28 June, 2026
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L’Associazione culturale Cuprum di Gadoni, in collaborazione con l’Associazione Amici della Miniera di Carbonia, presenta, lunedì 15 giugno dalle 17.30 nella Sala EuralCoop, in piazza Marmilla a Carbonia, il libro “Funtana Raminosa. Erranti per le lente gallerie smarriti nell’oblio” curato da Gabriele Calvisi.

L’incontro, moderato dal giornalista de L’Unione Sarda, Marco Corrias, prevede gli interventi di Salvatore Cherchi, ingegnere minerario, già parlamentare di riferimento per le politiche industriali e minerarie nazionali e autore di un testo del libro; di Enrico Contini, già responsabile del laboratorio chimico di Igea; di  Roberto Curreli, geologo, commissario straordinario del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna; di Andreano Madeddu, perito minerario, leader del sindacato dei minatori, già direttore Api Sarda, autore di un testo del libro; Giorgia Meli, avvocata, assessora alla cultura del  Comune di Carbonia; Ennio Meloni, poeta e scrittore, Francesco Moro, minatore, presidente dell’Associazione culturale Cuprum;  Sandro Putzolu, ingegnere minerario, già direttore di numerose miniere sarde, autore di un testo del libro;  Gian Matteo Sabiu, ingegnere, vice presidente dell’Associazione degli Amici della Miniera, Francesco Sanna, avvocato, già parlamentare, presidente della innovativa AMA, A Meras Annos srl; Gianni Sini, ingegnere minerario già direttore della miniera di Funtana Raminosa e del gruppo Nord delle miniere Samim.

Dopo il dibattito, in cui sarà ricordata la figura di Lorenzo Musso, ingegnere minerario, capo della Divisione mineraria della Samim, saranno trattati, tra gli altri, i temi della memoria mineraria; il recupero del valore con le attività di bonifiche delle discariche minerarie e metallurgiche, il ruolo del Parco Geominerario della Sardegna, il presente e il futuro tecnologico, industriale delle attività innovative insediate nelle infrastrutture minerarie, è previsto l’intervento conclusivo di Emanuele Cani, assessore regionale all’Industria.

Il libro è l’esito di un lungo periodo di riprese fotografiche, di raccolta ed elaborazione di immagini e di testi, tra il 2022 e il 2024, per la miniera di Funtana Raminosa, sita nel territorio del Comune di Gadoni nella Barbagia di Belvì in provincia di Nuoro.

È un volume di fotografie e di parole che ha impegnato minatori e lavoratrici di diverse generazioni e i protagonisti degli ultimi cinquanta anni della storia politica, economica e sociale dell’industria mineraria nazionale. Si tratta di un atto di testimonianza, di auto-riconoscimento del vissuto minerario, politico, sociale e culturale, rintracciando i frammentati ricordi degli ultimi anni della miniera per trovare nel presente un senso del passato.

Mostra e racconta i paesaggi, i volti, gli sguardi, i segni di ciò che è rimasto di quella storia plurisecolare. Raccoglie le ultime testimonianze, affettuose, poetiche, sconsolate, cariche di indefinita fiducia e riconoscenza.  Registra gli innamorati ricordi, i frammenti di storie individuali e collettive, vissute nella miniera e nelle comunità che, improvvisamente, hanno subìto, forse in maggior misura che altrove, le traiettorie del declino, le distanze dell’abbandono, il tradimento delle promesse.

Il libro è composto da 280 pagine, 190 fotografie a colori e 37 pagine di scritti, ha un formato 21x 24 cm, una copertina in brossura e una sovra copertina, è stato pubblicato da Isolapalma della Grafiche Ghiani e stampato dalla Grafiche Zanini di Anzola dell’Emilia a settembre 2025.

Le fotografie sono di Gabriele Calvisi e Roberto Deidda. I testi di Matteo Cara, Salvatore Cherchi, Giovanni Dettori, Andreano Madeddu, Giambattista Novella e Sandro Putzolu. Hanno collaborato Sandro Boi, Miriam Deidda, Mario Deligia, Ginetto Melis, Francesco Moro e Gianni Porru.

La pubblicazione del libro è stata sostenuta dalla Fondazione di Sardegna. Ha il patrocinio gratuito della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro, del Comune di Gadoni e della società Igea SpA-Interventi geo ambientali.

 

Se il 1946 segnò il ritorno nella forma più avanzata della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. In quell’anno, il 31 marzo, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata in capo al podestà e, caduto il fascismo, al commissario prefettizio. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Votarono le donne: per le elezioni comunali prima che per il referendum. Un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista (DDL 1°febbraio 1945), aveva introdotto il suffragio universale. Le donne acquisirono, infine, il diritto al voto e, con altro decreto, il diritto ad essere elette.

La città di Carbonia ebbe il suo primo consiglio comunale, il suo primo sindaco e la sua prima giunta decisi da libere elezioni.

Il consiglio era composto da quaranta consiglieri. Comprendeva due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi. E tuttavia un bel passo in avanti della democrazia, sol che si pensi che le donne sino a quel momento erano state escluse dal voto.

