6 August, 2026
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In Sanità stiamo pagando le conseguenze di fatti politici avvenuti 34 anni fa, in seguito all’indagine di “Mani pulite” del 1992. Fu allora che si misero le basi della distruzione del Sistema Sanitario Nazionale inventato da Tina Anselmi nel 1978. Nel 1992 avvennero fatti talmente gravi che ebbero come esito la distruzione della “Prima Repubblica” e il passaggio alla “Seconda Repubblica”. Nel corso di quella transizione il Sistema Sanitario fu sottoposto ad una procedura di revisione politico-gestionale che comportò l’eliminazione dei rappresentanti politici locali dalle USL. Ciò fu causa della progressiva decadenza degli apparati sanitari territoriali; la massima vittima di quei fatti furono gli ospedali provinciali. Lo confermano le tesi pubblicate in questi giorni da illustri costituzionalisti, politologi e sociologi.
Secondo le recenti pubblicazioni di Luciano Canfora e Sabino Cassese, per capire cosa avvenne, si deve porre attenzione al susseguirsi di fatti storici determinanti.
In sequenza sono questi: la Prima Repubblica, nata nel 1946, e perfezionata colla Costituzione del 1948, obbligava i rappresentanti politici eletti al rispetto delle regole della “democrazia”. In democrazia lo strumento fondamentale che garantisce l’uguaglianza fra tutti è la “legge elettorale”. A sorvegliarne la corretta applicazione all’inizio furono Giuseppe Saragat, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.
Secondo quei tre leader i “partiti politici” sono il legittimo raccordo fra il popolo elettore e lo Stato; ad essi spetta il compito di far rispettare la Costituzione e soprattutto quello di sorvegliarne la corretta applicazione. L’articolo 48 della Costituzione impone che il voto espresso da ogni elettore debba essere “uguale… libero…segreto…personale”. In sostanza dice che l’elettore deve poter esprimere la propria scelta in piena libertà senza pressioni esterne; pertanto la sua decisione deve essere segreta, e non può essere delegata a nessuno. Nessuno può prendere decisioni al suo posto. Ne deriva che una volta espresso il voto nessuno possa modificare l’indirizzo che l’elettore vuole dare alla politica governante. Questo principio poteva essere assicurato solo in un modo: imponendo il sistema elettorale “proporzionale puro”. Il partito politico che prendeva più voti andava al governo, solo od associato. Gli elettori, per Costituzione, detenevano il potere di scegliere sia il partito sia il nome del candidato da mandare in Parlamento. Ciò comportò la forte crescita del numero di partiti politici e l’intensa competizione fra di loro per acquisire il più alto numero possibile di voti. Gli elettori, consci del proprio potere di indicare il candidato prescelto avevano capito di avere il potere di “contrattare” con esso il programma politico più vantaggioso. Se il candidato al Parlamento accettava di rappresentare le esigenze dell’ elettore ne otteneva la “fiducia”.
Per la prima volta nella storia il potere non era più ereditario o divino, ma era realmente “popolare” e fu il “popolo” a prendere, per la prima volta, le decisioni sul servizio pubblico più costoso per lo Stato: la Sanità pubblica.
La legge più importante della storia, dopo la Costituzione, fu la legge di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale di Tina Anselmi approvata in Parlamento il 30 dicembre del 1978. La legge istituì le USL (Unità Sanitarie Locali). Nel nostro territorio avemmo la USL 16 (di Iglesias) e la USL 17 (di Carbonia).
I Consigli di Amministrazione erano formati da rappresentanti dei consigli comunali del Sulcis Iglesiente. Quei consigli votarono al loro interno il nome del Presidente della USL. Come primo atto i nuovi Consigli di amministrazione instaurarono stretti rapporti con il “Consiglio dei sanitari”. Questo era formato da tutti i primari dei reparti ospedalieri, da rappresentanti degli aiuti e assistenti medici, da rappresentanti degli infermieri, degli amministrativi e dei medici di base del territorio. Dato il vastissimo campo di consultazione la popolazione, tramite i propri rappresentanti politici locali, era immediatamente messa a conoscenza degli atti sanitari deliberati dall’Amministrazione. Nel caso in cui il Presidente e il Consiglio di Amministrazione fossero stati degli inetti, i cittadini avrebbero potuto farli crollare col voto dei propri Consigli comunali. Tutte le Amministrazioni delle USL furono efficienti: avevano preso in mano il povero apparato sanitario del dopoguerra e lo avevano migliorato fino a raggiungere obiettivi eccellenti. Questo durò finché durò la Prima Repubblica; cioè fino al 1994.
I partiti politici di allora sorvegliarono la corretta applicazione della Costituzione poi, a causa dei fatti del 1992, fu necessario apportare qualche modifica al sistema elettorale, al fine di migliorare la stabilità dei Governi.
Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica avvenne in modo drammatico dopo lo scandalo suscitato dall’operazione “Mani pulite” condotta da un pool di magistrati inquirenti di cui il più noto fu Antonio di Pietro. Tutto iniziò il 17 febbraio 1992. Quel giorno l’ingegner Mario Chiesa, consigliere comunale socialista al comune di Milano venne arrestato, colto in flagranza, mentre incassava una somma di danaro pagata illegalmente in cambio di favori illeciti. Le indagini per corruzione si estesero su tutto il territorio nazionale e su tutti i partiti politici fino ai più alti dirigenti. La conseguenza più grave fu l’incriminazione del segretario del Partito Socialista italiano Bettino Craxi. Il suo rinvio a giudizio lo indusse a riparare in Tunisia fino alla morte avvenuta il 19 gennaio 2000. Quasi tutti i capi politici degli altri partiti che avevano formato i governi nazionali furono coinvolti. Il governo crollò e con esso scomparvero grandi partiti come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Liberale, e avvenne il cambio di nome e delle gerarchie anche nei partiti che non erano coinvolti.
Nell’opinione pubblica di allora i partiti politici vennero moralmente condannati, come se fossero stati assimilabili a centri di corruzione; la fiducia accordata fino ad allora fu azzerata. Tale fenomeno generò un effetto secondario che allora non venne ben valutato: con la scomparsa dei partiti più popolari scomparve anche il tramite attraverso cui il popolo poteva avanzare le sue richieste politiche ai Governi.
Si ruppe il solo rapporto diretto fra gli italiani e lo Stato. Questo passaggio è importante per capire i meccanismi attraverso cui la Sanità pubblica si era avviata nella strada di importanti trasformazioni
gestionali. I fatti che cambiarono la storia della Sanità furono tre.
– Primo: col crollo del governo nell’aprile 1992 si procedette a nuove elezioni politiche e il 28 Giugno 1992 entrò in carica il Governo Amato. Esso doveva governare avendo la consapevolezza che il popolo non aveva più fiducia nei partiti politici. Giuliano Amato affrontò questa nuova condizione con una drastica decisione: eliminò i politici dalla gestione diretta della cosa pubblica e introdusse al loro posto figure burocratiche con poteri decisionali. La “cosa pubblica” più costosa di allora era il Sistema Sanitario Nazionale e su di esso l’intervento fu durissimo. Amato e De Lorenzo produssero la legge 502/1992 in cui le USL (unità sanitarie locali) vennero trasformate in ASL (Aziende Sanitarie Locali). Quella legge eliminò la figura del Presidente della USL e il Consiglio di Amministrazione che, come è noto, era formato dai sindaci del territorio o da loro delegati consiglieri comunali. Al loro posto venne istituita la figura del “Manager”. Costui rispondeva solo all’assessore regionale alla Sanità e non doveva avere rapporti con i politici dei Comuni. Con questo atto fu tolta alle popolazioni delle ASL qualunque rappresentanza. Ne conseguì che il popolo perse il potere di controllo sulle ASL e tutto il potere decisionale venne concentrato nelle mani di un singolo individuo “non eletto”: il Manager. Il deputato democratico al parlamento degli Stati Uniti, Bernie Sanders, criticando in un libro i comportamenti simili assunti dal suo attuale Governo, ha definito questo meccanismo col termine “oligarchia”, che è il contrario di “democrazia”.
– Secondo: Mario Segni fece indire un referendum abrogativo che si tenne ad aprile 1993. Stravinse col 92% delle preferenze. Il risultato di quel referendum fu la causa vera del passaggio alla Seconda Repubblica: sancì la fine del sistema elettorale proporzionale puro e aprì la strada al “sistema maggioritario” istituendo il “premio di maggioranza”. Lo scopo cercato da Mario Segni era una maggiore stabilità dei Governi. Quello scopo venne parzialmente raggiunto ma portò con sé un effetto secondario che andrebbe considerato e cioè: la perdita di una notevole parte di potere decisionale (kratos) del popolo (demos) e quindi una reale riduzione di democrazia. Queste sono valutazioni che stanno emergendo da studi attuali di costituzionalisti e sociologi. Il nuovo “sistema elettorale maggioritario”, associato alle “liste bloccate”, ebbe l’effetto di ridurre il potere dell’elettore di scegliersi il candidato di fiducia. Quel potere era stato trasferito dalle mani dell’elettore a quelle dei vertici dei Partiti. Con la grave riduzione della percentuale di votanti associata al premio di maggioranza (voluto al fine di migliorare la governabilità ma al prezzo di ridurre una quota di democrazia rappresentativa) può aversi l’effetto che le elezioni possano essere vinte da una minoranza dell’elettorato globale. Pertanto, potrebbe succedere che la maggioranza della popolazione non abbia rappresentanza al governo. I vincitori potrebbero essere legittimati a governare pur contando su un basso numero di voti rispetto alla dimensione della massa degli aventi diritto al voto. Ciò potrebbe creare una discrepanza tra la volontà della massa popolare e le decisioni di chi governa; in questo contesto potrebbe accadere che l’attuale sistema sanitario in fallimento possa persistere nonostante la scontentezza della maggioranza della popolazione. Tutto era iniziato quando il popolo, sentendosi esautorato dal controllo diretto, anche sulla Sanità, attraverso i suoi rappresentanti scelti, cominciò a disaffezionarsi dal partecipare alle consultazioni elettorali. «L’attuale drammatico crollo della partecipazione popolare al voto testimonia la gravità della crisi» (Luciano Fontana sul Corriere della Sera del 21.06.26). La contemporaneità tra crollo dei partecipanti al voto, il cambiamento del sistema elettorale, e la crisi profonda della Sanità pubblica è testimoniata da questi dati:
– Alle prime elezioni politiche del 1948 votarono il 93,5 % degli italiani aventi diritto;
– Tale percentuale si mantenne quasi immutata fino alle ultime elezioni col proporzionale puro.

