24 September, 2026
HomePosts Tagged "Velio Spano"

Mi pare doveroso prima di tutto ringraziare Tore Cherchi per avere promosso una discussione sul ritorno della democrazia a Carbonia dopo gli anni bui del fascismo, tema che coincide soprattutto con il ritorno della democrazia nel nostro Paese e l’avvio di una nuova fase di rinascita con il referendum tra Repubblica e Monarchia, l’elezione dell’Assemblea Costituente del 1946 e l’approvazione della Carta Costituzionale nel 1948. Sono trascorsi 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente e quindi credo sia importante celebrare in modo solenne anche questa ricorrenza.
Pur essendo questi temi di un grande respiro, vorrei concentrare un parte importante del mio intervento ai primi dieci anni di vita della Città, con uno sguardo rivolto prevalentemente alla sua vicenda politica e sociale, alle condizioni di vita e di lavoro dei minatori e delle loro famiglie e per un altro verso alla faticosa costruzione della struttura amministrativa del Comune, avvenuta in condizioni di grande difficoltà e in un contesto pensato esclusivamente al sostegno delle attività dell’Azienda Carboni Italiani, per la quale l’Istituzione comunale era stata concepita come una sola, semplice, appendice.
Sinora i principali contributi di ricostruzione storica delle nostre vicende cittadine, si sono concentrati (con dei contributi pregevoli s’intende) su aspetti relativi alle questioni minerarie sia sul versante tecnico/tecnologico, che produttivo, sulle materie di natura urbanistica e architettonica, della disciplina socio antropologica, e invece in una misura minore sulle tematiche squisitamente sociali.
Ciò non significa che queste ultime siano state sinora ignorate, basti pensare per fare un esempio, a ciò che ha scritto autorevolmente Carlo Levi in Tutto il miele è finito, oppure alla cruda realtà ritratta nei reportage fotografici di Federico Patellani negli stessi anni, ciò che segnalo riguarda il fatto che l’argomento non sia stato sinora, oggetto di un’attività di studio e ricerca più approfondito e strutturato.
Lo scorso anno, proprio nel mese di settembre, abbiamo avuto modo di accennare a questa necessità, proprio in occasione della presentazione del libro di Alberto Vacca sui misfatti del Commissario Antonio Pirrone a Carbonia, e in quella circostanza abbiamo concordato su questa esigenza e, devo dire che Alberto Vacca non si è fermato alla mera enunciazione di questi temi, poiché di recente ha pubblicato un suo nuovo libro: Lettere dei Cittadini di Carbonia al Duce, con sottotitolo voci di migranti, miniere e miserie, nel quale affronta i primi anni di vita della nostra città da questa prospettiva, con risultati sorprendenti e inediti.
Credo avremo occasione di entrare con maggiore dettaglio nel merito, magari in occasione della prevista presentazione del suo libro, ma credo che la ricerca di Alberto Vacca, indichi una strada sulla quale riflettere e lavorare per ricostruire una memoria autentica su quanto siano stati travagliati i primi passi di vita di Carbonia e della sua comunità cittadina. In particolare, nel suo libro, si sofferma sugli aspetti relativi alle condizioni di lavoro in miniera, durissime e pericolose, sui momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti, sulle condizioni condizioni degli alloggi, della situazione delle mense operaie, etc; sono queste informazioni che ci vengono restituite dalle relazioni riservate della Prefettura di Cagliari al Ministero degli Interni, in particolare nei rapporti del Prefetto Tito Canovai e del Commissario prefettizio Ovidio Pitzurra, per citare quelle più significative.
Mi capita spesso di avvertire nel dibattito cittadino, e lo dico con una certa preoccupazione, l’avanzare di un sentimento dal sapore nostalgico e romantico, in una comprensibile buona fede, che però rimuove aspetti dolorosi e tragici della storia reale vissuta e documentata, sento perciò il bisogno irrefrenabile, di riproporla a momenti di riflessione più attenti e meno superficiali da parte di tutti, me compreso.
E’ anche per questo che mi viene in mente un’immagine, la scritta a firma di Benito Mussolini che campeggiava all’ingresso della Miniera di Serbariu, ancora leggibile oggi: «Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio».

Una dichiarazione programmatica verrebbe da dire con una punta di ironia, un ammonimento, che non maschera, ma sottintende l’abitudine in uso all’epoca, di ricorrere agli strumenti coercitivi e di repressione usuali, per citarne alcuni del repertorio molto praticati : l’olio di ricino, il manganello, il confino, la prigione, o peggio ancora come ci è tristemente noto.
Lo sciagurato ingresso in guerra nel 1940 accentua ulteriormente queste condizioni e la decisione di classificare con R.D.L. (Regio Decreto Legge) la Miniera Stabilimento Ausiliario di Guerra ridurrà ulteriormente gli spazi di libertà, già ristretti precedentemente dall’azione incessante del federale di turno, da quella occhiuta dell’Ovra (la polizia segreta fascista) operante in modo significativo nel bacino minerario. E’ qui devo citare ancora un altro libro di Alberto Vacca: “La tela del ragno -L’Ovra in Sardegna”, nel quale molte pagine sono dedicate a Carbonia e al bacino minerario con le relative vittime e colpevoli, delatori ed oppressori.
L’enfatico racconto della nascita della città quindi e del successo realizzativo del regime (da non disconoscere in assoluto si intende), contrasta in maniera stridente con uno scenario disperato di sfruttamento e di miseria, che nel tempo soprattutto a seguito proprio dell’ingresso in guerra, verrà accentuato da una crisi alimentare gravissima, con il paradosso e la contraddizione lessicale di una città definita autarchica, che però non dispone di alcun mezzo per autosostenersi con produzioni proprie, essendo il carbone, questo sì autarchico, l’unica produzione esistente.
La nascita delle nuove città è stata accompagnata durante il Ventennio da parole d’ordine molto forti e da una retorica celebrativa del regime che ne esaltava le gesta gloriose; è stato così inevitabilmente, anche per la nascita di Carbonia, ecco in questa occasione vorrei fare un parallelo tra i principali contributi letterari del tempo per mettere in evidenza lo scarto considerevole che esiste tra il racconto di Stanis Ruinas “Viaggio per le città di Benito Mussolini” (nel 1939 vinse il Premio Sabaudia), il libro di Vitale Piga su Carbonia del 1938 (nel quale si omette colpevolmente il più grave incidente minerario, quello di Schisorgiu avvenuto nel 1937) ed il romanzo di Valerio Tonini “Terra del Carbone”. Nei primi due, fatta doverosamente salva la differenza stilistica tra Ruinas e Piga, prevale l’intento celebrativo e propagandistico, in Valerio Tonini invece emerge una testimonianza di verità sulle condizioni di vita di quei primi pionieri impegnati nella costruzione della città. Ignazio Delogu uno degli autori più importanti sulla storia di Carbonia, a proposito del libro dell’ingegner Valerio Tonini ha usato questa espressione […] si tratta di un’opera da suggerire all’attenzione di critici e studiosi della letteratura realista e neorealista, della quale il romanzo di Valerio Tonini è una vera e propria anticipazione”, a conferma del valore letterario che attribuiva a quest’opera.
Nel tempo, oltre alle testimonianze orali, molto preziose, sono emersi da diverse fonti di archivio una mole importante di documenti che in qualche misura ci consentono di leggere, di ricostruire diversi momenti e diverse fasi cruciali della vita cittadina, in maniera più autentica. Mi limiterò ad enunciare per titoli, quelle più significative a mio parere.
Fonti importanti, per la fase che precede il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, sono le relazioni di qualche Prefetto e Podestà, dalle quali nonostante l’esercizio di prudenza nello scrivere, emerge uno spaccato drammatico e di verità sulle condizioni di vita dei minatori di Carbonia e dei suoi abitanti, che lo scellerato ingresso in guerra del 1940 aveva aggravato in maniera esponenziale, favorendo l’emergere di segnali di malcontento e di protesta, la più nota è quella che fa riferimento a Tito Morosini rappresentante dei sindacati fascisti che precede di pochi giorni nel maggio del 1942 la seconda visita di Benito Mussolini a Carbonia, avvenuta in tono minore e per nulla rassicurante riguardo ai rimedi necessari per migliorare la situazione di crisi.
Dopo i fatti del 25 luglio del 1943 con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi che determinò la caduta del fascismo e quelli successivi dell’8 settembre, seguì l’insediamento a gennaio del 1944, da parte degli alleati dell’Alto Commissariato per la Sardegna alla cui guida venne insediato il Generale Pietro Pinna Parpaglia. Anche l’Archivio dell’Alto Commissariato, rappresenta uno strumento utile per osservare le dinamiche politiche e sociali sino al 1949.
Mi soffermo con il mio ragionamento, limitatamente alle questioni che hanno riguardato Carbonia. Come è noto alle cronache nonostante la caduta del regime il 25 luglio alcuni fascisti rimasero in posti di comando, come nel caso di Vitale Piga rimasto a dirigere la Miniera di Carbone e un fatto analogo avvenne nei primissimi mesi del 1944, la nomina di commissario prefettizio della città nella persona di Francesco Piga Onnis, fatti questi tra i diversi che generarono un diffuso malcontento tra i partiti democratici (il CLN locale) in via di costituzione nella città. Per inciso anche il Piga Onnis, come Vitale Piga aveva ricoperto durante il regime l’incarico di Commissario prefettizio nel comune di Serbariu di cui era segretario della sezione locale del P.N.F. Non dobbiamo evidentemente stupirci dell’azione degli alleati, se pensiamo che in Sicilia molte di queste funzioni furono ricoperte da referenti della Mafia.
A proposito dei rapporti politici con l’Alto Commisssario, vorrei citare una testimonianza scritta di Antonio Puggioni; nella circostanza che portò alla nomina di Francesco Piga Onnis, Renato Mistroni futuro sindaco della città, aveva avanzato a nome dei partiti democratici agli alleati la candidatura di Gigi Piga per ricoprire l’incarico di commissario, che, però non fu accolta. Un breve inciso per ricordare Gigi Piga, originario di Guspini, una figura ormai dimenticata a Carbonia; proveniva da un’esperienza di dirigente del movimento operaio, nel 1920 a Torino (da operaio metallurgico diviene Presidente del Consiglio di fabbrica della Michelin), dove aveva conosciuto Antonio Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo, la sua vita durante il ventennio fascista fu costellata da arresti, detenzione, confino.
Il 1944 fu probabilmente l’anno più difficile in assoluto per la nostra città, lo dimostrano i dati sulla produzione del carbone al minimo e una significativa riduzione degli occupati, per il protrarsi della crisi alimentare che segue quella pure drammatica dell’anno precedente: de su fammini de su quarantatresi per intenderci.
In questo contesto è particolarmente toccante la testimonianza di Giuseppe Saragat (futuro Presidente della Repubblica) pubblicata il 16 settembre del 1944 sulla prima pagina de l’Avanti dal titolo Carbonia, dò lettura di un breve stralcio dell’articolo sperando di non venire sopraffatto dall’emozione: «La luce del sole – come dice un poeta tedesco – è una fiammante accusatrice e, in verità, il sole di Carbonia ha illuminato per me uno spettacolo di miseria umana che non dimenticherò mai. Gli uomini che uscivano dai pozzi non avevano più nulla di umano. Dei corpi scheletrici ricoperti da stracci immondi sfilavano senza una parola, senza una protesta. Ma più che dai volti il mio sguardo fu attirato da un particolare veramente tragico: quegli uomini che uscivano dalle miniere dove avevano lavorato in gallerie il cui suolo è tutto una pozzanghera erano scalzi. Da un gruppo di minatori si staccò infine uno di loro che con tono quasi imperioso chiese: – Chi è il Ministro? -. Alla mia risposta il minatore fece un largo gesto con la mano accennando ai suoi piedi nudi, ai suoi stracci immondi e con la voce strozzata dall’emozione e dallo sdegno: – Sono italiano! – mi disse e si allontanò con i compagni. Mille volumi sulle condizioni dei minatori di Carbonia varrebbero meno di quelle due parole pronunziate da un lavoratore offeso dall’inumanità della sua sorte e dall’inumanità di un sistema sociale in cui queste infamie sono possibili».
Nel 1946, finalmente le prime elezioni democratiche con l’elezione di Renato Mistroni a primo sindaco di Carbonia, che come è stato sottolineato contengono la novità del voto alle donne e la elezione di due consigliere comunali. Anni difficili per Carbonia anche quelli del primo dopoguerra, vorrei soffermarmi brevemente su alcuni degli avvenimenti importanti che hanno segnato la storia della città in quelli anni, la vicenda Rostan fine gennaio del 1947 ( cito testualmente dalle memorie di Antonio Puggioni per definire il quadro sociale e politico nel quale matura): «Eravamo alla vigilia di un altro Natale all’insegna della fame. Gli spacci aziendali erano vuoti. Mancavano i generi di prima necessità. Renato Mistroni chiese un incontro con il Prefetto che ebbe luogo subito dopo Natale. Il Prefetto capì che si stava determinando una situazione insostenibile anche sotto il profilo dell’ordine pubblico. Venne convocata un’assemblea in Piazza Roma per comunicare che il Prefetto aveva garantito il suo appoggio alle richieste avanzate da Mistroni e da me».
E’ in questo scenario che l’ingegner Rostan viene prelevato con la forza dalla sua residenza di Villasulcis, da una folla di operaia inferocita (fomentata da due dirigenti anarchici, Pasquale Fancello e Massimiliano Zanetti), trascinato in Comune e alla presenza del sindaco Renato Mistroni, costretto a firmare un accordo contro la sua volontà. Ignazio Delogu nel suo libro su Carbonia definirà questo episodio come un sorta di “Jacquerie mineraria”. Di questi fatto il principale accusato e pur innocente condannato fù Marco Giardina, segretario della Camera del Lavoro. Marco Giardina che era laureato in Giurisprudenza e che in seguito intraprese la professione di avvocato, ebbe un ruolo importante anche nella redazione preliminare dei regolamenti per il funzionamento del Consiglio di gestione e autore con l’ingegner Giuseppe Russo (direttore della Miniera di Bacu Abis) del piano detto appunto Russo-Giardina.
Nel 1948 dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche di aprile, ancora due fatti significativi nel mese di luglio l’attentato a Palmiro Togliatti, lo scoppio di disordini in città, come nel resto d’Italia d’altronde, costituì il pretesto per decapitazione del gruppo dirigente politico, sindacale, amministrativo della città, furono spiccati mandati di cattura contro Renato Mistroni, sindaco, contro Antonio Selliti, segretario della Camera del Lavoro riparati in Cecoslovacchia e Silvio Lecca arrestato; in questa vicenda repressiva ebbe un ruolo infausto il Commissario di Polizia Antonio Pirrone, un ex repubblichino autore di tante malvagità nella sua permanenza a Carbonia. Ad ottobre l’inizio della lotta dei 72 giorni, conclusa il 18 dicembre del 1948 sotto la guida di Velio Spano, in questa circostanza nessuna Jacquerie, ma un movimento combattivo e disciplinato per la sopravvivenza di Carbonia.
Per tanti questa data, il 18 dicembre del 1948 è stata concepita come un nuovo inizio, una sorta di rifondazione della città, è un’espressione che ho avuto modo di ascoltare durante la mia militanza giovanile, da diversi protagonisti di questa lotta, da Pietro Cocco, Antonio Puggioni, Antonio Saba per citare alcuni dei più noti.
Tore Cherchi nel suo libro “Città industriale e postindustriale” riassume efficacemente questo concetto: «Due date, il 18 dicembre del 1938 e il 18 dicembre del 1948, fra loro distanti esattamente 10 anni, segnano il primo periodo di storia della città. La prima è l’inaugurazione della città intesa come spazio costruito, l’urbs appunto. La seconda potrebbe essere considerata come conclusiva del progressivo divenire degli immigrati, infine furono cittadini e cittadine per atto di volonta individuale e collettiva, cives, non solo per condizione giuridica. Il 18 dicembre del 1948 dimostra plasticamente che la civitas è formata».
Legge Speciale per Carbonia
Vorrei dedicare la seconda parte del mio intervento alle enormi difficoltà con le quali si sono dovuti misurare i primi amministratori di Carbonia, quelli eletti per la prima volta nel 1946 e quelli a seguire nel tempo. Per sviluppare questa parte del mio intervento farò ricorso, quasi esclusivamente, ad un documento, ai dati che sono in esso contenuti; si tratta di una proposta “Legge speciale per la città di Carbonia” approvata dal Consiglio comunale su proposta della Giunta Municipale. Siamo nel 1956 e la giunta è guidata da Pietro Cocco alla sua prima esperienza come Sindaco della città. Questo documento è a mio giudizio uno strumento prezioso per ripercorrere e rileggere obiettivamente i primi anni di amministrazione della città, le politiche di bilancio, le condizioni materiali del suo assetto infrastrutturale, inoltre sono convinto che questa proposta di legge abbia rappresentato uno dei momenti più alti di elaborazione politica riferita alle problematiche dell’amministrazione cittadina e del suo vivere civile.
Prima di entrare nel merito di alcune delle considerazioni che sono contenute nella relazione che accompagna la proposta di legge, vorrei richiamare l’attenzione dei presenti sul R.D.L. 2189 del 5 novembre 1937 che istituisce il comune di Carbonia. Se facciamo una comparazione con gli altri decreti relativi alla fondazione delle città durante il ventennio, troviamo un comune denominatore, fatta eccezione per quanto disposto dagli articoli 3 e 4 che assegnano di fatto all’Azienda Carboni Italiani una funzione sostitutiva, surrogatoria a compiti propri del Comune, in particolare l’articolo 4  recita: «Per assicurare, con la trasformazione agraria dei terreni circostanti, il risanamento igienico dell’abitato di Carbonia, l’Azienda Carboni Italiani è autorizzata ad espropriare i terreni che saranno determinati, anche con oiù decreti successivi, dal Ministro per l’Interno, di concerto con il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste».
La traduzione in sostanza è la seguente, l’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) si sostituisce in toto al comune e gli espropria di fatto funzioni che gli sono proprie. D’altronde come si apprende dalla relazione al Piano regolatore del 1937, la costruzione della città ha un assoluto «carattere residenziale al servizio di zona strettamente industriale». Ho trovato molto efficace l’incipit della relazione della proposta di legge, ne sottolineo rapidamente alcuni stralci: «Il centro industriale di Carbonia non sorge come conclusione naturale di un precedente sviluppo economico della zona […] Sorge per un atto di volontà estranea ed esterna all’ambiente che l’accoglie, per un intervento che prescinde da ogni ragione di sviluppo economico e sociale del Sulcis e della Sardegna».
[… ] «Lo stesso decreto costitutivo di Carbonia ha, al riguardo, una lontana è indiretta preoccupazione, la dove assegna all’Azienda Carboni Italiani, oltre al compito di effettuare gli espropri necessari per la realizzazione del Piano regolatore della nuova città, anche quello di assicurare la trasformazione agraria dei terreni circostanti».
Ma l’assenza degli strumenti basilari per consentire ad una amministrazione di autodeterminarsi non si limita a questo. Provo a fare una sintesi delle principali informazioni che possono essere utili a ricostruire un quadro di insieme sulle politiche di Bilancio del comune, a partire dal 1941, dal quale si rileva innanzitutto l’impossibilità di fare ricorso alla leva fiscale per supportare le politiche di bilancio, la difficoltà relativa a supportare la gestione dell’enorme patrimonio abitativo, l’impossibilità ad erogare direttamente servizi primari per i cittadini ed infine la condizione delle infrastrutture civili e della viabilità cittadina nel suo primo decennio di vita.
«Chi scorra ad esempio i prospetti che riportano i bilanci consuntivi e preventivi dal 1941 al 1954, troverà immediatamente che dalla sua origine e fino al 1945, le entrate del comune di Carbonia sono rappresentate in misura a volte superiore dal 50% da contributi statali e che nello stesso periodo le spese, nel loro intero volume, sono destinate quasi esclusivamente ad assicurare i servizi interni dell’amministrazione comunale.»
«Tanto che non solo non vi è traccia di una qualunque attività di rilievo nel settore delle opere pubbliche, dell’assistenza o della pubblica istruzione, ma la esigenza di una tale attività non figura neppure nelle previsioni.»