La lista unitaria del partito comunista (Pci) e del partito socialista (Psiup) vinse nettamente le elezioni. Il consigliere più votato risultò Renzo Laconi che di lì a qualche mese sarebbe stato eletto all’Assemblea costituente di cui fu protagonista di primo piano. Al secondo posto, Renato Mistroni: divenne il primo sindaco. Sedeva nei banchi del Consiglio Giorgio Carta, ingegnere sardista, sesto per numero di preferenze, un moderno intellettuale di eccezionale valore che ha lasciato tracce indelebili nella storia dell’industria sarda e italiana, i cui meriti non sono stati ancora adeguatamente riconosciuti.

I nomi dei componenti il primo Consiglio comunale e la prima Giunta sono nell’elenco che accompagna quest’articolo: di ciascuno bisognerebbe ricostruire la biografia. In questa sede mi limito necessariamente a brevi cenni sul primo sindaco.

Renato Mistroni fu eletto sindaco nella prima seduta del Consiglio, il 7 aprile 1946. Il suo è il tipico caso della nemesi della storia. Mistroni, classe 1910, ferrarese, operaio metalmeccanico, era stato arrestato nel 1932 per il reato di organizzazione della rete comunista. Condannato a dodici anni di carcere dal tribunale speciale fascista, fu recluso nella prigione di Civitavecchia. Scontati sette anni, fu rilasciato a seguito di un’amnistia e inviato al confino, da Pianosa al domicilio coatto ad Iglesias. Lavorò a Bacu Abis.

Decise di restare nel Sulcis diventando sindaco della città dei minatori, fondata da Mussolini: la storia che si vendica, appunto. La sua è una biografia travagliata. Nel 1948 dovette riparare in Cecoslovacchia per sfuggire agli arresti ordinati dal ministro Scelba a repressione della reazione popolare seguita all’attentato a Togliatti (14 luglio 1948). (La repressione comportò a Carbonia condanne per circa duecento anni di reclusione sebbene non fosse accaduto nulla di particolarmente grave. Per confronto, si pensi che Antonio Pallante che sparò quattro volte per uccidere Togliatti, ebbe appena sei anni di carcere: la magistratura era piena di giudici selezionati dal fascismo.) In Cecoslovacchia, Mistroni fu ancora una volta arrestato: i comunisti italiani erano guardati con sospetto da quel regime. Dopo quella fascista, conobbe, dunque, la galera comunista.

E poi anche quella dell’Italia repubblicana. Stufo della Cecoslovacchia, sul finire degli anni Cinquanta rientrò in Sardegna. Finì nella prigione di Buoncammino, a Cagliari, per scontare la condanna seguita ai fatti del 1948. Vi restò per 18 mesi invece che per quattro anni e sei mesi grazie ad un indulto. Singolare e sofferta biografia, la sua. L’amministrazione co-munale nel 2003 gli ha dedicato una piazza: ben meritata.

L’esercizio della democrazia ebbe una prova di decisiva importanza nel Referendum sulla forma istituzionale dello Stato. La scelta per la repubblica prevalse a livello nazionale con un margine di circa due milioni di voti. L’Italia risultò divisa in due. Al centro-nord prevalse nettamente il sì alla repubblica; nel sud e nelle isole vinse la monarchia.

In Sardegna, la monarchia riportò circa il 61 % dei consensi. A Carbonia (e in altri comuni minerari) elettori ed elettrici fecero una scelta contro corrente: votarono per la repubblica con una maggioranza del 67,44% dei voti validi. Indubbiamente, la città più che con il conservatorismo nostalgico prevalente nell’Isola, era in sintonia con la volontà di cambio radicale di quella parte dell’Italia che, con la Resistenza, aveva pagato il prezzo più alto per restituire la dignità agli italiani dopo la dittatura, la guerra e il tradimento del re. Fu uno dei meriti dei minatori e delle forze politiche e sindacali operanti nella città.

Il voto per l’Assemblea costituente ebbe un esito analogo. Nell’Isola, la Democrazia cristiana ebbe il 41% dei voti con sei seggi. Al secondo posto il Partito sardo d’azione con due seggi, e solo al terzo il Pci con appena un seggio. A Carbonia il Pci ottenne oltre il 44% dei voti. Le sinistre nell’insieme superarono nettamente il 50%.

In Sardegna, tra gli altri, i democristiani elessero Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica; i sardisti Emilio Lussu; i socialisti, Angelo Corsi già sindaco di Iglesias e deputato prima dell’instaurazione della dittatura, perseguitato politico; i comunisti, Renzo Laconi che subentrò a Velio Spano, più votato ma eletto anche nel collegio unico nazionale. Tutte personalità di straordinario rilievo nazionale.

Quest’anno è l’ottantesimo anniversario di quel cruciale 1946, fondativo della Repubblica e dell’attuale democrazia; è anche il centenario delle leggi “fascistissime”, quelle del 1926, con le quali Mussolini consolidò la dittatura totalitaria nel modo più duro con la messa fuori legge dei partiti, la chiusura del Parlamento, l’incarcerazione di chi non era allineato, i podestà nei comuni.

