5 July, 2022
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«La decisione operativa assunta dal ministero della Giustizia di trasferire i detenuti comuni dal carcere di Massama-Oristano conferma la destinazione a Casa di Reclusione dell’Istituto prevista dalla circolare del 29 gennaio 2013. La stessa, emanata dall’ex Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Tamburino, con la quale è stata sancita la chiusura di Macomer (Nuoro) e Iglesias (Sulcis Iglesiente)». Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, evidenziando che «il Ministero persegue una logica che non tiene in alcun conto le problematiche territoriali e familiari nonché la gestione delle strutture».

«Il progetto di riordino del circuito della Sardegna, elaborato a suo tempo dopo aver sentito le proposte del Provveditore regionale, è slittato finora – sottolinea Maria Grazia Caligaris – a causa dei ritardi nella realizzazione del Villaggio Penitenziario di Uta, la cui conclusione era stata prevista a giugno 2013. La circolare, infatti, precisa anche i tempi per la sua attuazione condizionandola all’attivazione dei nuovi Istituti di Sassari e Cagliari. Questi ultimi, infatti, accoglieranno i cittadini privati della libertà in regime di media sicurezza (detenuti comuni) e quelli in regime di massima sicurezza (41bis)”. Sassari anche i sex offender e i protetti. Tempio-Nuchis ospita già gli AS.»

«Si può ritenere quindi che sia in fase di completamento il “vecchio” disegno ministeriale. Il trasferimento dei ristretti da Massama conferma indirettamente che è avviata a conclusione la storia infinita di Uta e che il trasloco di uffici, personale, detenuti possa davvero avvenire tra il 27 ottobre e il 15 novembre. L’auspicio è che la nuova interrogazione dell’on. Caterina Pes possa indurre il Ministro Orlando a una riflessione. Appare però sempre più evidente la necessità – conclude la presidente di SDR – che su questioni riguardanti l’intera comunità isolana i rappresentanti sardi in Parlamento debbano operare congiuntamente facendo fronte comune. Altrimenti risulta troppo alto il rischio di perdere le cause.»

«La medicina penitenziaria anche in Sardegna è parte integrante dei servizi garantiti dalla Regione a tutti i cittadini. Il passaggio tuttavia non è stato facile e indolore. La riforma del 2008 è arrivata al traguardo nel 2011 con strascichi polemici e inadempienze. A tutt’oggi però SDR riceve continue segnalazioni – non solo da Cagliari ma anche da Sassari e da Oristano – di inefficienze e carenze.» Lo sostiene in un’articolata lettera inviata all’assessore regionale della Sanità Luigi Arru, la presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” Maria Grazia Caligaris, invitandolo ad «un personale approfondimento su un tema troppo a lungo trascurato al punto che non è mai stato attivato con continuità, l’Osservatorio della Sanità Penitenziaria, inaugurato tuttavia nel 2012».

«C’è un serio problema di assistenza – sottolinea Maria Grazia Caligaris – per quanto riguarda per esempio l’odontoiatria. E’ irrisolto nelle diverse ASL l’uso delle attrezzature. Gli aspetti più problematici sono però legati al sistema di garanzie rispetto ai livelli essenziali di assistenza. L’organizzazione è molto carente innanzitutto perché i ristretti non possono far riferimento a un “medico di base”.»

