4 November, 2026
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Mi pare doveroso prima di tutto ringraziare Tore Cherchi per avere promosso una discussione sul ritorno della democrazia a Carbonia dopo gli anni bui del fascismo, tema che coincide soprattutto con il ritorno della democrazia nel nostro Paese e l’avvio di una nuova fase di rinascita con il referendum tra Repubblica e Monarchia, l’elezione dell’Assemblea Costituente del 1946 e l’approvazione della Carta Costituzionale nel 1948. Sono trascorsi 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente e quindi credo sia importante celebrare in modo solenne anche questa ricorrenza.
Pur essendo questi temi di un grande respiro, vorrei concentrare un parte importante del mio intervento ai primi dieci anni di vita della Città, con uno sguardo rivolto prevalentemente alla sua vicenda politica e sociale, alle condizioni di vita e di lavoro dei minatori e delle loro famiglie e per un altro verso alla faticosa costruzione della struttura amministrativa del Comune, avvenuta in condizioni di grande difficoltà e in un contesto pensato esclusivamente al sostegno delle attività dell’Azienda Carboni Italiani, per la quale l’Istituzione comunale era stata concepita come una sola, semplice, appendice.
Sinora i principali contributi di ricostruzione storica delle nostre vicende cittadine, si sono concentrati (con dei contributi pregevoli s’intende) su aspetti relativi alle questioni minerarie sia sul versante tecnico/tecnologico, che produttivo, sulle materie di natura urbanistica e architettonica, della disciplina socio antropologica, e invece in una misura minore sulle tematiche squisitamente sociali.
Ciò non significa che queste ultime siano state sinora ignorate, basti pensare per fare un esempio, a ciò che ha scritto autorevolmente Carlo Levi in Tutto il miele è finito, oppure alla cruda realtà ritratta nei reportage fotografici di Federico Patellani negli stessi anni, ciò che segnalo riguarda il fatto che l’argomento non sia stato sinora, oggetto di un’attività di studio e ricerca più approfondito e strutturato.
Lo scorso anno, proprio nel mese di settembre, abbiamo avuto modo di accennare a questa necessità, proprio in occasione della presentazione del libro di Alberto Vacca sui misfatti del Commissario Antonio Pirrone a Carbonia, e in quella circostanza abbiamo concordato su questa esigenza e, devo dire che Alberto Vacca non si è fermato alla mera enunciazione di questi temi, poiché di recente ha pubblicato un suo nuovo libro: Lettere dei Cittadini di Carbonia al Duce, con sottotitolo voci di migranti, miniere e miserie, nel quale affronta i primi anni di vita della nostra città da questa prospettiva, con risultati sorprendenti e inediti.
Credo avremo occasione di entrare con maggiore dettaglio nel merito, magari in occasione della prevista presentazione del suo libro, ma credo che la ricerca di Alberto Vacca, indichi una strada sulla quale riflettere e lavorare per ricostruire una memoria autentica su quanto siano stati travagliati i primi passi di vita di Carbonia e della sua comunità cittadina. In particolare, nel suo libro, si sofferma sugli aspetti relativi alle condizioni di lavoro in miniera, durissime e pericolose, sui momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti, sulle condizioni condizioni degli alloggi, della situazione delle mense operaie, etc; sono queste informazioni che ci vengono restituite dalle relazioni riservate della Prefettura di Cagliari al Ministero degli Interni, in particolare nei rapporti del Prefetto Tito Canovai e del Commissario prefettizio Ovidio Pitzurra, per citare quelle più significative.
Mi capita spesso di avvertire nel dibattito cittadino, e lo dico con una certa preoccupazione, l’avanzare di un sentimento dal sapore nostalgico e romantico, in una comprensibile buona fede, che però rimuove aspetti dolorosi e tragici della storia reale vissuta e documentata, sento perciò il bisogno irrefrenabile, di riproporla a momenti di riflessione più attenti e meno superficiali da parte di tutti, me compreso.
E’ anche per questo che mi viene in mente un’immagine, la scritta a firma di Benito Mussolini che campeggiava all’ingresso della Miniera di Serbariu, ancora leggibile oggi: «Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio».

