19 October, 2026
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Il tempo perduto e il bambino ritrovato in «… come un sogno» di Peppino La Rosa – di Alberto Vacca

Il romanzo «… come un sogno» di Peppino La Rosa, Giampaolo Cirronis editore, si presta a una lettura che va oltre la semplice rievocazione autobiografica. Attraverso i ricordi personali, le vicende familiari, le storie delle persone incontrate e la memoria di un’intera comunità, l’autore costruisce un racconto nel quale il passato riaffiora con la forza degli affetti, ma anche con la naturale incertezza di tutto ciò che il tempo allontana e trasforma. Il libro diventa così, insieme, testimonianza di un mondo scomparso, ricerca delle proprie radici e riflessione sul rapporto fra ciò che abbiamo vissuto e ciò che di quella vita continua a vivere dentro di noi.
Fin dalle pagine dedicate all’infanzia, emerge un universo fatto di luoghi, persone, abitudini e piccoli avvenimenti quotidiani che, proprio perché appartenenti a un tempo ormai trascorso, acquistano un significato particolare. I ricordi della famiglia, della scuola, delle difficoltà materiali, dei gesti di solidarietà e della vita di paese restituiscono un’esperienza concreta, radicata nella realtà sociale e affettiva di un’epoca. Allo stesso tempo, la rievocazione di Serbariu e Carbonia, della storia mineraria e delle trasformazioni della comunità amplia progressivamente l’orizzonte del racconto. La memoria individuale si intreccia con quella collettiva e la storia di una persona diventa anche il frammento di una storia più grande.
In questa prospettiva, il valore del romanzo non risiede soltanto nella conservazione di esperienze personali, ma anche nella capacità di restituire dignità narrativa a tante vite che rischierebbero di essere dimenticate. Le vicende familiari, gli incontri, le difficoltà e i cambiamenti sociali compongono un mosaico umano nel quale ogni esistenza, anche la più ordinaria, contribuisce a delineare il volto di una comunità. Il libro sembra suggerire che nessuna vita sia completamente isolata: ciascuno di noi è il risultato di legami, luoghi, incontri e circostanze che si intrecciano nel tempo e continuano a esercitare la loro influenza anche quando sembrano appartenere soltanto al passato.
È proprio il tempo, tuttavia, a introdurre una dimensione più problematica. Ricordare non significa riportare fedelmente alla luce ciò che è stato, come se il passato fosse un oggetto intatto custodito in un luogo della mente. Significa piuttosto ricostruirlo attraverso immagini, sensazioni, emozioni e frammenti che riaffiorano in modo discontinuo. Alcuni episodi conservano una sorprendente vividezza, altri si attenuano, altri ancora assumono un significato nuovo quando vengono osservati dalla prospettiva della maturità. Il passato è stato reale, ma non possiamo più raggiungerlo nella sua forma originaria: possiamo soltanto avvicinarci a esso attraverso la memoria, che conserva e, inevitabilmente, trasforma.
È qui che il titolo «… come un sogno» rivela la sua prima e forse più immediata chiave interpretativa. La vita appare simile a un sogno perché, quando la ripercorriamo a distanza di anni, ciò che abbiamo vissuto acquista una consistenza particolare: i luoghi familiari sembrano lontani, le persone scomparse continuano ad abitare la nostra coscienza, gli avvenimenti si dispongono secondo una logica che non è più soltanto quella della cronologia, ma anche quella degli affetti. Ciò che un tempo era presente e concreto diventa immagine; ciò che sembrava ordinario assume un valore che forse non eravamo in grado di riconoscere mentre lo vivevamo.
Il sogno, in questa prima lettura, non rappresenta necessariamente il contrario della realtà. È piuttosto la forma che la realtà assume quando sopravvive nella memoria. La vita è stata vissuta davvero, ma il tempo l’ha resa irraggiungibile; ne restano le tracce, che il racconto tenta di ricomporre senza poter cancellare del tutto la distanza che ci separa da esse. La scrittura diventa allora un gesto di resistenza all’oblio: non restituisce il passato nella sua interezza, ma ne salva qualcosa, permettendo a persone, esperienze e luoghi di continuare a esistere nella coscienza di chi legge.
