Le contraddizioni della Sanità nel Sulcis che scopre i tumori ma non potrà curarli – di Tore Arca
È indubbiamente lodevole e molto importante la notizia, apparsa nel quotidiano L’Unione Sarda, sabato 26 ottobre che, nella nostra Asl 7, dal 4 novembre al 9 dicembre, si attiva la prevenzione
con screening oncologici per una diagnosi precoce dei tumori di mammella, utero e colon-retto in 15 comuni del Sulcis Iglesiente.
Siamo di fronte ad un primo gruppo di comuni ai quali, si presume, seguiranno gli altri 9 Comuni, con una popolazione complessiva di 117.780 ab. (01/01/2026 – Istat), di cui gli over 65 sono mediamente per singolo comune circa il 30%.
Con queste indagini ci saranno, presumibilmente, risultati concreti sulla percentuale di cittadini, donne e uomini, che non sanno ancora d’avere un tumore maligno.
Paradossalmente questi dati ci daranno una valutazione certa di quanto purtroppo sia oggi decaduta la nostra sanità.
Con lo screening, attraverso l’analisi dei campioni, si potrà individuare precocemente il cancro del colon-retto sulla popolazione di maschi e femmine tra i 50 e 70 anni.
Le persone con la presenza di sangue occulto, infatti, dovranno eseguire un altro esame: la colonscopia.
È qui che nasce il primo problema. Se dopo aver esaminato circa 2000 persone, su 100 di queste dovessero trovare tracce di sangue nelle feci, dove potrebbero andare per effettuare la colonscopia?
Perché, da quanto è dato di conoscere, il nostro sistema ospedaliero, per effettuare esami endoscopici del colon, è già sovraccarico di lavoro e l’appuntamento per l’esame può essere fissato anche a distanza di molti mesi.
Insomma: è possibile che l’aumento della di domanda accertamenti manderà in crisi il servizio di endoscopia.
Il Secondo tumore è il cancro alla mammella. Dovrebbe trattarsi di uno screening mammografico per individuare precocemente i tumori al seno.
Lo screening si rivolge a donne tra i 45 e 74 anni.
L’esame, è noto, si esegue con uno strumento radiologico che si chiama “mammografo”.
I medici radiologi, per un eventuale ulteriore accertamento, dovranno completare lo studio con una ecografia e risonanza magnetica e, se serve, con la TAC.
Ora, supponiamo che su 2.000 donne sottoposte a screening, 100 abbiano immagini sospette alla mammografia; in questo caso si pone il quesito: il nostro sistema ospedaliero ha le strutture
per studiare ora come ora 100 pazienti in più?
Perché, nel caso in cui venga accertata la presenza di un tumore alla mammella, subentrano i veri problemi. Dove e quando si potrà effettuare la necessaria chemioterapia o l’intervento?
Sappiamo che molte donne del nostro territorio devono rivolgersi all’spedale Businco di Cagliari, perché la nostra struttura ospedaliera, per quanto ottima, non le può accudire tutte.
Il terzo tumore della campagna di screening è il cancro del collo dell’utero.
Questo screening si rivolge a donne tra i 25 e 30 anni che effettuano il PAP test e si estende fino a donne di 64 anni per un altro test: lo HPV- DNA, alla ricerca del papilloma-virus.
Nei casi dubbi si esegue anche la colposcopia e la biopsia e, nei casi istologicamente accertati, si eseguono ulteriori esami come Risonanza Magnetica e TAC.
Nel merito, supponiamo che su 4000 donne sottoposte allo screening, ve ne siano 400 con quadro sospetto, abbiamo il personale sufficiente tra Ginecologi, ostetriche e radiologi per
poterle seguire?
Immaginiamo che in questa campagna di screening, si ribadisce, lodevolissima, si individuino:
– 100 tumori mammari;
– 100 uterini;
– 100 del colon-retto.
Come potrà la ASL 7 seguire completamente questi 300 pazienti?
Qui sta il problema per la nostra ASL, perché è sicuramente capace di scoprire i tumori, ma purtroppo non è più nelle condizioni di curare il cancro di mammella e di utero.
Se coloro che hanno un vissuto nella Asl 7, guardano all’evoluzione della nostra storia ospedaliera la situazione oggi è paradossale: gli ospedali di Iglesias e di Carbonia fino a circa 15 anni fa avevano specialisti e Primari chirurghi capaci di eseguire la mastectomia radicale, la isterectomia radicale, la amputazione del retto con la colectomia per cancro.
Ad Iglesias abbiamo avuto bravi chirurghi come il dr Antonio Tuveri che li operava regolarmente.
A Carbonia, abbiamo avuto il dr. Pietro Chessa, chirurgo della mammella e del colon-retto. Poi venne la dottoressa Antonella Piredda, della stessa scuola oncologica, che fino a pochi mesi fa operava il cancro di mammella con le tecniche più avanzate in Italia e trattava regolarmente il cancro del colon-retto.
Ricordiamo poi il chirurgo ginecologo professor Antonio Macciò, che operò un’infinità di tumori dell’utero fino al 2010 circa.
Oggi, purtroppo, c’è una conclamata assenza di servizi e prestazioni che non esistono più.
I nostri malati di cancro sono diventati migranti quotidiani alla ricerca di cure altrove.
È questa una situazione non solo paradossale ma perfino irrazionale per gli abitanti del Sulcis
Iglesiente, Abbiamo bisogno che, con l’invecchiamento della popolazione, e l’inevitabile aumento dei tumori, quelle strutture chirurgiche vengano ripristinate quanto prima.
Dietro questa situazione ci sono molte colpe.
È un danno maturato nel corso degli ultimi 15-20 anni. Non è certamente attribuibile agli ultimi dirigenti della ASL.
Oggi è però una responsabilità che riguarda sia chi dirige l’Azienda Azienda Socio-sanitaria del Sulcis Iglesiente che i 24 sindaci e quindi la Conferenza Territoriale Sanitaria e Socio-Sanitaria
che ha la funzione di discutere le strategie, i bilanci e le criticità della nostra sanità.
Tore Arca
Cittadino della Provincia del Sulcis Iglesiente
NO COMMENTS