Una dichiarazione programmatica verrebbe da dire con una punta di ironia, un ammonimento, che non maschera, ma sottintende l’abitudine in uso all’epoca, di ricorrere agli strumenti coercitivi e di repressione usuali, per citarne alcuni del repertorio molto praticati : l’olio di ricino, il manganello, il confino, la prigione, o peggio ancora come ci è tristemente noto.
Lo sciagurato ingresso in guerra nel 1940 accentua ulteriormente queste condizioni e la decisione di classificare con R.D.L. (Regio Decreto Legge) la Miniera Stabilimento Ausiliario di Guerra ridurrà ulteriormente gli spazi di libertà, già ristretti precedentemente dall’azione incessante del federale di turno, da quella occhiuta dell’Ovra (la polizia segreta fascista) operante in modo significativo nel bacino minerario. E’ qui devo citare ancora un altro libro di Alberto Vacca: “La tela del ragno -L’Ovra in Sardegna”, nel quale molte pagine sono dedicate a Carbonia e al bacino minerario con le relative vittime e colpevoli, delatori ed oppressori.
L’enfatico racconto della nascita della città quindi e del successo realizzativo del regime (da non disconoscere in assoluto si intende), contrasta in maniera stridente con uno scenario disperato di sfruttamento e di miseria, che nel tempo soprattutto a seguito proprio dell’ingresso in guerra, verrà accentuato da una crisi alimentare gravissima, con il paradosso e la contraddizione lessicale di una città definita autarchica, che però non dispone di alcun mezzo per autosostenersi con produzioni proprie, essendo il carbone, questo sì autarchico, l’unica produzione esistente.
La nascita delle nuove città è stata accompagnata durante il Ventennio da parole d’ordine molto forti e da una retorica celebrativa del regime che ne esaltava le gesta gloriose; è stato così inevitabilmente, anche per la nascita di Carbonia, ecco in questa occasione vorrei fare un parallelo tra i principali contributi letterari del tempo per mettere in evidenza lo scarto considerevole che esiste tra il racconto di Stanis Ruinas “Viaggio per le città di Benito Mussolini” (nel 1939 vinse il Premio Sabaudia), il libro di Vitale Piga su Carbonia del 1938 (nel quale si omette colpevolmente il più grave incidente minerario, quello di Schisorgiu avvenuto nel 1937) ed il romanzo di Valerio Tonini “Terra del Carbone”. Nei primi due, fatta doverosamente salva la differenza stilistica tra Ruinas e Piga, prevale l’intento celebrativo e propagandistico, in Valerio Tonini invece emerge una testimonianza di verità sulle condizioni di vita di quei primi pionieri impegnati nella costruzione della città. Ignazio Delogu uno degli autori più importanti sulla storia di Carbonia, a proposito del libro dell’ingegner Valerio Tonini ha usato questa espressione […] si tratta di un’opera da suggerire all’attenzione di critici e studiosi della letteratura realista e neorealista, della quale il romanzo di Valerio Tonini è una vera e propria anticipazione”, a conferma del valore letterario che attribuiva a quest’opera.
Nel tempo, oltre alle testimonianze orali, molto preziose, sono emersi da diverse fonti di archivio una mole importante di documenti che in qualche misura ci consentono di leggere, di ricostruire diversi momenti e diverse fasi cruciali della vita cittadina, in maniera più autentica. Mi limiterò ad enunciare per titoli, quelle più significative a mio parere.
Fonti importanti, per la fase che precede il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, sono le relazioni di qualche Prefetto e Podestà, dalle quali nonostante l’esercizio di prudenza nello scrivere, emerge uno spaccato drammatico e di verità sulle condizioni di vita dei minatori di Carbonia e dei suoi abitanti, che lo scellerato ingresso in guerra del 1940 aveva aggravato in maniera esponenziale, favorendo l’emergere di segnali di malcontento e di protesta, la più nota è quella che fa riferimento a Tito Morosini rappresentante dei sindacati fascisti che precede di pochi giorni nel maggio del 1942 la seconda visita di Benito Mussolini a Carbonia, avvenuta in tono minore e per nulla rassicurante riguardo ai rimedi necessari per migliorare la situazione di crisi.
Dopo i fatti del 25 luglio del 1943 con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi che determinò la caduta del fascismo e quelli successivi dell’8 settembre, seguì l’insediamento a gennaio del 1944, da parte degli alleati dell’Alto Commissariato per la Sardegna alla cui guida venne insediato il Generale Pietro Pinna Parpaglia. Anche l’Archivio dell’Alto Commissariato, rappresenta uno strumento utile per osservare le dinamiche politiche e sociali sino al 1949.
Mi soffermo con il mio ragionamento, limitatamente alle questioni che hanno riguardato Carbonia. Come è noto alle cronache nonostante la caduta del regime il 25 luglio alcuni fascisti rimasero in posti di comando, come nel caso di Vitale Piga rimasto a dirigere la Miniera di Carbone e un fatto analogo avvenne nei primissimi mesi del 1944, la nomina di commissario prefettizio della città nella persona di Francesco Piga Onnis, fatti questi tra i diversi che generarono un diffuso malcontento tra i partiti democratici (il CLN locale) in via di costituzione nella città. Per inciso anche il Piga Onnis, come Vitale Piga aveva ricoperto durante il regime l’incarico di Commissario prefettizio nel comune di Serbariu di cui era segretario della sezione locale del P.N.F. Non dobbiamo evidentemente stupirci dell’azione degli alleati, se pensiamo che in Sicilia molte di queste funzioni furono ricoperte da referenti della Mafia.
A proposito dei rapporti politici con l’Alto Commisssario, vorrei citare una testimonianza scritta di Antonio Puggioni; nella circostanza che portò alla nomina di Francesco Piga Onnis, Renato Mistroni futuro sindaco della città, aveva avanzato a nome dei partiti democratici agli alleati la candidatura di Gigi Piga per ricoprire l’incarico di commissario, che, però non fu accolta. Un breve inciso per ricordare Gigi Piga, originario di Guspini, una figura ormai dimenticata a Carbonia; proveniva da un’esperienza di dirigente del movimento operaio, nel 1920 a Torino (da operaio metallurgico diviene Presidente del Consiglio di fabbrica della Michelin), dove aveva conosciuto Antonio Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo, la sua vita durante il ventennio fascista fu costellata da arresti, detenzione, confino.
Il 1944 fu probabilmente l’anno più difficile in assoluto per la nostra città, lo dimostrano i dati sulla produzione del carbone al minimo e una significativa riduzione degli occupati, per il protrarsi della crisi alimentare che segue quella pure drammatica dell’anno precedente: de su fammini de su quarantatresi per intenderci.
In questo contesto è particolarmente toccante la testimonianza di Giuseppe Saragat (futuro Presidente della Repubblica) pubblicata il 16 settembre del 1944 sulla prima pagina de l’Avanti dal titolo Carbonia, dò lettura di un breve stralcio dell’articolo sperando di non venire sopraffatto dall’emozione: «La luce del sole – come dice un poeta tedesco – è una fiammante accusatrice e, in verità, il sole di Carbonia ha illuminato per me uno spettacolo di miseria umana che non dimenticherò mai. Gli uomini che uscivano dai pozzi non avevano più nulla di umano. Dei corpi scheletrici ricoperti da stracci immondi sfilavano senza una parola, senza una protesta. Ma più che dai volti il mio sguardo fu attirato da un particolare veramente tragico: quegli uomini che uscivano dalle miniere dove avevano lavorato in gallerie il cui suolo è tutto una pozzanghera erano scalzi. Da un gruppo di minatori si staccò infine uno di loro che con tono quasi imperioso chiese: – Chi è il Ministro? -. Alla mia risposta il minatore fece un largo gesto con la mano accennando ai suoi piedi nudi, ai suoi stracci immondi e con la voce strozzata dall’emozione e dallo sdegno: – Sono italiano! – mi disse e si allontanò con i compagni. Mille volumi sulle condizioni dei minatori di Carbonia varrebbero meno di quelle due parole pronunziate da un lavoratore offeso dall’inumanità della sua sorte e dall’inumanità di un sistema sociale in cui queste infamie sono possibili».
Nel 1946, finalmente le prime elezioni democratiche con l’elezione di Renato Mistroni a primo sindaco di Carbonia, che come è stato sottolineato contengono la novità del voto alle donne e la elezione di due consigliere comunali. Anni difficili per Carbonia anche quelli del primo dopoguerra, vorrei soffermarmi brevemente su alcuni degli avvenimenti importanti che hanno segnato la storia della città in quelli anni, la vicenda Rostan fine gennaio del 1947 ( cito testualmente dalle memorie di Antonio Puggioni per definire il quadro sociale e politico nel quale matura): «Eravamo alla vigilia di un altro Natale all’insegna della fame. Gli spacci aziendali erano vuoti. Mancavano i generi di prima necessità. Renato Mistroni chiese un incontro con il Prefetto che ebbe luogo subito dopo Natale. Il Prefetto capì che si stava determinando una situazione insostenibile anche sotto il profilo dell’ordine pubblico. Venne convocata un’assemblea in Piazza Roma per comunicare che il Prefetto aveva garantito il suo appoggio alle richieste avanzate da Mistroni e da me».
E’ in questo scenario che l’ingegner Rostan viene prelevato con la forza dalla sua residenza di Villasulcis, da una folla di operaia inferocita (fomentata da due dirigenti anarchici, Pasquale Fancello e Massimiliano Zanetti), trascinato in Comune e alla presenza del sindaco Renato Mistroni, costretto a firmare un accordo contro la sua volontà. Ignazio Delogu nel suo libro su Carbonia definirà questo episodio come un sorta di “Jacquerie mineraria”. Di questi fatto il principale accusato e pur innocente condannato fù Marco Giardina, segretario della Camera del Lavoro. Marco Giardina che era laureato in Giurisprudenza e che in seguito intraprese la professione di avvocato, ebbe un ruolo importante anche nella redazione preliminare dei regolamenti per il funzionamento del Consiglio di gestione e autore con l’ingegner Giuseppe Russo (direttore della Miniera di Bacu Abis) del piano detto appunto Russo-Giardina.
Nel 1948 dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche di aprile, ancora due fatti significativi nel mese di luglio l’attentato a Palmiro Togliatti, lo scoppio di disordini in città, come nel resto d’Italia d’altronde, costituì il pretesto per decapitazione del gruppo dirigente politico, sindacale, amministrativo della città, furono spiccati mandati di cattura contro Renato Mistroni, sindaco, contro Antonio Selliti, segretario della Camera del Lavoro riparati in Cecoslovacchia e Silvio Lecca arrestato; in questa vicenda repressiva ebbe un ruolo infausto il Commissario di Polizia Antonio Pirrone, un ex repubblichino autore di tante malvagità nella sua permanenza a Carbonia. Ad ottobre l’inizio della lotta dei 72 giorni, conclusa il 18 dicembre del 1948 sotto la guida di Velio Spano, in questa circostanza nessuna Jacquerie, ma un movimento combattivo e disciplinato per la sopravvivenza di Carbonia.
Per tanti questa data, il 18 dicembre del 1948 è stata concepita come un nuovo inizio, una sorta di rifondazione della città, è un’espressione che ho avuto modo di ascoltare durante la mia militanza giovanile, da diversi protagonisti di questa lotta, da Pietro Cocco, Antonio Puggioni, Antonio Saba per citare alcuni dei più noti.
Tore Cherchi nel suo libro “Città industriale e postindustriale” riassume efficacemente questo concetto: «Due date, il 18 dicembre del 1938 e il 18 dicembre del 1948, fra loro distanti esattamente 10 anni, segnano il primo periodo di storia della città. La prima è l’inaugurazione della città intesa come spazio costruito, l’urbs appunto. La seconda potrebbe essere considerata come conclusiva del progressivo divenire degli immigrati, infine furono cittadini e cittadine per atto di volonta individuale e collettiva, cives, non solo per condizione giuridica. Il 18 dicembre del 1948 dimostra plasticamente che la civitas è formata».
Legge Speciale per Carbonia
Vorrei dedicare la seconda parte del mio intervento alle enormi difficoltà con le quali si sono dovuti misurare i primi amministratori di Carbonia, quelli eletti per la prima volta nel 1946 e quelli a seguire nel tempo. Per sviluppare questa parte del mio intervento farò ricorso, quasi esclusivamente, ad un documento, ai dati che sono in esso contenuti; si tratta di una proposta “Legge speciale per la città di Carbonia” approvata dal Consiglio comunale su proposta della Giunta Municipale. Siamo nel 1956 e la giunta è guidata da Pietro Cocco alla sua prima esperienza come Sindaco della città. Questo documento è a mio giudizio uno strumento prezioso per ripercorrere e rileggere obiettivamente i primi anni di amministrazione della città, le politiche di bilancio, le condizioni materiali del suo assetto infrastrutturale, inoltre sono convinto che questa proposta di legge abbia rappresentato uno dei momenti più alti di elaborazione politica riferita alle problematiche dell’amministrazione cittadina e del suo vivere civile.
Prima di entrare nel merito di alcune delle considerazioni che sono contenute nella relazione che accompagna la proposta di legge, vorrei richiamare l’attenzione dei presenti sul R.D.L. 2189 del 5 novembre 1937 che istituisce il comune di Carbonia. Se facciamo una comparazione con gli altri decreti relativi alla fondazione delle città durante il ventennio, troviamo un comune denominatore, fatta eccezione per quanto disposto dagli articoli 3 e 4 che assegnano di fatto all’Azienda Carboni Italiani una funzione sostitutiva, surrogatoria a compiti propri del Comune, in particolare l’articolo 4  recita: «Per assicurare, con la trasformazione agraria dei terreni circostanti, il risanamento igienico dell’abitato di Carbonia, l’Azienda Carboni Italiani è autorizzata ad espropriare i terreni che saranno determinati, anche con oiù decreti successivi, dal Ministro per l’Interno, di concerto con il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste».
La traduzione in sostanza è la seguente, l’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) si sostituisce in toto al comune e gli espropria di fatto funzioni che gli sono proprie. D’altronde come si apprende dalla relazione al Piano regolatore del 1937, la costruzione della città ha un assoluto «carattere residenziale al servizio di zona strettamente industriale». Ho trovato molto efficace l’incipit della relazione della proposta di legge, ne sottolineo rapidamente alcuni stralci: «Il centro industriale di Carbonia non sorge come conclusione naturale di un precedente sviluppo economico della zona […] Sorge per un atto di volontà estranea ed esterna all’ambiente che l’accoglie, per un intervento che prescinde da ogni ragione di sviluppo economico e sociale del Sulcis e della Sardegna».
[… ] «Lo stesso decreto costitutivo di Carbonia ha, al riguardo, una lontana è indiretta preoccupazione, la dove assegna all’Azienda Carboni Italiani, oltre al compito di effettuare gli espropri necessari per la realizzazione del Piano regolatore della nuova città, anche quello di assicurare la trasformazione agraria dei terreni circostanti».
Ma l’assenza degli strumenti basilari per consentire ad una amministrazione di autodeterminarsi non si limita a questo. Provo a fare una sintesi delle principali informazioni che possono essere utili a ricostruire un quadro di insieme sulle politiche di Bilancio del comune, a partire dal 1941, dal quale si rileva innanzitutto l’impossibilità di fare ricorso alla leva fiscale per supportare le politiche di bilancio, la difficoltà relativa a supportare la gestione dell’enorme patrimonio abitativo, l’impossibilità ad erogare direttamente servizi primari per i cittadini ed infine la condizione delle infrastrutture civili e della viabilità cittadina nel suo primo decennio di vita.
«Chi scorra ad esempio i prospetti che riportano i bilanci consuntivi e preventivi dal 1941 al 1954, troverà immediatamente che dalla sua origine e fino al 1945, le entrate del comune di Carbonia sono rappresentate in misura a volte superiore dal 50% da contributi statali e che nello stesso periodo le spese, nel loro intero volume, sono destinate quasi esclusivamente ad assicurare i servizi interni dell’amministrazione comunale.»
«Tanto che non solo non vi è traccia di una qualunque attività di rilievo nel settore delle opere pubbliche, dell’assistenza o della pubblica istruzione, ma la esigenza di una tale attività non figura neppure nelle previsioni.»

