10 December, 2022
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La vertenza dei lavoratori dell’Aspal, la cosiddetta “vertenza art. 58”, è ritornata all’attenzione della Seconda commissione consiliare che questo pomeriggio ha proceduto con le audizioni dei rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Uil e Sadirs. La vicenda è quella nota e riguarda l’inquadramento del personale transitato in Aspal per effetto della legge n. 9 del 17 maggio 2016 e modificata dall’articolo 58 della legge n. 1 dell’11 gennaio 2019 che stabilisce che il personale delle province trasferito all’Aspal «è inquadrato nei ruoli regionali nelle categorie e nei livelli retributivi corrispondenti alla professionalità posseduta al momento del passaggio dalle province alla Regione, con la salvaguardia della retribuzione individuale di anzianità maturata e degli assegni personali in godimento».

A giudizio dell’assessorato del lavoro l’applicazione letterale di tale norma, in vigore dal 1 febbraio 2019, comporterebbe discriminazioni tra il personale del medesimo comparto e determinerebbe un costo troppo elevato rispetto alle coperture finanziarie. Il dato è contestato dai sindacati che hanno formulato una controproposta (approvata dall’assemblea dei lavoratori lo scorso 13 settembre a Tramatza) rispetto a quella avanzata in proposito dall’assessore del Lavoro.

Sollecitati anche dagli interventi dei consiglieri della minoranza Francesco Stara e Laura Caddeo (Progressisti), Desirè Manca (M5S) e Piero Comandini (Pd) i rappresentanti dei lavoratori (Davide Paderi – Cisl; Giampaolo Spanu – Uil; Luciano Melis – Sadirs, Enrico Lobina – Cgil) hanno definito la loro proposta “di mediazione e di responsabilità” e si sono detti disponibili a proseguire nel confronto dichiarando come irrinunciabili i punti che riguardano l’inquadramento e le ferie del personale, mostrando però significativi margini di apertura per ciò che attiene gli aspetti riferibili alla “decorrenza della parte economica”.

Il presidente della Seconda commissione, Alfonso Marras (Riformatori sardi), preso atto della complessità della vertenza e confermata la disponibilità a favorire ogni possibile soluzione ha quindi preannunciato la convocazione in audizione dell’assessora del Lavoro e del direttore dell’Aspal.

 

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Potrebbe arrivare nelle prossime settimane in Consiglio regionale un disegno di legge per il reclutamento dei nuovi dirigenti della Regione e del Corpo Forestale. Il tema, contenuto nel disegno di legge 507, è stato affrontato questo pomeriggio dalla Commissione Autonomia presieduta dall’on. Francesco Agus: in audizione nel parlamentino erano presenti l’assessore degli Affari Generali Filippo Spanu e tutti i sindacati della funzione pubblica (domani, alle 11.00, verrà audito lo Sdirs) e del Corpo Forestale.

L’assessore Filippo Spanu ha illustrato il testo del DL 507 spiegando che «in questi mesi la Giunta ha cercato di intensificare le attività relative al Piano di reclutamento, tenendo conto del fatto che alcuni vincoli come quello del blocco del turn over sono caduti e che, dunque, astrattamente, si può rimpiazzare ciascuno dei dipendenti pubblici che va in pensione. Ma tra tutte le priorità del Piano previsto dalla legge Madia noi riteniamo di dover pensare prima di tutto a risolvere il problema della mancanza di dirigenti nella Regione e, in particolar modo, nel Corpo Forestale. Alla Regione ci sono 86 dirigenti che di questo passo nel 2019 saranno 76 mentre sono stati contrattualizzati 11 dirigenti facenti funzioni e non è permesso andare oltre». Per l’assessore Filippo Spanu «il DL 507 serve, dunque, a sostenere il Piano di reclutamento, che ha carattere triennale”.

