Tragico incidente sulla SS 126, all’altezza del km 34,800, alle porte di Iglesias. Un veicolo è finito fuori strada, il conducente, vittima presumibilmente di un malore, è deceduto. Sono in corso accertamenti per risalire alle cause. Sul posto sono intervenuti i mezzi di soccorso, i carabinieri della stazione di Gonnesa e il personale dell’Anas per il ripristino della normale viabilità nel più breve tempo possibile. Anas ha comunicato che il traffico è temporaneamente rallentato.
La giornata più attesa della ventisettesima edizione del Giro delle Miniere non ha tradito le aspettative. Oggi le strade tra Gonnosfanadiga e Pabillonis hanno ospitato il Campionato Italiano Cronometro a Coppie, grande novità dell’edizione 2026 e appuntamento che ha portato nel sud-ovest della Sardegna alcuni dei migliori interpreti della specialità.
Dodici chilometri e settecento metri completamente pianeggianti, velocità elevate e perfetta sintonia tra i componenti delle coppie hanno caratterizzato una prova spettacolare che ha assegnato le maglie tricolori e regalato una delle pagine più prestigiose nella storia della manifestazione organizzata dalla SC Monteponi.
A imporsi nella prova maschile sono stati i belgi Haydens e Mercken dell’ASD Sanetti Sport Grisù, capaci di fermare il cronometro a 13 minuti e 45 secondi. Una prestazione di altissimo livello che ha consentito loro di precedere la coppia della SC Monteponi formata da Matteo Piras e Matteo Mascia, seconda classificata con il tempo di 14 minuti netti. Terzo posto per la coppia Baesso – Lai del Portoscuso Cycling Club ASD, che hanno chiuso la prova in 14 minuti e 3 secondi.
La cronometro femminile ha invece confermato il grande momento di forma di Rasa Rumsaite, assoluta protagonista di questa edizione del Giro delle Miniere. La lituana, in coppia con Arianna Perdisci della Sestu Bike ASD, ha conquistato il gradino più alto del podio completando il percorso in 16 minuti e 18 secondi. Seconda posizione per il tandem formato da Sbarra-Provini, portacolori rispettivamente dell’ASD Sanetti Sport e dei Vigili del Fuoco di Cuneo, mentre il terzo posto è andato alla coppia Spadaccini-Evaristo della SC Monteponi ASD.
La prova contro il tempo ha rappresentato anche un’importante vetrina per due realtà profondamente legate alla storia e all’identità del territorio. Da una parte Gonnosfanadiga, porta naturale del Monte Linas e centro ricco di tradizioni agricole e artigianali; dall’altra Pabillonis, celebre per la lavorazione della terracotta, una pratica antica che ancora oggi rappresenta uno degli elementi distintivi della comunità. Due luoghi che hanno accolto il Giro delle Miniere offrendo ai partecipanti un’immagine autentica della Sardegna più profonda.
«Portare un Campionato Italiano in Sardegna era un obiettivo che inseguivamo da tempo – commenta il presidente della SC Monteponi Luigi Mascia -. La risposta degli atleti e il livello tecnico espresso oggi confermano che il Giro delle Miniere ha raggiunto una dimensione nazionale importante. Per noi è motivo di orgoglio vedere i nostri territori diventare protagonisti di eventi sportivi di questa portata.»
La giornata ha inoltre consolidato gli equilibri delle classifiche generali in vista dell’ultimo atto della manifestazione, previsto domani (mercoledì 3 giugno) con la prima Coppa Città di Nuraxi Figus – Giro del Nuraghe Memorial Salvatore Meloni.
Sarà una tappa decisiva per l’assegnazione delle classifiche finali del Giro delle Miniere 2026. Il percorso di 79 chilometri, caratterizzato da lunghi tratti pianeggianti e da uno strappo di 2,7 chilometri da ripetere quattro volte, promette infatti di lasciare aperti i giochi fino agli ultimi metri. L’arrivo è previsto nel centro di Nuraxi Figus, luogo simbolo della storia mineraria contemporanea del Sulcis e punto di incontro tra memoria industriale, paesaggio e comunità. Qui verranno assegnate le ultime Maglie Bianche del Giro delle Miniere, premiati i vincitori assoluti e celebrata la conclusione di un’edizione che ha confermato il ruolo della manifestazione come una delle più importanti gare a tappe master d’Italia.

Dedicato agli uomini e alle donne che hanno prodotto e producono nel mondo saper fare minerari vitali
Testo del discorso di Paola Atzeni, parzialmente presentato a Montevecchio in occasione della giornata nazionale delle miniere, il 31 maggio 2026
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Montevecchio è un luogo molto speciale. Lo sappiamo e siamo qui per questo. Montevecchio è un luogo e un territorio di «vite offese», per dirla con Theodor Adorno (1951).
Vite offese che hanno prodotto semi. Semi di storie, storie che hanno fatto germogliare la storia democratica del passato e ancora si diffondono nel presente. Semi di vita per nuovi tempi, per nuove terre, per nuovi significati di vita.
Il 4 agosto 1903 i morti in miniera erano già stati 77 a Montevecchio, dopo l’Unità d’Italia. Montevecchio è luogo del morire in solitudine, e anche del morire insieme nelle miniere. Il 4 maggio del 1871 morirono insieme 11 cernitrici. Il 7 maggio 1904 morirono insieme 5 minatori.
Maggio, a Montevecchio, è il tempo del morire insieme. In altri mesi invece, si moriva semplicemente ad uno ad uno nello stesso anno, creando gli annali delle morti in solitudine del territorio. La vita umana si racconta nei corpi umani. Le morti innaturali sono prodotte, fatte. A Montevecchio si facevano morti. Si capisce perché i principali temi dello sciopero, con il suo statuto politico-culturale, riguardavano la vita.
Lorenzo D’angelo e Christian de Vito (2018), presentando il libro dello storico e sociologo olandese Marcel van der Linden, Il lavoro come merce, affermarono che nel lavoro sorvegliato e punito, anche schiavistico, il fenomeno dello sciopero costituì una forma importante di rifiuto del lavoro imposto. Lo sciopero locale di Montevecchio non fu né mera astensione dal lavoro né vacanza, si situa invece nella storia globale del lavoro imposto e rifiutato. Vedremo perché e con quali proposte.
Lo sciopero Montevecchio nel 1903 diede semi di vite incompiute, al territorio. Per saper vedere quei semi dobbiamo cambiare il nostro sguardo e i nostri modi di guardare. Dobbiamo saper vedere, attraverso quello sciopero e il documento dei minatori, i «saper fare minerari vitali».
I saper fare minerari vitali non riguardano tutte le pratiche minerarie, ma solo alcune davvero speciali. Erano pratiche di problem solving che risolvevano problemi di rischi infortunistici e vitali. Riguardavano grandi opere infrastrutturali e permanenti, progettate da ingegneri e realizzate da tecnici e operai, come per esempio gli impianti di aerazione, di eduzione delle acque, le grandi armature permanenti… Queste grandi opere risolvevano problemi vitali una volta per tutte. I saper fare minerari vitali comprendono, inoltre, attività quotidiane e contingenti, semplici e complesse, attraverso le quali specialmente gli operai e le operaie risolvevano rischi imprevisti, come per esempio le frane e il governo degli esplosivi nei sistemi delle mine, oppure delle mine residuali inesplose che potevano trovarsi nelle cernite del materiale grezzo. Spazi e tempi rischiosi erano alterati e trasformati, diventavano pensati e fatti altrimenti per la vita, diventavano vitali e securizzati a opera di operai e di operaie. I saper fare minerari vitali hanno un alto valore tecnico e culturale, anche teorico per la specifica qualità del lavoro.
