9 January, 2026
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Il Parco Geominerario 25 anni dopo la legge istitutiva – di Tore Cherchi

Sono trascorsi 25 anni dalla pubblicazione della legge 388/2000, la legge finanziaria per il 2001, che tra le tante disposizioni, ha definito all’art.114 la base normativa che ha dato il via all’esistenza del Parco Geominerario della Sardegna (PGM). Di quella legge ero relatore e in quella veste, a nome della Commissione Bilancio, presentai la norma istitutiva del PGM nella forma dell’emendamento aggiuntivo al disegno di legge.
L’emendamento fu approvato a larga maggioranza della Camera dei deputati nel pomeriggio del 14 novembre. Subito dopo quella votazione telefonai a Giampiero Pinna.
«Ce l’abbiamo fatta», gli dissi. Giampiero Pinna era in attesa di notizie da Roma: si era rinchiuso in miniera impegnandosi a non uscirne se non a parco costituito. Anche quando fu approvata la legge non si mosse finché non fu concretamente applicata. La sua fu una battaglia di straordinario sacrificio personale per un obiettivo di interesse generale.
L’idea del Parco Geominerario veniva da molto lontano. Per brevità, richiamo solo l’opposizione, vittoriosa, alla liquidazione per svendita del patrimonio immobiliare minerario. Infatti, nel 1985, l’Eni aveva messo sul mercato interi complessi di straordinario valore storico comprendenti, nei comuni di Iglesias, Arbus, Guspini, San Gavino, 873 ettari di terreni, 519 fabbricati fra i quali un centinaio di edifici industriali, le direzioni minerarie di Monteponi, Ingurtosu, Montevecchio ed altri importanti manufatti. L’iniziativa fu bloccata e si salvò una buona parte della base materiale del futuro Parco.
Se è vero che le rivendicazioni venivano da molto lontano e da più parti, si deve a Giampiero Pinna il merito di averle tradotte in un progetto strutturato quando dirigeva aziende regionali, e di averle reso popolari con la lunga lotta a Pozzo Sella.
Noi parlamentari abbiamo fatto la nostra parte con l’iniziativa legislativa portata a felice conclusione. Fu, in definitiva, una produttiva cooperazione.
La Legge 388/2000 ha definito gli elementi essenziali del PGM. Ha sancito la creazione di un parco dedicato alla conservazione del vasto patrimonio legato all’attività mineraria sarda. Ne ha indicato le finalità: protezione e valorizzazione del patrimonio geologico, tecnico-scientifico, archeologico industriale, documentale, delle tradizioni e dei saperi legati alle miniere anche per obiettivi culturali, sociali e produttivi. Ha disposto come strumento di gestione un consorzio composto da Ministeri (Ambiente, Attività Produttive, Università e Ricerca), la Regione Sardegna e i Comuni interessati. Ha delegato al Ministero dell’Ambiente l’emanazione dei decreti attuativi, cosa avvenuta con il D.M. 16 ottobre 2001 e il D.M. 9 marzo 2004. E, infine, ha assegnato per la gestione un finanziamento annuale di ben sei miliardi di lire, divenuti circa tre milioni di euro a partire dal 2001. Era il Parco con più fondi in Italia. Per gli investimenti, inoltre, il Parco era abilitato ad accedere ai fondi nazionali e dell’Unione europea. In conclusione: la legge mise a disposizione strumenti e risorse per fare un buon lavoro.
Passato un quarto di secolo, bisogna chiedersi quale sia stata il beneficio concreto del PGM per i territori ex minerari. Il rendiconto è un dovere politico e morale, sebbene desueto. Questo dovere spetta innanzitutto agli organi dirigenti del parco, sebbene non solo a loro. Il nuovo commissario straordinario (al quale auguro buon lavoro, chiedendomi perché ancora un commissario e non un normale presidente) proprio perché è di fresca nomina e quindi estraneo alle precedenti gestioni, potrebbe/dovrebbe presentare un bilancio consuntivo di venticinque anni di attività del Parco. L’indice di un simile rapporto è nell’articolo 2 del decreto ministeriale 16 ottobre 2001 che elenca distintamente gli obiettivi del Parco: ciascuno di questi merita un dettagliato resoconto.
Per parte mia, propongo alcune riflessioni.
