28 September, 2026
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Il buon funzionamento della sanità pubblica dipende dalle scelte della politica. Non esiste una politica ideale per sempre. Esiste invece una politica adatta ai tempi che si stanno vivendo. Per esempio l’organizzazione sanitaria pubblica cambia se si è in guerra o in pace. Soprattutto, cambia in base alla demografia, cioè in base all’analisi del ciclo vitale delle persone che compongono la società. La demografia in Sardegna ha aspetti del tutto singolari rispetto a tutte le altre regioni italiane. L’Italia, a sua volta, ha caratteristiche demografiche diverse rispetto gli altri stati europei e diversi devono essere i provvedimenti da prendere.
La curva demografica dell’Italia dal 1945 al 2025 ha avuto un andamento vario e contraddittorio che necessiterebbe di una rivoluzione del sistema sanitario attuale. E’ un compito difficilissimo che spetta ai politici che noi eleggiamo.
Nel 1946 vi erano in Italia 45,5 milioni di residenti; fu l’anno in cui iniziò il Baby boom, cioè il fenomeno della iper-natalità nel dopoguerra. Quell’anno nacquero un milione e trentaseimila bambini.
Nel 1946 la speranza di vita dei nuovi nati era di 50-60 anni, con un tasso di natalità di 22,8 nati per mille abitanti; tasso di mortalità fu di 11,7 per mille abitanti. Il numero dei nati era il doppio del numero dei morti. Allora la popolazione era formata da molti giovani e pochi vecchi.
Il Baby boom continuò per 20 anni; nel 1966 rallentò e iniziò l’invecchiamento della popolazione.
Nell’anno 2025 vi erano in Italia 59,9 milioni di abitanti, si registrarono 355.000 nascite. I decessi furono 652.000, con un saldo negativo di meno 296.000 unità. L’aspettativa di vita nel 2025 è salita agli 81 anni per i maschi e 85 anni per le donne. La popolazione è aumentata nel Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille); è diminuita a Sud (-5,1 per mille in Sardegna). Nel 2025 i decessi sono stati il doppio delle nascite. L’indice di natalità medio in Italia è oggi pari a 1,14 figli per donna fertile. In Sardegna l’indice di fertilità è sceso a 0,85 figli per donna fertile. Nel Sulcis Iglesiente l’indice di fertilità è ancora più basso che nel resto della Sardegna: è pari a 0.75 nati per donna fertile.
Visto che la demografia dimostra che, per sostituire tutti i deceduti, è necessario un indice di natalità di sostituzione pari ad almeno 2,1 figli per donna fertile, si conclude che la popolazione in Sardegna e, soprattutto, nel Sulcis Iglesiente, si sta avviando verso la sua ineluttabile scomparsa.
Su tutti e, soprattutto, sui nati durante il Baby boom, in Italia, incombe l’età pensionabile. Si tratta di quell’età in cui cessa l’obbligo di avere un reddito da lavoro e inizia il diritto al godimento di una rendita vitalizia erogata dallo Stato. Il cambiamento del ciclo vitale degli italiani cambierà l’economa e, soprattutto, la spesa pensionistica e assistenziale. La spesa di Stato più onerosa è quella sanitaria. Sia per questo che per la carenza ingravescente dei nuovi nati e il calo conseguente dei futuri iscritti in Medicina all’Università, si devono prendere già oggi provvedimenti drastici e immediati.
Colui che dichiarò che 65 anni dovesse essere l’età in cui si entra nella categoria degli anziani, con diritto alla pensione, fu il cancelliere tedesco Ottone von Bismark nel 1889. La novità venne copiata dall’Italia nel 1895. In Italia quella disposizione, di quasi un secolo e mezzo fa, venne modificata nel 2019. L’età pensionabile venne spostata dai 65 anni ai 67 anni. Fu per effetto della legge “Salva Italia” del 2011 di Mario Monti ed Elsa Fornero. Per arrivarci ci vollero la crisi economica mondiale iniziata col fallimento della banca Lehman- Brothers e la crisi del governo Berlusconi del 2008. Con la nuova legge Monti-Fornero l’età per entrare in pensione fu legata alla “speranza di vita”. Fu una rivoluzione. Per effetto di quella legge, quanto più saremo longevi e più grande sarà la speranza di vita, tanto più tardi si andrà in pensione. Ciò apre alla possibilità che la pensione, per effetto dell’allungamento del ciclo vitale degli italiani, si possa godere, in futuro, ad un’età molto superiore ai 70 anni.

