23 September, 2026
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Sin dalla nascita i tentativi della civica amministrazione di Carbonia sono stati sempre quelli di liberarsi dal giogo delle Direzioni minerarie dell’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) e della S.M.C.S. (Socità Mineraria Carbonifera Sarda) o Carbosarda per la sua condizione di città aziendale che non permetteva alcuna autonomia amministrativa comunale.
Già il dott. Ovidio Pitzurra, primo Commissario prefettizio poi primo Podestà di Carbonia, da zelante funzionario pubblico inviava numerose relazioni alla Prefettura di Cagliari nelle quali evidenziava lo sfruttamento dei minatori e la mancanza di adeguate misure di sicurezza imputabili alle due Direzioni Minerarie dell’A.Ca.I. e della Carbosarda. Tant’è vero che fu rimosso e sostituito dal successivo podestà Vitale Piga Serra molto più sottomesso alle indicazioni delle due Direzioni Minerarie.

Altri tentativi di liberarsi dal giogo delle Direzioni minerarie continuarono a manifestarsi in seguito. La Carbosarda, forte della condizione di azienda militarizzata, attuò un regime di sfruttamento con provvedimenti arbitrari come l’aumento del costo dei viveri di prima necessità negli spacci aziendali e del costo dell’energia, fino all’aumento degli affitti per le case dei minatori e per gli alberghi operai, in contrasto con gli accordi contrattuali, tanto che vi fu quasi subito un’unanime reazione di contrapposizione da tutti i lavoratori del bacino carbonifero del Sulcis. Così il 2 maggio 1942 nella città vi fu uno sciopero, il primo in Sardegna e tra i primi in Italia durante il ventennio e la guerra, organizzato contro il caro vita da cellule clandestine del Partito Comunista ma diretto da Tito Morosini, delegato confederale del sindacato corporativo fascista dei lavoratori, iniziato con l’astensione totale dal lavoro nei pozzi carboniferi di Sirai.
Dal 5 ottobre 1948 al 16 dicembre dello stesso anno fu effettuato lo “sciopero bianco” di 72 giorni per contrastare le misure repressive e provocatorie della Direzione della Carbosarda, in attuazione di una rigida politica di costi e ricavi nella gestione aziendale, posta in essere con licenziamenti e trasferimenti di personale (soprattutto quello più politicizzato e sindacalizzato), aumento indiscriminato dei fitti delle case e degli alberghi operai, dei viveri negli spacci aziendali, dei prezzi dell’energia e del carbone ceduto alle maestranze, riduzioni arbitrarie degli stipendi anche con applicazione delle multe ai dipendenti responsabili di presunti disservizi. Lo sciopero bianco si attuò con la “non collaborazione”; i minatori, presenti regolarmente al lavoro nei cantieri minerari, dopo le 8 ore di normale servizio giornaliero non effettuarono più prestazioni straordinarie a cottimo (retribuite secondo la quantità di carbone estratto), in base a precedenti accordi aziendali, tanto che la produttività della Carbosarda scese del 50%. La Direzione della Carbosarda reagì con misure drastiche e incontrollate ancora più pesanti di quelle sopra indicate, ricorrendo con intimidazioni alla Polizia e alla Magistratura. Esplose così, non solo a Carbonia e nel Sulcis, ma anche in tutta la Sardegna e nel resto della penisola, un vasto movimento popolare di solidarietà e sostegno alla lotta dei minatori carboniferi con i seguenti gesti significativi: parecchi lavoratori sottoscrissero a loro favore mezza giornata di paga, come i dipendenti comunali di Carbonia; i commercianti della città aprirono crediti alle famiglie dei minatori; la C.G.I.L. nazionale inviò più volte un contributo di un milione di lire; i minatori di tutta Italia proclamarono uno sciopero di 24 ore in segno di solidarietà. Un tentativo di mediazione fra la direzione mineraria e le rappresentanze sindacali, promosso dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale il 19 novembre 1948, fallì per rigidità e intransigenze della Carbosarda. Dopo un lungo braccio di ferro nel quale la Direzione della Carbosarda minacciò di non corrispondere salari e gratifiche natalizie, e dopo che i minatori licenziati si barricarono nei pozzi minerari per non essere allontanati dal posto di lavoro con l’intervento della Polizia, la S.M.C.S., con la mediazione del presidente dell’A.Ca.I., ing. Mario Giacomo Levi (contrario alla posizione portata avanti dalla Carbosarda finora), sottoscrisse un accordo con le rappresentanze sindacali il 17 dicembre 1948, annullando tutti i provvedimenti restrittivi presi (licenziamenti, multe, aumenti dei prezzi nei viveri, nei fitti e nell’energia) e aumentando le retribuzioni, con vittoria quasi totale nella vertenza dei lavoratori carboniferi. Per questo e altri episodi in cui l’intera popolazione cittadina difese in quegli anni le vertenze sindacali legate al lavoro nelle miniere, Carbonia fu soprannominata dalla stampa con l’appellativo di Stalingrado sarda.
Nel 1953, Pietro Cocco, sindaco di allora propose una Rinascita di Carbonia per liberarsi completamente dal giogo delle Direzioni minerarie dell’A.Ca.I. e della Carbosarda per la sua condizione di città aziendale che non permetteva alcuna autonomia amministrativa comunale, che si realizzerà anni dopo quando queste due società carbonifere cessarono la loro attività.
Nella seduta del 7 aprile 1946, alle ore 17,30, nella sala delle adunanze (non ancora Sala del Consiglio) del comune di Carbonia fu convocato il primo Consiglio comunale, in seguito alle elezioni del 31 marzo 1946 nelle quali furono eletti i primi 40 consiglieri municipali.
Sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 1 sulla verifica dei poteri dei consiglieri eletti senza reclami.

Sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 2 sull’elezione del sindaco di Carbonia, con 39 consiglieri comunali votanti fu eletto sindaco, Renato Mistroni, con 23 voti.

Sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 3 sull’elezione della Giunta Municipale, con 39 consiglieri comunali votanti furono eletti i seguenti 6 assessori effettivi: dott. Roberto Orani con 28 voti; rag. Raimondo Tocco con 28 voti; prof. Tullio Mascia con 25 voti; Remo Bianciardi con 24 voti; Angelo Aste con 24 voti; Giovanni Salis con 23 voti. Sempre sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, con 39 consiglieri comunali votanti furono eletti i seguenti 2 assessori supplenti: Armidio Bartoli con 23 voti; Dino Palmieri con 23 voti.

Sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 4 sulla fissazione della data della prossima riunione del Consiglio comunale per la relazione del Commissario prefettizio uscente, dott. Pensiero Macciotta, relativa alla sua gestione. Il Consiglio comunale fissò la data per l’11 aprile 1946 alle ore 19.00.

Sotto la presidenza del Consiglio,i Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 5 per il riesame della posizione del consigliere Angelo Gattuso, sul quale unanimemente il Consiglio comunale decise, esaminati gli atti, di approvare positivamente la condizione di consigliere eletto del comune di Carbonia.

Delibera n. 6 Relazione del Commissario Prefettizio uscente, dott. Pensiero Macciotta, relativa alla sua gestione straordinaria da lui tenuta dal 7 novembre 1945 al 7 aprile 1946.