L’articolo 2 del DL 507 prevede la fattispecie del corso concorso: «Si tratta della miglior selezione dei dirigenti – ha detto il presidente Francesco Agus, sostenuto da tutti i rappresentanti sindacali Cgil, Cisl e Uil oltre alle sigle autonome dei dirigenti presenti in Regione -, auspico la rapida approvazione del provvedimento con le dovute riflessioni che matureranno anche in Aula ma ritengo che non sia più possibile attendere oltre per dare alla Regione una dirigenza giovane, preparata e all’altezza di un compito istituzionale sempre più elevato. E’ chiaro che il problema della dirigenza è ancora più grave dentro il Corpo Forestale, dove gran parte dei 12 dirigenti svolge l’incarico facendone le funzioni: per questo dobbiamo omogeneizzare le procedure previste oggi nel Corpo forestale  con quelle previste ora nel resto della Regione, evitando così ogni forma di discriminazione». Contrari al corso concorso nel Corpo Forestale i sindacalisti del Saf: «Non si può aprire a tutti la dirigenza di un corpo di polizia».

All’audizione hanno partecipato Fabiano Atzeni ed Enrico Lobina (Cgil), Davide Paderi (Cisl), Giampaolo Spanu e Valeria Soru (Uil), Corrado Rossi e Luciano Melis (Sadirs), Umberto Speranza (Siad), Marcello Cucca (Saf), Ignazio Masala e Maurizio Montis (Fenders).

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Domani, sabato 3 febbraio, alle ore 17.00, nella sede della Fondazione Sardinia (Piazza San Sepolcro, 5 Cagliari) verrà presentato lo studio “L’emigrazione qualificata in Sardegna dal 2004 a oggi” di Mariangela Piras e Enrico Lobina. La presentazione dello studio, nata dalla collaborazione tra la Fondazione Sardinia e l’associazione Tramas de Amistade, rispondendo alla vocazione e alla missione degli enti proponenti, vuole allo stesso tempo rendere comuni i dati di un fenomeno tra i più significativi e, per certi versi, drammatici della nostra terra e sensibilizzare l’opinione pubblica per una comune presa di coscienza.

A tale fine, seguirà un dibattito aperto a chi vorrà dare il proprio contributo.

Per la sua natura, l’evento colma un vuoto presente nell’attuale dibattito socioculturale e risulta particolarmente pregnante in questo tempo di avvicinamento agli appuntamenti elettorali, sia nazionali che locali.

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In Sardegna le forze identitarie danno vita al comitato per il No al Referendum sulla riforma della Costituzione. Una mozione urgente in Consiglio regionale, manifestazioni in tutta la Sardegna con associazioni, artisti e volontari per contrastare la riforma voluta dal Governo Renzi. Il Comitato per il No raccoglie forze politiche e movimenti di area sardista, sovranista e  indipendentista, con quattro forze politiche rappresentate nel Consiglio regionale (Rossomori, Psd’Az, Sel e Upc) e i movimenti “Sardegna sostenibile e sovrana”, “Possibile” e “Cagliari Città Capitale”.

«Il voto del 4 dicembre è un appuntamento importantissimo per la Sardegna – ha  detto il primo firmatario della mozione Paolo Zedda (Rossomori – dobbiamo contrastare la spinta neocentralista ed evitare che le regioni vengano ridotte a semplici enti amministrativi». «Per questo – ha annunciato il capogruppo dei Rossomori Emilio Usula – chiederemo che la mozione venga discussa al più presto in modo da chiarire quali siano le posizioni in campo anche all’interno della maggioranza di centrosinistra».

Rispondendo alle domande dei giornalisti sul pronunciamento a favore del referendum da parte del presidente della Regione Francesco Pigliaru e dell’assessore delle Riforme Gianmario Demuro, il segretario nazionale dei Rossomori Marco Pau è andato oltre: «Si tratta di posizioni legittime che però non rispettano l’orientamento della maggioranza, in caso di vittoria del No Pigliaru dovrebbe fare un passo indietro».

Di opportunità per ricomporre il frastagliato mondo identitario ha invece parlato il consigliere del Psd’Az Christian Solinas: «Il Comitato per il No può essere il punto di partenza per avviare il processo di riunificazione delle forze sardiste, sovraniste e indipendentiste. Il primo passo verso un’orgogliosa alternativa tutta sarda ad un vuoto di sistema».