«Nel 1941, ad esempio, le spese per opere pubbliche raggiungono le 159.064 lire su 3.732,788 e cioè il 4% delle spese complessive.»
«Nel 1942 si spendono per opere pubbliche circa 397mila lire, qualcosa in più dell’anno precedente» […]
«La inadeguatezza assoluta e relativa di tali spese meglio si comprende ove si pensi che Carbonia conta già nel 1942, 36792 residenti fissi e molte altre migliaia di abitanti ai quali non è consentito, per la legge 6 luglio 1939 n. 1092, contenete provvedimenti contro l’Urbanesimo, ottenere la residenza, e vanta già una rete stradale che non ha riscontro per il suo enorme sviluppo (oltre 48 km.) in comuni di eguale popolazione. Negli anni 1943-44-45 la situazione non muta […]». Emerge che dal 1941 al 1945 il contributo dello Stato pari al 50% delle entrate fu inteso per pagare i salari del personale dell’Ente, numericamente inadeguato per una città in costante espansione demografica. Due distinti accordi nel 1940 e nel 1942 promossi per iniziativa del Prefetto di Cagliari portarono ad un accordo con lo Stato per il tramite del Ministero degli Interno che portò il contributo per legge a circa 2 milioni nel 1941 e 1942, ridottosi ad 1.249.850 nel 1943 per risalire a 5.475.000 nel 1944, 4.300,000 nel 1945 e 5.000.000 nel 1946.
Il paradosso con il quale ci si trova ad operare è il seguente, i contributi dello Stato non sono sufficienti neppure a soddisfare i costi interni dell’apparato amministrativo e il comune «non può richiedere alla Società proprietaria, l’Azienda Carboni e cioè lo Stato, il pagamento della sovraimposta sui fabbricati? Tale entrata dava al comune 2.626 lire nel 1938 e 2608 nel 1952. Ma nel 1938 i fabbricati di Carbonia ospitavano 3.131 cittadini, nel 1952 46.000 circa» […]
«Dal 1946 in poi viene a mancare a Carbonia l’intervento dello Stato nei suoi due aspetti, nell’assunzione diretta dei compiti del Comune e nei contributi integrativi del bilancio» […] «La verità che i provvedimenti legislativi del 1940 e del 1942 prevedevano la costruzione di una città e la conseguente organizzazione dei servizi per una popolazione di 20.000 abitanti mentre Carbonia nel conta nel 1946 circa 40.000» […]
Si comprende quindi benissimo la difficoltà a garantire i servizi primari che la pubblica amministrazione dovrebbe assicurare: l’acquedotto, la rete idrica, la rete stradale, etc.
Negli esercizi del 1947 e 1948 i bilanci del comune registrano un contributo di 26 e 22 milioni da parte della S.M.C.S. che sostituiscono per quelli anni il contributo statale, ma a partire dal 1948, con gli arrivi del carbone estero, il carbone Sulcis inizierà ad essere meno prezioso per l’Industria italiana, e gli effetti si manifesteranno con immediatezza, tanto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’Azienda e il futuro della stessa città.
Per tornare al tema della impossibilità di far ricorso alla leva fiscale, nella relazione si rileva che: «La S.M.C.S. industria sovvenzionata e quasi totalmente comprensiva di ogni attività cittadina, non denuncia redditi assoggettabili all’imposta di R.M. (Ricchezza Mobile) e quindi in parte trasferibili al comune come I.C.A.P. (l’Imposta sulle industrie, commerci, arti e professioni). La sovraimposta sui fabbricati non è applicabile all’Istituto Autonomo Case Popolari dell’A.Ca.I. unico proprietario di immobili urbani».
Ma questo, a proposito del patrimonio edilizio, non era l’unico problema come si vedrà in seguito. «Con legge 12 dicembre 1954 n. 11-78 contenente i noti provvedimenti per la soppressione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) e la riorganizzazione delle imprese controllate, dall’Istituto delle Case Popolari dell’A.Ca.I. alla S.M.C.S., e Io stesso Istituto sarà con decreto dei Lavori pubblici e in deroga al disposto dell’art. 22 ultimo comma del T.U. sull’edilizia popolare ed economica, riconosciuto come una gestione speciale della S.M.C.S. Proprio per il carattere sociale della gestione non sarà consentito alla Società Mineraria se non di provvedere alle abitazioni dei propri dipendenti ed in nessun caso verrà cosi superato la condizione di villaggio minerario e di città originaria e caratteristica di Carbonia.»
Dallo scioglimento dell’A.Ca.I. del 1954, il patrimonio abitativo, sarà gestito all’Istituto autonomo delle Case Popolari con gestione speciale della SMCS sino alla sua soppressione nel 1974, anno del passaggio della proprietà allo IACP della Provincia di Cagliari. Questo provvedimento comporterà la separazione delle proprietà abitative e quelle immobiliari del perimetro urbano allo IACP dalle restanti aree esterne, circa 500 ettari, rimasti in capo alla MCS, poi Sistemi e Spazio e divenuta all’inizio degli anni ’90, Alumix.
Una piccola digressione per ricordare quanto abnorme fosse questa situazione, agli inizi del 1991 Alumix, senza consultare l’amministrazione comunale decide di promuovere un’asta pubblica per la vendita di tutte le aree della città, in pratica era Carbonia che veniva messa all’asta. Con un’ampia solidarietà delle forze politiche e del Consiglio comunale si voto una delibera con la quale si decise di applicare un vincolo di salvaguardia su tutte le aree e l’asta fallì, ma corremmo a mio parere un pericolo serio.
Mi avvio a concludere descrivendo sommariamente per titoli, la situazione delle infrastrutture civili descritta nella relazione:
– Viabilità cittadina, degli attuali 53 km di strade interne soltanto 23 presentano una regolare pavimentazione. Delle strade che formano gli altri 30 km molte sono appena tracciate e lasciate a fondo naturale ed altre lasciate a fondo naturale ed altre ancora in completo disfacimento.
– Nessun marciapiede, ad eccezione di pochi lungo alcune vie principali e fornito di pavimentazione, ma quasi tutti sono rimasti al primitivo stato di terreno naturale.
– Depurazione: attivi 4 dei 16 percolatori.
– Rete di illuminazione: dei 53 km di strada soltanto 17 sono illuminati e 36 lasciati nella completa oscurità o raramente interrotti da mezzi luminosi privati.
– Una Rete idrica inadeguata poiché progettata con un dimensionamento definito per soddisfare, in maniera analoga per la depurazione un numero di abitanti significativamente inferiore. Non dimentichiamo che in meno di dieci anni Carbonia diviene la terza città della Sardegna per numero di abitanti e così sarà sino alla fine degli anni ’60.
Questa per brevi linee è la situazione drammatica con cui si sono dovuti confrontare i primi amministratori di Carbonia e per altri versi quelli a seguire sino ai nostri giorni, basti pensare che le problematiche derivanti dalla gestione immobiliare di proprietà pubblica, dello Stato, sono state risolte attraverso un accordo con Ligestra nel 2016, solo dieci anni fa, con un significativo impegno finanziario.
Una contraddizione quest’ultima, che ha accompagnato chi ha amministrato la città dalla sua nascita ai nostri giorni. Ma questa, come usa dire Carlo Lucarelli, nel condurre i suoi programmi d’inchiesta, è un’altra storia!