– Dopo le variazioni alla legge elettorale indotte dal referendum del 1993, l’ingresso del Sistema elettorale maggioritario con i premi di maggioranza, e le “liste bloccate” si è assistito ad un progressivo calo dei votanti alle elezioni politiche.
– Nel 2022 votò soltanto il 48% degli italiani aventi diritto. All’interno di questo 48% soltanto il 24% degli aventi diritto ha espresso il governo (per effetto del premio di maggioranza).
Ne consegue che il Governo, qualunque sia il suo colore politico, possa governare con una base di legittimità elettorale di fatto minoritaria sull’intera popolazione.

– Terzo: con quel referendum del 1993 passò anche un un altro quesito per effetto del quale vennero sottratte alle USL le competenze in materia di Igiene, Sanità pubblica e controlli ambientali. Tale referendum, assieme alle riforme parallele delle leggi 502/1992 e 517/1993 le USL subirono una radicale trasformazione gestionale passando da Enti dipendenti dai Comuni a vere e proprie Aziende con autonomia contabile e manageriale, diventando le attuali ASL. Sotto l’emozione degli scandali di quegli anni avvenne che la popolazione, votando in quel modo, negò a se stessa la possibilità di interferire sulla gestione della Sanità pubblica.
Quali differenze si possono registrare tra il periodo di 14 anni compreso tra il 1978 e il 1992 (legge Tina Anselmi) e il periodo di 34 anni tra il 1992 e oggi?
Le differenze sono sostanziali e drammatiche. Nel primo periodo (quello della Sanità gestita dai sindaci) avvennero grandi miglioramenti della sanità locale. In quegli anni, gli ospedali di Carbonia e Iglesias crebbero in qualità e quantità di servizi specialistici. All’inizio esistevano solo i reparti di Medicina, Chirurgia, Traumatologia e Ginecologia. In quei 14 anni comparvero per la prima volta i reparti di: Urologia, Nefrologia e Dialisi, Cardiologia, Neurologia, Psichiatria, Pediatria, Chirurgia pediatrica, Endoscopia digestiva, Emodinamica, Otorinolaringoiatria, Radiologia interventistica, Laparoscopia, Ecografia, Rianimazione, Pronto Soccorso autonomo; comparvero inoltre numerosi primariati e vennero assunti nuovi medici specialisti e infermieri laureati.
La spinta ad evolvere era stata data dai Comitati di gestione, formati dai sindaci, e dal Consiglio dei sanitari. I Primari facevano proposte innovative che i sindaci accettavano e finanziavano. La popolazione non doveva più viaggiare per cercare cure innovative.
Furono gli anni in cui, sotto quella spinta popolare, politica e medica, in tutta la Sardegna si fece un gigantesco passo in avanti verso una sanità moderna. Fu allora che Emanuele Sanna, il giovane sindaco di Samugheo (OR), medico, arrivato a dirigere l’assessorato della Sanità e il Consiglio regionale, concepì e fece aprire l’Ospedale Brotzu di Cagliari. Lo fece con l’obiettivo di creare un centro di eccellenza dedicato ai trapianti, alla neurochirurgia e cardiochirurgia. Egli fu la sintesi perfetta dell’ambiente politico, morale e culturale ispirato dall’idea della Riforma sanitaria di Tina Anselmi.
Poi venne il 1992, e con esso arrivò la distruzione di quell’idea e di tutto ciò che ne era nato. I politici che gestirono il passaggio epocale dalla Prima alla seconda Repubblica cedettero alle suggestioni negative del tempo e cercarono di porvi riparo. Ne conseguì la scomparsa di partiti politici essenziali e, con essi, la scomparsa del raccordo tra popolazione e Stato. Una volta esclusi i sindaci e i partiti dalla gestione diretta del Servizio pubblico si procedette all’istituzione di nuovi apparati burocratici che sostituirono i Consigli di amministrazione politici. Il destino della ASL venne affidato ad un’unica persona, il Manager, passando da una gestione democratica ad una oligarchica. L’apparato amministrativo ebbe il dovere di rispondere solo a quella autorità e ne nacque una struttura burocratica con forte autonomia gestionale. Esiste, inoltre, un’ulteriore grande struttura burocratica regionale che si interpone tra i politici regionali e le ASL, e si occupa di tutto: di contabilità, di organizzazione amministrativa e sanitaria, di acquisti, di assunzioni, di concorsi e di rapporti con la Regione. Anch’essa ha una forte autonomia e potere decisionale. Di fatto è un nuovo centro di potere (non elettivo), che si interpone tra Regione e popolazione, ed ha un contratto di dipendenza perenne dalla Regione.
I medici e gli infermieri in tutto il Sistema sanitario oggi hanno solo funzioni di esecutori di prestazioni assistenziali sotto il comando del manager. Su di essi è aumentato il carico burocratico all’interno del sistema digitale della ASL. Il contatto umano tra popolazione utente e la ASL avviene attraverso il Cup (Centro unico di prenotazione). Ogni richiesta finisce in un elenco per impegni futuri. Ne sono nate le “liste d’attesa”.
A carico degli ospedali del nostro territorio oggi dobbiamo registrare il ridimensionamento di reparti specialistici, la riduzione dei posti letto, la riduzione di medici specialisti, la scomparsa di molti primariati, l’ipertrofia dei Pronto soccorso e l’aumento delle ambulanze per il trasferimento degli ammalati presso gli ospedali di Cagliari. Gli ospedali provinciali hanno visto diminuire le loro funzioni. Molte di queste sono state assunte dagli ospedali cagliaritani.
Il Brotzu, che era nato per affrontare patologie rare e complesse oggi viene affollato da nostri pazienti richiedenti cure per patologie comuni. Per affrontare questa massa di utenti esiste il progetto di edificare un nuovo padiglione che conterrà 12 nuove sale operatorie in aggiunta alle 20 già esistenti. Sta avvenendo l’accentramento della sanità ospedaliera a Cagliari e l’impoverimento degli ospedali provinciali come il Sirai e CTO.
Sta avvenendo esattamente il contrario di quanto voluto nel 1978 da Tina Anselmi. Esiste una soluzione? Come dice Bernie Sanders nel libro “Contro l’oligarchia”, sarebbe utile “ricostruite il senso dell’orgoglio in difesa di se stessi”.
Per uscire dalle secche in cui si è arenata la Sanità pubblica, ci serve che si trovi il modo per indurre gli italiani a riavvicinarsi di nuovo ai seggi elettorali. Inoltre, sarebbe utile dare maggiori attribuzioni ai sindaci affinché possano partecipare, in prima persona, alla gestione democratica della Sanità pubblica.
Ciò equivarrebbe alla ricostituzione di un ponte di raccordo fra i cittadini e lo Stato.

