23 June, 2026
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Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.

Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.

Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.

La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.

L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.

Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.

Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L

’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.

Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.

La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.

Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.

Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.

Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.

E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.

Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).

Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.

Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).

Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.

Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.

Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.

Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.

Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.

Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.

Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.

Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.

Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.

Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.

Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.

Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.

E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.

Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.

Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.

L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.

Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.

Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.

Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.

Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.

Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.

Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

Antonangelo Casula

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Il libro dal titolo “Dall’Enel alla Carbosulcis – Cinquant’anni di lotte operaie, politiche e sindacali per un progetto minerario tradito o inattuabile”, dell’autore quarantenne  di Carbonia Carlo Panio, edito da Carlo Delfino Editore, ha ottenuto un significativo riconoscimento nell’ambito della XIV Edizione, anno 2019, del Concorso Letterario indetto dall’Associazione Culturale “Salotto Letterario” di Osilo, Sezione Saggistica.

Per il suo lavoro, a Carlo Panio è stato attribuito il Premio Speciale Antonio Gramsci.

Il libro di Carlo Panio ha suscitato considerazioni e giudizi assai lusinghieri ai fini della conoscenza e divulgazione delle materie  che tratta, tanto che la stessa presidente della Giuria, Giovanna Elies, ha commentato “un libro assai interessante e necessario” al fine della conoscenza di importanti aspetti della vicenda del carbone del Sulcis, soprattutto con riferimento alla gestione mineraria della Carbosulcis SpA.

Infatti, Panio, nel suo lavoro, partendo da una sintesi della storia del bacino carbonifero sardo dalla sua scoperta fino a metà anni ’60 del novecento, tratta le vicende degli ultimi cinquant’anni  ad incominciare dal tempo in cui l’ENEL (Ente Nazionale Elettricità), subentrato nella gestione mineraria alla Società Mineraria Carbonifera Sarda (S.M.C.S.), farà di tutto per abbandonare le miniere ritenute oramai non più convenienti per l’estrazione del carbone per produrre energia elettrica.

A tal punto, si parlava di imminente totale smantellamento dell’industria estrattiva del carbone. Ma negli anni 1971/1972 si apre una nuova prospettiva per le miniere dell’ENEL, ormai in fuga.

Infatti, l’embargo petrolifero dichiarato in quegli anni da alcuni paesi arabi verso l’Occidente ed il conseguente incremento per l’Italia delle tariffe di importazione del greggio per scopi energetici da altri paesi, con imponenti gravami per la bilancia dei pagamenti nazionale, aveva fatto ritenere che si dovesse tornare ad estrarre il carbone sardo per produrre energia elettrica, da impiegare principalmente presso la Super Centrale elettrica di Portovesme.

Così, per il rilancio delle miniere, dopo intense lotte operaie, sindacali e politiche, partite da Carbonia e che avevano interessato l’intera Sardegna, fu appositamente costituita la Carbosulcis SpA e furono varati diversi progetti di ripresa produttiva delle miniere di Seruci e Nuraxi Figus, allora ancora “aperte” benché da qualche tempo non producessero più carbone.

Intervennero molteplici gestioni pubbliche  dei cantieri minerari da parte degli enti statali e regionali quali EGAM, ENI, EMSA e, alla fine, con l’impegno diretto della Regione Sarda, e la predisposizione di diversi progetti di rilancio produttivo, dall’impiego tradizionale in combustione del carbone alla sua gassificazione, si è giunti fino a tutto il 2018 senza mai poter vedere realizzato, nemmeno in parte, neppure uno dei tanti enfatizzati progetti di rilancio.

Ma nel frattempo imponenti risorse pubbliche statali e regionali – da molti autorevoli giudizi valutate in miliardi di euro – sono state spese per macchinari, mezzi e attività inutili ed improduttive e senza mai conseguire un solo risultato positivo, se non quello – se tale si può definire – dell’occupazione fino a mille lavoratori ai quali è stato garantito uno stipendio, spesso senza lavorare, o, a tanti di loro, l’indennità di cassa integrazione per oltre un decennio.

Insomma, un progetto, quello della Carbosulcis SpA, in un primo tempo tradito e successivamente  rivelatosi inattuabile perché non più competitivo ma pur sempre inutilmente finanziato.

Ora la Carbosulcis SpA, interamente regionalizzata, ridotta a poche unità, persegue altre vie nel supporto ad attività nel campo della ricerca scientifica. Speriamo bene!

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Nell’ambito della rassegna Carbonia scrive, venerdì 5 aprile, presso il Salone della Società Umanitaria, Ex Dì Fabbrica del Cinema, nell’area della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, è stato presentato il libro di Carlo Panio “Dall’Enel alla Carbosulcis”.