Antonangelo Casula

E’ ufficiale: l’11 maggio è divenuta la “Giornata Identitaria Iglesiente”. In memoria dell’eccidio dell’11 maggio 1920 il Consiglio comunale, riunito in seduta straordinaria nello stesso giorno ma dell’anno 2024, con atto solenne ha votato, all’unanimità, l’importante riconoscimento. Una celebrazione delle vittime e degli altri minatori di quella tragica giornata, passata alla storia, che con coraggio, spinti dalla disperazione, affrontarono le guardie regie nel tentativo di chiedere aiuto per condizioni di vita migliori. “Un movimento dei minatori della Sardegna, come ha ricordato Fausto Durante, segretario generale della Cgil Sardegna, presente alla proclamazione, che ha creato le condizioni, nel 1904, per indire il primo sciopero generale”. Presenti alla proclamazione, in un’aula gremita di figuranti, anche i sindaci della Valle Anzasca, nella Val d’Ossola, con cui Iglesias, dal 2016, è gemellata, oltre diversi sindaci del territorio.

La proclamazione della Giornata Identitaria Iglesiente da parte del Consiglio comunale segue la rievocazione storica di quel tragico 11 maggio 1920 per la quale, quest’anno, il Centro storico di Iglesias, con i suoi abitanti, hanno riportato indietro le lancette della storia a quei giorni inquieti e tragici grazie all’impegno dei ragazzi e ragazze dell’associazione “11 maggio 1920” e del loro pigmalione, prof. Gianni Persico, che per anni, con i colleghi e gli alunni della scuola primaria e secondaria dell’Istituto Comprensivo Eleonora D’Arborea, veri artisti in erba, ha riproposto una pagina tragica della nostra storia cittadina.  

La rievocazione storica.