Mario Marroccu

Oggi, 2 giugno 2024, è l’anniversario del giorno in cui si tenne il referendum per la scelta istituzionale Monarchia/Repubblica e vennero eletti i deputati che avrebbero scritto la Costituzione per ridare un’anima unica all’Italia. Oggi è il giorno adatto per iniziare la lettura del libro “di Uomini e di Diavoli” scritto dall’avv. Luigi Pateri e riflettere sui rimaneggiamenti che si stanno per fare su alcuni articoli della Costituzione.
Il libro racconta una storia di banditismo il cui “demone” fu il “Separatismo” siciliano. Esistono due personaggi di fantasia, il capitano Peralta e Rosa, che fungono da filo d’Arianna per orientare il lettore in una vicenda estremamente complessa. Il periodo storico è quello dell’Italia negli gli anni compresi fra il 1943 e il 1950: gli anni cruciali in cui si succedettero la tragedia finale della Seconda guerra Mondiale, il dramma economico e sociale, l’avanzata degli Alleati, la fine della monarchia, la guerra civile e molti governi provvisori (2 governi Badoglio, un governo Bonomi, un governo Parri, 5 governi De Gasperi). Il subbuglio, l’incertezza e l’instabilità politica di quegli anni generò in Sicilia il fenomeno criminale del banditismo separatista.
La prima parte del libro contiene il racconto fedele della vicenda del bandito Salvatore Giuliano. La seconda parte è frutto di una ricerca eseguita sui documenti riguardanti le indagini per il processo per la morte di Giuliano; in essa si adombrano molti sospetti sulla reale identità dei mandanti della strage di “Portella della Ginestra”. Questa parte del libro è estremamente inquietante e getta l’ombra del sospetto su tante vicende successive, fino a lambire il nostro tempo.
I numerosi atti criminali, ineguagliabili per numero e ferocia in tutta la storia italiana del 1900, provocarono l’assassinio di 151 carabinieri, circa 40 poliziotti e centinaia di privati cittadini, politici e sindacalisti.
Il libro esce, molto opportunamente, in un momento molto delicato in cui si sta andando ad eseguire un complesso intervento “chirurgico demolitivo e ricostruttivo”, quindi trasformativo, a carico degli articoli 116 e 117 della Costituzione: gli articoli che definirono le Regioni ad Autonoma Speciale e l’istituzione del “Fondo Perequativo” tra di esse. La strage di Portella della Ginestra avvenne proprio nel momento in cui i Padri Costituenti, nel 1947, stavano scrivendo quegli articoli della Costituzione Italiana, con il fine di mantenere integro il corpo della Stato, della Nazione e del suo territorio.
Per entrare nello spirito del libro è necessaria una premessa storica. L’oggetto del racconto è costituito dalle circostanze che portarono all’attentato che si concluse con la strage di Portella della Ginestra, il Primo Maggio 1948, festa dei lavoratori. Tale festa era stata soppressa durante il ventennio fascista e ripristinata con legge del 1946 (Alcide De Gasperi). Era la prima festa del Primo Maggio dopo l’Era Fascista. L’anno della strage, il 1947, sta in mezzo, tra i due anni più importanti per la ricostruzione dello Stato italiano: il 1946, anno del Referendum, e il 1948, anno di promulgazione della Costituzione Italiana. Il 2 giugno 1946 si celebrò il Referendum Istituzionale (Monarchia/Repubblica) e l’elezione per la nomina dell’Assemblea Costituente che aveva il compito di redarre la madre di tutte le leggi.
Nel gennaio 1948 venne promulgata la Costituzione italiana e vennero varate le prime tre leggi ritenute più urgenti: la numero 1 riguardava il funzionamento delle Corte Costituzionale; la Numero 2 dichiarava l’Autonomia Speciale della Sicilia; la numero 3 dichiarava l’Autonomia speciale della Sardegna. Nella Costituzione, agli articoli 116 e 117 (titolo V), erano state indicate le 5 Regioni con “Autonomia Speciale”: Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta.
Il tema più divisivo, che bisognava risolvere per ricostituire l’unità della Nazione, era la gestione delle comunità regionali che, per varie ragioni, avevano nel loro seno un forte partito indipendentista. Le tre regioni del Nord erano frontaliere ed erano abitate da popolazioni di madre lingua non italiana (Francese, Tedesco, Slavo) e in ognuna esistevano pulsioni al distacco dall’Italia. La Sardegna aveva un partito indipendentista rappresentato dal movimento sardista. Il caso più difficile era rappresentato dalla Sicilia che per ben 700 anni, dal tempo del Normanno Ruggero II, fino ai Borboni, era stata un regno indipendente. Anche nel 1900 la massima aspirazione politica dei siciliani fu quella di ottenere un regno di Sicilia indipendente dall’Italia. Tale aspirazione era coltivata dai nobili proprietari del latifondo.