L’appuntamento culturale è stato patrocinato dal comune di Carbonia, dall’associazione Amici della Miniera, dall’associazione Storia e Radici della città di Carbonia, dalla Società Umanitaria e dello S.B.I.S..

I lavori sono stati coordinati dal giornalista di Videolina e La 7 Luca Gentile che ha aperto la serata anticipando il tema e gli interventi della serata, a cura di un vasto partner di relatori. Subito dopo, i saluti da parte della sindaca Paola Massidda che ha parlato dell’importanza di valorizzare il territorio puntando ad una diversificazione del lavoro ma ricordando anche quanto comunque la storia sia maestra di vita.

Alle spalle dei relatori, particolarmente suggestiva la carrellata delle immagini legate alla Grande miniera e alla Carbosulcis, cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche, per un progetto minerario su cui si è puntato tanto, tralasciando forse l’eventualità che il panorama potesse cambiare e che la risposta potesse non essere più adeguata alla richiesta di mercato.

Anche l’intervento dell’editore Carlo Delfino ha avvalorato la tesi, ormai più volte presentata, sul fatto che la riconversione dovesse essere fatta anni fa, piuttosto che continuare ad impegnare risorse economiche dettate da scelte politiche che nel tempo si sono poi rivelate non idonee. Basti pensare a quanto la nostra isola potrebbe vivere “alla grande” di bellezza del territorio, di cultura archeologica, di artigianato, di silenzi in luoghi immersi nella natura e di storia fatta di eventi molto lontani nel tempo.

Un libro, quello di Carlo Panio, che denuncia, che racconta, attraverso tanti articoli di giornale, la nascita delle attività estrattive ad opera di minatori che giungevano nel Sulcis da varie parti d’Italia, con la speranza di un lavoro e di una vita migliore per le loro famiglie.

La nascita della città di Carbonia ad opera di Benito Mussoliniche ha dato una casa proprio ai lavoratori impegnati nell’estrazione del carbone che poi si sarebbe rivelato di limitato potere calorifico e qualitativamente inferiore, perché ricco di impurità altamente inquinanti, uscito perdente dalla concorrenza con altri combustibili fossili europei.

La lignite però, di lì a poco, sarebbe stata destinata a diventare il combustibile che avrebbe alimentato il mega impianto da costruire a Porto Vesme. Fame e miseria sembravano arginate da questo grande progetto ed arrivarono gli anni del boom economico, sino al momento in cui scelte politiche intervennero ad interrompere lo sfruttamento delle ultime miniere ancora in attività.

Uno scenario che la cronaca ha raccontato per tutta la sua durata, cinquant’anni di vita di un territorio teatro di speranze puntualmente deluse, di alti e bassi economici che si sono ripercossi nelle vite di tante famiglie.

Ora la necessità di cambiar pelle, di puntare a progetti legati all’innovazione tecnologica ed alla ricerca, nonché al turismo.

Su questo tema hanno puntato il dito i relatori che si sono susseguiti durante la serata: Mario Zara, presidente dell’associazione “Amici della Miniera”; Enea Casti, presidente dell’associazione “Storia e Radici della città di Carbonia”; Paolo Serra, direttore della Società Umanitaria; Alberto Scanu, presidente della Confindustria Sardegna; Antonio Martini, amministratore unico della Carbosulcis; Raffaele Cotza, professore di arte mineraria presso l’università di Cagliari; Salvatore Cherchi, coordinatore regionale del Piano Sulcis; Salvatore Benizzi, vicario episcopale per la pastorale del lavoro della diocesi di Iglesias; Enrico Manca, ex presidente ed amministratore delegato della Carbosulcis; Sabrina Sabiu, assessore della Cultura del comune di Carbonia e, infine, Roberto Puddu, ex segretario della Camera del Lavoro CGIL del Sulcis Iglesiente.

Una serata storico-culturale che ha visto una buona partecipazione di pubblico che ha seguito i vari interventi, tutti interessanti e meritevoli di attenzione, che hanno ancora una volta delineato l’importanza di rilanciare quanto prima il territorio, ormai da anni sofferente per una crisi economica grave, dai toni sempre più preoccupanti, che necessita quanto prima di una risoluzione che possa risollevare le sorti di un territorio martoriato per la mancanza di lavoro, a cui si aggiunge un calo demografico non indifferente che va a complicare il quadro generale.

