13 May, 2026
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Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.

Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.

Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.

La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.

L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.

Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.

Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L

’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.

Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.

La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.

Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.

Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.

Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.

E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.

Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).

Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.

Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).

Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.

Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.

Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.

Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.

Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.

Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.

Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.

Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.

Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.

Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.

Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.

Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.

E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.

Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.

Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.

L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.

Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.

Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.

Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.

Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.

Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.

Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

Antonangelo Casula

Si è tenuta ieri, 17 aprile 2026, nell’aula consiliare di Portoscuso la tavola rotonda dei sindaci sull’impatto dell’Ichnusa Wind Power e degli altri impianti eolici offshore  sul mare e sul territorio del Sulcis Iglesiente organizzata dal Comitato NO speculazione energetica Carloforte. 

Oltre al presidente del Comitato, Salvatore Obino, erano presenti i sindaci di Portoscuso (Ignazio Atzori), Gonnesa (Pietro Cocco), l’assessore alle politiche energetiche del Comune di Carloforte (Gianluigi Penco), mentre si sono collegati da remoto i sindaci di Buggerru (Laura Cappelli) e Fluminimaggiore (Paolo Sanna). 

Il tema è il procedimento avanzato dell’Ichnusa Wind Power (42 aerogeneratori alti più di 300 metri sulle rotte dei tonni, un cavidotto di 50 km e due sottostazioni) che ha passato il vaglio del MASE, ora in attesa di parere dal Ministero della Cultura. Ma anche le richieste di allaccio per altri otto impianti eolici offshore nel Sud Ovest della Sardegna, un totale di 470 pale a mare.

I lavori sono stati aperti dall’intervento del sindaco di Portoscuso, Ignazio Atzori.

Salvatore Obino ha sottolineato che il 16 gennaio 2026, appena tre mesi fa, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra, ente pubblico vigilato dal MASE) nella sua seconda relazione a proposito dell’Ichnusa Wind Power, ha definito il progetto “non idoneo”.

«Il tonno non è solo una cosa sul piatto che mangiamoha sottolineato Gianluigi Penco, assessore delle Politiche energetiche del comune di Carloforte rappresenta la nostra identità e cultura. C’è una mancanza totale di programmazione nel sistema statale e regionale, soprattutto per gli impianti oltre le 12 miglia (in acque extraterritoriali). E’ venuto a mancare il coinvolgimento diretto dei Comuni, in particolare quelli costieri. Ci siamo espressi sull’Ichnusa Wind Power con sei osservazioni, perché ha l’iter più avanzato. Abbiamo cercato di trattare l’argomento in modo serio e responsabile vista la necessità di abbracciare la transizione energetica: a nostro parere ci sono impatti negativi di questo impianto per gli effetti sonori, elettrici, elettromagnetici. Non sono un esperto, ma vorrei evidenze scientifiche in tal senso e sulla migrazione dell’avifauna, soprattutto dei tonni. Non ci sono precedenti nel Mediterraneo.» 

«Noi siamo contrari a operazioni come queste, anche perché attuate senza il coinvolgimento dei territoriha detto il sindaco di Gonnesa, Pietro Cocco -. Ma è sufficiente opporsi? Non abbiamo altre strade percorribili. Però occorre fare proposte alternative, non solo dire di essere contrari. Attualmente la Sardegna ha un tetto di produzione da FER di 6.2 GW e richieste per circa 60 GW. Per ora non ci sono alternative all’orizzonte. Le leggi regionali 5 e 20 sono state cassate. Nemmeno il decreto energia 4/2026 ha dato speranze, anzi, ha enfatizzato il ruolo del Governo contro i Comuni. Il quadro normativo non ci aiuta. A Gonnesa sono stare fatte un decina di proposte, noi abbiamo detto no a tutti perché abbiamo adeguato il PUC al PPR, per cui gli impianti FER possono essere installati solo su aree industriali, non su quelle agricole. Qui si parla di impianti in acque extraterritoriali, ma i cavi arrivano a Portovesme, in un’area dove dovrebbe esserci anche la sottostazione a terra. Le comunità devono essere coinvolte nel processo decisionale e devono essere d’accordo. Non si può fare violenza. Carloforte ha la costa ancora più vicina: questo impianto rischia di essere una iattura per il turismo, il paesaggio, l’economia. La Sardegna è una piattaforma per la ricchezza di sole e vento. Sta a noi rivendicare il nostro valore, con l’unione dei sindaci.»

I sindaci coinvolti hanno concordato che si riuniranno a porte chiuse per valutare quali azioni intraprendere, anche a livello legale.

Sono grata dell’invito per questo incontro, che mi offre l’occasione per dire quanto ho imparato dalla nozione della multitemporalità mineraria, elaborata da Lorenzo d’Angelo con Robert Jan Pijpers (2018). Si tratta di una nozione che aiuta ad individuare questioni e ha utilità analitica, inoltre aiuta a capire e ha utilità euristica. Mi collocherò in tre angolazioni temporali.

All’inizio mi situerò in una temporalità di storici conflitti di fame e di povertà estreme con i protagonisti, individuali e collettivi, contrastanti tali condizioni e intenzionalmente operanti per produrre vita vivibile cercando di modificare soprattutto le condizioni riproduttive nel sistema del truck system. Quei protagonisti agirono per realizzare diritti umani alla vita, precedendo di quasi 50 anni la dichiarazione formale e internazionale di questi diritti. Invece nella relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla condizione degli operai e delle miniere della Sardegna, che seguì i moti e l’eccidio di Buggerru del 1904 con il primo sciopero nazionale italiano, prevalse istituzionalmente lo stereotipo del minatore infantilizzato, e pertanto inferiorizzato. Fenomeno assai noto negli studi antropologici.

In seconda battuta, metterò in evidenza una lavorativa temporalità mineraria di cottimi accelerati, attraverso l’imposizione del cosiddetto “sistema Bedaux”, una variante del taylorismo, di matrice americana fordista, autolegittimata falsamente come organizzazione scientifica del lavoro. Il taylorismo, criticato da Gramsci con la figura della «scimmia ammaestrata», fu contrastato dagli operai con il modello critico della «bestia lavorante», rivolto al lavoratore che accettava passivamente il cottimo, e con specifiche valorizzazioni dei loro autonomi saper fare minerari vitali.

Riprenderò infine queste due temporalità minerarie, della penuria di cibo con specifici rischi di salute e di vita che faceva capo al truck system, e dei cottimi minerari accelerati con differenti rischi di salute e di vita che faceva capo al sistema Bedaux, per giungere alla temporalità mineraria post-estrattiva con il suo malsano ambientale, costituito dall’incombenza delle discariche minerarie, dalle lentezze delle opere di bonifica e di rigenerazione ambientale, le quali si uniscono e si intersezionano con le diffuse insicurezze ambientali del presente.

Intreccerò pertanto il filo della multitemporalità di D’Angelo e Pijpers con quello dei saper fare minerari vitali, che individuo come caratterizzanti l’esperienza mineraria nell’Isola. Inoltre, con il richiamo all’inglese truck system e all’americano taylorismo intendo prospettare temporali vicende estrattive della Sardegna in quanto esperienze di storia antropologica del lavoro non solo locale e nazionale, ma anche europea e mondiale. Come immediata premessa sulle mie opzioni teoriche nell’antropologia mineraria, in sintesi estrema e limitante dico subito che considero importante, oltre la rassegna di studi, la proposta di un approccio prospetticamente integrativo di Ricardo Godoy (1985, 1990). Tuttavia, ricorro maggiormente all’approccio dinamista e attento ai conflitti di Ballard e Banks (2003) per il sostentamento, per la perdita di vita e per l’ambiente. Andiamo velocemente nel Novecento.

1 La temporalità della fame nei moti minerari per il pane

Il Novecento fu marcato da interessi nazionali ed europei verso le risorse minerarie della Sardegna. La dimensione di interessi extra-locali ed europei emerse nel passaggio dalla temporalità permissoria a quella concessoria delle miniere da parte dello Stato Italiano. I permessi di ricerca che erano 83 nel 1861 erano diventati 420 nel 1870, il numero degli addetti alla fine del 1860 era di 10.000 unità. L’industrializzazione mineraria apparve in tutta la sua rilevanza fin dall’inchiesta del 1871 realizzata dall’onorevole Quintino Sella, il quale lamentava la mancata integrazione fra industria e agricoltura. Fra le sei principali aziende minerarie operanti nell’Isola, erano presenti solo due aziende italiane. La Monteponi a Iglesias e la Montevecchio a Guspini, entrambe piombo-zincifere, erano a capitale prevalentemente ligure. Erano europee invece le altre quattro: la belga Vieille Montagne, le francesi Mafidano e Ingurtosu, l’inglese Gonnesa Mining Company. Alla fine dell’Ottocento la Sardegna era la seconda regione mineraria dopo la Sicilia, ma forniva il 98% dei minerali di piombo e l’85% dei minerali di zinco della produzione nazionale. Le miniere della Sardegna parteciparono ad alcune Esposizioni Universali. Nelle mie ricerche archivistiche mi sono imbattuta in due cataloghi. Il primo, redatto dall’ingegner Léon Goüin, agevolmente reperibile in alcuni archivi pubblici locali, accompagnava la mostra dei minerari estratti nell’Isola all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. Ho trovato il secondo, della Societé Anonyme de Malfidano per l’Esposizione Universale di Parigi del 1878, nell’archivio dell’École Nationale Superieure des Mines di Parigi.