La nobiltà siciliana era nata con Ruggero II ( 1130) che nominò i Baroni e suddivise fra di loro tutte le terre coltivabili . I Baroni a loro volta le distribuirono ai Vassalli. Le terre potevano essere coltivate dal popolo dei contadini sotto il vincolo di un contratto di mezzadria. I Baroni garantivano ai contadini la difesa del territorio e la loro personale sicurezza; in cambio ricevevano dai contadini le somme corrispondenti all’affitto del latifondo. A tal fine, si era costituita una struttura funzionalmente intermediaria, tra nobili e contadini, rappresentata dagli “esattori”: costoro riscuotevano dai contadini il premio dovuto per la loro protezione, l’affitto spettante ai baroni, il prezzo dell’acqua per l’irrigazione e il prezzo del guardianaggio. Gli “esattori” facevano pagare ai Baroni il prezzo dei loro servigi e della loro “protezione”. La protezione e la riscossione erano compito dei “gabellieri”, i quali a loro volta utilizzavano una manovalanza, spesso selezionata tra la criminalità locale: i “campieri”. Si trattava di uomini armati a cavallo che perlustravano, controllavano e riscuotevano gli affitti, con l’uso della forza se necessario. Tale struttura intermedia dette corpo, poi, alle famiglie e alle “cosche” mafiose.
L’eccesso di potere nel fornire protezione spesso sconfinò nell’azione criminale. Ciò avvenne, soprattutto, per contrastare le richieste di riforma agraria dei contadini.
Nel 1866, sempre per ottenere la “riforma agraria”, esplose una grande rivolta a Palermo: i contadini invasero la città e qui fecero sollevare in armi la popolazione, che fu solidale, per l’assegnazione delle terre del latifondo al popolo. I contadini si erano illusi che Garibaldi fosse giunto in Sicilia per distribuire le terre, successivamente si accorsero che di fatto avevano solo cambiato padrone (dai Borboni ai Savoia). Per sedare la rivolta fu necessario l’impiego delle navi da guerra Sabaude e Inglesi che procedettero al bombardamento della città provocando mille morti. Vennero arrestati molti rivoltosi e alcuni vennero giustiziati.
Politicamente esistevano in Sicilia due tendenze opposte: quella dei Baroni che volevano mantenere lo “statu quo ante”, conservando le terre, e quella dei contadini che volevano appropriarsene per la sopravvivenza. I primi (i Baroni) non avrebbero accettato il nuovo ordinamento democratico repubblicano e, pertanto, erano conservatori e monarchici. I secondi aspettavano l’ordinamento repubblicano e democratico-riformista, pertanto, erano contro la monarchia che garantiva la conservazione dei privilegi ai nobili.
I baroni latifondisti, nel loro interesse, alimentavano il sentimento indipendentista-separatista che propendeva per una Sicilia indipendente dallo Stato italiano e libera di associarsi ad altre nazioni. In quel clima di separatismo indipendentista si era sviluppata l’idea di far diventare la Sicilia uno stato confederato agli Stati Uniti d’America: il 49° stato. Tale idea trovava terreno fertile nella propensione americana di favorire l’idea separatista e annessionista siciliana, perché gli Stati Uniti vedevano nei suoi porti un possibile punto strategico per il controllo del Mediterraneo. Un’idea simile l’avevano anche gli inglesi. L’appoggio internazionale all’idea separatista, e il sostegno interessato dei baroni latifondisti, indussero nei siciliani l’aspirazione alla rifondazione di un regno indipendente della Sicilia come ai tempi di Ruggero II.
L’idea-sogno separatista ebbe una fiammata di entusiasmo quando il 20 giugno 1943 gli Americani conquistarono Pantelleria e ne fecero una loro base per lo sbarco in Sicilia. In quei giorni, a Palermo, si iniziarono a vendere spille raffiguranti la “Trinacria” e la bandiera “a stelle e strisce” americana.
Il 10 luglio 1943 avvenne lo sbarco alleato in Sicilia. Questo fatto fu prodromico a ciò che sarebbe avvenuto 14 giorni dopo, la notte del 24 luglio, con l’ordine del giorno Grandi. Benito Mussolini, esautorato, la sera del 25 luglio venne fatto arrestare. Il Duce rimase in arresto per 57 giorni, fino al momento in cui fu liberato da Otto Skorzeny e messo a capo della Repubblica di Salò in contrasto al “Regno del Sud” con Vittorio Emanuele III a Brindisi.
Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio aveva nominato un governo con a capo il Generale Pietro Badoglio.
Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini venne ucciso a Dongo. Due giorni dopo si suicidò Adolf Hitler. Fu la fine della guerra.
Dal dicembre 1945 il Governo venne presieduto da Alcide De Gasperi fino alla nomina della “Commissione Costituente”; questa venne eletta il 2 giugno 1946, contemporaneamente al “referendum istituzionale Monarchia /Repubblica”.
Vinse la Repubblica e il Re venne esiliato.
In questa temperie della grande Storia si inserisce la storia criminale del bandito Salvatore Giuliano.
N.B.: il 22 giugno 1946 (20 giorni dopo il Referendum) Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, proclamò l’amnistia generalizzata per tutte le violenze perpetrate per motivi politici.