Per leader di Irs Gavino Sale, invece, il referendum è l’occasione giusta per assestare “uno schiaffone” allo Stato italiano, l’ufficializzazione di uno scontro in atto per affermare i propri diritti. «La Sardegna prenda esempio dalla Corsica che oggi costringe lo Stato francese alla trattativa – ha detto Sale – basta giocare in difesa, il referendum da questo punta di vista rappresenta un’arma formidabile a nostra disposizione».

Concetto condiviso da Luca Pizzuto, segretario regionale di Sel: «Il voto al referendum è un no al disegno occidentale di destrutturazione delle democrazie – ha sottolineato Luca Pizzuto – una nostra vittoria destabilizzerà il sistema di potere italiano e contribuirà a creare nuovo scenari in Sardegna».

Per Antonio Gaia, consigliere dell’Upc, la riforma merita un No convinto «perché partorita da un Parlamento delegittimato dalla bocciatura della legge elettorale con la quale è stato eletto da parte della Corte Costituzionale. Un colpo di Stato che va assolutamente bloccato».

Tiziana Troja, attrice teatrale e rappresentante di “Sardegna sovrana e sostenibile” ha annunciato una serie di iniziative e spettacoli in giro per l’Isola: «C’è bisogno di una grande partecipazione – ha detto Troja – la porta del Comitato è aperta a tutti, movimenti, associazioni artisti e volontari».

Sulla stessa lunghezza d’onda Enrico Lobina di “Cagliari Città Capitale” che ha auspicato iniziative in tutti i paesi e le città dell’Isola a sostegno delle ragioni del No.

Thomas Castangia di “Possibile”, infine, ha invitato i sardi a fare fronte comune: «Dobbiamo decidere se diventare artefici del nostro destino o demandare tutto al governo centrale». 

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Il laboratorio politico Cagliari Città Capitale aderisce alla giornata di mobilitazione contro l’esercitazione NATO della “Trident Juncture”, organizzata dalla Tavola sarda della Pace, che si svolgerà sabato 31 ottobre alle ore 10.00 in piazza Garibaldi. Cagliari Città Capitale aderisce all’appello per una vasta protesta di popolo per il disarmo della Sardegna, colonizzata e inquinata dall’occupazione militare.

«L’esercitazione NATO “Trident Juncture” – dice Enrico Lobina, consigliere comunale di Cagliari Città Capitale – coinvolgerà i poligoni e le basi militari in Sardegna attraverso l’utilizzo di spaventose armi da guerra per bombardare da aria, terra e mare i nostri territori già pesantemente compromessi. Il risultato della piú grande esercitazione militare della Nato dalla fine della guerra fredda sarà l’umiliazione del popolo sardo, insieme a nuovi danni all’ambiente e alla nostra salute.»

«Il porto di Cagliari ha ospitato le navi da guerra e i sommergibili dei peggiori assassini del pianeta, mentre la Giunta regionale non ha adottato alcun atto per impedire questa ennesima vessazione dello stato italiano. Il sindaco di Cagliari – conclude Enrico Lobina – mantiene un vergognoso silenzio a differenza, per esempio, del sindaco di Napoli, che ha dichiarato, anche con una deliberazione di giunta, che le prove di guerra non sono gradite.»

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«Mentre l’assessore Loi non riesce a spostare neanche due cassonetti per servire viale Sant’Ignazio, in Consiglio comunale martedì si è discusso, con molti errori, della nuova discarica di Macchiareddu e di rifiuti.»

Lo scrivono, in una nota, Riccardo Schirò, esponente del Comitato No Discarica Machiareddu, ed Enrico Lobina, presidente del gruppo Misto in Consiglio comunale ed esponente di Cagliari Città Capitale.