L’esperienza mineraria della Sardegna, in tutta evidenza, si situò in un ambito nazionale e principalmente europeo. Si riferì a un contesto storico di mondializzazione che si sviluppò nella successiva globalizzazione con esiti critici neoliberisti negli ultimi decenni del Novecento. Nella globalizzazione si manifestarono caratteri di abbandono delle miniere. prima da parte dei privati e poi da parte dei poteri pubblici. Si tratta di vicende le quali nel contesto globale possono situarsi nelle economie dell’abbandono, teorizzate da Elisabeth Povinelli (2011, 2016) fino ai poteri e alla governance di vita-non vita. In Sardegna tali abbandoni avvennero con la separazione dell’estrazione mineraria dalla filiera metallurgica e con l’importazione di bauxite dall’estero per la produzione di alluminio nel polo industriale di Portovesme, sorto nella parte sud-occidentale dell’Isola e caratterizzato da una lunga e grave crisi produttiva.

Il tempo e il mondo minerario del primo Novecento in Sardegna diventarono teatro di eccezionali violenze ed eccidi: lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904 con 4 morti; quello di Gonnesa del 1906 con tre morti, fra i quali una popolana, Federica Pilloni; i fatti di Iglesias nel 1911 con sette minatori uccisi. Nell’arco di sette anni, si contano 14 morti, minatori e persone del popolo. L’analisi di tale temporalità drammaticamente conflittuale pone due questioni teoriche. La prima riguarda la complessiva interpretazione storica, svalutativa delle esperienze di tale periodo, salvo qualche rara eccezione come Maria Stella Rollandi (1972, 1980, 1985) e Sandro Ruju (2008). Per lo più gli storici considerarono tali moti in modo deprezzativo, sia perché salariali e privi di contenuti politici, sia perché ribellistici e ancora poco organizzati sul piano sindacale e politico. In tal modo lasciarono oscurate esperienze sociali mobilitative e, soprattutto, cruciali consapevolezze sulle concezioni della vita e sui gradi di tollerabilità e intollerabilità degli ostacoli di vita.

Le condizioni di umanità, affermate e rivendicate negli scioperi richiamati, riguardarono soprattutto il lavoro sorvegliato e punito, messo teoricamente in luce da Foucault (1975) in varie istituzioni, per esempio carcerarie e manicomiali. In miniera tale fenomeno era incentrato nella contrastata figura del sorvegliante, il quale incarnava il dispositivo di coercizione a cui i minatori erano sottoposti. I minatori criticarono fortemente il sistema disciplinare coercitivo nel corso dei loro interrogatori e nei memoriali come quello dei minatori di Bacu Abis, formulati nel 1908 in occasione dell’Inchiesta Parlamentare che, come detto, seguì l’eccidio di Buggerru e il successivo sciopero nazionale. Le critiche dei minatori riguardarono i biopoteri nelle specifiche forme minerarie.

Le microanalisi di antropologia mineraria locale indicano qualche connessione di tali esperienze con la storia globale del lavoro come appare leggendo il memoriale dei lavoratori di Bacu Abis, consegnato nel 1908 alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e accluso al mio discorso. Con parole proprie i minatori raccontano la vita mineraria. Gli operai dicono gli aspetti tecnici del rapporto fisico non solo manuale ma corporale con la geologia quando ginocchia e gomiti toccano la terra; gli aspetti sociali degli intollerabili e minacciosi cottimi senza riposo; i salari che non consentivano di vivere; la bestialità del lavoro nei trasporti dei vagoncini; le multe e le sospensioni; il linguaggio abusivo e le minacce di violenze; le prospettive dei licenziamenti, della fame assoluta e dell’essere ridotto all’elemosina. Dicono anche i timori per la giustizia ingiusta, per i medici incuranti, per i sussidi inesistenti. Vogliono lavorare alle dirette dipendenze dall’amministrazione e gli impresari fuori dalle miniere. Chiedono il riparo delle pensioni e anche di una pensilina che li protegga d’inverno, nel turno di mezzanotte per non entrare in miniera tutti bagnati.

Le espressioni di dignità a fronte delle sottomissioni autoritarie subite, parimenti a certe istanze di equità e giustizia emerse in questo memoriale, possono congiungersi agli studi di antropologia e di storia globale del lavoro e, per esempio, a quelli industriali di Dipesh Chakrabarty (1989:95), Rethinking Working Class History. Bengal 1890-1940. Tuttavia, rimangono rilevanti specificità che riguardano l’antropologia mineraria italiana e locale. La più rilevante particolarità riguarda il rapporto salario-cibo. A Bacu Abis tale rapporto si inseriva nel sistema di truck-system, di origine inglese, in cui la paga avveniva con buoni o ghignoni, emessi dall’azienda mineraria. I ghignoni potevano essere usati nelle cantine gestite direttamente dall’azienda o date dall’azienda ad affidatari, in cui i prezzi dei vari generi erano solitamente più cari. Alla povertà determinata dai bassi salari, si aggiungeva il circolo perverso degli indebitamenti e dei tassi usurai a cui erano sottoposti operai e operaie. Segnalo che vari medici, durante gli interrogatori dell’Inchiesta Parlamentare, espressero giudizi precisi sulle insufficienze alimentari e sulla cattiva alimentazione dei minatori rispetto al loro lavoro, insufficienze più o meno implicitamente riferite ai salari scarsi. Nei moti del 1906 sorti a Gonnesa, la cantina dell’Azienda Roux di Bacu Abis, assai significativamente fu devastata. Nel 1908 gli operai di Bacu Abis consegnarono alla Commissione Parlamentare alcuni campioni dei ghignoni usati, oltre il loro memoriale da allegare agli Atti dell’Inchiesta.

I rapporti salario-cibo e salario-vita erano profondamente intrecciati nel sistema del truck-system e riguardò i biopoteri, individuati e teorizzati da Foucault. Tali rapporti presentano gli scioperi salariali del primo Novecento in Sardegna come fenomeni di alto profilo culturale, etico, politico, con contenuti vitali, in quanto sostenuti da obiettivi vitali individuali e collettivi, tesi a far valere una vita mineraria possibile e vivibile. Tali scioperi erano realizzati con pratiche sociali che, mentre costituivano catene di esperienze assai mobilitative ed estensive, miravano a creare relazioni locali di cultura solidale per un minerario mondo di vita condiviso democraticamente.

Gli scioperi esordiali dei minatori richiedono di essere indagati come precise pratiche di saper fare vitali che marcano precise temporalità vitali di espressione operaia. Possono rivelare sorprendenti anticipazioni di futuro, come accadde nel caso di Buggerru in cui apparvero rivendicazioni e obiettivi che riguardarono complessivamente la vivibilità della vita umana mineraria democraticamente condivisa: il riposo lavorativo, il minimo salariale garantito, la sicurezza di beni alimentari di sussistenza, il diritto all’istruzione per infanti e adulti. Tali istanze vitali furono di fatto, come detto, anticipatrici dei diritti umani formalizzati 44 anni dopo, nel 1948. Anche sul piano degli esiti normativi di tanti scioperi, per quanto non diretti e immediati, si può scorgere un intreccio fra microstorie locali della Sardegna e storia globale del lavoro. Un forte intreccio fra esperienze locali e globali apparve verso gli anni Trenta del Novecento, con le esperienze dei cottimi lavorativi accelerati che riguardarono in differenti modi la salute e il vitale.

2. La temporalità dei cottimi minerari accelerati

Per far conoscere l’importanza vitale delle tecniche elaborate dai minatori per contrastare l’accelerazione dei ritmi lavorativi, pare necessario esplicitare alcune informazioni preliminari sul contesto del lavoro minerario, rischioso nel sottosuolo e non solo.