Come un immenso set cinematografico le stradine e le piazze del cuore della città si sono popolate, di buon ora, di centinaia di donne, bambini e uomini vestiti con gli abiti dell’epoca, portati in modo dignitoso ed impeccabile, intenti nelle attività quotidiane, tra notabili e proprietari terrieri con le loro signore, intellettuali, artigiani e commercianti, tanti bimbi giocosi ignari della drammaticità della situazione che occorreva e poi loro, le donne, madri, mogli e fidanzate, veri pilastri familiari, di quegli uomini di miniera che lottavano da anni per avere condizioni di vita e di lavoro migliori per essi e per le loro famiglie, condannati ad una realtà che poche alternative offriva. 

Marcello Serra ha scritto: «…potrebbe dirsi che la storia della Sardegna si identifica sostanzialmente con quella delle sue miniere». Carlo Levi le miniere di Iglesias le descriveva così: «…A Monteponi è quasi notte, la valle stretta è piena di un rumore notturno di macchine, ripercosso dalle pareti dei monti; il cielo è sparso dei fumi che salgono dalle miniere, dalle rosse montagne di detriti, fino al brillare dei lumi lontani di San Giovanni, quando riempiono le strade, tornando dal lavoro, verso Iglesias, stormi di operai in bicicletta…una più antica storia di lavoro umano è condensata e compresa in queste miniere, che furono già cartaginesi e romane e pisane, abbandonate e riaperte tante volte, ricchissime di vicende…»

La storia. 

La sera del 10 maggio 1920 i minatori di Monteponi decisero, vista l’intransigenza a trattare da parte della direzione della miniera, che l’indomani avrebbero scioperato per rivendicare il pagamento, negato, di una mezza giornata persa nei giorni precedenti, per protestare contro l’aumento del prezzo del pane. Il preludio è stato raccontato magistralmente, in un’atmosfera di grande commozione, la sera del 10 maggio, nella piazza Municipio, attraverso le voci narranti di Gianni Persico, Grazia Villani e Fabrizio Congia. Ha chiuso la serata il coro Concordia Villae Ecclesiae. 

L’indomani, 11 maggio, circa duemila minatori, provenienti da Campo Pisano, San Giovanni e Monteponi marciarono verso il Municipio, arrabbiati ma fiduciosi di ottenere soddisfazione alle loro giustificate richieste chiedendo aiuto e sostegno al sindaco Angelo Corsi. Con loro anche il vice direttore della miniera di Monteponi, ing. Andrea Binetti, obbligato dai minatori ad accompagnarli. Al loro arrivo, tra la via Satta e la piazza del Comune, però, trovarono un folto schieramento di guardie regie con l’ordine di fermare il corteo. Lo scontro fu inevitabile e tutto si compì in pochi istanti: i suoni degli spari dei moschetti delle guardie risuonarono in tutte le strade del centro, superando le urla dei minatori che tentarono di mettersi in salvo. Seguirono pochi istanti di irreale silenzio, poi la realtà si palesò in tutta la sua drammaticità: una trentina di operai furono feriti dai colpi esplosi dalle guardie, di questi 5 morirono subito, altri due a distanza di alcuni giorni per le ferite riportate. Loro erano: Raffaele Serrau, 23 anni, Pietro Castangia, 18 anni, Emanuele Cocco, 37 anni e Attilio Orrù, 40 anni, tutti di Iglesias, Salvatore Meles, cinquantenne, di Bonarcado, Efisio Madeddu, 40 anni di Villaputzu e Vittorio Collu, 18 anni, di Sarroch. 

Erano trascorse da poco le 10.00 del mattino. Le urla delle donne e la disperazione dei compagni di lavoro sono state riproposte, dinnanzi a centinaia di persone, in un clima di autentico dolore e commozione, dai figuranti, cittadini comuni, che con la loro attenta e profonda partecipazione hanno permesso che questa tragica pagina di storia continui ad essere ricordata. La rievocazione storica si è conclusa, come sempre, con il corteo dei figuranti e delle autorità, preceduti dai bravi musicisti della banda Verdi, verso il cimitero dove è stata deposta una corona d’alloro sulla lapide dei caduti, tra i canti del Coro di Iglesias. 

Per i membri dell’associazione promotrice «questo rappresenta l’anno zero. Contiamo di far crescere, negli anni, questa rievocazione perché diventi un monito contro le ingiustizie nel mondo del lavoro. Ringraziamo l’amministrazione comunale per il sostegno e per l’importante riconoscimento con l’istituzione della giornata identitaria e le diverse associazioni cittadine che ci hanno supportato. Ma soprattutto ringraziamo le centinaia di concittadine e concittadini che hanno risposto al nostro invito e che hanno permesso, con la loro sentita e commovente partecipazione, la grande riuscita della manifestazione dimostrando uno straordinario senso di appartenenza alla città e ai suoi valori». 

Per il sindaco Mauro Usai: «Quella di oggi, per la città di Iglesias e per tutta la nostra comunità, è una giornata storica. Tutti uniti nella memoria di una giornata tragica, che ha creato un solco profondo, un prima e un dopo, nella storia della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di miniera, destinato a rimanere impresso nella nostra identità. Vogliamo ricordare i caduti dell’11 maggio e tutte le vittime che hanno sacrificato la propria vita per chiedere condizioni di vita e di lavoro migliori. Perché questa data deve diventare il simbolo della nostra identità costruita sui valori della democrazia, del lavoro e della giustizia sociale».

Un patrimonio enorme, un lascito ereditario materiale e immateriale, che per il sindaco «assume un valore ancora più rilevante per il recupero di quei luoghi da riscoprire e da rilanciare, ma anche un capitale umano figlio delle competenze di tante persone che portano avanti la memoria e la consegnano in dote ad un futuro da costruire insieme».

Carlo Martinelli

Il 5 novembre 2022, a Carbonia, è stato presentato il film del regista Marco Antonio Pani dal titolo: “Ignazio, Storia di lotta, d’amore e di lavoro”, realizzato per iniziativa dell’associazione “Amici della Miniera” e dai Centri di Servizi Culturali della Sardegna della Società Umanitaria, con il contributo della Fondazione di Sardegna e in collaborazione con la Fondazione Berlinguer, la Sezione di Storia locale del comune di Carbonia, Sarditalianieuropei e altre importanti collaborazioni, ha inoltre goduto del patrocinio del comune di Carbonia che ne ha ospitato la prima proiezione al pubblico.

Il film è frutto di un lavoro di ricostruzione meticolosa di una personalità poliedrica, quella di Ignazio Delogu, nel suo rapporto con la Sardegna e con il mondo; un lavoro complesso che attraversa intensamente la seconda metà del Novecento e ne incrocia significativamente molti dei suoi più illustri protagonisti.

Il merito principale del lavoro di Marco Antonio Pani consiste nell’averci restituito nella sua interezza, la fisionomia di Ignazio intellettuale, attraverso i suoi percorsi di accademico, storico, linguista, giornalista, traduttore per citare alcune delle discipline nelle quali si è cimentato, nei suoi affetti di padre, marito, compagno e nelle sue molteplici amicizie coltivate nei diversi continenti.

Per approfondimenti sulle sue notizie biografiche, segnalo curate dallo stesso autore il link che segue: https ://docplayer.it/2617884-Ignazio-delogu-1-notizie-biografiche.html; sento però il dovere, seppure sommariamente, di sottolinearne brevemente alcuni tratti: laureato in Storia ha iniziato la sua carriera universitaria a Roma, poi a Cagliari e Roma come assistente alla cattedra di Lingua e letteratura ispano americana, a partire dal 1980 alla Facoltà di Lettere Università di Bari è stato professore incaricato di Lingua e letteratura spagnola. Dal 1993 a Sassari è stato titolare della cattedra di Lingua e letteratura spagnola della Facoltà di Lettere e, dalla sua nascita della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, incaricato della cattedra di Lingua e Letteratura Catalane e di Filologia romanza.