Il documento delle maestranze che motivò lo sciopero fu inviato all’Unione Sarda. Ha un grande interesse che concerne il divenire di un nuovo e originale soggetto collettivo minerario. In quel tempo storico non appariva un collettivo soggetto industriale operaio, già definito e trasmesso. Le masse operaie erano ancora polverizzate e disperse. A Montevecchio nel 1903, invece, si presentava un soggetto collettivo in divenire come novum e un unicum. Il divenire è ciò che non è più e ciò che non è ancora. Come si costituiva antropologicamente questo divenire umano, individuale e sociale, che si aggregava? Con quali contenuti e indirizzi orientativi si muoveva? Vediamo insieme solo alcune parti nel primo punto del memoriale.
Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi… che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta…
Le questioni aperte dagli operai riguardavano due cruciali sfere vitali: i cottimi che rendevano rischiosa la vita e i salari insufficienti per vivere. Si tratta di due punti d’importanza esistenziale, individuale e collettiva.
Sui cottimi che accompagnarono la prima industrializzazione in Sardegna attraverso un sistema di affidamento dei lavori a imprese, hanno storicamente scritto in modo egregio sia Maria Stella Rollandi (1972, 1985) e sia Sandro Ruju (2008). In ambito mondiale è mirabile l’analisi che ne fece Gramsci nel Quaderno del Carcere numero 22, analizzando il taylorismo di matrice americana fordista, esplorato anche dai Russi, con un nuovo tipo di uomo ridotto a «scimmia ammaestrata».
Conosciamo le applicazioni che se ne fecero a lungo nella Sardegna mineraria con il Bedaux, specialmente a partire dagli anni Trenta del Novecento. Sappiamo la critica dei migliori minatori alla “bestia lavorante” cottimizzata. Comprendiamo la loro alternativa al cottimo con il loro modello del “lavoratore intelligente”, capace di produrre sicurezze di vita. Era il modello del minatore che realizzava saper fare minerari vitali. Modello che contrastava la fattualità della morte lavorativa in miniera. I minatori di Montevecchio che nel 1903 si battevano contro i cottimi, visti nel tempo lungo, in certi modi si impegnavano per poter realizzare i saper fare minerari vitali.
Oggi si parla di una nuova organizzazione tecnica del lavoro. Secondo certi studiosi (Fadini 2024: 106) si tratta di «taylorismo digitale», ovvero di intensificazione del lavoro vestito di informatica, di accelerazione algoritmizzata. Altri (Rosa 2010, Jaeggi 2020) parlano di nuovi lavori e di nuove alienazioni. Altri ancora (Finelli 2018) vedono esigenze di riqualificare l’umanesimo con una metamorfosi antropologica. Altri infine (Barad 2017) vedono l’ambito dell’agire umano nel post-umanesimo tecno-scientifico come un’incessante materializzazione del mondo che intreccia natura e vita. Nell’epistemologia e nell’antropologia filosofica di Silvano Tagliagambe (1997,1998, 2002, 2005, 2007, 2020, 2021), nei suoi studi di straordinaria portata indagativa, conoscitiva, elaborativa, si può vedere un percorso che va dal corpo al mondo e al cosmo, nelle relazioni che creano un tra, partendo dagli stessi progetti umani. L’accelerazione del lavoro e della vita, detto in breve, è un tema di critica attualità. Le esperienze di temporalità e di temporalizzazioni a Montevecchio, con varie produzioni di tempi qualitativi, intrecciano con vari fili il presente di nuovi materialismi culturali (D’Angelo-Pinzolo-Pozzoni.2021).
Per l’intensificazione del lavoro Sandro Garau, nella sua tesi di laurea dell’anno accademico 1982-1983 su Lavoro e tempo in miniera, documentò a Montevecchio aspetti antropologici che risultano ora pionieristici, nell’antropologia mineraria e nel quadro degli studi sulle multiple temporalità minerarie, realizzati da Lorenzo d’Angelo e Robert Pijpers (2022). Nella presentazione del suo testo del 2006, in cui egli dava forma letteraria e narrativa alla sua tesi con il titolo di Incontri, sottolineai come «l’esperienza dei lavoratori di miniera è propria di un tempo multiplo». I tempi degli scioperi contro i cottimi entrano con specifico valore nelle multiple temporalità minerarie. Ci portano anche nelle spazialità e nelle spazializzazioni, come vedremo.
Le critiche di certi storici, rivolte agli scioperi del primo Novecento considerati meramente salariali, presindacali e prepolitici, in quanto non guidati dai sindacati e non abbastanza politicizzati, in tutta evidenza sottovalutarono la portata storico-culturale di varie esperienze. Si trattò di esperienze che agli inizi del Novecento riguardarono il movimento operaio in formazione con la sua anticipativa forza mobilitante. Fu un movimento orientato precocemente verso il diritto alla vita e verso un cambiamento di vita mineraria vivibile, individualmente e collettivamente, biograficamente e socialmente. Tali esperienze di sciopero costituirono, in particolare, il limite culturale di intollerabilità, limite che l’economia morale dei subalterni metteva in opera nelle politiche della vita. I semi di quello sciopero germogliarono nei tempi successivi di altri scioperi, sia silenziosamente quando gli operai subirono il patto aziendale nel 1948 che conteneva i cottimi, e sia esplicitamente quando si giunse alla sua abolizione nel 1961.
Si tratta di un punto cruciale di riflessione, e oggi di grande e acuta attualità, che tocca le condizioni di vita e le stesse esistenze umane. Fu affrontato da Gramsci quando, nei Quaderni del carcere, si domandò come può un uomo farsi una vita, cioè la propria vita singolarmente intesa.
Oggi concerne soprattutto le masse giovanili, specialmente quelle che vivono nei territori de-industrializzati e delle miniere dismesse. Per altri versi, la questione del poter farsi una vita fu trattata quando egli specificò che la prassi, ora compresa nelle cosiddette pratiche, è una dimensione antropologica. In altre parole, le pratiche a valenza antropologica riguardano i processi, detti di antropopoiesi, del farsi soggetti umani che si umanizzano autonomamente per sé e nel contempo umanizzano le relazioni sociali. Son processi del farsi persona che si pone in relazione con la propria vita, condivisa equamente con quella degli altri. Riguardano le politiche della vita (Fassin 2023). Nelle miniere, la prassi di farsi una vita democraticamente condivisa partiva dal per sé nel governo dei rischi. Era un per sé “allargato”, che comprendeva qualcun altro coinvolto nei rischi incombenti sulla squadra di lavoro. Rischi di vita individuali e collettivi erano intrecciati, in miniera. Oggi rischi numerosi e di vario carattere ci accompagnano: lavorativi, di salute, ambientali… I rischi della modernità sono apparsi nelle limitazioni di vita continue e complementari, che si son fatte crescenti e intense. Si instaurarono storicamente come sottrazioni di vita. Il sociologo Ulrich Beck (1986:95), nel suo La società del rischio, prospettò una nuova configurazione sociale della modernità più fortemente e più ampiamente rischiosa. Pertanto, indicò un necessario percorso verso una seconda modernità. Inoltre, egli considerò la portata antropologica dei rischi moderni, ovvero le disumanizzazioni implicate nel risolvere, o nel subire, o nel far subire, o perfino nell’imporre rischi di salute e vitali nella vita delle persone e della terra. Le esperienze vitali delle persone di Montevecchio, che umanizzavano le relazioni disumane e disumanizzanti a partire dal primo sciopero del 1903, nella loro portata antropologica erano germi di potenza umana benefica, condivisa democraticamente. Erano semi invisibili come oggetti separati, ma visibili nelle attività in corso.
