24 August, 2026
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Chi ha paura dell’Assistente infermiere? – di Antonello Cuccuru*

Il 18 agosto u.s. Mario Marroccu – past Direttore della SC di Urologia ed esperto di politiche sanitarie -, affermava in una lettera inviata al Direttore della Provincia del Sulcis Iglesiente, in riscontro ad una valutazione sul futuro della formazione del personale infermieristico del Presidente dell’Ordine provinciale delle professioni infermieristiche, che “anche per i laureati in Scienze Infermieristiche si prospetta un deficit numerico futuro condizionato dalla scarsa natalità e che, per far fronte a tale carenza, “potrebbe essere utile istituire una scuola, destinata a generare personale di supporto, con mansioni assistenziali semplificate, da mettere sotto il controllo degli infermieri laureati, con lo scopo di ampliare la numerosità del personale di assistenza. Auspicava inoltre, che ogni Ospedale provinciale potesse avere al suo interno una di queste scuole “non universitarie”.
Ebbene, questa interessante prospettiva corrisponde esattamente con quanto già contenuto nel DPCM del 28 febbraio 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 giugno 2025, che recepisce l’Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, e istituisce Il profilo professionale dell’Assistente Infermiere, di seguito AI.
L’AI è un operatore di interesse sanitario ai sensi dell’art. 1, comma 2, della Legge 1° febbraio 2006, n. 43. È un professionista in possesso della qualifica di Operatore Socio-Sanitario (OSS) che, attraverso uno specifico percorso formativo aggiuntivo, consegue la qualifica di AI.
Questo profilo professionale rappresenta una figura intermedia tra l’Operatore Socio-Sanitario (OSS) e l’infermiere.
Quali necessità hanno portato a istituire la figura dell’AI?
Come si delinea nel DPCM del 28 febbraio 2025, le necessità sono:
• esigenze assistenziali diventate più complesse
• introduzione di nuove tecnologie in ambito sanitario: serve una maggiore preparazione degli operatori
• crescente necessità di integrare le cure sanitarie e sociali, richiedendo figure in grado di operare in un contesto multidisciplinare
• carenza di personale infermieristico
I corsi di formazione per AI possono essere organizzati esclusivamente dalle Aziende sanitarie e dagli enti espressamente autorizzati dalla Regione.
Per accedere ai corsi di formazione per AI è necessario essere in possesso della qualifica di Operatore Socio-Sanitario (OSS), o di un titolo equipollente riconosciuto dalla normativa vigente. È inoltre richiesto il diploma di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale, oppure un titolo di studio di pari livello conseguito all’estero, insieme a un’esperienza professionale di almeno ventiquattro mesi svolta come OSS.
In via derogatoria, possono essere ammessi ai corsi anche gli OSS privi del diploma di scuola secondaria di secondo grado, a condizione che abbiano maturato un’esperienza lavorativa di almeno cinque anni negli ultimi otto anni. Per questi candidati è previsto lo svolgimento di un modulo formativo propedeutico aggiuntivo, della durata non inferiore a 100 ore, finalizzato a integrare la preparazione di base necessaria per l’accesso al percorso formativo.
L’AI svolge attività di tipo sanitario e supporto gestionale. Non ha autonomia professionale e opera sempre su indicazione, collaborazione e supervisione dell’infermiere. Tra le mansioni principali figurano:
• Rilevazione dei parametri vitali.
• Somministrazione di ossigenoterapia su prescrizione medica.
• Supporto alla somministrazione di terapie e farmaci per vie non iniettive.
• Collaborazione nella gestione del dolore e applicazione di medicazioni semplici
Al momento, però, tutto è stato congelato e nessuna Regione ha concluso i cicli formativi perché esiste un ricorso contro l’introduzione dell’Assistente Infermiere (previsto dal DPCM 28 febbraio 2025) che è diventato una vera e propria battaglia legale e politica davanti al TAR del Lazio. La vicenda ha spaccato il mondo sanitario italiano, delineando uno scontro frontale tra sigle sindacali, enti previdenziali e la Federazione degli Ordini.