In molti luoghi amministrazioni comunali, scuole, associazioni dedicano attenzione a questi anniversari perché sono parte fondamentale del ciò che siamo. A Carbonia lo si può fare per l’ulteriore motivazione che ho tratteggiato: la nascita della democrazia.

Carbonia, primo Consiglio comunale eletto il 31 marzo 1946

1) Laconi prof. Renzo
2) Mistroni Renato
3) Dedoni dr. Guido
4) Mascia prof. Tullio
5) Orani dott. Roberto
6) Carta ing. Giorgio
7) Garofano Alessandro
8) Tocco rag. Edmondo
9) Lai Aldo
10) Baghino rag. Agostino
11) Gattuso Angelo
12) Martinetti Giuseppe
13) Barbieri ing. Carlo
14) Arte Angelo
15) Pelessoni Guido
16) Medas Luigi
17) Diana Efisio
18) Palmieri Dino
19) Beccu Andrea
20) Sammartino Salvatore
21) Corsini Pietro
22) Calabrò Pietro
23) Bianciardi Remo
24) Piria Francesco
25) Partelli Giuseppe
26) Lecca Giovanni
27) Spiga Renzo
28) Fanny dott. Aldo
29) Tolari Erminio
30) Ferrari Carlo
31) Atzori Giuseppe
32) Plaisant Edoardo
33) Lecca Silvio
34) Salis Giovanni
35) Di Nuzzo Antonio
36) Messina Alberto
37) Peretti Sisto
38) Bartoli Armido
39) Cardia Sandra
40) Dessì Rosa
Sindaco eletto il 7 aprile 1946: Renato Mistroni. Ultimo commissario prefettizio: dott. Pensiero Macciotta.

Giunta comunale eletta il 7 aprile 1946.

Assessori effettivi: Orani dott. Roberto,Tocco rag.Edmondo, Mascia prof.Tullio, Bianciardi Remo, Aste Angelo, Salis Giovanni.

Assessori supplenti: Bartoli Armido, Palmieri Dino.
Nota. Gli elenchi sono conformi al verbale redatto dal segretario comunale dott. Paolo Ghiani. Ringrazio l’amministrazione comunale per averlo messo a disposizione.

Il sindaco Pietro Morittu e l’intera Amministrazione comunale di Carbonia esprimono cordoglio per la scomparsa, all’età di 71 anni, di Franco Nardone, già Direttore Generale e Segretario Generale della Provincia di Carbonia-Iglesias guidata da Salvatore Cherchi, nonché contestualmente per alcuni mesi – nel 2011 – Segretario Generale del comune di Carbonia nell’Amministrazione del sindaco Giuseppe Casti.
«Franco Nardone è stato un encomiabile manager della Pubblica Amministrazione, ricordato da tutti per l’estrema professionalità e l’alta competenza, sempre unite al fattore umano, alla gentilezza e alla cordialità che ne hanno contraddistinto l’operato. A nome dell’Amministrazione Comunale esprimo sentite condoglianze ai famigliari», ha dichiarato il sindaco Pietro Morittu.

Si è spento all’età di 96 anni lo scultore olbiese Giovanni Campus, il cui nome è profondamente legato alla città di Carbonia, per la quale realizzò tre opere in trachite e ferro che campeggiano su tre livelli in piazza Giovanni Paolo II, nel quartiere Rosmarino.
«Esprimiamo cordoglio per la scomparsa di Giovanni Campus, un artista che ha contribuito in modo determinante alla riqualificazione degli spazi urbani cittadini, in particolar modo nel periodo dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Salvatore Cherchi, con progetti che sono diventati, a tutti gli effetti, parte integrante della città e che portano la firma di uno scultore che, insieme a Giò Pomodoro e a Mauro Staccioli, ha concepito opere d’arte in cui si relazionano in modo complementare l’interno e l’esterno, il pieno e il vuoto, la forma e lo spazio. Le opere dei tre scultori citati sono state realizzate all’interno di un più ampio progetto che ha portato la città di Carbonia a conseguire il Premio Europeo del Paesaggio del Consiglio d’Europa nel 2011. A Giovanni Campus va il nostro ringraziamento per quanto realizzato a beneficio della città di Carbonia, unitamente alle sentite condoglianze e a un abbraccio ai familiari», ha dichiarato il sindaco Pietro Morittu.
Nato nel 1929, Giovanni Campus lasciò la Sardegna all’età di 18 anni, iniziando la sua longeva carriera artistica negli anni Cinquanta, rendendosi protagonista di numerose e prestigiose mostre nazionali e internazionali in città quali Londra, New York, Parigi e New Delhi.

Nel ricordare Mario Melis, le mie riflessioni riguardano il suo lascito politico, culturale e morale. Questo lascito appartiene innanzitutto ai familiari: essi ne sono i primi custodi. Appartiene al partito, il PSd’Az, in cui ha militato un’intera vita. Ma non solo a loro. Il patrimonio di idee e di coerenza morale di Mario Melis appartiene, a ben vedere, all’intero popolo di Sardegna e alle future generazioni, come è accaduto per i grandi sardi del secolo scorso che hanno saputo farsi guida e che hanno saputo connettere, idealmente e operativamente, la visione e l’azione nella loro terra, con le classi e i popoli, ovunque essi fossero, che lottano per affrancarsi da una condizione di subalternità.