I luoghi di Montevecchio che mostrano ora abbandoni, sconfitte, vita offese per dirla ancora con Adorno, contengono semi vitali di potenza umana benefica che si crearono in varie occasioni.
Il noto antropologo Arjun Appadurai ha donato scritti preziosi sulla produzione delle località e del futuro come fatti culturali (1996). Tali località, per quanto effimere, producevano caratteristiche strutture, sia di conoscenza e sia di sentimento. Strutture di sentimento, individuali e condivise, contro i cottimi e i bassi salari per poter vivere trovarono conferma per esempio negli interrogatori degli operai di Guspini, registrati negli Atti della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna. In quest’ampia indagine, e in sede istituzionale nazionale, non fu adeguatamente valutato il carattere democraticamente creativo e innovativo dell’agire dei lavoratori e del movimento operaio in divenire. La Commissione fu istituita alcuni anni dopo gli scioperi e i morti di Buggerru nel 1904 e di Gonnesa nel 1906, come detto. Dai fatti di Gonnesa son passati 120 anni. Sono passati senza sicurezze alimentari quantitativamente e qualitativamente garantite per tutte e per tutti, in Sardegna e non solo.
Gli interrogatori avvennero nel 1908, e gli atti completi furono pubblicati nel 1911.
L’importanza dei cottimi e specialmente della povertà e della fame emergeva vistosamente in questa fonte documentaria. I salari dei minatori sardi erano di gran lunga inferiori a quelli delle altre regioni, inoltre differivano da miniera a miniera. Il reddito era aleatoriamente connesso a prestazioni accessorie come l’abitazione, l’orticello, il diritto di legnatico, l’inclusione o l’esclusione di costi inerenti alla prestazione lavorativa: strumenti, lampada, olio, esplosivi, ecc… I salari degli operai sardi erano inferiori a quelli dei continentali, che avevano anche migliori qualifiche.
I salari delle donne differivano da quelli degli uomini a parità di mansioni: una storica questione di genere, ancora irrisolta e aggirata in vari modi con differenti accessi alle carriere. Le cernitrici avevano una posizione strategica nel processo che rendeva commerciabile il minerale.
Avevano capacità tecniche riconosciute fin dal 1867. Léon Goüin, scrivendo il catalogo che accompagnava la mostra di minerali della Sardegna all’Esposizione Universale di Parigi, distingueva la buona cernitrice, la bonne cribleuse, per quantità e modi di cernita. Le cernitrici di Montevecchio, a ben vedere, erano offese non solo nei piedi, camminando scalze su pietre acuminate; erano offese professionalmente e nella loro stessa vita. Infatti, nonostante le loro abilità tecniche riconosciute e nonostante la loro posizione strategica nel processo produttivo e commerciale minerario, avevano meno risorse per vivere. Ciò accadeva solo in ragione del loro genere inferiorizzato. Esse, con un salario differenziato rispetto a un manovale pari grado, avevano un minore accesso alla vita. Le loro inferiorizzazioni salariali erano drammatiche limitazioni di vita.
Questo è il punto cruciale. Le cernitrici di Montevecchio erano ferite nei piedi, ma ancor più nella stessa vita. La loro vita era maggiormente limitata, nel quadro dei bassi salari di sopravvivenza.
Il capitalismo minerario realizzò un tradimento vistoso del progresso annunciato, a partire dalle cernitrici, inferiorizzate nei salari nonostante le loro rilevate capacità tecniche e la loro posizione strategica per rendere commerciabile il minerale. I discorsi imputativi delle maestranze, specialmente contro le misere paghe per poter vivere, erano modi espressivi, esercitativi e continuativi dei loro saper vivere minerari vitali e del valore da loro attribuito al tempo della vita.
Come far vedere, alle popolazioni locali e ai visitatori di affrettate visite turistiche, le relazioni fra rischi di vita nei corpi e rischi di vita nei territori, mostrando i tentativi operai di ridefinire le forme di vita mineraria vivibile e di far divenire i luoghi, oltre le morti, come spazi di possibile vita sostenibile?
Pensiamo a percorsi finora considerati di inferiore importanza. Guardiamo, per esempio, all’importanza vitale delle cantine e dei percorsi per giungervi. Iride Pes (1991) ne individuò 4: la Cantina di Gennas serviva il centro abitato di Montevecchio; Cantina di Rio i cantieri di Piccalinna, Scirìa, Cameroni Rossi e Cameroni Bianchi; Cantina Righi i cantieri di Righi e Colombi; Cantina Telle i cantieri di Telle, Sanna, Casargiu e varie case sparse. Penso che possiamo connettere i paesaggi minerari delle cantine ai nuovi paesaggi rurali dove si coltivano prodotti biologici, integrando le storiche aspirazioni alimentari urbane a una ruralità che non fu integrata nella modernità dell’industrializzazione mineraria. La mancata integrazione dell’agricoltura da parte dell’industria mineraria fu lamentata da Quintino Sella, nell’ Inchiesta del 1871. Vecchie aspirazioni a contesti vitali e nuove attività di produzioni ecologiche possono esser connesse in nuovi aggregati culturali vitali di carattere unitario, associando contesti alimentari minerari e rurali dotati di significative relazioni culturali vitali, con fili di cuciture culturali di senso vitale, perseguite e realizzate, che creano nuovi rapporti inter-contestuali.
A Montevecchio possiamo mettere in vista i buoni semi, specialmente quelli territorialmente unitari, andando oltre l’attuale partizione di Montevecchio in due Comuni. Montevecchio è stata de-territorializzata con vari confini e separazioni. Ma può e deve essere ri-territorializzata culturalmente, ri-declinando gli storici impegni vitali unitari i quali territorializzavano nuove forme di vita mineraria. Gli storici rischi dei corpi e degli spazi, possono essere ristudiati, riscoperti, risignificati.
Sara Cappai, nella sua tesi di laurea del 1982-1983 sul rapporto fra le donne e lo spazio, documentò la costellazione di insediamenti che da Montevecchio si propagava nel territorio senza confini limitanti. Riprese poi il suo studio in uno scritto che comparve nella pubblicazione Sa Mena (2024), edito per i 25 anni dell’omonima associazione mineraria. Nel suo recente scritto documentava ancora i discorsi degli abitanti. Discorsi non limitati alla gerarchizzazione classista degli spazi, ma che riguardavano la nocività dell’aria, specialmente a Piccalinna. Gli informanti raccontavano le condizioni di insalubrità respiratoria e il necessario abbandono di quei luoghi, che invece le persone volevano far vivere. Sara Cappai, con le sue etnografie ci ha portati nell’ambiente minerario del malsano, per dirla con il filosofo Michel Serres (2008). Le istanze vitali di cambiamento salutare dei luoghi, contenute in quei discorsi, costituiscono le aspirazioni che configurano possibili trasformazioni territoriali, quelle che Foucault (1994) chiamava eterotopie e Deleuze (1980) aveva nominato ri-territorializzazioni. I luoghi di utopia sono luoghi fantasticati e irreali. I luoghi di eterotopia sono invece luoghi reali, pensati diversamente e fatti altri-menti. Con il passaggio al malsano, la studiosa metteva in luce le prospettive di creare altri luoghi, luoghi di eterotopie. Anche Sara Cappai fece un importante studio pionieristico.