Circa la gestione finanziaria il fondo cassa all’atto in cui assunse l’incarico era di £ 653.827,23 accertate con verbale di verifica e che il bilancio di previsione per l’anno 1945, già approvato dalla Giunta Provinciale Amministrativa, era stato respinto dalla Commissione Centrale per la Finanza locale, la quale da un lato apportava degli aumenti alle previsioni, ma stralciava del tutto molti stanziamenti passivi vincolandoli sul bilancio di revisione e sulla riduzione del personale avventizio del Comune. Si procedeva così al riesame del bilancio stesso che veniva chiuso in pareggio con la richiesta di un contributo di Stato di £ 6.926.599,80, che la Prefettura ha già corrisposto sotto forma di anticipazione nella somma £ 6.900.000 pur nelle more dell’approvazione del bilancio da parte della Commissione Centrale per la Finanza locale. Il personale avventizio del Comune fu ridotto di 25 unità e dovrebbe ancora ridursi di altre 6 unità. I ruoli di imposta di famiglia 1945 e 1946 non sono stati ancora compilati. Per risolvere la difficile situazione finanziaria del Comune è stata inoltrata al competente Ministero una domanda tendente ad ottenere, ai sensi dell’art. 41 del D.L.L. 8 marzo 1945 n. 62, l’autorizzazione ad istituire l’esazione di un diritto sul carbone minerale prodotto dalle miniere esistenti nel territorio del Comune pari al 5% del valore corrente del carbone stesso. Nessuna decisione è stata ancora adottata dal Ministero nonostante le pressioni fatte allo scopo anche in via ufficiosa. Il bilancio di previsione per l’anno 1946 è stato regolarmente compilato e chiuso a pareggio con la richiesta di un contributo dello Stato £ 9.900.000 ed inoltrato alla Prefettura per i provvedimenti di competenza. Circa l’annona e gli approvvigionamenti è stato fatto il possibile perché la popolazione non dovesse risentire la crisi alimentare e per quanto si attiene ai prezzi, questi sono stati tenuti aggiornati ai mercati di Cagliari e di Iglesias. Per l’assistenza UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), “Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione”, con la quale è nota l’organizzazione internazionale costituita, dal 9 novembre 1943 al 30 giugno 1947, dalle Nazioni Unite per l’assistenza economica e civile alle popolazioni delle Nazioni Unite, danneggiate dalla guerra, il Comune ha già effettuato distribuzione dei beni. Per quanto attiene alle opere pubbliche da eseguirsi con i fondi dello Stato si è ottenuta la concessione £ 20.000.000 per la costruzione del Mercato civico coperto, £ 10.000.000 per i lavori di completamento del cimitero, entrambi già in corso di appalto, £ 2.900.000 per l’esecuzione dei lavori di sistemazione e manutenzione della strada vicinale Barbusi – Genna Corriga – Corongiu, £ 15.000.000 per la costruzione del fosso di guardia e ripristino delle strade urbane, e £ 5.000.000 per la costruzione del padiglione di isolamento infettivi nell’ospedale Sirai. Il 10 dicembre 1945, dopo averne assicurato in parte il finanziamento autonomo a mezzo di contributi di Enti e tasse e contributi degli alunni, è stata aperta la Scuola media, di cui occorre sollecitare la conferma del riconoscimento legale per cui sono state inoltrate al competente Ministero le relative pratiche. Dopo aver superato innumerevoli difficoltà è entrato in funzione l’ospedale Sirai, come stabilimento speciale del Comune. Per il funzionamento dell’ospedale, veniva richiesto al Ministero tramite Prefettura, ma senza alcun risultato, un contributo a fondo perduto di almeno £ 3.000.000. Analoga richiesta, sempre infruttuosa, era stata richiesta all’Alto Comissariato (alias Regione). La Società Carbonifera Sarda ha invece risposto all’appello
rivoltole accordando un contributo a fondo perduto di £ 1.800.000 in quote mensile da richiedersi dal Comune. Le elezioni amministrative comunali sono state svolte con la massima regolarità. Per le elezioni dell’Assemblea Costituente sono state già ultimate le intestazioni dei certificati elettorali. Si fa infine presente la necessità della costituzione della Compagnia barracellare, per cui già da tempo è stata richiesta al Comitato di Liberazione Nazionale locale la proposta di un nominativo per la nomina a capitano. Il sindaco di Carbonia, Renato Mistroni, esprime i ringraziamenti al Commissario prefettizio uscente, dott. Pensiero Macciotta, sulla gestione straordinaria tenuta. Intanto il Comune ha un ingente debito verso il Consorzio dell’Acquedotto del Sulcis per la concessione di acqua alla città e verso al Società Elettrica Sarda per la fornitura di energia elettrica.
Sotto la presidenza del Consiglio, Renato Mistroni, fu votata la delibera n. 7 sulla nomina di assessore delegato, fu nominato il prof. Tullio Mascia, già assessore effettivo della Giunta municipale di Carbonia.
Nella seduta del 16 giugno 1946, alle ore 10.00, nella sala delle adunanze del comune di Carbonia, con delibera n. 8, fu tenuta una relazione del sindaco, Renato Mistroni, nel Consiglio comunale.
Sempre nella seduta del 16 giugno 1946, con delibera n. 9, il Consiglio comunale decise unanimemente, in via d’urgenza, in merito alle relazioni del sindaco e degli assessori.
Mauro Pistis

La sala consiliare di piazza Roma, a Carbonia, lunedì 14 settembre ha ospitato il convegno “1946: la democrazia nasce a Carbonia”, organizzato da Fondazione Enrico Berlinguer, SBIS – Sezione di storia locale, Umanitaria – Centro Servizi Culturali, Associazione culturale – amici della miniera, con il patrocinio dell’amministrazione comunale e il supporto della Fondazione di Sardegna.

Sono intervenuti il sindaco di Carbonia Pietro Morittu; Moreno Pilloni, direttore della Società Umanitaria, Centro Servizi Culturali Carbonia; Tore Cherchi, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer, ex sindaco di Carbonia, promotore del convegno; Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia; Maria Giovanna Musa, SBIS – sezione di storia locale; Mauro Pistis, studioso; Mario Zara, presidente dell’associazione culturale amici della miniera; Luigi Mistroni, figlio di Renato, primo sindaco eletto della città di Carbonia; Irene Diana, dipendente comunale in pensione, parente di uno dei primi consiglieri eletti a Carbonia nel 1946. I lavori sono stati moderati dalla giornalista Stefania Piredda.

Se il 1946, a seconda guerra mondiale terminata, segnò il ritorno, in forme più avanzate, della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. Il 31 marzo 1946, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata retta da un podestà e, caduto il fascismo, da un commissario prefettizio sia pure con la partecipazione in vario modo delle formazioni politiche. La città di Carbonia ebbe il suo primo Consiglio comunale, il suo primo sindaco, Renato Mistroni, e la sua prima giunta. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente. Votarono le donne. Le donne, infatti, grazie ad un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista, infine, avevano acquisito il diritto al voto e il diritto ad essere elette. Due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì, furono elette nel primo consiglio comunale: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi.

«A fronte della gravità della situazioneha concluso Tore Cherchi -, non c’è in piedi un movimento di protesta e di proposta. Anzi c’è una calma che rassomiglia alla rassegnazione a fronte della reattività sociale del passato. Bisogna non rassegnarsi al declino, correggere errori, anche cambiare strada ma reagire. In questo un compito primario spetta a partiti, sindacati e forze politiche.»