Si può affermare che Mario Melis abbia assegnato una missione alla sua vita pubblica: agire per l’emancipazione del popolo sardo «con la fede profonda – sue parole – negli ideali che, da sudditi, ci fa cittadini e, da oggetto, soggetti e protagonisti». Soggetti e protagonisti della propria storia, s’intende, con la propria identità etnoculturale «aperta alle correnti di pensiero e alle problematiche di respiro europeo e mondiale». Per questa missione ha impegnato ogni sua energia.

La sua azione politica è stata alimentata dalle grandi correnti culturali dell’autonomismo e del federalismo, dei federalisti americani e dei pensatori europei e, soprattutto italiani: da Carlo Cattaneo a Altiero Spinelli e Ernesto Rossi.

A queste grandi correnti autonomiste e federaliste hanno dato un «vigoroso apporto – per dirla ancora con le parole di Mario Melis – insigni politici sardi», da Giovanni Battista Tuveri a Camillo Bellieni, da Giorgio Asproni a Emilio Lussu. Mario Melis include Antonio Gramsci tra i suoi riferimenti culturali federalisti: si riferisce al Gramsci dell’alleanza fra gli operai del Nord e dei contadini meridionali, sardi e siculi e della Repubblica federativa come tratteggiate nelle riflessioni sulla questione meridionale. Di autonomismo e federalismo ha avuto i primi maestri in casa: i fratelli maggiori, Giovanni Battista e Pietro che lo hanno iniziato al sardismo e alla militanza nel PSd’Az.

L’autonomismo e il federalismo, per le ragioni generali e fondamentali, costituiscono una prospettiva politica di crescente attualità̀ e utilità̀ per il nostro tempo. I principi dell’autonomia e del federalismo cooperativo, infatti, sono fondativi di una teoria e di una prassi portatrici di soluzioni positive dei problemi più̀ critici della società̀, del presente e del futuro: la pace tra gli stati e i popoli, il controllo democratico della globalizzazione dell’economia, il governo delle grandi questioni planetarie come la protezione dell’ambiente, le disuguaglianze regionali e territoriali, la qualità̀ della democrazia.

Vi è qui un primo lascito rilevante del pensiero e dell’azione di Mario Melis.

Più propriamente: che cosa sono l’autonomismo e il federalismo in Mario Melis?

Il discorso sull’Autonomia di Mario Melis, come si riscontra nei maggiori intellettuali e capi politici che si collocano in questa corrente, è profondamente radicato nella cultura del popolo sardo, esprime coscienza e capacità di decisione su come si vuole vivere in un territorio specifico per civiltà e storia e al quale si è intimamente legati.

L’Autonomia non è mai ridotta a pura forma giuridica, vuoto involucro istituzionale, bensì̀ è innanzitutto discorso umanistico, perché rimanda a una condizione di inveramento, al grado migliore, della libertà delle persone e di un popolo.

L’Autonomia è innanzitutto “appropriazione” (è un termine usato da Mario Melis) delle risorse che ci appartengono (paesaggio, storia, lingua): appropriazione non egoistica ma rispettosa, collettiva e partecipata; appropriazione che non tenda a consumare quelle risorse, bensì a comprenderle per quel che sono e dunque a rispettarle ed espanderle condividendole in una dimensione sociale e umanistica. Riflettiamo sul fatto che Mario Melis era un giurista (come Emilio Lussu) ma (ancora come Emilio Lussu) era fortemente interessato alla cultura, all’ambiente, al paesaggio, alla lingua sarda e al bilinguismo perfetto che considerava «quasi sintesi dell’intera questione sarda [e] elemento di coagulo della riscoperta e riappropriazione della identità». Era interessato, in definitiva, ai valori e alle cose che danno sostanza all’Autonomia.

L’Autonomia è un’espressione di libertà, il cui soggetto è la comunità̀ sarda, che, come afferma un illustre storico del diritto, Italo Birocchi, si manifesta nella libertà da ogni vincolo che non sia accettato per il bene comune e non sia necessario ai fini del riconoscimento della coesistenza dei pari diritti altrui, e nella libertà di autogoverno, intendendo per tale la facoltà̀ di darsi norme e istituzioni idonee alla costruzione del futuro del popolo sardo e idonee a provvedere alla conservazione e potenziamento delle sue risorse materiali, culturali e storiche, in una prospettiva di sviluppo e innovazione creativa. L’Autonomia, così intesa, come la intendeva Mario Melis, si risolve, dunque, in una forma di democrazia.

Per i suoi caratteri più̀ propri l’Autonomia non ha niente a che vedere con il passatismo o la separatezza. Non è passatismo perché́ non guarda alla storia con nostalgia per alimentare ideologie di conservazione, ma per acquisire la consapevolezza necessaria per guardare dinamicamente all’oggi, per progettare. Non è separatezza perché l’Autonomia è storicamente e necessariamente rapporto con altri: mira ad aggregare e non a separare o a separarsi.