Devo riferirmi, giunta a questo punto, a passati dialoghi avvenuti a Guspini sulle discariche minerarie, sulla salute dei minatori e della popolazione, portati avanti specialmente dal dottor Bruno Concas. Da lui abbiamo imparato assai sui danni vitali del malsano ambientale. Credo che ci sia ancora molto da fare. Pertanto, guardo con particolare interesse verso le esperienze e i progetti di Daniela Ducato, che offre ora innovativi progetti territoriali vitali, a partire dai giardini urbani naturali e liberi come paesaggi di salute e di valore terapeutico. Ciò accade come se lei raccogliesse e desse cura ai semi dello sciopero vitale di Montevecchio del 1903.
L’ultimo progetto di Daniela Ducato è stato opportunamente acquisito dal Comune, presentato localmente e nella stampa nazionale, collegato a programmi europei. Si ispira esplicitamente alla filosofia del Terzo Paesaggio, ovvero di un giardino planetario in movimento, manifestata nel 1999 da Gilles Clément, filosofo-giardiniere. Il Terzo paesaggio deve il suo titolo al fatto che parte da luoghi secondari di discariche e di abbandono. Clément contrastò le patrimonializzazioni verdi realizzate. Erano, a suo modo di vedere, modelli con gerarchie di piante dominanti che limitavano le libere unioni di vita vegetale. Ora, con i progetti di Daniela Ducato che si ispirano al Terzo paesaggio, si possono realizzare nuove patrimonializzazioni naturalistiche, libere e vitali. I suoi progetti sono da diffondere in tutti i possibili territori minerari, e non solo. Per una loro diffusione è indubbiamente utile in un approccio urbanistico-territorialistico e co-evolutivo con la natura, come hanno proposto per esempio Anna Marson (2020, 2023) e Alberto Magnaghi (2020, 2023).
I progetti per giardini liberamente naturali e salutari, in quanto nuove eterotopie, possono essere integrati, in modi adeguati e possibili, con una straordinaria accelerazione delle opere di bonifica e di risanamento, per la riqualificazione e di valorizzazione delle discariche. I tempi lunghi e l’esiguità delle opere di bonifiche minerarie realizzate nell’Isola sono ormai assolutamente inaccettabili. È necessario pertanto un robusto e diffuso movimento di opinione, fortemente critico per ritardi e limiti nelle bonifiche minerarie, ben sostenuto dalla stampa democratica.
Traendo profitto dagli attuali interessi verso le terre rare e verso i recuperi di scarti minerari, si possono e si devono far prevalere gli interessi di valore vitale sanitario su quelli estetico-paesaggistici o memoriali-conservativi. I progetti conservativi, infatti, mantengono durevole il malsano minerario.
Nuovi progetti di naturalismo spontaneo del Terzo paesaggio, uniti alle bonifiche negli storici siti minerari dismessi, nell’antropologia mineraria del presente possono unire la salute della terra alla salute dei corpi umani, di residenti e di turisti. Questi ultimi vanno considerati in un nuovo contesto di turismo salutare e di nuovo autonomismo istituzionale della Sardegna. Un nuovo autonomismo produttivo di vita sostenibile e pertanto durevole.
I semi degli scioperi di Montevecchio sono anche semi di significazioni, nel senso linguistico di sema con radice greca. Sono significati. Sono nuclei di significati che contengono autonome esperienze di vite minerarie messe a rischio e securizzate con nuovi significati vitali. Sono semi generativi di vita che si levano nell’aria, diventata aria di guerra. In quanto significati riescono a percorrere vitali vie di scampo, muovendo fra i missili. Riescono a moltiplicarsi nel mondo. Con loro si può realizzare una particolare riappropriazione ecologica della vita per poter farsi una «buona vita», democraticamente condivisa nelle fragilità esistenziali delle persone e del mondo.
Rimane infine da chiedersi se il giardino libero in movimento, integrato con le bonifiche minerarie, è sufficiente per instaurare il vitale. Bisogna domandarsi se la funzione primaria delle comunità locali nel creare nuovi paesaggi vitali, abbia necessità di congiungersi a un’ulteriore innovativa e doppia costituzione comunitaria: diventare comunità energetiche autoproduttive e diventare comunità che catturano direttamente il carbonio, eliminando l’anidride carbonica dell’atmosfera. Ovvero occorre chiedersi se le comunità locali debbano agire decisamente dalla terra all’aria, dal mondo allo spazio, dalla geologia alla biosfera e al cosmo, per governare i gradi dell’organico vitale. Dobbiamo volare alto per riappropriarci della vita comune.
Dentro le fragilità create da distruttivi interessi economici, che giungono alle guerre e alle morti anche per cercare minerali e terre rare, si situa dunque una posta di antropologia mineraria.
Questa posta procede con i saper fare minerari vitali e con i loro semi. Avanza con semi di vita ri-temprati e ri-territorializzati a Montevecchio per farli muovere nell’aria aperta, in nuova stagione di coltivazioni vitali dentro tempi di guerre. Sono solo i primi passi e i primi semi di nuovi tempi e di nuovi mondi.
Sono semi di vita di saper fare minerari vitali, scientificamente e democraticamente messi in campo a Montevecchio, per risolvere la morte della Natura (Merchant 1980) e la politica mortifera, cioè la necropolitica (Mbembe 2023). Per mandare avanti il vitale nel mondo globale dell’Antropocene (Crutzen e Stoermer 2000) e del Capitalocene (Moore 2016) e realizzare l’Ecocene (Boehnert 2018), ovvero una nuova epoca che comprende la materia vivente e quella inerte, i corpi e la geologia e, insieme, il mondo e il cosmo.
Con i semi dei saper fare minerari vitali in movimento, il mese di maggio potrà diventare tempo, forse epocale, del “buon vivere insieme”. Insieme in nuovi modi vitali sostenibili e durevoli, democratici e solidali, fra le persone e con la natura, a Montevecchio e nella biosfera.
Allegato. Il memoriale delle maestranze nello sciopero di Montevecchio del 1903
1) Considerando che i lavori interni distribuiti a cottimo costituiscono permanentemente un grave inconveniente ai minatori e ai manovali, poi poiché si vedono delle persone inesperte appaltare dei lavori con forti ribassi e che in fin del mese, poi, non possono rendere il salario giornaliero degli addetti a questi cottimi; che non poche volte lo stesso ing. Mezzena ebbe a rimproverare di avere appaltato dei lavori rovinosi ai loro interessi; che d’altronde l’amministrazione pur vedendo tutti questi sbagli fatti dai cottimisti non pensò mai di garantire i minatori e i manovali sia facendo depositare ai cottimisti una forte somma per garanzia, ovvero garantendo il salario giornaliero; che questo contegno dell’amministrazione che permette uno sfruttamento così grave, non è per nulla commendevole, che anzi spontaneamente indusse a ribellarsi tutti gli operai, i quali non sono certi di avere la misera mercede che loro spetta;
2) Considerando che oggigiorno il lavoro interno anziché essere di 8 ore, toglie 9 ore agli operai poiché dopo abbandonato il lavoro i minatori e i manovali sono obbligati per varie ragioni a restare in galleria un’ora e più; che l’orario di lavoro deve cominciare dal momento in cui si entra in galleria e finire al momento in cui si esce;
3) Considerando che l’imposizione di scavare ogni giornata di 8 ore una mina di m. 1,20 costituisce una prescrizione non sempre possibile poiché molte volte il minatore può imbattersi in materiali troppo duri in cui certamente non potrebbe scavarsi questa mina; che oltre alla durezza della roccia, una parte non piccola della giornata viene occupata nel rinnovare i materiali scavati dalla precedente sciolta.
4) Considerando che in altri tempi nella miniera di Montevecchio come oggi in tutte le miniere dell’Iglesiente, l’olio per la illuminazione, sia dei lavori interni che notturni esterni, veniva e viene passato per conto dell’Amministrazione.