Il primo obiettivo, quello della tutela passiva dell’archeologia industriale mineraria è stato ottenuto nel momento in cui è stata approvata la legge e sono stati emanati i decreti attuativi. Nessuno può toccare quei beni senza l’autorizzazione dei pubblici organi: non è un risultato di poco conto se si ha presente la preesistente situazione. Semmai si deve anche aggiungere che il primo decreto attuativo della legge (il DM 16 ottobre 2001) ha esteso in maniera abnorme i vincoli obbligando cittadini, imprese, comuni etc., a richiedere il nulla osta al parco anche per interventi su beni e aree che neanche lontanamente hanno avuto a che fare con le miniere. Quel decreto è stato riformato nell’ormai lontano 2016 (DM 8 settembre 2016) per distinguere tra aree e beni di sicuro interesse culturale e paesaggistico e aree che con le miniere non c’entrano (cioè gran parte dei territori e dei centri comunali del Parco) per i quali non sarebbe più richiesto il nulla osta. Il richiamato decreto ha assegnato un anno dall’emanazione come termine per concludere la classificazione. Del resto, il lavoro di istruzione tecnica era già stato fatto.
La domanda è: la classificazione è stata fatta o si continua come prima a sottoporre cittadini ed imprese a adempimenti inutili, costosi per risorse e tempo?
I beni dell’archeologia industriale sono da tutelare e valorizzare anche per scopi culturali, sociali e produttivi. Al riguardo molto hanno fatto i comuni. Si vedano i casi di Carbonia, Iglesias, Narcao, Guspini, Gadoni e tanti altri. Ha fatto, nonostante le critiche, anche Igea cui si deve la conservazione e la fruibilità di impianti di straordinario valore e del grande archivio realizzato a Monteponi: un unicum in Europa. La domanda è quale consuntivo presenta il parco al riguardo? Il fatto che non sia proprietario dei beni non è un esimente perché l’ordinamento mette a disposizione gli strumenti per la cooperazione fra le pubbliche amministrazioni. Vero è che il parco ha scelto di ritirarsi dalla gestione dei siti cui partecipava (Carbonia e Narcao) anziché estenderla. Qui sta il punto. Fu una scelta molto negativa: se non si partecipa alla gestione dei siti, quale coordinamento si può avere? Si dirà che c’erano ostacoli burocratici ma questi non sono motivo di resa: si superano nel dialogo produttivo fra pubbliche istituzioni.
Un risultato importante è stato ottenuto con il sostegno alla produzione culturale, quali tesi di laurea, pubblicazione di libri, etc. E un grande servizio alla cultura, il PGM lo rese con il riconoscimento Unesco. Attenzione non quello di patrimonio dell’umanità, che non c’è mai stato, ma quello tuttavia prestigioso attribuito alla rete mondiale dei geoparchi di cui anche il PGM faceva parte. Tutti i comuni poterono fregiarsi del logo Unesco con il tempietto. Poi il riconoscimento è stato perso perché il PGM è stato espulso dalla rete dei geoparchi per inadempienze. Messe da parte le polemiche su torti e colpe, sono in corso iniziative per rientrare nella rete? Le inadempienze possono essere superate, tanto più che c’è abbondanza di risorse per buoni investimenti.

Già le risorse. Il Parco, nato come quello più finanziato d’Italia, da subito ha iniziato a cumulare copiosi avanzi di amministrazione (cioè fondi non spesi) nonostante le tante necessità. Questa situazione è stata utilizzata dai governi nazionali per definanziarlo. Si può avere un consuntivo sulle risorse entrate e sulle destinazioni? I dati potrebbero essere ricavati anno per anno dai bilanci pubblici. Tuttavia, sarebbe un servigio alla comunità avere un consuntivo venticinquennale certificato.
In conclusione: il bilancio consuntivo è necessario per comprendere cosa sia necessario fare per rilanciare il PGM. Salvo che non ci si voglia rassegnare al tirare avanti senza aggiungere alcun rilevante valore a ciò che fanno i comuni di loro iniziativa e in definitiva alla perdita della funzione attribuita per legge venticinque anni fa.
Tore Cherchi
7.01.2026

Un'imponente operazi
Il giorno dell'Epifa

giampaolo.cirronis@gmail.com

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