L’Autonomia è anche responsabilità. S’intende che è capacità di utilizzare al meglio i poteri di cui già si dispone, per espandere la democrazia. E s’intende che è capacità di utilizzare al meglio le risorse: sono sempre più insostenibili, oltre che riprovevoli, i comportamenti di irresponsabilità nella spesa: tanto qualcuno pagherà comunque il conto.

Al riguardo, Mario Melis affermava: «Commetteremo un errore imperdonabile se non ci interrogassimo sul nostro modo di fare autonomia o più semplicemente amministrazione; se non 3 indagassimo sulla parte di responsabilità che ricade su di noi nel prodursi della crisi nella sua globalità». Il suo giudizio è molto critico: «L’Autonomia regionale [salvo brevi stagioni] è stata gestita nella logica del giorno per giorno, storditamente, in un procedere discontinuo, contraddittorio. Traguardi, che, al di là delle frasi fatte, ma vuote di contenuti ed elaborazione, avremmo dovuto perseguire non sono stati realizzati». Si riferisce agli esiti di decenni di esercizio dell’Autonomia speciale.

L’Autonomia responsabile è contro la demagogia: «Io pensodichiara Mario Melis, rivolgendosi innanzitutto al suo partito riunito nel congresso – che il pericolo maggiore cui vada incontro un politico e, in fondo, la classe politica, sia quello di abbandonarsi agli slogan, alle frasi fatte, utili senza dubbio per lanciare messaggi, per riassumere, in sintesi, concetti complessi, ma inidonea a proporre, da sole, un serio, articolato e razionale programma politico. Con gli slogan si rischia la mitizzazione miracolistica, scoprendo poi che si dispone solo di scatole vuote».

Ho accennato all’ idea di Autonomia come coltivata da Mario Melis. Accenno, ora, al federalismo come emerge nel pensiero di Mario Melis. Autonomia e federalismo, beninteso, non sono separati: si presuppongono, s’integrano, in quanto realizzano l’affermazione della dignità di un popolo e, insieme, il rispetto dell’altro e del diverso, riconoscendosi negli stessi valori di fondo.

Dobbiamo interrogarci su quale modello di federalismo. Mario Melis non ha ignorato, né eluso, né è stato evasivo su questo cruciale punto. In un intervento sull’auspicata Unione federale dell’Europa, ha riassunto la questione nei suoi termini essenziali: «Si discute se all’origine del patto federale debba individuarsi la solidarietà e, in ultima analisi un reciproco impegno di fedeltà, o più un semplicemente un contratto, volta a realizzare al meglio i rispettivi interessi dei contraenti che restano pertanto liberi di recedere una volta che questi siamo stati raggiunti. Pur senza contestare la rilevanza delle motivazioni che supportano la seconda ipotesi, si osserva che a legittimarla resta solo la logica del mercato: la logica del più forte». Il punto in discussione, un punto conflittuale, riguarda l’idea di Stato e di società che essa implica. Giova sempre tenere presente che le teorie politiche, o più semplicemente economiche, non sono mai neutrali, in quanto supportano diverse visioni dei rapporti sociali e del rapporto fra cittadino e istituzioni pubbliche. Così è anche per il federalismo ormai largamente applicato nel mondo, ma secondo valenze sociali molto differenti fra loro, in particolare per la componente fiscale, questione cruciale per l’acceso paritario ai diritti di cittadinanza indipendentemente dalle condizioni sociali e dal luogo dove si vive.

Quando Mario Melis afferma: «Federalismo che cos&’è, se non solidarietà?» indica un preciso modello di federalismo: quello basato sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla responsabilità dei soggetti federati «in vista, non tanto e non solo di particolari obiettivi, quanto del reciproco bisogno di mettere insieme i comuni valori che, pur senza confondersi, divengono patrimonio e forza di entrambi».

Il federalismo in Mario Melis è in relazione con l’indipendentismo. Non tralascio questo nodo delicato. Il foedus, il patto fra eguali, passa per l’indipendenza: rendersi indipendenti 4 e poi unirsi attraverso la federazione, questa era la sua idea in coerenza con il programma fondamentale del Psd’Az. Questa enunciazione di principio non ne ha distolto, però, l’attenzione e l’impegno dalle riforme, a partire da quelle costituzionali, che, senza percorrere l’impervio sentiero dell’indipendentismo, avvicinano l’obiettivo finale della federazione nella Repubblica. Anzi, così a me sembra, l’impegno politico maggiore era profuso nella seconda direzione. Così, nel dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del Governo Craxi, agosto 1983 – per la prima volta, da giovane deputato, mi accadeva di ascoltare un discorso di Mario Melis – mentre riafferma il nesso fra federalismo e indipendentismo, si diffonde e ben più ampiamente, sulle riforme. Pone il tema, fondamentale, della partecipazione delle autonomie alle sedi decisionali centrali. Afferma che affinché «le Regioni abbiano un ruolo, esse debbono contare nel momento formativo della volontà legislativa e delle grandi scelte sia in politica estera che interna, come nel governo e nella programmazione dell’economia». Con questo obiettivo, propone «in sede di riforma costituzionale, la trasformazione del Senato in Camera pariteticamente rappresentativa delle Regioni e anche delle altre nazionalità presenti in Italia» (pariteticamente, sull’esempio del Senato Usa). Propone la riforma della Corte costituzionale, che «oggi nella sostanza è un giudice di parte e quindi non è un giudice, e dovrà essere integrata da giudici eletti dalle rappresentanze regionali quando è chiamata a risolvere problemi di conflitti tra Stato e Regioni. Tutte le moderne democrazie così si atteggiano…». E poi colpisce sui corposi problemi della riduzione dei gravami militari, dei trasporti e della rivendicazione storica della zona franca. Emerge il dirigente politico avveduto che lancia ponti verso altre forze federaliste o regionaliste per cogliere risultati, anche parziali, che segnino passi in avanti nella trasformazione in senso federale della Repubblica.

