4 November, 2026
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Il romanzo «… come un sogno» di Peppino La Rosa, Giampaolo Cirronis editore, si presta a una lettura che va oltre la semplice rievocazione autobiografica. Attraverso i ricordi personali, le vicende familiari, le storie delle persone incontrate e la memoria di un’intera comunità, l’autore costruisce un racconto nel quale il passato riaffiora con la forza degli affetti, ma anche con la naturale incertezza di tutto ciò che il tempo allontana e trasforma. Il libro diventa così, insieme, testimonianza di un mondo scomparso, ricerca delle proprie radici e riflessione sul rapporto fra ciò che abbiamo vissuto e ciò che di quella vita continua a vivere dentro di noi.
Fin dalle pagine dedicate all’infanzia, emerge un universo fatto di luoghi, persone, abitudini e piccoli avvenimenti quotidiani che, proprio perché appartenenti a un tempo ormai trascorso, acquistano un significato particolare. I ricordi della famiglia, della scuola, delle difficoltà materiali, dei gesti di solidarietà e della vita di paese restituiscono un’esperienza concreta, radicata nella realtà sociale e affettiva di un’epoca. Allo stesso tempo, la rievocazione di Serbariu e Carbonia, della storia mineraria e delle trasformazioni della comunità amplia progressivamente l’orizzonte del racconto. La memoria individuale si intreccia con quella collettiva e la storia di una persona diventa anche il frammento di una storia più grande.
In questa prospettiva, il valore del romanzo non risiede soltanto nella conservazione di esperienze personali, ma anche nella capacità di restituire dignità narrativa a tante vite che rischierebbero di essere dimenticate. Le vicende familiari, gli incontri, le difficoltà e i cambiamenti sociali compongono un mosaico umano nel quale ogni esistenza, anche la più ordinaria, contribuisce a delineare il volto di una comunità. Il libro sembra suggerire che nessuna vita sia completamente isolata: ciascuno di noi è il risultato di legami, luoghi, incontri e circostanze che si intrecciano nel tempo e continuano a esercitare la loro influenza anche quando sembrano appartenere soltanto al passato.
È proprio il tempo, tuttavia, a introdurre una dimensione più problematica. Ricordare non significa riportare fedelmente alla luce ciò che è stato, come se il passato fosse un oggetto intatto custodito in un luogo della mente. Significa piuttosto ricostruirlo attraverso immagini, sensazioni, emozioni e frammenti che riaffiorano in modo discontinuo. Alcuni episodi conservano una sorprendente vividezza, altri si attenuano, altri ancora assumono un significato nuovo quando vengono osservati dalla prospettiva della maturità. Il passato è stato reale, ma non possiamo più raggiungerlo nella sua forma originaria: possiamo soltanto avvicinarci a esso attraverso la memoria, che conserva e, inevitabilmente, trasforma.
È qui che il titolo «… come un sogno» rivela la sua prima e forse più immediata chiave interpretativa. La vita appare simile a un sogno perché, quando la ripercorriamo a distanza di anni, ciò che abbiamo vissuto acquista una consistenza particolare: i luoghi familiari sembrano lontani, le persone scomparse continuano ad abitare la nostra coscienza, gli avvenimenti si dispongono secondo una logica che non è più soltanto quella della cronologia, ma anche quella degli affetti. Ciò che un tempo era presente e concreto diventa immagine; ciò che sembrava ordinario assume un valore che forse non eravamo in grado di riconoscere mentre lo vivevamo.
Il sogno, in questa prima lettura, non rappresenta necessariamente il contrario della realtà. È piuttosto la forma che la realtà assume quando sopravvive nella memoria. La vita è stata vissuta davvero, ma il tempo l’ha resa irraggiungibile; ne restano le tracce, che il racconto tenta di ricomporre senza poter cancellare del tutto la distanza che ci separa da esse. La scrittura diventa allora un gesto di resistenza all’oblio: non restituisce il passato nella sua interezza, ma ne salva qualcosa, permettendo a persone, esperienze e luoghi di continuare a esistere nella coscienza di chi legge.