«Si rileva un via vai di sanitari ciascuno dei quali propone una cura diversa e/o prescrive medicinali e/o esami che un altro – osserva la presidente di SDR – annulla in quanto li ritiene superflui. L’unico luogo in cui i detenuti hanno riferimenti certi è il Centro Diagnostico Terapeutico di Buoncammino dove però non mancano i disagi. Ci sono poi le problematiche dei tossicodipendenti, dei malati psichiatrici e di quelli con doppia diagnosi. I gesti autolesionistici sono all’ordine del giorno e le situazioni non possono essere risolte soltanto con psicofarmaci e/o ricoveri nel Servizio Psichiatrico. Il ricorso agli specialisti esterni e agli strumenti diagnostici è viziato da tempi biblici che non permettono interventi tempestivi. Spesso le visite nelle strutture ospedaliere slittano di mese in mese determinando situazioni di alta criticità, non sempre poi senza pesanti conseguenze. E’ fondamentale la collaborazione con le strutture esterne pubbliche e/o private. Attualmente la situazione risulta irrazionale. La pletora di personale medico e infermieristico non è supportata da linee guida ben definite e il Centro Clinico di Cagliari è ormai un reparto di geriatria con persone addirittura di 76, 83 e 85 anni. Osservare la situazione dentro le strutture penitenziarie significa per la Regione trovare un modo per rendere più umana la permanenza di chi deve scontare una pena ma anche individuare strutture alternative. Indispensabile è istituire tetti di spesa specifici per detenuti in modo che possano accedere a residenze sanitarie, comunità e/o case famiglia.»

«Il nuovo Piano Sanitario – osserva ancora Maria Grazia Caligaris – suggerisce una sua visita nel carcere di Buoncammino, nelle strutture di Bancali, Massama e Tempio nonché nel nuovo Villaggio Penitenziario di Uta per verificare di persona le oggettive condizioni logistiche e predisporre le opportune indicazioni organizzative. Non si tratta – a nostro modesto avviso – di incrementare il numero dei Sanitari in servizio, ma di fare in modo che sia stabilito un ruolo esclusivo per chi opera all’interno della struttura detentiva in modo da garantire continuità terapeutica. E’ inoltre indispensabile, nel caso di Uta, che l’ambulanza del 118 vi permanga stabilmente. Il progetto di utilizzare il presidio di stanza a Teulada non sembra poter essere utilmente impiegato in caso di emergenza. Il servizio sanitario regionale – conclude Maria Grazia Caligaris – ha ormai assunto un compito che non può più derogare anche sul piano della formazione di tutti gli operatori. La crescita culturale impone il riconoscimento dei diritti, unico strumento per riabilitare coloro che hanno sbagliato. Occorre quindi più umanità.»

«Un’ottantina di detenuti tossicodipendenti e con gravi problemi psichici, su poco più di 350 ristretti tra uomini e donne, rendono particolarmente difficile il lavoro degli operatori della #Casa Circondariale di Cagliari. Una condizione intollerabile che si aggiunge a quella di un’altra trentina di pazienti-detenuti che manifestano profondo disagio relazionale a causa della tossicodipendenza o di malattie mentali.»

Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, con riferimento a diversi episodi critici, compresi alcuni tentativi di suicidio, verificatisi nel #Penitenziario di viale Buoncammino.

«Si tratta di due tipologie di cittadini privati della libertà, quelli in singola o doppia diagnosi che, per le condizioni di salute fisica e/o psichica, dovrebbero trovare una collocazione in strutture alternative. Il disagio mentale grave, spesso accompagnato da condizioni socio-economiche e affettive precarie, porta a episodi di autolesionismo difficilmente scongiurabili e talvolta altamente rischiosi per l’incolumità delle persone sofferenti. Diversi ristretti per lenire l’ansia che li assale – sottolinea Maria Grazia Caligaris – compiono improvvisi atti contro se stessi procurandosi ferite, non sempre superficiali, alle braccia, alle gambe e al petto. L’intervento dei Medici può risolvere temporaneamente il problema che tuttavia si ripresenta con regolarità non appena viene nuovamente sperimentato un momento di difficoltà. Si tratta di persone fragili con alle spalle condizioni familiari e sociali precarie, talvolta senza parenti, che non sono in grado di controllare i propri impulsi autolesionistici mettendo così a rischio l’equilibrio, peraltro sempre precario, della vita dietro le sbarre.»

«La problematica – osserva la presidente di SDR – non può essere gestita dalla Polizia Penitenziaria, che pure deve salvaguardare l’incolumità dei ristretti, e neppure dagli psichiatri. L’assenza di attività specifiche per queste persone, porta alcune di loro a permanere nelle celle provocando talvolta dei diverbi o delle reazioni da parte dei compagni di stanza. L’intervento degli Agenti per dirimere le controversie può talvolta rivelarsi pericoloso.»