5) Considerando che il nuovo ordine dato ai manovali di trasportare un numero fisso di vagoni carichi di materiali dai posti di escavazione alla ricetta, presenta gravi difficoltà, sia per la distanza, sia per le condizioni della galleria, sia pel ritardo della gabbia, o che il binario non sia libero, ossia infine che i materiali non siano sempre pronti per il carico.
6) Considerando che gli operai delle officine meccaniche, i fabbri, i falegnami ed i muratori sono assoggettati ai cottimi e non possono rendere l’ordinario salario giornaliero; che spesso si è osservato il triste caso di operai che pur avendo lavorato oltre trent’anni in miniera furono licenziati solo perché non vollero dei cottimi per loro rovinosi;
7) Considerando che ai lavoratori delle officine meccaniche, i fabbri, e falegnami che lavorano di notte viene fatto obbligo di provvedersi dell’olio di illuminazione; che se quest’olio viene pagato pure molti operai non possono molte volte provvederlo.
8) Considerando che non è giusto che l’amministrazione non provveda agli operai l’acqua potabile, che essi perciò debbano pagare un ragazzo pel trasporto di questa.
9) Considerando che l’orario giornaliero adottato per i lavori esterni è di 11 ore e mezza perché si entra a lavoro alle 5,1/2 di mattina e si esce alle 7.00 di sera con due sole ore di riposo; e che tale orario è troppo gravoso.
10) Considerando che i carrettieri di carri a buoi hanno prezzi troppo bassi per il trasporto dei minerali; che d’ordinario essi guadagnano non più di 3 lire al giorno mentre devono provvedere a mantenere i buoi, a riparare i carri ecc.
11) Considerando che molte volte le multe non furono applicate giustamente ma per equivoco o per rappresaglia; che queste multe tolsero molti mesi ad un gran numero di operai gran parte del loro salario; che è più giusto che quando si debba punire un operaio anziché togliergli ciò che ha lavorato venga sospeso; che questa sospensione non debba oltrepassare una giornata di lavoro.
12) Considerando che i lavori più difficili e pericolosi debbono essere remunerati con un aumento straordinario della mercede giornaliera.
13) Considerando che le paghe giornaliere sono misere e che perciò debbano essere aumentate indistintamente a tutti gli operai di Montevecchio; che sia necessario di stabilire un minimum di salario giornaliero aumentabile con il rialzo dei prezzi del minerale.
14) Considerando che il presente movimento ha per sua causa giustificabili motivi e che fu un atto spontaneo ed unanime balzato al cuore di tutti i lavoratori, per cui non è da supporre che da parte dell’amministrazione vi debbono essere rappresaglie verso gli operai.
Unanimi chiedono:
1) L’abolizione dei cottimi nei lavori interni, ed esterni; che venga fissata la paga giornaliera all’amministrazione.
2) La giornata lavorativa nei lavori interni non deve oltrepassare le otto ore.
3) Abolizione dell’obbligo di scavare per ogni giornata di lavoro una mina di m. 1,20.
4) Distribuzione gratuita dell’olio da ardere per i lavori nelle gallerie e per i lavori notturni all’esterno.
5) Abolizione dell’obbligo ai manovali di trasportare un dato numero di vagoni carichi di minerali dai posti di lavori alle ricette.
6) Distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine ecc.
7) Diminuzione dell’orario dei lavori esterni.
8) Aumento dei prezzi di trasporto dei materiali ai carrettieri a buoi.
9) Abolizione delle multe; gli operai colpevoli devono essere puniti colla sospensione che non deve oltrepassare una giornata di lavoro.
10) Aumento straordinario del salario giornaliero per i lavori più difficili e più pericolosi.
11) Aumento del salario giornaliero a tutti gli operai indistintamente; fissare il minimum di salario a tutti gli operai suscettibile ad aumento col rialzo dei prezzi del minerale.
Paola Atzeni
L’Antiochense ha trionfato nella finale playoff del campionato di Prima Categoria, 2 a 0 sul Fonni, e ora “vede” la Promozione. La squadra di Fabio Piras a Terralba ha confermato uno straordinario periodo di forma che l’ha portata all’undicesima vittoria consecutiva tra stagione regolare e playoff, tredici vittorie e un pareggio nelle ultime quattordici partite giocate.
La finale, giocata al Comunale di Terralba, non è stata facile, il risultato è rimasto a lungo in equilibrio senza goal e l’Antiochense l’ha fatta sua nel finale, sbloccandola all’80’ con un goal di Giorgio Madeddu e chiudendola al 5′ di recupero con il suo bomber Momo Cosa.
L’Antiochense è ora posizionata in prima posizione nella graduatoria per eventuali ripescaggi, con ottime probabilità di ottenere il salto di categoria. L’obiettivo, inevitabilmente, è rivolto ai playoff nazionali del campionato di Eccellenza, nei quali l’Ilvamaddalena superando il Viareggio (1 a 1 in trasferta, 4 a 1 in casa) ha conquistato l’accesso alla finale che l’opporrà alla Pol. Pietralunghese il 7 e il 14 giugno. Qualora l’Ilvamaddalena centrasse la promozione in serie D, automaticamente libererebbe un posto in Eccellenza per la Villacidrese che a sua volta libererebbe un posto in Promozione per l’Antiochense.
«Aspettiamo fiduciosi il 14 giugno quando potrebbe scattare, grazie all’Ilvamaddalena, il meccanismo per portarci in Promozione – dice il direttore sportivo Mariano Gala -. Non mi piace fare proclami, ma sono ottimista e mi sento di ringraziare la squadra, il mister, tutta la società, sempre presente ed orgogliosa di queste belle emozioni che ci hanno regalato i nostri ragazzi. Hanno scritto una pagina indelebile per il calcio non solo di Sant’Antioco. Hanno lavorato spesso in condizioni precarie, senza campo, spesso senza spogliatoi o docce in giro per il paese, allenamenti dirottati all’ultimo momento in altri campi, un intero campionato in trasferta. E mai un lamento, mai un segno di insofferenza. Hanno dimostrato che oltre ad essere bravi giocatori sono delle grandi persone.»
«Un grazie anche al presidente Davide Mei – conclude Mariano Gala – per averci ospitato a Giba per un intero campionato facendoci sentire sempre in casa nostra. Grazie!»





Un grande evento culturale tra arte partecipata, memoria storica e cinema per celebrare l’azione femminile nella nascita della Costituzione Repubblicana.
In occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, il prossimo 3 giugno 2026 si terrà al Villaggio Normann una significativa manifestazione culturale dedicata a esplorare e celebrare il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione della Costituzione Repubblicana. L’evento, ricco di appuntamenti, offrirà al pubblico un percorso articolato in tre momenti principali che spaziano dall’arte visiva al reportage, fino al grande cinema d’autore.
Il programma (dalle ore 19.00 e a seguire):
– L’opera d’arte partecipata “La Bandiera della Repubblica”:
L’apertura della manifestazione vedrà la presentazione pubblica di un’opera corale e comunitaria, realizzata dall’artista Marta Fontana in collaborazione con l’associazione Villaggio Normann OdV. La curatela artistica è di Maria Grazia Messina, già professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea presso le Università di Venezia e Firenze e già membro del comitato scientifico del Museo del Novecento di Milano. Il progetto ha preso vita grazie al coinvolgimento attivo delle donne del Villaggio Normann e dell’ANPI di Iglesias che, insieme a Marta Fontana, hanno lavorato su una grande bandiera italiana di cento anni fa, appartenuta al nonno materno dell’artista.
L’opera sarà illustrata nel dettaglio dall’artista stessa e da Rita Pamela Ladogana, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Cagliari.