Questa interpretazione trova il suo momento più intenso nel finale, quando il protagonista, durante il matrimonio di Marco e Giuliana, vede un bambino correre verso la madre e riconosce in quel bambino se stesso: «Io mi siedo sul carro e il mio sguardo ancora una volta va verso la punta del campanile della chiesa di Serbariu, mi sembra di volare, per un secondo non so dove sono quando, in un flash, mi appare, come in una visione, la piazzetta della chiesa con la fontanella. C’è un bambino che corre incontro alla sua mamma. La vedo con le braccia aperte, pronta a sollevarlo e stringerlo al suo petto. è mia mamma! Sì, è mia mamma! Allora quel bambino sono io e, per la prima volta, posso vedere il suo viso, i suoi occhi, anzi, i miei occhi di quando ero bambino».
La scena assume una forza simbolica che supera la semplice rievocazione di un episodio infantile. Dopo aver attraversato tante storie e tanti ricordi, il protagonista sembra tornare al punto più profondo della propria esperienza: il legame originario con la madre e con il bambino che è stato. Il passato non riappare come una successione ordinata di fatti, ma si concentra in un’immagine capace di riunire affetto, perdita, identità e riconoscimento.
L’incontro con il proprio sé infantile rappresenta, in questo senso, una sorta di ricomposizione interiore. L’adulto che ricorda e il bambino che è stato, separati dagli anni e dalle esperienze, si ritrovano per un istante nella stessa immagine. Non è possibile tornare indietro, ma è possibile riconoscere una continuità fra le diverse età della propria esistenza. La madre diventa così non soltanto una figura del passato, ma il simbolo dell’origine, di quel nucleo affettivo dal quale prende forma una parte essenziale della nostra identità.
A partire da questa scena conclusiva, il titolo può tuttavia essere interpretato in una prospettiva più ampia, che apre il romanzo a una riflessione filosofica sul rapporto fra vita e sogno. Viene spontaneo, in tal senso, accostare l’opera a «La vita è sogno» di Pedro Calderón de la Barca, il cui protagonista, Sigismondo, è costretto a interrogarsi sulla consistenza della realtà e sulla possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che appare soltanto tale. Il confronto non dimostra che La Rosa si sia ispirato direttamente al drammaturgo spagnolo, né le due opere possono essere considerate equivalenti. Tuttavia, il loro accostamento permette di individuare una domanda comune, seppure sviluppata in direzioni differenti: quanto possiamo essere certi della realtà che crediamo di aver vissuto?
In Calderón, il dubbio sulla realtà conduce soprattutto a una riflessione sulla libertà, sulla responsabilità e sul modo in cui l’uomo deve comportarsi anche quando le proprie certezze vacillano. Nel romanzo di La Rosa, invece, una domanda analoga potrebbe assumere una tonalità più intima e memoriale. Quando un’esperienza è ormai lontana, quando le persone che l’hanno condivisa non ci sono più e quando i luoghi sono mutati, che cosa resta di quella realtà? Il fatto che sopravviva soltanto nella memoria la rende meno vera, oppure proprio la memoria le consente di continuare a esercitare un’influenza sulla nostra esistenza?
Se il titolo fosse stato concepito anche come un richiamo consapevole a Calderón, il significato del romanzo si amplierebbe ulteriormente. Non si tratterebbe più soltanto di raccontare un passato che sfuma come un sogno, ma di interrogarsi sulla natura stessa dell’esperienza umana. La realtà non coinciderebbe esclusivamente con gli avvenimenti esteriori: comprenderebbe anche il modo in cui li percepiamo, li ricordiamo e attribuiamo loro un significato. Un sogno può non essere un fatto realmente accaduto, eppure può esprimere una verità interiore; un ricordo può essere incompleto, e tuttavia conservare un valore essenziale per comprendere chi siamo.
Il finale del romanzo acquisterebbe, in questa prospettiva, una risonanza particolare. Il protagonista non si limita a rivedere il proprio passato: riconosce se stesso in un’immagine che sembra sottratta al tempo. La visione può essere letta come un’esperienza simbolica nella quale la distinzione fra presente e passato, fra realtà esteriore e verità interiore, si fa per un momento incerta.
L’incontro con il bambino non restituisce materialmente l’infanzia, ma rende nuovamente accessibile qualcosa della sua verità affettiva. Il sogno, anziché allontanare il protagonista dalla realtà, gli permette di riconoscerne una dimensione che la semplice successione degli eventi non sarebbe sufficiente a esprimere.