Nei rischi incombenti, lavoratori e lavoratrici elaborarono specifici saper fare minerari vitali di cui ho circoscritto la messa a fuoco. Li ho delimitati e definiti come pratiche di problem solving, esercitate nei lavori estrattivi in cui certi protagonisti, ingegneri e operai, uomini e donne, affrontarono rischi di salute e di vita trasformandoli in sicurezze vitali, temporali e spaziali. La fenomenologia dei saper fare minerai vitali, nelle grandi miniere con estrazioni nel sottosuolo, riguardò per esempio le opere permanenti di aerazione e di eduzione delle acque e le armature stabili nelle gallerie principali. Furono grandi opere, di prevalente impegno ingegneristico, ma realizzate anche da operai. Inoltre, furono accompagnate da certe temporanee attività operaie, quotidiane e securitarie, realizzate attraverso personali problem solving conosciuti e condivisi. Riguardavano, per esempio, le armature temporanee e il disancorare le rocce instabili con il palanchino, ovvero con una lunga e semplice asta metallica con un finale uncinato. Erano condizioni ordinarie e diffuse, indispensabili per crearsi un tempo e uno spazio lavorativo vitale, assicurato autonomamente dagli operai in quanto specifico lavoro minerario ben fatto in condizioni rischiose. Possiamo pensare, inoltre, all’uso degli esplosivi e al sistema delle mine ai tempi dell’accensione manuale. Infatti, la produzione dei tempi di sequenza temporale di accensione delle micce, detto su tempus, era calcolata inserendo una misura temporale per allontanarsi in tempo dall’esplosione. In breve, i saper fare minerari vitali assemblarono una serie di lavori quotidiani vitali, stereotipicamente e riduttivamente detti fisici e manuali, che erano in realtà cruciali per assicurare un lavoro vitale. Governare il tempo e il luogo del rischio era cruciale per produrre un tempo di vita proprio e per la propria squadra o solo per l’altro da sé, quando la squadra era di due operai. Rischi mortali riguardavano anche le donne, le quali nella cernita dovevano stare attente alla possibile presenza di mine inesplose. Nelle politiche del tempo, mi pare di considerevole importanza individuare e introdurre, teoricamente e metodologicamente, la diffusa e costante produzione autonoma di un tempo quotidiano vitale, da parte di operai e di operaie in condizioni di sottomissione ai rischi di infortuni e di vita.

L’autonoma produzione operaia di tempo quotidiano vitale avveniva in una complessiva temporalità caratterizzata dai fenomeni delle cosiddette “morti bianche”. I morti in miniera furono assai numerosi nell’Isola. L’Associazione Minatori Memoria (AMIME) nel 2006 ha pubblicato un prezioso libro Sardegna minatori e memorie con una recensione dei morti in miniera. La distribuzione cronologica dei decessi permette di individuare una temporalità con maggior numero di decessi nel periodo dal 1922 al 1945, ovvero in epoca fascista. Consente inoltre di verificare la maggiore causa di morte dovuta alle frane e di conoscere la distribuzione territoriale dei morti sul lavoro, in cui l’area sud-occidentale dell’Isola rappresentava l’85% dei 1514 casi di “morti bianche”, registrate in 140 anni dal 1861 al 2000. Dal 1871 al 1906 morirono nel lavoro minerario donne, bambine e bambini, in tutto 26. Le morti in miniera appaiono assai vicine alla nostra contemporaneità in cui le cosiddette morti bianche mettono in vista una lunga modernità industriale che non ha mantenuto e non mantiene cruciali promesse di vita migliore.

Nelle miniere della Sardegna la temporalità del tayloristico sistema Bedaux fu marcata dalla presenza dei cronometri, dal ruolo dei cronometristi e insieme degli ingegneri, addetti al perfezionamento di tale sistema di cui ho trovato molte relazioni archiviate. Il sistema Bedaux segnò il modo minerario del passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio massa. Analiticamente il taylorismo fu esaminato da Gramsci nei Quaderni del carcere in uno scritto su Americanismo e fordismo in cui raffigurava la riduzione dell’operaio a «scimmia ammaestrata». Tale modello egemonico, assolutizzato come modello unico di one best away, mostra l’umanità del lavoratore ridotta a pura forza bestiale-naturale, funzionalmente produttiva. Nelle etnografie minerarie che concernono i cottimi del sistema Bedaux emerge, oltre la bestializzazione criticata dagli operai più avveduti, anche l’ampliamento dei rischi a cui era sottoposto e a cui faceva fronte il minatore. Egli subiva l’intensificazione quantitativa del lavoro a scapito dell’attenzione qualitativa verso rischi ignoti e imprevedibili, differenti dai pericoli invece noti e segnalati, come accade per esempio nella cartellonistica stradale. Le documentazioni etnografiche hanno messo in luce, specialmente nelle miniere carbonifere, vitali alternative pratiche, diventate diffuse e contrastanti il modello della “bestia lavorante”. Erano pratiche che valorizzavano il ponderante e securizzante “lavoro ragionato” e “progettato nella mente”. Emerse dunque non solo il modello dominante e standardizzato dell’operaio massimamente produttivo, criticato da Gramsci con la figura della scimmia ammaestrata, ma spiccarono modelli alternativi con configurazioni operaie di lavoro ragionato e progettato, validato e valorizzato per produrre e assicurare quotidianamente vita e futuro di vita, ovvero forme di possibile vita mineraria condivisa. Infine le etnografie realizzate in Sardegna sulle lavorative sottomissioni minerarie rischiose per la salute e per la vita, considerando l’impegno dei medici del lavoro, hanno portato alla luce il fatto che l’accelerazione del respiro nel lavoro accelerato, determinava una maggiore inspirazione delle polveri di minerali che causavano le silicosi, anche nelle possibili forme degenerative e cancerogene.

Dobbiamo pertanto prolungare l’attenzione interpretativa e teorica, a questo punto, sul periodo della temporalità biografica del minatore per scorgere come l’accelerazione dei tempi lavorativi alla lunga determinava, con il sorgere delle silicosi anche degenerative, una sottrazione dei personali tempi biografici di vita. In breve, nella politica del tempo minerario che veniva imposto con i cottimi accelerati, la vitale soluzione quotidiana del minatore non garantiva la completa conquista della propria temporalità biografica. Qui possiamo forse scorgere un possibile punto di accostamento teorico di certe esperienze minerarie isolane con certi nuovi approcci sui materialismi e con la ripresa della marxiana categoria dell’alienazione, messa in campo da Hartmut Rosa (2010, 2022) e da Rahel Jaeggi (2016, 2020).

Riprendendo le alienate temporalità biografiche dei minatori sardi e usando la nozione chiave di multitemporalità, appaiono scorci di temporalità assai particolari. Si vede come i minatori potevano sincronizzarsi e intervenire nelle rischiose temporalità quotidiane con i problem solving dei loro saper fare minerari vitali, ma rimanevano de-sincronizzati nella loro temporalità biografica. Non solo. Essi, erano inoltre de-sincronizzati nella temporalità geologica e ambientale in cui l’accelerata temporalità dell’acquisizione e del consumo dei beni naturali non consentiva la temporalità naturalmente rigenerativa. Infine, i nocivi effetti ambientali del malsano storico minerario non erano affrontati con una temporalità adeguata di urgenti bonifiche. Temporalità naturali biografiche e temporalità naturali geologiche e ambientali risultavano estorte dai centri di potere che si appropriavano del tempo vitale dei minatori e delle popolazione delle comunità minerarie, per dirla un po’ con Joannes Fabian (1983) su Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia.

I cottimi minerari attraversarono anche lo sviluppo minerario carbonifero, con la nascita della città di Carbonia nel 1938 che registrò la massima occupazione operaia durante la guerra, dal 1941 al 1943, con 14.000 minatori nel sottosuolo, secondo vari studi. I cottimi, con varie forme ibride, durarono fino al 1960, quando il Consiglio Regionale della Sardegna dichiarò il “non gradimento” nei confronti di Paul Audibert, direttore generale della Pertusola. Il non gradimento implicava l’allontanamento forzato del direttore dalle sue mansioni e il divieto di permanenza nell’Isola. Le motivazioni concernevano il mancato rispetto da parte della Società delle norme minerarie vigenti, dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana e dalla intransigenza della Società nelle vertenze sindacali.

