19 May, 2022
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Il 20 gennaio su iniziativa della associazione “Amici della Miniera” presso la Sezione di Storia Locale è stato presentato “Carbonia progetto e costruzione al tempo dell’autarchia”, e-book a cura di Antonello Sanna e Giuseppina Monni.

All’iniziativa, introdotta da Gian Matteo Sabiu, sono intervenuti gli autori, a nome dell’Amministrazione comunale di Carbonia, gli assessori Giorgia Meli e Pierangelo Porcu, Tore Cherchi e, infine, collegata da remoto, Natasha Pulitzer, figlia di Gustavo, che ne ha definito il ricordo familiare e professionale, con un intervento articolato, attraverso cinque atti tra ’800 e ‘900.

Nel corso dell’introduzione, Mario Zara, presidente dell’associazione Amici della Miniera, nel sottolineare il ruolo dell’associazione nella promozione del ricordo di personalità che si sono distinte nella storia della Città di Carbonia, ha avanzato la proposta di dedicare, in un luogo da identificare nel centro cittadino, analogamente a quanto è stato già fatto ad Arsia in Istria, una targa commemorativa per ricordare la figura dell’architetto Gustavo Pulitzer (1887-1967).

L’assessore Giorgia Meli, a nome dell’Amministrazione comunale ha accolto con favore la proposta nell’auspicio di poter celebrare l’evento nella prossima primavera.

L’E-Book

Merita una lettura attenta, è un’opera ben strutturata con un corredo documentale pregevolissimo, nella quale si uniscono armonicamente l’inquadramento storico della vicenda e l’informazione tecnica, punti di osservazione utili entrambi a documentare il processo di costruzione della Città di Fondazione.

Si mette in evidenza il ruolo recitato dall’architetto Pulitzer, non solo nella progettazione del centro cittadino, la cui impronta è ben visibile e documentata ancora oggi, ma anche nella redazione delle scelte urbanistiche originarie. In particolare, in modo molto pertinente, sottolinea il ruolo niente affatto subordinato di Pulitzer anche nelle scelte di pianificazione della città nuova.

Queste affermazioni trovano riscontro in maniera più nitida dalla lettura dei diari tenuti dall’autore, che aprono una nuova prospettiva nella conoscenza delle vicende urbanistiche che precedono la nascita di Carbonia.

Ho avuto il privilegio, dall’architetto Natasha Pulitzer, sua figlia, che ne ha curato la trascrizione, di poterli consultare e divulgarne il contenuto nelle sue parti più significative.

I diari sono concernenti gli anni 1935-1938, periodo in cui Pulitzer viene incaricato di redigere, prima il piano urbanistico di Arsia in Istria (oggi Croazia) e successivamente di Carbonia.

Il contesto in cui matura la decisione di far nascere Carbonia è stato tratteggiato puntualmente da Ignazio Delogu nel suo libro “Carbonia: Utopia e progetto”, nel quale sono descritti con un dettaglio unico luoghi (Trieste) e ambienti quali quelli della finanza ebraica rappresentata dal Commendator Guido Segre, destinato nel breve volgere del tempo, alla “damnatio memorie”.

Sarà proprio Segre uno dei principali attori dell’imprenditoria triestina, ad incaricare Pulitzer sia per la progettazione di Arsia che per quella di Carbonia.

I diari

Dalla lettura dei diari emergono novità assolute e al tempo stesso una conferma alcune intuizioni contenute nel libro di Antonello Sanna e Giuseppina Monni, una miniera di informazioni, sugli stati d’animo del Pulitzer, i rapporti con i colleghi, considerazioni sul tempo, frequentazioni di luoghi e di persone che hanno segnato nella sua traiettoria di vita, passaggi della vita nazionale, Marcello Piacentini, Giovanni Battista Ceas, Giò Ponti, Eugenio Montuori per citarne alcuni noti nel ramo dell’architettura.

Il primo contatto segnalato riguardo al suo impegno per Carbonia, risale al 19 ottobre 1936 quando tutto inizia: «Dal Com. Segre, parlo della questione del terreno… e della commessa Sardegna».

