9 December, 2022
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Incombe sull’Italia una pioggia di miliardi di euro. Dalla “Next generation EU” proverranno 209 miliardi di euro. Di questi, 82 sono sussidi, cioè non dovranno essere restituiti. Invece i restanti 117 miliardi di euro dovranno essere restituiti, in tempi molto dilazionati ma…dovranno essere restituiti. Oggi abbiamo già un debito pubblico mostruoso pari al 160% del PIL (Prodotto Interno Lordo) annuale e, col nuovo debito che ci apprestiamo a contrarre, sfonderemo un tetto pericoloso. Crollerà il tetto? Resteremo sotto le macerie? Pochi giorni fa Mario Draghi ha messo tutti sull’avviso. Semplificando il discorso ha detto che il Recovery Plan (cioè il regolamento sul modo di spendere) impone che i Governanti spendano i fondi per investimenti produttivi. Cioè, deve trattarsi di investimenti che servano a produrre ricavi, sotto forma di materiali, servizi e benefici per le prossime generazioni. Con quei ricavi si pagheranno i debiti contratti per ricevere i prestiti del Next Generation EU. E’ vietato sprecare i soldi in progetti meramente consumistici, o colmare vecchie falle di imprese decotte o, peggio ancora, per soddisfare appetiti clientelari. La Commissione europea valuterà i progetti, boccerà quelli che non corrisponderanno ai crismi e, nel caso di evidente incapacità, applicherà le “Condizionalità”. Queste sono temute da molti, perché in caso di fallimento potrà essere necessario l’intervento di una “trojka europea” a correggere i bilanci della Nazione inefficiente. Stesso discorso vale per il “MES” (Meccanismo Europeo di Stabilità). Il MES sanitario prevede 36 miliardi di euro di prestiti agevolati per la ristrutturazione della rete ospedaliera e della sanità territoriale italiana. Nello schema governativo (PNRR) di utilizzo della Next Generation EU è stato previsto di destinare a tutta la sanità italiana la somma di 9 miliardi di euro. Vi è stata l’immediata reazione del ministro della Sanità Roberto Speranza che ha fatto rilevare che, secondo i calcoli dei tecnici dei suoi uffici, sarebbero necessari 25 miliardi di euro solo per la sanità territoriale, senza contare gli ospedali. Questa discrepanza, tra necessità reale e gli irrisori fondi stanziati dal Governo, la dice lunga. Sulla base dei 9 miliardi di euro per tutta la sanità nazionale, la Regione Sardegna ha programmato di destinare una somma che si aggira intorno ai 250 milioni di euro per la sanità nostrana. Se si pensa che per costruire l’Ospedale unico del Sulcis Iglesiente non basterebbero 100 milioni di euro, si capisce quanto sia irrealistica l’aspettativa della nostra Provincia di avere il nuovo “Ospedale unico”. Pertanto, ne nasce che il suggerimento di tenerci stretti gli ospedali che abbiamo e di pretendere la ricostituzione dei reparti specialistici sottratti, è più che mai valido. Il Recovery Plan dispone di realizzare programmi di Digitalizzazione di tutte le attività umane investendo in “Conoscenza”, “Formazione”, e “Ricerca”. Inoltre impegna tutte le Nazioni europee alla Green Economy (Economia verde). Cos’è? Si tratta di una rivoluzione culturale, economica e sociale. Per rivoluzione si intende proprio: “ribaltamento” , “capovolgimento”. Si tratta cioè di un cambiamento epocale, come altri ci sono stati nella storia umana. Antecedentemente alla “Prima Rivoluzione industriale” il mondo era ancora medioevale e le malattie erano, soprattutto, da infezione: lebbra, peste, vaiolo, colera, tifo petecchiale. Allora la gente viveva prevalentemente nelle campagne e nei borghi sotto i castelli. Il potere politico e la borghesia abitavano dentro le cinte murarie. Allora l’energia per la produzione di lavoro era generata dalla fatica muscolare di uomini ed animali. Con la Prima Rivoluzione industriale del 1700, le macchine a vapore richiesero la necessità di aggregare molti operai vicino alla sede delle Industrie. Queste sorgevano nelle periferie delle città manufatturiere. Ne conseguì l’aumento della densità di popolazione. Il forte addensamento di persone nelle filande e nelle industrie metallurgiche fece esplodere le epidemie