Se il 1946 segnò il ritorno, in forme più avanzate, della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. Il 31 marzo 1946, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata retta da un podestà e, caduto il fascismo, da un commissario prefettizio sia pure con la partecipazione in vario modo delle formazioni politiche. La città di Carbonia ebbe il suo primo consiglio comunale, il suo primo sindaco, Renato Mistroni, e la sua prima giunta decisi da libere elezioni. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente. Votarono le donne. Le donne, infatti, grazie ad un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista, infine avevano acquisito il diritto al voto e il diritto ad essere elette. Due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì, furono elette nel primo consiglio comunale: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi. E tuttavia un bel passo in avanti della democrazia sol che si pensi che le donne sino a quel momento erano state escluse dal voto. Il 1946 è dunque una tappa di decisiva importanza nella storia della città. Di questo tornante storico si discuterà in un convegno intitolato “1946: LA DEMOCRAZIA NASCE A CARBONIA”.

L’evento si terrà lunedì 14 settembre 2026, alle ore 18.00, Aula del Consiglio comunale, Piazza Roma, Carbonia. I lavori saranno coordinati da Stefania Piredda, giornalista; Ai saluti del sindaco Pietro Morittu, e di Moreno Pilloni, Umanitaria, CSC Carbonia, seguono le introduzioni di Tore Cherchi, Fondazione Enrico Berlinguer, ex sindaco, e di Marco Pignotti, storico; e gli interventi di Antonangelo Casula, ex sindaco, Maria Giovanna Musa, SBIS – sezione di storia locale, Mauro Pistis, studioso, Mario Zara, Associazione culturale amici della miniera. Il dibattito è libero. Sono previsti interventi di parenti dei primi consiglieri/e comunali.

Il convegno è organizzato da: Fondazione Enrico Berlinguer, SBIS – Sezione di storia locale, Umanitaria – Centro Servizi Culturali, Associazione culturale – amici della miniera. Con il patrocinio dell’amministrazione comunale e il supporto della Fondazione di Sardegna.

Domenica 19 ottobre è stata commemorata, con una breve e sentita cerimonia nel piazzale del parcheggio del supermercato LIDL, la tragedia mineraria di Schisòrgiu in cui perirono 14 minatori e 8 rimasero feriti, nel più grave incidente sul lavoro mai accaduto in Sardegna. Certamente i poveri lavoratori carboniferi meritano un luogo più dignitoso ed idoneo di un piazzale per parcheggio come, ad esempio, la sistemazione di un terreno che si trova all’esterno dell’area recintata. Su questa ipotesi c’è un accordo di massima con l’attuale civica amministrazione di Carbonia ed interlocuzioni con un proprietario del suddetto terreno vicino. Si vedrà come andrà a finire.

La cerimonia è iniziata con il discorso introduttivo di Pierino Agus, presidente dell’associazione Amici della Miniera, che si occupa da alcuni anni anche di questa sentita celebrazione. Pierino Agus ha ricordato che la tragedia mineraria di Schisòrgiu si colloca tra i tanti incendi sul lavoro accaduti nel bacino carbonifero del Sulcis nel quale vi furono numerosissimi feriti e oltre 450 minatori morti, in ricordo dei quali si sta pensando di sistemare proprio un Memoriale monumentale, con i nominativi dei caduti, in uno spazio della Grande Miniera di Serbariu. Su questa idea sembrerebbe che sia d’accordo la stessa amministrazione civica di Carbonia ed è probabile che possa essere invitato all’inaugurazione del Memoriale il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con alte cariche dello Stato, rappresentanti del governo e delle due Camere, della nostra Regione Autonoma della Sardegna, di personalità religiose, militari e civili.
Subito dopo, come componente dell’associazione Amici della Miniera, ho ricordato le vere ragioni di queste tragedie. In una lettera riservata il prefetto di Cagliari, dott. Tito Cesare Canovai, chiedeva all’ing. Enrico Cori, Capo del Distretto Minerario della Sardegna, le ragioni di questi frequenti e numerosi incidenti minerari. L’ing. Enrico Cori rispose alla missiva del prefetto Tito Cesare Canovai, elencando tre cause fondamentali: il rapido incremento della produzione carbonifera giornaliera tanto da dover raggiungere una produzione di un milione di tonnellate all’anno; l’impiego di manodopera non specializzata, senza alcun addestramento e senza formazione professionale; e la deficienza di personale tecnico direttivo in particolare ingegneri soprattutto carboniferi.
Successivamente, a conclusione della cerimonia, il parroco don Giampaolo Cincotti, ha osservato che se questi adempimenti sulla sicurezza nel lavoro fossero stati predisposti dalle società minerarie carbonifere, certamente si sarebbero avuti meno incidenti sul lavoro e molte tragedie minerarie non sarebbero mai esistite.
Infine, guidati da don Giampaolo Cincotti, con le preghiere, i presenti hanno ricordato i poveri minatori caduti, veri martiri del lavoro.
Mauro Pistis
 