Il quadro normativo nazionale era cambiato a partire da un testo legislativo fondamentale, il DPR n. 128 del 9 aprile 1959 per la polizia delle miniere e delle cave, finalizzato a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Ebbe allora inizio una nuova temporalità, con la cura delle forme di vita lavorativa delle persone. Alla fine del Novecento, nel controllo dell’ambiente interno minerario entrarono nuovi strumenti: i rilevatori e i campionatori automatici dei rischi. Entrarono anche nuovi soggetti tecnicamente idonei per rilevare rischi possibili. Inoltre, le persone di nuova assunzione dovevano partecipare a brevi corsi, propedeutici ai lavori, di informazione normativa e di formazione antinfortunistica. Alcune donne furono impegnate nei controlli ambientali e nella sicurezza interna alla miniera, particolarmente complessa nelle miniere carbonifere. Per esempio Giuliana Porcu nella Carbosulcis, con vari incarichi dal 1988 al 2025, fu impegnata nei controlli ambientali del sottosuolo e fu poi responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che pianificava la sicurezza lavorativa. Lei ricorda le progressive individuazioni di lavorative nocività minerarie per sottolineare la continua e inesausta realizzazione di una catena di temporalità securitarie, ancora aperta.

Le storiche cottimizzazioni minerarie, contrastate specialmente con autonome produzioni di tempi vitali insieme ai minerali estratti, parlano al presente, rivolgendosi alle cottimizzazioni attuali subite in campo edilizio e commerciale, informatico e dei trasporti. Dicono al presente in primo luogo la rilevanza di storici vettori temporali autonomamente regolati sul vitale, sia come produzioni di tempi di vita e sia come componenti di soggettivazioni securitarie. Indicano, a ben vedere, l’attuale ritorno del taylorismo rivestito digitalmente, secondo Ubaldo Fadini (2024:107). Prospettano, infine, l’accelerazione industriale del lavoro contemporaneo come tendenza di lunga durata, che si estende particolarmente nella quarta rivoluzione industriale e nella connessa vita sociale, secondo Fabio Scolari (2021).

Dopo i primi due passi del nostro incontro sarebbe interessante vedere da vicino qualche prossimità comparativa fra le etnografie documentate in Sardegna e quelle attestate nella Sierra Leone. Non mancano elementi di confronto. Per esempio sulla cernita e sull’uso tecnico e simbolico del setaccio, oppure per l’esperienza individuale che si delinea con una propria robustezza culturale rispetto alla dimensione di classe, e anche per le attenuazioni e minimizzazioni dei rischi estrattivi. Tuttavia la temporalità del nostro incontro richiede necessarie economie di tempo, mentre mi preme indirizzare il mio sguardo verso un altro scritto per accostarvi le temporalità ambientali post-estrattive.

3 Le temporalità ambientali fra riusi scientifici di siti dismessi e discariche minerarie in Sardegna

Lorenzo D’Angelo ha continuato a mantenere viva l’attenzione verso le dimensioni di vita negli ambienti minerari con i loro deterioramenti, attenzione manifestata con Pijpers nell’introduzione la loro libro del 2022, The Anthropology of Resource Extraction. Sui conflitti ambientali nel corso delle attività estrattive mi permetto di ricordare un mio scritto di qualche tempo fa (Atzeni 2011), apparso in un libro collettaneo a cura di Franco Lai e Nadia Breda, intitolato Antropologia del «Terzo Paesaggio» in cui, sulla base di un documento scientifico trovato alla Bibliothèque Nationale de France, consideravo alcuni conflitti avvenuti nel 1912 fra aziende minerarie e imprese della pesca dei tonni, e altri successivi conflitti minerai con imprenditori e istituzioni, accompagnati da relativi strascichi fino agli anni Settanta del Novecento. Sui minerari danni ambientali in tempi post-estrattivi, dalle etnografie emerge che le miniere economicamente valide, generalmente estese per 300-400 ettari, potevano manifestare un’estensione di possesso territoriale assai più ampio della proprietà aziendale, determinando danni ambientali estesi e prolungati nel tempo, anche dopo la loro chiusura. Michel Serres stimolò interrogativi sulle qualità e sulle funzioni delle produzioni di malsano quando nel 2008 tematizzò i danni ambientali domandando: Il malsano. Contaminiamo per possedere? Lascio aperta questa questione sui modi minerari di possesso appropriativo per guardare verso le discariche minerarie post-estrattive le quali, analizzate nel quadro della multitemporalità mineraria, aprono un interessante arco di fenomenologie temporali con caratteri inimmaginati.

Gli attuali dibattiti nei centri minerari dell’Isola sono particolarmente tesi verso il futuro ambientale. Intanto, si vanno affermando esempi di riuso scientifico dei siti minerai dismessi. Nella miniera carbonifera di Nuraxi Figus il progetto Aria si distingue per lo studio della materia oscura con estensioni nella parte diagnostica, sanitaria e industriale. Nella miniera metallifera di San Giovanni si è costituito un centro di intelligenza artificiale: Nelle miniere metallifere di Lula si afferma la candidatura per realizzare il progetto Einstein Telescope, volto allo studio delle onde gravitazionali. A Serbariu la Sotacarbo partecipa a numerosi progetti nazionali e internazionali per la conversione di CO2 in combustibili liquidi e gassosi. Nuovi progetti riguardano la desolforazione chimica del carbone e la riconversione della CarboSulcis, società partecipata pubblica, come avviene nelle miniere a cielo aperto europee in Spagna, in Germania, in Polonia, per citare alcuni Paesi. Si delinea infine la proposta di una complessiva rigenerazione ambientale, che parta dalle bonifiche delle discariche, per realizzare un nuovo ecoterritorialismo, coerente con i principi culturali dei saper fare minerari vitali. Tuttavia, non mancano scelte che contrastano orientamenti ambientalmente positivi.

Le prevalenti linee produttive post-estrattive, emergenti nella parte sud-occidentale dell’Isola, delineano un orizzonte differente. Prospettano, infatti, una congiunzione tra la lavorazione di scarti industriali di varia provenienza e la fabbrica di armi a Domusnovas. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata, noti come industrial waste sites complementari alla militarizzazione industriale. Si tratta di soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro sulla globalizzazione del 2007 da June Nash, studiosa di antropologia mineraria in Bolivia a negli Stati uniti. Voglio ricordare, in contrasto con le militarizzazioni proposte in congiunzione con i residui industriali, il dialogo con una cernitrice di galena del Sarrabus, la quale negli anni Ottanta sosteneva con forza che era meglio usare certi minerali per i fuochi d’artificio per le feste, piuttosto che per le guerre.

Per certi cambiamenti di cultura operaia orientata su inedite assunzioni di responsabilità ambientali in Sardegna, si può fare riferimento a una video-intervista, realizzata il 31 maggio 2007 con il collega Felice Tiragallo, a Pietro Cocco, minatore confinato dal fascismo, sindacalista e sindaco di Carbonia. Egli riferì di una recente assemblea cittadina in cui aveva sostenuto che bisognava abbandonare il carbone per «la salute del mondo», utilizzando l’energia solare. Rimarcava di aver avuto unanime consenso. Conoscevo i registri delle sue tonalità discorsive. Stava dicendo, in altre parole, che la sua nota coscienza di classe aveva assunto esplicitamente, insieme con la cittadinanza presente, una nuova responsabilità solidale verso la natura, prendendosene cura. Ricordo ancora il momento in cui raccontò, con tono critico e triste, dei bambini che giocavano nelle discariche minerarie. Lì mise in discussione il rapporto umano con le generazioni e con il mondo. Egli offriva un senso ampio al rapporto di utilizzabilità del mondo, posto da de Martino unitamente alla sua nozione di presenza. Pietro Cocco ci diceva, a suo modo, un doppio legame della generazionale presenza umana nel mondo e con il mondo. Il salto concettuale era lì: noi siamo il mondo, il mondo è fatto di noi, di tanti noi generazionali che ci prendiamo cura della salute delondo. Il manifesto consenso che egli sottolineava, indicava questo significativo cambiamento di cultura vitale operaia, motivata nell’occasione da una specifica responsabilità ambientale sulle discariche minerarie. Diceva, implicitamente, di una coscienza operaia ecologica sulle discariche, indicando possibili problem solving, trasformativi della salute del mondo rispetto all’inquinamento ambientale minerario attraverso la produzione di pannelli solari nel Sulcis, data la storica vocazione industriale del territorio minerario.

Riemergeva, nella recente esperienza di questo storico leader, l’attiva presenza demartiniana, quasi come agentività, come agency. Seguendo de Martino si poteva scorgere una presenza umana che poteva divenire potente ma anche fragile, in certi momenti. Forse la demartiniana presenza attiva era metastabile per dirla con Gilbert Simondon (1989). Forse era umanamente internalizzata come dinamica materialità interna ai corpi naturali la quale, come una sorta di intra attività, operava sia direttamente sulla matericità naturale umana e sia, con i suoi effetti, sulla matericità naturale del mundus, ri-materializzando e ri-storicizzando le nature umane e non umane, per dirla con Karen Barad (2017). Forse era umanità interna alla natura e in essa integrata giungendo al creaturale, come aveva detto a lungo Gregory Bateson (1989).