La speranza è che finalmente la situazione migliori e che le nuove generazioni possano continuare a vivere nel luogo dove sono nati e dove le loro famiglie hanno posto le radici, in quel lontano dicembre 1938.

Nadia Pische

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“Dall’ENEL alla CARBOSULCIS”, cinquant’anni di lotte operaie sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile. E’ il nuovo libro di Carlo Panio, 40 anni, laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Sassari, passionato di storia mineraria della Sardegna.  Carlo Delfino Editore.

Il libro verrà presentato venerdì 5 aprile, alle 17.00, presso il salone della Società Umanitaria Ex-Dì Fabbrica del Cinema, nell’area della Grande Miniera di Serbariu, nell’ambito della rassegna “Carbonia Scrive“.

Dopo il saluto del sindaco di Carbonia, Paola Massidda, sono previsti gli interventi di Mario Zara, presidente dell’associazione “Amici della Miniera” di Carbonia; Enea Casti, presidente dell’associazione “Storia e Radici della Città di Carbonia“; Paolo Serra, direttore del Centro Servizi Culturali della società Umanitaria di Carbionia; Alberto Scanu, presidente della Confindustria Sardegna; Antonio Martini, amministratore unico della Carbosulcis; Raffaele Cotza, già professore di Arte Mineraria presso l’Università di Cagliari; Salvatore Cherchi, coordinatore del Piano Sulcis; Salvatore Benizzi, vicario episcopale per la Pastorale del Lavoro della Diocesi di Iglesias; Enrico Manca, già presidente ed amministratore delegato della Carvosulcis; Sabriba Sabiu, assessore della Cultura del comune di Carbonia; Antonello Cabras, presidente della Fondazione di Sardegna.

Coordinerà i lavori Luca Gentile, giornalista di Videolina e La7 che curerà anche le conclusioni, con l’autore Carlo Panio.

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Nino Dejosso 2

L’associazione culturale S’Ischiglia, Università Popolare del Sulcis, ha reso noto il programma delle attività organizzate per il mese di novembre. Tutte le conferenze si svolgono nella Sala Astarte della Società Umanitaria, presso la Grande Miniera di Serbariu, dalle 16.30 alle 17.30.

4 novembre Tony Melis
Dal 2009 è Primo violino di spalla della Fondazione Teatro Lirico di Cagliari. Suona un violino “Silvio Vezio Paoletti” del 1929 ed un violino “Pio Montanari” del 2008.
“Il violino nella storia: maestri, tecniche, scuole.”

9 novembre Antonella Sanna
Ingegnere, funzionario presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Cagliari e Oristano.
“Carbonia. Città del Novecento.” Guida all’architettura moderna della città di fondazione.

11 novembre Roberto Bernardini
Musicista
”Origini e forme della musica popolare brasiliana.”

15 novembre Anteprima assoluta a Carbonia dell’Ensemble “In Cantigas” con il  concerto “Armonie nel tempo.
Ore 19.00 presso il Gruppo Comunità in via Marconi n. 56

16 novembre Giampaolo Atzei
Giornalista. Dal 2013 al 2015, assegnista di ricerca per il progetto “Un archivio digitale per la Sardegna del Risorgimento” presso il Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio dell’Università di Cagliari.

“Iglesias. La avvincente storia d’impresa della famiglia Boldetti.”

Roberto Concas
Storico dell’arte e funzionario della Soprintendenza per i Beni Architettonici, 

Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Cagliari  e Oristano.

“L’arte tra rappresentazione del pensiero filosofico e la psicologia della percezione”.
Uno studio sui Retabli pittorici sardi e sui dipinti di Perugino e Raffaello sul tema dello “Sposalizio della Vergine”.

23 novembre Carlo Panio
“Salute e sicurezza degli ambienti minerari in Sardegna ed in particolare nel Sulcis. Storia ed evoluzione dal Breve di Villa di Chiesa agli anni ‘ 50 del 900 in Sardegna e in particolare nel Sulcis.”

25 novembre Francesco Capuzzi
Studioso di musica popolare.
“In sarda poesia. Sucantu de sei: l’improvvisazione  poetica nel Sulcis e nel Campidano”.