Tra gli amnistiati rientrarono anche i adepti dell’EVIS (l’esercito separatista siciliano) di cui Salvatore Giuliano era componente. Salvatore Giuliano e la sua banda non furono ammessi all’amnistia a causa dei tanti crimini comuni commessi; essi si sentirono traditi e riavviarono la loro guerra contro lo Stato.
La passione di Salvatore Giuliano per il separatismo e il suo odio per l’Italia che percepiva come un governo straniero occupante, gli avevano dato titolo per essere affiliato alla mafia, per assumerne incarichi e per servire la causa separatista della nobiltà siciliana latifondista. Aveva fatto delle caserme e delle stazioni di polizia un suo obiettivo. I suoi nuovi datori di lavoro criminale lo apprezzavano tantissimo per le capacità organizzative, la dote naturale al comando, e lo avevano individuato come leader all’interno dell’Esercito Volontario Indipendentista Siciliano (EVIS) col grado di colonnello. La sua guerra iniziò abbracciando la causa della Sicilia indipendente dallo Stato italiano.
Il Governo italiano, dopo tanti attacchi ad opera dei separatisti avvenuti nel periodo della forte instabilità dei Governi provvisori (1943-1945) dapprima non rispose perché non era in condizioni di farlo; successivamente, con la fine della guerra e con l’avvento del primo Governo De Gasperi, il 10 dicembre 1945, lo Stato rispose: inviò tre divisioni (Sabauda, Aosta, Garibaldi) in Sicilia che dettero la caccia all’esercito EVIS battendolo in battaglia campale a “San Mauro di Caltagirone” il 29 dicembre 1945. Molti separatisti vennero arrestati. Salvatore Giuliano reagì alla sconfitta nel gennaio 1946 attaccando una casermetta di carabinieri e uccidendone 5. Dopo pochi giorni attaccò una stazione dei carabinieri, ne catturò 8 e tentò di instaurare una trattativa per scambiarli con i separatisti detenuti nel carcere di Palermo. Lo Stato non accettò di entrare in trattativa con i criminali e Salvatore Giuliano giustiziò gli 8 militari. Le uccisioni di carabinieri, poliziotti e privati cittadini continuarono. Lo scopo era aprire una trattativa per ottenere l’indipendenza della Sicilia dallo Stato italiano. Nell’anno 1946, il 2 giugno si tenne il Referendum per la scelta della nuova forma istituzionale da dare allo Stato. Seppure per poche migliaia di voti, vinse la Repubblica. Questo fatto mise in forte scompiglio i latifondisti siciliani. Si temeva che, con l’applicazione dei vari decreti del ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo, si potessero costituire le cooperative dei contadini e che questi potessero appropriarsi delle terre incolte possedute dai Baroni.
Chi era interessato a mantenere il latifondo intatto iniziò ad esercitare tutte le pressioni possibili sui Padri Costituenti, che allora stavano scrivendo gli articoli della Costituzione, per indurli a introdurre nella legge l’Indipendenza siciliana. L’indipendenza avrebbe significato per i latifondisti la possibilità di mantenere il potere di fare le leggi future a proprio vantaggio.
Le pressioni sui Costituenti durarono per il 1946 e tutto il 1947.
Il 1947 fu l’anno della strage di “Portella della Ginestra”. Fu la più grande azione violenta contro lo Stato. Tutta la rabbia antipolitica e antisindacale si concentrò nell’agguato del Primo Maggio 1947 contro la festa del Lavoro organizzata dai partiti di sinistra e antifascisti assieme ai sindacati dei contadini. L’esecutore della strage che ne seguì fu Salvatore Giuliano, l’intermediario fu la mafia, ma il mandante è tutt’oggi ignoto.
Salvatore Giuliano ebbe l’incarico di eseguire l’agguato con la massima ferocia e venne rifornito di una mitragliatrice Breda e altri fucili mitragliatori.
Quando nel pianoro di Portella della Ginestra furono presenti almeno 2.000 festanti contadini con le famiglie, e si attendeva il comizio di un politico, le mitragliatrici presero a sparare all’impazzata.
Morirono 11 persone, fra cui 2 bambini; molte decine furono i feriti gravi; anche moltissimi animali da soma, usati come mezzo di trasporto dalle famiglie, vennero uccisi.
Si seppe poi che fra i banditi sparatori vi erano 5 confidenti dell’apparato di giustizia che avevano avvisato sulla prossimità di un grave attentato. Il fatto indusse il forte sospetto che gli organi di polizia fossero già a conoscenza della preparazione dell’agguato ma che avessero scelto di non impedirlo. Tutti quei confidenti vennero poi uccisi un mese dopo in un agguato teso dai carabinieri. Si ritenne che la strage fosse avvenuta per impedire che qualcuno di essi rivelasse il nome dei mandanti.
Il destino dei separatisti e dello stesso Salvatore Giuliano era segnato. Nonostante la politica internazionale (Stati Uniti e Inghilterra) fosse orientata per l’indipendenza della Sicilia, e quindi in linea con i desiderata di Salvatore Giuliano e dei latifondisti, la Russia era contraria: sosteneva la necessità di lasciare la Sicilia unita all’Italia. Ciò venne concordato definitivamente a Jalta, fine 1945, tra Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt 32° presidente degli Stati Uniti e Iosip Stalin.