«Se è vero che a breve, a seguito dell’eliminazione delle province, Cagliari avrà il 70% del CACIP, è anche vero che proprio Cagliari non effettua la differenziata adeguatamente, che deve risolvere il problema e lo può fare attraverso un corretto trattamento dei rifiuti. Questo può avvenire se alla base c’è un bando per la raccolta dei rifiuti che prenda in seria considerazione il processo di riciclo, riuso e riutilizzo, seguendo la direttiva europea n. 98 del 2008. Questo significherebbe l’abbassamento delle tasse – aggiungono Scirò e Lobina -. Nel dicembre 2012 il già sindaco Massimo Zedda aveva partecipato ad un dibattito in cui si erano trattati, in termini pratici, i temi del riciclo, riuso e riutilizzo. Si era presentato un modello all’avanguardia nel settore del riciclo. All’epoca il bando per il nuovo servizio di raccolta non era ancora stato presentato. Si potevano inserire obblighi ed incentivi per realizzare un sistema di raccolta focalizzato sulle tre R (riciclo, riuso, riutilizzo). Nulla è stato preso in considerazione.»

«Non vogliamo le discariche in Sardegna, non solo a Cagliari o nella Provincia – sottolineano ancora Schirò e Lobina -. Il problema ambientale è diffuso. Dal 2006 al 2013 vi è stata una riduzione del 15% circa (120.000 tonnellate) del rifiuto che va ad incenerimento: non si capisce perché si devono incrementare i due inceneritori di Tossilo e di Macchiareddu. Il rimedio non consiste solo nel raggiungimento della quota di differenziata del 65%, che è utile esclusivamente ad evitare la sanzione di 500.000 euro. Serve piuttosto mettere al primo posto nella scala di priorità una politica del riciclo, riutilizzo e riuso, come imposto dalla direttiva europea n. 98 del 2008. Quest’ultima indica all’ultimo posto delle priorità le discariche.»

«Non è vero che la nuova discarica di Machiareddu è solo di servizio per l’inceneritore: alle pagine 24 e 38 della relazione generale si prevede che è anche per i rifiuti ordinari. Il rischio è che dal combinato disposto dell’art. 35 dello “Sblocca Italia”, che consente il trasferimento da una regione all’altra dei rifiuti da smaltire e dall’altra l’incremento degli inceneritori (non giustificato in considerazione della riduzione di 120.000 tonnellate all’anno), possa rendere la Sardegna una grande pattumiera da cui il politico miope intravede una fonte di reddito consistente nell’introito derivante dalla produzione di energia generata dall’incenerimento. Spegnere l’inceneritore si può. Zedda ha deciso di appoggiare le politiche, di destra ed antistoriche, di Francesco Pigliaru in tema di rifiuti.

Il comune di Capoterra, venerdì 23 ottobre, all’unanimità ha dato mandato al Sindaco di chiedere al CACIP la revoca del progetto di costruzione della nuova discarica a Macchiareddu. Chiediamo che il sindaco di Cagliari – concludono Schirò e Lobina – segua l’esempio di Capoterra.»

Enrico Lobina

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I consiglieri dei Rossomori, Paolo Zedda e Emilio Usula, hanno illustrato questa mattina alla stampa la mozione n. 169 (sottoscritta anche da altri otto consiglieri della maggioranza) in materia di TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership), il trattato di libero scambio e sul commercio, in fase di negoziazione tra Stati Uniti e Unione Europea,  che dal 19 al 23 ottobre, vedrà a Miami lo svolgersi dell’undicesimo round di negoziati tra i rappresentanti del Vecchio Continente e degli Usa.

«Vogliamo che la Sardegna sia parte attiva di questi processi che rischiano di penalizzare l’Isola nei settori chiave dello sviluppo, ad incominciare da quello dell’agroalimentare,  e che minacciano la sicurezza ambientale e sanitaria della nostra comunità»,  hanno dichiarato Usula e Zedda che hanno ricordato come il tema sia particolarmente sentito in Europa («dove ormai da tempo si tengono imponenti manifestazioni di protesta come quella che ha portato in piazza circa 250mila persone a Berlino») ma che «è praticamente sconosciuto in Italia e in Sardegna».