1 novembre 1936: «Arriva Ceas (uno dei progettisti di Arborea e socio dello studio Stuard fino al 1926) a casa nostra a colazione. Gli parlo del lavoro in Sardegna»

1937

12 gennaio: «Alla stazione per salutare Segre che parte per la Sardegna».

12 aprile: «Tempo sempre incerto, parlo con Segre del lavoro che sto facendo per la Sardegna».

13 aprile: «In ufficio lavoriamo al Piano Regolatore per la Sardegna».

16 aprile: «In ufficio si lavora per il piano regolatore della Sardegna. Temporale».

22 aprile: «Ultimiamo il Piano Regolatore per la Sardegna».

23 aprile: «Milano. A colazione da Ponti, Giornata serena. Cattive informazioni dall’arch. Valle che ha da essere consultato per la Sardegna, vedo quindi prospettive poco allegre per questo lavoro»

4 maggio: «Il nostro progetto del piano regolatore per la Sardegna è stato consegnato a Roma all’ing. Valle e arch. Guidi – hanno accettato e non cambiano nulla salvo qualche dettaglio»

21 maggio: «La mattina mi viene a prendere Segre e Guidi. Incontro con ing. Valle. Buona impressione. A colazione con Ceppi – ci mettiamo d’accordo sulla ripartizione del lavoro – a Valle e Guidi piano regolatore e scuole – a Montuori albergo e ville impiegati – per me in centro urbano – resta in forse la chiesa». «Segre alle 11 ha visto il capo (Mussolini) che ha accettato completamente il programma finanziario per le miniere della Sardegna.»

7 giugno: «Colloquio con Ceppi e con gli arch. Valle Guidi e Montuori. Cena al Quirinale all’aperto – bellissimo – … riparto».

19 giugno: «Consegno a Lach (collaboratore dello studio STUARD ) il mio progetto per la piazza di Carbonia».

19 giugno: «Occupazione di Bilbao da parte dei nazionalisti. Bagno a Sistiana. Colloquio con Segre a cui mostro il progetto di Carbonia, la Chiesa ancora in forse».

1 luglio: «Alle 11 partiamo da Ostia con l’aereo per Cagliari, Ceppi, Guidi, Montuori ed io. Dopo pranzo a Bacu Abis e nella zona del futuro villaggio di Carbonia».

2 luglio: «Discuto con Ceppi i miei progetti, poi con Guidi la pianta del centro urbano che avevo sostanzialmente modificato e che ora riporto a Guidi per dargli una soddisfazione come autore del piano regolatore. Parto alle 15 con l’aereo, la sera parlo col dott. Frasca – riparto per Trieste».

15 luglio: «Si lavora al progetto per il centro urbano di Carbonia».

21 luglio: «È morto Marconi a soli 63 anni – il mondo intero esalta la memoria del grande genio che darà nome al suo secolo».

20 agosto: «Lavoro febbrile per i disegni del norvegese e per preparare progetti di Carbonia (chiesa e resto) che Lach dovrà portare a Fusine dal Comm. Segre».

17 settembre: «In ufficio lavoro intenso per Carbonia. Progetto di Teatro».

19 settembre: «Preparo nuovo progetto per il Municipio di Carbonia, 21 parto per Roma».

22 settembre: «A Roma lunga conferenza con ing. Ceppi, con Guidi e con Valle. Esamino con Valle Casa e con Galante i lavori del bar Ambasciatori – Ceppi a nome di Segre insiste perché il lavoro si faccia con paternità collettiva. Non sono per niente convinto».

24 settembre: «Piove. Lach torna da permesso di 5 giorni. Facciamo nuovi progetti per alcuni edifici della Piazza di Carbonia».

3 ottobre: «In ufficio si lavora per spedire i progetti di Carbonia a Roma».

9 ottobre: «Disegniamo prospettive piazza Carbonia – sono scontento della planimetria generale impostata da Guidi e Valle»

20 ottobre: «Da Roma mi fanno urgenza per la consegna dei progetti Carbonia. Sono inquieto e tormentato perché non soddisfatto di alcuni particolari».