Le due interpretazioni, dunque, non si escludono. La prima, più direttamente sostenuta dalla trama e dalla natura memoriale dell’opera, vede nel sogno la metafora di un passato che il tempo rende sfuggente. La seconda, più ambiziosa sul piano filosofico, considera il sogno una via per interrogare il significato della realtà e la continuità dell’identità personale. Nella prima, la domanda fondamentale è che cosa rimanga della vita quando gli avvenimenti sono trascorsi; nella seconda, è che cosa significhi davvero aver vissuto, se la nostra esperienza continua a trasformarsi attraverso la coscienza e il ricordo.
Anche sul piano letterario, il romanzo può essere accostato ad alcune opere celebri, purché si distingua fra affinità tematiche e influenze documentate. Il recupero del passato attraverso le sensazioni e gli affetti richiama, per certi aspetti, Marcel Proust; il rapporto fra memoria individuale, luoghi d’origine e trasformazioni di una comunità può suggerire un confronto con Cesare Pavese; la ricostruzione retrospettiva della propria esistenza presenta qualche consonanza con Italo Svevo. Sono paragoni utili per comprendere alcune dimensioni del libro, ma non costituiscono prove di una derivazione diretta. La Rosa sembra affidarsi soprattutto alla materia viva delle esperienze personali, dei racconti familiari e delle testimonianze di chi ha condiviso un determinato mondo.
Questa origine conferisce all’opera una qualità autentica, ma ne determina anche alcuni limiti. La ricchezza delle vicende narrate, l’abbondanza dei ricordi e il desiderio di conservare tante storie possono rendere la struttura discontinua e talvolta dispersiva. Non tutti gli episodi possiedono la stessa forza narrativa, e non sempre il materiale autobiografico e documentario viene organizzato in una progressione pienamente equilibrata. La scrittura appare più efficace quando lascia emergere la concretezza delle persone, la forza degli affetti e il significato simbolico delle immagini, piuttosto che quando accumula episodi senza approfondirne altrettanto il legame con il disegno complessivo.
Questi limiti, tuttavia, non cancellano il valore umano del libro. La sua qualità principale risiede nella volontà di custodire un patrimonio di esperienze e di trasmetterlo a chi non ha conosciuto direttamente quei luoghi, quelle persone e quel modo di vivere. Il romanzo non convince necessariamente per la perfezione della sua architettura narrativa, ma per la sincerità del suo impulso memoriale e per la capacità di trasformare una vicenda personale in un racconto nel quale altri possono riconoscere qualcosa della propria esperienza.
In definitiva, «… come un sogno» può essere letto come il tentativo di ricomporre una vita attraverso le tracce che essa ha lasciato: ricordi, relazioni, luoghi, testimonianze e immagini che resistono al passare degli anni. Il titolo esprime la fragilità di tutto ciò che è trascorso, ma lascia intravedere anche la possibilità di una continuità più profonda. Se il passato non può essere recuperato nella sua interezza, può tuttavia essere riconosciuto come parte essenziale di ciò che siamo.
Forse è proprio questo il significato più intenso della visione finale: il protagonista non può tornare bambino, né restituire alla madre il passato perduto, ma può ancora incontrare, attraverso il ricordo e il sogno, una parte originaria di sé. La vita è trascorsa, eppure non è scomparsa del tutto; continua a vivere nelle immagini che conserviamo, nei legami che ci hanno formati e nelle storie che scegliamo di raccontare.
Il romanzo lascia così aperta una domanda che va oltre la vicenda individuale e che, se lo si accosta idealmente a Calderón, acquista una risonanza ancora più ampia: che cosa distingue davvero la vita dal sogno, quando anche la realtà più concreta finisce per diventare ricordo? Forse la differenza non sta soltanto nella certezza degli avvenimenti, ma nel segno che essi hanno lasciato in noi. Il tempo può trasformare la vita in un insieme di immagini lontane, ma il racconto permette a quelle immagini di ritrovare una voce.
Ed è in questa possibilità di dare nuovamente voce al passato, senza pretendere di restituirlo intatto, che va riconosciuto il merito più autentico dell’opera di Peppino La Rosa: ricordare non significa fermare il tempo, ma cercare, attraverso le parole, ciò che del tempo continua a vivere dentro di noi.