Nel giro di alcuni decenni vi sono stati non previsti cambiamenti demografici. Nel 1946 la metà degli italiani aveva meno di 30 anni (50%). Oggi solo un quarto degli italiani ha meno di 30 anni (25 %). La popolazione italiana è, globalmente, per il 45% oltre i 50 anni d’età. Se la curva demografica mantiene la direzione verso un ulteriore invecchiamento, si porrà questo dilemma: «Quale sarà il rapporto fra la popolazione attiva e i pensionati nei prossimi anni? Quali effetti ricadranno sull’Economia nazionale, la Difesa e la Sanità?».
Il problema se lo pone (su l’”Unione sarda”) il professor Mariano Porcu, ordinario di “Statistica sociale” all’Università di Cagliari. Egli trova che affrontare il problema contando quante persone abbiano superato i 65 anni sia un criterio semplicistico da evitare. In pratica, dice che questo non è più il tempo di Ottone von Bismark, e i criteri di classificazione della società devono cambiare. Il suo ragionamento si basa su questa considerazione: «La ricchezza nazionale dipende sempre meno dalle persone, mentre dipende sempre più da ciò che esse sanno fare». Il problema è sentitissimo nell’ambiente ospedaliero, dove quasi tutti i primari e gli specialisti “Baby boomers” stanno andando in pensione. Vedremo come si può applicare il concetto espresso dal prof. Mariano Porcu su medici e ospedali. In sostanza, egli sostiene che il vero capitale umano non sta semplicemente nell’età ma nella capacità di produrre ricchezza ed efficienza, nella capacità di saper apprendere ancora nuove competenze, nell’esperienza e nel saper progettare e fare.
Dato che ormai è certo che l’invecchiamento della popolazione aumenterà, ci si deve chiedere di quale capitale umano disporrà la popolazione nei prossimi decenni. Il professor Mariano Porcu è certo che il capitale umano, basato sulle conoscenze accumulate, pur invecchiando, migliorerà. L’invecchiamento così assume una luce diversa. Se è vero che il capitale umano sarà dotato di conoscenze ed esperienze più ampie che nel passato, allora è certo che in questi tempi di grande cambiamento demografico è necessario salvare il più possibile tutto il capitale di conoscenze accumulate, affinché continui ad essere utilizzabile a vantaggio della Società. La popolazione dei settantenni attuale non è neanche lontanamente paragonabile per efficienza fisica ed intellettuale, alla società tedesca di Ottone von Bismark, o del dopoguerra italiano. Oggi l’anziano italiano, che ha una prospettiva di vita di almeno 15 anni in più dopo il pensionamento, è in buono stato di salute ed efficienza. Alla luce di questi dati si può avanzare il ragionamento conseguente, cioè: visto che l’aspettativa di vita si è allungata di circa 20 anni rispetto a quella del 19° e 20° secolo, si dovrebbe progettare come impiegare i cosiddetti anziani e dare concretezza alle espressioni “capitale umano” e “invecchiamento attivo”.
Nel caso degli ospedali pubblici, è evidente a tutti che con la perdita di personale esperto e competente, a causa del pensionamento, è avvenuto il crollo dell’efficienza ospedaliera. In controtendenza, si osserva l’attuale efficienza delle Case di cura private. E’ noto che mentre gli ospedali pubblici si privano, per pensionamento, dei medici più esperti, le Case di cura si dotano di quegli stessi medici specialisti e li utilizzano con profitto. Mentre lo Stato li ha resi inidonei, per motivi demografici, a continuare a lavorare in ospedale, essi producono prestazioni mediche di altissimo livello in un settore ospedaliero non statale. Nonostante la ridotta efficienza fisica, quegli specialisti conservano capacità intellettuali elevate, accumulate in almeno 42 anni di professione. In Germania i medici anziani vengono impiegati come tutor dei giovani medici. Ciò che i tutor trasferiscono ai loro allievi è “l’esperienza clinica”.
L’esperienza clinica è quel valore aggiunto della conoscenza che si apprende direttamente sul corpo del malato, visitandolo, ascoltandolo, verificando su di esso i dati di laboratorio e strumentali, fino a costruire la diagnosi definitiva (Epicrisi). Alla “epicrisi” segue la decisione sull’iter terapeutico entro cui fare molte e variabili scelte. Le scelte verranno documentate in certificati che avranno un valore medico legale carico di responsabilità. C’è chi pensa che i medici potranno essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale, ma ciò non è possibile. Gli atti umani prodotti dal medico non sono riproducibili con gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Primo perché l’IA non è dotata di intelligenza; secondo perché la IA non prende decisioni; terzo perché chi non prende decisioni non ha responsabilità. Quarto perché la IA è un oggetto che viene utilizzato dall’uomo. E l’uomo, con la sua creatività, governa ai suoi fini la IA.
A rafforzare il concetto che l’arte medica è un prodotto intellettuale genuinamente umano, pochi giorni fa il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, ha dichiarato sul “Corriere della sera” che i medici non saranno un prodotto degli studi universitari, fatti di lezioni frontali e libri mandati a memoria. Egli dice testualmente: «…la medicina di domani sarà affiancata dagli algoritmi ma.. per arrivare ad un risultato certo non abbiamo ancora le idee chiare…e…ritengo che per sempre dovrà esistere il connubio tra scienza, tecnologia e clinica».
Nella parola “clinica”, opportunamente utilizzata da Giuseppe Remuzzi, sta il nocciolo della funzione del medico. Mentre la “tecnologia” e la “scienza” vengono impartite dall’Università, la “clinica” viene appresa dall’esperienza sul campo, sotto la guida del medico anziano esperto. La “clinica” è la conoscenza che viene acquisita giorno per giorno negli ospedali. E’ lì che avviene il trasferimento della conoscenza esperienziale dai medici esperti ai giovani. Il “Maestro “ è il Primario. Egli viene affiancato dagli Aiuti anziani. Queste due figure che, dopo durissimi esami ministeriali a Roma, assumevano la funzione di guida alla formazione clinica dei medici neo-assunti, sono quasi scomparse dagli ospedali. Recentemente abbiamo appreso che dei 30 primariati ospedalieri vacanti, richiesti dal direttore generale ad Ares, ne sono stati coperti solo 3. Questo depauperamento di primari è l’effetto del massivo pensionamento di tantissimi Primari e Medici specialisti anziani, nati nell’epoca del Baby Boom, che hanno raggiunto l’età di 65-67 anni. Il Sulcis Iglesiente è un caso unico al mondo, ignoto anche alla politica ufficiale, su cui mi accingo a dare riscontri. Bisogna sapere che secondo le regole dalla demografia un popolo, per mantenersi in esistenza, deve avere un indice demografico pari a 2,1 nati per donna. In Europa molte nazioni, come per esempio la Francia, nell’anno 2025 lo hanno raggiunto.
L’Italia l’anno scorso ha raggiunto l’indice di natalità di 1,12 nati per donna. L’Italia è in decrescita di nuovi nati mentre stanno relativamente aumentando gli anziani, per effetto della longevità. La Sardegna è la regione che ha il peggiore indice di natalità in Europa perché sono nati 0,85 bambini per donna.
All’interno della Sardegna la peggiore Provincia che ha il più basso indice di natalità è il Sulcis Iglesiente con il suo 0,75 nati per donna. Un indice di natalità così basso, che è il più basso del mondo, si trova soltanto nella Corea del Sud. Pertanto, la Corea del Sud non raggiunge l’indice di “sostituzione” che deve essere di almeno 2,1 nati per donna, e si avvia verso un invecchiamento irreversibile, con moltissimi anziani in pensione e pochissimi bambini neonati. La scarsa nascita di bambini comporterà presto un effetto visibile: in dieci anni avverrà il dimezzamento del numero degli iscritti alle Università e il crollo dei laureati. Il Sistema sanitario nazionale coreano ha già pochissimi medici. Da ciò si dovrebbe desumere che, come in Sardegna, le loro liste d’attesa negli ospedali per patologie programmate siano di almeno 4-12 mesi, e le attese nei Pronto soccorso per le urgenze siano di decine di ore seduti in attesa in panchina. In realtà la Corea del Sud oggi ha il più alto numero di laureati al mondo e gli ospedali, nonostante la scarsità di medici, danno un’assistenza accettabile con 2 settimane d’attesa, al massimo, per interventi chirurgici programmati e 15 minuti d’attesa al Pronto Soccorso. Si hanno questi risultati nonostante la Corea del Sud conti su 2,6 medici ogni 1.000 abitanti mentre l’Europa conta su una media di 4 medici su 1.000 abitanti. In realtà, nonostante le difficoltà a causa del basso numero di giovani medici, la Corea del Sud sta già applicando i principi esposti dal professor Mariano Porcu nella sua recente intervista pubblicata su l’Unione Sarda. Basa tutto sulla formazione continua universitaria e sulla modernizzazione tecnologica. Per compensare la carenza di personale il Sistema Sanitario nazionale coreano si basa su una dotazione massiccia di posti letto ospedalieri con 12,5 posti letto ogni 1.000 abitanti, pari a 1 posto letto ogni 83 abitanti. Invece gli ospedali della Provincia del Sulcis Iglesiente hanno, per 130.000 abitanti: 1 posto letto ogni 650 abitanti. Inoltre, la Corea del Sud ha dotato i suoi ospedali di un’alta densità di apparecchiature diagnostiche avanzate allo scopo di minimizzare i tempi delle liste d’attesa. Se si considera che dal 2007 al 2022 l’Italia ha perso 20.000 posti letto (passando da 214.000 a 182.000) si riesce a valutare quanto lontane siano state le soluzioni adottate da noi a Carbonia e Iglesias rispetto alla Corea del Sud e rispetto ai suggerimenti del prof. Mariano Porcu. Per quanto riguarda la provincia del Sulcis Iglesiente si è passati da circa 700 posti letto per 130.000 abitanti del 2000 agli attuali 200 posti letto.

