CTO, dedicati alla protezione della popolazione dal pericolo insito nella diffusione di prodotti fossili patogeni (carbone e metalli pesanti).

Mario Marroccu

Nella foto di copertina l’ospedale Sirai di Carbonia negli anni Cinquanta del secolo scorso

Margherita Canè è
Concluso il campiona
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