«Nel 1941, ad esempio, le spese per opere pubbliche raggiungono le 159.064 lire su 3.732,788 e cioè il 4% delle spese complessive.»
«Nel 1942 si spendono per opere pubbliche circa 397mila lire, qualcosa in più dell’anno precedente» […]
«La inadeguatezza assoluta e relativa di tali spese meglio si comprende ove si pensi che Carbonia conta già nel 1942, 36792 residenti fissi e molte altre migliaia di abitanti ai quali non è consentito, per la legge 6 luglio 1939 n. 1092, contenete provvedimenti contro l’Urbanesimo, ottenere la residenza, e vanta già una rete stradale che non ha riscontro per il suo enorme sviluppo (oltre 48 km.) in comuni di eguale popolazione. Negli anni 1943-44-45 la situazione non muta […]». Emerge che dal 1941 al 1945 il contributo dello Stato pari al 50% delle entrate fu inteso per pagare i salari del personale dell’Ente, numericamente inadeguato per una città in costante espansione demografica. Due distinti accordi nel 1940 e nel 1942 promossi per iniziativa del Prefetto di Cagliari portarono ad un accordo con lo Stato per il tramite del Ministero degli Interno che portò il contributo per legge a circa 2 milioni nel 1941 e 1942, ridottosi ad 1.249.850 nel 1943 per risalire a 5.475.000 nel 1944, 4.300,000 nel 1945 e 5.000.000 nel 1946.
Il paradosso con il quale ci si trova ad operare è il seguente, i contributi dello Stato non sono sufficienti neppure a soddisfare i costi interni dell’apparato amministrativo e il comune «non può richiedere alla Società proprietaria, l’Azienda Carboni e cioè lo Stato, il pagamento della sovraimposta sui fabbricati? Tale entrata dava al comune 2.626 lire nel 1938 e 2608 nel 1952. Ma nel 1938 i fabbricati di Carbonia ospitavano 3.131 cittadini, nel 1952 46.000 circa» […]
«Dal 1946 in poi viene a mancare a Carbonia l’intervento dello Stato nei suoi due aspetti, nell’assunzione diretta dei compiti del Comune e nei contributi integrativi del bilancio» […] «La verità che i provvedimenti legislativi del 1940 e del 1942 prevedevano la costruzione di una città e la conseguente organizzazione dei servizi per una popolazione di 20.000 abitanti mentre Carbonia nel conta nel 1946 circa 40.000» […]
Si comprende quindi benissimo la difficoltà a garantire i servizi primari che la pubblica amministrazione dovrebbe assicurare: l’acquedotto, la rete idrica, la rete stradale, etc.
Negli esercizi del 1947 e 1948 i bilanci del comune registrano un contributo di 26 e 22 milioni da parte della S.M.C.S. che sostituiscono per quelli anni il contributo statale, ma a partire dal 1948, con gli arrivi del carbone estero, il carbone Sulcis inizierà ad essere meno prezioso per l’Industria italiana, e gli effetti si manifesteranno con immediatezza, tanto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’Azienda e il futuro della stessa città.
Per tornare al tema della impossibilità di far ricorso alla leva fiscale, nella relazione si rileva che: «La S.M.C.S. industria sovvenzionata e quasi totalmente comprensiva di ogni attività cittadina, non denuncia redditi assoggettabili all’imposta di R.M. (Ricchezza Mobile) e quindi in parte trasferibili al comune come I.C.A.P. (l’Imposta sulle industrie, commerci, arti e professioni). La sovraimposta sui fabbricati non è applicabile all’Istituto Autonomo Case Popolari dell’A.Ca.I. unico proprietario di immobili urbani».
Ma questo, a proposito del patrimonio edilizio, non era l’unico problema come si vedrà in seguito. «Con legge 12 dicembre 1954 n. 11-78 contenente i noti provvedimenti per la soppressione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) e la riorganizzazione delle imprese controllate, dall’Istituto delle Case Popolari dell’A.Ca.I. alla S.M.C.S., e Io stesso Istituto sarà con decreto dei Lavori pubblici e in deroga al disposto dell’art. 22 ultimo comma del T.U. sull’edilizia popolare ed economica, riconosciuto come una gestione speciale della S.M.C.S. Proprio per il carattere sociale della gestione non sarà consentito alla Società Mineraria se non di provvedere alle abitazioni dei propri dipendenti ed in nessun caso verrà cosi superato la condizione di villaggio minerario e di città originaria e caratteristica di Carbonia.»
Dallo scioglimento dell’A.Ca.I. del 1954, il patrimonio abitativo, sarà gestito all’Istituto autonomo delle Case Popolari con gestione speciale della SMCS sino alla sua soppressione nel 1974, anno del passaggio della proprietà allo IACP della Provincia di Cagliari. Questo provvedimento comporterà la separazione delle proprietà abitative e quelle immobiliari del perimetro urbano allo IACP dalle restanti aree esterne, circa 500 ettari, rimasti in capo alla MCS, poi Sistemi e Spazio e divenuta all’inizio degli anni ’90, Alumix.
Una piccola digressione per ricordare quanto abnorme fosse questa situazione, agli inizi del 1991 Alumix, senza consultare l’amministrazione comunale decide di promuovere un’asta pubblica per la vendita di tutte le aree della città, in pratica era Carbonia che veniva messa all’asta. Con un’ampia solidarietà delle forze politiche e del Consiglio comunale si voto una delibera con la quale si decise di applicare un vincolo di salvaguardia su tutte le aree e l’asta fallì, ma corremmo a mio parere un pericolo serio.
Mi avvio a concludere descrivendo sommariamente per titoli, la situazione delle infrastrutture civili descritta nella relazione:
– Viabilità cittadina, degli attuali 53 km di strade interne soltanto 23 presentano una regolare pavimentazione. Delle strade che formano gli altri 30 km molte sono appena tracciate e lasciate a fondo naturale ed altre lasciate a fondo naturale ed altre ancora in completo disfacimento.
– Nessun marciapiede, ad eccezione di pochi lungo alcune vie principali e fornito di pavimentazione, ma quasi tutti sono rimasti al primitivo stato di terreno naturale.
– Depurazione: attivi 4 dei 16 percolatori.
– Rete di illuminazione: dei 53 km di strada soltanto 17 sono illuminati e 36 lasciati nella completa oscurità o raramente interrotti da mezzi luminosi privati.
– Una Rete idrica inadeguata poiché progettata con un dimensionamento definito per soddisfare, in maniera analoga per la depurazione un numero di abitanti significativamente inferiore. Non dimentichiamo che in meno di dieci anni Carbonia diviene la terza città della Sardegna per numero di abitanti e così sarà sino alla fine degli anni ’60.
Questa per brevi linee è la situazione drammatica con cui si sono dovuti confrontare i primi amministratori di Carbonia e per altri versi quelli a seguire sino ai nostri giorni, basti pensare che le problematiche derivanti dalla gestione immobiliare di proprietà pubblica, dello Stato, sono state risolte attraverso un accordo con Ligestra nel 2016, solo dieci anni fa, con un significativo impegno finanziario.
Una contraddizione quest’ultima, che ha accompagnato chi ha amministrato la città dalla sua nascita ai nostri giorni. Ma questa, come usa dire Carlo Lucarelli, nel condurre i suoi programmi d’inchiesta, è un’altra storia!