Questa interpretazione trova il suo momento più intenso nel finale, quando il protagonista, durante il matrimonio di Marco e Giuliana, vede un bambino correre verso la madre e riconosce in quel bambino se stesso: «Io mi siedo sul carro e il mio sguardo ancora una volta va verso la punta del campanile della chiesa di Serbariu, mi sembra di volare, per un secondo non so dove sono quando, in un flash, mi appare, come in una visione, la piazzetta della chiesa con la fontanella. C’è un bambino che corre incontro alla sua mamma. La vedo con le braccia aperte, pronta a sollevarlo e stringerlo al suo petto. è mia mamma! Sì, è mia mamma! Allora quel bambino sono io e, per la prima volta, posso vedere il suo viso, i suoi occhi, anzi, i miei occhi di quando ero bambino».
La scena assume una forza simbolica che supera la semplice rievocazione di un episodio infantile. Dopo aver attraversato tante storie e tanti ricordi, il protagonista sembra tornare al punto più profondo della propria esperienza: il legame originario con la madre e con il bambino che è stato. Il passato non riappare come una successione ordinata di fatti, ma si concentra in un’immagine capace di riunire affetto, perdita, identità e riconoscimento.
L’incontro con il proprio sé infantile rappresenta, in questo senso, una sorta di ricomposizione interiore. L’adulto che ricorda e il bambino che è stato, separati dagli anni e dalle esperienze, si ritrovano per un istante nella stessa immagine. Non è possibile tornare indietro, ma è possibile riconoscere una continuità fra le diverse età della propria esistenza. La madre diventa così non soltanto una figura del passato, ma il simbolo dell’origine, di quel nucleo affettivo dal quale prende forma una parte essenziale della nostra identità.
A partire da questa scena conclusiva, il titolo può tuttavia essere interpretato in una prospettiva più ampia, che apre il romanzo a una riflessione filosofica sul rapporto fra vita e sogno. Viene spontaneo, in tal senso, accostare l’opera a «La vita è sogno» di Pedro Calderón de la Barca, il cui protagonista, Sigismondo, è costretto a interrogarsi sulla consistenza della realtà e sulla possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che appare soltanto tale. Il confronto non dimostra che La Rosa si sia ispirato direttamente al drammaturgo spagnolo, né le due opere possono essere considerate equivalenti. Tuttavia, il loro accostamento permette di individuare una domanda comune, seppure sviluppata in direzioni differenti: quanto possiamo essere certi della realtà che crediamo di aver vissuto?
In Calderón, il dubbio sulla realtà conduce soprattutto a una riflessione sulla libertà, sulla responsabilità e sul modo in cui l’uomo deve comportarsi anche quando le proprie certezze vacillano. Nel romanzo di La Rosa, invece, una domanda analoga potrebbe assumere una tonalità più intima e memoriale. Quando un’esperienza è ormai lontana, quando le persone che l’hanno condivisa non ci sono più e quando i luoghi sono mutati, che cosa resta di quella realtà? Il fatto che sopravviva soltanto nella memoria la rende meno vera, oppure proprio la memoria le consente di continuare a esercitare un’influenza sulla nostra esistenza?
Se il titolo fosse stato concepito anche come un richiamo consapevole a Calderón, il significato del romanzo si amplierebbe ulteriormente. Non si tratterebbe più soltanto di raccontare un passato che sfuma come un sogno, ma di interrogarsi sulla natura stessa dell’esperienza umana. La realtà non coinciderebbe esclusivamente con gli avvenimenti esteriori: comprenderebbe anche il modo in cui li percepiamo, li ricordiamo e attribuiamo loro un significato. Un sogno può non essere un fatto realmente accaduto, eppure può esprimere una verità interiore; un ricordo può essere incompleto, e tuttavia conservare un valore essenziale per comprendere chi siamo.
Il finale del romanzo acquisterebbe, in questa prospettiva, una risonanza particolare. Il protagonista non si limita a rivedere il proprio passato: riconosce se stesso in un’immagine che sembra sottratta al tempo. La visione può essere letta come un’esperienza simbolica nella quale la distinzione fra presente e passato, fra realtà esteriore e verità interiore, si fa per un momento incerta.
L’incontro con il bambino non restituisce materialmente l’infanzia, ma rende nuovamente accessibile qualcosa della sua verità affettiva. Il sogno, anziché allontanare il protagonista dalla realtà, gli permette di riconoscerne una dimensione che la semplice successione degli eventi non sarebbe sufficiente a esprimere.