Nota bene: nell’anno 1992 nel Sulcis Iglesiente, quando la nostra Sanità provinciale era efficiente, avevamo un numero di medici e di posti letto paragonabile ai livelli coreani. Le riforme sanitarie successive al 1992, e il gelo demografico, sottovalutato, degli ultimi 30 anni, ci hanno condotto alla situazione attuale.
Oggi, nel 2026, si cerca di compensare le nostre deficienze sanitarie con l’istituzione degli “Ospedali di comunità”. In realtà gli “Ospedali di comunità” non sono veri ospedali. Sono luoghi adatti ad ospitare temporaneamente i pazienti dimessi dai veri ospedali, che non possono essere ricevuti in famiglia. Non hanno Pronto soccorso, non hanno medici ospedalieri, sono totalmente gestiti da infermieri. Sono in realtà dei semplici ricoveri infermieristici. Noi avevamo già strutture simili, situate all’interno dell’ospedale Sirai, in ambienti collaterali. Si ricorderà il reparto nominato “Medicina seconda” situato dove attualmente si trova il Servizio Dialisi, a Carbonia. Era utile e logico per la sua più adatta collocazione. Con le riforme venne eliminato.
Se ascoltassimo i suggerimenti forniti dai nostri scienziati competenti in Sanità, per salvarci dalla crisi sociale sanitaria che ci attende, dovremmo:
– Aumentare la spesa pubblica per migliorare l’istruzione delle giovani generazioni.
– Ricostituire le scuole ospedaliere di medicina post-universitaria.
– Potenziare la strumentazione diagnostica pubblica.
– Contrattare, con medici messi in pensione, una forma di tutoraggio sanitario ospedaliero.
– Valutare il riutilizzo dei medici messi a riposo con un progetto di “invecchiamento attivo”.
– Sostenere economicamente i giovani liceali che vorrebbero accedere ai corsi di laurea in Medicina.
– Fermare l’opera di centralizzazione del Sistema sanitario nei due poli ospedalieri di Cagliari e Sassari.
– Programmare l’immediata riattivazione degli ospedali provinciali (sono i sei ospedali delle sei province, oltre quelle di Cagliari e Sassari).
– Aumentare, moltiplicare il numero dei posti letto ospedalieri.

– Trasferirvi gli ospedali di comunità.
– Riaprire le scuole infermieristiche (con diploma finale) per ogni ospedale provinciale.

– Assumere i primari per i reparti ospedalieri che ne son privi e affidare loro le funzioni di docenza nelle varie discipline ospedaliere.
– Dotare tutti i Servizi di personale di ruolo definitivo, e adeguare gli stipendi per assicurarsi che non si debba mai più ricorrere ai sostituti temporanei.
– Restituire ai Sindaci delle varie ASL i poteri di controllo, proposta e gestione sanitaria, attraverso una loro rappresentanza politica all’interno dall’Amministrazione delle ASL.

Mario Marroccu

 

Da oggi a venerdì 29 settembre, Luigi Di Maio, Mario Monti, Davide Tabarelli, Federico Testa, Vittorio Emanuele Parsi e Stefano Besseghini saranno tra i relatori della 19esima edizione nazionale della “Energy and Transition School” di Confartigianato Imprese Sostenibili, in programma nel centro congressi dell’Hotel Chia Laguna, organizzata dai Consorzi energia di Confartigianato (Caem, Cenpi, Multienergia).
Nei tre giorni di lavori, oltre 120 responsabili e operatori dei Consorzi dell’Energia di Confartigianato provenienti da tutta Italia si confronteranno con gli esperti per approfondire argomenti come la transizione energetica e il ruolo dei Paesi del Golfo e i rapporti con l’Unione Europea, la transizione, la crisi, i prezzi e quale energia per il futuro, il contesto economico e le opportunità, il nuovo mercato energetico per la transizione, il ruolo del nucleare, gli strumenti per l’efficienza energetica per le PMI, la situazione internazionale per energia elettrica, gas e materie prime, la rappresentanza nell’era delle transizioni e sostenibilità e l’Europa nella competizione strategica tra potenze continentali e i nuovi mercati della transizione energetica. Si succederanno anche testimonianze sugli aspetti che riguardano da vicino l’attività dei piccoli imprenditori: gli effetti della guerra sui prezzi dell’energia, gli scenari geopolitici e i riflessi sull’andamento delle tariffe, le opportunità offerte dalle energie rinnovabili, i modelli delle comunità energetiche, la mobilità elettrica.

La lettura dei giornali dei primi giorni del 2023 è stata sconfortante. Farmaci introvabili, intere comunità prive di medici di medicina generale e pediatri. I media hanno riportato il caso di una famiglia costretta a trasferire la madre 91enne, con ambulanza privata, da Carbonia verso un Ospedale cagliaritano e quello di un giovane fratturato costretto al trasferimento a Cagliari. E ancora il miserevole stato delle nascite nel Sulcis Iglesiente.