di vaiolo. Londra, la città più industrializzata d’Europa, ne fu la più colpita. Il medico Edward Jenner, sotto quella spinta letale, sperimentò il vaccino antivaioloso con successo. Gli Illuministi del tempo diffusero la cultura della vaccinazione. Voltaire, lady Wortley Montague, e Mary Shelley ne furono instancabili promotori. Anche allora in Italia vi fu una corrente di antivaccinatori che si opponeva alla scarificazione con pus di pustola di bovini perché, dicevano, “ci si espone al pericolo di essere minotaurizzati”. Era il tempo della Rivoluzione Francese. Nella seconda metà del 1800, la produzione industriale aumentò fortemente con l’uso del carbon fossile e l’invenzione del motore a combustione interna che produceva elettricità. Dall’iniziale produzione industriale di tessuti e ferro, si passò a produrre acciaio ed altri mezzi meccanici. I padroni dell’Industria divennero sempre più ricchi e le fabbriche attirarono in città le masse di contadini disoccupati. Era la disoccupazione del tempo in cui le leggi istituirono le “enclosures” e le “chiudende”, trasformando i terreni agricoli demaniali in terreni privati. I contadini emigrati in città trovarono alloggio nei caseggiati popolari costruiti vicino alle fabbriche, e divennero “operai salariati”. L‘inurbamento, le masse operaie ed il forte arricchimento dei padroni delle industrie generarono fenomeni sociali, politici e sanitari nuovi. Intellettuali come Friedrich Engels, John Stuart Mill e Karl Marx posero le basi di un nuovo ordine sociale e politico, e la distinzione della società in “classi”: classe operaia, borghese e capitalista. Nel 1800, tra le masse operaie accalcate in ambienti igienicamente miserabili, la TBC epidemica esplose facendo molte vittime. Anche il vaiolo ed il colera continuarono ad imperversare; il fattore facilitante fu la scarsità di igiene (assembramenti eccessivi, rete idrica e fognaria insufficienti) conseguente alla rivoluzione urbanistica dovuta al sorgere dei quartieri operai. Con Pasteur e Koch, a fine 1800, si posero le basi della Microbiologia e dell’Igiene pubblica. La guerra ai microbi e l’Anestesiologia consentirono di sviluppare la Chirurgia addominale e ginecologica. Il passaggio dal “lavoro muscolare”, come fonte di energia, alle “macchine a vapore” aveva cambiato l’ordine sociale. Le migliorate condizioni economiche delle Nazioni furono il terreno da cui germogliarono le Università e i Centri di ricerca. Nel 1900 vennero messi a punto tutti i vaccini oggi conosciuti e cessarono le epidemie mortifere di vaiolo, colera, TBC e poliomielite, nel mondo occidentale. La ricerca sviluppò gli “antibiotici”, e l’“insulina”, e si disegnò la rete ospedaliera moderna. Nacquero dapprima le “Casse Mutue”, poi il Sistema Sanitario Nazionale. Con la “Terza Rivoluzione industriale”, avvenuta nel 1960, si assistette all’applicazione dell’elettronica alla produttività industriale. La fonte di energia era, ed è, l’elettricità prodotta con il carbon fossile, il petrolio, il gas naturale e l’energia nucleare. Migliorarono ulteriormente le condizioni economiche delle Nazioni, la Ricerca e la Sanità Pubblica. Ne derivò un notevole miglioramento della qualità e l’allungamento della prospettiva di vita. Avvenne un fatto nuovo nella storia dell’Umanità: il cambiamento demografico ottenuto attraverso il controllo farmacologico delle nascite. Ne derivarono anche l’inquinamento ambientale, la distruzione delle foreste, l’estinzione di specie animali, la desertificazione, il buco dell’ozono, il riscaldamento atmosferico, la  progressiva fusione dei ghiacciai, il sollevamento del livello dei mari ne il sovvertimento delle stagioni. Iniziarono a prevalere le malattie tumorali e quelle degenerative legate all’inquinamento, all’alimentazione, e all’invecchiamento della popolazione. Agli ospedali si aggiunsero le RSA per accogliere gli anziani non più assistibili dalle famiglie, ormai anch’esse invecchiate e senza l’aiuto di una nuova generazione per la scarsità di figli. Comparve un imponente fenomeno migratorio dalle regioni povere del pianeta verso il mondo occidentale (Europa, Nord