Alberto Vacca

E’ stato presentato ieri pomeriggio, nella sala polifunzionale del comune di Carbonia, il libro di Franco Meloni intitolato: “Volevo essere l’ingegner Carta”. Davanti a tanti amici di gioventù, compagni di scuola, della professoressa Gabriella Marmotti Pasqui, colleghi medici, politici con i quali ha condiviso l’esperienza in Consiglio regionale, Franco Meloni ha fatto un lungo viaggio nel passato, nella Carbonia degli anni ’50, nella quale la sua infanzia e il percorso scolastico sono stati fortemente influenzati dalla figura dell’ingegner Giorgio Carta, allora direttore generale della Società Carbonifera Sarda.
I lavori sono stati aperti dall’intervento del sindaco di Carbonia Pietro Morittu che ha preceduto la conversazione dell’autore con Peppino La Rosa e Giancarlo Gambula, compagni al Liceo Classico rimasti grandi amici, coordinata dalla giornalista Simona De Francisci.
Franco Meloni è nato a Carbonia il 10 dicembre 1947 e ha conseguito la maturità al Liceo Classico di via Brigata Sassari nel 1966. Laureato in Medicina e Chirugia all’Università di Cagliari nel 1974, l’anno successivo ha conseguito la specializzazione in Igiene e Direzione ospedaliera all’Università di Genova. Ha iniziato la carriera di medico nel 1975 a Iglesias e da allora per alcuni decenni ha ricoperto un ruolo di primissimo piano nel panorama sanitario regionale. Il 19 marzo 2009 è stato eletto consigliere regionale.
Vediamo l’intervista realizzata nella sala polifunzionale del comune di Carbonia.

Questo pomeriggio, alle ore 17.00, presso la sala polifunzionale di Piazza Roma, a Carbonia, verrà presentato il libro di Franco Meloni intitolato: “Volevo essere l’ingegner Carta”. L’autobiografia del manager, scava nelle sue origini, con un viaggio nel passato che riporta i lettori nella Carbonia degli anni ’50 e dove si stagliava la figura dell’ingegner Carta allora direttore generale della Società Carbonifera Sarda e punto di riferimento per l’allora fanciullo che lo portò nel corso della sua vita a conseguire importanti traguardi in ambito sanitario. Apriranno i lavori i saluti istituzionali del sindaco di Carbonia Pietro Morittu.
Converseranno con l’autore: Simona De Francisci, Peppino La Rosa e Giancarlo Gambula.

La notte scorsa è morto, all’età di 91 anni, Antonino Mistretta (noto Nino), per oltre 30 anni dipendente del comune di Carbonia, nonché ricercatore, studioso, musicista, una vera e propria memoria storica delle vicende della città di Carbonia.
Nato a Salemi, in provincia di Trapani, da bambino si era trasferito a Carbonia, città che ha visto crescere nel corso degli anni e di cui ha raccontato la storia e le vicissitudini nel libro “L’anello spezzato”, Giampaolo Cirronis Editore, pubblicato e presentato una prima volta nel 2010 e ripresentato nel luglio 2024 nei locali della Sezione di Storia Locale della Grande Miniera di Serbariu.
«Siamo profondamente addolorati per la scomparsa di Sig. Nino Mistretta, un artista e una personalità poliedrica a tutto tondo: musicista, scrittore, ricercatore, divulgatore, ma soprattutto per oltre 30 anni dipendente del nostro Comune, cui era rimasto sempre molto legato – ha dichiarato il sindaco di Carbonia, Pietro Morittu -. Ogni martedì si recava in Municipio per svolgere le sue ricerche sulla storia della città. Era un pezzo importante del comune di Carbonia. Ci mancherà. A nome mio e dell’intera Amministrazione comunale – ha concluso Pietro Morittu – esprimo le più sentite condoglianze ai familiari.»
Un mese fa, il 16 gennaio, Antonino Mistretta ha partecipato alla presentazione del libro “… come un sogno”, di Peppino La Rosa, svoltasi presso il Parco S’Olivariu, in via don Giovanni Minzoni 14, organizzata dall’UTE di Gonnesa – Nuraxi Figus, nel corso della quale in apertura e chiusura ha eseguito alcuni brani al violino, in compagnia del chitarrista Enrico Sailis.
Carbonia darà l’estremo saluto ad Antonino Mistretta, nella cerimonia funebre che si terrà mercoledì 18 febbraio, alle 16.00, nella chiesa di San Ponziano.