«La presenza di elementi così difficili da gestire deve essere riconsiderata anche perché il trasferimento nel #Villaggio Penitenziario di Uta non avrà su di loro alcun effetto positivo. Non si tratta di metterli in libertà o ai domiciliari, anche perché neppure le famiglie quando ci sono possono farsene carico, ma di disporre di strutture alternative con operatori in grado di attivare un costante monitoraggio e di promuovere iniziative di sostegno affinché la detenzione non restituisca alla società una persona uguale o peggio di prima. La vita dentro un penitenziario purtroppo non abbatte la recidiva e qualunque pena, benché severa, ha un termine, soprattutto quando i reati non sono gravi. Se però il tempo trascorso fuori dalla società non ha cambiato almeno in parte la persona allora – conclude Caligaris – è stato inutilmente sprecato insieme alle risorse. Nuove modalità di recupero sono diventate necessarie per la sicurezza della comunità e possono creare nuovi posti di lavoro in ambito sociale.»

«La messa a punto del sistema di sicurezza, con particolare attenzione ai diritti dei detenuti, è l’impegno prioritario del nuovo comandante della Polizia penitenziaria di Buoncammino che ha assunto il comando del reparto in attesa dell’apertura del #Villaggio penitenziario di Cagliari-Uta». Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, con riferimento al cordiale colloquio con la dott.ssa Alessandra Uscidda, commissario capo, alla quale ha evidenziato diverse criticità.

«Uno degli aspetti organizzativi che la comandante Uscidda intende conseguire, con la collaborazione delle aree trattamentale e sanitaria, è – sottolinea Maria Grazia Caligaris – un sistema integrato della sicurezza con la responsabilizzazione di tutti gli operatori e dei cittadini privati della libertà. Nei programmi la volontà di costruire un carcere ricco di opportunità così come accade in altre realtà della Penisola dove l’integrazione con il territorio, comprese aziende e amministrazioni locali, contribuisce a trasformare il periodo di perdita della libertà in un’occasione per costruire una prospettiva nuova.»

«Tra le priorità anche quella di garantire ai detenuti un calmiere dei prezzi del sopravvitto. E’ stata avviata, infatti, la nuova rilevazione dei prezzi dei prodotti attuando – evidenzia ancora la presidente di SDR – un sistema di acquisto secondo la normativa vigente che prevede si faccia riferimento al supermercato più vicino all’Istituto penitenziario. Nei giorni scorsi il blocco del sistema informatico per la gestione della spesa (SICO) ha provocato un forte malcontento tra i detenuti che non hanno potuto effettuare gli acquisti.»

«Le criticità di Buoncammino consistono ancora prevalentemente nelle caratteristiche strutturali della casa circondariale a cui finora si è sopperito, almeno in parte, con una forte umanizzazione dei rapporti tra agenti e detenuti. L’auspicio è che il trasferimento a Uta e le conseguenti radicali novità logistiche, non ultima la distanza dal centro urbano, possano trovare un positivo equilibrio. La sicurezza non può prescindere dalla riabilitazione di coloro che hanno commesso reati per abbattere la recidiva richiede quindi il contributo significativo della società. Alla nuova comandante – conclude Maria Grazia Caligaris – vanno gli auguri di buon lavoro di SDR.»

Alessandra Uscidda, 41 anni, laureata in Giurisprudenza, commissario capo, è stata comandante di reparto per 4 anni a #Milano-Bollate e negli ultimi tre anni ha rivestito lo stesso incarico nell’Istituto penitenziario di Aosta. Sarà affiancata dal vice comandante Barbara Caria che ha retto il settore sicurezza della casa circondariale di Cagliari dopo l’assegnazione del commissario Michela Cangiano al #Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria. Attualmente Uscidda ha alle sue dipendenze circa 300 agenti che diverranno circa 400 non appena aprirà Uta. Resta invece alla Direzione della casa circondariale Gianfranco Pala.