Paolo Zedda ha quindi illustrato in sintesi gli obiettivi dichiarati del TTIP (aumentare gli scambi e gli investimenti con la creazione di un mercato transatlantico con la semplificazione e l’omogeneizzazione delle normative e l’abbattimento dei dazi doganali) ed ha però evidenziato i rischi cui andrebbe incontro la Sardegna e che riguardano principalmente la perdita di sovranità, anche alimentare, a favore delle multinazionali e le ripercussioni negative in termini di diritto alla salute e dei diritti dei lavoratori, nonché il pericolo di una progressiva riduzione degli standard di sicurezza alimentari fino alla «possibilità di una nuova ondata di privatizzazioni in settori chiave come quelli della Sanità e dell’Istruzione».

A questo proposito, il capogruppo di “Soberania e Indipendentzia”, Emilio Usula, ha puntato il dito contro il TISA (Trade in Services Agreement) il trattato che attiene la liberalizzazione dei servizi e che offre, in sostanza, «la possibilità di esportare i servizi sanitari e turistico-sanitari, trasformando così anche la salute dei cittadini in un grande mercato globale».

«Serve contrastare con forza le pratiche poco trasparenti e i contenuti fino ad ora emersi del TTIP e del TISA – hanno incalzato i due esponenti dei Rossomori – ed è per queste ragioni che  auspichiamo una mobilitazione del Consiglio regionale, di tutte le forze politiche e sociali con l’obiettivo di fermare un trattato che svantaggia i piccoli territori e le comunità e minaccia la democrazia insieme con la nostra identità di sardi.»

Alla conferenza stampa è intervenuto anche il consigliere del comune di Cagliari, Enrico Lobina, che ha ricordato l’approvazione nell’assemblea civica del capoluogo di una mozione dai contenuti simili a quelli indicati nel documento sottoscritto da Emilio Usula e Paolo Zedda.

Questi ultimi, congiuntamente ai consiglieri regionali del centrosinistra Augusto Cherchi e Piermario Manca (Sdl), Cesare Moriconi, Gianmario Tendas e Rossella Pinna (Pd), Francesco Agus (Sel) e Fabrizio Anedda (Misto) propongono che il Consiglio regionale impegni la Giunta guidata dal presidente Francesco Pigliaru a promuovere, ai sensi dell’articolo 52 dello Statuto sardo, ogni possibile intervento al fine di consentire alla Regione di rappresentare la propria posizione sul TTIP; a promuovere ogni azione possibile, a livello nazionale e comunitario, per scongiurare le conseguenze negative che deriverebbero ai cittadini, agli agricoltori e all’economia sarda, dalla sottoscrizione del TTIP da parte dell’Italia e a promuovere, infine, azioni di sensibilizzazione e informazione sul TTIP.

Palazzo del Consiglio regionale A

Una targa inviata dalle istituzioni curde per testimoniare il percorso di fratellanza e di solidarietà intrapreso dalla Sardegna e le popolazioni del Kurdistan turco. Il dono è stato consegnato ieri mattina al presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau, dalla delegazione formata dai consiglieri regionali Luca Pizzuto (Sel), Paolo Zedda (Rossomori) e Gavino Sale (Irs), dai consiglieri comunali di Cagliari e Carbonia Enrico Lobina (Sardegna sovrana) e Matteo Sestu (Sel), dal presidente dell’ A.S.C.E. Antonio Pabis, dal giornalista Roberto Mulas e dal rappresentante dell’HDP in Europa Mehmet Yuksel.