30 novembre Alessandra Madeddu
Laurea in ingegneria ambiente e risorse. Si occupa di comunicazione ed efficienza energetica alla Sotacarbo.
Eusebio Loria 
Laurea in ingegneria chimica. Si occupa di comunicazione, efficienza energetica, ossicombustione e tecnologie di cattura CO2, presso la Sotacarbo.
“Il riscaldamento globale e la cattura della CO2.”
Conferenza-Laboratorio (nella sede della Sotacarbo, presso la Grande Miniera di Serbariu)

Una sala della Biblioteca comunale di Carbonia, gremita come raramente accade in occasioni di presentazione di pubblicazioni (posti a sedere tutti occupati e diverse file di spettatori in piedi)  queste le parole  di Paolo Serra, della società Umanitaria di Carbonia che ha collaborato insieme all’assessorato alla Cultura del comune di Carbonia, alla riuscita dell’evento), che ha presentato l’evento sabato 21 dicembre, e letto personalmente alcuni brani significativi del libro “Carbonia – Romanzo Minerario, storie di vita, di lotta e di sport”, opera prima di Antonello Pirotto, edito da Giampaolo Cirronis. La copertina del libro è caratterizzata da un disegno di Ruggero Soru, noto ed apprezzato disegnatore e vignettista di Carbonia, presente in sala e accomunato, insieme all’autore e all’editore, da calorosi applausi .

A fare da introduzioni gli interventi del sindaco, Giuseppe Casti, e del suo predecessore Tore Cherchi, che hanno preceduto gli interventi dell’editore e dell’autore.

Tra i presenti gli assessori comunali alla Cultura Loriana Pitzalis, Lavori pubblici Franco Manca e Commercio, Giampaolo Puddu, diversi consiglieri comunali e l’ assessore allo sport del comune di San Giovanni Suergiu, Roberto Pucci. Volti noti dello sport locale, Checco Fele, Graziano Milia, Giorgio Melis, Massimo Corda, Gianni Maricca e in particolare Giulio Ravot, bandiera biancoblù, che ha un ruolo importante nello sviluppo del romanzo.

Commozione quando sono stati citati alcuni dei personaggi citati nel libro, da Carlino Zoboli, presenti la vedova Elena e i familiari; a Sergio Usai, presente la figlia Francesca. Non potevano mancare i protagonisti delle lotte operaie di questi ultimi anni, una sorta di filo conduttore, con il passato raccontato nel libro, costruito appunto sulla determinazione a resistere, al ricorrente attacco al sistema produttivo, nello specifico rappresentanti sindacali, della varie sigle e categorie dall’Eurallumina (Mocci, Pulisci, Marongiu), all’Alcoa (Massimo Cara, Stefano Lai, Simone Loi, agli edili (Manuel Piredda), al commercio, artigianato (Claudia Mariani). Oltre alle rappresentanze di importanti associazioni, come gli amici della miniera (Mario Zara), il presidente della Fand (Stefano Garau ), autori di importanti pubblicazioni dello stesso comparto letterario, come l’ingegnere Luciano Ottelli (“Serbariu storia di una miniera”), Franco Reina (“Carbosarda Carbonia, passione per la squadra biancoblù”), Carlo Panio (“Storia del diritto minerario in Sardegna, il caso Carbonia”). Ha chiuso l’incontro un brindisi, con l’augurio di vivere momenti migliori  già a partire dal prossimo anno.

Il volume è disponibile nelle librerie e in alcune edicole di Carbonia ed è inoltre acquistabile contattando direttamente l’editore Giampaolo Cirronis.

Locandina 33x48 presentazione libro Carbonia - Romanzo Minerario

 

 

 

La presentazione del libro a Carbonia.

La presentazione del libro svoltasi a Carbonia.

Carlo Panio.

Carlo Panio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ in programma venerdì 25 ottobre, presso la Sala Convegni dell’Archivio Storico del Comune di Iglesias, la presentazione del libro “Storia del Diritto Minerario in Sardegna. Il caso Carbonia”, di Carlo Panio, Carlo Delfino editore.

L’introduzione verrà curata dallo storico Paolo Fadda. Coordinerà i lavori Sandro Tocco, docente universitario, presidente dell’Associazione Mineraria Sarda. Sono previsti gli interventi del sindaco di Iglesias, Emilio Gariazzo; di Alberto Monteverde, rappresentante del Parco Geominerario; Giampiero Pinna, coordinatore della Consulta delle associazioni del Parco Geominerario; Luciano Ottelli; Mario Zara, presidente dell’Associazione Amini della Miniera; i deputati Francesco Sanna ed Emanuele Cani.

Storia del Diritto Minerario in Sardegna. Il caso Carbonia” è un libro che traccia l’intero excursus storico delle norme che hanno disciplinato l’attività mineraria in Sardegna, a partire dai primi modelli di legislazione conosciuti fino alla ultime leggi varate dalla Regione Autonoma della Sardegna, e che evidenzia quanto e come il lavoro nelle miniere  abbia molto caratterizzato tratti importanti della storia più in generale dell’Isola.