America, Australia). Contemporaneamente al calo demografico e all’invecchiamento dell’Occidente comparve il forte incremento di natalità in Asia, Africa e Sud America. Si passò da una popolazione mondiale di tre miliardi del 1960 ai sette miliardi e mezzo del 2020. Ne conseguì un problema alimentare che venne affrontato con l’iperproduzione di cereali e riso di nuovo tipo: gli OGM (organismi geneticamente modificati). Per produrli fu necessario conquistare nuovi terreni agricoli attraverso la deforestazione e l’impiego di glifosato. Avvennero l’ulteriore impoverimento della “biodiversità” ed il cambiamento degli habitat naturali. Le specie animali sopravvissute furono costrette in spazi più limitati e ne derivò un conflitto, per la sopravvivenza, contro l’Uomo. Finché gli animali selvatici, con i loro virus e batteri, vissero separati fisicamente dall’Uomo, vi furono rare incursioni virali e batteriche al di fuori della foresta. Quando però la pressione dell’Uomo sul ristretto mondo selvatico si fece eccessivo, avvenne il travaso (spillover) di malattie virali e batteriche da quel mondo al mondo degli umani. Oggi, l’epidemia di Coronavirus, dopo quelle precedenti di SARS del 2002, quella di MERS del 2011 e di Ebola del 2014, è la naturale conseguenza del ribaltamento delle proporzioni tra umani ed animali selvatici. Il tutto, nacque dall’esigenza di sottrarre terreni coltivabili alla Natura selvatica e trasformarli in campi per colture OGM. Oggi il Mondo occidentale è al “redde rationem”. C’è arrivato dopo catastrofi naturali accelerate dal lavoro umano della Terza Rivoluzione industriale. Anno 1976: avvenne il disastro di Seveso. Un incidente nell’azienda ICMESA di Meda causò la fuoriuscita di una nube tossica di diossina, un potente cancerogeno. Anno 1986: avvenne la catastrofe nucleare di Chernobyl in Ucraina. Alle vittime immediate si aggiunsero poi le vittime degli anni successivi in tutta Europa. Vi fu un forte aumento delle leucemie nei bambini e dei tumori negli adulti. In particolare: cancro della tiroide, della mammella e dei polmoni. Le polveri radioattive, diffuse dai venti e dalle correnti d’alta quota, ricaddero ovunque sulle colture e, attraverso gli alimenti, giunsero all’Uomo. Gli animali erbivori, pascolando su prati inquinati, concentrarono i radioisotopi nelle loro carni e nel latte. Per tale ragione nel 1987 l’Italia votò a favore del referendum abrogativo delle centrali nucleari. Negli anni precedenti, corrispondenti alla crisi delle miniere del Sulcis Iglesiente, i Governi avevano approvato Piani per delocalizzare le industrie metallurgiche del Nord e concentrarle in Sardegna. L’area più impegnata dalla neo-industrializzazione fu Portovesme. Ne conseguì un inquinamento ambientale tale da sovvertire per sempre la vocazione agricola della zona. Le colture di tutto il Sulcis Iglesiente andarono in crisi, sia per sottrazione di personale all’agricoltura, all’allevamento ed alla pesca a favore dell’industria, sia per la carenza d’acqua, destinata in massima parte agli impianti di raffreddamento. Il danno ambientale fu tale che nel novembre 1990 fu votata dal Parlamento la legge per il recupero e disinquinamento della cosiddetta “Area ad alto rischio di crisi ambientale del Sulcis Iglesiente”. Fu un “Recovery Plan” dell’epoca. Il Governo Italiano stanziò 200 miliardi di lire per il disinquinamento e la conversione produttiva in “Economia verde”. Quel Piano di 30 anni fa è ormai dimenticato ma, in questo momento di crisi economica e sociale da disastro sanitario, oggi ritorna alla mente. E’ un ottimo esempio per capire sia il nostro presente pandemico che il prossimo futuro di ricostruzione economica con i fondi della “Next Generation EU” e del “MES”. Quel genere di industrializzazione venne eliminato in quasi tutta Italia. Oggi ne abbiamo pochi residui come le acciaerie ex ILVA di Taranto. Il problema ambientale venne provocato, soprattutto, dalle polveri sottili emesse in atmosfera dai camini degli alti forni in cui si bruciavano derivati del petrolio e carbon fossile, per produrre energia elettrica. In quegli anni, allo scopo di rivitalizzare i mari trasformati