– La memoria delle Madri Costituenti:
Spazio poi all’approfondimento storico con l’inaugurazione della mostra dedicata alle Madri Costituenti.
Realizzata dall’ANPI e curata da Luisa Sassu, dirigente provinciale dell’associazione, l’esposizione intende restituire centralità alle 21 donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946.
Sarà la stessa curatrice a guidare i partecipanti e a illustrare i contenuti della mostra.
– Il racconto visivo e il cinema:
La parte finale dell’evento unirà didattica, territorio e cinema. Verrà proiettato in anteprima un estratto del reportage realizzato dagli studenti del Master in Regia e Produzione di Documentari dell’Università di Cagliari, che hanno documentato passo dopo passo la nascita dell’opera di Marta Fontana.
Il video sarà introdotto dal regista documentarista e responsabile del progetto, Nicola Baraglia.
A seguire, la serata si concluderà con la proiezione del film manifesto di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”. La pellicola sarà introdotta da Moreno Pilloni, direttore del Centro Servizi Culturali della Società Umanitaria di Carbonia.
La manifestazione, organizzata dall’associazione Villaggio Normann OdV, dall’ANPI di Iglesias e dal CSC Carbonia-Iglesiente della Società Umanitaria, rappresenta un’occasione unica per riflettere, attraverso diversi linguaggi artistici e documentari, sulla conquista dei diritti politici e civili delle donne in Italia, legando indissolubilmente la memoria storica del 1946 alle espressioni culturali contemporanee.
A partire dal mese di maggio 1943 sono i Carabinieri Reali della Legione territoriale di Cagliari, dislocati a Nuoro – Gruppo interno di Cagliari -, a fornire dettagliati rapporti al Prefetto, che invia poi l’informativa da Lunamatrona, sua nuova sede. Dura e severa la loro disamina nel Promemoria del 17 e del 18 giugno, dopo il «bombardamento del 17 febbraio che ha distrutto per i 4/5 la città di Cagliari», quando sottolineano con indignazione «l’assenteismo delle autorità nella rimozione delle macerie e nel soccorso alla popolazione», confuse esse stesse, le autorità, «col popolo nel panico e nella fuga». Sempre molto grave la «mancanza di assistenza agli sfollati e ai sinistrati», che accresce il senso di sfiducia di cui la cittadinanza è pervasa». Ormai dominanti «torpore e apatia in tutti gli uffici pubblici: bisogna evacuare del tutto Cagliari», è l’ultimo accorato appello dei Carabinieri Reali, «vi manca di che vivere e, onde impedire i furti, è necessario imporvi il coprifuoco» 202). Fino al bombardamento del 23 maggio, 1.051 i morti in città nel corso dell’intera guerra, come ricorda Girolamo Sotgiu, quando non funzionano più gli uffici decentrati, una volta cessate le funzioni della stessa Regia Questura. Rallentate anche le attività dell’Arma per deficienza dei servizi postelegrafonici, non resta che dichiarare che «lo spirito pubblico è depresso e la fiducia nella vittoria delle forze dell’Asse fortemente scossa, a causa degli insuccessi militari e dei continui bombardamenti».
Sconfitto nei campi di battaglia, Mussolini cade il 25 luglio: la Resistenza partigiana a riscattare adesso la dignità degli italiani dopo 20 anni di dittatura. Dice la nota dei Carabinieri Reali da Nuoro: «Il profondo rivolgimento politico iniziatosi il 25 luglio scorso con le dimissioni del capo del governo, ha avuto in questa zona una vasta eco di giubilo e di sollievo per la diffusa opinione che la caduta del fascismo dovesse coincidere con la fine della guerra. Astenutasi da manifestazioni pacifiste, la popolazione dimostra vivissimo desiderio di pace, gente che poco conosce il contagio di idee estremiste, invece la caduta del fascismo ha dimostrato il tradizionale attaccamento di questa popolazione alla dinastia, mentre irrimediabilmente segnate si ritengono ormai le sorti della guerra».
Ad agosto cambia anche il soggetto dell’informazione, si tratta del Capo Circolo di Cagliari per il Ministero dell’industria del commercio e del lavoro, come leggiamo sulla Relazione dedicata interamente a Carbonia e alla Carbosarda, a firma dell’ingegner G. Pezzino. Attiva risulta ancora la miniera di Bacu Abis, per una produzione di 7.609 tonnellate contro le 6.560 di luglio, due i turni di lavoro: solo manutenzione a Serbariu, Cortoghiana e Sirai, inattivo l’impianto di distillazione a Sant’Antioco. L’azienda conta di portare la produzione almeno a 11.000 tonnellate, quantità rispondente al fabbisogno mensile di carbone minerale dell’isola, mentre il personale della miniera è in gran parte assegnato ai lavori militari. Per quanto riguarda l’organizzazione, accentrati i servizi e il relativo personale nell’Ufficio gestione, «onde economizzare sulle spese»: vendute ad agosto 17.730 tonnellate di combustibile, comprese le 7.609 di Bacu Abis e le 4.378 provenienti dai cumuli del porto di Sant’Antioco e dai piazzali della miniera, destinate all’isola e alla Regia Marina per il carbonamento del naviglio. Mentre risultano già conclusi i lavori di miglioramento e completamento dei rifugi e l’escavazione dei canali per lo scolo dell’acqua in città, iniziati dopo gli ultimi «spezzonamenti nei cantieri di Serbariu e di Sirai». Invece ancora «difficile resta l’approvvigionamento dei generi alimentari, lontani dalla città i centri per l’ammasso, a causa della grave situazione dei trasporti». E si deve registrare il «malcontento di Bacu Abis dove, a causa della mancata distribuzione del pane, i minatori si sono rifiutati di entrare al lavoro: la Smcs li ha rassicurati per una prossima distribuzione», annunciando anche «un incontro tra le rappresentanze delle associazioni professionali, dei datori di lavoro e dei lavoratori e della Carbosarda, per dirimere le controversie sui dipendenti recentemente licenziati».
Dopo una nota del Prefetto da Lunamatrona sui minatori trasferiti nelle opere militari, l’informativa sulla situazione economica della Sardegna sempre da parte dello stesso Circolo di Cagliari, che registra una grave crisi delle attività industriali. In primo luogo «nell’attività edilizia di carattere militare, essendo mutata la situazione politica e per le mutate esigenze militari. Per quanto riguarda l’occupazione e gli orari di lavoro, essi sono diminuiti per la graduale smobilitazione delle più importanti aziende minerarie, avendo ridotto le miniere, per la difficoltà dei trasporti in Continente e nelle fonderie, nonché a causa della riduzione dell’energia elettrica in provincia di Cagliari, a sole 3 giornate di servizio per settimana il lavoro degli operai. Così la Società Metallurgica Pertusola e piombo-zinco di Ingurtosu, e poi Buggerru e Iglesias e Monteponi piombo-zinco: ridotti a soli 1.703 gli operai». Così «alla Rumianca di Villaputzu e poi all’Italcementi di Cagliari, così all’Elettrometallurgica Ammi e nei molini e nei pastifici». Ancora, «va man mano contraendosi l’attività mineraria, per deficienti trasporti, in particolare di carbone Sulcis, e peggiorano i servizi ferroviari: ridotte a tre-quattro le corse giornaliere, spesso sospese quelle delle ferrovie secondarie, per mancanza di carbone. Soppresse del tutto le linee autonome».