Dopo la strage di Portella della Ginestra, la guerra personale di Giuliano contro lo Stato Italiano continuò con eccidi e sequestri di persona per tutto il 1949 e 1950. Molti furono i segretari politici di sezione paesani e i sindacalisti uccisi.
Questi fatti non furono indifferenti per i Padri Costituenti. Era evidente l’esistenza di un grande problema indipendentista. Da lì nacque l’idea di concedere l’”Autonomia Speciale”, ma non l’indipendenza, alla Sicilia. Ne derivò la concessione dell’autonomia anche ad altre 4 regioni in condizioni critiche. Tale decisione fu alla base degli articoli 116 e 117 della Costituzione del 1948.
Nel 1949 si erano avviate trattative tra le istituzioni e Salvatore Giuliano per fermare la violenza contro i politici.
Si giunse a concordare il trasferimento dell’intera banda Giuliano in Brasile.
Salvatore Giuliano frequentava un avvocato di Castelvetrano (avv. De Maria) con l’aiuto del quale compilò un memoriale in cui citava i nomi dei mandanti della strage di Ginestra della Portella. Questo doveva essere lo scudo che gli avrebbe garantito la salvezza.
Il piano di Giuliano non si avverò. Venne ucciso il 5 luglio 1950.
Si ritiene che ad ucciderlo fosse stato un personaggio della Mafia, Luciano Liggio, con la complicità di Gaspare Pisciotta.
A novembre 1950 la madre di Salvatore Giuliano presentò querela contro i carabinieri per l’uccisione del figlio. Il processo si tenne a Viterbo.
Il memoriale di Salvatore Giuliano entrò in possesso degli organi inquirenti ma poi sparì e non si ritrovò più.
Molti, tra le figure di autorità giudiziaria che avevano trattato con Giuliano e la sua banda, morirono d morte violenta nei mesi e negli anni successivi.
Nella storia della banda Giuliano e del movimento separatista siciliano esiste un trend interessante sull’evoluzione della tendenza al separatismo. Si iniziò col pretendere l’indipendenza della Sicilia per farne uno stato sovrano e si concluse per concedere l’Autonomia speciale con legge Costituzionale. Al contrario oggi si sta evolvendo il concetto di autonomia verso una forma cosiddetta “differenziata”. Il termine “differenziazione” significa “prendere strade diverse” e quando ci si differenzia si tende ad allontanarsi da un obiettivo comune. Appare chiaro che la differenziazione riguarda la gestione del “Fondo perequativo”. Tale fondo venne concepito per creare infrastrutture economiche e sociali nelle regioni meno avvantaggiate. Oggi, con l’attuale disegno di legge tale fondo può essere ridimensionato.
Il fondo è costituito da una percentuale sulla raccolta fiscale delle regioni. Nell’interpretazione precedente degli articolo 116 e 117 della Costituzione tale fondo era destinato quasi esclusivamente alle 5 regioni autonome. Inoltre, la legge in discussione prevede che le nuove regioni richiedenti la “Autonomia differenziata” possano costituire un loro fondo per la gestione dell’Istruzione, della Sanità e dei trasporti locali. Si creerebbe così un nuovo Stato del Nord con Scuole, Università e Sanità differenziate dal Sud.
La Storia dell’Autonomia speciale, con le sue lotte anche violente, dovrebbe far riflettere.