in deserti dall’inquinamento di scarichi tossici, il Governo finanziò le “Aree marine protette”. Nell’anno 2004, l’Amministrazione comunale di Sant’Antioco deliberò l’istituzione dell’Area marina protetta dell’Arcipelago del Sulcis. Il progetto non andò in porto, a causa del mancato consenso di gruppi di pescatori. Nell’anno 2011 avvenne il disastro nucleare di Fukushima in Giappone. Tutt’oggi il problema non è risolto. Dopo quell’evento la Germania votò a favore del referendum per l’eliminazione delle Centrali nucleari e la per conversione in “Economia verde”. Nel 2019 la Commissione europea ha votato il programma ambientalista denominato “European Green New Deal“ (nuovo patto europeo sull’ambiente). Il programma accoglie tutti i principi del “Paris Agreement” (accordi di Parigi) del 2015. Questo è un accordo fra gli Stati Membri della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite“ sui cambiamenti climatici. Riguarda la riduzione di emissioni di gas serra e i relativi finanziamenti, a partire dall’anno 2020. Oggi il Coronavirus ha creato una tale prospettiva di disastro economico, che la Commissione europea si è affrettata ad allestire il più grande Piano economico della storia dell’Europa. E’ il “Next Generation EU”. Ad esso si associano il “MES” ed il programma di acquisto di debito pubblico delle Nazioni ideato dalla presidente della BCE, Christine Lagarde. Il “Next Generation  EU” contiene, al suo interno, il regolamento per la formulazione di progetti che consentirà l’accesso ai sussidi e ai prestiti. All’Italia spettano 209 miliardi di euro. E’ una somma enormemente più grande del “Piano Marshall” americano per gli aiuti all’Europa alla fine della II Guerra Mondiale. La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha ribadito che verranno finanziati, soprattutto:
  • La Digitalizzazione per l’Industria 4.0,
  • La “Green economy”. Le tre Donne dell’Europa, Angela Merkel, Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde hanno sostenuto insieme la necessità che l’Europa realizzi il progetto del: “European Green New Deal”. In esso trovano piena legittimazione i progetti del “nuovo patto di economia verde” così sintetizzabili: 1 – Ripristino dell’ambiente inquinato, 2 – Protezione dell’ambiente dall’attacco dell’Uomo, 3 – Riduzione del gas serra pari a: 55% in meno di emissioni industriali di SO2, NO, e polveri sottili da combustione di derivati del carbone e del petrolio entro il 2030, 4 – Liberarsi dai metodi produttivi della terza rivoluzione industriale entro il 2050 (carbon free) 5 – Cessazione dei motori a combustione, 6 – Promozione dei motori elettrici o a idrogeno, 7 – Produzione elettrica con le fonti rinnovabili (sole, vento, moto ondoso, aree, etc.), 8 – Economia circolare (riutilizzo materiali),
9 – Riciclo rifiuti ed eliminazione progressiva della plastica, 10 – Controllo della dispersione termica, 11 – Centrali elettriche a idrogeno, 12 – Riduzione del riscaldamento dell’atmosfera e dei mari, 13 – Protezione della biodiversità, 14 – Incremento dei trasporti in mare e canali d’acqua, 15 – Aree marine protette; aree terrestri protette, 16 – Etc. Una tale rivoluzione, digitale e green, avrà estremo bisogno di un apparato burocratico efficiente. L’attuale inefficienza burocratica della Pubblica amministrazione è dovuta a scarsità di Personale. Nei Paesi del Nord Europa esiste un rapporto medio di dipendenti pubblici per 1.000 abitanti pari a 150/1.000. In Italia siamo gravemente deficitari: il rapporto è pari a 50/1.000. La “Nuova Generazione” sarà totalmente assorbita da questo nuovo modo di produrre ricchezza e avrà bisogno di un grande apparato burocratico. Una città come Carbonia ha oggi soltanto 1.500 dipendenti della Pubblica amministrazione. Ne dovrebbe avere almeno 4.500. Similmente dicasi di Iglesias. Con questi nuovi rapporti numerici avremo: 1 – Migliore efficienza degli uffici comunali, 2 – Migliore efficienza dei tribunali, 3 – Migliore efficienza degli ospedali, 4 – Migliore efficienza delle scuole, dei Centri di Ricerca e di Formazione. Ci auguriamo che il Piano si realizzi. Buon anno 2021. Mario Marroccu