E tornano in quelle Relazioni, ad aprile e ad agosto in particolare, i minatori di Carbonia destinati alle opere militari e inviati nel capoluogo a sgomberare le macerie, «soprattutto personale della miniera, sorveglianti e impiegati in gran parte riassunti per lavori militari assegnati alla Carbosarda dalle competenti autorità». Perciò «a un mese dal bombardamento di Cagliari, una certa ripresa nel porto c’è con gli operai che vengono da Carbonia», ora impegnati nello sgombero delle macerie nella città capoluogo che essi raggiungono quotidianamente sui treni gestiti dall’esercito, mentre già i primi incontri operai e Carbosarda «sui licenziamenti in miniera», sembrano segnalare, finalmente, nuove possibili relazioni tra azienda e maestranze.
Gianna Lai
È la Finlandia la trionfatrice assoluta del World Tuna Competition, evento clou del Girotonno, la grande manifestazione gastronomica internazionale organizzata dal comune di Carloforte e dedicata alla cultura del tonno rosso di corsa e alle tradizioni del Mediterraneo. Una kermesse, cinque intensi giorni, dal 29 maggio al 2 giugno, che ha trasformato Carloforte, nell’isola di San Pietro, nella “Capitale del tonno di qualità”, ossia il “tonno di corsa” che viene pescato nella tonnara dell’isola.
Lo chef Jouni Kuru, patron di Kustavin Kipinä, esclusiva location per eventi privati nell’arcipelago finlandese, con il piatto “Tonno fresco, tonno affumicato, l’orto e la foresta”, è il vincitore assoluto della World Tuna Competition, la gara che oltre ai finalisti dell’Italia, lo hanno visto gareggiare con gli chef di Australia, El Salvador, Siria, Marocco, Giappone e Spagna.
Ieri sera (lunedì 1 giugno), lo chef finlandese si è confrontato in un’avvincente finalissima con i portacolori dell’Italia, rappresentata dagli chef Francesco Vitale e Roberto Pisano, che hanno portato in gara il piatto “Tonno Andata e Ritorno (Tonno A/R)”. Una sfida dove i sapori, gli aromi e i colori della sua ricetta hanno conquistato i palati della giuria popolare e di quella tecnica, guidata dalla presidente Laura Maragliano.
Poco prima della proclamazione dei vincitori del World Tuna Competition, la presidente della giuria tecnica ha voluto premiare con una menzione speciale lo chef finlandese con la seguente motivazione: «Per l’unicità del suo percorso che lo ha portato dalla Finlandia a Carloforte utilizzando in modo esemplare una materia a lui sconosciuta come il tonno rosso. Dimostrando una grande sensibilità e rispetto nell’utilizzo di materie prime locali che ha integrato nella sua cucina fatta di fiori che ha portato dalla sua terra e di note affumicate che hanno elevato il piatto». A consegnargli il premio il vice sindaco Betty Di Bernardo.
A consegnare il primo premio al vincitore, lo chef Jouni Kuru, un piatto in ceramica di pregiata fattura, è stato il sindaco di Carloforte Stefano Rombi.
«Non me lo aspettavo. Quando sono arrivato, ho visto che c’erano degli chef incredibili e mi aspettavo una competizione intensa e di grande concentrazione. È stato così, ma si è trattato anche di creare qualcosa insieme, il che è stata una sorpresa, e l’atmosfera era semplicemente fantastica. Sono davvero onorato per i voti ricevuti dal pubblico e dalla giuria tecnica, perché ci ho messo tutto me stesso e lo abbiamo realizzato insieme a un fantastico team di studenti, ospiti e a tutti i presenti. È stato meraviglioso. Percepisco che qui – ha commentato lo chef finlandese Jouni Kuru – ci sia un forte senso di comunità e un rispetto altissimo per la cultura del cibo, un valore che apprezzo immensamente. Spero di poter fare in modo di ricreare questa stessa sensazione anche nel mio paese d’origine. Sono molto onorato di essere stato ospite qui e spero di rivedere tutti un giorno. Penso che, non appena avrò l’occasione di far arrivare il Tonno Rosso di Carloforte in Finlandia, dovrò organizzare un evento finlandese dedicato al tonno, a questa ricetta e magari anche ad altri piatti.»
Anche il premio per il secondo posto assegnato all’Italia, è stato consegnato dal primo cittadino di Carloforte. Il premio per il terzo posto è stato assegnato agli chef del Giappone, Taehwa Im (noto come chef Nino) e Marco Costeniero (detto chef Maruko).
«Il Girotonno è una manifestazione che si svolge da 23 anni e che ormai è diventata patrimonio di Carloforte. Un patrimonio della nostra isola attraverso il quale si racconta non solo il tonno ma si racconta la comunità, cosa è Carloforte, cosa sono i carlofortini e cosa c’è dietro i legami che ci uniscono. Per questo – ha dichiarato dal palco del Tuna Theatre il sindaco Stefano Rombi – è necessario ringraziare tutti quelli che hanno contribuito a raccontare questa storia che dura da 23 anni: i sindaci che hanno ideato e portato avanti la manifestazione, le amministrazioni, gli uffici comunali, le agenzie, gli operai, chi lavora nelle cucine e tanti altri. Questo perché il Girotonno non è più un marchio, ma per noi è qualcosa di molto più grande. Il Girotonno è Carloforte, è un pezzo fondamentale di Carloforte, senza Carloforte non può esserci il Girotonno. E questo è un elemento fondamentale che dobbiamo avere tutti ben chiaro e dobbiamo andarne molto orgoglioso perché è un evento che non aiuta soltanto Carloforte ma aiuta il Sulcis Iglesiente e non solo.»
Grande lavoro e partecipazione per la riuscita dell’evento gastronomico internazionale hanno assicurato i ragazzi e le ragazze dell’Istituto professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato “Galileo Ferraris” (Ipia) di Iglesias guidato dalla dirigente scolastica Giuseppina Tartaglione. Ad accompagnare gli studenti sono stati la vice preside Elisabetta Medde e dai docenti Luigi Belvedere, Marcello Tatti, Giacomo Bachis e Rossella Deidda.
I vini proposti durante il World Tuna Competition e il Girotonno Live cooking sono stati servizi dall’Ais, Associazione italiana sommelier sezione Sardegna, rappresentata Simona Gulli, responsabile della delegazione Cagliari e degustatrice. Al suo fianco tutta la squadra di servizio composta da: Vittoriana Durante, Emilio Ciccarelli, Riccardo Carta, Valentina Vincis, Davide Piga.


















Al Teatro Centrale di Carbonia il 28 maggio il Gruppo Teatro Albeschida ha messo in scena lo spettacolo “Frammenti di naso”.
“Frammenti di naso” è il frutto di un lungo lavoro basato su voce, corpo ed emozioni che diventano un modo per esprimersi e incontrarsi. La regia e il testo sono di Daniele Giuliani. Il percorso preparativo si è svolto presso gli spazi della LUTEC, in quanto l’associazione Albeschida non può ancora contare su una propria sede. Il patrocinio gratuito dello spettacolo è a cura del comune di Carbonia.
Sin dalle prime apparizioni delle attrici e degli attori sul palco l’emozione era palpabile, le parole e gli stessi silenzi che seguivano erano come tanti tasselli che andavano a posizionarsi, creando riflessioni importanti sull’identità, sulle relazioni e sull’essere umano. Un lavoro liberamente ispirato dal capolavoro di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila”.
La trama racconta di Vitangelo, un uomo che sprofonda nella follia quando la moglie gli fa notare un difetto fisico insignificante: il suo naso pende leggermente verso destra. Vitangelo entra in una profonda crisi esistenziale, comprende che “gli altri” lo vedono diverso da come aveva sempre creduto di essere. Ogni persona lo percepisce diverso e si rende conto di essere “centomila” individui differenti agli occhi degli altri, ma non riconoscendosi in nessuna di queste versioni, si rende poi conto di essere “nessuno”. La sua follia lo spinge ad azioni talmente sconsiderate che la moglie vuole addirittura farlo interdire, tutti ormai lo ritengono pazzo. Per raggiungere la pace interiore si libera di tutti i suoi beni e, finalmente, non sarà più costretto ad essere “qualcuno” ma “semplicemente” nessuno. Finalmente è libero!