21 ottobre: «Con Segre, Tannini, Alessi ad Arsia per i preparativi dell’inaugurazione che avrà luogo il 4 novembre. Giornata luminosa».

22 ottobre: «Nel mio ufficio si è fatto un modello della piazza di Carbonia – con ciò posso controllare meglio il rapporto fra i vari edifici. All’ultimo momento trovo una soluzione anche per l’edificio poste bar – incomincio ad essere più tranquillo».

23 ottobre: «Spediamo a Roma disegni per gli edifici della piazza di Carbonia».

27 ottobre: «Esamino il modello della piazza di Carbonia».

Con quest’ultima notazione si conclude il diario del 1937, nel 1938 con una lettera datata 1° agosto lamenta il pagamento della sua parcella. Cala il sipario sul suo impegno per Carbonia.

Siamo ormai prossimi alla data del 18 settembre del 1938 in cui Benito Mussolini a Trieste pronuncia il discorso che annuncia l’emanazione delle leggi razziali; può apparire un paradosso: siamo a tre mesi dall’inaugurazione di Carbonia che avverrà il 18 dicembre del 1938 e proprio a Trieste, dove tutto era incominciato, si chiude il cerchio di questa vicenda con l’immediato allontanamento dei principali protagonisti di questa “avventura” dalla scena pubblica.

Guido Segre fu rapidamente rimosso dalla direzione dell’Azienda Carboni Italiani, Gustavo Pulitzer abbandonerà l’Italia, cogliendo l’occasione rappresentata dall’incarico della progettazione del padiglione “Italian Restaurant Conte di Savoia alla Fiera Internazionale di New York”. Tornerà in Italia 9 anni dopo nel 1947.

Tore Cherchi, nel corso del suo intervento, ha giustamente richiamato l’attenzione sulla data del 27 gennaio dedicata al giorno della memoria in ricordo della Shoah, una delle pagine più buie dell’intera storia dell’umanità. Si tratta di un richiamo attinente al nostro racconto, vorrei ricordare in questa sede uno degli altri nomi dell’architettura del ventennio: Giuseppe Pagano che fu incaricato di redigere il piano urbanistico che prevedeva il raddoppio del comune di Portoscuso; concluse la sua sfortunata esistenza nel campo di sterminio di Mauthausen.

A Carbonia si intravide da subito la sua forte vocazione urbana con tutti gli elementi di modernità che la contraddistinsero, mettendola in qualche modo, in oggettivo contrasto con le parole d’ordine che avevano caratterizzato la propaganda dedicata dal regime fascista delle città di Fondazione, sia dell’Agro Pontino che della stessa Arborea: bonifica e ruralizzazione.

La stessa narrazione di queste vicende, talvolta accompagnata ancor oggi da toni nostalgici, delle quali non intendo sminuire in alcun modo grandezza e valore, spesso ne ignora la complessità e la dialettica che ha generato; c’è, infatti, una fase precisa nella quale emergono pubblicamente elementi di deterioramento nei rapporti tra ingegneri, architetti e committenza pubblica, che talvolta resero necessario l’intervento riparatore dello stesso Mussolini, come nel caso di Sabaudia e della Stazione di Firenze.

La lettura dei diari rivela in modo inequivocabile il ruolo preminente esercitato da Pulitzer non solo nella progettazione del Centro Urbano, degli Alberghi Operai, etc. ma nella redazione stessa del Piano Regolatore della Città, attribuito finora a Valle e Guidi e del quale può essere considerato a pieno titolo uno dei principali autori.

Gustavo Pulitzer Finali, nonostante il suo valore sia stato colpevolmente sottovalutato in sede storica e anche dagli ambienti dell’Accademia, è ricordato per il grande contributo fornito all’architettura navale del nostro paese e sulla scala europea, ebbe committenti di grande caratura nel ramo civile, dall’Armatore Cosulich, al Lloyd Sabaudo, quello Triestino, alla Società Italia, come ne ebbe altrettanti importanti anche dalla Marina Militare Italiana come quello delle Corazzate Vittorio Veneto, Andrea Doria, Roma, per citare le più note.