Merita molta attenzione il fatto che, poche settimane prima, ben 22 Sindaci del Sulcis Iglesiente avevano chiesto una più decisa presenza dello Stato per assicurare al nostro territorio la Sanità Ospedaliera e di base.
Su una testata nazionale, Italiaoggi.it, l’ex Premier Mario Monti accusa il Governo di voler distruggere la Sanità Pubblica: proprio lui che iniziò la stagione dei tagli (nel 2012). Mario Monti paventa il pericolo della fine del Sistema Sanitario Pubblico italiano a favore di una privatizzazione di tipo americano.
Trent’anni fa, quando l’Italia era più povera di oggi, tra Carbonia e Iglesias avevamo una dotazione di circa 700 posti letto ospedalieri, e circa 2.000 dipendenti, nelle due ASL. Allora nascevano almeno due mila bambini per anno e gli ospedali erano in piena efficienza. Cosa avvenne dopo il 1990 che ci ridusse nello stato descritto dai giornali?
Dei primi anni ‘90 tutti ricordano che uscì nelle sale cinematografiche il film di fantascienza di Steven Spielberg – Jurassic Park- che parlava di un’isola abitata da dinosauri mangiatori di uomini. Rimase famosa la frase del matematico del caos che disse: «Dio crea l’uomo; l’uomo crea i dinosauri; i dinosauri mangiano l’uomo».
Invece quasi nessuno ricorda che in quegli stessi giorni le ASL (Aziende Sanitarie Locali) vennero trasformate da aziende pubbliche, amministrate dai Sindaci, in Aziende Pubbliche di Diritto Privato, affidate alla gestione autonoma dei Manager. Lo Stato, con le leggi 502 del 1992 e la legge 517 del 1993, rinunciò al diretto controllo sulla Sanità per darlo ad amministrazioni autonome gestite come aziende private. I Sindaci vennero estromessi dalle ASL, nelle cui amministrazioni li aveva collocati la legge di Riforma Sanitaria 833/78.
Il sottile filo che collega i fatti dei primi anni ‘90 con l’attuale disastro del mercato dei farmaci è difficile da descrivere. Provo a raccontarlo attraverso la nostra esperienza a Carbonia sull’uso di un importante presidio anti-cancro vescicale che iniziammo ad impiegare alla fine degli anni ‘70. Nel 1979 al Sirai si iniziarono a trattare i carcinomi vescicali superficiali, oltre che con la chirurgia, con un metodo innovativo e ancora sperimentale. A Parigi, nell’Istituto Gustave Roussy, avevano appena scoperto che immettendo batteri della tubercolosi, vivi ma attenuati, nella vescica ammalata di tumore in pazienti vaccinati contro la TBC, si creava una risposta infiammatoria vescicale che distruggeva le cellule tumorali sfuggite alla resezione, perché invisibili, e anche i nidi tumorali microscopici che avrebbero dato luogo alla comparsa precoce di un altro tumore. Gli unici a detenere quel particolare ceppo di batteri tubercolari selezionati per quell’uso erano i francesi. Lo producevano nello Istituto Pasteur di Parigi. Tramite la nostra Farmacia ospedaliera riuscimmo a dotarcene, a caro prezzo, e iniziammo ad avere risultati terapeutici straordinari.
Nei pazienti ammalati di cancro alla vescica il tumore rallentava oppure scompariva per sempre. Negli anni ‘90 comparve sul mercato un concorrente belga che produceva un ceppo simile di batteri tubercolari a prezzo più basso. Per le regole del risparmio il nostro Ospedale cambiò fornitore; l’Istituto Pasteur parigino, col calo della richiesta, ridusse la produzione limitandosi alla quantità necessaria per la Francia.
Nel 2.000 comparve un altro concorrente che vendeva un prodotto simile ad un prezzo ancora più basso. Stavolta era canadese. Lasciati i Belgi, iniziammo a comprarlo dai canadesi. Del laboratorio belga non si sentì più parlare. Intorno al 2005 comparvero in vendita colture di batterio TBC per instillazioni vescicali prodotte in India. Il prezzo era ancora più basso di quello canadese. Fermati dalla concorrenza, i canadesi cessarono la distribuzione mondiale di BCG (nome tecnico del prodotto) e la limitarono al consumo nazionale. Gli Stati Uniti lo producevano e lo producono tutt’oggi come prodotto strategico per il proprio consumo.

Da allora il produttore mondiale più conveniente per l’Europa è l’India. Ciò che è successo col BCG è avvenuto anche per molti farmaci generici come gli antibiotici, i cortisonici, gli antinfiammatori FANS, gli ormoni, gli anti-ipertensivi, gli anticoagulanti, etc. L’India, e la Cina, avevano investito nella produzione industriale, a basso prezzo, di farmaci generici che avevano perso l’esclusiva. L’Europa, trovando conveniente acquistarli dall’India e dalla Cina ridusse fortemente la produzione di quei farmaci rendendosi dipendente dalle fabbriche farmaceutiche dei due paesi orientali. Adesso, con la carenza lamentata dai giornali stiamo scoprendo che, oltre a soffrire di dipendenza energetica dallo straniero, soffriamo anche della dipendenza farmaceutica. L’India, sfruttando la sua posizione di forza nel mercato farmaceutico ha aumentato i prezzi dei sui prodotti. Le nostre amministrazioni non ci stanno e l’India non ci dà farmaci. Da qui l’improvvisa penuria di farmaci: gli indiani ci hanno chiuso i rubinetti. Questo è il lato amaro della delocalizzazione delle fabbriche europee avvenuta nella euforia della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia.
E’ avvenuto che la politica fatta con lo slogan della «efficienza ed efficacia, al minor prezzo possibile» ci ha resi dipendenti dal mercato e ci ha fatto dimenticare che esistono prodotti strategici e servizi strategici (come quello sanitario) che non sono cedibili. Invece abbiamo rinunciato alle industrie strategiche del farmaco e stiamo cadendo nello stesso errore con la Sanità pubblica.
E’ un fenomeno simile a quanto avvenuto nel mercato del grano, dei fertilizzanti, dei microchip, dei prodotti minerari, etc. Per effetto di questa strana concorrenza asimmetrica la globalizzazione mostra difetti per cui il calcolo ragionieristico della temporanea convenienza finanziaria ci ha portati alla penuria alimentare, farmaceutica, energetica e di sicurezza.
Proprio il calcolo puramente ragionieristico basato su una temporanea convenienza finanziaria fece perdere di vista l’esistenza di altri parametri da utilizzare nel calcolo economico come: la sicurezza, la soddisfazione, la fiducia, etc.; tutti valori non monetizzabili ma alla base della aggregazione sociale e della democrazia.
Per coincidenza, contemporaneamente al film Jurassic Park sui dinosauri, fu applicata la legge 142 del 1990. All’articolo 51 essa avviava una rivoluzione nelle amministrazioni dei Comuni. I poteri di gestione della spesa passavano totalmente nelle mani dei Direttori degli uffici a cui veniva garantita autonomia ed indipendenza. Alla parte politica, cioè ai Sindaci e ai Consigli comunali rimaneva la funzione di indirizzo e di controllo. La funzione amministrativa era passata alla Burocrazia.
Questa legge fu l’inizio di tutte le leggi che seguirono.
Contemporaneamente alla legge 142/90, che regolamentava i Comuni e le Province, vennero prodotte, con lo stesso spirito, le leggi che portarono all’“aziendalizzazione” degli Ospedali Pubblici. Anche in quel caso i Sindaci perdettero totalmente le precedenti funzioni avute nella gestione delle ASL (aziende sanitarie locali), e venne loro lasciata la sola possibilità di formulare pareri “non vincolanti”. A questo punto, l’apparato amministrativo sanitario, capeggiato dal Manager, rispondeva al solo controllo regionale.
Oggi l’apparato amministrativo sanitario regionale è costituito da un ente pubblico autonomo che gestisce tutte le contrattazioni: da quelle per l’acquisto di farmaci a quelle per l’aggiornamento strumentale e l’assunzione del personale. La burocrazia per sua natura ragiona con i numeri, con i regolamenti e con gli algoritmi, e cerca di ottenere il massimo risultato gravando il meno possibile sul bilancio. Con queste regole negli anni ‘80 non saremmo stati in grado di approvvigionarci di farmaci innovativi per il cancro e curare nei nostri ospedali patologie difficilissime.
Purtroppo, con il nuovo sistema i risultati sono quelli che stiamo vedendo e che la gente lamenta sui media sperando d’essere ascoltata.
E’ difficile, quasi impossibile, trovare una colpa per la carenza di farmaci, per la carenza di personale, per le lunghe file d’attesa nei Pronto soccorso, per la fuga di medici e infermieri dagli ospedali, etc.
Tutto, nelle norme dettate dalle leggi e dai programmi sanitari, è perfetto. Corrisponde esattamente ai fini che si posero gli autori delle riforme sanitarie, dal 1992 in poi, che istituirono la privatizzazione delle aziende. Tuttavia, con l’estromissione dalle ASL dei Politici, che sono l’unica possibile cinghia di trasmissione con i cittadini, qualcosa si è guastato ed i calcoli matematici non corrispondono alla soddisfazione popolare.