Non esiste un’identità fissa e univoca perché ognuno è “uno” per sé stesso, ma per le persone che ci circondano saremo sempre “centomila”, perché ciascuno ci percepisce attraverso la propria soggettività. La vita non si ferma ad una forma fissa ma continua a scorrere modificandosi. Rigettare le etichette sociali per abbracciare un continuo e libero fluire della vita umana, questo è il suggerimento. Il Gruppo Teatro Albeschida ha fatto in modo di emozionare tutti, arrivando dritto al cuore e lasciando in ognuno di noi uno spazio interiore aperto alla riflessione. Crediamo di conoscerci ma “siamo frammenti negli occhi altrui”, la via di fuga consiste nell’evitare di cadere nelle “trappole” delle convenzioni sociali. Vivere attimo per attimo in stretto contatto con la natura. Indossare delle maschere imposte dalla società non porta ad altro che a finire per sentirsi “nessuno”.
Grazie al Gruppo Teatrale Albeschida per il lavoro che fa e ci auguriamo che le Istituzioni locali possano intervenire per fargli avere una sede, anche in condivisione con altre associazioni, un luogo dove possano serenamente continuare a portare avanti un percorso che fa bene a loro e a chi come noi ha la fortuna di poter assistere a spettacoli carichi di umanità.
Nadia Pische
















































Dopo il successo di Alessio Finocchi nella tappa inaugurale di Iglesias, è ancora il Team Stefan a lasciare il segno al Giro delle Miniere 2026. La 3ª Coppa Città di Carbonia – Trofeo Monte Sirai, seconda prova della ventisettesima edizione della manifestazione organizzata dalla SC Monteponi, ha visto infatti il trionfo di Samuele Maretti al termine di una gara combattuta e risolta soltanto negli ultimi metri.
L’arrivo nella suggestiva cornice di Monte Sirai ha regalato un finale ad alta tensione. A dieci chilometri dal traguardo erano ancora nove gli atleti in grado di contendersi la vittoria, segno di una corsa rimasta aperta fino alle battute decisive. Sul rettilineo finale si è presentato un quartetto compatto e la volata ha premiato Samuele Maretti, che ha preceduto il compagno di squadra Emanuele Labate.
Inizialmente il terzo posto era stato attribuito ad Alessio Finocchi, ma al termine delle verifiche della giuria il corridore è stato squalificato. Il podio ufficiale vede quindi Samuele Maretti primo, Emanuele Labate secondo e Luca Toffolo, anch’egli portacolori del Team Stefan, terzo classificato. Una tripletta che conferma la straordinaria giornata della formazione marchigiana, assoluta protagonista sulle strade del Sulcis Iglesiente.
La classifica assoluta della Mediofondo ha confermato il predominio del Team Stefan, con Maretti, Labate e Toffolo racchiusi in appena pochi decimi di secondo dopo 78 chilometri percorsi alla media di oltre 36 chilometri orari.
Tra le donne continua il dominio della lituana Rasa Rumsaite dell’ASD La Belle Equipe, che dopo il successo ottenuto nella Gran Fondo delle Miniere di Iglesias si è imposta anche nella Mediofondo di Carbonia chiudendo in 2 ore, 14 minuti e 20 secondi. Alle sue spalle si è classificata la ceca Martina Koudelova della SC Monteponi ASD, mentre il terzo gradino del podio è andato all’italiana Arianna Perdisci della Sestu Bike ASD. Grazie a questo risultato Rumsaite consolida la propria leadership nella classifica generale femminile del Giro delle Miniere.
Ottime notizie anche per i colori della società organizzatrice. Oltre al secondo posto assoluto di Martina Koudelova nella prova femminile, la SC Monteponi ha festeggiato il successo di Matteo Mascia nella categoria M2 davanti ad Alberto Guerre e al compagno di squadra Daniele Muscas. Terzo posto di categoria anche per il giovane Sergio Melis nella ELMT, alle spalle di Luca Toffolo e Lorenzo Risso.
La giornata si era aperta con un momento di particolare commozione. Prima della partenza è stato osservato un minuto di raccoglimento in memoria di Simona Cerquetti, atleta di Carbonia ed ex portacolori della SC Monteponi, scomparsa recentemente. Un omaggio sentito e partecipato che ha unito organizzatori, atleti e pubblico nel ricordo di una figura molto conosciuta e apprezzata nell’ambiente ciclistico locale.
Presente alla partenza anche l’assessora dello Sport del comune di Carbonia Giorgia Meli, a testimonianza della vicinanza dell’Amministrazione comunale a una manifestazione che rappresenta ormai uno degli appuntamenti sportivi più significativi del territorio.
Se Iglesias racconta la grande tradizione mineraria del Sulcis e Monteponi la storia industriale che ha segnato intere generazioni, Carbonia e Monte Sirai rappresentano invece l’incontro tra archeologia industriale e memoria antica. Da una parte la città fondata attorno all’attività carbonifera del Novecento, dall’altra il sito archeologico fenicio-punico che domina il paesaggio dall’alto della collina. Un contesto unico che continua a rendere il Giro delle Miniere molto più di una semplice competizione sportiva.
Dopo le prime due giornate di gara, la classifica generale del Giro delle Miniere vede al comando Luca Toffolo nella Fascia A, Alessio Finocchi nella Fascia B, Matteo Bertani nella Fascia C, Christophe Nicolas Masserey nella Fascia D e Rasa Rumsaite nella graduatoria femminile.
«Anche oggi abbiamo assistito a una gara spettacolare e combattuta fino all’ultimo metro – commenta il presidente della SC Monteponi Luigi Mascia -. Il livello degli atleti presenti è molto alto e lo dimostrano risultati sempre incerti e finali emozionanti. Siamo particolarmente soddisfatti della partecipazione e della risposta del territorio, che continua ad accogliere il Giro delle Miniere con entusiasmo e grande disponibilità».
L’attenzione si sposta ora sull’appuntamento più atteso dell’intera manifestazione. Domani, martedì 2 giugno, il Giro delle Miniere vivrà infatti uno dei momenti più prestigiosi della sua storia con il Campionato Italiano FCI Cronometro a Coppie, valido per l’assegnazione delle maglie tricolori della specialità.
La prova unirà Gonnosfanadiga e Pabillonis lungo un percorso completamente pianeggiante di 12,7 chilometri. La partenza della prima coppia è prevista alle ore 10.00 da Gonnosfanadiga, mentre l’arrivo sarà ospitato nel centro abitato di Pabillonis, dove nel pomeriggio verranno assegnate le maglie di Campione d’Italia e si svolgeranno le premiazioni ufficiali.
Non sarà soltanto una prova contro il tempo. Gonnosfanadiga, con il suo legame storico con il Monte Linas e la tradizione agricola del territorio, e Pabillonis, conosciuta in tutta la Sardegna per l’antica arte della terracotta, offriranno una cornice di grande fascino a quella che rappresenta una delle novità più importanti dell’edizione 2026. Per la prima volta nella sua storia il Giro delle Miniere assegnerà infatti i titoli italiani della cronometro a coppie, confermando il prestigio raggiunto dalla manifestazione nel panorama ciclistico nazionale.
