La sanità a pagamento del passato sta tornando – di Mario Marroccu
Sulla questione “sanità Pubblica” esiste un problema demografico di comunicazione: l’attuale generazione di italiani ultra-sessantacinquenni non riesce a trasmettere la conoscenza delle proprie esperienze sanitarie del passato alla generazioni dei cinquantenni attuale.
Quest’ultimi non conobbero la sanità precedente al 1978 perché allora avevano dai 2 ai 6 anni. Oggi quei cinquantenni sono gli attuali politici che ci governano in qualità di parlamentari, consiglieri regionali, e sindaci dei Comuni. Si ha la sensazione che non percepiscano il pericolo che si torni ad una sanità mal finanziata come era quella precedente al 1978. Coloro che conobbero la vecchia sanità conoscono il motivo del perché allora pochissimi riuscissero ad invecchiare in buona salute.
Contemporaneamente nascevano tanti bambini perché ne morivano un’infinità e le coppie si garantivano un certo numero di sopravvissuti. Si moriva giovani per malattie perché la salute dipendeva dalle condizioni economiche della famiglia; chi era in buone condizioni sopravviveva, quelli in modeste condizioni e i poveri avevano meno possibilità. Fino al 1958, in Italia non esisteva neppure il ministero della Sanità. Il ministro competente per la sanità pubblica era il ministro agli Affari interni; la sanità veniva considerata un affare riguardante l’ordine pubblico e l’igiene. Di fatto ognuno gestiva da sé le proprie malattie. Gli ospedali esistenti erano un’eredità di quelli medioevali: erano Opere Pie di carità.
Per questo motivo erano gestiti da ordini religiosi. A metà del 1800, in concomitanza con lo sviluppo del movimento operaio vennero fondate le società laiche di “mutuo soccorso”. Poi, nei primi decenni del 1900, nacquero diverse forme di tutela all’interno delle professioni, e dopo la Seconda Guerra mondiale le casse mutue raggiunsero la loro massima espansione (vedi INAM).
Le casse mutue erano diverse fra di loro in base al tipo di lavoro e agli emolumenti. I commercianti e i piccoli imprenditori non avevano casse mutue. Non le avevano neppure i senza lavoro e i nullatenenti; per essi intervenivano i Comuni che potevano permettersi il “medico condotto”, detto anche “medico dei poveri”. I farmaci prodotti dalle industrie farmaceutiche erano a caro prezzo e se li permettevano solo i benestanti. I poveri e i non mutuati acquistavano in farmacia i preparati galenici che il farmacista allestiva nel suo laboratorio.
Le malattie comuni, come le coliche addominali, le febbri e i dolori reumatici si curavano con pozioni casalinghe miscelate secondo le credenze e le tradizioni.
In sostanza, chi aveva la possibilità di pagare le cure aveva più possibilità di sopravvivere. Sembra un tempo lontano invece quel tempo è recente. Appena 68 anni fa, nel 1958, venne istituito il primo ministero della Sanità. La Sanità pubblica era malamente finanziata col 2% del PIL (Prodotto Interno Lordo della Nazione). Dopo 10 anni, nel 1968, il ministro Mariotti fece una riforma incredibile: istituì gli enti ospedalieri pubblici abolendo gli ospedali caritativi.
L’ultima grande riforma sanitaria avvenne 48 anni fa, con l’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ad opera di Tina Anselmi. Questo ultimo atto fu una rivoluzione storica che ebbe un effetto sociale mai conosciuto prima: gli italiani si sentirono uniti in un’unica comunità nazionale, con un’unica sanità universale, gratuita, solidale e uguale per tutti. In quell’anno, 1978, si passò da uno stanziamento del 2-2,5% del PIL ad uno stanziamento per la sanità pubblica pari al 6% del PIL. Paragonando quei valori a quelli di oggi, si potrebbe dire che si passò da un finanziamento per la sanità di 45 miliardi/anno ad uno di 140 miliardi/anno. Fu una somma colossale, mai vista. Furono subito soppressi le Casse Mutue e i medici condotti e, una volta parificati gli ospedali, tutti gli italiani, alla pari, ebbero la prima sanità equa, efficiente, universale, pagata dallo Stato.
Da allora la vita media degli italiani iniziò a crescere e iniziarono ad aumentare gli ottantenni, i novantenni e i centenari. Gli ospedali nostrani di Carbonia ed Iglesias divennero grandi ospedali. Non ci fu più bisogno di andare a Cagliari o a Roma per essere curati da malattie difficili.
Nel 1990 il Governo stanziò per la Sanità il 7,4 % del PIL (pari a 165 miliardi di euro. Si consideri che nel 2025 abbiamo avuto per la Sanità 140 miliardi di euro). Con somme così grandi gli italiani non ebbero più bisogno di spendere i loro risparmi per curarsi; ci pensava lo Stato. Solo poche specialità mediche erano a pagamento. Tutto cominciò a cambiare col dramma politico del 1992. La crisi del Governo portò alla fine dei partiti politici che avevano fatto la Costituzione, a un rimescolamento delle ideologie e ad una complessa revisione dei rapporti della società italiana con la politica. Da allora cambiò l’organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale e, per motivi di bilancio, diminuì progressivamente il finanziamento da parte dello Stato. Fu allora che cambiarono alcuni valori: il malato passò dal valore etico di cittadino “bisognoso di cure” a quello amministrativo di cittadino che rappresenta un “onere finanziario” a carico dello Stato. Così la sua gestione passò dalle mani dei sanitari alle mani della burocrazia contabile. Da allora gli equilibri di bilancio dello Stato imposero quasi sempre tagli ai servizi pubblici.