In questo panorama, siamo nel nefasto ventennio, Pulitzer non prese mai la tessera del PNF (Partito Nazionale Fascista), aggiungo con piacere un richiamo presente del già citato libro di Sanna e Monni a proposito del suo stile: «… da sempre avverso a qualsiasi forma di elogio del fascismo».

Credo che la decisione di ricordarne solennemente la figura, con l’apposizione di una targa commemorativa nella nostra città assunta dall’Amministrazione comunale, riassume con un gesto semplice la gratitudine che noi tutti gli dobbiamo.

Antonangelo Casula

 

Nel 1998 in occasione delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della nascita della Città di Carbonia d’intesa con la Giunta e con i gruppi consiliari, mettemmo in cantiere diverse iniziative, tra le quali un convegno dal titolo “Dalla città di fondazione alla rifondazione sostenibile della città“ con sottotitolo dall’autarchia alla sostenibilità.
Costruimmo un programma, d’intesa con l’arch. Natasha Pulitzer (figlia di uno dei progettisti della città Gustavo Pulitzer Finali) ed il professor Ignazio Delogu coinvolgendo relatori e testimonianze di alto profilo, Giorgio Muratore storico dell’Architettura, Rossana Bossaglia storico dell’Arte, Francesca Segni Pulvirenti Soprintendente Regionale, Pasquale Mistretta Rettore Magnifico dell’Ateneo Cagliaritano e, infine, la Marchesa Etta Carignani Melzi (figlia di Guido Segre, Presidente dell’Aca.i.).
Il convegno era un’occasione per confrontare con una platea di specialisti, alcuni indirizzi programmatici dell’Amministrazione comunale, allora impegnata in un progetto di Recupero Urbano nell’area del Rio Cannas e in uno più complessivo di riqualificazione urbana dell’intera città.
A lavori inoltrati, giunto il momento di dare la parola al pubblico presente per domande o approfondimenti, chiese di intervenire, un signore con a noi tutti sconosciuto, con in testa un caratteristico cappellino, che iniziò la sua prolusione con toni per noi inediti.
Parlava il “ciociaro dei burini” come si dice a Roma e accompagnava le sue argomentazioni con una vis polemica che in seguito – divenuto famoso alle cronache – ci sarebbe apparsa estremamente familiare, era Antonio Pennacchi da Latina. La sua notorietà al grande pubblico si realizzò, infatti, diversi anni più tardi, nel 2010, con la vittoria del concorso letterario Premio Strega con il libro Canale Mussolini.
Le prime schermaglie riguardarono Muratore, reo di aver presentato Sabaudia come un modello, mentre per Antonio, Sabaudia era uno scenario di cartone, buono solo per Cinecittà, ma questo racconto lo troverete in un suo libro dal titolo “Fascio e martello-viaggio per le città del Duce” in un capitolo titolato “Carbonia Hag”.
Ci siamo chiesti: ma questo com’è che è arrivato a Carbonia?
Era l’inviato di una prestigiosa rivista italiana di Geopolitica, LIMES, tuttora diretta da Lucio Caracciolo e su suo impulso avrebbe visitato in lungo e in largo le Città di Fondazione e d’intesa con Carlo Fabrizio Carli, promosso un Inventario delle Nuove Fondazioni in Italia a cavallo degli anni Trenta.
Scoprii quasi subito l’arcano, aveva appreso dell’iniziativa da un comune amico di Latina, Carlo Santoro, che aveva in quegli anni un rapporto di collaborazione con il nostro Comune.
Nel citato articolo “Carbonia Hag”, Antonio Pennacchi racconta una disavventura accaduta in verità a Natasha Pulitzer e al sottoscritto, non a Giorgio Muratore (come Antonio si sarebbe augurato); io e la Pulitzer fummo investiti sulle strisce pedonali e la Natasha rimediò uno stivaletto di gesso con il quale sarebbe ritornata dalla sua famiglia a Bassano del Grappa.
Al rientro dall’Ospedale Sirai, ci recammo presso il Ristorante Bovo per la cena e lì trovai Antonio Pennacchi seduto ad un tavolo appartato, lo invitai a stare con noi e vi lascio immaginare l’incontro con Ignazio Delogu: due parlatori torrenziali, una sfida dai contorni divertentissimi, essendo ambedue dei narratori instancabili e formidabili.