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Il discorso integrale tenuto oggi dal Presidente David Sassoli al Consiglio europeo.

Signor Presidente del Consiglio Europeo,

Signora Presidente della Commissione,

Signori Capi di Stato e di Governo,

È questa la mia seconda presenza al Consiglio europeo presieduto oggi per la prima volta dal Presidente Michel cui rivolgo i miei più sentiti auguri di buon lavoro. Saluto anche calorosamente Ursula Von der Leyen che siede qui per la prima volta nella sua veste ufficiale di Presidente della Commissione europea.

Colgo inoltre l’occasione di congratularmi con il nuovo Primo ministro della Finlandia, signora Sanna Marin, per la sua recente nomina.

AVVIO DEL NUOVO CICLO ISTITUZIONAL

Il primo dicembre scorso in occasione di una bellissima cerimonia alla Maison de l’Europe proprio insieme ai Presidenti Michel e Von der Leyen e a quella della BCE Christine Lagarde abbiamo ricordato il decimo anniversario del Trattato di Lisbona e salutato l’avvio del nuovo ciclo istituzionale.

È stato per me, come credo per molti, un momento molto emozionante e carico di significato, anche dal punto di vista simbolico.

Tuttavia gli aspetti cerimoniali e simbolici non possono bastare. Nel maggio scorso i cittadini europei hanno dato un segnale molto chiaro sulla loro volontà e capacità di resistere alle sirene del populismo e dei nazionalismi, confermando la loro fiducia nei confronti delle Istituzioni e del progetto europeo.

Questa fiducia che ci è stata concessa non è tuttavia un assegno in bianco. I nostri cittadini hanno chiesto un’Europa diversa, più democratica, più trasparente, più verde, più sociale ed inclusiva, più sicura, più vicina ai loro bisogni.

I prossimi anni saranno assolutamente decisivi per il futuro dell’Unione. Non possiamo permetterci di sbagliare.

Dopo un processo iniziato con le elezioni di maggio e durato alcuni mesi il rinnovamento delle principali Istituzioni è oggi finalmente completato.

In questo periodo il Parlamento europeo, il primo a rinnovarsi, ha dato prova di grande maturità e di saper agire in modo trasparente e responsabile, soprattutto nel processo che ha portato all’elezione della nuova Commissione. Inoltre, le audizioni hanno dimostrato che il Parlamento europeo ha assunto un ruolo chiave nella definizione dell’agenda politica dell’Unione, esercitando a pieno i suoi poteri.

Devo dare merito alla Presidente Von der Leyen di aver mostrato fin dall’inizio grande attenzione e capacità di ascoltare le indicazioni che venivano dal Parlamento. Nel corso dei mesi il programma della Commissione è stato migliorato. La squadra è stata in parte modificata sia nelle persone che nella composizione dei portafogli sulla base delle valutazioni parlamentari.

Questa interazione fra il Parlamento e la futura Commissione non solo ha rafforzato la legittimità democratica del nuovo Collegio dei Commissari – eletto a novembre con una più ampia maggioranza rispetto a quella di luglio – ma ha permesso di avviare un dialogo molto positivo e costruttivo tra le due Istituzioni.

Questo dialogo, esteso ovviamente al Consiglio, deve adesso proseguire ad iniziare dalla definizione delle priorità dei prossimi anni. Questo esercizio di programmazione legislativa pluriennale è il primo del suo genere dall’adozione dell’accordo interistituzionale “Legiferare meglio” del 2016.

Il Parlamento ha chiaramente delineato le sue priorità per l’attuale legislatura durante le audizioni della Commissione in modo aperto e trasparente e accoglie con favore gli impegni assunti dalla Commissione.  Ogni Istituzione deve ora fare la propria parte per garantire ai cittadini dell’Unione europea soluzioni concrete alle varie sfide che ci troviamo ad affrontare.

Il Parlamento attende quindi con interesse le proposte della Commissione e intende affermarsi come attore di questo processo, in modo costruttivo, per dare vita ad una “Dichiarazione congiunta” e trovare un orizzonte comune nel rispetto della diversità e delle prerogative di ciascuna delle nostre istituzioni. In questo contesto non posso che rallegrarmi del fatto che anche il Consiglio con l’Agenda strategica e la “Leaders’ Agenda” abbia anch’esso dimostrato una reale esigenza di pianificazione e di maggiore efficienza.