Mario Melis è stato un convinto militante della causa dell’Unione politica e federata dell’Europa. Durante il suo mandato al Parlamento europeo cade l’ordine mondiale fissato a Yalta, si dissolve l’Unione Sovietica, i Balcani sono insanguinati da orribili guerre. «L’angoscia delle popolazioni croate, massacrate dalla violenza dell’esercito serbo, sono la testimonianza più drammatica di quanto intendiamo lasciarci alle spalle per costruire, nella solidarietà e nella pace, una nuova e più grande patria». La nuova e più grande patria è l’Europa unita: questa è l’aspirazione che ci propone. Ogni passo in avanti in questa direzione è buono. Perciò è favorevole alla nascita della Banca centrale europea e alla moneta unica che vede come passaggi intermedi verso l’Unione politica. Ha una precisa idea dell’Unione politica europea: «Non l’Europa degli Stati, non l’Europa dei partiti (che dovranno ovviamente svolgere un ruolo di confronto e di costruzione democratica), ma l’Europa dei popoli, di tutti i popoli. Questi non possono essere valutati soltanto in virtù del loro peso numerico ma devono essere accettati per il contributo di civiltà che sono in grado di offrire. Noi crediamo che l’Europa degli Stati non saprà uscire dalla logica del mercato…».

Divenne presidente della Regione una prima volta nel 1982, per circa due settimane e poi si dimise perché non c’erano le condizioni politiche per andare avanti. Nel 1984 divenne presidente della Regione per la strada maestra, grazie al forte successo del PSd’Az e alle scelte lungimiranti del PCI. La presidenza di Mario Melis fu l’esito politico naturale di un 5 lungo processo alimentato da movimenti di massa del decennio precedente: le lotte per i territori interni e per rompere le condizioni di arretratezza a partire dalla innovazione del sistema produttivo regionale, con uno spazio ampio assegnato alla riforma agropastorale, alle risorse locali e alla piccola media impresa. Era un grande movimento di massa che reclamava anche il cambio della direzione politica della Regione. Di quel periodo ha scritto Mario Melis che sin dal suo costituirsi: «La giunta e il suo presidente furono investiti da un tumultuoso accavallarsi di critiche (non disgiunte da velate ed esplicite minacce) provenienti dai più autorevoli esponenti della maggioranza di governo». Mario Melis rivendica il confronto paritario con il governo. Non esitò a convenire in giudizio il ministro pro tempore della Difesa, Spadolini, quando l’ammiragliato di La Maddalena infranse le norme sull’edificazione. Ma fu capace di aprire rapporti positivi con il governo, ottenendo risultati rilevanti nella riduzione dei gravami come la restituzione di 2.500 ettari di territorio controllato dall’amministrazione militare, la sospensione delle esercitazioni militari durante la stagione estiva. Concluse positive intese per la soluzione del contenzioso sulle entrate. Né meno impegnativo fu il confronto per affermare la competenza regionale nel vasto campo dei beni paesaggistici ed ambientali. Con la sua giunta la disoccupazione fu ridotta di 5 punti percentuali, si varò il piano per l’occupazione giovanile; si registrò un saldo nettamente positivo nel totale delle imprese attive, si creò il consorzio 21 per la promozione di imprese innovative; si promosse l’innovazione tecnologica. Si varò una legislazione avanzata e coraggiosa per la tutela delle coste: queste furono salvate dalla cementificazione, soprattutto da quella giunta. Si fecero leggi anticipatrici sulla trasparenza e sul suo procedimento amministrativo. L’esito delle elezioni regionali del 1989, seppure registrando una perdita di consiglieri nelle file del PSd’Az e del PCI, non fu la sconfitta di quella coalizione. Il risultato consentiva la prosecuzione dell’esperienza di quella coalizione. Non accadde perché a Roma le segreterie dei partiti al Governo, Craxi in modo particolare, ne impedirono la prosecuzione.