Ebbe, sul piano politico, un percorso contraddittorio, prima militante del MSI, poi approdato all’Unione dei Marxisti Leninisti sotto l’emblema maoista, poi ai partiti più tradizionali della sinistra, sua sorella Laura, economista di vaglia, è stata parlamentare del PDS e dei DS e componente del primo governo Prodi, con l’incarico di sottosegretario di Stato al MEF.
Amava parlare di questo suo percorso politico, senza infingimenti e ipocrisie, era persona schietta e di valori profondi.
La sua scomparsa è una grande perdita per la cultura del nostro paese e questo mio ricordo personale, vuole essere una testimonianza sincera di affetto e di stima, per una persona genuina, irrequieta, ma mai banale.
Antonangelo Casula

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Dieci anni fa è morto Pietro Cocco, il sindaco per eccellenza della città di Carbonia. Nato a Iglesias, classe 1917, diciottenne, anno 1935, fu condannato dal fascismo a due anni di confino. Li scontò a Cortale, in Calabria. Finita la pena ritornò in Sardegna. Vi restò giusto due mesi, il tempo per essere nuovamente condannato, questa volta a cinque anni, destinazione l’isola di Ponza dove fu tradotto a fine agosto 1937. A Ponza erano confinati alcuni dei maggiori dirigenti del Partito comunista, Pietro Secchia, Gerolamo Li Causi, Mauro Scoccimarro, Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea Costituente. Qui frequentò una grande scuola di politica ma non solo di politica. I comunisti avevano il costume di organizzare vere e proprie scuole di storia, economia, filosofia, ovunque fossero confinati o imprigionati. Consideravano lo studio un dovere. Lottavano e si preparavano, anche elevando la loro cultura, a ricostruire l’Italia dalle macerie della dittatura. Pietro Cocco non smarrì questo costume  neanche da vecchio. Quando andavo a trovarlo nella sua casa di campagna, luogo del suo ritiro, se non era impegnato in qualche attività agricola, era immerso nella lettura di qualche testo importante. Da Ponza fu rispedito a Cortale e poi a Maida sempre in Calabria. A venticinque anni aveva maturato sette anni di confino. Non si perse d’animo, però. E’ proprio di chi una grande forza dentro di sé, essere ottimisti sul futuro. In quegli anni di confino si creò una famiglia con due figli.
Nel dicembre del ’38 il fascismo inaugurò Carbonia. Pietro Cocco era confinato ma di sua spontanea volontà certamente non avrebbe partecipato ad alcuna cerimonia. Del fascismo aveva compreso per tempo la tragica natura. Con la dittatura erano arrivate le leggi sulla razza, quelle che costrinsero il principale costruttore della città Guido Segre, ebreo, a rifugiarsi in Vaticano, dove vi morì, e uno dei suoi maggiori progettisti, Gustavo Pulitzer Finali, altro ebreo, a emigrare negli Stati Uniti per sfuggire ai campi di sterminio. Sorte tragica incontrò Giuseppe Pagano, altro grande architetto impegnato nel Sulcis, deportato e assassinato a Mauthausen. L’epilogo fu la guerra scatenata dal nazismo tedesco, dal fascismo italiano e dall’imperialismo giapponese, responsabili di oltre cinquanta milioni di morti. Questo era il fascismo.
Riconquistata la libertà, i minatori distrussero i simboli del fascismo, punirono la complicità e la viltà della casa sabauda votando per la Repubblica, portarono alla carica di sindaco della città, il primo, un operaio, Renato Mistroni, che dal fascismo era stato condannato a dodici anni di carcere. I minatori scrissero un’altra storia.
La città, stremata dalla guerra e dalla disoccupazione, riprendeva vigore: il carbone era necessario per la ricostruzione e richiamava nuovo afflusso di persone. Non durò molto quella situazione di ripresa, perché il bacino carbonifero fu precipitato in una crisi acuta che metteva in discussione la stessa sopravvivenza della città.
Questa Carbonia trovò Pietro Cocco quando rientrò nel Sulcis e vi si stabilì lavorando nelle miniere, stringendo subito un legame forte con i suoi minatori e quindi con l’insieme della comunità. Era un leader nato. Fu eletto nel primo Consiglio regionale della Sardegna, anno 1949, carica da cui si dimise per accettare la candidatura a sindaco di Carbonia. Affrancò l’amministrazione comunale dalla sudditanza verso l’azienda carbonifera che era padrona di tutto. Sviluppò la partecipazione democratica nei quartieri e nelle frazioni. Difese la città e ne parlava a suo nome, non solo perché ricopriva una carica ma perché manteneva ben saldo il rapporto con il mondo del lavoro operaio e dell’imprenditoria locale e con l’insieme delle forze politiche, minoranza compresa. Un sindaco non è un pur bravo burocrate, deve comprendere le esigenze fondamentali della comunità che rappresenta e verso cui ha responsabilità, deve essere un costruttore di unità e non di fazioni, unità di tutta la città, non di una sua parte. Una personalità del suo prestigio avrebbe potuto avere cariche in altre istituzioni. Da consigliere regionale si dimise e, per quanto ne conosco anche direttamente, non ambiva al Parlamento. Ricoprì l’incarico di sindaco in più periodi; usò bene il tempo. Aggiungo un ricordo personale. Negli anni in cui sono stato sindaco ho avvertito molto forte il suo ascendente e il rispetto verso la sua persona; gli ho chiesto spesso consiglio e lui è stato generoso nel sostegno e nell’incoraggiamento.