«Il #Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria continua a celebrare feste di nozze con i fichi secchi. Alcuni detenuti trasferiti da Buoncammino per volontà del DAP con un ridottissimo corredo personale in strutture della Penisola aspettano da 6 mesi il bagaglio custodito nel magazzino con gravi disagi, soprattutto, per chi deve affrontare un incipiente freddo autunno nel Nord d’Italia. Si tratta di un inaccettabile ritardo dovuto alla mancanza di idonei fondi.»

Lo ha denunciato oggi Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, avendo ricevuto alcune segnalazioni da cittadini privati della libertà o da loro familiari.

«All’inizio della primavera – ricorda la Caligaris – nella prospettiva di inaugurare a giugno 2014 i caseggiati del #Villaggio Penitenziario di Uta, il Dipartimento ha disposto il trasferimento dei ristretti di #Buoncammino in regime di alta sicurezza in altre Case di reclusione. Alcuni hanno trovato posto in Sardegna, a Tempio e/o Oristano, molti altri invece hanno preso la strada della Penisola. Da allora sono passati 6 mesi e, non solo non sono state aperte le sezioni di Uta, ma gli scatoloni dei detenuti continuano a restare bloccati a Buoncammino.»

«Le norme – sottolinea ancora la presidente di SDR – sono molto chiare e prevedono che il trasferimento dei bagagli al seguito del ristretto deve avvenire, con una certa sollecitudine, a carico dell’amministrazione quando lo spostamento di sede è voluto dal DAP. Non sempre però questo accade. Spesso mancano i fondi necessari. Alcuni detenuti, con disponibilità economiche, hanno provveduto infatti da subito a pagare le spese dei pacchi. Altri invece privi di mezzi e talvolta senza familiari sono costretti ad aspettare. La situazione diventa paradossale se le spese dello Stato sono sostenute da volontari o dal cappellano del carcere il cui compito non è sicuramente quello di aiutare il ministero della Giustizia.»

«E’ urgente – conclude Maria Grazia Caligaris – un intervento del DAP affinché le persone che hanno dovuto lasciare #Buoncammino possano tornare il possesso del bagaglio anche perché si tratta di ingombri che occupano spazio prezioso in un Istituto ormai in dismissione.»

Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, interviene oggi sui dati del ministero dell’Istruzione che assegnano alle scuole dell’isola la maglia nera per numero di bocciati.

«La severità della scuola sarda non è un difetto intrinseco – dice Maria Grazia Caligaris – è più probabilmente il risultato di una forte demotivazione allo studio da parte dei ragazzi e della scarsità di servizi di supporto. Troppe famiglie vivono in condizioni di oggettiva difficoltà e ciò si ripercuote sul rendimento scolastico con risultati negativi.» 

«La profonda crisi che vive la Sardegna, con intere aree industrialmente desertificate e una diffusa tendenza ad arretrare, ha trasformato la scuola – sottolinea ancora Maria Grazia Caligaris – da luogo propulsore di saperi, conoscenze e riscatto sociale in una sorta di agenzia socio-assistenziale dove si riversano tutti i problemi delle famiglie, spesso peraltro con genitori separati. La società, inoltre, il più delle volte non valorizza il lavoro scolastico. I ragazzi talvolta sentono di dover stare a scuola non per le finalità dell’Istituzione ma semplicemente perché i genitori non sanno a chi affidarli. Una condizione che può favorire atti di teppismo e violenza. Le difficoltà sono quindi legate al clima sociale e all’assenza di prospettive future come un lavoro adeguato agli studi e opportunamente remunerato.»

«La scuola ha bisogno di riforme serie e della valorizzazione delle diverse componenti. Le facili promozioni non favoriscono la crescita civile della società e orientano a uno studio fine a se stesso. La meritocrazia da un lato, il rispetto del ruolo degli insegnanti dall’altro così come il valore riconosciuto alla conoscenza possono lenire la sofferenza dei risultati ma occorrono anche molti più servizi e investimenti affinché la scuola possa tornare a essere il luogo del confronto e dell’apprendimento nell’ottica di dare alla Sardegna – conclude la presidente di SDR – un nuovo slancio.»