A Sant’Antioco un’eccezionale partecipazione popolare ha accompagnato la processione nella giornata di chiusura di “Sa festa manna”. La 665ª edizione dell’evento ha registrato numeri straordinari anche nelle presenze dei gruppi folkloristici, giunti dal tutta la Sardegna. Il corteo, presenti il cardinale Arrigo Miglio, alcune decine di sacerdoti, sindaci e amministratori di decine di Comuni con il primo cittadino di Sant’Antioco Ignazio Locci, l’assessora regionale della Cultura Ilaria Portas e il consigliere regionale Alessandro Pilurzu, è stato aperto da una sessantina di cavalieri e amazzoni seguiti dai gruppi folkloristici a piedi in rappresentanza delle 10 diocesi dell’isola, dei centri dei cammini religiosi e di tutti i luoghi del territorio regionale in cui è presente il culto di Sant’Antioco.

Al termine, al ritorno in piazza Alcide De Gasperi, davanti alla Basilica, da dove era iniziata la processione, il Santo è stato accolto con il lancio dei petali nella suggestiva arramadura e il saluto finale del cardinale Arrigo Miglio.

Allegati l’album fotografico della processione e alcuni filmati.

 

La squadra di pronto intervento dei vigili del fuoco del distaccamento di Carbonia, dalle 19.30 circa, sta operando in via Alcide De Gasperi, a Teulada, per un incendio che si è sviluppato all’interno di un’autorimessa. Gli operatori, giunti sul posto, con un’APS ed un’autobotte, si sono addentrati nella struttura, localizzando le fiamme che hanno coinvolto veicoli ed attrezzature.
Al termine delle operazioni di spegnimento e di messa in sicurezza, i vigili del fuoco daranno il via agli accertamenti e ai rilievi per stabilire le cause del rogo.

Entra nel vivo stamane, a Sant’Antioco, il raduno regionale dell’Associazione nazionale Carabinieri. Ieri, nel Palazzo del Capitolo, in Piazza Alcide De Gasperi, è stata inaugurata la Mostra dei cimeli dell’Arma dei Carabinieri, visitabile fino al 22 maggio. In serata sono stati premiati scolari e studenti distintisi in lavori a tema. In concomitanza con il Raduno, si svolgerà la manifestazione “Monumenti Aperti”, che consentirà di visitare gratuitamente numerosi siti di grande interesse.

Il raduno avrà inizio sostanzialmente questa mattina con l’incontro in Municipio tra Autorità militari, civili e presidenti di sezione dell’Associazione nazionale Carabinieri. e la successiva deposizione, alle 11.30, di una corona d’alloro al monumento ai caduti, sul lungomare Cristoforo Colombo. Alle 17.00, nell’aula consiliare, incontro-dibattito sul tema “Il Convitato di Pietra”, una presenza tutta da scoprire, moderato dal professor Dario Siddi. Alle 19.30, all’Arena Fenicia, concerto di musica operistica con l‘”Orchestra filarmonica della Sardegna” di Sassari; alle 21.30, in Piazza Umberto I, spettacolo di intrattenimento cabarettistico, con la partecipazione di gruppi folk.

Domenica 17 maggio, alle 10.30, Santa Messa nella chiesa di Santa Maria Goretti; alle 11.30 ammassamento; alle 12.00, sfilata in parata dei radunisti lungo la Via Roma fino a Piazza Umberto I, preceduti da rappresentanze della Scuola Allievi Carabinieri di Iglesias e dell’Arma Territoriale, resa finale degli onori alle Autorità.

Da mezzogiorno alle 20.00, in Piazza Umberto I, annullo filatelico speciale presso il box di Poste Italiane e in serata, raduno di moto e auto d’epoca.

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