Arriva in sala sabato 1 giugno – distribuito da Notorious Pictures – il nuovo lavoro di Peter Marcias “Uomini in marcia”, un film prezioso che raccoglie cento anni di lotte per il lavoro in Italia: un viaggio nelle campagne e nelle fabbriche, nelle Isole, al Nord e al Sud del paese. Un racconto corale che unisce testimonianze d’archivio e nuove interviste, con il contributo di due grandi protagonisti del cinema internazionale, probabilmente i più autorevoli cineasti a misurarsi con i temi del lavoro: Ken Loach e Laurent Cantet. Per il compianto regista francese, scomparso poco più di un mese fa, si tratta di una delle ultime apparizioni pubbliche.

Uomini in marcia trova il suo innesco in Sardegna, dove 27 comuni del Sulcis Iglesiente, nei primi anni Novanta, diedero vita a una protesta di massa dapprima nel territorio e poi a Roma. Il film ha debuttato lo scorso ottobre in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma (Selezione Ufficiale, “Special Screening”).

«Rimasi colpito – spiega Peter Marcias – dai materiali degli archivi del Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria, che su quella vicenda aveva già avviato un importante lavoro di raccolta di testimonianze e documentazione. Ma poi mi chiesi: cosa è successo prima di quell’evento? E cosa sta accadendo ora? Da quel momento in poi ho iniziato a “disturbare” e interrogare lavoratori, sindacalisti, politici, professori di diritto, registi, cantanti, per farmi raccontare il mondo del lavoro in Italia.»

Uomini in marcia – prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni in collaborazione con RAI Cinema – vuole essere uno sguardo indietro al recente passato, per marciare insieme a chi ha combattuto e difeso un diritto, vitale e fondamentale, oggi sempre più negato e svilito nel suo significato etico: quello al lavoro e alla sua dignità. Voci di lotta, interviste, riflessioni vibrano nel magma fluttuante delle immagini di repertorio, a ricordarci che la storia siamo noi.

Insieme alle testimonianze di Ken Loach (inflessibile narratore della workingclass) e di Laurent Cantet (autore dallo sguardo veramente incisivo che osa temi durissimi come lo scontro sociale e generazionale insieme) e alle voci di Peppino La Rosa, Giampaolo Puddu, Bruno Saba, Antonello Cabras, Salvatore Cherchi, la voce narrante principale è quella di Gianni Loy, professore di diritto del lavoro all’Università di Cagliari dal 1975 al 2014, scrittore e poeta.

“Uomini in marcia” sarà accompagnato dal regista e parte del cast nelle date che seguono:

Cagliari, cinema Odissea, sabato 1 giugno

Sassari, Cityplex Moderno, domenica 2 giugno

Oristano, cinema Ariston, domenica 2 giugno

Iglesias, cinema Madison, lunedì 3 giugno

Uta, cinema  delle Vittorie , lunedì 3 giugno

Roma, cinema Farnese, martedì 4 giugno

Milano, cinema Palestrina, lunedì 10 giugno.

Giovedì 9 maggio, alle 19.00, nella giornata inaugurale del XXXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto Fiere, presso lo stand della Regione Autonoma della Sardegna, ospitato nel padiglione 2 K114-L113, verrà presentato il libro “La Nostra Marcia”, di Sandro Mantega, Antonangelo Casula, Tore Cherchi e Peppino La Rosa.