E’ stato un Funzionario del Partito Comunista Italiano e collaboratore del quotidiano l’Unità per il quale ha svolto l’attività di corrispondente dalla Grecia, dalla Spagna nel periodo buio della dittatura Franchista e dai paesi latino americani. Questa esperienza gli ha consentito di entrare in relazione e in molti casi di coltivare solide amicizie con molti dei protagonisti della scena mondiale del secondo novecento.

Inizia contemporaneamente l’attività di traduttore per conto della casa editrice Editori Riuniti e ne diventerà di fatto il principale interprete dei testi in lingua spagnola, a lui dobbiamo la conoscenza dei primi testi di Fidel Castro ed Ernesto Guevara sulla rivoluzione cubana, dell’importante produzione poetica e letteraria ispano latino americana, ad iniziare dall’opera di Federico Garcia Lorca, di Rafael Alberti, Josè Marti, Pablo Neruda, Gabriel Garcia Marquez, per citare alcuni dei più noti.

Con alcuni stabilirà un rapporto di amicizia duraturo, quello con Rafael Alberti fu un vero e proprio sodalizio e attraverso lui riuscì a condividere l’amicizia di un altro grande, Pablo Picasso, notevole fu anche il rapporto con Gabriel Garcia Marquez e Pablo Neruda. Di quest’ultimo pubblicò, tra le altre, postuma, l’ultima raccolta di poesie a cui diede il titolo: Elegia dell’assenza, compito assegnatogli da Enrico Berlinguer (circostanza che racconta dettagliatamente nel suo libro su Pablo Neruda e l’Italia).

Nel film, scorrono immagini che testimoniano di un impegno politico che lo vide impegnato a fianco dei po poli in lotta contro le dittature, prima in un ruolo apparentemente defilato che assume evidenza pubblica quando viene incaricato, a seguito del golpe fascista di Pinochet del 1973, come segretario responsabile della direzione dell’Associazione Italia Cile e, infine, in un divertente siparietto nelle immagini televisive che lo ritraggono a fianco di Enrico Berlinguer alla Conferenza di Madrid sull’Eurocomunismo nel 1977, in qualità di traduttore.

Nel film sono presenti le toccanti testimonianze degli esuli cileni in Italia, quella di Horacio Duran degli Inti Illimani e di diverse personalità del mondo della cultura e della politica, si sottolinea il rapporto di stima e di amicizia con il Presidente cileno Salvador Allende assassinato dai golpisti nell’assalto alla Moneda l’11 settembre del 1973.

Proprio al rapporto con Salvador Allende e la vicenda cilena, dedicherà una delle sue ultime fatiche letterarie: “Parallelo Sud – Patagonia tragica, terra del fuoco e altri orizzonti”.

Calato il sipario sulla dittatura fascista, la Repubblica Cilena gli assegnò l’importante riconoscimento dell’Ordine di O’Higgins (un corrispettivo della Legione d’onore della repubblica francese) e al centenario della nascita di Pablo Neruda fu uno dei sette italiani insieme a Giorgio Napolitano e altri cinque ad essere destinatario di una medaglia d’oro commemorativa, coniata in onore del grande poeta cileno.

Nel lavoro di Pani un capitolo è dedicato al suo rapporto con la Sardegna e le città sarde, Alghero dove nacque il 5 novembre del 1928, Usini e Sassari nelle quali trascorse l’infanzia e l’adolescenza e, infine, Carbonia una città che amava e alla quale ha dedicato molte delle sue energie di studioso e di cronista.

Ho conosciuto Ignazio Delogu nel 1978 ma il mio rapporto di personale amicizia con lui, inizia nel 1980, quando ritorna a Carbonia per un’inchiesta giornalistica realizzata per conto del quotidiano romano Paese Sera e dura ininterrottamente sino ai giorni della sua scomparsa, avvenuta a Bitonto (Bari) il 28 luglio del 2011.

Ignazio Delogu, a mio giudizio, è stato tra tutti gli intellettuali sardi, quello che ha dedicato a Carbonia e alle sue vicende, un’attenzione duratura e qualitativamente più significativa.

Il suo rapporto con la nostra città inizia da bambino, suo zio materno Nino Ghinozzi (un ufficiale dell’Aeronautica) lo porta con sé all’età di dieci anni, alla giornata di fondazione di Carbonia, avvenuta alla presenza di Benito Mussolini il 18 dicembre del 1938.

Rimane colpito, Carbonia appare anche agli occhi di un bambino come la città moderna per eccellenza nel panorama urbano sardo di allora, gli dedicherà nel tempo una lunga e curiosa attenzione.

Il suo primo contatto come giornalista risale ai primi anni ’60, già dai titoli che probabilmente non sono solo redazionali, si intravvede il segno delle sue frequentazioni romane, di Carlo Levi in particolare, la cifra stilistica dei suoi articoli è in piena sintonia con la stagione del neo realismo, l’inchiesta dal titolo “Un ritratto di Carbonia”, composta da quattro articoli è realizzata per conto della Nuova Sardegna ed i suoi titoli sono significativi:

Chiusi per anni i minatori ai “medaus” e le ragazze si rifiutavano di fraternizzare;

Dietro la facciata di un mercato fiorente il tentativo di mascherare una realtà squallida;

Nei ricordi, nei racconti amari e concitati la storia di una città che forse muore;

Prostitute, biscazzieri e osti improvvisati vivevano attorno all’esercito dei primi minatori.

Nel 1961 viene pubblicato sul Contemporaneo, un allegato alla rivista politico culturale del PCI Rinascita, un saggio da titolo: Ritratto di Carbonia, è un testo che pur prendendo spunto dall’inchiesta dell’anno precedente, è più meditato, è questo il primo momento in cui inizia a valutare seriamente l’idea di scrivere un libro sulla storia della città.

Realizza altre due inchieste, nel 1980 per conto di Paese Sera, quattro articoli e nel 1984 per conto della Nuova Sardegna, ma in queste circostanze l’attenzione si concentra sulla prospettiva economica, la riapertura delle miniere di carbone, di quelle del settore metallifero e sulle vicende del polo industriale di Portovesme che è, a quella data, il principale polo italiano di trasformazione dei metalli non ferrosi.

Sono questi, gli anni in cui decide finalmente, di dare corso all’idea di scrivere un libro sulla città, un lavoro meticoloso di ricerca presso l’Archivio di Stato a Roma e con frequenti visite a Carbonia per acquisire documenti dall’archivio del Comune.

Questa fatica, troverà successo con la decisione dell’Amministrazione guidata da Ugo Piano, di sostenerne la pubblicazione in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario della Città di Carbonia, viene dato finalmente alle stampe il suo libro: Carbonia – Utopia e Progetto, Valerio Levi Editore.

Si tratta del primo testo nel quale viene rappresentata compiutamente la pur breve storia della città e, soprattutto, in cui vengono svelati contesto e ragioni, per molti di noi ancora inedite, in cui matura questa scelta.

Non si limitò a questo, per i preparativi del 50° della città si rivolse all’amministrazione cittadina con molte sollecitazioni che riguardavano prevalentemente la sfera artistica e culturale.