Ecco, questo è il parallelismo con Jurassic Park: Dio ha creato la Politica, la Politica ha creato la Burocrazia, la Burocrazia ha mangiato la Politica.
La Burocrazia ha bisogno della Politica dei territori.

Mario Marroccu

I Sindaci chiedono ogni giorno, per la nostra Sanità, servizi concreti come:

– I “Pronto soccorso” funzionanti

– L’azzeramento delle “liste d’attesa”

– Ospedali attivi e con posti letto sufficienti

– Medici di base presenti “qui e subito”.

Fino ad ora le risposte dei Governanti sono apparse irrealizzabili, con un linguaggio burocratico poco accessibile, basate su schemi di progetti-tipo, come:

– Reti ospedaliere.

– Reti territoriali.

– Allegati vari.

Siamo nella nebbia.

Finalmente, in questa nebbia fitta, si vede una tenue indicazione che ha dell’incredibile: nell’ultima legge di riforma, che si chiama “DM 77”, nell’introduzione dell’allegato “1” viene riportato in auge il principio su cui si basò la Grande Riforma sanitaria 833/78 di Tina Anselmi.

Per intenderci, è quella Riforma che assicurava l’assistenza sanitaria gratuita a tutti “dalla culla alla tomba”. Quella Riforma fu un successo perché funzionò. E qui sta il mistero: perché funzionò?

Funzionò perché si pensò di affidare la concretizzazione del Piano sanitario nazionale ai sindaci dei vari territori. I Sindaci divennero Presidenti delle ASL e dei Comitati di gestione; i consiglieri comunali divennero componenti delle Assemblee generali delle ASL. Cosa fecero per rendere concreto il disegno della nuova Sanità? Utilizzarono i soldi del Fondo sanitario nazionale, suddivisi equamente fra tutte le ASL, per raggiungere gli obiettivi della legge di riforma. Vennero costruiti nuovi ospedali e nuovi reparti specialistici usando il buon senso: puntarono tutto sui professionisti strategici che avrebbero trainato il sistema sanitario nel futuro. Così ogni ASL cercò di accaparrarsi i primari migliori e gli specialisti più motivati e più capaci; vennero assunti contabili eccellenti e furono istituite scuole per la formazione di infermieri.

La strategia contenuta nella legge prevedeva che il Direttore sanitario potesse essere eletto fra i primari dei reparti; ad eleggerlo erano i rappresentanti dei medici, degli infermieri e dei tecnici. Ne conseguiva che il Direttore sanitario era un vero leader. La sua autorevolezza era indiscussa; l’obbedienza era certa; il controllo che esercitava era potente e ben accetto. Tutti sostenevano lo scopo del Direttore sanitario che era quello di far funzionare bene l’Ospedale. Il Direttore sanitario aveva lo scopo di soddisfare i desiderata del Presidente e del Comitato di gestione che provenivano dalle istanze democratiche della popolazione.

Questa fu la strategia.

Poi la legge 833/78 venne affondata dal ministro Francesco De Lorenzo nel 1992 e dal ministro Rosy Bindi nel 1995-1999. Questi due ministri trasformarono la ASL da aziende di Diritto pubblico in Aziende di Diritto privato. Le Aziende sanitarie privatizzate cambiarono la”mission” della legge 833 . Quella legge era basata sulla “solidarietà” che si esprimeva nell’idea di “dare il servizio sanitario secondo tre principi fondamentali: universalità, uguaglianza, equità”. Con le nuove Aziende pubbliche di Diritto privato la nuova mission fu: la “contabilità”.

La sostituzione della solidarietà con la contabilità finanziaria comportò un’altra sostituzione: i sindaci ed i primari vennero espulsi dalla funzione di controllo e di direzione del Sistema sanitario nazionale e al loro posto vennero nominati i “manager”, apolitici.

Lo scopo era quello di passare da una “costosa” amministrazione pubblica ad una (supposta) “meno costosa” amministrazione privata. Si voleva estendere all’Italia intera la riforma sanitaria della regione Lombardia che negli anni ’90 aveva affidato la cura della popolazione al sistema delle Case di cura.

Però, c’è un “però”. Mentre il padrone della Casa di cura privata produce Sanità a pagamento per trarne un utile, e per avere questo utile deve trasformare i cittadini-pazienti in suoi “clienti” attraendoli con servizi efficienti, i manager pubblici, che non hanno gli interessi di un padrone di clinica, hanno un solo fine: ottenere l’equilibrio di bilancio, anche a costo di ricorrere alla riduzione della spesa. La richiesta di spendere poco in Sanità divenne esplicita col governo Berlusconi del 2003 che con legge vietò nuove assunzioni negli ospedali, impose il blocco dei turn-over di chi andava in pensione e la riduzione dello 0,4% annuo della spesa sanitaria. Il risparmio della spesa sanitaria venne attenuto riducendo: il personale, l’acquisto di farmaci e l’aggiornamento tecnologico e strutturale.