Antonangelo Casula

Il 4 settembre scorso ho avuto il privilegio di intervenire a nome della famiglia di Velio Spano e Nadia Gallico a Teulada al Convegno organizzato dall’Associazione Culturale Is Sinnus, con il patrocinio del Senato della Repubblica, del Comune ed il sostegno del Gruppo Marinedi in concomitanza con la posa di una targa sulla casa natale di mio nonno che, però, li ricorda entrambi.
Con la famiglia siamo grati a chi ha promosso, aderito, sostenuto, patrocinato e partecipato a questa iniziativa, che, però, non consideriamo un suggello, bensì un seme per il presente ed il futuro che ci interrogano.
La nostra gratitudine va anche alla Sen. Stefania Pucciarelli, a Luciano Piras, alla compagna Ilaria Portas ed ai compagni Antonangelo Casula e Tore Cherchi per i loro generosi interventi.
Di seguito il testo del mio contributo.
I miei nonni fecero le loro scelte quando nazifascismo e colonialismo erano tutt’altro che alla fine, la guerra era di nuovo alle porte, antifascismo e anticolonialismo erano minoritari, illegali, perseguitati, senza prospettiva apparente.
Senza certezze retrospettive scommisero la giovinezza e la vita contro forze soverchianti, sulla parte minoritaria e perdente, convinti che alla fine avrebbe prevalso; Nonna si definiva una “inguaribile ottimista” .
Nel ‘38 Nonno Velio arrivò in Tunisia, dove conobbe Nonna Nadia. Aveva 34 anni e lei 23. Si amarono, si sposarono, ebbero le prime due figlie e trovavano anche il tempo di andare al mare, malgrado due condanne a morte, clandestinità, deportazioni, torture, intensa lotta antifascista coi compagni del Partito Comunista Tunisino di diversa origine e ceto coi quali instaurarono affetti ed amicizie lunghe e solide e condivisero una “vita spericolata”.
Nonno diceva che erano stati gli anni più belli della sua vita.
A diciassette anni, subito dopo la marcia su Roma, Nonno si iscrisse alla Federazione giovanile comunista; che tempismo!
Nel ’24, a Roma, consolidò la sua scelta comunista frequentando Gramsci col quale ebbe lunghe conversazioni sulla Questione Sarda.
A vent’anni dirigeva con Altiero Spinelli il Gruppo Comunista Universitario di Roma.
A ventidue entrò nell’apparato illegale del Partito, col falso nome di Mariano. Poi l’arresto, il Tribunale Speciale, cinque anni e mezzo di carcere e, nel ‘33, l’esilio in Francia, dove entrò nel Centro Estero del Partito con un nuovo nome falso: Danesi.
Dei suoi impegni italiano e sardo e di quello in Tunisia si parla sempre; resta invece spesso sullo sfondo la missione in Egitto contro la guerra coloniale in Etiopia scatenata dal fascismo nel ‘35 per compiere l’impero in Africa orientale e finita nel ’36, segnata dalle sanzioni della Società delle Nazioni e dalla ignominia dei gas tossici (iprite) usati contro la popolazione.
Un mese prima dell’attacco aveva già pubblicato, su Rundschau, organo del Comintern, i primi articoli contrari. Un mese dopo, fu inviato da Parigi in Egitto dal Centro Estero del Partito e dal Comitato internazionale per l’aiuto al popolo etiope, per fare propaganda contro la guerra tra le truppe italiane in transito nel Canale di Suez verso Eritrea e Somalia, stabilire contatti con settori della borghesia egiziana e connazionali sensibili all’antifascismo.
Arrivò a Port Said alla fine ‘35, con un altro falso nome ancora: Paul Conibet. Di lì a poco documenti di polizia riportano il ritrovamento a Suez di volantini antifascisti nascosti in tre scatole di tabacco .
Fu un lavoro difficile, come ammise in una lettera, ma non privo di risultati.
Tra il ‘35 e il ‘36 fece anche missioni clandestine in Italia, soprattutto a Napoli, con l’ennesimo nome falso: Renzo Lojacono.
Di quelle missioni scrisse su “Lo Stato operaio”.
Nel ‘36 fu inviato a Barcellona, nella Spagna in guerra civile, dove si aggregò alle Brigate Internazionali occupandosi di Radio PSUC, Radio Barcellona, e poi della direzione di Radio Milano Libera da Madrid dal ‘37.
A trentadue anni era nello stato maggiore del Comandante Juan Modesto.
Alla sua partecipazione a quella lotta devo la cittadinanza spagnola, che con mia madre, mia zia, le mie sorelle e mia cugina abbiamo di recente aggiunto a quella italiana.
Con la Legge sulla Memoria Democratica il Regno di Spagna non ci ha conferito un’onorificenza, ma ha naturalizzato delle idee, peraltro repubblicane, qualificandosi come democrazia matura e sicura di se.
Quindi ora ho anche il cognome “Spano”, che più di un’emozione o un orgoglio rafforza la responsabilità per continuità e fecondità dell’esempio politico ed etico dei miei nonni.
Dopo la Spagna, con lo stesso pseudonimo che aveva usato per la prima volta a Guadalajara, nel ’37 – Paolo Tedeschi -, Nonno raccontò su “Stato operaio” delle truppe italiane nei porti egiziani nel ‘35, divise tra entusiasti di quella guerra e riluttanti.
A poco più di trent’anni, quindi, con cinque pseudonimi diversi su altrettanti fronti, tra volantini nel tabacco, soldati in viaggio verso un fronte coloniale, guerra civile in Spagna e attività clandestine in Italia e Tunisia, Nonno applicava già il metodo di tutta la sua vita, anche dopo la Liberazione: le idee prima, poi l’azione e poi l’elaborazione politica e giornalistica, per essere insieme militante, dirigente e cronista.
La sua vita di “rivoluzionario di professione”, che per un ventennio non ebbe residenza fissa, carriera riconosciuta, garanzie personali, ma lottò su più fronti – Italia, Spagna, Nordafrica, non fu certo il percorso lineare verso una carica istituzionale.
“L’Unità”, che aveva già co-diretto in clandestinità tra Parigi (’37-’38) e il Sud liberato (’43-’44), e poi diretto a Roma dal ’45 al ’46 , lo inviò in Cina tra il ‘49 e il ‘50, appena proclamata la Repubblica Popolare, primo comunista occidentale a visitarla. Incontrò anche Mao Zedong e al suo ritorno pubblicò una raccolta di articoli.
A Shanghai, nel ‘49, incontrò i vertici economici del nuovo governo cinese. Nei taccuini privati, annotò di aver messo in contatto l’addetto commerciale italiano con uno di quei dirigenti, colpito dalle cifre colossali già allora destinate all’industrializzazione .
Per tutti gli anni cinquanta fu il riferimento del PCI per la Cina, fino ad un incontro a Berna nel ‘58 con il ministro Chen Yi, in vista di una missione economica guidata dal senatore DC Guglielmone.
Intuizioni acerbe oggi attuali.
Dopo la Liberazione, l’impegno sardo, costituente e parlamentare; divenne responsabile della Sezione Esteri del PCI, e, nel ’58, anche Segretario del Movimento Italiano per la Pace.
Nel ’59, viaggiò in Africa; incontrò tra gli altri Senghor, Sékou Touré e Nasser.
Nel suo libro del ‘60, “Risorgimento africano” – con la dedica alla terza figlia: “la sola che non è nata in Africa, affinché impari ad amare la terra e la gente africana” – interpretò la decolonizzazione come parte dell’impegno per la Pace contro l’imperialismo che lo aveva animato in Egitto, Spagna e Tunisia.
Nonno aveva annotato nei taccuini privati dubbi sul controllo reale del partito comunista cinese nel sud del paese e sulla rigidità ideologica dei suoi dirigenti.
Con la stessa indipendenza intellettuale si discostò, nel ‘61, dalla linea di Togliatti sull’URSS, proponendo al Partito di andare oltre la sola critica al culto della personalità.
La sua non fu, quindi, adesione senza riserve, ma internazionalismo capace di giudizio autonomo, forse anche perché la sua traiettoria non era passata per l’hotel Lux, a Mosca.
Per lui la Pace non era solo assenza di conflitto, ma lo sbocco di una visione politica; la stessa di quando era ragazzo, ma su scala internazionale.
Morì nel ’64.
Nonna a ventun anni si iscrisse al Partito comunista in Tunisia.
A venticinque fu condannata dal Tribunale speciale militare di Vichy per la sua militanza clandestina.
A ventotto raggiunse l’Italia.
Era nata il 2 giugno del ‘16, trentaquattro anni dopo la morte di Garibaldi e appena sei dopo la prima trasmissione radiofonica diffusa. A trenta esatti, il giorno del suo compleanno, fu eletta alla Costituente: una delle ventuno Donne su 556 seggi, in un paese al primo suffragio libero ed universale.
Quelle ventuno Donne assieme, oltre i distinguo di appartenenza, incrinarono il “tetto di cristallo” che, però, limita ancora oggi la prospettiva femminile e nel mondo molte Donne sono ancora in una condizione inaccettabilmente indegna.
L’impegno di Nonna sulla condizione femminile, praticando più che declinando la parità, fu trasversale a tutta la sua attività, compresa quella internazionale proseguita dopo l’impegno militante, costituente, sardo e parlamentare, quando Pajetta la chiamò nella Sezione Esteri del Partito per i rapporti con quello che allora si chiamava “terzo mondo”.
Viaggiò in Algeria, Tunisia, Senegal, Somalia e nel Sahara Occidentale ; incontrò anche lei Senghor, il presidente-poeta del Senegal, e Bourguiba, presidente della Tunisia ; sostenne i movimenti di liberazione delle colonie portoghesi e la causa del Fronte Polisario.
Ho insistito sulle età di proposito.
• Nonno dirigeva un’organizzazione politica a vent’anni ed entrava in clandestinità a ventidue;
• Nonna veniva condannata da un tribunale militare speciale a venticinque.
Non avevano curriculum o carriera, ma già responsabilità non onorifiche né simboliche, … e le loro idee.
Era la traiettoria di due ragazzi che, però, già non lo erano più.
Oggi i giovani sono relegati a lungo in ruoli marginali prima di affidare loro – quando ormai non lo sono più – qualcosa che conti davvero.
La storia dei nonni dice, invece, che la maturità politica non è funzione dell’anagrafe, ma della responsabilità concreta. Se una comunità vuole evolversi, deve scommettere sui giovani prima che abbiano tutto dimostrato, non dopo.
Nonna, infatti, dedicò l’ultima parte della sua vita a ragazze e ragazzi, offrendo loro strumenti anziché ammaestramenti e lo spirito della Costituzione che con Nonno e molti altri aveva concorso a scrivere. La sua empatia con quei giovani era fortissima, a tratti commovente.
La traiettoria è quindi nitida, ma dove punta?
Umberto Eco ha scritto che il fascismo può ripresentarsi senza chiamarsi così e senza i suoi simboli, col rifiuto del pensiero critico, la fobia della diversità e dello straniero, la brutalità verbale e non solo, la torsione della democrazia per il suo contrario, il nazionalismo retorico e razzista, il bellicismo, amplificando paure e cavalcando frustrazioni.
Per riconoscerlo non serve cercare l’orbace o i saluti romani, ma verificare se le forme della democrazia sono usate per praticarla o per svuotarla della sua sostanza.
Lelio Basso, cui è intitolata la fondazione che conserva parte dell’archivio di Nonna, distingue tra democrazia formale – elezioni, alternanza – e democrazia sostanziale, cioè una comunità di eguali e liberi sopra tutto dallo sfruttamento, prescritta dalla Costituzione mediante la rimozione delle diseguaglianze economiche e sociali.
Il modo dei nonni oggi appare soffocato dal costume politico privo dello sguardo lungo che, invece, loro avevano, afflitto dall’omologazione e dalla competitività personalistica anche a prezzo di disonestà intellettuali.
Il Mediterraneo unisce Sardegna e Continente, Egitto, Francia, Spagna, Tunisia. Vi si consumano tragedie migratorie, mentre neo-colonialismi sotto mentite spoglie e neo-nazionalismi attizzano paure sproporzionate, senza incidere sulle diseguaglianze che sono causa dei “viaggi della speranza”, come se la lezione del secolo scorso non fosse bastata.
La scelta dei nonni fu, invece, la solidarietà tra i popoli; un’identità condivisa e meticcia, fondata su Libertà, Uguaglianza, Fraternità e sul diritto a una vita dignitosa, equa ed in Pace, non sull’infeconda purezza etnico-identitaria reclusa nelle frontiere.
Nonna Nadia scrive alla fine della sua autobiografia: “Non è per caso che a conclusione (…) io sia tornata (…) al luogo in cui Velio ed io ci siamo incontrati e le nostre vite si sono (…) intrecciate. La Tunisia e la Sardegna sono state (…) le fondamenta su cui si è costruita la nostra storia personale. E questa (…) storia vorrei che Vasco, Libera, Irene e Sara [le mie sorelle e mia cugina] la considerassero un punto di partenza, lontano nel tempo (…), ma reale, per quello che sarà il “loro viaggio”.
E’ un viaggio partito da lontano, con un traguardo lontano . Noi non siamo, però, tra quelli che partirono né tra quelli che arriveranno; ne faremo un tratto, raccogliendo il testimone da chi ci ha preceduto per poi passarlo alle generazioni future, cui non lasceremo in eredità il mondo, ma dalle quali lo abbiamo avuto in prestito per restituirlo migliore.
Siamo qui per una targa sulla casa natale del Nonno, dove si cita anche la Nonna; la nostra famiglia è grata a chi ha promosso, aderito, sostenuto, patrocinato e partecipato a questa iniziativa, che, però, non consideriamo un suggello, bensì un seme per il presente ed il futuro che ci interrogano.
• Quanto rischio ha assunto e assume chi fa politica?
• Quanto lontano guarda, oltre il prossimo voto?
• Quanta fiducia si dà ai giovani prima che abbiano tutto dimostrato?
• Le forme della democrazia corrispondono ancora alla sua sostanza?
• Quando i confini cesseranno di demarcare le diseguaglianze ed essere linee di frizione che innescano le guerre?
• Se non ora quando le Donne potranno spiegare le ali alla stregua degli uomini?
• Quando le differenze saranno percepite finalmente come risorse anziché insidie?
Grazie Teulada.
Vasco De Cet

Non è da stupirsi se al convegno dedicato a Velio Spano e Nadia Gallico siano intervenute tante persone, la sera del 4 settembre al Palazzo Baronale di Teulada: questa coppia unita nella vita e negli ideali, passata alla Storia per il loro ruolo di Costituzionalisti, da sempre accende l’interesse e la curiosità non solo degli abitanti di Teulada, visto che Velio Spano a Teulada ci è nato, nel 1905, ma anche di studiosi, di intellettuali e di politici che della nostra Costituzione, la “Costituzione più bella del mondo”, ne fanno oggetto privilegiato di studi ed analisi attente ed approfondite, nonché baluardo contro ogni minimo tentativo di sovvertire l’ordine democratico conquistato a prezzo di dura fatica ed incredibili sacrifici da parte di donne ed uomini che all’amore per la libertà ed alla democrazia sacrificarono gli anni più belli e giovani della propria vita, come Velio e Nadia.

Un tributo, dunque, il convegno ha voluto essere alla loro determinazione, alle loro battaglie, ai loro tanti momenti bui vissuti con l’invincibile speranza di farcela, di porre fine ad una dittatura che era negazione dei loro ideali di giustizia sociale e di libertà. E a questa coppia hanno dedicato parole di profonda ammirazione politici, donne ed uomini di vaglia – Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer, Ilaria Portas, assessora Pubblica Istruzione Regione Sardegna, Stefania Pucciarelli, della Commissione Diritti Umani del Senato, Renato Marconi, AD Marinedi, Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia, Luciano Piras, ex sindaco di Teulada, Angelo Milia, attuale sindaco di Teulada – che della difesa della democrazia, conquistata anche grazie a Velio e Nadia con il proprio indefesso impegno, ogni giorno ne fanno cassa di risonanza per il messaggio di attenzione a che la nostra Costituzione non abbia a subire minacce alla propria integrità, ai propri valori, sacrosanti ed irrinunciabili. Commovente è stato il ricordo con cui Vasco De Cet Spano, consulente di Assomarinas, ha ripercorso la vicenda umana e politica dei nonni, Velio e Nadia, esempio di rettitudine morale ed intellettuale per chiunque si appresti a leggerne le vicissitudini di vita privata e pubblica. E palesemente commosse erano le figlie Paola e Chiara nel percepire il senso di riconoscenza manifestato dai lunghi e caldi applausi alle parole degli oratori.