Mario Melis ha onorato gli uffici pubblici ricoperti. A partire dal Comune. È stato sindaco di Oliena per circa 20 anni. E poi in Regione e nei Parlamenti repubblicano ed europeo. Ha interpretato le cariche con la consapevolezza della responsabilità di rappresentare sempre una comunità e, da Presidente della Regione, un intero popolo. Lo ha fatto con il senso del dovere verso chi questa rappresentanza gli ha affidato confidando che fosse riposta in buone mani. Non è venuto meno a questo dovere. E lo ha fatto al meglio, con onestà nel pubblico e nel privato, con fermezza e con grande carisma. La gente comune traeva fierezza, vorrei dire: orgoglio, dal sentirsi così rappresentata: era il presidente dei sardi, non solo della Regione Autonoma della Sardegna. Penso che stia qui, nella tensione morale riversata nella funzione pubblica, un altro grande lascito di Mario Melis alle giovani generazioni della Sardegna: un lascito attuale, dunque, cui guardare e applicare nella società di oggi segnata da profonda crisi di fiducia nel rapporto fra cittadini e istituzioni.

Salvatore Cherchi

Ieri sera presso la sala polifunzionale di piazza Roma si è svolta un’interessante e partecipata serata dedicata al ricordo di Mario Melis, eminente figura della Sardegna, avvocato, politico, uomo di governo, autonomista e sardista. Un’iniziativa organizzata dall’Associazione Amici della Miniera in collaborazione con il comune di Carbonia, con la straordinaria partecipazione della presidente della Regione Autonoma della Sardegna Alessandra Todde. Impegno etico, civile, morale, statura politica. Sono alcuni dei tratti distintivi che hanno caratterizzato Mario Melis, raccontato da un parterre di relatori qualificati, che hanno ripercorso con aneddoti, testimonianze personali e ricostruzioni storico-politico di vaglia la figura dell’ex presidente della Regione Sarda.

Nel corso della serata, coordinata da Gian Matteo Sabiu, vice presidente dell’associazione Amici della Miniera, sono intervenuti, tra gli altri, Pietro Morittu, sindaco di Carbonia; Enrico Manca, tecnico minerario e imprenditore; Bachisio Bandinu, antropologo, giornalista e scrittore; Antonello Pilloni, politico e imprenditore; Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer; Antonello Cabras, ex presidente della Regione Sardegna; Alessandra Todde, presidente della Regione Sardegna.

Il sindaco Pietro Morittu, a nome dell’Amministrazione comunale, ringrazia la presidente della Regione Autonoma Sardegna, i familiari di Mario Melis, i relatori e tutti coloro che hanno partecipato a questa iniziativa, di cui è disponibile il link YouTube per poterne visionare l’intero contenuto:

 

Venerdì 11 aprile, dalle ore 17.00, la sala polifunzionale di piazza Roma a Carbonia ospiterà una serata in ricordo di Mario Melis, eminente figura della Sardegna, avvocato, politico, uomo di governo, autonomista e sardista. All’evento, organizzato dall’associazione Amici della Miniera in collaborazione con il comune di Carbonia, è prevista la partecipazione straordinaria della presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Alessandra Todde.
Coordinerà i lavori Gian Matteo Sabiu, vice presidente dell’associazione Amici della Miniera.
Sono previsti i seguenti interventi:
– Pietro Morittu, sindaco di Carbonia;
– Enrico Manca, tecnico minerario, Imprenditore;
– Bachisio Bandinu, antropologo, giornalista e scrittore;
– Antonello Pilloni, politico, imprenditore;
– Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer;
– Antonello Cabras, ex presidente della Regione Autonoma della Sardegna;
– Alessandra Todde, presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
– Intervento dei familiari e del pubblico.

La sala blu del Centro culturale di Iglesias s’è riempita venerdì 14 marzo per la presentazione del libro “Per Enrico, per esempio – L’eredità politica di Enrico Berlinguer”, di Pierpaolo Farina, organizzata dal Centro Iniziative Culturali Arci di Iglesias, con il patrocinio del comune di Iglesias. Alla presentazione hanno partecipato Bianca Berlinguer, giornalista, figlia di Enrico, che ha collaborato con l’autore, al quale ha rilasciato un’intervista esclusiva pubblicata nel libro; il cardinale Arrigo Miglio, collegato da Roma; il sindaco Mauro Usai e l’assessora della Cultura del comune di Iglesias Claudia Sanna; Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer. Hanno moderato gli interventi i giornalisti Giampaolo Meloni e Ottavio Olita.
Il cardinale Arrigo Miglio ha parlato del rapporto tra la Chiesa e il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer, in particolare ricordando monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, e il “compromesso storico” tra il PCI di Enrico Berlinguer e la Democrazia Cristiana guidata dall’indimenticabile Aldo Moro.
Bianca Berlinguer ha parlato del suo rapporto instaurato con il Sulcis Iglesiente da giornalista nei primissimi anni ’90, per documentare sul TG3, inviata dal direttore Sandro Curzi, le lotte dei minatori, facendo riferimento ad Antonio Calledda (presente in sala), allora segretario della federazione del PCI del Sulcis Iglesiente; del padre Enrico ha ricordato soprattutto il privato, quasi sempre oscurato dal ruolo politico e istituzionale.
Gli interventi si sono sviluppati intorno alla straordinaria statura politica di Enrico Berlinguer, un grande leader stimato anche dagli avversari, che a distanza di oltre 40 anni dalla sua scomparsa, continua a essere il leader politico più amato della storia repubblicana, ancora oggi portato ad esempio, anche da chi personalmente, per questioni anagrafiche, essendo nato dopo il 1984, non l’ha conosciuto, tra questi lo stesso autore del libro, Pierpaolo Farina, sociologo e saggista 36enne, fondatore del primo sito web a lui dedicato.
Al termine della serata, l’assessora della Cultura del comune di Iglesias, Claudia Sanna, ha consegnato a Bianca Berlinguer, come ricordo della città di Iglesias, una miniatura della Cattedrale di Santa Chiara d’Assisi.
Giampaolo Cirronis