Nel 1987 venne a Carbonia in compagnia di Costantino Nivola (che poi scomparve prematuramente l’anno successivo nel mese di maggio) proponendolo per un intervento sulla piazza, cito a questo proposito testualmente da una lettera inviata al Sindaco Ugo Piano: «Ti raccomando, in particolare, la collaborazione con Costantino Nivola. E’ un grande personaggio e una grande personalità di sardo, alieno da ogni retorica, ma straordinariamente sensibile e attento. La sua idea di un “muro gravido”, dai molti significati, in una piazza riportata in pristino e da lui magari, anche modificata, mi sembra quella giusta».

In un’altra missiva indirizzata a Pietro Cocco che presiedeva il Comitato per la celebrazione del 50° anniversario della nascita di Carbonia gli sollecitava un contatto con l’ingegner Valerio Tonini per la riedizione del suo romanzo sulla nascita della città “Terra del carbone”, mi pare importante renderne pubblico il giudizio in un passaggio della lettera: «Attorno al libro e alla sua presentazione sarà opportuno realizzare un convegno, chiamando alcuni critici e studiosi della letteratura realista e neorealista, della quale l’opera di Tonini è una vera e propria anticipazione».

Fu lui a mettermi in contatto con il Tonini nel 1991 per avere l’autorizzazione per la ristampa anastatica del romanzo e poiché questi, nella primavera del 1992 venne a mancare, fu lo stesso Ignazio a mettere a disposizione del Comune la sua copia, la copia n° 90.

Nel 1998, insieme a Natasha Pulitzer, contribuì alla realizzazione, in occasione della celebrazione del 60° anniversario della Città, di un convegno dal titolo: “Dalla città di fondazione alla rifondazione sostenibile della città, con un sottotitolo dall’Autarchia alla sostenibilità. Furono invitati Giorgio Muratore storico dell’Architettura, Rossana Bossaglia storico dell’Arte, Francesca Segni Pulvirenti soprintendente regionale, Pasquale Mistretta Rettore Magnifico dell’Ateneo cagliaritano e la marchesa Etta Carignani Melzi, figlia di Guido Segre, presidente dell’ACAI, un convegno al quale partecipò il compianto Antonio Pennacchi inviato della rivista Limes diretta da Lucio Caracciolo.

Sempre per i 60 anni di Carbonia, Ignazio fu ospite del circolo dei sardi di Brescia.

Faccio questi accenni, per sottolineare una passione e un attaccamento a Carbonia che è durato ininterrottamente sino alla sua scomparsa nel 2011.

Aveva in animo di scrivere un libro nel quale raccogliere le sue inchieste giornalistiche del 1960, 1980, 1984 e il saggio del 1961 e mi aveva comunicato la scelta del titolo a cui aveva pensato: “Carbonia nel Cuore”.

Il faticoso lavoro di raccolta dei documenti, i suoi articoli, la sua poderosa produzione letteraria e poetica, che hanno ispirato la realizzazione del film, saranno custoditi in un fondo a lui dedicato, presso la sezione di Storia locale del comune di Carbonia e analogamente, come è stato annunciato, le numerose interviste effettuate per la realizzazione del film, saranno custodite presso il Centro di Servizi Culturali – Fabbrica del Cinema della Società Umanitaria.

Si tratta di materiali importanti che saranno messi a disposizione di chi vorrà, secondo la propria sensibilità e interesse, studiarne ed approfondirne l’opera intellettuale.

Il film, nel mettere in risalto i molteplici interessi con i quali si è cimentato, dedica alla figura di Ignazio Delogu poeta, uno sguardo privilegiato, infatti si conclude proprio con una sua poesia dal titolo: A bortas mind’istracco, che in italiano significa A volte so-no stanco e che vi propongo nella sua trascrizione in italiano.

A volte sono stanco.

A volte sono stanco d’esser sardo, mi si seccano, gli occhi e le labbra mi si gonfiano e il cuore incomincia a saltare come puledro nel campo.

Allora penso a luoghi lontani, forestieri, città dove sono allegre le strade, notte e giorno c’è movimento e sempre ci sono cinema, teatri e gente che saluta e parla come da noi non succede mai.

Gente civile di buoni sentimenti. Me ne vado – dico – me ne vado in luogo lontano forestiero domani me ne vado e non ritorno più saluto zio Barore e Damiano e Tottoi e Michele e Billia e me ne vado senza neanche voltarmi. Mi sembra di sentirli seduti in piazza sui cantoni:

Stai partendo? In buon’ora… se resisti… Altri che te ne abbiam visto partire… Nel caso ritorna… magari di nascosto…

Noi sempre qui ci ritrovi… Me ne vado domani o forse dopodomani.

Stasera mi siedo sulla soglia con uno sguardo saluto i vicini senza una parola e all’alba vado via senza voltarmi.

Spero che sia buon tempo e che per la strada non trovi nessuno perché se vedo gente lo so, mi fermo a chiacchierare e non trovo più il coraggio di partire.

O dico che son già tornato a prendere qualcosa che avevo dimenticato… Ignazio Delogu

Questo testo, credo riassuma fedelmente il nostro proposito di ricordarlo con questo bellissimo docufilm: non lo lasciamo andare via, Ignazio resta con noi!

Antonangelo Casula

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La Carovana dello Sport Integrato ha raccolto consensi anche in Piemonte. A Torino, sede designata per la quattordicesima tappa, gli atleti hanno ancora una volta conquistato la simpatia e la curiosità del pubblico, compiendo un nuovo importante passo verso la realizzazione dell’integrazione sociale legata allo sport.

La comitiva è stata accolta sabato pomeriggio dalle istituzioni locali. A fare gli onori di casa il tutor Enrico Filippo Franci e il coordinatore regionale (nonché Presidente Csen Piemonte) Gianluca Carcangiu, mentre il responsabile Csen Progetti Andrea Bruni ha come di consueto presentato lo spirito e gli obiettivi della Carovana a tutti i presenti. Parole d’elogio verso l’iniziativa sono arrivate da Claudio Cerrato, presidente della circoscrizione n° 4 di Torino, dal Consigliere Comunale Marco Chessa e dall’assessore allo Sport della Regione Piemonte Giovanni Maria Ferraris. Protagonisti anche i ragazzi della classe 3ª A dell’Istituto Carlo Levi di Torino, che hanno contribuito in maniera preziosa alla crescita dello Sport Integrato. Il loro percorso di alternanza scuola lavoro è stato illustrato dal rappresentante Marius Dregler e dall’insegnante Pina Grimaldi.

Durante l’evento di benvenuto sono stati registrati alcuni significativi interventi da parte degli atleti dell’Equipaggio 3. Matteo ha riavvolto il nastro partendo dall’esperienza in Lombardia e ha dichiarato: «E’ stata molto importante per noi la possibilità di coinvolgere nella gara di Football Integrato una ragazza costretta in sedia a rotelle. E’ così che si realizza veramente l’integrazione». Concetti simili li ha espressi Cristina, che ha poi voluto raccontare anche la sua personale esperienza di viaggio con la Carovana: «E’ la prima volta che trascorro così tanto tempo lontano da casa – ha evidenziato – è tutto più difficile, ma al tempo stesso è bello accettare una nuova sfida che mi permetterà di migliorare in tutto e per tutto».