Impeccabile nel suo ruolo di moderatore Salvatore Loi, presidente dell’associazione Is Sinnus, l’associazione che si è resa promotrice del convegno e che è stata oggetto di parole di lode per le tante iniziative culturali messe in campo. Iniziative che contribuiscono a dare la visibilità che merita al paese, recuperando dall’oblio le più significative vicende umane e storiche del passato, ahinoi troppo a lungo trascurate e riposte in angoli dimenticati della memoria collettiva. Un’associazione, Is Sinnus, che non si è tirata indietro di fronte alla proposta di uno scambio culturale con gli alunni di terza della Scuola Secondaria di primo grado di un paese delle Marche, Esanatoglia, in provincia di Macerata, che hanno lavorato con entusiasmo alla realizzazione di una mostra, “Buongiorno Costituzione”, frutto di una mattinata di conversazioni e dialoghi degli alunni con Paola Spano la quale, con generosità, nello scorso mese di aprile si è resa disponibile ad un incontro con insegnanti ed alunni proprio per rendere chiari ai giovani le ragioni ed i momenti salienti della nascita della Costituzione: testimoni “parlanti” i ricordi personali, insopprimibili nonostante gli anni trascorsi, del contributo dei genitori, improntato ad autentica passione. E la mostra, esposta alla fine dell’anno scolastico nella “Sala dei Cavalieri da Varano” del palazzo municipale di Esanatoglia, in questi giorni è a Teulada, ben visibile in alcune stanze di Palazzo Baronale, in virtù di uno scambio culturale che, crediamo, potrà essere oltremodo illuminante per i visitatori.

Da sottolineare l’interesse e la curiosità manifestati dagli esimi oratori e dai familiari di Paola Spano, che hanno voluto complimentarsi personalmente con la Preside, prof. Roberta Baroni e tramite lei con le insegnanti dell’Istituto Comprensivo intitolato a Carlo Alberto dalla Chiesa, e con il sindaco di Esanatoglia, Luigi Nazzareno Bartocci, collegati in video chiamata. E non è da trascurare il fatto che nei giorni della mostra ad Esanatoglia, nella vicina città di Matelica – per inciso la città di Enrico Mattei, personaggio che, oltre a tutto il resto, ebbe anche un ruolo di primo piano nella Resistenza – era in atto una mostra fotografica dedicata alle ventuno donne che presero parte alla Costituente: la foto di Nadia Gallico Spano ben distinguibile fra loro! Alla conclusione del convegno una piccola piece teatrale rappresentata da due attori della Compagnia Teatrale che fa capo a Is Sinnus, i quali hanno messo in scena il colloquio in carcere tra Velio Spano ed un fratello tenacemente fascista. Tanti gli applausi…

In onore della democrazia e della Libertà, alla fine tutti a cantare “Bella Ciao”, intonata sulle note della chitarra di un musicista vicino alla famiglia Spano. Evviva la Costituzione, dunque, che da ottanta anni vigila sui nostri valori di democrazia e di libertà, evviva tutte le donne e gli uomini che alla sua nascita dettero un contributo fondamentale!

Lucia Tanas

Allegata l’intervista all’ingegner Renato Marconi, AD Marinedi

Renato Marconi

Il convegno in onore di Velio Spano e Nadia Gallico si svolge con il patrocinio del Senato della Repubblica e del comune di Teulada. L’evento pubblico si terrà negli spazi del porto turistico “Marina di Teulada”, grazie alla disponibilità e al sostegno della direzione aziendale. Saranno presenti Paola e Chiara Spano, figlie di Velio Spano e Nadia Gallico.

Il convegno avrà il seguente svolgimento:

  • Ore 18.30 incontro dei convegnisti e del pubblico
  • Ore 19.00
  • Saluto del sindaco di Teulada Angelo Milia
  • Saluto del comandante Vasco De Cet Spano
  • Interventi:
  • Senatrice Stefania Pucciarelli, presidente della commissione parlamentare “Tutela e Promozione dei Diritti Umani”
  • Salvatore Loi, associazione Is Sinnus
  • Luciano Piras, ex sindaco di Teulada
  • Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia
  • Ilaria Portas, assessora della Cultura della Giunta regionale della Sardegna
  • Salvatore Cherchi, senatore, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer

Ore 20.30 – Scopertura della targa da esporre nella casa natale di Velio Spano, a Teulada, patrocinata dal Presidente del Senato della Repubblica.

 

Sono passati 70 anni dall’eccidio di Marcinelle, nel bacino minerario di Charleroi in Belgio l’8 agosto del 1956: i familiari ricordano oggi in commoventi cerimonie i 262 operai morti nell’incendio scoppiato nei pozzi a meno di 1.035 metri, 136 di essi sono italiani, gli altri provenivano da altre 12 nazioni europee.

Mai chiarite le cause dell’incidente nei due processi che seguono, «ci siamo sempre sentiti abbandonati dallo Stato italiano», dice l’associazione “Marcinelle per non dimenticare”, oggi che la miniera è divenuta museo e patrimonio Unesco. Perché erano già 1.164, di cui 435 italiani, i minatori morti in Belgio dal 1947 al 1956, ingaggiati spesso da trafficanti del lavoro, così come oggi i migranti del Mediterraneo. Provenienti da Milano, essi giungono in vagoni sigillati e vengono poi dislocati in ex campi di prigionia della Seconda guerra mondiale, a vivere in baracche senza servizi.

E si tratta della stessa strada già tracciata anche per i minatori di Carbonia fin dal 1948, a seguito della crisi mineraria e delle intese minatori-carbone, fra Italia e governi produttori, sulla quantità di combustibile da importare durante la ricostruzione: col Belgio, cinquemila tonnellate di carbone mensili per ogni 1.000 operai italiani, con la Francia, 150 kg di combustibile per la giornata lavorativa di un operaio italiano, mentre son 5.000 i minatori provenienti dal nostro Paese già trasferiti in Cecoslovacchia.

Centinaia fin da subito, dunque, le partenze dal Sulcis, ma per comprendere ingaggio e condizioni di vita dei disoccupati italiani che, senza protezione alcuna da parte del governo, emigrano nel bacino di Charleroi, significativa “L’inchiesta sull’emigrazione in Belgio” di Riccardo Forte, inviato a Bruxelles, su L’Unione Sarda del 10 e dell’11 novembre 1948. «Richiesti d’urgenza 10.000 minatori italiani. Il 26 giugno 1946 abbiamo pattuito l’invio in Belgio di 50.000 minatori per l’estrazione del carbone, chi aveva mai visto tanti minatori in Italia, Paese senza miniere?» Verso «i pozzi, nel bacino di Charleroi…, il viaggio è gratuito tanto all’andata che al ritorno, per male che vada il ritorno in patria è assicurato». Ma se il desiderio dei migranti è quello di cercare immediatamente lavoro in altri settori, «la speranza di cambiar mestiere appena arrivati è quasi sempre vana, i sindacati operai belgi si oppongono all’assunzione di personale straniero nelle altre branche dell’industria». E prosegue il giornalista: «La polizia arrestava fino a poco tempo fa, per vagabondaggio, gli operai italiani che, abbandonata la miniera, non rimpatriavano subito. I nostri rappresentanti diplomatici hanno ottenuto che il ministero della Giustizia ordinasse la cessazione degli arbitrari arresti, la rottura del contratto è un rapporto tra il datore di lavoro e l’operaio e non un delitto, tuttavia ogni tanto gli arresti riprendono. I treni pagati dalle compagnie minerarie vengono ogni settimana a Milano,… caricano a Milano i nuovi migranti, hanno portato in Belgio, fino a tutto giugno di quest’anno, 62.056 minatori. Alla stessa data gli italiani presenti in miniera erano 40.000». Mentre ora, «da alcune settimane, non è assunto alcun italiano nelle altre industrie, una circolare dei sindacati operai fa divieto di trasferire i minatori ad altri lavori,… dicono di temere la disoccupazione». Ed anche se «l’articolo 10 del protocollo italo-belga del 1946 apre all’emigrazione italiana i settori della siderurgia, della metallurgia, delle cave di pietra e delle costruzioni edilizie, tuttavia il 6 gennaio 1948 il governo belga ha emanato una circolare restrittiva», rispetto ai trasferimenti di immigrati da un’industria all’altra. Il fatto è che in Belgio «l’industria è fiorente, il Paese ha sofferto assai poco… per la guerra, la popolazione non è avvezza, come in Italia, a lottare con la miseria», mentre «la percentuale degli elementi istruiti è elevata: gli impieghi manuali disertati», c’è semmai «la corsa alle lauree».

E si conclude con un appello l’inchiesta di Riccardo Forte, rivolto alle autorità italiane: «Agisca per carità il nostro governo negoziando la nostra manodopera e sospendendo, se occorre, i convogli». E, come fosse una questione prima di tutto di coscienza, «ecco, su questo umano e tremendo problema, la vita dei minatori italiani in Belgio, mi pare di aver detto la verità», colpito il giornalista stesso da quella estrema precarietà quotidiana, migliaia di persone in continuo avvicendamento. Mentre sembra avverarsi, ineluttabilmente, la politica degasperiana che vuole combattere la disoccupazione attraverso i flussi migratori e le rimesse degli emigrati in moneta pregiata, non avendo mai tenuto in alcun conto, il governo, le proposte di Cgil e della sinistra variamente articolate nel corso dell’intero dopoguerra. “Lavoro coatto” definisce Velio Spano, su Rinascita del dicembre 1948, l’ingaggio degli operai italiani nelle miniere europee, cui molti sulcitani non possono tuttavia sottrarsi. Ma come vivono gli immigrati italiani in Belgio? Così ancora Riccardo Forte: «L’onesta verità sulle miniere belghe. Sarò in questo articolo obiettivo fino al tormento, le condizioni di vita dei nostri minatori nel Belgio hanno dato luogo a una viva discussione nella stampa italiana. Si è detto che i guadagni sono bassi, che il lavoro è durissimo, che l’alloggio e il vitto sono difettosi. Si è risposto che non è del tutto vero. Le costruzioni edilizie in corso appaiono immediatamente a chiunque visiti, come ho fatto io, l’intero bacino di Charleroi… Dappertutto sono sorti o stanno sorgendo baraccamenti di mattoni e lamiera e casette in muratura per le famiglie dei minatori, ma troppo lentamente. Il lavoro è duro, questi operai respirano carbone, mangiano carbone. Provate a passare un paio d’ore in miniera, sputerete carbone per giorni e giorni:.. la paga è minima e,… per quanto riguarda il cibo, gli operai domandano che le compagnie istituiscano delle mense d’azienda».

Gianna Lai

Se il 1946 segnò il ritorno nella forma più avanzata della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. In quell’anno, il 31 marzo, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata in capo al podestà e, caduto il fascismo, al commissario prefettizio. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Votarono le donne: per le elezioni comunali prima che per il referendum. Un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista (DDL 1°febbraio 1945), aveva introdotto il suffragio universale. Le donne acquisirono, infine, il diritto al voto e, con altro decreto, il diritto ad essere elette.

La città di Carbonia ebbe il suo primo consiglio comunale, il suo primo sindaco e la sua prima giunta decisi da libere elezioni.

Il consiglio era composto da quaranta consiglieri. Comprendeva due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi. E tuttavia un bel passo in avanti della democrazia, sol che si pensi che le donne sino a quel momento erano state escluse dal voto.

La lista unitaria del partito comunista (Pci) e del partito socialista (Psiup) vinse nettamente le elezioni. Il consigliere più votato risultò Renzo Laconi che di lì a qualche mese sarebbe stato eletto all’Assemblea costituente di cui fu protagonista di primo piano. Al secondo posto, Renato Mistroni: divenne il primo sindaco. Sedeva nei banchi del Consiglio Giorgio Carta, ingegnere sardista, sesto per numero di preferenze, un moderno intellettuale di eccezionale valore che ha lasciato tracce indelebili nella storia dell’industria sarda e italiana, i cui meriti non sono stati ancora adeguatamente riconosciuti.

I nomi dei componenti il primo Consiglio comunale e la prima Giunta sono nell’elenco che accompagna quest’articolo: di ciascuno bisognerebbe ricostruire la biografia. In questa sede mi limito necessariamente a brevi cenni sul primo sindaco.

Renato Mistroni fu eletto sindaco nella prima seduta del Consiglio, il 7 aprile 1946. Il suo è il tipico caso della nemesi della storia. Mistroni, classe 1910, ferrarese, operaio metalmeccanico, era stato arrestato nel 1932 per il reato di organizzazione della rete comunista. Condannato a dodici anni di carcere dal tribunale speciale fascista, fu recluso nella prigione di Civitavecchia. Scontati sette anni, fu rilasciato a seguito di un’amnistia e inviato al confino, da Pianosa al domicilio coatto ad Iglesias. Lavorò a Bacu Abis.

Decise di restare nel Sulcis diventando sindaco della città dei minatori, fondata da Mussolini: la storia che si vendica, appunto. La sua è una biografia travagliata. Nel 1948 dovette riparare in Cecoslovacchia per sfuggire agli arresti ordinati dal ministro Scelba a repressione della reazione popolare seguita all’attentato a Togliatti (14 luglio 1948). (La repressione comportò a Carbonia condanne per circa duecento anni di reclusione sebbene non fosse accaduto nulla di particolarmente grave. Per confronto, si pensi che Antonio Pallante che sparò quattro volte per uccidere Togliatti, ebbe appena sei anni di carcere: la magistratura era piena di giudici selezionati dal fascismo.) In Cecoslovacchia, Mistroni fu ancora una volta arrestato: i comunisti italiani erano guardati con sospetto da quel regime. Dopo quella fascista, conobbe, dunque, la galera comunista.

E poi anche quella dell’Italia repubblicana. Stufo della Cecoslovacchia, sul finire degli anni Cinquanta rientrò in Sardegna. Finì nella prigione di Buoncammino, a Cagliari, per scontare la condanna seguita ai fatti del 1948. Vi restò per 18 mesi invece che per quattro anni e sei mesi grazie ad un indulto. Singolare e sofferta biografia, la sua. L’amministrazione co-munale nel 2003 gli ha dedicato una piazza: ben meritata.

L’esercizio della democrazia ebbe una prova di decisiva importanza nel Referendum sulla forma istituzionale dello Stato. La scelta per la repubblica prevalse a livello nazionale con un margine di circa due milioni di voti. L’Italia risultò divisa in due. Al centro-nord prevalse nettamente il sì alla repubblica; nel sud e nelle isole vinse la monarchia.

In Sardegna, la monarchia riportò circa il 61 % dei consensi. A Carbonia (e in altri comuni minerari) elettori ed elettrici fecero una scelta contro corrente: votarono per la repubblica con una maggioranza del 67,44% dei voti validi. Indubbiamente, la città più che con il conservatorismo nostalgico prevalente nell’Isola, era in sintonia con la volontà di cambio radicale di quella parte dell’Italia che, con la Resistenza, aveva pagato il prezzo più alto per restituire la dignità agli italiani dopo la dittatura, la guerra e il tradimento del re. Fu uno dei meriti dei minatori e delle forze politiche e sindacali operanti nella città.