La delegazione ha visitato, dal 3 all’8 luglio, le istituzioni curde per portare loro la testimonianza di vicinanza del popolo sardo attraverso il dono della bandiera dei Quattro mori e la lettera del presidente del Consiglio regionale sardo. «Ho voluto fortemente quest’incontro che fa seguito a quello  dello scorso anno quando abbiamo ricevuto in presidenza una delegazione di attivisti curdi, in continuità con quella che è la mia esperienza politica e amministrativa. I curdi – ha affermato Ganau – rappresentano un esempio da seguire per la battaglia portata avanti di autodeterminazione di un  popolo ancora senza Stato, le cui sofferenze fino ad oggi sono state colpevolmente ignorate. Oggi difendono il mondo intero, diventando simbolo dell’opposizione contro l’offensiva dello Stato Islamico. La loro battaglia e la loro opposizione contro le atrocità dell’ISIS devono vederci uniti e impegnati insieme. La straordinaria esperienza di governo comunitario che stanno portando avanti nell’autoproclamata autonomia democratica del Rojava – ha concluso il presidente – dimostra che diverse etnie e diverse religioni possono convivere insieme. Sono più avanti di noi anche nel rispetto della rappresentanza di genere, considerato che le donne ricoprono gli  incarichi istituzionali più alti e che la metà dei loro  eserciti militari è composta da donne.

L’impegno è quello di dare gambe agli atti consiliari proposti dall’onorevole Pizzuto, mozioni condivise che impegnino la Giunta a sostenere la ricostruzione di Kobane e consentano di mandare degli aiuti nei campi profughi, e poter ospitare così subito dopo una delegazione delle istituzioni curde qui a Cagliari».

Mehmet Yuksel ha ringraziato il presidente dell’Assemblea per la sensibilità dimostrata dal Consiglio, non solo a parole, ma con i fatti e con la presenza dei suoi rappresentanti in un Paese che vive in una situazione di instabilità a causa della guerra contro l’Isis. «E’ una battaglia di umanità – ha spiegato – prima culturale e dopo militare, perché quanto sta accadendo da noi con l’Isis potrebbe toccare anche all’Occidente. Stiamo lottando per la democrazia, l’uguaglianza, l’autonomia, la parità e la convivenza di culture e religioni diverse». «E’ stata un’esperienza importantissima che ci ha arricchito – ha spiegato Luca Pizzuto -. Quello che più ci ha colpito è il silenzio irreale della città di Kobane, i racconti delle persone incontrate nei campi profughi che abbiamo visitato e la bellezza del territorio curdo. Stiamo preparando una mozione per impegnare la Giunta a contribuire economicamente alla ricostruzione di Kobane».

Gavino Sale ha poi raccontato l’esperienza vissuta nei campi profughi: «Siamo stati nell’infermo del mondo che potrebbe diventare il detonatore della Terza guerra mondiale». Il consigliere ha poi evidenziato come la Sardegna sia arretrata rispetto alle istituzioni curde che hanno una partecipazione femminile del 50 per cento in tutti i luoghi decisionali della vita del popolo. «Questo viaggio è solo l’inizio del percorso – ha spiegato Paolo Zedda – che avvicinerà sempre di più la Sardegna alle popolazioni curde. Nelle ultime elezioni nazionali il partito curdo ha ottenuto 89 parlamentari su 540 perché ha saputo rappresentare tutte le minoranze che vivono nel paese».

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Giovedì 16 luglio, alle 9,30, nella sala capigruppo al sesto piano del palazzo del Consiglio regionale, il presidente Gianfranco Ganau incontrerà i consiglieri regionali, il rappresentante del popolo curdo e gli amministratori locali che hanno visitato le popolazioni e le istituzioni del Kurdistan turco dal 3 all’8 luglio. La delegazione consegnerà al presidente dell’Assemblea una targa inviata in dono dalla municipalità di Amed e presenterà un breve resoconto del viaggio.

Della delegazione fanno parte i consiglieri regionali Luca Pizzuto (Sel), Gavino Sale (Irs) e Paolo Flavio Zedda (Rossomori), i consiglieri comunali di Sel di Cagliari e Carbonia Enrico Lobina e Matteo Sestu, il presidente dell’ A.S.C.E. Antonio Pabis, il giornalista Roberto Mulas e il rappresentante dell’HDP in Europa Mehmet Yuksel.

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Da venerdì 2 luglio una delegazione istituzionale sarda si trova in Kurdistan per incontrare rappresentanti istituzionali e per conoscere la realtà di un popolo di 40 milioni di persone. La delegazione è composta da Luca Pizzuto (Gruppo Sel), Gavino Sale (Gruppo Misto) e Paolo Zedda (Gruppo Soberania e indipendentzia), dai consiglieri comunali di Cagliari Enrico Lobina (Sardegna Sovrana), e di Carbonia, Matteo Sestu (Sel); dal giornalista freelance Roberto Mulas e da Antonello Pabis (ASCE e Rete italiana di solidarietà col popolo kurdo).