Le due interpretazioni, dunque, non si escludono. La prima, più direttamente sostenuta dalla trama e dalla natura memoriale dell’opera, vede nel sogno la metafora di un passato che il tempo rende sfuggente. La seconda, più ambiziosa sul piano filosofico, considera il sogno una via per interrogare il significato della realtà e la continuità dell’identità personale. Nella prima, la domanda fondamentale è che cosa rimanga della vita quando gli avvenimenti sono trascorsi; nella seconda, è che cosa significhi davvero aver vissuto, se la nostra esperienza continua a trasformarsi attraverso la coscienza e il ricordo.
Anche sul piano letterario, il romanzo può essere accostato ad alcune opere celebri, purché si distingua fra affinità tematiche e influenze documentate. Il recupero del passato attraverso le sensazioni e gli affetti richiama, per certi aspetti, Marcel Proust; il rapporto fra memoria individuale, luoghi d’origine e trasformazioni di una comunità può suggerire un confronto con Cesare Pavese; la ricostruzione retrospettiva della propria esistenza presenta qualche consonanza con Italo Svevo. Sono paragoni utili per comprendere alcune dimensioni del libro, ma non costituiscono prove di una derivazione diretta. La Rosa sembra affidarsi soprattutto alla materia viva delle esperienze personali, dei racconti familiari e delle testimonianze di chi ha condiviso un determinato mondo.
Questa origine conferisce all’opera una qualità autentica, ma ne determina anche alcuni limiti. La ricchezza delle vicende narrate, l’abbondanza dei ricordi e il desiderio di conservare tante storie possono rendere la struttura discontinua e talvolta dispersiva. Non tutti gli episodi possiedono la stessa forza narrativa, e non sempre il materiale autobiografico e documentario viene organizzato in una progressione pienamente equilibrata. La scrittura appare più efficace quando lascia emergere la concretezza delle persone, la forza degli affetti e il significato simbolico delle immagini, piuttosto che quando accumula episodi senza approfondirne altrettanto il legame con il disegno complessivo.
Questi limiti, tuttavia, non cancellano il valore umano del libro. La sua qualità principale risiede nella volontà di custodire un patrimonio di esperienze e di trasmetterlo a chi non ha conosciuto direttamente quei luoghi, quelle persone e quel modo di vivere. Il romanzo non convince necessariamente per la perfezione della sua architettura narrativa, ma per la sincerità del suo impulso memoriale e per la capacità di trasformare una vicenda personale in un racconto nel quale altri possono riconoscere qualcosa della propria esperienza.
In definitiva, «… come un sogno» può essere letto come il tentativo di ricomporre una vita attraverso le tracce che essa ha lasciato: ricordi, relazioni, luoghi, testimonianze e immagini che resistono al passare degli anni. Il titolo esprime la fragilità di tutto ciò che è trascorso, ma lascia intravedere anche la possibilità di una continuità più profonda. Se il passato non può essere recuperato nella sua interezza, può tuttavia essere riconosciuto come parte essenziale di ciò che siamo.
Forse è proprio questo il significato più intenso della visione finale: il protagonista non può tornare bambino, né restituire alla madre il passato perduto, ma può ancora incontrare, attraverso il ricordo e il sogno, una parte originaria di sé. La vita è trascorsa, eppure non è scomparsa del tutto; continua a vivere nelle immagini che conserviamo, nei legami che ci hanno formati e nelle storie che scegliamo di raccontare.
Il romanzo lascia così aperta una domanda che va oltre la vicenda individuale e che, se lo si accosta idealmente a Calderón, acquista una risonanza ancora più ampia: che cosa distingue davvero la vita dal sogno, quando anche la realtà più concreta finisce per diventare ricordo? Forse la differenza non sta soltanto nella certezza degli avvenimenti, ma nel segno che essi hanno lasciato in noi. Il tempo può trasformare la vita in un insieme di immagini lontane, ma il racconto permette a quelle immagini di ritrovare una voce.
Ed è in questa possibilità di dare nuovamente voce al passato, senza pretendere di restituirlo intatto, che va riconosciuto il merito più autentico dell’opera di Peppino La Rosa: ricordare non significa fermare il tempo, ma cercare, attraverso le parole, ciò che del tempo continua a vivere dentro di noi.

Alberto Vacca

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