Il voto per l’Assemblea costituente ebbe un esito analogo. Nell’Isola, la Democrazia cristiana ebbe il 41% dei voti con sei seggi. Al secondo posto il Partito sardo d’azione con due seggi, e solo al terzo il Pci con appena un seggio. A Carbonia il Pci ottenne oltre il 44% dei voti. Le sinistre nell’insieme superarono nettamente il 50%.

In Sardegna, tra gli altri, i democristiani elessero Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica; i sardisti Emilio Lussu; i socialisti, Angelo Corsi già sindaco di Iglesias e deputato prima dell’instaurazione della dittatura, perseguitato politico; i comunisti, Renzo Laconi che subentrò a Velio Spano, più votato ma eletto anche nel collegio unico nazionale. Tutte personalità di straordinario rilievo nazionale.

Quest’anno è l’ottantesimo anniversario di quel cruciale 1946, fondativo della Repubblica e dell’attuale democrazia; è anche il centenario delle leggi “fascistissime”, quelle del 1926, con le quali Mussolini consolidò la dittatura totalitaria nel modo più duro con la messa fuori legge dei partiti, la chiusura del Parlamento, l’incarcerazione di chi non era allineato, i podestà nei comuni.

In molti luoghi amministrazioni comunali, scuole, associazioni dedicano attenzione a questi anniversari perché sono parte fondamentale del ciò che siamo. A Carbonia lo si può fare per l’ulteriore motivazione che ho tratteggiato: la nascita della democrazia.

Carbonia, primo Consiglio comunale eletto il 31 marzo 1946

1) Laconi prof. Renzo
2) Mistroni Renato
3) Dedoni dr. Guido
4) Mascia prof. Tullio
5) Orani dott. Roberto
6) Carta ing. Giorgio
7) Garofano Alessandro
8) Tocco rag. Edmondo
9) Lai Aldo
10) Baghino rag. Agostino
11) Gattuso Angelo
12) Martinetti Giuseppe
13) Barbieri ing. Carlo
14) Arte Angelo
15) Pelessoni Guido
16) Medas Luigi
17) Diana Efisio
18) Palmieri Dino
19) Beccu Andrea
20) Sammartino Salvatore
21) Corsini Pietro
22) Calabrò Pietro
23) Bianciardi Remo
24) Piria Francesco
25) Partelli Giuseppe
26) Lecca Giovanni
27) Spiga Renzo
28) Fanny dott. Aldo
29) Tolari Erminio
30) Ferrari Carlo
31) Atzori Giuseppe
32) Plaisant Edoardo
33) Lecca Silvio
34) Salis Giovanni
35) Di Nuzzo Antonio
36) Messina Alberto
37) Peretti Sisto
38) Bartoli Armido
39) Cardia Sandra
40) Dessì Rosa
Sindaco eletto il 7 aprile 1946: Renato Mistroni. Ultimo commissario prefettizio: dott. Pensiero Macciotta.

Giunta comunale eletta il 7 aprile 1946.

Assessori effettivi: Orani dott. Roberto,Tocco rag.Edmondo, Mascia prof.Tullio, Bianciardi Remo, Aste Angelo, Salis Giovanni.

Assessori supplenti: Bartoli Armido, Palmieri Dino.
Nota. Gli elenchi sono conformi al verbale redatto dal segretario comunale dott. Paolo Ghiani. Ringrazio l’amministrazione comunale per averlo messo a disposizione.

Sono trascorsi più di 40 anni dalla scomparsa di Pietro Doneddu (30 novembre del 1984) e più di 100 anni dalla sua nascita, eppure le due ricorrenze entrambe nel 2024 sono passate inosservate nella nostra città, anche a chi scrive oggi queste righe. Questo scritto, non rimuove evidentemente “un’innocente dimenticanza”, ma vuole essere un modesto contributo per riproporre all’attenzione una figura che nella storia cittadina – come vedremo – non è stata effimera, ma ha lasciato un segno concreto del suo passaggio, nelle diverse attività in cui si è cimentato. Pietro Doneddu, confidenzialmente Piero per amici e compagni, era nato a Pattada il 10 ottobre del 1924, giunge a Carbonia negli anni ’50 docente al Liceo Classico Antonio Gramsci come professore di Storia e Filosofia.

Gli anni ’50 per la Città di Carbonia furono particolarmente drammatici, le difficoltà insorte nel settore carbonifero dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e la costituzione della CECA, subirono un ulteriore accelerazione nel 1955, con il provvedimento delle Superliquidazioni promosso dalla Carbosarda, al quale seguì negli anni successivi, una fortissima emorragia degli occupati, con una ripresa dei flussi di emigrazione verso le Miniere dell’Alta Lorena in Francia, della Vallonia in Belgio e della Ruhr in Germania e nelle città del triangolo industriale del Nord Italia. Nonostante tutto ciò Carbonia rimarrà per almeno un altro decennio la terza Città della Sardegna, con un destino sempre in bilico tra speranza di riscatto e il pericolo di venire cancellata, rischio scongiurato dalla realizzazione del Polo Industriale di Portovesme.
E’ in questa cornice drammatica, che matura la scelta di Doneddu di aderire al Partito Comunista Italiano tanto da diventare in pochi anni, uno dei più autorevoli rappresentanti nelle battaglie per l’Autonomia e la Rinascita della Sardegna. Viene candidato ed eletto alle elezioni comunali del 27 maggio 1956 è nominato assessore comunale di Carbonia in una giunta guidata da Pietro Cocco. L’esperienza di assessore dura sino alla data delle dimissioni da sindaco di Pietro Cocco il 18 novembre 1958 per ricoprire l’incarico di segretario regionale della CGIL, e in sua sostituzione Doneddu viene eletto sindaco il 24 novembre del 1958.
Le dimissioni di Cocco e l’elezione di Doneddu sono sostanzialmente legate alle dinamiche politiche interne al PCI di quegli anni, in questo ebbero un peso rilevante in questo, gli avvenimenti internazionali, il loro riflesso su scala nazionale e locale: il rapporto Kruscev al 20° congresso del PCUS, i fatti di Ungheria e l’VIII Congresso del PCI nel 1956, i cui effetti, complice anche un arretramento del PCI alle elezioni regionali del 1957, produssero un avvicendamento nel gruppo dirigente comunista sardo. Velio Spano venne sostituito nell’incarico di segretario da Giovanni Lay, nel contempo si affermò un nuovo gruppo dirigente legato a Renzo Laconi, del quale lo stesso Doneddu era espressione. Ne ho ricevuto riprova da Ugo Piano al quale il suo amico Piero, aveva riferito di aver ricevuto proprio da Laconi gli stimoli e la sollecitazione per un impegno politico militante nelle fila del PCI. Doneddu viene rieletto Sindaco alle elezioni comunali del 1960 e rimane in carica sino alla data delle sue dimissioni il 17 luglio del 1963, motivate dall’esigenza di dedicarsi interamente alla professione. Verrà sostituito nell’incarico da Antonio Saba.
Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni momenti significativi della sua esperienza alla guida del Comune, sono gli anni dell’avvio del primo Piano di Rinascita della Sardegna per il quale il contributo del comune di Carbonia e dei suoi cittadini è stato rilevantissimo. Il richiamo di questa aspirazione è sempre stato presente nelle sua azione politica, dove Carbonia come nella sua tradizione, svolge un ruolo e una funzione che supera i suoi confini amministrativi, ne sono una testimonianza i suoi interventi in particolare quello pronunciato in occasione della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme: «Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri».
Si trattava dell’oramai imminente realizzazione dell’area industriale di Portovesme, questo obiettivo costituiva per lui un assillo costante, ne ricaviamo conferma dall’ascolto di uno dei pochi documenti audiovisivi che lo riguardano, un’intervista al rotocalco settimanale d’inchiesta della Rai, TV7, reperibile sul Web, dal titolo “Sardegna-Carbonia: la città del carbone sbagliato”.
Si tratta di una speranza che in concreto guardava lucidamente agli avvenimenti in corso sulla scala nazionale, di lì a poco nel 1962 avverrà la nazionalizzazione dell’energia con la nascita dell’ENEL e sempre nello stesso anno avrà inizio l’attività dell’ EFIM (Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere) alla cui guida verrà chiamato l’avvocato Pietro Sette, già presidente della Carbosarda, dalla cui costola in seguito nasceranno Alsar ed Eurallumina, le principali aziende per la produzione dell’alluminio primario in Italia.
E’ sufficiente, infatti, scorrere le cronache dei giornali dell’epoca (in particolare sulla pagina regionale dell’Unità) per avere conferma del ruolo decisivo dei minatori di Carbonia, per la costruzione della Supercentrale e la realizzazione del Polo Industriale di Portovesme. A questo proposito, vorrei segnalare un inchiesta giornalistica sulla Sardegna a cura di Indro Montanelli, in un capitolo dal titolo: La Supercentrale, nella quale il giornalista, si esprime con un tono non proprio benevolo a proposito di Carbonia e del suo destino, ne ripropongo fedelmente alcuni stralci, l’incipit non è dei più promettenti: «La città a cui esso ha dato il nome è la più triste e squallida di tutta la Sardegna. La investe e la scuote il forte vento dell’Ovest, che vi si carica di un pulviscolo giallo. Sembra qualcosa di mezzo fra un concentramento di profughi e un albergo mal costruito. Le case sono nere e sordide, con l’intonaco che cade a brandelli sotto gli schiaffi del libeccio. Unica nota umoristica, ma che evoca più il ghigno che il sorriso, l’insegna di un caffè che, da “Caffè dell’Impero”, è stata epurata in “Caffè del Pero” per risparmiare la vernice».
In un altro capoverso, però, si sofferma sulla figura del sindaco e si pronuncia con toni davvero lusinghieri nel modo seguente: «Chiudere tutto significa condannare a morte Carbonia: che è una brutta città, costruita sul nulla, ma dove, dei 47.000 abitanti del ’51, ne sono ancora rimasti 35.000. Il sindaco è un professore di scuola media comunista, Doneddu, e bisogna onestamente riconoscere che, nelle condizioni peggiori, amministra nel modo migliore. Il borgo è povero. Vive di seimila occupati e di cinquemila pensionati. Eppure possiede l’ospedale e le scuole meglio tenute dell’isola. Dico malvolentieri queste cose, ma debbo dirle, a monito di tante amministrazioni democristiane che, in condizioni molto più vantaggiose, non sanno fare altrettanto (eppoi si arriva ai risultati elettorali che sappiamo)».
La famiglia Doneddu si è distinta in città a partire dai primi anni ’60, anche per la sua attività imprenditoriale, infatti conclusa l’esperienza amministrativa, coniuga il ritorno alla sua precedente attività professionale che era l’insegnamento, con la conduzione di un’azienda agricola, ubicata nell’agro del comune di San Giovanni Suergiu e destinata alla produzione di pollame da carne e produzione ovicola e un’altra linea dedicata all’attività florovivaistica. Rimarrà impegnato in questa attività sino alla sua scomparsa. Nonostante il distacco netto dall’impegno politico, Doneddu ha mantenuto costante nel tempo, il suo impegno sociale e civile con un attenzione particolare verso situazioni di fragilità attraverso l’interazione con l’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza) al quale, con assiduità effettuava delle donazioni materiali da destinare agli strati di popolazione più povera e bisognosa del Comune.
Era dotato di un profilo intellettuale e di una sensibilità culturale molto elevati, è sua la decisione, tra i primi in Sardegna, di istituire nel 1959 la Biblioteca Comunale, concorrendo, con un importante contributo personale, alla donazione di 4.000 volumi circa. La decisione assunta dalla Giunta a guida di Giuseppe Casti nel 2016 di intitolare al suo nome la Biblioteca Comunale di Carbonia, è stato un riconoscimento tangibile della sua opera e una decisione apprezzabile e appropriata.

Tra le principali passioni coltivate da Doneddu vi è stata inoltre l’archeologia, ne fornisce un’accurata descrizione nella guida del Museo Archeologico di Villa Sulcis, Luisa Anna Marras: «Quindi oltre ai materiali riferibili agli scavi di Monte Sirai, gli altri due nuclei espositivi più consistenti del Museo sono rappresentati dalle collezioni Doneddu e Pispisa. Si tratta di due interessanti e cospicue raccolte, composte da oggetti cronologicamente e tipologicamente assai diversi tra di loro, rinvenuti in scavi archeologici o recuperati più o meno avventurosamente da scavi clandestini, oppure frutto di raccolte di superficie effettuate durante decenni di ricerche, L’origine di tutti questi materiali è prevalentemente di ambito sulcitano [… ] La collezione Doneddu è composta da circa duecento oggetti riferibili a diversi ambiti culturali e cronologici. Raccolti dal Prof. Pietro Doneddu, un tempo anche Sindaco di Carbonia, alla sua scomparsa i materiali sono stati donati a Museo dalla famiglia».
Al di là delle cronache dei giornali dell’epoca, non sono disponibili che poche testimonianze scritte a sua firma, tra le quali segnalo, “Carbonia Città di domani” pubblicato nell’edizione Speciale di Rinascita Sarda del 1958 dedicata ai vent’anni di Carbonia (di cui alleghiamo copia del testo) e del discorso inaugurale per la cerimonia della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme. Scrisse due volumetti, entrambi per conto di Loescher editore Torino, dal titolo: “La produzione mineraria in Italia” e “Le foreste in Europa”, disponibili nella Biblioteca Comunale.
Ho scritto questo breve ricordo con un auspicio e un invito – che vale innanzitutto per me stesso – rivolto a rinnovare l’attenzione sulle principali vicende vissute della nostra città e delle tante personalità che si sono distinte in positivo in tempi difficili della sua breve storia. E la figura Pietro Doneddu è stata indiscutibilmente tra queste.