Speriamo inoltre che l’esercizio venga rinnovato e che venga fatto in modo ambizioso, perché questa trasparenza va a vantaggio di tutti gli attori istituzionali e certamente del Parlamento europeo.

CAMBIAMENTO CLIMATICO

La lotta al cambiamento climatico è certamente in cima alle preoccupazioni dei cittadini europei e deve quindi essere una delle priorità della nostra agenda comune.

L’Unione deve esercitare un ruolo guida in questa sfida.

Voglio ringraziare la Commissione europea, e la sua Presidente per aver presentato in modo tempestivo la Comunicazione sul Green Deal permettendo un primo dibattito politico in seno al Parlamento nella giornata di ieri.

È particolarmente positivo che le prime due iniziative legislative annunciate dalla Commissione nella Comunicazione sul Green Deal siano la Legge sul clima ed il Meccanismo per una transizione equa.

Due settimane fa, il Parlamento ha riconosciuto l’importanza senza precedenti della minaccia esistenziale che l’umanità deve affrontare. Ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale e si è impegnato ad adottare immediatamente misure concrete per farvi fronte.

Invito il Consiglio europeo ad assumersi sin da subito le proprie responsabilità e ad adottare a partire da oggi stesso l’obiettivo della neutralità climatica da raggiungere entro il 2050. Questo traguardo deve tradursi rapidamente in un accordo sulla proposta che la Commissione presenterà per una Legge sul clima, in linea con l’obiettivo globale dell’Accordo di Parigi di contenere l’aumento della temperatura entro il limite massimo di 1,5 ºC.

La traiettoria è importante quanto il punto di arrivo. Il prossimo decennio sarà di importanza cruciale se vogliamo che l’Unione sia neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Per raggiungere questo risultato con il miglior rapporto costo-efficacia, dobbiamo aumentare il prima possibile i nostri impegni per il 2030 e ridurre le emissioni europee di gas a effetto serra del 55 per cento entro lo stesso anno. Se l’Unione europea non aumenta al più presto i suoi impegni, come può incoraggiare gli altri Paesi che producono emissioni a fare altrettanto nel corso dell’anno prossimo in vista della COP26? Sappiamo tutti bene che allo stato attuale l’Unione non raggiungerà i suoi obiettivi per il 2030. Occorre quindi agire e farlo subito. Il business as usual non è più accettabile!

Il perseguimento di questi scopi apre opportunità economiche e tecnologiche per i nostri cittadini e le nostre imprese, in termini di occupazione e innovazione. Queste trasformazioni rappresentano un’opportunità per l’Unione, con investimenti nell’innovazione industriale per stimolare la crescita, rafforzare la competitività, promuovere le competenze future e creare posti di lavoro.

Al tempo stesso siamo perfettamente consapevoli dei profondi cambiamenti che esso implica nelle nostre società e nelle nostre economie.

È per questo motivo che le misure da attuare devono sostenere la competitività ed essere accompagnate da forti misure sociali e di inclusione per garantire una transizione giusta ed equa, che favorisca la creazione di posti di lavoro e rispetti la necessità di un elevato livello di protezione sociale.

Dobbiamo inoltre adottare una strategia preventiva e partecipativa per garantire che tutti i cittadini beneficino della transizione, compresi quelli che appartengono alle regioni ed alle comunità più vulnerabili. Per questo il Parlamento accoglie con grande favore la proposta annunciata dalla Commissione per la creazione di un fondo per una riconversione equa quale strumento unico a livello europeo per garantire una transizione inclusiva e mirata a favore delle popolazioni e delle regioni più colpite dalla decarbonizzazione. Il Just Transition Fund è una richiesta avanzata dal Parlamento già molto tempo fa; per questo non penso di sorprendervi nell’annunciare che saremo particolarmente attenti nell’assicurare al Meccanismo tutti i fondi necessari, in quanto parte del Green Deal. L’obiettivo è arrivare a mobilitare almeno 100 miliardi di euro di cui una parte deve essere costituita da nuove risorse.

Nessuno dovrà essere lasciato indietro. Gli sforzi di chi dipende in maniera maggiore dal carbone devono essere riconosciuti e sostenuti.