«Iglesias e Macomer sono due facce della stessa medaglia. Non si possono salvare con interventi personali. Occorre che i Parlamentari eletti in Sardegna facciano fronte comune con il Consiglio regionale e gli amministratori locali per dimostrare con i fatti che l’isola non può essere serva di un progetto incomprensibile, irrazionale e antieconomico. Tutto il contrario della logica a cui l’Europa richiama l’Italia». Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” affermando la «necessità di un’azione forte da parte dei diversi livelli istituzionali».

«E’ evidente – sottolinea – che le valutazioni sull’efficienza del sistema detentivo sardo sono di tipo ragionieristico e non tengono conto dell’impatto sociale del recupero e reintegrazione dei detenuti. Del resto spostare i 96 ristretti di Iglesias a Sassari o a Lanusei significa aggravare strutture che, secondo quanto indicato dal Ministero, sono in sovraffollamento. Analogamente i 53 cittadini privati della libertà di Macomer renderebbero ulteriormente più pesante la situazione a Massama o a Nuoro.»

«Negli ultimi dieci anni sono mancate – evidenzia la presidente di SDR – politiche di prevenzione sociale e di programmazione economica. Si è accumulato un disagio sociale che non può essere ancora riversato sul sistema detentivo. Si rischia, infatti, di peggiorare la situazione accorpando in Villaggi penitenziari persone con problematiche differenti nel tentativo di impedirne, con alte e spesse mura, la visione. La Sardegna deve poter fare eccezione mantenendo la finalità del carcere di Iglesias e indicando una specializzazione per quello di Macomer.»

«La loro dismissione, al pari di quanto avvenuto per il carcere di Busachi (OR) costruito e mai inaugurato, ricadrà interamente sulle precarie finanze delle amministrazioni comunali che – conclude Maria Grazia Caligaris – difficilmente potranno intervenire di immobili in cemento armato con caratteristiche non modificabili se non con investimenti di molte migliaia di euro.»

«Il Centro di documentazione e studi delle donne, diretto con passione da Annalisa Diaz, ha prodotto in 35 anni un consistente patrimonio di conoscenze e ha mantenuto alto il tema della differenza di genere creando un ponte tra culture, identità femminili, problematiche del presente attraverso iniziative che hanno fatto crescere le coscienze. Rinunciarvi significa tradire la memoria collettiva e negare la storia delle donne a Cagliari, in Sardegna, in Italia.» Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, che sostiene l’appello alle Istituzioni regionali e comunali contro la sua chiusura.

«E’ impensabile – sottolinea esprimendo sconcerto per la condizione di difficoltà – rinunciare ai contributi che l’attività della cooperativa “La Tarantola” è riuscita sempre ad offrire coinvolgendo generazioni di donne con proposte di livello universitario. Si è trattato di opportunità di incontri, di riflessioni, di confronti che hanno affrontato problematiche relative all’evoluzione della società, alla filosofia, alla politica, al ruolo ed al linguaggio nonché alla salute.»

«Non è la prima volta che il Centro incontra difficoltà a mantenere la sua fisionomia. La situazione odierna però appare davvero difficile. Le Istituzioni non possono restare indifferenti. Occorre quindi trovare al più presto una soluzione affinché venga scongiurata la sua cancellazione che sarebbe una perdita – conclude la presidente di SDR – per l’intero mondo culturale non solo per le donne”.

«Affetto da una rara forma di talassemia, che fa registrare attualmente il livello di emoglobina nel suo sangue a 3.3,  mentre una condizione accettabile ne prevede non meno di 10, un cittadino nepalese, apolide, ristretto nel #Centro Diagnostico Terapeutico della Casa Circondariale di Cagliari, è a rischio vita. E’ urgente il suo trasferimento in una struttura ospedaliera per detenuti in grado di monitorare costantemente la gravissima anemia e intervenire opportunamente.»

Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “#Socialismo Diritti Riforme”, sottolineando che «si tratta di un cittadino privato della libertà disabile in regime di alta sicurezza con diverse problematiche sanitarie non facilmente gestibili in un centro diagnostico come quello cagliaritano ormai peraltro in dismissione».