Carbonia dimentica il suo Compleanno! Il giorno 9 giugno 2025 erano già trascorsi 88 anni dal 9 giugno 1937, giorno della Fondazione o della Nascita di Carbonia. Nella giornata del 9 giugno 2025 non vi è stata alcuna commemorazione o ricordo da parte di chi aveva il dovere di farlo, come chi ricopre un ruolo istituzionale. Non è la prima volta che accade un memoricidio sulla Storia della nostra straordinaria e sfortunata città, tutto ciò accade per scarsa conoscenza dei fatti, oltreché per insensibilità. Il modo per rimediare a tutto ciò può essere soltanto insegnare la Storia locale di Carbonia e del territorio nelle scuole di ogni ordine grado presenti nella nostra città fino all’Università. Veniamo ai fatti.
Il 9 giugno 2025 è il novantesimo anniversario della Costituzione del Bacino Carbonifero del Sulcis, ma è anche l’88° Anniversario della Nascita o Fondazione di Carbonia! Infatti, il 9 giugno 1935, a Bacu Abis, pare presso la Dimora ottocentesca, denominata Casa o Villa dell’Ing. Anselmo Roux (altri ipotizzano Pozzo Emilio e altri ancora Pozzo Castoldi), Benito Mussolini proclamò sia la Costituzione del Bacino Carbonifero del Sulcis sia la nascita dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.), poi costituita il 28 luglio 1935, con R.D.L. n. 1406, e che cessò la sua attività il 28 febbraio 1957. Questa azienda pubblica statale controllava la produzione del combustibile fossile in Italia, soprattutto nel periodo dell’autarchia. Ma il 9 giugno è anche l’88° anniversario della Nascita di Carbonia, perché il 9 giugno 1937, data utilizzata due anni dopo per la Fondazione di Carbonia, vi fu la tipica cerimonia rituale con la sistemazione della prima pietra alla base della Torre Civica. Quindi il 9 giugno 1937 fu la Nascita di Carbonia, la Fondazione della nostra città con particolare e rituale cerimonia sul Monte Fossone.
Nell’angolo sud-ovest della Torre Civica, allora Torre dell’Arengario o dell’Arengo denominata anche Littoria (perché sede della Casa del Fascio per sei anni), fu sistemata la prima pietra nelle fondamenta del primo edificio di Carbonia, accanto vi fu collocato un astuccio di legno contenente una pergamena con le firme dei partecipanti (autorità civili, militari e religiose) alla cerimonia della Fondazione. Nel fossato predisposto fu gettato un mazzo di fiori da una bimba, la figlia del Cavalier Francesco Piga Onnis, allora podestà del comune di Serbariu. Nel resoconto su L’Unione Sarda del 10 giugno 1937 si hanno notizie precise della cerimonia della Fondazione avvenuta il giorno prima. Sulla data del 9 giugno 1937, questa fu scelta perché alla stessa data di due anni prima (9 giugno 1935) Benito Mussolini proclamò a Bacu Abis (forse nella palazzina mineraria dei Roux, qualcuno sostiene nel Pozzo Castoldi, altri Pozzo Emilio) la costituzione dell’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani). Per la cerimonia della Fondazione (definita anche Atto di Fondazione del comune di Carbonia) si inviò una delegazione ministeriale che partì con un trimotore da Ostia per giungere a Cagliari, all’aeroporto di Elmas. La delegazione ministeriale era costituita da tre componenti: Paolo Ignazio Maria Thaon di Revel (torinese, Ministro delle Finanze e del Tesoro), Ferruccio Lantini (brianzolo, ministro delle Corporazioni) e Giuseppe Valle (sassarese, sottosegretario di Stato al ministero dell’Aeronautica). Il 9 giugno 1937 il programma della delegazione ministeriale era così organizzato: ore 8.15 inaugurazione a Cagliari del nuovo Sanatorio Antitubercolare (l’attuale presidio ospedaliero Roberto Binaghi) dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale a Monte Urpinu con l’on. Bruno Biagi, presidente nazionale dell’Istituto. Ore 10,30 cerimonia inaugurale del nuovo porto di Sant’Antioco, dove il Comm. Guido Isacco Segre (presidente dell’ACaI) illustrò l’importanza di questi lavori; poi visita alla costruenda centrale termoelettrica di Santa Caterina della Società Monteponi, a seguire visita allo stabilimento S.A.M.I.S di San Giovanni Suergiu. Nel pomeriggio visita al colle della zona di Monte Fossone dove sorgerà il nuovo comune di Carbonia, tra Sirai e Barbusi al centro della vasta piana del Sulcis.
La cerimonia augurale della Nascita o Fondazione di Carbonia avvenne con la posa della prima pietra nel fossato delle fondamenta della Torre Civica, allora Torre dell’Arengario o dell’Arengo denominata anche Torre Littoria, insieme ad un astuccio ligneo che racchiudeva un’artistica pergamena contenente la firma dei partecipanti al rito fondativo. Infine, una bambina di 7 anni, Rina Piga, figlia del podestà di Serbariu, Francesco Piga, depositò un mazzo di fiori (garofani e bocche di leone) nel fossato delle fondamenta della Torre. Poi prosecuzione per le miniere carbonifere di Bacu Abis, con visita alla Centrale termoelettrica di Funtana Mare e un particolare sopralluogo nella miniera di Pozzo Emilio, visitando diversi reparti; infine, cerimonia di saluti nel piazzale antistante la stessa miniera e rientro serale a Cagliari.
Mauro Pistis

Oggi 25 aprile 2025 ricorre l’80° anniversario della Liberazione dell’Italia dal NaziFascismo. Nella storia della Repubblica del nostro Paese segue l’affermazione della democrazia e della libertà, la fine della guerra e la riconquista dell’indipendenza. Un conflitto che subì numerose perdite umane tra civili e militari che si sono sacrificati per la libertà.

La festa della Liberazione quest’anno è circondata da un clima di lutto nazionale per la scomparsa di Papa Francesco, i cui funerali si svolgeranno domani nella basilica di San Pietro, a Roma. Anche nella città di Carbonia, così come in tutte le altre città italiane, si sono svolte le cerimonie di commemorazione, nel rispetto della dipartita della massima autorità ecclesiastica, il Sommo Pontefice.

Colore e calore hanno animato piazza Roma, a Carbonia, per la cerimonia del 25 aprile, organizzata dal comune di Carbonia con la collaborazione del cerimoniere Alessandro Saba. Tanti i cittadini presenti, così come le associazioni, le autorità civili e militari, volontari e il parroco della chiesa di San Ponziano don Giampaolo Cincotti. A fare da cornice la Banda Musicale Vincenzo Bellini di Carbonia che con le sue note ha reso il tutto più emozionante e commovente.

Nei numerosi interventi da parte di diversi interlocutori non sono mancati i commenti riferiti alla pace e alla sua importanza, un valore da preservare e per cui lottare senza mai demordere. È una responsabilità civile ed umana che ognuno di noi deve impegnarsi ad ottemperare. Noi tutti dobbiamo impegnarci per portare avanti l’ideale di libertà che é costato tante vite umane. Un clima di speranza quello che è apparso oggi in città, speranza nella generazioni future portatrici di “recupero” di valori umani che cancellino l’odio e la sopraffazione per lasciar spazio all’uguaglianza, al rispetto, alla pace e alla democrazia. Che possano presto finire tutti i conflitti di guerra che stanno martoriando il mondo in virtù di un clima sereno e disteso dove tutti possano avere il loro posto e possano veder rispettati i propri diritti. Possa l’uomo comprendere il grande errore che commette ogni giorno nel “comandare guerra” e possa presto redimersi per una pace a portata di tutti.

Gli interventi sono stati aperti dal sindaco di Carbonia, Pietro Morittu, al quale sono seguiti quelli del presidente del Consiglio comunale Federico Fantinel; di Riccardo Pietro Cardia, presidente della sezione ANPI di Carbonia; del delegato dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi (UAPS) Mauro Pistis; di due giovani che hanno partecipato all’iniziativa del “Promemoria Auschwitz”, Riccardo Boni e Valentina Diana; del segretario della Camera del Lavoro della Sardegna Sud Occidentale (CGIL) Franco Bardi; di Anna Pina Buttiglieri, Francesca Puddu e Omar Soddu de “La Clessidra Teatro”.

Il sindaco Pietro Morittu, nel suo intervento, ha espresso grande vicinanza e ha trasferito l’abbraccio di tutti i presenti all’ex sindaco Ugo Piano e alla sua famiglia, per la perdita della figlia Marzia.