Chi oggi voglia cimentarsi nella guida della città, dovrebbe meditare sul lascito di Pietro Cocco, a maggior ragione perché la situazione sociale è molto grave. Lo faccia con umiltà. Ne trarrà insegnamento su come si possa essere un buon sindaco o una buona sindaca anche in tempi difficili.

Tore Cherchi

 

 

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Quante similitudini tra Arsia e Carbonia, città dalle origini e dai destini incrociati.
Costruita in un anno e mezzo dal regime fascista, dal progetto dello studio triestino di Gustavo Pulitzer Finali, grande architetto che si occupò, insieme a Cesare Valle e Ignazio Guidi, anche della realizzazione di Carbonia. Nel gruppo di lavoro figura la firma dell’architetto sloveno Zorko Lah, che realizzò i progetti di una tipologia di “palazzine” di Carbonia, le LACCHI N e R, visibili nella parte bassa di via della Vittoria  tra via Mazzini e Via Domenico Millelire), il suo cognome a seguito delle assurde regole imposte dal fascismo, fu italianizzato appunto da Lah a Lacchi.
Arsia fu inaugurata con la tipica enfasi propagandistica fascista il 4 novembre 1937, a rappresentare il regno ed il regime il Duca di Spoleto, la prima città-azienda, 12 mesi dopo seguì, il 18 dicembre 1938, la più grande e popolosa Carbonia.
L’architettura della cittadina in puro stile razionalista, sorta dopo le bonifiche che comportarono il prosciugamento di un lago, fu dotata dei servizi principali, scuole, ospedale, campo sportivo, ufficio postale, cinema, una piscina e di un albergo, statue del famoso scultore Marcello Mascherini. La Chiesa, dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori, ha una forma particolare, ricorda un carrello rovesciato per il trasporto del carbone, ed il campanile quello di una lampada usata in galleria, fu opera così come il palazzo municipale, dello stesso Pulitzer Finali.
Già nel 1936, poteva contare su 6.978 abitanti, sotto l’amministrazione di Albona e Barbara D’Istria, divenne comune autonomo nel 1937, con una popolazione arrivata a circa 10mila unità.
Questo alla luce del sole, mentre sotto terra, l’estrazione del carbone era ai suoi picchi massimi, erano già operative 160 km di gallerie, sino ai 350 metri di profondità, ma si dice che arrivassero anche a quota meno 500.
Minerale strategico e di ottima qualità, veniva addirittura paragonato, per le sue proprietà, a quello estratto nel Galles.
Viscere della terra pericolose e teatro, da subito, di numerosi incidenti mortali (nel 1937 furono 17 i morti, nel 1939 si registrarono 7 vittime), preludio a quello che sarebbe avvenuto, qualche anno dopo la sua inaugurazione.
Troppo importante quella produzione, per il regime autarchico, scelta obbligata a causa dell’embargo imposto all’Italia dopo l’invasione di Mussolini all’Etiopia.
Era il 28 febbraio del 1940, alle ore 4,35 del mattino, poco prima dell’avvicendamento dei turni di lavoro, un violentissimo scoppio nei livelli, 15, 16, 17 e 18, a morire furono in 185. Giovani prevalentemente istriani locali, età media trent’anni, il più giovane di soli 17, ma anche veneti, friulani, lombardi, emiliani, toscani, siciliani, marchigiani. Stando alle ricerche furono 53 quelli sardi o, comunque, provenienti dalla Sardegna. Il numero degli intossicati fu di 150, di coloro che perirono successivamente per le gravi ferite riportate è imprecisato.
Una morte orribile, asfissiati dal gas o seppelliti dalle frane, “un inferno di fuoco e polvere”, ci vollero molti giorni per recuperare le salme.
Una spasmodica lotta dei colleghi per riportare in superficie le spoglie di quei minatori e restituirle alle famiglie, tra loro si distinse un minatore e sindacalista triestino, Arrigo Grassi, che subito dopo il disastro, si calò ripetute volte nelle gallerie, salvando una decina di colleghi, prima di trovare la morte anche lui, sopraffatto dai micidiali gas. Un vero eroe e, per questo, ad imperitura memoria ricordato come tale.