Si è conclusa all’Eur “Roma Arte in Nuvola”, quarta edizione della più importante Fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea del Centrosud. Come ormai consolidato, ad ospitare l’evento sono stati gli spazi espositivi del Centro congressi la Nuvola. Organizzata e realizzata da Creare Organizzare Realizzare (Cor) con la direzione artistica di Adriana Polveroni, la Fiera ha avuto il sostegno della Regione Lazio e Roma Capitale, il Ministero della Cultura, la Direzione Generale degli Archivi di Stato, la Fondazione MAXXI, il Museo delle Civiltà e l’Istituto Centrale per la Grafica. Main sponsor Banca Ifis, che nell’occasione ha allestito uno spazio espositivo con dodici busti di sua proprietà ritrovati e restaurati, realizzati da Antonio Canova.

Nei circa 26mila mq di superficie del Centro congressi progettato da Massimiliano Fuksas e di proprietà di Eur Spa, fino a domenica 24 novembre sono state esposte le opere messe in mostra dalle 140 gallerie d’arte nazionali e internazionali selezionate. Si tratta di centinaia di quadri, sculture, installazioni, collage e molto altro, prodotte in diverse forme e realizzate tecniche e materiali diversi, come le cassette in legno per la frutta usate nell’installazione “Casa senza titolo, di Sislej Xhafa, 1999”, proveniente dalla collezione del MAXXI e che vedi subito salendo Piano Forum, dov’è gran parte dell’esposizione. Tra la lunga teoria di stand si passa accanto una grande parete arricchita da una raccolta di oltre duecento tra disegni, bozzetti, schizzi e acquarelli che riportano ad altri tempi e hanno come tema dominante la storia naturale. A realizzarli è stato il duo artistico Maristella Scala e Simeone Crispino, in arte i Vedovamazzei.
Si è parlato di nuove forme d’arte, realizzate talvolta con plastiche polimeriche, sabbie, polvere di quarzo, marmo, vetro e metalli, ceramica e terracotta, colori acrilici, smalti, ad olio ed acquerello.

Tra gli artisti che hanno presentato le loro opere, Nicola Filia, con il progetto “CARBONE” – Una mostra che ripercorre le origini della città di Carbonia e la racconta in chiave contemporanea, allestita da Paola Mura. La presentazione è stata curata da Salvatore Cherchi.

«La storia di Carbonia – città fondata dal fascismo, nel 1938, per produrre carbone – è singolare innanzitutto sul piano sociale. Immaginate una moltitudine di decine di migliaia di persone che in poco tempo, nella seconda metà degli anni Trenta del secolo trascorso, converge in un lembo di terra di agricoltura e pastorizia: persone con storie, parlate, nomi e cognomi che ne indicavano i tanti luoghi di provenienza. Arrivarono con il carico di speranze, nostalgie e sofferenze che sempre accompagnano l’uomo che lascia per bisogno il luogo natio, la famiglia e le amicizie.

Molti sono andati incontro a un tragico destino perché impreparati a un lavoro pericoloso sempre, ma con rischi accentuati dagli obiettivi pressanti della produzione. Morirono sul lavoro diciotto minatori nel 1938; trentadue nell’anno seguente. Un censimento incompleto registra che, tra il 1938 e il 1963, nel complesso delle miniere carbonifere del Sulcis sono morti oltre trecento minatori.

La moltitudine di costruttori di città e miniere nel tempo si trasformerà in una peculiare Comunità della Sardegna, con identità marcata e forte senso di appartenenza. La metamorfosi si compie già nel primo dopoguerra, quando con la cessazione dell’economia autarchica e l’apertura dei mercati, l’industria mineraria carbonifera, che occupava circa 17mila minatori, entra in un declino inesorabile. La Città nuova, a pochi anni dalla fondazione, correva il serio rischio di divenire una città fantasma: la Comunità reagì e si radicò nel luogo quando corse il concreto rischio di esserne sradicata. Nella temperie resistenziale di quegli anni, si forgiò lo spirito identitario.

La trasformazione e il senso di appartenenza germinarono con le istituzioni democratiche, i partiti politici, il sindacato, la chiesa.

Nel 1946, Carbonia punì la complice e pavida monarchia con un voto massiccio per la Repubblica: un fatto eccezionale in Sardegna. La città si diede una rappresentanza democratica: fu eletto il primo Consiglio comunale. Per la classica nemesi della storia, divenne sindaco un cittadino perseguitato dal regime fascista, arrestato nel 1932 e condannato a 12 anni di reclusione dal Tribunale Speciale. Si chiamava Renato Mistroni, ferrarese, di professione operaio.»