Il finanziamento della Sanità pubblica nel 2025 è stato pari al 6,25 % del PIL, pari a 140 miliardi di euro (25 miliardi di euro meno del 1990).
Questi dati sono stati resi pubblici da un ente di studi statistici il giorno 7 ottobre 2026, a Montecitorio, davanti ai parlamentari.
A queste informazioni ufficiali sono stati associati altri dati che chiariscono meglio cosa sta succedendo.
L’anno scorso in Italia sono stati spesi per le cure: 140 miliardi di euro finanziati dallo Stato, 42 miliardi di euro pagati di tasca propria dai cittadini, 7 miliardi di eurospesi in assicurazioni sanitarie private. Ben 49 miliardi di euro sono stati spesi in “sanità a pagamento” perché lo Stato, evidentemente, non è più capace di fornire tutte le cure garantite dall’articolo 32 della Costituzione. Con questi elementi contabili si può certificare che la Sanità a pagamento del passato sta tornando.
Ne sono stati pubblicati anche i motivi:
– il forte debito pubblico, l’inflazione (pari al 17% di erosione dal 1° gennaio 2022 a tutto il 2026), i crolli in borsa, le guerre, le sanzioni economiche tra Stati, il gravissimo cambiamento demografico con forte aumento degli anziani pensionati e calo delle nascite, l’impossibilità di riequilibrare il valore delle pensioni al calo del potere d’acquisto, il forte numero di anziani soli (33%), il calo dei giovani contribuenti attivi, la dipendenza energetica dall’estero. Tutto ha portato alla necessità di ridurre la spesa pubblica, ad aumentare l’età pensionabile, a tagliare i coefficienti per il calcolo delle pensioni future. Se ne desume che i nuovi “poveri” saranno coloro che vivono di un insufficiente assegno pensionistico eroso dall’inflazione. Già oggi i dati riferiscono che, nell’ambito di questa nuova tipologia sociale, il 9,9% rinuncia alle cure, sia per le lunghissime liste d’attesa, sia per le difficoltà di trasporto ai centri di assistenza, sia per la mancanza di compagnia, sia per i disturbi cognitivi dell’invecchiamento cerebrale.
Lo Stato continua a garantire l’assistenza sanitaria secondo la Costituzione, ma l’assistenza non è più esigibile nei tempi necessari e nei luoghi desiderati. Così è emersa l’idea di accentrare la sanità nei poli metropolitani, allontanando la sanità dalle province, di ridurre i posti letto negli ospedali provinciali, di aggregare fra loro specialità mediche candidandole al fallimento e togliere alle ASL la capacità di autoamministrarsi. Questa è la sequenza di fatti che hanno portato alle liste d’attesa, all’affollamento dei Pronto Soccorso, al ritardo nelle cure di malattie mortali tempo-dipendenti e alla necessità di prendere l’aereo e volare a Milano per ottenere ciò che una volta ottenevamo nei nostri ospedali provinciali gratuitamente.
E’ evidente che, seppure in modo diverso, la parte sociale più debole è già tornata alla sanità precedente al 1978.
Chi ci salverà da questo è difficile dirlo. Dovrebbero essere gli attuali politici cinquantenni che oggi detengono il potere di decidere. Oggi sono loro a dirigere la Nazione nella veste di deputati, di consiglieri regionali, di sindaci e anche di direttori generali delle ASL.
Purtroppo, questi cinquantenni non hanno conosciuto la Sanità italiana degli anni precedenti il 1978; erano ancora bambini. A causa della mancanza di conoscenza concreta di cosa fosse la Sanità pubblica del passato, essi non riescono a decifrare cosa stia avvenendo oggi. Le loro dichiarazioni ai giornali sul problema sanitario sono straordinarie per quantità di enunciazioni di principi e ideali democratici e per la proposta di nuove spese in progetti inattuabili per mancanza di fondi e, soprattutto, per l’assenza di semplici proposte concrete sul cosa fare. Siamo davanti alla paralisi della la sanità pubblica e i dati economici certificano l’impossibilità di poter progettare nuove spese. Prima che la guerra mondiale (economica) in corso comporti la definitiva cancellazione dei nostri ospedali provinciali, sarebbero necessari pochi atti per mettere subito in sicurezza ciò che ancora abbiamo. Il nostro scopo è far sopravvivere le strutture che abbiamo nel nostro territorio.
Gli atti sono:
– Restituire ai sindaci la responsabilità politica delle ASL.
– Restituire alle ASL l’autonomia giuridica, economica, finanziaria, e i poteri per la gestione diretta degli acquisti e assunzioni.
– Introdurre il presidente della “commissione provinciale sanitaria” all’interno della struttura della ASL con funzione di direzione politica.
– Riaprire immediatamente i posti letto soppressi negli anni che vanno dal 2015 al 2026.
– Ricostituire tutte le specialità mediche e chirurgiche pre-esistenti, dotate di primari d’alto livello.
– Definire le funzioni dell’ospedale d’emergenza e urgenza e le funzioni degli altri ospedali.
– Collocare gli ospedali di comunità in prossimità degli ospedali provinciali.
Mario Marroccu
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