In quegli anni la Sanità privata migliorava se stessa assumendo i migliori specialisti ed acquisendo le migliori tecnologie. Con ciò diventava l’oggetto del desiderio dei pazienti, mentre la Sanità pubblica diventava sempre più grigia, professionalmente e strutturalmente.

Maturò nella mentalità collettiva un effetto respingente della Sanità pubblica. Così, mentre la Sanità privata faceva un balzo in avanti, quella pubblica faceva molti passi indietro. Nel 2012 vi fu un potente salto all’indietro con ministro della Salute Renato Balduzzi, essendo presidente del Consiglio Mario Monti. In quell’anno, quel ministro emanò un decreto con cui imponeva la drastica riduzione dei posti letto ospedalieri a 2,7 posti letto per 1.000 abitanti. Tutti i manager si precipitarono al taglio dei posti letto, alla chiusura di reparti specialistici e di Ospedali.

Nell’anno 2015 venne emanato il DM 70 che è una legge di Riforma della rete ospedaliera voluta dalla ministra Beatrice Lorenzin ed approvata dal Governo di Matteo Renzi. Quella legge pose condizioni capestro ai piccoli Ospedali che non avessero raggiunto un certo numero di procedure chirurgiche e di alte indagini specialistiche, senza curarsi di verificare se i risultati fossero stati indotti dal declassamento delle strutture ospedaliere, impoverite dalle leggi di risparmio emanate dai Governi precedenti. Dato che i piccoli ospedali sono nelle province ed i grandi ospedali, con i loro grandi numeri, sono nelle città capoluogo, ne consegue che gli Ospedali territoriali (provinciali) vennero ulteriormente ridotti e messi nelle condizioni di chiudere, mentre i grandi ospedali dei capoluoghi crebbero ulteriormente in dimensioni e ricchezza.

In queste condizioni di depauperamento la nostra rete ospedaliera nazionale e la Sanità territoriale sono giunte ad affrontare lo tsunami dell’epidemia di Covid-19 del 2020. Il risultato è stato disastroso ma molto istruttivo. Si è visto come la Sanità privata sia inefficiente nell’affrontare i grandi problemi di salute pubblica. Infatti, soprattutto la Lombardia ed il Veneto, che sono state le regioni iniziatrici della privatizzazione della Sanità pubblica, sono state all’inizio del tutto incapaci ad affrontare l’epidemia. Il disastro fu tale che vennero in soccorso medici dalla Cina, dalla Russia, da Cuba, dalla Romania e gli Ospedali tedeschi e francesi misero a disposizione i loro posti letto per accogliere i nostri malati per aiutare il nostro sistema al collasso.

L’insufficienza sanitaria italiana fu talmente grave e penosa che la Unione europea concesse all’Italia un super-fondo, in parte regalato, in parte in prestito, per ricostruire la Sanità e il sistema produttivo.

Il Governo Draghi ha pubblicato il progetto per la spendita di 230 miliardi – Recovery Fund – per la ripresa e resilienza. Il Piano è distinto in sei “mission”. La “mission n° 6” è destinata alla Sanità. Saranno spesi per la Sanità 16 miliardi di euro. Quei fondi verranno spesi in preponderanza per la medicina territoriale e di prossimità.

Per spiegare come spendere quei soldi il Governo ha emanato il DM 71 e il DM 77 /2022. Mentre il DM 70 del 2015 dava disposizioni per la Riforma degli Ospedali, i DM 71 e 77 rappresentano la Riforma della medicina territoriale.

Il 22 giugno 2022, cioè pochi giorni fa la Gazzetta ufficiale fa pubblicato il DM 77 (decreto 23 maggio 2022).

Cosa contiene? Contiene il Piano di riforma sanitaria del territorio, quindi la medicina di prossimità.

Dal 26 giugno 2022 il Decreto è legge e quindi già da oggi dovremmo vedere realizzato il Piano. Esso contiene il progetto di:

– il Distretto sanitario

– le Case della Comunità

– gli Ospedali di Comunità

– la COT (Centrale Operativa Territoriale)

– gli IfoC (infermieri di famiglia o comunità)

– i LEPS (livelli essenziali delle prestazioni sociali)

– il Nea (numero europeo armonizzato 116117)

– il PAI (progetto di assistenza individuale integrato)

– il PNC (piano nazionale cronicità)

– il PNP (piano nazionale prevenzione)

– il PRI (piano riabilitativo individuale)

– il PUA (punto unico di accesso)

– il PDTA (percorso diagnostico terapeutico individuale) e tante altre cose.

In quel Piano c’è tutto il desiderabile. E’ un grande progetto. A leggerlo si rimane ammirati, tuttavia c’è una assenza importante: manca la strategia.

E’ come ricevere dall’architetto il progetto per costruirsi la casa. Si ha in mano un bel disegno ma ci manca l’ingegnere che realizzi la costruzione dell’edificio. Mancano i muratori, gli elettricisti, gli idraulici, il materiale da costruzione con porte e pavimento compresi.

Ecco. Manca la strategia di realizzazione della Riforma. Per questo, dalla riforma Balduzzi del 2012, e dalla riforma Lorenzin del 2015 in Sardegna abbiamo assistito alla demolizione di Aziende ospedaliere ma nessuna ricostruzione. Stesso destino, probabilmente, spetta alla Riforma dell’assistenza territoriale.

A questa immensità di progetti, ben disegnati ma talmente belli da sembrare irrealizzabili, fa da contraltare la realtà quotidiana del pensionato sulcitano o iglesiente che manda in piazza i propri sindaci e sindacalisti per chiedere almeno un medico di base che fornisca le ricette periodiche dei farmaci.

La situazione della Sanità reale è questa:

1 – Pochissimi posti letto negli Ospedali pubblici per effetto delle leggi dal 2003 ad oggi. Quelle leggi per la riduzione della spesa sanitaria vennero applicate, paradossalmente, solo negli Ospedali pubblici ma non negli Ospedali privati. Nell’ultimo anno in Italia sono stati inaugurati 12 Ospedali di cui solo uno è pubblico.

2 – Gravissime carenze nei Pronto Soccorso che, ricordiamolo, si trovano solo negli Ospedali pubblici.

3 – L’attribuzione ai medici del territorio di funzioni complesse che hanno l’effetto di complicare le procedure di assistenza al paziente.

4 – La persistenza della dualità fra medicina degli Ospedali e del territorio. Ne deriva l’assenza di un raccordo razionale, immediato ed efficiente, fra reparti ospedalieri, Pronto soccorso e medici del territorio.

Oggi il DM 77 merita attenzione e curiosità per un motivo singolare: perché dopo che i vari Governi che si sono succeduti hanno distrutto la Legge di Riforma sanitaria 833/78, il Governo attuale in premessa al decreto scrive: «Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), uno dei primi al mondo per qualità e sicurezza, istituito con la Legge n. 833 del 1978, si basa su tre principi fondamentali: universalità, uguaglianza, ed equità».