Domenica pomeriggio è arrivata la tanto attesa esibizione di Football Integrato. Prima della sfida e dei test di valutazione del ruolo, il giovanissimo pubblico accorso ha potuto assistere anche a delle esibizioni di Danza Integrata proposte dalle associazioni sportive del capoluogo piemontese. Interessante inoltre la presentazione della disciplina offerta da Andrea Borney, tra i componenti dell’Equipaggio 3 e considerato tra i “padri fondatori” del regolamento del Football Integrato. Dopo di che i protagonisti sono stati gli atleti, che si sono cimentati in un nuovo “format”: non più gara secca, bensì un triangolare, che ha visto affrontarsi le squadre blu, gialle e verdi. I vincitori? Tutti, con un successo per parte!

Nella mattinata di lunedì, presso la sala stampa del Coni di Torino, si terrà l’evento formativo a beneficio dei docenti e degli operatori del settore sportivo, sociale e socio-sanitario sui temi dello Sport Integrato e sulla Carta dei Valori.

Dal Piemonte alla Lombardia: i pulmini della Carovana scaldano già i motori per la prossima tappa: quella di Pont Saint-Martin, in provincia di Aosta. Dopo il trasferimento e l’evento di benvenuto, gli atleti potranno esibirsi in una delle Regioni che hanno fatto da apripista per lo sviluppo del Football Integrato in Italia.

 

 

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Dal 3 al 19 agosto, a Calasetta, ritorna LiberEvento, manifestazione organizzata dall’associazione culturale Contramilonga e fortemente voluta dal comune di Calasetta, per offrire una proposta culturale di qualità a chi decide di passare qui questa parte dell’anno.

Realizzata sotto la direzione artistica dello scrittore Claudio Moica e quella musicale del musicista e compositore Fabio Furìa, la rassegna, che quest’anno giunge alla sesta edizione, ha per tema “Dall’altra parte” perché punta a sentire, sulle diverse questioni, il punto di vista di chi sta dall’altra parte. Lo farà insieme a importanti nomi del panorama letterario italiano: da Mauro Biglino, studioso di storia delle religioni temutissimo dalla Chiesa, a Luca Bianchini, scrittore e conduttore radiofonico, da Nicola Coccia, autore di un interessante volume sulla vita di Carlo Levi, a Francesco Abate, giornalista, scrittore e dj da diversi mesi di nuovo in libreria con Mia madre e altre catastrofi.

Luogo scelto per ospitare l’evento sarà anche stavolta la suggestiva piazza della Torre Sabauda, l’imponente fortificazione costruita nel 1726, che si erge imponente davanti all’isola di San Pietro. Proprio da qui la sera del 3 agosto (tutti gli appuntamenti cominceranno alle 22.00) prenderà il via l’edizione 2017 della manifestazione: protagonista della prima serata sarà lo studioso Mauro Biglino con una conferenza sul Falso testamento, argomento che dà anche il titolo al suo volume uscito nel 2016 per Mondadori. Un libro controverso in cui l’autore smonta le Sacre scritture pezzo dopo pezzo, per arrivare a dimostrare come  l’interpretazione corrente dell’Antico Testamento sia fondamentalmente errata.

Il giorno dopo (venerdì 4) arriva Luca Bianchini, conduttore per Radio 2 Rai della fortunata trasmissione Colazione da Tiffany e autore, per Mondadori, di numerosi libri. A Calasetta Bianchini, in compagnia di Cinzia Micheletti, già assessoe dell’ex provincia di Carbonia Iglesias, presenterà il suo ultimo lavoro: Nessuno come noi (Mondadori, 2017), un viaggio tra le passioni e le paure degli adolescenti. La serata si chiude alle 23 con Il meglio del pop americano. Dal grammofono al grande schermo, concerto che vedrà sul palco The palm court quartet, ensemble formato da David Simonacci e Marco Palmigiani (violini), Lorenzo Rundo (viola) e Giorgio Matteoli (violoncello).

Sabato 5 agosto l’appuntamento è con Nicola Coccia, giornalista per oltre trent’anni della Nazione, che nell’incontro moderato dallo storico dell’arte Marco Loi, parla di L’arse argille consolerai, libro pubblicato nel 2015 per Ets edizioni, che attraverso foto, documenti inediti e testimonianze ricostruisce la vita di Carlo Levi, il medico, scrittore e pittore,  autore di Cristo si è fermato a Eboli. Alle 23.00 la chiusura della serata è affidata Pretesti. Tra il serio e il faceto, spettacolo musico-teatrale che vedrà in scena Manuela Loddo (recitazione e canto), Romano Usai (recitazione) e Marcello Peghin (chitarre).

Domenica 6 nel centro tabarkino arriva Francesco Abate: nell’incontro moderato dal giornalista Fabio Marcello, l’autore parlerà del suo ultimo libro “Mia madre e altre catastrofi”, uscito nel 2016 per Einaudi. Una serie di dialoghi folgoranti, irresistibilmente comici, che tessono il racconto di un’intera vita, anzi due: quella di un figlio e di sua madre, dall’infanzia fino ad oggi.

La serata si chiude come sempre alle 23.00, quando salirà sul palco il Quartetto K ensemble composto da Stefano Martini (violino), Matteo Salerno (flauto), Egidio Collini (chitarra) e Fabio Gaddoni (contrabbasso), che proporrà il concerto San Pietroburgo express, un viaggio “sentimentalmusicale” nel cuore dell’Europa.

Dopo una settimana di pausa, venerdì 18 agosto si riprende per l’ultimo week end di LiberEvento, ma questa volta ci si sposta sulla terrazza del Macc (Museo arte contemporanea di Calasetta). Andrà in scena lo spettacolo teatrale musicale, in collaborazione con l’associazione di volontariato Albeschida, Anime inquiete e…boh, tratto dall’omonimo libro scritto dalle persone che frequentano il Centro Diurno di Villarios e Carbonia del Centro Salute Mentale di Carbonia, dietro la supervisione dello scrittore Claudio Moica.

Sabato 19 agosto, sempre al Macc, l’ultimo appuntamento della rassegna è dedicato al libro digitale: dopo una conferenza dedicata alla sua diffusione, arriva Alessandro Muroni per parlare del suo All’ombra della pensilina, libro che tratta con delicatezza il tema dell’autismo (la prefazione è del poeta Umberto Piersanti) uscito recentemente per Arkadia editore e di imminente pubblicazione anche in formato ebook. La presentazione sarà affiancata dal reading, con musica dal vivo, che vedrà in scena l’attore Fausto Siddi. Il sipario sull’edizione 2017 di LiberEvento cala alle 23.00 con la proiezione di un documentario sul Parco geominerario ed ambientale della Sardegna.

Durante la manifestazione sarà proposto anche un nutrito calendario di eventi collaterali: dai laboratori per bambini dedicati ai temi della tutela ambientale e della sostenibilità tenuti dall’attore Senio Dattena, in programma il 3 e 4 agosto, alle 10.00, nella biblioteca comunale, alla mostra dei libri protagonisti della rassegna, ogni sera dal 3 al 6 agosto durante le presentazioni. Sarà anche possibile visitare lo stand espositivo sul Parco geominerario e storico-ambientale della Sardegna.

I giorni di programmazione a Calasetta sono il momento clou di LiberEvento, che si sviluppa però lungo tutto l’anno con percorsi di scrittura creativa, curati da Claudio Moica, destinati ai sofferenti mentali in cura nel Centro di Salute mentale e nel Servizio psichiatrico, diagnosi e cura (SPDC) della Asl 7 di Carbonia.