La storia delle miniere in Sardegna, infatti, si perde nella notte dei tempi, tanto che, fin dal lontano periodo Neolitico, l’uomo sardo ha estratto e fatto uso del minerale, ovvero dell’oro nero dell’antichità, cioè dell’ossidiana, così come, nello scorrere del tempo, tutti i popoli dell’Isola impiegarono i “frutti” estratti dal sottosuolo con importanti ricadute sull’intera economia locale, sia attraverso la trasformazione che mediante l’esportazione dei minerali estratti.

Per questo anche il diritto minerario, come dimostra il libro, ha avuto un’importanza decisiva nella formazione degli assetti politici, sociali ed economici della Sardegna, tanto che esso, non relegabile solo ad oggetto di erudita ricerca di cose passate, mantiene un interesse  perennemente vivo nella vicenda storica dei sardi.

Nello scorrere delle varie epoche, il libro rileva che i Nuragici furono i primi ad avere una sia pur minima disciplina mineraria (la proprietà ai capi delle tribù) e prosegue analizzando l’era fenicio-punica (le miniere di proprietà del demanio pubblico), l’Età romana (demanialità e libertas: concessione mineraria mediante pagamento di un  tributo allo stato); i Vandali (che ridussero sensibilmente l’attività mineraria), seguiti dal periodo Bizantino (furono adottate misure quali i lavori forzati in miniera); il Medioevo e i Pisani (in questo periodo venne adottato il più importante codice mai esistito in Sardegna: il Breve di Villa di Chiesa. Esso, al IV libro, recava una articolata ed organica disciplina delle attività minerarie e di quelle collegate di trasformazione, dallo scavo, all’estrazione del minerale, alla metallurgia e alla vendita del prodotto); gli Aragonesi (poi Spagnoli): fecero registrare il minimo storico delle attività minerarie isolane. L’arrivo dei Piemontesi segna una forte ripresa, così come fu intensa l’attività normativa di quel periodo con importanti regole di cui alcuni principi sono tuttora vigenti; il Fascismo (nel 1927 vara una disciplina che, costituendo un unico ordinamento nazionale, supera la previgente logica territoriale legata alle diverse aree in cui si divideva l’Italia post-risorgimentale; La Repubblica (la “nuova Italia” vara tra l’altro una legislazione di riforma che però in Sardegna, a partire dall’avvento dell’Autonomia Regionale – Legge Costituzionale 26/02/1948, n° 58, Art. 3 – sarà integrata dalla specifica legislazione isolana. L’assetto normativo della Regione Sardegna, così come emerge dal libro, consta di una cinquantina di leggi riguardanti il settore minerario, leggi che, come del resto le normative precedentemente citate, vengono tutte  puntualmente esaminate nel loro significato dispositivo.

L’ultimo capitolo del libro riguarda “Il caso Carbonia”. Cioè, quel fatto storico definibile come una specie di “melting pot” all’italiana che, a partire formalmente dal 18/12/1938, data di inaugurazione della città, darà luogo al fenomeno Carbonia, una comunità tra le più eterogenee d’Italia che è stata motivo di interesse per numerosi studiosi anche di fama internazionale.

Il libro parla della storia di questa città e del giacimento carbonifero (scoperto da Alberto Della Marmora tra il 1834 e il 1850) in funzione del quale l’autarchia fascista  ha voluto la nascita di Carbonia, concepita quale dormitorio dei minatori e loro famiglie arrivati d’ogni dove per scavare carbone quale energia vitale per l’Italia. Parla altresì della crisi delle miniere carbonifere e quindi della crisi di Carbonia, delle lotte dei suoi operai e della “capacità resistenziale” messa in campo da un’intera popolazione nel battersi per non scomparire;  parla del nuovo sviluppo conseguente alla nuova industrializzazione di Portovesme dei primi anni 70 del XX sec., della nuova crisi di questi anni, del nuovo spopolamento e della ricerca di nuove prospettive per la città.

Nel libro sono anche riportati l’elenco di tutte le leggi sulle miniere adottate dalla Regione Autonoma della Sardegna dal 1948 ad oggi e l’elenco dei Permessi e Concessioni minerarie vigenti in Sardegna dal 1326 al 1850, oltre che un robusto corredo di documenti, immagini e fotografie utili a illustrare compiutamente le fasi salienti del lavoro.