Il Green Deal dovrà dunque definire una strategia completa e ambiziosa per realizzare un’Europa neutrale dal punto di vista climatico e la Commissione dovrà adattare tutte sue le politiche pertinenti in tal senso, in particolare nei settori del clima e dell’energia, dell’agricoltura e dei trasporti L’integrazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nel processo del Semestre europeo e la “verifica della sostenibilità” delle iniziative future saranno fondamentali per il suo successo. Il Parlamento vigilerà affinché le politiche attuate siano coerenti, eque e sostenibili.

Per raggiungere questi obiettivi, l’Unione deve non solo rendere il suo budget “verde” in senso orizzontale, ma anche dotarsi di risorse finanziarie adeguate. Il Green Deal può essere un successo solo se vi è un’assoluta mobilitazione delle risorse necessarie per garantire un’equa transizione ecologica.

MFF

Il tema delle risorse è cruciale per consentire all’Unione di soddisfare le aspettative dei propri cittadini. È urgente procedere rapidamente e trovare quanto prima un accordo per evitare ritardi nell’attuazione delle politiche e dei programmi dell’Unione europea.

La posizione del Parlamento su questo tema è nota e l’ho già ricordata qui davanti a voi in occasione del Consiglio europeo dello scorso ottobre.

Per questi motivi sono rimasto molto sorpreso dall’ultima proposta della Presidenza finlandese, trapelata in questi giorni, che – e lo dico con tutto il rispetto, la stima e l’amicizia che nutro per il Governo di Helsinki – è molto al di sotto delle aspettative di tutti i Gruppi politici del Parlamento.

Per il Parlamento la politica di coesione rappresenta il motore dell’integrazione europea perché ha permesso di sostenere territori e comunità nello sviluppo economico e nelle politiche di sostenibilità sociale e ambientale.

Lo stesso vale per i tagli consistenti proposti su numerosi strumenti importanti come la Connecting Europe Facility, la cui dotazione viene ridotta di quasi il 30% nei suoi settori energetici e digitali rispetto alla nostra proposta e a quella della Commissione, o il Fondo sociale europeo, che fa segnare un “meno 17%”. Analoghe perplessità sollevano i tagli al Fondo per la gestione integrata delle frontiere, ridotto di un terzo o per quello europeo per la difesa, inclusa la Mobilità militare, che risulta addirittura dimezzato. È evidente che con questi tagli il potenziale geopolitico dell’Europa rischierebbe di essere compromesso così come il suo ruolo nelle relazioni internazionali.

Non voglio ovviamente qui ripetere quanto già detto in ottobre. Mi limito a ricordare che il Parlamento europeo considera la decisione sul bilancio pluriennale come parte di un “pacchetto unico”, con l’introduzione da un lato di un paniere di nuove risorse proprie e, dall’altro un impegno ambizioso sul lato della spesa – pari all’1,3 % del reddito nazionale lordo – per mantenere inalterato in termini reali l’impegno finanziario per le politiche tradizionali dell’UE, dare impulso ai programmi di maggior successo e assicurare risorse sufficienti per le nuove sfide dell’Unione.

Il Parlamento è pronto a negoziare su questa base con spirito dialogante e costruttivo, ma nel pieno rispetto delle sue prerogative e su un piano di parità con le altre Istituzioni.

Mi sembra qui utile attirare la vostra attenzione sull’ultima rilevazione di Eurobarometro, secondo cui il 58% dei cittadini europei chiede che vengano attribuiti maggiori poteri al Parlamento europeo.

In questo momento stiamo negoziando insieme su numerosi e importanti proposte settoriali. Per noi, tuttavia, questo negoziato è strettamente legato al pacchetto complessivo sul QFP e, quindi, inscindibile da esso. A tale proposito ritengo doveroso segnalare il fatto che riscontro all’interno dei gruppi politici, compresi quelli che hanno sostenuto la Presidente Von der Leyen, un diffuso e crescente malcontento per un’insufficiente considerazione delle prerogative del Parlamento. Tale sentimento Questo malumore, che riguarda sia il metodo che il contenuto, potrebbe avere un impatto negativo sul proseguimento dei negoziati co-legislativi attualmente in corso.

Lo voglio ripetere con grande chiarezza: non commettiamo l’errore di dare per scontato il consenso del Parlamento senza averlo ascoltato.