Il carattere precario della potente presenza demartiniana, individuale e collettiva, si accompagnava a certi rischi di perdere, in certi momenti, le sue potenti capacità, regredendo e potendo poi ricominciare nella sua antropogenesi, ovvero nella capacità di rifarsi attiva presenza umana. Le oscillazioni fra regressioni e ricominciamenti di autonoma produzione di umanità rimanevano bloccate nelle apocalissi culturali, le quali potevano accadere in particolari circostanze socio-politiche del tempo storico, quando nel mundus (naturale ed economico, tecnico e sociale, culturale e simbolico) erano intensificate le precarietà delle condizioni vivibili. Tali intensificate precarietà indebolivano o erodevano o annichilivano la presenza fino a rendere visibile la crisi e l’incapacità nel risolvere i problemi delle invivibilità del vivere. Secondo de Martino (1977:395) le apocalissi culturali apparivano «nel rischio di non esserci o di passare con ciò che passa», come alienazione della potenza della presenza treasformatrice. I mutamenti delle forme di vita che sgretolavano la presenza attiva potevano restare inconclusive e senza soluzioni stabili, nel presente del capitalismo maturo.

La mappa concettuale della filosofia della vita italiana, partita da un iniziale segmento Gramsci-De Martino-Cirese aveva attraversato Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Paolo Virno, mentre proseguiva in una certa filosofia della vita francese con Georges Canguilhem, Michel Foucault, André Leroi-Gourhan, Marcel Merleau Ponty, Michel Serres, Gilbert Simondon, continuava nella filosofia della vita tedesca con Theodor Adorno, Edmund Husserl, George Simmel, e anglo-americana con Gregory Bateson e Tim Ingold. La mappa si era estesa, tuttavia tornavo a interrogarmi e a interrogare, anche de Martino.

I saper fare minerari vitali, che assumono differenti configurazioni sul piano culturale e ambientale nel periodo post-estrattivo, rimangono infine impigliati nell’intreccio di nuovi rapporti di potere, ampiamente industriali e non solo minerari, dominanti le istituzioni politiche nella nostra contemporaneità, negli esiti neoliberistici delle economie degli armamenti e del riciclaggio immondizie industriali.

La presenza demartiniana doppiamente aperta, potente in certe situazioni storiche e fragile in altre, rimane un indice di vulnerabilità umana, esistenziale ed ecologica, in comunanza con la natura. Pone agli storici e minerari saper fare vitali un obiettivo di storica abitabilità integrale che l’antropologo italiano nominava come domesticità del mondo, in un mundus di persone e cose reciprocamente vitali. Una demartiniana domesticità del mundus pare intrecciare il discorso di Pietro Cocco sulla “salute del mondo” con quello di Lorenzo d’Angelo sulle condizioni critiche ambientali e sui modi di vita ambientalmente degradati.

In un intreccio di possibile temporalità mineraria democraticamente vivibile, gli storici saper fare minerari vitali sembrano incoraggiare azioni innovative di ecologia e di economia politica, capaci di creare una innovativa temporalità del vitale durevole, democraticamente condiviso sia nella stessa natura vivente, umana e non umana, e sia fra la natura vivente e quella non vivente, ma non inerte.

Paola Atzeni

Si è insediato questo pomeriggio, a Portoscuso, il nuovo Consiglio d’amministrazione del Consorzio industriale provinciale del Sulcis Iglesiente, presieduto dal sindaco di Carbonia Pietro Morittu, alla presenza dell’assessore regionale dell’Industria Emanuele Cani. E’ stata l’occasione per fare un esame della situazione in cui opera il Consorzio industriale, dell’attenzione prestata dalla Giunta regionale per il suo rilancio e, in particolare, della necessità di procedere in tempi rapidi con gli interventi di bonifica dei suoli e del dragaggio dei fondali del porto industriale, atteso ormai da decenni anche in presenza delle risorse stanziate da ben quindici anni.

All’incontro, con il presidente Pietro Morittu e i quattro componenti del Cda Ignazio Atzori, sindaco di Portoscuso; Pietro Cocco, sindaco di Gonnesa; Romeo Ghilleri, sindaco di Nuxis in rappresentanza della provincia del Sulcis Iglesiente; Andrea Padricelli, rappresentante della Camera di Commercio, hanno partecipato il direttore del Consorzio industriale Filippo Baghino e Mauro Esu, componente dello staff dell’assessorato regionale dell’Industria. La sindaca di San Giovanni Suergiu, componente dell’assemblea, ha partecipato in videoconferenza.

L’assessore regionale dell’Industria Emanuele Cani ha esposto quando deliberato dalla Giunta a sostegno degli otto concorsi industriali provinciali della Sardegna, con lo stanziamento delle risorse per la realizzazione degli interventi necessari a creare le condizioni per un loro rilancio. Nello specifico, per il Consorzio industriale del Sulcis Iglesiente sono stati stanziati 20 milioni di euro. L’obiettivo, come sottolineato da tutti gli intervenuti, è la bonifica di diverse aree da destinare a nuovi insediamenti, unitamente ad altre aree che potranno essere riacquisite dallo stesso Consorzio per la cessazione di diverse attività. Sarà fondamentale superare, finalmente, tutti gli ostacoli che hanno fino ad oggi impedito la realizzazione del dragaggio del porto, d’intesa con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna che ne ha la competenza diretta, passaggio fondamentale sia per favorire lo sviluppo di nuove attività industriali, sia lo sviluppo dell’industria turistica, in considerazione dell’interesse manifestato negli ultimi mesi dalle grandi compagnie che operano nel settore del turismo crocieristico.

Tutti i componenti del Cda hanno sottolineato positivamente l’avvio del nuovo corso del Consorzio, con il concorso dell’assessorato regionale dell’Industria e hanno aggiornato la riunione a breve termine sui lavori già avviati e su quelli da mettere in campo già dalle prossime settimane.

Giampaolo Cirronis

È stato inaugurato ieri, a Gonnesa, l’hub territoriale del progetto EduCare, la nuova iniziativa promossa da Casa Emmaus dedicata a ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, pensata come spazio educativo pomeridiano di crescita, relazione e sviluppo delle competenze.
All’incontro di presentazione ha partecipato anche il sindaco di Gonnesa, Pietro Cocco, insieme ai partner del progetto, agli operatori coinvolti e alla comunità locale. L’appuntamento è stato un primo momento di confronto e condivisione per raccontare obiettivi e opportunità di EduCare, che nei prossimi mesi offrirà ai giovani del territorio un ricco programma di attività educative e laboratoriali.
Il progetto nasce con l’obiettivo di creare spazi sicuri e inclusivi dedicati agli adolescenti, in cui sperimentare attività formative, creative e sportive, rafforzando competenze sociali, emotive e relazionali e contribuendo a prevenire fenomeni di disagio e dispersione scolastica.
A partire da marzo 2026, gli hub di Iglesias e Gonnesa ospiteranno un ampio catalogo di laboratori pomeridiani, tra cui attività sportive e musicali, coding e robotica, scacchi, teatro sociale, web video e fotografia, laboratori di fumetto, make-up e percorsi dedicati alla relazione con gli animali d’affezione.
Le attività saranno distribuite durante la settimana e realizzate grazie alla collaborazione con diversi partner del territorio, tra cui Techlab4kid, Key Company, ANFFAS e professionisti dei diversi settori coinvolti.
EduCare si configura come uno spazio educativo gratuito, attivo dal lunedì al venerdì nel pomeriggio, che integra laboratori tematici, attività sportive, supporto allo studio e percorsi orientati alla formazione e allo sviluppo dei talenti individuali.
Con questo progetto Casa Emmaus rafforza il proprio impegno nella costruzione di comunità educanti, capaci di accompagnare i più giovani in percorsi di crescita sani, inclusivi e orientati al futuro.
L’apertura dell’hub di Gonnesa rappresenta dunque un passo importante nella creazione di una rete educativa territoriale capace di offrire nuove opportunità alle giovani generazioni.

Il sindaco di Carbonia, Pietro Morittu, è stato eletto all’unanimità presidente del Consorzio Industriale Provinciale Sulcis Iglesiente (SICIP). L’Assemblea, riunita stamane nella sede del Consorzio, a Portoscuso, ha inoltre proceduto all’elezione, anch’essa all’unanimità, del Consiglio di amministrazione, composto da:

  • Ignazio Atzori, sindaco di Portoscuso
  • Pietro Cocco, sindaco di Gonnesa
  • Mauro Usai, presidente della provincia del Sulcis Iglesiente
  • Andrea Padricelli, in rappresentanza della Camera di Commercio

I nuovi componenti del Consiglio di amministrazione subentrano a Elvira Usai, sindaca di San Giovanni Suergiu ed Emanuele Pes, sindaco di Tratalias.