Per chi legge queste righe sulla Gazzetta Ufficiale, la frase equivale ad un atto di dolore per aver affondato la Legge 833/78. A questo punto, se questa premessa fosse una sincera dichiarazione di pentimento per aver prodotto, negli ultimi 30 anni, leggi sanitarie affette da “aborto abituale”, potremmo sperare nella comprensione di quanto sarebbe utile riportare in vita la strategia di applicazione che venne adottata per rendere reale la Riforma 833/78.

In particolare la Regione Sardegna dovrebbe prendere atto che l’istituzione di un Ente di diritto privato che gestisce la Sanità pubblica corrisponde alla rinuncia dell’autorità politica alla gestione diretta della Sanità regionale.

Di necessità la corretta impostazione della riforma, per funzionare, dovrebbe comportare:

1 – Il conferimento del potere di Presidenza, dell’Azienda regionale sanitaria, all’assessore regionale competente. La gestione al Direttore generale.

2 – la delega delle attribuzioni e dei poteri di Presidenza delle ASL ai Sindaci del territorio e, l’attribuzione dei poteri di gestione, ai Direttori generali.

3 – La suddivisione equa del fondo sanitario regionale fra le ASL.

4 – l’indicazione inequivocabile degli Ospedali di base e quelli di I livello.

5 – l’interpretazione autentica delle funzioni attribuite alle tre tipologie di ospedali. Identificazione del personale e dei reparti coinvolti nel DEA.

6 – La centralità ed il potenziamento dei Pronto Soccorso sia come sede di valutazione dell’urgenza, sia come raccordo immediato fra i servizi chirurgici e medici d’urgenza, e i medici del territorio.

7 – l’ampliamento degli organici dei Pronto soccorso.

8 – l’ampliamento dei posti letto per le degenze ordinarie e le terapie intensive.

9 – Sanità territoriale ed ospedaliera fusi e interconnessi in un unico sistema di servizio continuo e complementare. Il Pronto Soccorso inteso come estensione dell’Ospedale nel territorio con l’intento di superare la dualità esistente.

10 – Attribuzione di un nuovo ruolo strategico ai Primari delle Unità Operative specialistiche intesi some figure strategiche della ASL.

11 – Direzione Sanitaria costituita dal Direttore Sanitario eletto, fra i Primari, dalla Commissione dei Sanitari, e coadiuvato da un ufficio di Direzione costituito da medici legali, specialisti in igiene ospedaliera, avvocati, amministrativi e ingegneri sanitari. Queste strutture burocratiche sono già esistenti.

Per procedere in questa direzione le leggi attuali (legge regionale n. 24/2020) devono essere adeguatamente implementate. L’unica modifica sostanziale consiste nell’introduzione dell’assessore regionale alla Presidenza dell’ARES e dei sindaci del territorio alle Presidenze delle ASL, con funzioni di controllo e deliberanti, coadiuvati dai Direttori generali per la gestione.

Riferimenti:

Legge 833/78

Riforma Balduzzi 2012

Riforma Lorenzin 2015

DM 71;

DM 77

FOSSC (Forum delle società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani).

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Mentre resta acceso il dibattito sull’esito delle elezioni che ha portato alla grande affermazione del Movimento 5 Stelle e al sorpasso della Lega su Forza Italia in seno alla coalizione di centrodestra che ha ottenuto il maggior numero di seggi nel nuovo Parlamento e contende allo stesso Movimento 5 Stelle il tentativo di mettere insieme una maggioranza in grado di sostenere un nuovo Governo, al centro del dibattito politico post elezioni c’è la pesantissima sconfitta subita dal Partito democratico, relegato dagli elettori sotto il 20% e alle prese con le dimissioni a condizione annunciate dal segretario Matteo Renzi e dall’adesione al partito del ministro dello Sviluppo economico del Governo Gentiloni Carlo Calenda.

Ieri Carlo Calenda ha annunciato con un messaggio sul suo profilo Twitter, che a suo parere «non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è. Domani mi vado ad iscrivere al Partito democratico». Oggi, in un altro messaggio su Twitter, ha sottolineato che «se il PD si allea con il M5S il mio sarà il tesseramento più breve della storia dei partiti politici».

Nato a Roma 44 anni fa, laureato in Giurisprudenza, dirigente d’azienda, Carlo Calenda, a soli 25 anni ha assunto i ruoli di responsabile della gestione delle relazioni con i clienti e con le istituzioni finanziarie e poi responsabile marketing di Sky. Successivamente ha lavorato in Confindustria al fianco del presidente Luca Cordero di Montezemolo, per assumere poi gli incarichi di direttore generale di Interporto campano e di presidente di Interporto Servizi Cargo.

La sua esperienza politica è iniziata come coordinatore dell’associazione Italia Futura fondata da Luca Cordero di Montezemolo e cinque anni fa è stato candidato, non eletto, alle elezioni Politiche con Scelta Civica di Mario Monti nella circoscrizione Lazio 1 della Camera.

Nel maggio 2013 è stato nominato viceministro dello Sviluppo economico nel Governo Letta, confermato nel Governo Renzi, con delega al commercio estero. Nel febbraio 2015 lasciò Scelta Civica ed annunciò l’intenzione di iscriversi al Partito Democratico, fino ad oggi non concretizzata. Il 10 maggio 2016 è stato nominato ministro dello Sviluppo economico, al posto della dimissionaria Federica Guidi.

Carlo Calenda è stato protagonista delle recenti vertenze Alcoa ed Eurallumina ed il 22 dicembre ha visitato il polo industriale, a Portovesme. Alla vigilia delle elezioni, che non lo hanno visto candidato, ha messo la sua firma prima sul passaggio dello stabilimento ex Alcoa da Invitalia a Sider Alloys, poi sul via libera al progetto di rilancio di Eurallumina.

L’annuncio di adesione ufficiale al Partito, ha acceso il dibattito all’interno del PD, scosso dal tracollo elettorale. Lui ha subito chiarito di non voler essere elemento di divisione, di non sentirsi l’anti-Renzi e di ritenere che un leader il PD lo abbia già: il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

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«Un genio come Leonardo da Vinci avrebbe ammirato tantissimo questa Esposizione universale». Con questa battuta ad effetto il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, John Kerry, ha aperto ufficialmente la sua visita a Expo Milano 2015. Accolto dal commissario unico delegato del Governo per Expo Milano 2015, Giuseppe Sala, e dal Ministro per gli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, Kerry nel suo discorso di apertura ha dimostrato vivo apprezzamento per l’Italia e l’Esposizione Universale, strappando applausi a scena aperta quando ha letto una breve parte dello speech in italiano.