Antonangelo Casula

 

Discorso del sindaco di Carbonia prof. Pietro Doneddu in occasione della cerimonia della posa della prima pietra del complesso elettrico del Sulcis

Eccellenze, Onorevoli, Signor Presidente della Carbosarda, Signore e Signori, Lavoratori di Carbonia e del Sulcis, io ho l’onore di esprimere oggi qui la soddisfazione della nostra città per l’opera che si inizia.
La nostra città del lavoro saluta questo giorno che permette il termine di un lungo periodo di difficoltà, di insicurezza per il lavoro dei suoi operai, di sacrifici per la sua popolazione, di strettezze per la sua economia, di attese e di delusioni.
La nostra città saluta il complesso che sorge e che può porre le condizioni perché muti una triste realtà e nuovi orizzonti si schiudano per il nostro avvenire.
Oggi si avviano concretamente a soluzione i problemi dell’utilizzazione integrale del carbone, dell’assestamento dell’Azienda e della stabilità del lavoro dei dipendenti.
Ed è un gran passo questo nella storia della nostra comunità operaia e della Sardegna. Un primo passo, fondamentale, necessario perché si possano affrontare e risolvere i gravi problemi di questa nostra terra e della nostra gente e in primo ordine il problema della creazione di posti di lavoro per le diverse migliaia di disoccupati di Carbonia e degli altri centri del Sulcis e per l’assorbimento delle nuove leve del lavoro.
Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri.
A tal fine non può bastare l’intervento sia pure generoso dell’Istituto Regionale, si ha bisogno della più larga capacità dello Stato, ed è giusto sia esercitata nel quadro di attuazione del Piano di Rinascita per la Sardegna, nel cui progetto, invece, non è prevista un’area di sviluppo per il Sulcis. E’ giusto che questa lacuna venga colmata e che abbia inizio qui la strada della Rinascita Sarda.
Su questa strada faticosa che il popolo sardo deve percorrere per rinnovare la sua realtà economica e la sua realtà umana, Signor Presidente della Regione, saranno in cammino insieme agli altri sardi i nostri operai spinti dalla loro sete di giustizia e forti della loro coscienza autonomistica.
Onorevole Ministro, io La ringrazio di essere venuto qui tra i nostri minatori e così ringrazio tutti quanti sono venuti qui e hanno voluto prendere parte al risorgere delle nostre speranze; e mi dispiace non poter rivolgere, perché sarebbe troppo lungo, il ringraziamento segnatamente a tutti, e Le assicuro Signor Ministro che i nostri operai, i nostri tecnici, tutti i cittadini del nostro Paese, vogliono avere nel complesso termoelettrico che oggi si inizia a realizzare, uno strumento per legare il loro contributo di lavoro, di intelligenza, di responsabilità, all’attività che nelle altre parti d’Italia si sviluppa per raggiungere una comune prosperità.
Amici operai tecnici, voi avete estratto il carbone quando l’Italia rovinata dalla guerra ne aveva bisogno per alimentare i resti dei suoi impianti industriali e per rimuovere le sue macchine; l’avete estratto anche quando il nostro carbone è stato deprezzato e respinto; estraetelo d’ora in avanti, con maggiore energia e con fierezza per dare alla nostra isola la forza per la sua rinascita e per consentirle di avanzare verso i livelli delle regioni più progredite e fortunate.
Portovesme 30 ottobre 1960

 

Recentemente, in una cittadina del Sulcis, le campane hanno suonato “a morto” per la Sanità. In realtà la Sanità non è morta. E’ stata trasformata e il suo funzionamento suscita perplessità.
Nella nostra ASL 7 il percorso in discesa iniziò alla fine degli anni ‘90. Un esperto economista, di formazione bocconiana, parlando al popolo riunito dei dipendenti della ASL 7, nell’aula “Velio Spano” di Carbonia, spiegò che gli ospedali, nati per produrre “sanità”, avrebbero iniziato ad essere gestiti esattamente come si gestiscono le fabbriche che producono “bulloni”. Secondo le direttive, che stavano arrivando dagli esperti del Governo, i nuovi direttori delle ASL avrebbero dovuto ottenere risultati di “efficienza ed efficacia” attraverso metodi di tipo manageriale. Con questo significava che si doveva ottenere gli stessi risultati già ottenuti spendendo di meno e risparmiando sul numero dei dipendenti (medici, infermieri, amministrativi, tecnici) e sui posti letto. L’altra parola chiave per capire il nuovo metodo di gestione fu “accentramento”: i servizi distribuiti nei territori dovevano venire accentrati e unificati in un’unica sede. Ciò venne fatto e la Sanità “concreta” che avevamo fino ad allora conosciuto, fatta di malati, medici e infermieri, ridotti di numero col blocco delle assunzioni, cominciò a sciogliersi.
La Sanità ospedaliera di Carbonia ed Iglesias venne sminuita progressivamente e avvenne un fenomeno simile a quello che avviene ad un blocco di ghiaccio che si scioglie: divenne sfuggente come un “liquido” che sfugge tra le dita delle mani.
Il metodo di “liquefazione” dei servizi e della stessa struttura sociale non si limitò al campo sanitario. Stava avvenendo uno scambio di valori in molti settori del vivere comunitario. I nuovi economisti avevano invertito la scala di precedenza dei due scopi del lavoro umano: la soddisfazione dei bisogni dell’uomo e l’arricchimento. Il primo posto venne dato all’arricchimento, il secondo venne dato alla soddisfazione dei bisogni umani. L’inversione modificò radicalmente lo scopo per cui esistevano gli Ospedali. Non più la soddisfazione del bisogno dei singoli richiedenti assistenza ma il risparmio e l’incasso. I medici vennero obbligati a fare corsi per imparare a incassare di più con i DRG (metodi di pagamento delle prestazioni). Si iniziò a spendere di meno per il Welfare-state e si ridussero le risorse ad esso necessarie. Il metodo ignorava il fatto che, comunque, i bisogni dell’uomo sono insopprimibili e che, prima o poi, ottengono soddisfazione, ma a costi maggiorati. Il professor Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e professore all’Università di Leeds nello Yorkshire, venne incuriosito da questo nuovo metro dato ai valori umani e definì la nuova società che si stava formando “società liquida”.
Così definiva la precarietà delle istituzioni in continuo mutamento, e le relazioni umane divenute assolutamente instabili. Secondo Zygmunt Bauman l’instabilità del contesto sociale, in cui la solidarietà perde peso, consente lo sviluppo dell’individualismo dilagante. In tale contesto la perdita di fiducia nelle relazioni viene peggiorata dalle nuove tecnologie che alimentano una paradossale forma di isolamento digitale. Gli effetti della “modernità liquida”, come descritti da Zygmunt Bauman, si manifestano diffusamente nei rapporti con il lavoro, con la politica e i servizi sociali, e perfino nei rapporti all’interno dalla stessa famiglia e della coppia (la “coppia liquida”). Ne è conseguita anche la crisi progressiva dei partiti politici e dei sindacati, anch’essi progressivamente “liquefatti” e sfuggenti. I rapporti sociali finiscono per sfuggire al controllo dei cittadini, sia come singoli che come comunità all’interno delle grandi strutture sociali, come la sanità pubblica, e diviene molto difficile sovvenire sia ai propri bisogni che a quelli degli altri.

Fenomeni sociali come questo hanno bisogno di molti anni per maturare. Nel sistema sanitario-ospedaliero del Sulcis Iglesiente i passi della disgregazione liquefazione) del sistema sanitario sono avvenuti con una successione storica che è utile ricordare nel caso si volesse porvi riparo. L’ospedale Sirai, insieme all’intera città neocostruita di Carbonia, fino al 1946 era proprietà aziendale della ACAI e della Società Carbonifera Sarda. Quando la città divenne un Comune, l’ospedale passò sotto il suo controllo. Divenne Ente Ospedale Comunale, presieduto dal Sindaco, fino alla Grande Riforma di Tina Anselmi del 1978. Similmente avvenne con gli ospedali di Iglesias. Nacquero così la USL 7 (Carbonia) e la USL 16 (Iglesias). Gli Ospedali che erano allora proprietà dei Comuni divennero proprietà dello Stato ma vennero affidati alla amministrazione dei Comitati di Gestione, espressione di tutti i Comuni del Sulcis e dell’Iglesiente.
A dicembre 1992 il Governo legiferò producendo una nuova riforma sanitaria: la 502/1992 di Francesco de Lorenzo. Questa abolì i Comitati di Gestione eletti dai Comuni territoriali; trasformò le USL in “Aziende” e pose a dirigerle un “manager”. Figura monocratica nominata dalla giunta regionale. Le modifiche apportate da questa Riforma ebbero l’effetto di sottrarre del tutto, sia gli ospedali che la rete sanitaria territoriale, dal controllo dei Comuni. Fu il primo atto di dissociazione (liquefazione) del Sistema sanitario ospedaliero del Sulcis Iglesiente dal suo territorio. Nel 1999 la ministra Rosy Bindi, con la sua riforma n. 229/1999 confermò e rafforzò l’evoluzione in senso aziendale autonomo delle ASL. Per effetto di quella legge aumentava ulteriormente l’indipendenza aziendale e, contemporaneamente, i rappresentanti politici del territorio venivano radicalmente esclusi dal controllo della gestione sanitaria. Lo scopo virtuoso, dichiarato dal legislatore, era il mantenimento dell’equilibrio di bilancio. Gli effetti avversi collaterali che invece si produssero furono esattamente quelli previsti da Zygmunt Bauman: il controllo della Sanità sfuggiva dalle mani dei cittadini e dei loro rappresentanti politici. Oggi sia i sindaci che i cittadini non hanno più strumenti concreti per interferire a proprio vantaggio nella gestione della ASL. Il Sistema oggi è sotto il controllo totale di altri enti regionali (Assessorato e ARES) che hanno accentrato tutte le funzioni amministrative di programmazione, spesa e controllo.
Ai tempi degli Ospedali controllati dalle Amministrazioni Comunali locali, tra Carbonia e Iglesias esisteva una dotazione di 750 posti letto. Il Sirai di Carbonia ne aveva 384. La Chirurgia Generale del Sirai era dotata di 86 posti letto. La Medicina (I e II) ne aveva 130. Gli altri posti letto erano distribuiti tra Maternità, Pediatria, Ortopedia, Psichiatria, etc. Con le riforme che seguirono i posti letto ospedalieri vennero ridotti progressivamente a 24 in Chirurgia e a 30 circa in Medicina. La riduzione di posti letto (per acuti) ha comportato una minore necessità di Personale sanitario specializzato nei nostri ospedali. Il Personale ritenuto eccedente, una volta eliminato, non è stato più ripristinato; ciò rende impossibile riattivare i letti precedenti. Oggi i posti letto totali sono un centinaio a Carbonia e altrettanti ad Iglesias. Dai 750 posti letto dell’inizio di queste operazioni di “razionalizzazione” oggi ne mancano 550 circa. I pazienti non acuti finiscono nelle RSA o in altri ospedali, sia privati che pubblici di Cagliari e del Continente. Oltre alla diminuzione di posti letto è stata eseguita la soppressione funzionale di altri reparti come Pediatria, Ostetricia, Urologia, Traumatologia, Neurologia. Per alcuni di questi servizi specialistici è stato applicato il principio dello “accentramento” dei posti letto ad Iglesias. Ciò comporta certamente un risparmio economico nell’immediato. In futuro questo supposto risparmio si ritorcerà contro il bilancio della nostra ASL 7 perché quei pazienti che non hanno trovato posto si sono ricoverati presso altre strutture che dovranno essere ripagate. Alla fine dei conti, questa operazione avrà un costo molto alto. Abbiamo solo spostato il luogo dove si spendono i soldi: a Cagliari. I disagi conseguenti sono enormi.
Quelle leggi (Francesco De Lorenzo e Rosy Bindy) hanno avuto lo scopo di controllare la spesa sanitaria, in realtà hanno prodotto incertezza del servizio sanitario, delocalizzazione dei servizi, e mancate assunzioni (fenomeno dannoso quanto lo sono i licenziamenti).
Oggi ci troviamo con poco personale in pianta stabile e con molte convenzioni libero-professionali sia con medici dei Pronto Soccorso sia con agenzie interinali che ci prestano il loro personale per servizi come il CUP, le manutenzioni e altre attività essenziali.
Le cucine e la lavanderia vennero soppresse in passato e i loro servizi vennero dati in appalto a società esterne.
Tutto questo avrà pure degli ipotetici vantaggi ma sicuramente ha lo svantaggio di aver destrutturato un organismo complesso come quello dei nostri ospedali che erano completi e capaci di vita autonoma. Se i servizi esterni dovessero chiudere all’improvviso, per i motivi più disparati (immaginiamo uno stop ai servizi di cucina o di lavanderia) dovremmo chiudere gli ospedali. La precarietà strutturale in cui si trovano i nostri ospedali è stata ideata per un fine utile, necessario e aderente alla nuova modernità: tutto vero. Purtroppo, è anche vero che la struttura ideale di ospedale come unica entità autosufficiente, come fu in passato, e come dovrebbe essere in caso di grandi calamità o guerre, non esiste più. Oggi è una struttura che si trova in costante precarietà e instabilità, e suscita una motivata preoccupazione.
Se si ammette la fondatezza di queste osservazioni si deve concludere che il problema fondamentale del Sistema sanitario non sta nella mancanza di finanziamenti, o di medici e infermieri, ma sta soprattutto nell’instabilità strutturale, “liquida”, dell’intera organizzazione sanitaria.
Probabilmente abbiamo necessità di restituire agli Ospedali la loro struttura integrale nella dotazione di personale e servizi, caratterizzata da autonomia e autosufficienza.
Si potrebbe iniziare coll’assumere in pianta stabile tutto il personale precario, ma necessario. Si potrebbe continuare col ridare una funzione di controllo ai Sindaci all’interno della ASL. Così pure sarebbe auspicabile restituire ai primari la loro posizione gerarchica all’interno dell’apparato gestionale con funzioni di consulenti costanti della Direzione sanitaria, di quella Amministrativa e del Consiglio provinciale dei sindaci. Queste poche cose inizierebbero a restituire “concretezza” all’apparato sanitario ospedaliero pubblico.
Per quanto riguarda la Medicina di base esistono soluzioni già sperimentate.