«L’uomo, A.R., 40 anni, utilizza una carrozzina non potendo reggersi sulle proprie gambe. E’ inoltre celiaco e affetto dalla sindrome di Asperger, una malattia che ne condiziona i comportamenti sociali generando gravi problemi di piantonamento e monitoraggio. Un quadro sconfortante – evidenzia la presidente di SDR – che richiede un sollecito intervento da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. In Italia esistono strutture ospedaliere idonee ad affrontare con strumenti adeguati problematiche sanitarie complesse. Tra gli altri il nosocomio “Sandro Pertini” di Roma, il “San Paolo” di Milano o l’ospedale “Belcolle” di Viterbo. Il trasferimento in una struttura attrezzata della Penisola consentirebbe anche di soddisfare l’esigenza di avvicinare il detenuto ai familiari che vivono in Liguria e alla madre con la quale mantiene costanti rapporti.»

«A.R. inoltre non ha concluso il suo iter giudiziario e per presenziare ai processi deve essere accompagnato, oltre che dalla scorta, da medici e infermieri con l’ambulanza. Un viaggio che dalla Sardegna comporta un consistente dispendio di persone e denaro. Il detenuto, peraltro, dopo un lungo periodo trascorso a Buoncammino, era stato trasferito nell’Istituto Penitenziario di Milano Opera ma per volontà del DAP, all’inizio dello scorso mese di giugno, ha fatto ritorno nella #Casa Circondariale di Cagliari. Da subito forti perplessità erano state espresse dal coordinatore sanitario del CDT Antonio Piras. Adesso però la situazione sta peggiorando – conclude Maria Grazia Caligaris – ed è necessario intervenire con sollecitudine.»

«Il #Centro Clinico del Villaggio Penitenziario di Uta sarà completato entro il 15 settembre prossimo. L’impegno è stato assunto dai vertici della Azienda Sanitaria Locale n. 8 nel corso di un vertice svoltosi in Prefettura a Cagliari». Ne dà comunicazione Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, sottolineando «l’importanza dell’iniziativa assunta dal Prefetto di Cagliari per delineare il futuro del servizio sanitario della mega struttura in fase di realizzazione nel territorio di Uta». All’incontro sono intervenuti, tra gli altri, il Direttore generale della ASL 8, Emilio Simeone, il Procuratore Generale della Repubblica, Ettore Angioni, il Direttore della Casa circondariale di Cagliari Gianfranco Pala e il coordinatore sanitario del presidio medico di Buoncammino Antonio Piras.

«Un atto concreto, in attesa della conclusione dei lavori e nella prospettiva dell’inaugurazione dei tre plessi all’inizio dell’autunno, per garantire – osserva Caligaris – un efficiente sistema di prevenzione e cura per detenuti, agenti della Polizia penitenziaria, amministrativi. Una realtà corrispondente a un paese con presenze quotidiane di oltre un migliaio di persone.»

Nel Villaggio Penitenziario, oltre al Centro clinico, con 22 posti effettivi per degenti, sono infatti previsti defibrillatori semiautomatici in ogni piano per il primo soccorso e altri due per la rianimazione cardio-polmonare in punti strategici. Nei progetti della #ASL 8 anche una Tac il cui bando è in fase di predisposizione e un apposito corso di formazione per l’uso dei defibrillatori riservato agli agenti in servizio.

«E’ stata invece esclusa – rileva la presidente di SDR – la presenza di un’ambulanza dentro le mura della struttura penitenziaria di Uta. Si ritiene infatti sufficiente, in caso di necessità, far intervenire quella del Dipartimento di Emergenza di Sarroch, al centro del paese. Il vertice insomma ha messo l’accento sulle questioni organizzative del nuovo corso della sanità penitenziaria a Uta resta il problema però di sapere quando la mega struttura diverrà operativa. Troppi anni di attesa rischiano di trasformare i primi edifici in vecchie costruzione necessarie di ristrutturazioni.»