Nadia Pische

L’Amministrazione comunale di Carbonia rafforza il suo ultradecennale gemellaggio con le città croate di Arsia e Albona. Nei giorni scorsi,  in concomitanza con la ricorrenza dell’atto ufficiale del gemellaggio risalente al 2 marzo 2010, su invito dei sindaci di Arsia e Albona, l’assessora della Pubblica Istruzione Antonietta Melas, in rappresentanza della nostra città, si è recata nelle due città croate per portare i saluti e gli omaggi del sindaco Pietro Morittu e della città di Carbonia. Era presente il dottor Mauro Pistis appassionato conoscitore delle realtà istriane e studioso della storia mineraria riconosciuto tale anche dalle amministrazioni di Arsia e di Albona.
Accoglienza calorosa da parte degli amministratori locali che insieme alle diverse autorità accademiche e politiche si sono prodigati per favorire la conoscenza della storia dei luoghi e in particolare delle aree minerarie presenti nella due città.
I sindaci di Arsia, Leo Knapic, e di Albona, Valter Glavicic, l’assessora del comune di Carbonia Antonietta Melas hanno rinnovato il gemellaggio e l’amicizia reciproca attraverso  la condivisione delle commemorazioni dei minatori morti nelle miniere di Arsia e di Albona, posizionando una corona di fiori a nome del sindaco della città di Carbonia, come testimoniato dalle foto.
Il sindaco Pietro Morittu ha invitato a Carbonia i due sindaci di Arsia e di Albona per il 18 dicembre 2025, data della ricorrenza dell’inaugurazione della nostra città. Sono in corso ulteriori interlocuzioni per organizzare possibili eventi e per la loro accoglienza nel mese di dicembre al fine di consolidare sempre di più l’amicizia, il dialogo e la collaborazione tra Carbonia, Arsia e Albona.

Venerdì 14 febbraio la sala polifunzionale di piazza Roma ha ospitato la presentazione del libro di Roberto Dal Cortivo intitolato “Miniere di terra e di cielo”. L’iniziativa è stata organizzata da Mauro Pistis, responsabile dell’associazione culturale “La Lampada”, con il patrocinio del comune di Carbonia. Hanno partecipato alla presentazione il presidente del Consiglio comunale di Carbonia Federico Fantinel e l’assessora della Pubblica istruzione Antonietta Melas.
Roberto Dal Cortivo, nato a Carbonia il 18 marzo 1947, ha trascorso la sua infanzia e adolescenza nella città mineraria, prima di trasferirsi nel 1960 nel capoluogo regionale, Cagliari, città di cui è stato sindaco di Cagliari dal 1990 al 1992. E’ stato dipendente della Regione Sardegna, oggi in pensione. Esponente di rilievo del Partito Socialista, nel suo libro “Miniere di terra e di cielo”, scava nelle sue origini, con un viaggio nel passato che lo riporta in quella Carbonia dove è nato, un viaggio in cui ricorda suo padre che proprio a Carbonia ha svolto il duro lavoro di minatore. Uno spaccato sociale, narrativo e storico di momenti condivisi che costituiscono e hanno costituito i pilastri di un’intera società.
L’opera è stata presentata dalla scrittrice Rossana Copez, con la partecipazione degli attori Ottavio Congiu e Paola Grassi che hanno interpretato magistralmente alcuni brani del libro.
Vediamo l’intervista realizzata con Roberto Dal Cortivo.

Domani, venerdì 14 febbraio, alle ore 17.00, presso la sala polifunzionale di piazza Roma, si svolgerà la presentazione del libro di Roberto Dal Cortivo, intitolato “Miniere di terra e di cielo”. L’iniziativa è stata organizzata da Mauro Pistis, responsabile dell’associazione culturale “La Lampada”, con il patrocinio del Comune di Carbonia.
Roberto Dal Cortivo, nato a Carbonia nel 1947, ha trascorso la sua infanzia e adolescenza nella città mineraria, prima di trasferirsi nel 1960 nel capoluogo regionale, Cagliari, città di cui è stato sindaco di Cagliari dal 1990 al 1992. Roberto Dal Cortivo, esponente di rilievo del Partito Socialista, nel suo libro “Miniere di terra e di cielo”, scava nelle sue origini, con un viaggio nel passato che lo riporta in quella Carbonia dove è nato, un viaggio in cui ricorda suo padre che proprio a Carbonia ha svolto il duro lavoro di minatore. Uno spaccato sociale, narrativo e storico di momenti condivisi che costituiscono e hanno costituito i pilastri di un’intera società.
L’opera verrà presentata dalla scrittrice Rossana Copez, con la partecipazione degli attori Ottavio Congiu e Paola Grassi.

1 L’antropologia dentro le miniere e le miniere dentro l’antropologia

L’antropologia come disciplina scientifica, quindi al di là della sua impropria estensione a etichetta abusata, ha maggiormente studiato le tappe positive e ascendenti del progresso umano attraverso le verificabili esperienze storico-materiali che trasformano la nostra naturale animalità nei modi culturali di farsi umani e di fare umanità, a vari livelli: individuale e sociale, di genere e di specie. Per esempio, dalla stazione eretta e al camminare, dalla manualità alla scrittura e all’arte, dalle attività individuali fino alle cooperazioni familiari e locali. Questo versante dell’antropologia positiva risulta assai ampio rispetto a quello dell’antropologia negativa che, viceversa, studia e documenta le esperienze che negano e sopprimono umanità, altrui e proprie, con varie pratiche e modi anche di violenza. Per esempio dai femminicidi alle guerre, fatti di triste attualità. L’antropologia ha teorie specifiche, nate nel 1871 e mutate nel corso del tempo, pur mantenendo la fondamentale e democratica concezione di cultura che comprende ogni esperienza umana. In quanto disciplina scientifica l’antropologia ha affinato nel tempo la propria metodologia che assomma lo spoglio di fonti scritte e il rilevamento di fenomeni documentabili con la produzione di nuove fonti: scritte e orali, fotografiche, audiovisive e filmiche. Dopo più di un secolo del suo percorso, l’antropologia è entrata nelle miniere e le miniere sono entrate nell’antropologia, determinando nuovi livelli di conoscenza e di approfondimento delle esperienze umane, soprattutto nel sottosuolo. La genealogia di riferimento per tali studi nelle miniere fa capo agli ultimi decenni del Novecento, all’antropologa June Nash e al suo libro edito nel 1979 sulle miniere di stagno boliviane: We eat the mines and the mines eat us. Dependency and exploitation in Bolivian tin mines. Solo agli inizi di questo secolo si giunge all’indicazione di una specifica antropologia mineraria, indicata e perimetrata come campo specialistico in ambito anglofono nel 2003, con il testo The Anthropology of mining di Ballard and Banks.

Nell’espansione dell’Antropologia mineraria non mancavano studi singolari che in ambiti locali indagavano le esperienze minerarie. In Italia, per esempio i primi studi antropologici editi su Carbonia risalgono al 1980 a livello internazionale. Sono infatti documentati negli Atti del Convegno Internazionale di Storia Orale che si tenne ad Amsterdam in quell’anno. Quei documenti, ora assai incrementati, riguardavano produzioni poetiche in sardo espresse prevalentemente da minatori o da loro fatte proprie, sia improvvisate e sia stampate in fogli volanti o in libretti di letteratura popolare ambulante. Fanno parte di un importante corpus documentario poetico, proprio della cultura operaia dei minatori, che può essere messo in dialogo con i documenti di altri centri archivistici o museali minerari, italiani ed europei.

Vorrei sostenere, a partire da questo punto documentario da mettere in un’ampia rete, che le temporalità antropologiche e culturali delle esperienze minerarie non si riducono al solo periodo estrattivo e neppure ad un inerte periodo cosiddetto post-minerario. Mi pare invece necessario partire da quei documenti storici per mettere in luce gli aspetti che concernono l’antropologia del rischio, lavorativo e non solo, individuale e non solo, nel passato e nel presente, avviando un nuovo corso di impegni programmatici di ricerca nelle scuole e nelle università, a partire dai morti in miniera ma estendendo la visione dei rischi e dei modi per farvi fronte democraticamente nei nuovi studi. Riprenderò successivamente il cruciale nodo del rischio e della securitas come ambito di poteri propri nell’esperienza mineraria.