Le iniziative annunciate dalla Presidente Von der Leyen richiedono risorse adeguate. Secondo le stime iniziali del Parlamento, triplicare il programma Erasmus+, il finanziamento proposto per il Fondo di transizione equa, la Garanzia Giovani e l’occupazione giovanile porterebbe ad un totale di circa 30 miliardi di euro in più rispetto alla proposta originaria della Commissione presentata nel 2018. Secondo alcuni calcoli il livello di bilancio ora proposto non sarebbe sufficiente a finanziare l’agenda strategica del Consiglio stesso nel giugno scorso. Proseguire in questa direzione sembrerebbe un paradosso!

Il Parlamento ha già da tempo definito la sua posizione. Ci rammarichiamo che il Consiglio finora non sia riuscito a fare altrettanto, ma guardiamo con grande fiducia ai prossimi mesi ed alla capacità del Presidente Michel e della Presidenza entrante croata – che ho incontrato pochi giorni fa a Zagabria – di giungere ad un accordo. Per avanzare nei negoziati, favorire la concertazione ed il ravvicinamento fra le posizioni delle Istituzioni mi sembra giunto il momento di avviare le riunioni formali a livello dei Presidenti previste dall’art. 324 del TFUE.

Aspettiamo con impazienza questo momento e siamo ansiosi di iniziare a sederci intorno ad un tavolo ed avviare il dialogo anche al fine di evitare inaccettabili ritardi nell’avvio delle nuove politiche e dei nuovi progetti.

CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

I tempi per noi sono essenziali perché i cittadini si attendono risposte concrete. Mi rallegro che il Consiglio europeo discuta in questa occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Per il Parlamento europeo sarà una delle priorità della legislatura, e noi intendiamo essere una forza trainante nell’organizzazione e attuazione della Conferenza.

Penso che stiamo assistendo ad una svolta importante. Proprio mentre celebriamo il decimo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, di cui non abbiamo ancora esplorato tutte le potenzialità, le nostre tre istituzioni concordano sul fatto che l’Unione deve rafforzare la sua capacità di azione, la sua legittimità democratica e la sua efficacia.

Apprezziamo questa iniziativa della Commissione, ma sono ancora più soddisfatto di sapere che, per la prima volta da dieci anni a questa parte, anche il Consiglio/gli Stati membri desiderano avviare questo grande dibattito sul futuro dell’Europa e aspirano a definire una visione comune sulla maniera in cui possiamo migliorare le nostre politiche per ottenere risultati e benefici concreti per i nostri cittadini.

Il Parlamento ha già iniziato i lavori per definire la sua visione. Credo che sia essenziale che il Parlamento, il Consiglio e la Commissione agiscano su un piano di parità nell’organizzazione della Conferenza.

Si tratta, infatti, di un’iniziativa che desidero sia costruttiva e che dobbiamo perseguire in uno spirito di consenso.

Sono dell’opinione, e l’ho detto alla Presidente Von der Leyen e al Presidente Michel, che sia importante che i Presidenti delle tre Istituzioni, si impegnino personalmente in questo esercizio mostrando una leadership congiunta, al fine di sottolineare l’importanza di questo processo.

Il Parlamento ritiene inoltre che sarà importante coinvolgere i cittadini e la società civile europea in modo aperto e inclusivo, nonché gli attori istituzionali, come i Parlamenti nazionali, le Autorità regionali e locali, ma anche il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale.

Il gruppo di lavoro interno, da me avviato in ottobre, presenterà le sue conclusioni alla Conferenza dei presidenti il 19 dicembre e adotteremo una risoluzione in Plenaria a gennaio per essere pronti in tempo per avviare le discussioni con voi e con la Commissione all’inizio del prossimo anno.

Ripongo molte speranze nella Presidenza croata che avrà il compito di sostenere questo processo di avvio della Conferenza, così come la sua attuazione. Gli obiettivi sono ambiziosi, il calendario lo è altrettanto: è giunto il momento di mettersi al lavoro.

Consentitemi, prima di chiudere infine di esprimere a nome del Parlamento europeo un sentito ringraziamento alla Presidenza di turno finlandese che ha lavorato egregiamente in un semestre complesso e fortemente caratterizzato dal processo di ricambio istituzionale, così come di rinnovare i miei migliori auguri di buon lavoro alla prossima Presidenza di turno croata.

Plenary session – Election of the President of Parliament – Second ballot