Il libro ricorda marciatrici e marciatori, descrive il contesto, racconta e documenta la Marcia per lo Sviluppo del Sulcis Iglesiente, partita il 19 ottobre 1992 da Teulada e giunta a Roma l’8 dicembre.

«L’obiettivo oggi è quello di incontrare i nostri conterranei e di ricordare e raccontare quella storia e i suoi protagonisti con uno
sguardo attento anche al nostro tempo – dice Peppino La Rosa, protagonista della Marcia e uno dei quattro autori del libro -. Vivo già l’emozione di questi incontri al Salone del libro prima e di seguito presso l’associazione dei sardi “Antonio Gramsci”. Mi piace segnalare anche la prevista partecipazione dell’assessore regionale della Cultura Ilaria Portas, del sindaco di Carbonia Pietro Morittu, dell’assessora della Cultura del comune di Carbonia Giorgia Meli, dell’assessora della Cultura del comune di Iglesias Claudia Sanna e del consigliere comunale di Iglesias Alberto Francu. Rivolgiamo un caloroso invito a quanti hanno la possibilità, di partecipare alla presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, nello stand della Regione Autonoma della Sardegna, padiglione 2 K114-L113», conclude Peppino La Rosa.

Giovedì 2 maggio, alle ore 18.00, al Cine-Teatro Centrale di Carbonia è in programma la proiezione in anteprima del film “Uomini in marcia” di Peter Marcias (Italia 2023, 75’) alla presenza del regista.
L’appuntamento, a ingresso gratuito, è realizzato dal CSC Carbonia della Società Umanitaria in collaborazione con Associazione Amici della Miniera e Coop Lilith – Sezione di Storia Locale e con il patrocinio del comune di Carbonia.
Il film nasce, in origine, su un progetto del Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria ispirato dalla marcia per lo sviluppo del Sulcis Iglesiente del 1992.
Uno sguardo indietro, al recente passato, per marciare insieme a chi ha combattuto e difeso un diritto, vitale e fondamentale, oggi sempre più negato e svilito nel suo significato etico: quello al lavoro e alla sua dignità. Voci di lotta, interviste, riflessioni vibrano nel magma fluttuante delle immagini di repertorio, a ricordarci che la storia siamo noi. Un viaggio istruttivo, fra sacrifici e scioperi, solidarietà e battaglie, operai e sindacati, contro diseguaglianze e ingiustizie: parole e concetti da non disperdere soprattutto oggi, al tempo precario della gig economy.
Insieme alle testimonianze di Ken Loach e di Laurent Cantet e alle voci di Peppino La Rosa, Giampaolo Puddu, Bruno Saba, Antonello Cabras, Antonello Pirotto, Salvatore Cherchi, la voce narrante principale è di Gianni Loy, professore di diritto del lavoro all’Università di Cagliari dal 1975 al 2014, scrittore e poeta. I ricordi delle battaglie dei lavoratori del Sulcis Iglesiente riportano la sua mente dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri.

Una numerosa rappresentanza degli studenti delle classi del triennio degli istituti superiori presenti nella città di Carbonia (Istituto di Istruzione Superiore Beccaria, Istituto Statale Professionale E. Loi, Istituto di Istruzione Superiore G.M. Angioy, Istituto di Istruzione Superiore Amaldi-Gramsci) ieri mattina ha partecipato con interesse, entusiasmo e curiosità alla presentazione del libro “La nostra marcia”, edito da Giampaolo Cirronis, alla presenza del sindaco Pietro Morittu, dell’assessora della Pubblica Istruzione Antonietta Melas e degli autori: Peppino La Rosa, Tore Cherchi, Antonangelo Casula, Sandro Mantega. Sono intervenuti anche alcuni protagonisti della marcia: Antonello Pirotto, Roberto Puddu, Riccardo Cardia, Rino Barca, e il professor Andrea Corrias.
L’evento, organizzato dal comune di Carbonia e svoltosi presso l’Aula Magna dell’Istituto di Istruzione Superiore Beccaria, è stato un prezioso momento formativo per valorizzare la memoria storica della città, promuovendo un’iniziativa rivolta ai giovani studenti per favorire la conoscenza della storia del Novecento, rievocando una pagina indelebile per tutti noi: la storica marcia per lo sviluppo economico e dell’occupazione realizzata nel Sulcis Iglesiente dal 19 ottobre al 15 dicembre 1992. Un’occasione per mantenere sempre viva la memoria degli uomini e delle donne che hanno lottato per lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche del Sulcis Iglesiente.