L’approccio volto verso l’antropologia dei rischi a partire da quelli minerari implica l’esigenza di prendere in conto nuovi e attuali dibattiti nei quali l’antropologia mineraria giunge con una recente e più ampia definizione e perimetrazione. Riguarda la cosiddetta Antropologia delle risorse estrattive che fa capo a un libro collettaneo, The Anthropology of Resource Extractions, curato da D’Angelo e PiJpers e pubblicato nel 2022. Rispetto al libro di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, I minatori della Maremma, edito nel 1956 sono trascorsi 66 anni. Dal mio testo pubblicato nel 1989 Tra il dire e il fare. Cultura materiale della gente di miniera un Sardegna, son passati 33 anni. Ribolla per certi aspetti impliciti e Carbonia per altri aspetti più espliciti, sia pure in tutta modestia, possono porgere le ricerche svolte sul loro terreno come etnografie situate come anticipazioni documentarie su mondi di vita e di lavoro sotto la terra che ebbero successivi sviluppi internazionali, specialmente per le perdite di vite umane e di ambienti vitali nei processi lavorativi. Cercherò di mettere in luce come tali processi eccezionali e quotidiani fossero non solo subiti, ma anche governati autonomamente dai minatori, attraverso l’emergere di soggetti di decisione e di scelta: attraverso processi di soggettivazione capaci di agentività, di agency, nonostante le condizioni di dipendenza o assoggettamento ai poteri dominanti.

Dal 2003 al 2022, come ho detto, l’intestazione di antropologia mineraria si è allargata con la dizione di Antropologia delle risorse estrattive, fino a comprendere un vasto complesso di attività di prelievo dalla natura. In tale ambito, in cui gli stessi minerali di discarica rimangono risorse di riabilitazione produttiva e ambientale, appaiono nuove temporalità minerarie. Inoltre, le miniere possono ora materializzarsi anche come specifici centri, idonei per particolari ricerche scientifiche. Tuttavia, rimane faticosamente aperto il problema di ciò che un materiale come il carbone può diventare e diventa storicamente risorsa, e di quale tipo, nei processi di valorizzazione secondo possibilità non solo scientifiche e tecniche, ma anche politiche. Penso al mancato sviluppo degli usi chimici del carbone Sulcis, data l’opposizione monopolistica della Montecatini e la conseguente riduzione del carbone a esclusiva risorsa energetica. Lascio aperta questione del rapporto fra materiali e risorse per seguire il corso generale delle esperienze minerarie. In generale, nel corso del processo di industrializzazione degli ultimi 50 anni l’attività estrattiva è triplicata, con la spinta soprattutto dai Paesi del cosiddetto BRIC: Cina, Brasile, Russia, India. Nuove materie prime, come cobalto e litio insieme a nichel e rame, hanno fatto emergere nuovi protagonisti. Molte miniere impoverite determinano ora maggiori disastri ecologici: per un’oncia d’oro si scassano 30 tonnellate di roccia. Le miniere, comunque, offrono direttamente a 40 milioni di persone opportunità insieme a sfide e rischi di vita. Le attività minerarie sono determinanti negli attuali assetti di consumo, di lavoro e di vita.

Particolarmente in questi ultimi decenni l’antropologia è entrata nelle miniere e le miniere sono entrate nell’antropologia. Numerosi studi antropologici penetrano ora nelle attività, nei processi, negli effetti estrattivi sulla vita quotidiana per capire dinamiche storiche, economiche, sociali, politiche, ambientali, con un approccio integrato. Tali dinamiche in vari casi rimuovono il dato di fondo: che l‘estrazione riguarda risorse non rinnovabili e pertanto esauribili. La dipendenza dai minerali in vari modi cresce e definisce mondi correnti di lavoro e di vita anche in base alla esauribilità dei giacimenti minerari e ai conflitti sul futuro che ricchezze e penurie minerarie acuiscono.

Le esperienze di Carbonia e di Ribolla, per esempio, si possono configurare nell’ambito che è stata definita democrazia del carbone (Mitchell 2011) per indicare il materializzarsi storico di protagonisti con differenti interessi, dipendenze e poteri, in termini di moderne inuguaglianze imposte e di nuove aspirazioni rivendicate. L’antropologia entrando nelle miniere ha colto i nodi di differenze asimmetriche di poteri, anche di vita, nelle umane relazioni lavorative. I mondi globali di macro-livello appaiono pertanto mentre interagiscono con quelli locali e di micro-livello in modi di inuguaglianze che sono per certi versi simili, per altri differenti.
Carbonia e Ribolla sono primariamente accomunate da rischi collettivi di vita subiti, in temporalità di differenti: il 1937 e il 1954. A questo riguardo inizierò prendendo in esame, sinteticamente e selettivamente, documenti ufficiali dei due incidenti mortali collettivi che avvennero in questi due centri carboniferi. Successivamente, prospetterò alcuni passi di ricerca comparativi e integrativi, dinamicamente volti al futuro nei due luoghi minerari oggetto della nostra attenzione.

2 Carbonia

Attingo notizie dalla relazione ufficiale dell’incidente avvenuto a Pozzo Schisòrgiu il 19 ottobre 1937. Redatta il 23 ottobre, tale relazione (reperibile nel testo di Mauro Pistis, edito da Giampaolo Cirronis Editore del 2022 dedicato a questo incidente) descrive il comportamento degli operai che si erano allontanati dal luogo di esplosione dopo aver caricato e acceso 39 mine. L’aria del cantiere era satura di pulviscolo di carbone, atto alla combustione per l’alto tenore di sostanze volatili in un ambiente con un solo fornello d’areazione. Determinante fu l’intensificazione produttiva giornaliera di carbone in quel luogo poco areato, tuttavia, l’incendio e l’esplosione venivano ufficialmente considerati non prevedibili. Alcuni provvedimenti di sicurezza, presi nel periodo successivo alle morti, dicono invece implicitamente le cause che alimentarono i rischi lavorativi vitali che determinarono i gravissimi fatti che fecero contare 14 morti. Tuttavia, nella relazione ufficiale si fece appello a varie ragioni giustificative per l’Azienda carbonifera: dalle maestranze non specializzate alla carenza di personale tecnico direttivo.

I dati importanti raccolti utilmente da Mauro Pistis nel suo libro sui fatti accaduti nella miniera di Schisòrgiu, richiedono però alcune elaborazioni antropologiche per individuare significative temporalità minerarie, a partire dalle morti collettive e individuali che considero ora congiuntamente. Per esempio in epoca fascista dal 1922 al 1943, dalla marcia su Roma alla fine dell’ultima guerra, i deceduti nelle miniere di Carbonia furono 154. Nel periodo della ricostruzione post bellica, dal 1943 al 1954, i morti in miniera furono 124. Dal 1955 al 1992, furono 35. Si tratta di cambiamenti non solo quantitativi, ma che riguardano resistenze e contrasti, assai forti anche in epoca fascista, sui poteri di vita. Entro questa lunga piega conflittuale, troviamo anche elaborazioni e conquiste per nuove sicurezze vitali, realizzate meglio dai minatori in epoca post-fascista, per quanto parliamo ancora generalmente di sicurezze sul lavoro ancora ampiamente disattese. Unendo gli eccidi collettivi alle morti individuali, vorrei mettere in luce due tipi d’intensificazione estrattiva. Il primo di moltiplicazione delle volate in zone di abbattimento non sufficientemente areate. Il secondo di intensificazione del lavoro fisico attraverso i cottimi e l’addomesticamento dei corpi.

