25 September, 2026
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Sopra la vite europea, sotto una radice americana, saldate insieme da un innesto. È così da circa centocinquant’anni e non ci pensa quasi nessuno, ma è il fatto più grosso della storia del vino moderno. Alla fine dell’Ottocento un insetto arrivato dall’America, la fillossera, cominciò ad attaccare le radici della vite europea e nel giro di qualche decennio distrusse i vigneti del continente. Non esisteva una cura e non ne è mai stata trovata una. L’unica via d’uscita fu innestare le varietà europee su radici americane, che a quell’insetto resistevano.
Praticamente tutto il vino che beviamo oggi viene da quell’operazione.
Ci sono però dei posti dove non è andata così, e sono pochissimi. Quasi tutti hanno una cosa in comune: la sabbia. La fillossera si sposta scavando gallerie nel terreno, da una radice alla successiva. In un suolo compatto quelle gallerie tengono; in una sabbia sciolta collassano di continuo, e l’insetto fatica a muoversi, a insediarsi, ad arrivare alla pianta accanto. Non fu un’immunità, il danno ci fu anche lì. Fu una difficoltà, e sui tempi lunghi una difficoltà basta a cambiare la storia.
Nelle sabbie di Sant’Antioco ci sono vigne di Carignano che non sono mai state innestate, impiantate fra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento e ancora produttive sulle proprie radici. Chi vive qui lo sa, e giustamente lo dà per normale. Io ho studiato a Iglesias, a Monteponi, fra il 2008 e il 2011, e in tutto quel tempo non ci ho pensato neanche una volta.
Ci sono arrivato dall’altra parte del mondo. Sulla costa meridionale del Perù, a poche ore da Lima, c’è la valle di Ica: un deserto vero, dove piove qualche millimetro all’anno e la sabbia arriva all’orizzonte. Lì si fa vino ininterrottamente dal Cinquecento, da quando gli spagnoli portarono le prime talee dalle Canarie, e sono le vigne più antiche sopravvissute del Sud America. In buona parte non sono mai state innestate, per la ragione di Sant’Antioco moltiplicata: sabbia sciolta a perdita d’occhio, aridità estrema, un terreno in cui la fillossera non riesce a lavorare.
Il paradosso è che in un deserto la vite non dovrebbe stare in piedi, e infatti l’acqua qualcuno deve portarcela. La portano i puquios: gallerie drenanti scavate sottoterra prima dell’arrivo degli Inca, attribuite alla cultura nazca, che raccolgono l’acqua di falda e la conducono per chilometri sotto la sabbia. Funzionano ancora. In quella valle una vite europea cresce grazie a un’ingegneria idraulica precolombiana, e non è un modo di dire.
Ci sono stato a gennaio e ci ho passato l’anno seguente a ricostruirne la storia per un libro, ed è lì che ho capito perché non ne parla nessuno. Per tre secoli quella valle ha rifornito di vino l’intero vicereame spagnolo. Poi, fra terremoti e cambiamenti di mercato, la produzione si è spostata quasi tutta sull’acquavite, il pisco, e del vino peruviano ha smesso di parlare chiunque. Ancora oggi, fuori dal Perù, di quel paese si conosce il distillato e nient’altro. Le vigne intanto sono rimaste dov’erano, e continuano a produrre.
Sono due posti senza alcun rapporto fra loro: nessuno scambio, nessuna influenza, nessuna somiglianza di paesaggio. Il Sulcis non è un deserto, non ha i puquios, non ha la Quebranta, l’uva nata a Ica da cui poi è venuto il pisco. Hanno in comune una cosa sola, la fisica di un terreno che non si lascia scavare, e hanno risolto lo stesso problema nello stesso modo senza sapere l’uno dell’altro.
Ma è proprio quella cosa sola a essere rara. I luoghi al mondo dove la vite è arrivata fino a noi senza passare per un innesto si contano: qualche sabbia, l’isola di Santorini, certe zone del Cile, poco altro. Ognuno di essi è un archivio vivo, una pianta che sta dove stava prima della catastrofe e che non ha avuto bisogno di intermediari per arrivare fin qui. Ica è il più esteso e il più antico, e quasi nessuno lo sa. Sant’Antioco è un altro, ed è a mezz’ora da casa.

Matteo Enna

Originario di Baratili San Pietro, è CTO di un progetto di vini da investimento. Ha raccontato la valle di Ica nel saggio Il vino dimenticato. Cinquecento anni di radici nel deserto peruviano.

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Sabato 11 marzo, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, si svolgerà nell’Aula Magna Capitini della Facoltà di Magistero la Conferenza dal titolo “Tecnologia e disuguaglianze di genere”, organizzata dal movimento Rosadigitale e dai suoi referenti per la Sardegna Patrizia Lampis e Marco Frau.

Rosadigitale è un movimento nazionale, fondato proprio a Cagliari nel novembre 2015, che si occupa di Pari opportunità in ambito tecnologico e si prefigge l’obiettivo di abbattere la disuguaglianza di genere. “The conquest is information”, ovvero “la conquista è informazione”, è il motto del movimento che ne interpreta completamente lo spirito e il compito di avvicinare il mondo femminile a quegli ambiti, quali scienza, tecnologia e informatica, che per stereotipo sono ritenuti da sempre maschili.

La conferenza, con il patrocinio del comune di Cagliari, è inserita nel ciclo di eventi della settimana del RosaDigitale (4-12 Marzo 2017) e vedrà coinvolti diversi esperti del settore che racconteranno la loro esperienza in  materia e stimoleranno un dibattito costruttivo con gli studenti dell’Ateneo.

Interverranno la presidente e fondatrice di Rosadigitale Sara Broi, la referente internazionale di Rosadigitale Liliana de los Rios, la vicepresidente della Commissione Pari opportunità della Regione Sardegna Barbara Congiu, il presidente del corso di laurea in Scienze della comunicazione Elisabetta Gola, la docente di Informatica nel Dipartimento di Matematica dell’Università di Cagliari Nicoletta Dessì, il docente di grafica all’Accademia d’Arte Santa Caterina Stefano Obino, l’ingegnere elettronico Romina Lobina, la giornalista e attivista digitale Manuela Vacca, la docente di Psicologia sociale, del lavoro e delle organizzazioni Cristina Cabras. Saranno presenti anche gli altri collaboratori dello staff di RosaDigitale Manuela Ennas, Matteo Sesselego e Matteo Enna.

I petali rosa che identificano gli eventi organizzati dal movimento non vogliono significare un’affermazione di diversità fra uomo e donna, ma semmai rimarcare la necessità delle donne di inserirsi in contesti nei quali ancora faticano ad essere presenti e ad avere un giusto riconoscimento, con azioni concrete che mirino al superamento del gender gap e conducano i giovani e la società futura ad una parità sotto ogni aspetto.