Il regime tenne celata la notizia, una vera censura, qualche breve cronaca sulla stampa riportava dati che tendevano a minimizzare, 60 morti, qualche decina di feriti.
Non fu cosi, perché quella fu la più grande tragedia dell’industria estrattiva italiana, addirittura tra le più catastrofiche a livello mondiale, ma a differenza di Marcinelle, quelle vittime non hanno mai avuto il giusto tributo e gli onori che meriterebbero. Viene definita “la tragedia dimenticata“, le vicende di confine, susseguite alla conclusione della seconda guerra mondiale, resero quei morti “figli di nessuno”.
I freddi verbali redatti dai Regi Carabinieri liquidarono la tragedia «come omissione delle misure di sicurezza». Quali norme di sicurezza potevano essere osservate, quando la Germania era già in guerra, causa il blocco navale alleato, non riforniva più l’Italia dell’insostituibile carbone e la produzione ad Arsia aumentò repentinamente da 300mila tonnellate ad un milione di tonnellate annue, impegnando 7.000 addetti.
L’astensione dal lavoro durò tre settimane, una fortissima reazione, visti i tempi e le limitate libertà che venivano imposte.
Non pagò realmente nessuno per quella sciagura, in sordina pochi giorni dopo, i vertici dell’Ente Nazionale Carboni, vennero azzerati, ma tutto si concluse con quell’unico atto burocratico.
Ogni anno, in quella data funesta, si rende onore a quei caduti, l’amministrazione locale, e tante associazioni si stringono nel ricordo di quel tragico evento, da qualche anno anche il governo italiano partecipa ufficialmente alla commemorazione.
Arsia, dal 1943 al 1945 fu occupata dai nazisti, a cui si sostituirono i partigiani jugoslavi, che destinarono ai lavori minerari prigionieri di guerra e condannati ai lavori forzati.
Nel 1943 in una foiba, nei pressi di Albona denominata dei “colombi” subito dopo l’armistizio dell’otto settembre, furono gettati in una voragine carsica 72 italiani, dei quali una ventina dipendenti dell’Azienda Carboni Italiani (in totale quelli accertati nelle riesumazioni dalle varie foibe, come dipendenti A.CA.I. furono una sessantina), alcuni di loro provenienti da Carbonia, tra i quali Alberto Picchiani, giovane direttore dell’A.CA.I. che gestiva 9mila operai, giustiziato dai partigiani di Tito il 5 ottobre 1943.
Nel dopoguerra in quel clima di costante pericolo ci fu il mesto e duro esodo delle famiglie italiane.
Arsia fu annessa ufficialmente alla Repubblica Socialista Jugoslava nel 1961.
L’attività estrattiva andò via via diminuendo, sino a cessare definitivamente nel 1992.
Arsia (in croato Raza) oggi è un comune croato, situato nella parte sud orientale dell’Istria, dista 4,5 km dal centro più importante Albona e 121 km da Trieste. Conta circa 3mila abitanti, per oltre il 90 per cento di madrelingua croata, un 5 per cento bosniaca quella italiana risulta ormai marginale.
Purtroppo, causa le stringenti misure di prevenzione per il cosiddetto “coronavirus”, le cerimonie sono state annullate e saranno celebrate a data da destinarsi.
Alle cerimonie per la commemorazione dell’ottantesimo anniversario della tragedia, avrebbe dovuto presenziare a titolo personale, anche una rappresentanza proveniente da Carbonia.
Un invito pervenuto dall’amministrazione di Arsia, al ricercatore storico ed appassionato di storia locale, originario di Carbonia, Mauro Pistis, che più volte ha visitato la cittadina, e ha approfondito e scritto più volte sull’argomento  Con i suoi studi ha contribuito a togliere un velo di oblio sul dramma accaduto 80 anni addietro, approfondendo i vari aspetti storici, architettonici e sociali che legano Arsia e Carbonia.
Antonello Pirotto