Mario Marroccu

1 Silenzi

Desidero fare una premessa. Quando Velio Spano morì, nel 1964, io lo sostituii nel Consiglio Comunale di Carbonia. Ero la prima dei non eletti, indipendente nella lista del P.C.I. Velio Spano era stato un protagonista di grande rilevanza nella politica internazionale. Aveva avuto un’esperienza politica tunisina e mediterranea, come fuoriuscito nel fascismo. Nel postfascismo di Carbonia aveva diretto positivamente un lungo e difficile conflitto politico e sindacale. Nel 1956 e durante il risveglio dei movimenti di liberazione anticoloniale, era stato responsabile della sezione esteri del P.C.I. Nel 1958 era diventato segretario del movimento italiano e membro della presidenza dell’organizzazione mondiale per la pace. Accadde anche che fosse sostituito nel Consiglio Comunale di Carbonia da una sbiadita e inesperta ragazzina di 24 anni.
Nel 1964 ero una piccolissima briciola politica che si imbatteva nei cascami del fascismo residuale, che in certi ambiti di Carbonia perdurava. Mi pagavo gli studi universitari con supplenze precarie, a nomina dei presidi. In una scuola media, con un preside che si diceva liberale, ero sempre prima in graduatoria, ma non venivo mai chiamata per supplenze, date le mie posizioni di sinistra. Residui di autoritarismo fascista erano ben presenti a Carbonia quando Velio ne scriveva e durarono anche dopo la sua morte.
Era di plateale evidenza la mia inesperienza. Tacqui al momento in cui lo sostituii, per evitare ogni inutile retorica. Nadia lo ha avvicinato a me, offrendomi certe sue dimensioni di vita personale e familiare, e facendomelo sentire vicino e amico. Oggi voglio personalmente onorare Velio Spano dicendo quanto egli ha contribuito a farmi diventare una orgogliosa e ostinata comunista italiana, ancora impegnata per realizzare compiutamente la nostra costituzione, egualitaria e pertanto antifascista.
A Carbonia non eravamo tutti comunisti. Neppure nel 1948, anno di grandi conflitti. Nanni Balestrini, invece, nel 1971 scrisse di Carbonia. Narrò la storia di un minatore da lui intervistato e usò un titolo totalizzante: Carbonia. Eravamo tutti comunisti. Questo testo fu presentato con una versione in inglese nel 2012 all’interno di Documenta, una rassegna artistica internazionale, a cadenza quinquennale, che si tiene a Kassel. Il protagonista fu partigiano, prigioniero dei tedeschi e poi nei lager. A Carbonia lavorò in miniera e del lavoro dice: quello del minatore è un lavoro duro dove la persona s’imbestialisce (p. 36).
L’imbestialirsi appare un esito lavorativo obbligato e al lavoratore assoggettato rimane la violenza.
In breve, il protagonista appare estraneo alla dimensione democratica e profondamente autonomistica suscitata da Velio Spano nelle lotte operaie del bacino carbonifero. Sono celati differenti esperienze dei minatori i quali, proprio nel vivo di quelle lotte autonomistiche si fecero soggetti autonomi rifiutando gli esodi con super-liquidazione, che il suo protagonista invece accettò. In breve, l’autore e l’opera non hanno dato a Carbonia né verità né lustro, in tale prestigiosa occasione.
Vorrei partire da una personalissima dimensione di Velio nei giorni finali della “non collaborazione” dei 72 giorni che durò dal 7 ottobre al 17 dicembre 194: quella dei suoi silenzi.
Nella sua autobiografia pubblicata nel 2005, Mabrùk. Ricordi di una inguaribile ottimista (che può essere tradotto benedetto o benedetta secondo il termine di indirizzo, oppure congratulazioni secondo il contesto o l’occasione), a pagina 323 Nadia parla del «preoccupato silenzio» quando Velio e Pietro Cocco stavano insieme mentre la vertenza non si chiudeva. Nadia me li ha raccontati come “terribili silenzi”. Nel dialogo spontaneo diceva qualcosa di assai più toccante.
I “terribili silenzi di Velio”, dopo la sconfitta delle sinistre del 18 aprile e l’attentato a Togliatti del 14 luglio di quel 1948 con le sue rischiose conseguenze, probabilmente dicevano di rischi politici che erano anche rischi vitali per il futuro di migliaia di persone, rischi che si addensavano oscurando infine quella lunga e drammatica vertenza che riguardava particolari rischi patiti. Vi invito a riflettere con me sul ruolo di Velio e di Nadia sia sul patire comune e sia sulle strategie di solidarietà democratica realizzate nei conflitti sociali e politici presenti a Carbonia localmente, ma di scala assai più ampia.

2 Oltre i silenzi. Nei discorsi “carboniesi” di Velio la cruciale matrice gramsciana

Possiamo trarre certi elementi che nutrivano quei silenzi, in una certa misura, specialmente dai “discorsi carboniesi” di Velio, in cui appare evidente una matrice gramsciana. Un esempio si trova nel libro edito da Antonello Mattone nel 1978, con titolo assai eloquente Per l’unità del Popola sardo, quando Velio afferma:
La parola centrale dell’azione di Gramsci diventa la parola UNITA’…(egli) costruiva per l’avvenire…Egli proiettava la sua opera al di là della morte. Possiamo pertanto, a mio avviso, accostare Spano a Gramsci precisamente su due versanti messi in opera da entrambi: il primo versante riguarda l’obiettivo di perseguire l’unità popolare, il secondo l’orizzonte dell’operare per l’avvenire.
Propongo questo accostamento di fondo, come un modo utile per portare con noi sia Antonio Gramsci e sia Velio Spano oltre la memoria, proiettandoli insieme nel presente della nostra contemporaneità.

3 Con Velio per lavoro e vita e per vita e lavoro. Solidarietà umana e politica nella “non collaborazione”

Carbonia e il bacino carbonifero ebbero un ruolo assai rilevante nelle vicende del secondo dopoguerra e nel corso dei processi di concentrazione monopolistica e finanziaria delle imprese. Tali processi erano ben noti a Velio che mostra di conoscere, per esempio, il lavoro di Pietro Grifone, edito nel 1945 con il titolo Il capitale finanziario in Italia. Tuttavia, nei suoi discorsi egli metteva particolarmente in luce non solo il versante dei processi di concentrazione capitalistica, ma specialmente il versante degli effetti di tali politiche monopolistiche sulla vita quotidiana della popolazione. Inoltre, egli poneva in evidenza la prosecuzione della corruzione e della repressione, imperanti come forme continuative del fascismo. Infine, portava in vista la continuità storica della miseria e della fame che continuava a colpire persone e popolazioni locali nell’Isola. Egli affermava in modo assai radicale, come appare a pagina 60 nel testo di riferimento:
Si tratta, per la Sardegna, di una questione di vita o di morte.
A pagina 71 dello stesso libro si leggono frasi che purtroppo evocano una certa attualità sarda e nazionale, sui salari insufficienti per vivere: I sardi lavorano. Ma i sardi hanno fame.
Nell’Isola, durante il dopoguerra di fame e la politica repressiva del governo Scelba, le potenziali ricchezze del carbone sulcitano, che era servito «in vista della guerra e poi per la guerra», offrivano nuove opportunità per assumere caratteristiche inedite e valide in tempo di pace. Il carbone sulcitano, infatti, poteva valere in modo storicamente innovativo diventando materiale per nuovi usi chimici, rispetto ai suoi storici usi combustibili: poteva essere valorizzata proprio la presenza di azoto, penalizzante invece nella combustione.
Gli aspetti tecnici ed economici erano stati ben studiati e avevano ottimamente preso corpo soprattutto nel secondo Progetto Levi, incentrato sull’uso chimico-industriale del carbone e volto a superare il disordine aziendale imperante. Spano ne riferì assai puntualmente nella rivista «Rinascita», pubblicata nel dicembre del 1948. Il piano dell’ingegner Levi, presidente dell’Azienda Carbonifera, era avversato dal monopolio chimico della Montecatini che aveva vari alleati fra i dirigenti delle miniere carbonifere sarde, come il fedelissimo direttore generale della stessa Azienda Carbonifera, l’ingegner Spinoglio, che preferiva assecondare «l’imbelle politica» dei finanziamenti a fondo perduto, a scapito dei progetti di rilancio produttivo.
Richiamo fatti ben noti, per sottolineare che Spano, nelle vicende della “non collaborazione” dei minatori, metteva in luce certe connessioni fra vari aspetti convergenti nella crisi produttiva aperta.
In prima istanza egli faceva emergere l’intrigo del monopolio chimico, che incombeva sul bacino carbonifero, agevolato da certi vertici della stessa Azienda Carboni Italiani. Inoltre, mostrava come la direzione aziendale non collaborava con i lavoratori per lo sviluppo industriale carbonifero e contribuiva invece ad affossare le prospettive positive. Il primo indirizzo critico riguardava le complessive inadeguatezze e debolezze, fino ai reali sabotaggi, di certi dirigenti aziendali. Dall’altro lato Velio rimarcava le scelte antisociali che l’azienda preferiva per realizzare economie, adottando misure che incidevano sui livelli di vita delle persone che vi lavoravano e delle loro famiglie.
Presentando dettagliatamente i conti della spesa, Velio provava che i provvedimenti aziendali rendevano precarie le condizioni di vita per quanti non accettavano le super-liquidazioni e le smobilitazioni con un premio di 30.000 lire.
Consideriamo con Velio, e anche un po’ con la pertinente antropologia dei poteri del filosofo Michel Foucault, i salari di quel tempo in rapporto agli aumenti del costo della vita imposti dall’Azienda come insufficienti per vivere. Un alloggetto che era costato 63 lire al mese costava poco più del doppio, 132 lire. Un posto-letto per scapolo costava ogni giorno quel che prima costava ogni mese. I sei quintali di carbone concessi erano stati ridotti a quattro. Il prezzo del carbone era stato aumentato da 12 a 300 lire, quello della corrente elettrica da una lira e mezzo a dodici lire. Tali aumenti costituivano una brusca e forte riduzione del salario per una media di 1500-2000 lire mensili, con vari rischi di sopravvivenza a seconda del numero e dei bisogni dei familiari. Si era nel campo dei poteri di vita, drasticamente ridotti ai lavoratori e alle loro famiglie.
Per chi restava al lavoro le misure imposte dall’Azienda riguardavano in particolare nuovi criteri di applicazione dei cottimi. Inasprire i cottimi significava accelerare il lavoro a scapito dei tempi da dedicare all’attenzione lavorativa e pertanto alla prevenzione dei rischi vitali. Per quanto riguarda i cottimi, la direzione aziendale che era riuscita a modificarne l’applicazione a proprio vantaggio con vari colpi di mano: sia eludendo la vigilanza delle Commissioni interne e sia con la complicità di un Comitato di Gestione addomesticato con la corruzione di qualcuno e con l’ingenuità di qualche altro, oppure evitando di convocare i membri effettivi e facendo invece partecipare i supplenti più docili. Niente era stato fatto, invece, per migliorare le condizioni di lavoro, per rinnovare le attrezzature, per eliminare gli sprechi, per eliminare il disordine amministrativo, per ovviare agli errori tecnici, per utilizzare i residui sterili.
Queste erano le informazioni che Velio Spano diffondeva sulle difficoltà di poter vivere e del poter lavorare in sicurezza nell’Azienda. I poteri di vita dei minatori erano limitati per un verso con l’aumento dei costi di beni primari per vivere (affitti, luce, riscaldamento) per l’altro verso con i cottimi che, accelerando il lavoro, indebolivano l’attenzione verso i rischi lavorativi.
I vari cottimi minerari, denominati o meno Bedaux, avevano un’ascendenza mondiale che faceva capo alla cosiddetta Organizzazione Scientifica del Lavoro, al Taylorismo e al fordismo americano. Richiamo solo le note di Gramsci su Americanismo e fordismo. I principi di accelerazione del lavoro con un modello unico imposto di lavoro accelerato, riguardavano un cambiamento epocale mondiale. In miniera, a giudizio dei minatori carboniferi più accorti, significava instaurare pratiche da “bestia lavorante” che non pensava autonomamente al valore della vita condivisa.
I migliori minatori, i “maestri” nelle miniere carbonifere avevano invece creato pratiche autonome di attenzione ai rischi, sempre più condivise e validate. Le pratiche diffuse da tali minatori erano alternative rispetto ai bestiali e rischiosi cottimi accelerati e costituivano un alternativo modello culturale di lavoro ragionato, produttivo di spazio e di tempo vitali, insieme al minerale. L’impegno di Velio contro i cottimi stabiliva una particolare solidarietà culturale e politica con le pratiche e i modelli lavorativi vitali che si diffondevano fra i lavoratori di miniera.
La “non collaborazione” dei minatori affrontava anche il nodo dei poteri di vita nella parte che contrastava i rischiosi cottimi. Nel 1948 erano morti in miniera 9 operai. L’ultimo perì durante la vertenza, il 5 ottobre. I funerali dei morti in miniera esprimevano e costituivano una solidale comunità di dolore condiviso. Erano performativi. Producevano speciali solidarietà.
La vertenza in atto riguardava complessivamente i biopoteri alimentari e lavorativi. Nel verbale di accordo che concludeva la lunga vertenza, il punto 5 riguardava interventi negli spacci aziendali con funzioni calmieratrici per l’acquisto di generi alimentari, il punto 6 stabiliva la revisione concordata dei cottimi.


Sia sul versante dei costi per i beni primari di vita e sia per i cottimi, si giunse per certi versi con Velio Spano in un campo, assai avanzato, di lotta per i diritti umani alla vita la cui Dichiarazione avvenne il 10 dicembre del 1948, mentre la lunga agitazione pareva estendere fino a lì la portata del proprio campo conflittuale. D’altra parte, quando l’azienda licenziava, restare senza lavoro costituiva un differente rischio di salute e di vita limitata in altri modi.

4 Fra i silenzi di Velio e i discorsi di Nadia: solidarietà di genere e solidarietà fra i generi

Nei licenziamenti erano comprese le donne, come Spano denunciava e come compare a pagina 103 del prezioso libro di Mattone: Hanno continuato operando licenziamenti a danno, non degli elementi superflui, ma degli elementi e delle categorie più deboli, p. es. le donne.
Le donne sono a questo punto nominate per la prima volta e appaiono in questi scritti quasi come un non detto. Possiamo vedere tali silenzi negli scritti di Velio, storicizzandoli adeguatamente come limiti politici. Possiamo considerarli per certi versi come complementari al sorgere di autonomi movimenti progressisti di donne, come per esempio l’Unione Donne Italiane, a cui non era estranea Nadia Gallico Spano, compagna e moglie di Velio. Tuttavia, la stessa Nadia ci aiuta forse a capire meglio tali questioni quando, scrivendo Mabrùk, a pagina 310 afferma:
Per noi, donne comuniste, l’attività quotidiana era estremamente difficile anche perché, come ho già detto, nel Partito molti attribuivano al voto delle donne la grave sconfitta elettorale dell’aprile 1948. Per anni ci siamo sentite accusare di aver favorito la vittoria della Democrazia cristiana. A parole i compagni riconoscevano l’importanza di un’azione tra le donne, ma questa veniva affidata esclusivamente a noi; se i risultati non erano evidenti e ottenuti in tempi brevi, venivamo tacciate d’incapacità.
Vorrei condividere un breve colloquio, donatomi da Nadia il 30 giugno del 1972, in cui risalta l’impegno democratico delle donne di Carbonia contro la fame e contro la grave povertà infantile: problema non estraneo alla nostra contemporaneità
Mi ricordo dei bambini. Dunque dovettero essere trasferiti in continente nel gennaio del Cinquanta. Mi pare, dopo lo sciopero dei 72 giorni. Fu frutto, naturalmente dell’organizzazione. Il trasferimento avveniva tramite l’UDI (Unione Donne Italiane), il sindacato e il partito locale, ma anche dei paesi ospitanti….
Quando c’erano lotte, sul piano sindacale di particolare importanza, allora risorgeva l’iniziativa. Ora se vogliamo è specifico di Carbonia e nello stesso tempo non lo è. Faccio un esempio: quando le donne di Carbonia si ponevano tra i minatori e la polizia non è che lo facessero perché in Emilia si è fatto così, ogni volta si ricrea la tradizione e si rinnova in forme specifiche. Comunque, dobbiamo dire che la polizia non le risparmiava, perché la polizia in quel periodo si scagliava indistintamente su donne, bambini, senza risparmiare nessuno
Nell’ordine del suo discorso, Nadia sembrava accostare o intrecciare due ordini di rischi: sia i rischi della fragilità dell’infanzia povera per la crisi alimentare, nella drammatica condizione delle famiglie operaie durante la cruciale vertenza con l’Azienda, e sia i rischi della repressione poliziesca durante le manifestazioni democratiche. Su entrambi i rischi affrontati delle donne carboniesi vorrei richiamare una particolare attenzione.
Le esperienze di ospitalità dei bambini carboniesi “in continente”, in realtà, erano un’espansione di precedenti e più limitate esperienze locali, come appare dallo spoglio del quotidiano comunista. Il 10 settembre 70 bambini erano partiti da Carbonia, ospitati da famiglie contadine per la “vendemmia della solidarietà” dedicata ai bambini vittime della politica scelbiana. Il 14 settembre erano diventati 85. L’Unità del 18 settembre denunciava che con 20.600 lire di salario non era possibile andare avanti. Il 23 di quel mese i bambini di Carbonia, ospitati dalle famiglie contadine della provincia, attraverso il quotidiano comunista, mandavano saluti ai parenti lontani con una foto.