«L’elezione unanime della presidenza e del Consiglio di amministrazione rappresenta un importante momento di convergenza istituzionale attorno al ruolo strategico del Consorzio per lo sviluppo economico del territorio si legge in una nota -. Il SICIP opera, infatti, per promuovere e sostenere l’insediamento e la crescita delle attività produttive nell’area industriale del Sulcis-Iglesiente, mettendo a disposizione infrastrutture, servizi e opportunità per le imprese.»

«L’Assemblea ha espresso piena fiducia nel dott. Pietro Morittu, sindaco di Carbonia, riconoscendone l’impegno istituzionale e la conoscenza delle dinamiche economiche e sociali del territorio. La sua guida sarà orientata a rafforzare il ruolo del Consorzio come motore di sviluppo industriale, innovazione e attrazione di investimenti nel Sulcis.

Nel ringraziare i componenti dell’Assemblea per il clima di collaborazione che ha accompagnato la votazione, la nuova governance del Consorzio ribadisce la volontà di continuare a lavorare in stretta sinergia con gli enti locali, le imprese e le istituzioni regionali per sostenere il rilancio produttivo e occupazionale dell’area.»

 

Si è tenuta oggi, 28 gennaio 2026, la prima riunione della Comunità del Parco dall’insediamento del Commissario straordinario del Parco Geominerario. L’incontro, convocato e presieduto da Pietro Cocco, sindaco di Gonnesa e presidente della Comunità del Parco, si è svolto nella Sala Astarte presso la Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, sede degli Uffici dell’Ente.
Oltre al Commissario straordinario Roberto Curreli e al Direttore del Parco Geominerario Fabrizio Atzori, erano presenti numerosi sindaci, rappresentanti delle province, delle città metropolitane e i rappresentanti dei due atenei sardi. Nel corso dei lavori sono state illustrate le nuove progettualità in campo a favore dei Comuni e delle associazioni compresi nelle diverse aree del Parco.
I rappresentanti delle amministrazioni comunali, pur manifestando esigenze e criticità, hanno espresso piena disponibilità e la volontà di collaborare attivamente con l’Ente nell’interesse dei territori e delle comunità.

Sono trascorsi più di 40 anni dalla scomparsa di Pietro Doneddu (30 novembre del 1984) e più di 100 anni dalla sua nascita, eppure le due ricorrenze entrambe nel 2024 sono passate inosservate nella nostra città, anche a chi scrive oggi queste righe. Questo scritto, non rimuove evidentemente “un’innocente dimenticanza”, ma vuole essere un modesto contributo per riproporre all’attenzione una figura che nella storia cittadina – come vedremo – non è stata effimera, ma ha lasciato un segno concreto del suo passaggio, nelle diverse attività in cui si è cimentato. Pietro Doneddu, confidenzialmente Piero per amici e compagni, era nato a Pattada il 10 ottobre del 1924, giunge a Carbonia negli anni ’50 docente al Liceo Classico Antonio Gramsci come professore di Storia e Filosofia.

Gli anni ’50 per la Città di Carbonia furono particolarmente drammatici, le difficoltà insorte nel settore carbonifero dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e la costituzione della CECA, subirono un ulteriore accelerazione nel 1955, con il provvedimento delle Superliquidazioni promosso dalla Carbosarda, al quale seguì negli anni successivi, una fortissima emorragia degli occupati, con una ripresa dei flussi di emigrazione verso le Miniere dell’Alta Lorena in Francia, della Vallonia in Belgio e della Ruhr in Germania e nelle città del triangolo industriale del Nord Italia. Nonostante tutto ciò Carbonia rimarrà per almeno un altro decennio la terza Città della Sardegna, con un destino sempre in bilico tra speranza di riscatto e il pericolo di venire cancellata, rischio scongiurato dalla realizzazione del Polo Industriale di Portovesme.
E’ in questa cornice drammatica, che matura la scelta di Doneddu di aderire al Partito Comunista Italiano tanto da diventare in pochi anni, uno dei più autorevoli rappresentanti nelle battaglie per l’Autonomia e la Rinascita della Sardegna. Viene candidato ed eletto alle elezioni comunali del 27 maggio 1956 è nominato assessore comunale di Carbonia in una giunta guidata da Pietro Cocco. L’esperienza di assessore dura sino alla data delle dimissioni da sindaco di Pietro Cocco il 18 novembre 1958 per ricoprire l’incarico di segretario regionale della CGIL, e in sua sostituzione Doneddu viene eletto sindaco il 24 novembre del 1958.
Le dimissioni di Cocco e l’elezione di Doneddu sono sostanzialmente legate alle dinamiche politiche interne al PCI di quegli anni, in questo ebbero un peso rilevante in questo, gli avvenimenti internazionali, il loro riflesso su scala nazionale e locale: il rapporto Kruscev al 20° congresso del PCUS, i fatti di Ungheria e l’VIII Congresso del PCI nel 1956, i cui effetti, complice anche un arretramento del PCI alle elezioni regionali del 1957, produssero un avvicendamento nel gruppo dirigente comunista sardo. Velio Spano venne sostituito nell’incarico di segretario da Giovanni Lay, nel contempo si affermò un nuovo gruppo dirigente legato a Renzo Laconi, del quale lo stesso Doneddu era espressione. Ne ho ricevuto riprova da Ugo Piano al quale il suo amico Piero, aveva riferito di aver ricevuto proprio da Laconi gli stimoli e la sollecitazione per un impegno politico militante nelle fila del PCI. Doneddu viene rieletto Sindaco alle elezioni comunali del 1960 e rimane in carica sino alla data delle sue dimissioni il 17 luglio del 1963, motivate dall’esigenza di dedicarsi interamente alla professione. Verrà sostituito nell’incarico da Antonio Saba.
Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni momenti significativi della sua esperienza alla guida del Comune, sono gli anni dell’avvio del primo Piano di Rinascita della Sardegna per il quale il contributo del comune di Carbonia e dei suoi cittadini è stato rilevantissimo. Il richiamo di questa aspirazione è sempre stato presente nelle sua azione politica, dove Carbonia come nella sua tradizione, svolge un ruolo e una funzione che supera i suoi confini amministrativi, ne sono una testimonianza i suoi interventi in particolare quello pronunciato in occasione della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme: «Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri».
Si trattava dell’oramai imminente realizzazione dell’area industriale di Portovesme, questo obiettivo costituiva per lui un assillo costante, ne ricaviamo conferma dall’ascolto di uno dei pochi documenti audiovisivi che lo riguardano, un’intervista al rotocalco settimanale d’inchiesta della Rai, TV7, reperibile sul Web, dal titolo “Sardegna-Carbonia: la città del carbone sbagliato”.
Si tratta di una speranza che in concreto guardava lucidamente agli avvenimenti in corso sulla scala nazionale, di lì a poco nel 1962 avverrà la nazionalizzazione dell’energia con la nascita dell’ENEL e sempre nello stesso anno avrà inizio l’attività dell’ EFIM (Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere) alla cui guida verrà chiamato l’avvocato Pietro Sette, già presidente della Carbosarda, dalla cui costola in seguito nasceranno Alsar ed Eurallumina, le principali aziende per la produzione dell’alluminio primario in Italia.
E’ sufficiente, infatti, scorrere le cronache dei giornali dell’epoca (in particolare sulla pagina regionale dell’Unità) per avere conferma del ruolo decisivo dei minatori di Carbonia, per la costruzione della Supercentrale e la realizzazione del Polo Industriale di Portovesme. A questo proposito, vorrei segnalare un inchiesta giornalistica sulla Sardegna a cura di Indro Montanelli, in un capitolo dal titolo: La Supercentrale, nella quale il giornalista, si esprime con un tono non proprio benevolo a proposito di Carbonia e del suo destino, ne ripropongo fedelmente alcuni stralci, l’incipit non è dei più promettenti: «La città a cui esso ha dato il nome è la più triste e squallida di tutta la Sardegna. La investe e la scuote il forte vento dell’Ovest, che vi si carica di un pulviscolo giallo. Sembra qualcosa di mezzo fra un concentramento di profughi e un albergo mal costruito. Le case sono nere e sordide, con l’intonaco che cade a brandelli sotto gli schiaffi del libeccio. Unica nota umoristica, ma che evoca più il ghigno che il sorriso, l’insegna di un caffè che, da “Caffè dell’Impero”, è stata epurata in “Caffè del Pero” per risparmiare la vernice».
In un altro capoverso, però, si sofferma sulla figura del sindaco e si pronuncia con toni davvero lusinghieri nel modo seguente: «Chiudere tutto significa condannare a morte Carbonia: che è una brutta città, costruita sul nulla, ma dove, dei 47.000 abitanti del ’51, ne sono ancora rimasti 35.000. Il sindaco è un professore di scuola media comunista, Doneddu, e bisogna onestamente riconoscere che, nelle condizioni peggiori, amministra nel modo migliore. Il borgo è povero. Vive di seimila occupati e di cinquemila pensionati. Eppure possiede l’ospedale e le scuole meglio tenute dell’isola. Dico malvolentieri queste cose, ma debbo dirle, a monito di tante amministrazioni democristiane che, in condizioni molto più vantaggiose, non sanno fare altrettanto (eppoi si arriva ai risultati elettorali che sappiamo)».
La famiglia Doneddu si è distinta in città a partire dai primi anni ’60, anche per la sua attività imprenditoriale, infatti conclusa l’esperienza amministrativa, coniuga il ritorno alla sua precedente attività professionale che era l’insegnamento, con la conduzione di un’azienda agricola, ubicata nell’agro del comune di San Giovanni Suergiu e destinata alla produzione di pollame da carne e produzione ovicola e un’altra linea dedicata all’attività florovivaistica. Rimarrà impegnato in questa attività sino alla sua scomparsa. Nonostante il distacco netto dall’impegno politico, Doneddu ha mantenuto costante nel tempo, il suo impegno sociale e civile con un attenzione particolare verso situazioni di fragilità attraverso l’interazione con l’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza) al quale, con assiduità effettuava delle donazioni materiali da destinare agli strati di popolazione più povera e bisognosa del Comune.
Era dotato di un profilo intellettuale e di una sensibilità culturale molto elevati, è sua la decisione, tra i primi in Sardegna, di istituire nel 1959 la Biblioteca Comunale, concorrendo, con un importante contributo personale, alla donazione di 4.000 volumi circa. La decisione assunta dalla Giunta a guida di Giuseppe Casti nel 2016 di intitolare al suo nome la Biblioteca Comunale di Carbonia, è stato un riconoscimento tangibile della sua opera e una decisione apprezzabile e appropriata.