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Venerdì 10 maggio, alle ore 17.30, nella Sala del Centro di documentazione di Storia locale della Grande Miniera di Serbariu, nell’ambito della rassegna “Carbonia Scrive”, organizzata dal Comune di Carbonia in collaborazione con lo Sbis (Sistema Bibliotecario Interurbano del Sulcis), verrà presentato il libro dell’Ingegnere Urbanista Paolo Costa, già responsabile dell’Ufficio Tecnico del Consorzio di Bonifica del Basso Sulcis, ente del quale è stato uno dei dirigenti sino alla pensione. Il suo impegno professionale si è concretizzato, in particolare, nell’attività urbanistica, con la partecipazione alla redazione dei Piani di Fabbricazione in diversi comuni del Sulcis come San Giovanni Suergiu, Giba e Santadi, del Piano Regolatore di Sant’Anna Arresi, del Piano delle aree turistiche (Zone F) di Chia-Comune di Domus de Maria. Costa è stato anche incaricato, per conto dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari della Provincia di Cagliari, del progetto di Recupero Urbano del Rio Cannas-Corso Iglesias a Carbonia. Città di cui è stato assessore ai Beni Culturali e Ambientali dal 1988 al 1990 e dal 1990 al 1993 Vicesindaco.

La presentazione del libro “Due case e altre cose” è stata promossa dall’Associazione Amici della Miniera, Storia e radici della Città di Carbonia e dalla CSC Società Umanitaria di Carbonia.
Il testo propone elementi di riflessione che meritano di essere approfonditi attraverso una discussione ad ampio spettro sui temi dell’urbanistica e dell’architettura della città di Fondazione, della sua impronta razionalista, attraverso i suoi protagonisti principali, Cesare Valle e Ignazio Guidi, personalità a cui si deve l’impostazione del Piano Urbanistico Originario. A loro si aggiunge Gustavo Pulitzer Finali, che ha progettato il profilo architettonico del centro, ed Eugenio Montuori, che si è occupato dell’attività di realizzazione di alcuni edifici di particolare pregio, Villa Sulcis e l’Albergo Centrale.