Poco più di due mesi dopo, 19 novembre, mentre si dispiegava l’offensiva aziendale con il dimezzamento delle paghe, 105 bambini di Carbonia erano scelti per essere ospitati “in continente”. La decisione fu presa nel Convegno nazionale dell’UDI, svoltosi a Firenze. Nadia Spano aveva sollecitato nuove solidarietà per le lotte di Carbonia.

Ospitalità e aiuti economici furono decisi allora, insieme a beni alimentari e igienico-alimentari.

Solidarietà democratiche inizialmente a scala regionale si estesero, per opera delle donne, a livello nazionale con i bimbi di Carbonia. Quasi una settimana prima, il 13 novembre, uno sciopero di 24 ore era stato realizzato in tutte le miniere d’Italia in solidarietà con i lavoratori e la popolazione di Carbonia.
La solidarietà di donne a Carbonia e verso Carbonia risultò forte ed estesa, ma non fu l’unica dimensione dei loro modi d’agire democratici. L’agire solidaristico delle donne non deve occultarne l’intersezione con i comportamenti di fronteggiamento, di contrasto, di opposizione realizzati in proprio e per sé dalle donne stesse contro la repressione poliziesca messa in campo dal Commissario di P.S., ex repubblichino Antonio Pirrone, giunto in città il 19 giugno 1948 che non risparmiava donne e bambini.
Per spiegarmi sulla portata degli scontri delle donne con le forze dell’ordine, anticipo un fine antropologo inglese ancora vivente, Tim Ingold. Egli ci aiuta a vedere che tali donne, mentre operavano nella sottomissione difendendosene in prima persona, agivano attivamente anche su altri piani: sia sulla sottomissione stessa per indebolirla e sia su di sé per affermarsi come soggetti di autonomia e di libertà.
Egli giunge ad affermare acutamente che «il fare nel subire è opposto al subire nel fare». L’attiva padronanza su di sé nelle e contro sottomissioni sprigiona, secondo Ingold, certe capacità di autogenerarsi come persone libere. Il fare per trasformare le sottomissioni è perfino particolare cura di sé, secondo questo antropologo: crea infatti autonomamente un proprio sé di valore, valorizzato nel proprio agire.

Quando Nadia afferma che le donne avevano affinato le proprie capacità democratiche nel concreto agire solidale che non si limitava alla denuncia della fame, possiamo trovarvi il senso delle analisi fatte da Foucault sugli affrontamenti anti-autoritari che realizzano l’emergere di soggettivazioni autonome.
Possiamo rilevarvi anche certe prossimità con le analisi di Ingold che analizza l’agire contrastivo nelle e sulle sottomissioni: un agire specifico che produce d’umanità e che fa umanità contenendo le oppressioni e gli oppressori violenti.
Le donne di Carbonia realizzavano non solo solidarietà democratiche con i lavoratori in lotta, ma anche autonome strategie, in un processo autonomo di sviluppo democratico personale e collettivo. A partire da certe reazioni spontanee dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio nel 1948, esse erano diventate protagoniste non solo nelle dimostrazioni di piazza e nei cortei con repressioni violente, ma anche imputate nei tribunali, recluse nelle carceri, elette nelle istituzioni locali come rappresentanti del popolo. In gran parte ciò era avvenuto attraverso le loro esperienze in contrasto con Pirrone.
Ai fatti di Carbonia del 22 luglio che seguirono l’attentato parteciparono due donne, con l’assalto ai magazzini di Multineddu: Scanu Giulia e Masala Lucia. Non fu un atto di semplice vandalismo. Sarebbe riduttivo. Possiamo anche intravvedervi una logica di proprio contrasto rabbioso contro la stessa Azienda Carbonifera. Egli, infatti, vendeva a prezzi non concorrenziali e maggiorati avvalendosi dei cosiddetti boni fidus, moneta cartacea privilegiata e garantita dall’Azienda che aveva come antecedenti i noti ghignoni diffusi nelle zone minerarie inglesi e usati agli inizi del secolo a Bacu Abis, come ho ricordato lì. Alla rabbiosa devastazione delle Acli, vista come organizzazione fiancheggiatrice della politica aziendale, parteciparono sei donne. Con la sentenza del 24 dicembre del 1949, dopo quasi un anno e mezzo di carcere, due furono assolte: Farris Antonietta e Osanna Genoveffa. Quattro furono invece condannate a 2 anni e 6 mesi di reclusione: Caddeo Eleonora, Pazzaglia Teresa, Pusceddu Cicita, Ledda Luciana. Quest’ultima aveva partorito in carcere.
Per i fatti di Bacu Abis dello stesso luglio dall’Arma dei Carabinieri furono denunciate 8 donne. Furono in seguito rinviate a giudizio 11 donne e furono condannate in 13, sia pure con pene lievi, per aver invaso la sede del partito sardista con violenze e minacce: Aracri Rosa, Bonavento Vitalia, Cadeddu Assunta, Dessì Rosa, Diana Angela, Farris Carmela, Locci Angela, Pinna Francesca, Putzu Barbara, Putzu Petronilla, Sanna Beatrice, Scanu Maria Rosa, Valdés Gisella. Fu una prima fase di spontaneismo, come in altre parti d’Italia.
Nadia parlava esplicitamente di lotte delle donne di Carbonia per il lavoro e per la vita nel libro collettaneo Cari bambini vi aspettiamo con gioia nelle pagine 126-129. Nel suo libro autobiografico, a pagina 325, Nadia Gallico Spano diceva ancora di quelle lotte cittadine definendole per il diritto alla vita e al lavoro. Il diritto alla vita risultava allora in primo piano. pagina 310, Nadia ricordava con orgoglio la combattività delle donne di Carbonia, meglio organizzata sul piano democratico. In particolare, nominava Graziella Marongiu, che divenne moglie di Licio Atzeni poi segretario della Federazione del Sulcis. Ricordava anche Peppina Salaris che divenne consigliera comunale e molti di noi chiamavano Peppina Nieddu.
In quelle popolari lotte cittadine le donne facevano la loro parte importante contro i poteri che limitavano o mettevano a rischio la vita delle persone, affrontando con inedito coraggio le violenze poliziesche quando partecipavano alle manifestazioni per diritti umani vitali. Velio lo sapeva bene.
Le donne di Carbonia in quegli anni seppero andare in prima fila nei cortei fronteggiando le cariche delle forze dell’ordine, ma impararono anche a nascondersi nei cespugli, quando era possibile, per sottrarsi alle violenze delle cariche poliziesche ordinate per sciogliere i comizi dal commissario di P.S. Antonio Pirrone, ex repubblichino, condannato e riabilitato in un clima fin troppo indulgente del post fascismo. Su di lui a Carbonia ho appreso informazioni importanti dal prezioso testo inedito di Alberto Vacca, La repressione del commissario Pirrone contro i comunisti nella città di Carbonia (1948-1949). Egli sciolse così il comizio di Velio il primo settembre del 1948, quello di Nadia il 28 agosto del 1949, quello di Dessanay il 16 ottobre dello stesso anno provocando proteste parlamentari a livello nazionale e regionale. Giunto a Carbonia il 19 luglio del 1948, fu trasferito dalla città il 31 agosto 1949. Fu un tempo assai breve ma, nel ricordo delle molte persone con cui ho parlato, quel tempo era straordinariamente lungo per le violente limitazioni alla libertà subite. Nadia parla delle manganellate da lui ordinate senza risparmiare donne e bambini nella sua autobiografia, a pagina 322. Velio lo sapeva bene.


Dei racconti avuti in città sulla fame rischiosa patita e sulla solidarietà politica incentrata su Velio posso offrire ora solo pochissimi frammenti: mia madre era sempre malata, a capogiro, e il medico diceva sempre che era denutrizione. Erano anni di fame e malattie. in via M ci sono tante famiglie; ci conosciamo dalla A alla Z: una vita uguale alla nostra…La miseria dava una coscienza… Una volta mia zia mi ha portato a uno sciopero, a Bacu Abis… era un corteo soprattutto di donne…Nei periodi di fame non si trovavano neppure erbe selvatiche, era tutto cercato… Eravamo in questo i più attivi della strada, specialmente mia sorella
la figura di Velio Spano come dirigente era popolare perché si spingeva nella lotta ed era sempre fra gli operai… Qui non c’è l’affetto come in paese, ma c’è l’unità politica… L’arresto mio, per esempio, comportava anche il licenziamento. Ma molti, come per i 72 giorni, sono riusciti a ottenere che fossero riassunti. E questa fu una vittoria. Non si sarebbe potuto fare, se gli operai non fossero stati convinti di avere ottenuto un successo.
Le donne democratiche di Carbonia andavano avanti con Velio e con Nadia Spano realizzando un’autonomia che partiva da sé stesse e incrociava gli operai nelle intersezioni delle esperienze subite. Si agiva insieme per indebolire chi limitava o negava sia una vita sicura e sia le libere manifestazioni di dissenso al malgoverno aziendale con proposte alternative. Tali donne creavano nuove solidarietà di genere e nuove solidarietà fra i generi per il proprio avvenire e per quello della città, del territorio locale e regionale e anche oltre, con l’obiettivo di creare una sicurezza vitale che toccava la pace diffusa.
L’asse politico generativo della solidarietà fra i generi riguardava gli innovativi usi pacifici del carbone, allora chimici, incentrati nel Progetto Levi. Gi usi innovativi del carbone come materiale non combustibile e delle stesse miniere è un tema assai attuale e ha nuove declinazioni: dal progetto Aria a una serie di nuovi progetti che vengono elaborati, per esempio, a Nuraxi Figus. Tali progetti non risultano al centro di un dibattito pubblico ampio e diffuso per scelte popolarmente condivise. Non appaiono come punti forti di orientamenti istituzionali per il futuro del territorio carboniese, sulcitano e regionale. Manca la riconoscibile visibilità dei partiti della sinistra, impegnati per innovare il piano produttivo, il piano istituzionale, il piano della rappresentanza degli interessi popolari, che risultano lasciati alla deriva populista. Vari sindaci appaiono soli e costretti a microfisiche mediazioni politiche, in assenza dei partiti. C’è molto da fare dopo le macerie delle rottamazioni e nell’avanzare delle tracotanze autoritarie.
Velio e Nadia sono qui con noi ora. E saranno entrambi presenti, ne sono profondamente convinta, in tutti i nostri impegni di pace con una nuova unità democratica per un futuro vitale condiviso: impegni in cui sappiamo trarre forza e orgoglio dalle storiche esperienze fatte con entrambi, per rigenerare e irrobustire noi stessi e le sinistre, insieme alla città e al territorio, portando a pieno compimento la Costituzione Italiana.

Paola Atzeni

Giovedì 10 ottobre, nella sala riunioni della Sezione di storia locale, nella Grande miniera di Serbariu, a Carbonia, si terrà un incontro dibattito per ricordare Velio Spano, a 60 anni dalla sua scomparsa.

La figura di Velio Spano e le vicende storiche della città di Carbonia, sono strettamente connesse. Velio Spano, proveniente da un impegno politico ultra ventennale, che lo ha visto già nei primi anni venti, iniziare la sua militanza politica, a contatto col gruppo dirigente del Partito Comunista d’Italia (Gramsci, Terracini, Togliatti, ecc…), il carcere e le condanne del Tribunale Speciale Fascista. Il suo impegno prosegue nell’emigrazione politica in Francia, nella guerra civile in Spagna, nella Tunisia del governo fantoccio di Vichy e poi dell’occupante nazi/fascista. Con l’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione alleata dell’Italia meridionale, il rientro in Italia, a Napoli appena liberata, e qui il dispiegarsi dell’impegno per la liberazione e la ricostruzione del paese in rovina e del consolidamento della democrazia. L’arrivo in Sardegna e a Carbonia in un quadro così difficile mettono a dura prova la sua tempra di dirigente politico. La fine dei governi di unità nazionale, porta all’inasprimento dei rapporti tra le forze politiche, e arrivano le prime grandi difficoltà per la realtà mineraria carbonifera. I 72 giorni di lotta sono uno scontro sindacale ma anche politico, nel quale si gioca la stessa sopravvivenza della città. La repressione è terribile, e, in quella temperie, Velio Spano, viene incaricato di assumere la carica di Segretario della Camera del Lavoro di Carbonia. Il 17 dicembre 1948, viene siglato l’accordo di chiusura della vertenza. Aldilà del contenuto dell’accordo, è indubbio il fatto che quella battaglia, viene vissuta come una grande vittoria, dai lavoratori, e da tutta la città e la Sardegna. Pensiamo che in quelle difficili vicende si sia cementato e temprato il sentimento di cittadinanza di tante persone provenienti da tutta Italia. Velio Spano prosegue la sua battaglia politica, sempre attento alle problematiche di Carbonia e della Sardegna fino alla sua morte.

Giovedì 10 ottobre verrà rievocata la sua figura e la grande battaglia della città di Carbonia, con una serata di dibattito e la mostra grafica che durerà sino al 18 dicembre.

Durante la serata e fino al 18 dicembre, anniversario dell’inaugurazione della città di Carbonia, sarà esposta una mostra documentale di giornali e immagini che illustrano momenti salienti della vicenda politico/sindacale della battaglia dei 72 giorni e del ruolo di Velio Spano in essa.