Il potere della sabbia: un deserto peruviano racconta qualcosa che il Sulcis ha in casa – di Matteo Enna
Sopra la vite europea, sotto una radice americana, saldate insieme da un innesto. È così da circa centocinquant’anni e non ci pensa quasi nessuno, ma è il fatto più grosso della storia del vino moderno. Alla fine dell’Ottocento un insetto arrivato dall’America, la fillossera, cominciò ad attaccare le radici della vite europea e nel giro di qualche decennio distrusse i vigneti del continente. Non esisteva una cura e non ne è mai stata trovata una. L’unica via d’uscita fu innestare le varietà europee su radici americane, che a quell’insetto resistevano.
Praticamente tutto il vino che beviamo oggi viene da quell’operazione.
Ci sono però dei posti dove non è andata così, e sono pochissimi. Quasi tutti hanno una cosa in comune: la sabbia. La fillossera si sposta scavando gallerie nel terreno, da una radice alla successiva. In un suolo compatto quelle gallerie tengono; in una sabbia sciolta collassano di continuo, e l’insetto fatica a muoversi, a insediarsi, ad arrivare alla pianta accanto. Non fu un’immunità, il danno ci fu anche lì. Fu una difficoltà, e sui tempi lunghi una difficoltà basta a cambiare la storia.
Nelle sabbie di Sant’Antioco ci sono vigne di Carignano che non sono mai state innestate, impiantate fra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento e ancora produttive sulle proprie radici. Chi vive qui lo sa, e giustamente lo dà per normale. Io ho studiato a Iglesias, a Monteponi, fra il 2008 e il 2011, e in tutto quel tempo non ci ho pensato neanche una volta.
Ci sono arrivato dall’altra parte del mondo. Sulla costa meridionale del Perù, a poche ore da Lima, c’è la valle di Ica: un deserto vero, dove piove qualche millimetro all’anno e la sabbia arriva all’orizzonte. Lì si fa vino ininterrottamente dal Cinquecento, da quando gli spagnoli portarono le prime talee dalle Canarie, e sono le vigne più antiche sopravvissute del Sud America. In buona parte non sono mai state innestate, per la ragione di Sant’Antioco moltiplicata: sabbia sciolta a perdita d’occhio, aridità estrema, un terreno in cui la fillossera non riesce a lavorare.
Il paradosso è che in un deserto la vite non dovrebbe stare in piedi, e infatti l’acqua qualcuno deve portarcela. La portano i puquios: gallerie drenanti scavate sottoterra prima dell’arrivo degli Inca, attribuite alla cultura nazca, che raccolgono l’acqua di falda e la conducono per chilometri sotto la sabbia. Funzionano ancora. In quella valle una vite europea cresce grazie a un’ingegneria idraulica precolombiana, e non è un modo di dire.
Ci sono stato a gennaio e ci ho passato l’anno seguente a ricostruirne la storia per un libro, ed è lì che ho capito perché non ne parla nessuno. Per tre secoli quella valle ha rifornito di vino l’intero vicereame spagnolo. Poi, fra terremoti e cambiamenti di mercato, la produzione si è spostata quasi tutta sull’acquavite, il pisco, e del vino peruviano ha smesso di parlare chiunque. Ancora oggi, fuori dal Perù, di quel paese si conosce il distillato e nient’altro. Le vigne intanto sono rimaste dov’erano, e continuano a produrre.
Sono due posti senza alcun rapporto fra loro: nessuno scambio, nessuna influenza, nessuna somiglianza di paesaggio. Il Sulcis non è un deserto, non ha i puquios, non ha la Quebranta, l’uva nata a Ica da cui poi è venuto il pisco. Hanno in comune una cosa sola, la fisica di un terreno che non si lascia scavare, e hanno risolto lo stesso problema nello stesso modo senza sapere l’uno dell’altro.
Ma è proprio quella cosa sola a essere rara. I luoghi al mondo dove la vite è arrivata fino a noi senza passare per un innesto si contano: qualche sabbia, l’isola di Santorini, certe zone del Cile, poco altro. Ognuno di essi è un archivio vivo, una pianta che sta dove stava prima della catastrofe e che non ha avuto bisogno di intermediari per arrivare fin qui. Ica è il più esteso e il più antico, e quasi nessuno lo sa. Sant’Antioco è un altro, ed è a mezz’ora da casa.
Matteo Enna
Originario di Baratili San Pietro, è CTO di un progetto di vini da investimento. Ha raccontato la valle di Ica nel saggio Il vino dimenticato. Cinquecento anni di radici nel deserto peruviano.
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