In questo secondo percorso io desidero assumere il ‘farsi buon minatore’ o bravo minatore come maestro di vita, i temi del saper fare come saper vivere nel fondo, riferendomi a quell’insieme di pratiche minerarie che Giovanni Contini chiama complessivamente professionalità. Riassumendo al massimo, è utile a tal fine seguire il corso delle relazioni che riguardano i cottimi con le varianti dei Bedaux imposti e, per contro, le resistenze e le contrapposizioni dei migliori minatori che influenzarono comportamenti e valori diffusi nelle miniere specialmente carbonifere in vari decenni dopo l’incidente del 1937 e dopo il fascismo.

Richiamo l’elaborazione del minatore pensante e progettante le armature e le volate sicure per sé e per gli altri, realizzata dai migliori minatori del Sulcis, diffusa pedagogicamente contro la configurazione della «bestia lavorante» che i cottimi minerari imponevano come modello di modernità industriale di ascendenza tyloristica, o americano-fordista come aveva ben visto Antonio Gramsci. Del modello del minatore progettante il lavoro sicuro, per sé e per gli altri, dobbiamo saper cogliere due specifiche valenze. Un verso riguarda la svalutazione della professionalità considerata quantitativamente, cioè come pura “bestializzazione” del lavoratore nei contrasti politico-culturali in miniera. L’altro versante concerne le produzioni di insicurezze nei rischi minerari che l’accelerazione dei ritmi produttivi determinava a scapito dell’attenzione precauzionale. Le interviste a Quirino Melis, a Vincenzo Cutaia, a Delfino Zara, minatori di Carbonia, proiettate nel Museo della Grande Miniera di Serbariu, documentano l’eccezionale valore culturale di carattere universale dei minatori locali come produttori di sicurezze vitali nell’autonomo governo dei cottimi. La produzione materiale di spazi e tempi di lavoro sicuri in miniera da parte dei minatori di Carbonia ha una precisa temporalità storica, come abbiamo visto. Tuttavia, tale produzione di sicurezze vitali permane nel presente non tanto come memoria inerte, ma piuttosto come lascito culturale che può alimentare e orientare nuove risposte in vari rischi di vita del nostro presente. Si tratta di una pagina bianca per una nuova temporalità culturale mineraria, possibile e tutta da scrivere.

In questo quadro la produzione di vita lavorativa sicura è determinata dal farsi buon minatore e, pedagogicamente, dal lavoratore come agente di sicuro lavoro ragionato e pertanto maestro di vita. Successivamente un ruolo fondamentale ha avuto l’ingresso più recente di alcune donne in miniera nel 1980 come aiuto minatrici e nel 2006 con mansioni specifiche di addette alla sicurezza. Importanti documenti audiovisivi e filmici illustrano questa nuova fase securitaria di speciale importanza per la presenza delle donne nel sottosuolo. Tuttavia, nuovi studi devono essere intrapresi. Andiamo ora a Ribolla, cercando contatti e differenze con le esperienze dei minatori carboniesi, esperienze tragiche e non solo.

3 Ribolla

Il 4 maggio 1954 morirono nel sottosuolo di Ribolla 43 minatori, mentre estraevano carbone. L’esperienza mineraria di Ribolla è stata pensata fin qui con profondo impegno scientifico e democratico. Ciò emerge chiaramente da importanti contributi editi. Il libro di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola I minatori della Maremma, uscito nel 1956 e ristampato nel 2019, illustra bene la forza e la debolezza dei minatori e delle loro organizzazioni nell’impari conflitto per far riconoscere le responsabilità della Montecatini sul piano giuridico in merito alla morte collettiva in miniera. Alla fine del libro compaiono 17 interviste giornalistiche a protagonisti dei fatti di Ribolla. Le interviste sono assai sintetiche in ragione della scarsa loquacità dei minatori. In realtà il metodo dell’intervista giornalistica, in generale, non è quello dell’incontro e del dialogo antropologico in profondità. Tuttavia, un minatore parla della sua partecipazione allo sciopero contro il Bedaux, ragion per cui fu licenziato. Tre minatori risultano provenienti dalla Sardegna. Due, invece, avevano lavorato in miniere sarde ed erano poi tornati a Ribolla. Appaiono notizie importanti sia sul Bedaux e sia su una certa mobilità dei minatori nelle miniere italiane. I minatori sono presenti nel libro collettaneo intitolato Ribolla una miniera, una comunità nel XX secolo. La storia e la tragedia. In quell’opera, pubblicata nel 2005, era esplicitata anche l’esigenza di continuare ad approfondire alcuni problemi, essenzialmente di ordine storico che non richiamo per brevità.

Cercherò di riprendere ancora in mano il tema, caro Giovanni Contini, ch’egli designa come la professionalità dei minatori. Attraverserò il versante del lavoro a cottimo a Ribolla e la sua rilevanza nelle esperienze dei minatori, attraversando i loro scioperi e vedendolo con la lente dell’antropologia della vita quotidiana che poteva alimentare certe configurazioni individuali e sociali, anche identitarie. Per esempio, poteva alimentare il formarsi di figure di minatori maggiormente produttivi e capaci di più alti guadagni, insieme ad altre figure di lavoratori che controllavano maggiormente i rischi e operavano creando sicurezze per sé e per gli altri, mentre maturavano una coscienza critica che alimentava anche gli scioperi.

Consideriamo nel dopoguerra, precisamente nel 1951 e cioè pochi anni prima della tragedia, un momento cruciale a Ribolla fu costituito proprio dalla lotta al cottimo individuale, introdotto dalla Montecatini. A questo i minatori locali contrapponevano il mitigato e unitario cottimo collettivo con un corollario di proprie concezioni democratiche sul valore del lavoro che attraversava l’Europa. In qual contesto, l’elaborazione di una piattaforma rivendicativa su salario e tempi di lavoro, com’è stato notato da Adolfo Pepe (in I. Tognarini – M. Fiorani, Ribolla una miniera, una comunità nel XX secolo. La storia e la tragedia, Firenze, Edizioni Polistampa, 2005:20), fu una rivoluzione antropologica per una redistribuzione democratica dei poteri, prima che l’espressione di una forza contrattuale sindacale. La redistribuzione democratica dei poteri, specialmente dei poteri di vita, fu la cruciale posta in gioco nelle lotte per i cottimi, sia a Carbonia e sia a Ribolla, perché praticare ritmi di lavoro intensificati poteva distrarre i minatori dall’attenzione ai pericoli e ai rischi.