Tra le principali passioni coltivate da Doneddu vi è stata inoltre l’archeologia, ne fornisce un’accurata descrizione nella guida del Museo Archeologico di Villa Sulcis, Luisa Anna Marras: «Quindi oltre ai materiali riferibili agli scavi di Monte Sirai, gli altri due nuclei espositivi più consistenti del Museo sono rappresentati dalle collezioni Doneddu e Pispisa. Si tratta di due interessanti e cospicue raccolte, composte da oggetti cronologicamente e tipologicamente assai diversi tra di loro, rinvenuti in scavi archeologici o recuperati più o meno avventurosamente da scavi clandestini, oppure frutto di raccolte di superficie effettuate durante decenni di ricerche, L’origine di tutti questi materiali è prevalentemente di ambito sulcitano [… ] La collezione Doneddu è composta da circa duecento oggetti riferibili a diversi ambiti culturali e cronologici. Raccolti dal Prof. Pietro Doneddu, un tempo anche Sindaco di Carbonia, alla sua scomparsa i materiali sono stati donati a Museo dalla famiglia».
Al di là delle cronache dei giornali dell’epoca, non sono disponibili che poche testimonianze scritte a sua firma, tra le quali segnalo, “Carbonia Città di domani” pubblicato nell’edizione Speciale di Rinascita Sarda del 1958 dedicata ai vent’anni di Carbonia (di cui alleghiamo copia del testo) e del discorso inaugurale per la cerimonia della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme. Scrisse due volumetti, entrambi per conto di Loescher editore Torino, dal titolo: “La produzione mineraria in Italia” e “Le foreste in Europa”, disponibili nella Biblioteca Comunale.
Ho scritto questo breve ricordo con un auspicio e un invito – che vale innanzitutto per me stesso – rivolto a rinnovare l’attenzione sulle principali vicende vissute della nostra città e delle tante personalità che si sono distinte in positivo in tempi difficili della sua breve storia. E la figura Pietro Doneddu è stata indiscutibilmente tra queste.

Antonangelo Casula

 

Discorso del sindaco di Carbonia prof. Pietro Doneddu in occasione della cerimonia della posa della prima pietra del complesso elettrico del Sulcis

Eccellenze, Onorevoli, Signor Presidente della Carbosarda, Signore e Signori, Lavoratori di Carbonia e del Sulcis, io ho l’onore di esprimere oggi qui la soddisfazione della nostra città per l’opera che si inizia.
La nostra città del lavoro saluta questo giorno che permette il termine di un lungo periodo di difficoltà, di insicurezza per il lavoro dei suoi operai, di sacrifici per la sua popolazione, di strettezze per la sua economia, di attese e di delusioni.
La nostra città saluta il complesso che sorge e che può porre le condizioni perché muti una triste realtà e nuovi orizzonti si schiudano per il nostro avvenire.
Oggi si avviano concretamente a soluzione i problemi dell’utilizzazione integrale del carbone, dell’assestamento dell’Azienda e della stabilità del lavoro dei dipendenti.
Ed è un gran passo questo nella storia della nostra comunità operaia e della Sardegna. Un primo passo, fondamentale, necessario perché si possano affrontare e risolvere i gravi problemi di questa nostra terra e della nostra gente e in primo ordine il problema della creazione di posti di lavoro per le diverse migliaia di disoccupati di Carbonia e degli altri centri del Sulcis e per l’assorbimento delle nuove leve del lavoro.
Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri.
A tal fine non può bastare l’intervento sia pure generoso dell’Istituto Regionale, si ha bisogno della più larga capacità dello Stato, ed è giusto sia esercitata nel quadro di attuazione del Piano di Rinascita per la Sardegna, nel cui progetto, invece, non è prevista un’area di sviluppo per il Sulcis. E’ giusto che questa lacuna venga colmata e che abbia inizio qui la strada della Rinascita Sarda.
Su questa strada faticosa che il popolo sardo deve percorrere per rinnovare la sua realtà economica e la sua realtà umana, Signor Presidente della Regione, saranno in cammino insieme agli altri sardi i nostri operai spinti dalla loro sete di giustizia e forti della loro coscienza autonomistica.
Onorevole Ministro, io La ringrazio di essere venuto qui tra i nostri minatori e così ringrazio tutti quanti sono venuti qui e hanno voluto prendere parte al risorgere delle nostre speranze; e mi dispiace non poter rivolgere, perché sarebbe troppo lungo, il ringraziamento segnatamente a tutti, e Le assicuro Signor Ministro che i nostri operai, i nostri tecnici, tutti i cittadini del nostro Paese, vogliono avere nel complesso termoelettrico che oggi si inizia a realizzare, uno strumento per legare il loro contributo di lavoro, di intelligenza, di responsabilità, all’attività che nelle altre parti d’Italia si sviluppa per raggiungere una comune prosperità.
Amici operai tecnici, voi avete estratto il carbone quando l’Italia rovinata dalla guerra ne aveva bisogno per alimentare i resti dei suoi impianti industriali e per rimuovere le sue macchine; l’avete estratto anche quando il nostro carbone è stato deprezzato e respinto; estraetelo d’ora in avanti, con maggiore energia e con fierezza per dare alla nostra isola la forza per la sua rinascita e per consentirle di avanzare verso i livelli delle regioni più progredite e fortunate.
Portovesme 30 ottobre 1960

 

A 30 giorni dal voto (29 settembre 2025), entrano nel vivo le schermaglie per la presentazione delle candidature a presidente e consiglieri della Provincia del Sulcis Iglesiente (il termine previsto è quello dell’8 e 9 settembre 2025). Alcune settimane fa, 19* dei 24 sindaci dei Comuni del Sulcis Iglesiente hanno sottoscritto un accordo per la candidatura alla carica di Presidente del sindaco di Iglesias Mauro Usai, con le seguenti motivazioni.