L’Amministrazione comunale di Carbonia, nell’ambito della valorizzazione della memoria storica della città, ritiene importante promuovere iniziative rivolte ai giovani studenti per migliorare la conoscenza della storia del novecento che ha avuto per protagonisti le comunità del nostro territorio.
L’obiettivo è quello di mantenere viva la memoria degli uomini e delle donne che hanno lottato per lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche del Sulcis Iglesiente.
A tal fine, venerdì 5 aprile 2024, dalle ore 9.30 alle 11.30, si svolgerà un convegno organizzato dall’assessorato delle Politiche Giovanili e dall’assessorato della Pubblica istruzione che avrà per tema la storia della marcia per lo sviluppo economico e dell’occupazione realizzata nel Sulcis Iglesiente dal 19 ottobre al 15 dicembre 1992.
L’evento, destinato agli studenti delle classi del triennio degli Istituti superiori presenti in città, si svolgerà presso l’aula magna dell’Istituto di Istruzione Superiore “Beccaria”.
Illustreranno gli avvenimenti storici di cui sopra gli autori del libro “La nostra marcia”: il prof. Peppino La Rosa, l’ingegnere minerario Tore Cherchi, Antonangelo Casula sindaco di Carbonia dal 1990 al 2001, il giornalista Sandro Mantega, autori del libro “La nostra marcia”.
Oltre gli autori citati, saranno presenti il sindaco Pietro Morittu e l’assessora della Pubblica Istruzione prof.ssa Antonietta Melas.
Parteciperanno all’iniziativa una rappresentanza di studenti degli Istituti Superiori presenti in città:
Istituto di Istruzione Superiore Beccaria, Istituto Statale Professionale E. Loi;
Istituto di Istruzione Superiore G.M. Angioy, Istituto di Istruzione Superiore Amaldi-Gramsci..

Venerdì 27 ottobre, alle ore 18.00, presso la Sala Fabio Masala dello Spazio Ex-Di’ Memorie in Movimento – La Fabbrica del Cinema verrà presentato il nuovo libro di Antonio La Rosa dal titolo “Vivo dove sto”, un’edizione limitata a 1.000 copie, contenente una raccolta di pensieri poetici, bozzetti e uno speciale segnalibro ricavato da una grande tela, dipinta e poi tagliata in mille pezzi dall’autore. L’evento è organizzato in collaborazione con il Comune di Carbonia.
A dialogare con l’autore saranno Marco Loi e Peppino La Rosa.
La serata prevede anche una performance dell’autore la proiezione di un breve video che racconta la residenza artistica di Antonio presso l’ex Cartiera della Zecca di Stato di Roma, in cui ha realizzato i millesimi che si trovano dentro il libro.
Antonio La Rosa (Calasetta, 1976) è un libero pensatore, un artista: ha recitato nei teatri italiani per quindici anni e oggi vive a Roma dove dedica il suo tempo in prevalenza alla scultura, alla pittura e scrittura di aforismi e pensieri poetici.
La sua ricerca artistica verte sugli equilibri instabili e sulla sospensione funambolesca dell’umanità nell’era contemporanea.
Nel 2015 ha pubblicato il suo primo libro dal titolo “Pensieri sparsi fra equilibri instabili”, che racchiude esperienze artistiche e di vita.
Nel 2019 è stato scelto al fine di realizzare un monumento commemorativo per i cinquecento anni dalla scomparsa di Leonardo da Vinci e nello stesso anno ha ricevuto il premio Ponte Vecchio a Firenze.
Negli anni, espone sotto il patrocinio dei comuni sia di Cagliari sia di Roma come nelle città di Milano Piacenza, Catanzaro, Porto Rotondo, Porto Cervo, Nizza e le sue opere sono entrate in diverse collezioni private di fama.
“Vivo dove sto”, edito da Pavart, è la sua seconda raccolta di pensieri.