Forse non è stata adeguatamente messa in luce finora la portata dei poteri che a mio avviso riguardavano sia la forza culturale propria della professionalità securitaria di vita condivisa, sia i poteri di vita in campo (e a rischio) in miniera con i cottimi, come biopoteri. Credo che gli studi di Giovanni Contini, assunti in un’ottica prettamente antropologica, aprano un’utile pista di ricerca in questa direzione di grande portata storico-culturale. Illuminando meglio anche le vicende della tragedia di Ribolla come fatti di interesse globale nella piega dei cottimi, possiamo collegarli al tylorismo e al fordismo, visto attraverso le lenti sia di Antonio Gramsci e sia di Michel Foucault: la bestializzazione umana come de-professionalità connessa ai rischi di vita in miniera. Nel doppio attacco della politica aziendale alla professionalità e insieme alla vita è necessario saper vedere, a mio avviso, la portata dello scontro democratico di quegli anni di crisi, subito dopo che il carbone era servito alla ricostruzione post bellica. Spostiamo un attimo lo sguardo sul carbone. Se il carbone come risorsa energetica poteva apparire in quegli anni già insidiato dal petrolio, rimane da chiedersi perché il carbone è rimasto in tale stato di risorsa come mero combustibile e perché non è stato possibile sviluppare progetti alternativi per gli usi chimici del carbone, mentre il monopolio chimico della Montecatini dettava legge sulle scelte economiche nazionali.

Carbonia e Ribolla con i loro morti hanno distanze temporali e geografiche, ma anche qualche prossimità di esperienze democratiche, almeno per le lotte contro i cottimi che andrebbero forse ancora indagate nelle forme di resistenza, di contrasto, di elaborazioni alternative, secondo i periodi, compreso quello di Consigli di Gestione. Spero che rimanga qualche ulteriore scavo da fare nella direzione delle esperienze di conflitto quotidiano, contrastive e alternative ai cottimi che erano materializzate nel sottosuolo dai minatori.

Procedo in fretta, riprendendo le note sulla professionalità che Giovanni Contini colloca in modo obliquo nel lavoro estrattivo delle cave di Marmo mettendo in luce la sapienza empirica dei capi-cava. Sullo stesso piano empirico si situava la capacità sperimentale, un tempo attribuita solo ai dirigenti mentre nelle gerarchie costitutive dell’organizzazione, detta presuntuosamente scientifica, del lavoro minerario si riduceva l’esperienza operaia alla sola dimensione fisico-manuale. Contini, per sottolineare la professionalità operaia cita Raul Rossetti e il suo Schiena di vetro, pubblicato nel 1989. Usa le citazioni per introdurre la visibilità di uno stile personale di “lavoro ben fatto” che poteva essere acquisito osservando gli altri mentre lavoravano e sperimentando in proprio, come traguardo intellettuale, non solo nelle armature. Ho ricevuto, particolarmente a Carbonia, racconti importanti. Riguardavano, oltre che l’importanza delle armature prodotte e degli stessi disgaggi di rimozione dei pericoli, specialmente le progettazioni delle volate che tenevano conto della variabilità della roccia. Sui saper fare dei minatori che erano realizzazioni di alta professionalità, e anche di alto saper vivere condiviso, ho ricevuto importanti racconti di lavoro e di vita nelle miniere carbonifere.

Contini parla di un’autonomia lavorativa raggiunta dal minatore e ad esso riconosciuta. Io ho raccolto testimonianze di relazioni assai conflittuali per giungere a tali riconoscimenti di autonomia da parte dell’Azienda contro la bestializzazione dei cottimi. Il “bravo minatore” di Carbonia, riconosciuto dai compagni di lavoro anche come maestro, era capace di produrre accuratamente vita per sé e per gli altri. Era quindi capace di produrre spazio e futuro condiviso. Sulla produzione di tempo di vita condivisa come produzione di futuro condiviso bisogna meditare ancora e assai profondamente, perché a mio avviso tale esperienza mineraria costituisce un lascito culturale di viva attualità nei vari rischi vitali del presente. Egli sottolinea giustamente la conoscenza complessiva della miniera da parte dei minatori, conoscenza che permetteva di cogliere gli indizi di pericolo. Tuttavia, egli tiene opportunamente in conto anche l’imprevedibilità dell’ambiente minerario. Per questo aspetto ho appreso dai minatori incontrati che le variabilità della roccia non consentono saperi algoritmizzati, ma un continuo problem solving inventivo, una capacità creativa di trasformare, di volta in volta, i problemi che la roccia impone nei rischi, facendoli diventare opportunità di cambiamento positivo di vita e di futuro condiviso.
Alla luce di un nuovo e doppio sguardo storico e antropologico, multisituato nelle miniere carbonifere di Ribolla e Carbonia, cosa unisce i due centri minerari, oltre le morti collettive e individuali?

Pensieri ravvicinati fra Carbonia e Ribolla

A mio avviso, dobbiamo saper guardare alla carne viva delle loro lotte contro i cottimi come lotte non solo salariali e professionali, ma specialmente per i diritti alla vita e per la produzione di futuro e di spazio democraticamente condiviso. In questa attuale luce Ribolla offre il profilo collettivo degli scioperi, mentre Carbonia porge anche il lato singolare del farsi autonomi in quotidiani conflitti di ogni “bravo minatore”, di un minatore nel farsi soggetto di eccellente professionalità per dare sicurezze di vita a sé stesso e agli altri. Oltre gli scioperi e gli eccidi collettivi come fatti collettivi ed eccezionali, mi pare necessario guardare pertanto in modo complementare anche alle esperienze singolari con le lenti di un’antropologia mineraria della vita lavorativa quotidiana. Insisto nell’incoraggiare gli studi sui mondi minerari quotidiani perché riscontriamo che, nel corso dei 50 anni di studi che hanno alimentato l’antropologia mineraria, si può registrare un ampliamento di ricerche dal lavoro all’impresa mineraria con direttori ed esperti. Tuttavia, l’indagine sulle esperienze della vita quotidiane è ancora considerata imprescindibile per non pochi antropologi e antropologhe.

Il lascito culturale di un’antropologia quotidiana della vita lavorativa mineraria nei rischi e sui rischi, che riguarda i saper fare professionali minerari sicuritari, può essere fatta valere sia come riserva culturale storicamente specifica, sia come paradigma opportunamente declinabile e trasferibile, di autentico saper vivere in condizioni di rischio di vita, non solo subito ma anche governato e governabile perfino in condizioni di estrema sottomissione. Si tratta di produzioni di sicurezze vitali democratiche che toccano il nostro presente.

Questo è il lascito che l’antropologia mineraria o delle risorse estrattive dona all’’antropologia generale, alla storia sociale come alla storia culturale, non solo locale, della nostra contemporaneità. Tale lascito culturale del saper produrre tempi e spazi di vita democraticamente condivisi, apre le miniere chiuse ad una nuova temporalità culturale e antropologica. Si tratta di un lascito non tanto di memoria, ma soprattutto di progetto: come incitamento per elaborare, individualmente e in gruppi, inedite soluzioni per innovativi modi di lavoro e di vita sicuri, di fronte a vecchi e a nuovi problemi ostacolanti le vite, naturali e umane, cioè per produrre, a partire dalle miniere chiuse, innovativi progetti di vite e futuri democraticamente condivisi.

Nell’auspicio che i nostri pensieri che avvicinano Carbonia e Ribolla facciano crescere speciali qualità di iniziative che ravvicinano ancor più e ancor meglio sia associazioni culturali e sia istituzioni locali democratiche vi porgo un affettuosissimo abbraccio.

Cagliari 17 maggio 2024

Paola Atzeni