Davanti ad una platea ricca di personalità ed autorità, dall’ex presidente del Consiglio, Mario Monti, al presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, da Letizia Moratti a Emma Marcegaglia, il Segretario americano ha incentrato il suo intervento sulla necessità di garantire cibo sano e sufficiente per tutti, con uno sguardo rivolto al futuro, preoccupato per le generazioni che verranno, e determinato nell’apportare cambiamenti concreti. Le parole di Kerry suonano quasi come imperativi: «Dobbiamo imparare a gestire meglio il cibo che abbiamo» ha detto, e poi, ricordando il grave problema del cambiamento climatico e l’influenza negativa che questo ha sulla sicurezza alimentare, ha assicurato l’impegno degli Stati Uniti a lavorare con l’Italia e proprio per trovare soluzioni condivise.

John Kerry non ha la bacchetta magica ma ha esortato «tutte le nazioni ad impegnarsi e unirsi per intervenire velocemente. E’ necessario essere più creativi ed essere più flessibili». Solo in questo modo, secondo John Kerry, «possiamo far fronte al problema della malnutrizione e della fame, provando, tutti insieme, a sconfiggerlo».

Giuseppe Sala, nel suo intervento, ha voluto rimarcare che «la presenza degli Stati Uniti a Expo Milano 2015 è un grande successo, visto che le visite al Padiglione americano hanno superato i cinque milioni». Il Commissario Unico ha ricordato l’importanza dell’Esposizione universale, occasione unica e irripetibile per discutere di tematiche cruciali per l’avvenire del pianeta: «Ieri, in occasione del World Food Day abbiamo ospitato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, nei mesi scorsi Michelle Obama e il segretario americano dell’Agricoltura, Tom Vilsack e oggi è un grande onore avere qui John Kerry”.

Il discorso di John Kerry è stato preceduto dalle parole del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni: «La presenza americana qui conferma la centralità della sicurezza alimentare e dei cambiamenti climatici, che poi sono il cuore di Expo Milano 2015. Speriamo che la nuova agenda delle Nazioni Unite su queste tematiche possa sensibilizzare tutta la comunità internazionale affinché si arrivi a vincere la sfida contro la fame entro il 2030».

La visita di John Kerry è proseguita nel pomeriggio con la visita a Palazzo Italia, dove ha incontrato il Presidente di Expo 2015, Diana Bracco, e successivamente proprio al padiglione degli Stati Uniti.

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Matteo renzi 02 copia

Un uomo solo al comando, la sua maglia ha i colori del PD, il suo nome è #Matteo Renzi! Nel momento più grave della crisi economica, quando molti paventavano il rischio di andare incontro ad una ancora più preoccupante fase di instabilità, gli italiani hanno individuato nell’ex sindaco di Firenze l’uomo della nuova speranza, la scialuppa alla quale aggrapparsi per evitare di affondare definitivamente nella miseria e nella disperazione.

Le elezioni Europee ci consegnano un segretario del Partito Democratico ed un presidente del Consiglio più forte che in questo momento sembra davvero un uomo solo al comando. Matteo Renzi con le elezioni primarie si è preso il partito, dilaniato dal fallimento di Pierluigi Bersani, poi ha forzato la mano prendendosi anche il Governo senza passare passare per le elezioni, sostituendosi senza badare alla forma al compagno di partito Enrico Letta.

Le elezioni Europee sono arrivate in un momento molto difficile che Matteo Renzi ha affrontato con la sua “sfrontatezza”, sfidando un avversario che della “sfrontatezza” ha fatto una delle sue armi vincenti negli ultimi 12 mesi: #Beppe Grillo. Il presidente del Consiglio ha fatto una campagna elettorale “solitaria”, come “solitaria” è stata la campagna elettorale del suo principale avversario e quella dello stesso Silvio Berlusconi, e i numeri emersi dalle urne dicono che non solo ha vinto, ma ha addirittura “stravinto”!

Molti, soprattutto all’interno del Partito Democratico, tra coloro che Matteo Renzi ha messo da parte (nessuno parla più di “rottamazione” ma la “rottamazione” è sotto gli occhi di tutti!), aspettavano al varco il nuovo leader, pronti a scaricargli addosso le responsabilità della sconfitta se Beppe Grillo avesse preso un voto in più, ed ora i risultati dicono chiaramente che quello “storico” 41%, prima che una grande vittoria del Partito Democratico, è un vero e proprio trionfo di Matteo Renzi!

Come è stato possibile un trionfo di tale portata? E’ questo il principale tema di riflessione del dopo voto.

Quando alcuni mesi fa veniva ipotizzato l’inserimento del nome di Matteo Renzi nel simbolo del Partito Democratico, molti si sono scandalizzati, affrettandosi a dire che non si sentiva proprio il bisogno, dopo l’esperienza di Silvio Berlusconi e di tutti gli altri leader di partito che avevano fatto altrettanto anche a sinistra (Antonio Di Pietro, Nichi Vendola), e il suo nome nel simbolo non è stato inserito, ma per gli italiani ieri è stato come se, insieme al nome, su quel simbolo ci fosse anche la sua faccia!

Matteo Renzi ci ha messo la faccia, prima con i provvedimenti del suo Governo, su tutti quegli 80 euro promessi a tutti in busta paga e poi anche a quanti la busta paga non ce l’hanno e ai pensionati, poi nell’accesissima campagna elettorale, e gli elettori lo hanno premiato! L’Italia che non ne può più del vecchio sistema che l’ha portata ad una condizione socio-economica drammatica, ha bisogno di ritrovare una speranza e Matteo Renzi, risultati delle Europee alla mano, ha dimostrato che in questo momento, questa speranza è soltanto lui! Beppe Grillo e il suo Movimento Cinque 5 Stelle, pur restando una consistente forza politica con oltre il 20% dei consensi, hanno fatto un consistente passo indietro e dovranno riflettere sul loro ruolo nel breve e medio termine. Anche Forza Italia ha fatto un passo indietro ed è arrivato il momento di pensare al dopo-Berlusconi. Agli altri è rimasto poco ma c’è un’area politica che è praticamente sparita, il Centro, cancellato dalla scena politica dopo i tanti errori commessi. Il 10% messo insieme da Mario Monti e Pierferdinando Casini alle ultime Politiche, si è ridotto a cifre da “prefisso telefonico”. Appare evidente che i voti dei moderati abbiano cambiato casa ed abbiano contribuito a rendere così trionfale il successo di Matteo Renzi che ora potrà continuare la sua esperienza governativa con la forza della straordinaria legittimazione ricevuta ed è chiamato a trasformare la “speranza” che ha saputo incarnare e le tante promesse fatte agli italiani, in fatti concreti.