Dopo aver visitato nella giornata di sabato un campo profughi di yazida nella municipalità di Yaniseir, a 40 km da Diyarbakir, città turca a maggiore estrazione curda, la delegazione dei consiglieri sardi ha portato i saluti del Presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau ad Ali Simsek, segretario del partito BDP, maggiore partito curdo in Turchia. Successivamente ci si è trattenuti con una delegazione del congresso curdo (KCD) composta  da 3 ministri locali e capeggiata da Seydi Firat, per poi incontrare una deputazione dell’amministrazione di Diyarbakir composta da Fethi Suvari, segretario Generale e da Cihan Aydin, vice co-sindaco.

La giornata di domenica è proseguita con alcune visite ufficiali ai monumenti storici della città di Diyarbakir, come il Caravan Serraglio risalente al sedicesimo secolo o la Grande Moschea – esempio di architettura araba in basalto e pietra lavica e risalente al 1091 – per concludere con il raggiungimento della città di Urfa, da cui si può raggiungere il cantone di Kobane.

I media locali, tra cui 2 quotidiani di carta stampata, hanno dato ampio rilievo alla notizia della visita della delegazione sarda che è stata accolta con sentita ospitalità dalle autorità del posto.

«C’è un grande potenziale tra Sardegna e Kurdistan ed è arrivata l’ora di stringere rapporti più stretti», ha commentato durante l’incontro con l’amministrazione locale Gavino Sale, segretario di Irs. Sul diritto all’autodeterminazione c’è sintonia tra sardi e kurdi.

Lunedì la brigata sarda ha raggiunto il confine turco-siriano per incontrare Ismail Sahin e Rovda Binici, co-presidenti del partito HDP di Suruc, cittadina alle porte di Kobane. Kobane è stata negli ultimi mesi lo snodo di tutte le forze curde YPG, accorse nel Rojava siriano per combattere contro i miliziani dell’Isis.

«La straordinaria esperienza di governo comunitario che state portando avanti nell’autoproclamata autonomia democratica del Rojava, nella quale convivono etnie, culture e religioni differenti, è la risposta più alta alla teoria degli stati monoetnici o monoreligiosi». Questo il contenuto della lettera scritta dal Presidente del Consiglio sardo Gianfranco Ganau consegnata dai delegati alle autorità del più forte partito del sudest turco. «Mi auguro di potervi avere come graditi ospiti quando le vostre condizioni lo consentiranno», prosegue Ganau. Oltre alla lettera, i parlamentari sardi hanno consegnato la bandiera dei 4 mori che verrà recapitata personalmente ai co-sindaci di Kobane come segno di fratellanza e solidarietà del popolo sardo verso i curdi in lotta contro le forze del Daesh.

Anche la co-sindaco di Suruc, Zuhal Ekmez ha ricevuto i delegati. Dopo i ringraziamenti per il sostegno mostrato dalla Sardegna, la prima cittadina ha espresso la sua preoccupazione per l’ingente presenza di soldati di Erdogan – circa 30mila – lungo il confine siriano. Proprio nelle ultime due settimane il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan avrebbero minacciato un’invasione dei territori del Rojava per contrastare l’avanzata dell’Isis non curante delle eventuali conseguenze. Dopo aver sventolato la bandiera sarda alle porte di Kobane – città simbolo della lotta curda – i deputati sono stati accolti dai profughi di uno dei 6 campi presenti nei territori di Suruc, la maggior parte di loro scappati il settembre scorso verso la Turchia.

Un viaggio ricco di lezioni umane e politiche che segnano un patto di amicizia tra la popolazione curda e quella sarda. Due popoli lontani geograficamente ma che vivono con la stessa volontà il desiderio di autodeterminare la propria identità.

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