«Premesso che dopo anni di commissariamento anche in Sardegna si voterà per le Province attraverso il sistema delle elezioni di secondo livello, così come prevede la legge Del Rio varata nel lontano 2014 e che il tema delle elezioni provinciali in queste settimane è stato affrontato dai sindaci della Provincia del Sulcis Iglesiente nella continua ricerca della massima coesione possibile, al di là delle differenze politiche di appartenenza, mettendo al centro prima di tutto gli interessi dei cittadini e delle comunità con tutte le diverse sensibilità che appartengono al questo territorio e che lo rendono variegato ma allo stesso tempo omogeneo;

considerato che, trattandosi di elezioni di secondo livello, la strategia più coerente con le premesse di cui sopra non poteva essere diversa dalla ricerca di un’alleanza tra i Comuni del Sulcis Iglesiente e i suoi sindaci per un progetto di sintesi che tenesse conto dei territori provinciali e delle esperienze dell’ottimo patrimonio politico rappresentato dagli amministratori locali, discutendone in piena libertà convinti che, per la realizzazione del nostro ente intermedio, occorra l’esperienza e la volontà dei primi cittadini, ovvero coloro che hanno realmente le idee chiare su ciò di cui ha bisogno il Sulcis Iglesiente, garantendo, inoltre, la rappresentatività e le sensibilità di tutti i territori della Provincia;

considerato che l’ente intermedio è un ente territoriale di coordinamento degli enti dell’area vasta e che, oltre a tutte le sue storiche competenze, è indispensabile metterlo nelle condizioni non solo di coordinare le politiche del territorio, ma anche di attrarre nuove risorse per il Sulcis Iglesiente, in quanto vero motore di sviluppo;

preso atto dell’assunzione di responsabilità dei Sindaci e delle Amministrazioni comunali, chiamati dalla legge a governare la Provincia e, dunque, ad affrontare una nuova fase, una costituente che getti le basi indispensabili per la piena realizzazione dei propositi di rinascita da sempre anelati;

per tutti questi motivi, i sottoscritti sindaci si riconoscono nella figura del candidato alla carica di Presidente del Sindaco di Iglesias Mauro Usai.»

Sono 5 i sindaci che non hanno sottoscritto l’accordo: Pietro Morittu (Carbonia), Andrea Pisanu (Giba), Paolo Dessì (Sant’Anna Arresi), Angelo Milia (Teulada), Debora Porrà (Villamassargia).

Pietro Morittu, sindaco di una delle due città capoluogo, Carbonia, non si è ancora espresso pubblicamente, anche dopo le sollecitazioni ricevute per una sua eventuale candidatura alternativa alla presidenza della Provincia del Sulcis Iglesiente e, quasi certamente, lo farà il prossimo 3 settembre in Consiglio comunale, nel corso della riunione convocata con due punti all’ordine del giorno:

  1. Comunicazioni del sindaco;
  2. Elezioni provinciali 2025: analisi dei dati preliminari, valutazione e prospettive per la rappresentanza territoriale.

Due dei cinque sindaci che non hanno sottoscritto l’accordo per Mauro Usai, Debora Porrà (Villamassargia) e Andrea Pisanu (Giba), hanno detto di non essere stati coinvolti; Paolo Dessì (Sant’Anna Arresi), presente alla prima riunione, ha detto di non condividere il metodo seguito, senza il coinvolgimento, oltreché dei sindaci, di tutti i rispettivi Consigli comunali.

Il 13 agosto la segretaria di Forza Italia Sulcis Iglesiente Valeria Carta ha rivolto un «appello di Forza Italia per la partecipazione unitaria del centro destra alle elezioni provinciali nel Sulcis Iglesiente. In un territorio dove alle ultime elezioni il centro destra ha rappresentato la forza politica più votata dai cittadini, la nostra coalizione deve unirsi nella competizione delle provinciali. In questa tornata la parola passa a sindaci e consiglieri comunali, ma non dovrebbe ignorare la voce dei cittadini. Perciò, occorre seguire la linea che il nostro segretario Pietro Pittalis ha tracciato a livello regionale: per il Sulcis Iglesiente, crediamo che il centro destra debba partecipare alla competizione provinciale con una lista connotata politicamente, con il contributo di tutte le forze che non si identificano nell’attuale Governo Regionale. Riteniamo anche di dover coinvolgere prioritariamente i sindaci come candidati, poiché sono primi rappresentanti delle comunità locali».

Il 29 agosto quattro partiti della coalizione di centrosinistra che governa la Sardegna, Sinistra Futura, M5S, Orizzonte Comune e Partito Socialista Italiano, hanno sottoscritto un patto elettorale, «per dare al Sulcis Iglesiente un futuro che favorisca un nuovo sviluppo compatibile e il benessere dei suoi cittadini». Non avendo una rappresentanza diretta tra i 24 sindaci, non presenteranno un loro candidato alla presidenza, ma sicuramente una lista di candidati al Consiglio provinciale, con o senza (la legge Delrio consente di presentare una lista senza l’indicazione di un candidato presidente) collegato un candidato alla presidenza.

L’ultima novità è maturata nelle ultime ore, con un appello dei 19 sindaci sottoscrittori dell’accordo a sostegno della candidatura alla presidenza di Mauro Usai (prime firmatarie le sindache), rivolto questa volta al sindaco di Carbonia, Pietro Morittu, affinché si candidi nella lista unitaria che sostiene la Presidenza, che riportiamo integralmente.

«Noi Sindaci del Sulcis Iglesiente riteniamo che il ritorno alla piena operatività delle Province rappresenti una concreta occasione di rilancio per i nostri territori, dopo dodici anni di commissariamento e di assenza di rappresentanza democratica.

La candidatura alla Presidenza della Provincia nasce da un percorso condiviso, che ha unito amministrazioni con esperienze diverse ma accomunate dalla volontà di costruire un progetto territoriale basato sulla collaborazione, sul superamento dei campanilismi e sul sostegno trasversale delle forze politiche.

In questo percorso riteniamo fondamentale la partecipazione della Città di Carbonia e del suo Sindaco, Pietro Morittu. Carbonia rappresenta il cuore del Sulcis Iglesiente e la sua presenza è indispensabile per garantire unità e rappresentatività al nuovo progetto provinciale.

Per questo chiediamo a te, Pietro, di condividere con noi questo cammino, candidandoti nella lista unitaria che sostiene la Presidenza. La tua esperienza e il tuo ruolo potranno rafforzare non solo la voce della tua città, ma quella dell’intero territorio.

La nuova Provincia dovrà nascere dal lavoro comune, dal confronto e dall’ascolto. Solo così sarà possibile affrontare con serietà le sfide che ci attendono: sviluppo economico, lavoro, infrastrutture, servizi essenziali, tutela ambientale e coesione sociale.

Crediamo che il futuro del Sulcis Iglesiente debba essere scritto insieme, in spirito di collaborazione e responsabilità reciproca. La presenza di Carbonia e del suo Sindaco è, in questo senso, condizione necessaria per costruire un percorso inclusivo e credibile.

Con impegno e unità possiamo restituire alla Provincia il ruolo che le spetta e avviare una nuova fase di sviluppo e fiducia per le nostre comunità.»

  • I sindaci che hanno sottoscritto l’accordo per la candidatura alla carica di Presidente della Provincia di Carbonia il sindaco di Iglesias Mauro Usai sono i seguenti: Laura Cappelli (Buggerru), Antonello Puggioni (Calasetta), Stefano Rombi (Carloforte), Isangela Mascia (Domusnovas), Paolo Sanna (Fluminimaggiore), Pietro Cocco (Gonnesa), Gian Luca Pittoni (Masainas), Sasha Sais (Musei), Antonello Cani (Narcao), Romeo Ghilleri (Nuxis), Gianluigi Loru (Perdaxius), Mariano Cogotti (Piscinas), Ignazio Atzori (Portoscuso), Elvira Usai (San Giovanni Suergiu), Massimo Impera (Santadi), Ignazio Locci (Sant’Antioco), Emanuele Pes (Tratalias), Marcellino Piras (Villaperuccio).

Giampaolo Cirronis

 

 

 

È scomparso oggi, all’età di 83 anni, Giovanni (noto Gianni) Murgioni, già consigliere e assessore comunale di Carbonia negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, storico esponente del Partito Socialista, di cui ricoprì anche il ruolo di segretario politico della federazione del Sulcis.
Nato a Carbonia il 30 marzo 1942, Gianni Murgioni, nel periodo intercorrente tra gli anni Settanta ed Ottanta, svolse la funzione di vicesindaco nella Giunta guidata dal sindaco Pietro Cocco e, dal 1983 al 1990, fu vicesindaco nella Giunta guidata da Ugo Piano.
Nel 1992 Gianni Murgioni lasciò il Consiglio comunale di Carbonia per diventare presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari.
Il sindaco Pietro Morittu e l’Amministrazione comunale di Carbonia esprimono cordoglio per la scomparsa di Gianni Murgioni e rivolgono sentite condoglianze alla famiglia.