Lo scontro si consuma in tribunale attraverso tre schieramenti ben precisi:
I Ricorrenti (contro il DPCM): La battaglia è guidata dal sindacato degli infermieri Nursing Up, che ha depositato il ricorso principale per chiedere l’annullamento del decreto. Al fianco del sindacato è sceso in campo anche l’ENPAPI (l’Ente di previdenza della professione infermieristica) con un intervento ad adiuvandum per rafforzare l’azione legale. Anche la federazione Migep (Federazione nazionale delle professioni sanitarie e sociosanitarie OSS – OSSS – Infermieri generici – Infermieri psichiatrici Puericultrici ) –
La Resistenza (a favore del DPCM): La FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) ha preso una posizione inedita, costituendosi in giudizio ad opponendum, ovvero difendendo la validità del provvedimento del Governo e delle Regioni.
Le Istituzioni chiamate in causa: Il ricorso punta a colpire la validità formale dell’accordo siglato dalla Conferenza Stato-Regioni e recepito dal Ministero
Chi si oppone alla nascita dell’AI porta davanti ai giudici del TAR del Lazio tre macro-argomentazioni:
1. Compromissione della sicurezza delle cure
Secondo il sindacato Nursing Up, attribuire mansioni sanitarie delicate (come la somministrazione della terapia farmacologica mirata o l’ossigenoterapia) a una figura con una formazione non accademica mette in serio pericolo la salute dei cittadini. Un corso regionale di sole 500 ore non viene ritenuto comparabile o sufficiente a garantire la sensibilità clinica derivante da una Laurea Triennale in Infermieristica.
2. Mancanza di un piano organico (“Una toppa alla carenza di personale”)
I ricorrenti denunciano che l’introduzione di questa figura ibrida non risolve il problema strutturale della carenza di organico negli ospedali e nelle RSA. Viene considerata un’operazione al ribasso per risparmiare sul costo del lavoro, anziché investire realmente sull’attrattività della professione, sull’adeguamento degli stipendi e sull’assunzione di nuovi infermieri qualificati.
3. Dequalificazione professionale e sovrapposizione di ruoli
Si contesta lo svilimento dell’identità stessa dell’infermiere. Il timore legale è la creazione di una zona grigia di competenze in cui la linea di demarcazione tra le responsabilità di chi esegue la manovra e quelle di chi la supervisiona (l’infermiere) è troppo labile, esponendo gli infermieri a enormi rischi di contenzioso per colpa assistenziale (malpractice).
Dall’altro lato della barricata giudiziaria, la FNOPI sostiene l’applicazione del DPCM ritenendo che l’Assistente Infermiere – operando in regime di stretta direzione e senza alcuna autonomia decisionale – possa sgravare gli infermieri da compiti esecutivi e ripetitivi. In questo modo, secondo l’Ordine, gli infermieri potrebbero concentrarsi esclusivamente sulle attività cliniche ad alta complessità e sui processi decisionali avanzati.
In attesa del pronunciamento del TAR del Lazio, nel tentativo di andare oltre lo scontro sindacale, è interessante riportare la posizione di Marcello Bozzi, Segretario Nazionale dell’Associazione nazionale dirigenti sanitari (ANDPROSAN) che si discosta dai toni di scontro sindacale e si concentra sull’opportunità di evoluzione dei modelli assistenziali.
Il suo punto di vista, espresso in sede di analisi professionale e contributi di settore su testate nazionali come Quotidiano Sanità, mette in luce una duplice prospettiva:
1. Più che guardare a cosa manca, guardare a cosa serve
Marcello Bozzi sottolinea che di fronte alla crisi della sanità e alla cronica carenza di organico, l’analisi non deve ridursi a un mero conteggio matematico di “cosa manca”, ma deve focalizzarsi su “cosa serve” concretamente per rispondere ai nuovi bisogni di salute. In questo scenario, egli ritiene che l’Assistente Infermiere sia una risorsa strategica da accogliere e tenere in forte considerazione per rimodulare l’assistenza.
2. Il rischio del “cambiare tutto per non cambiare niente”
Analizzando i profili dell’OSS e dell’AI, Marcello Bozzi ha evidenziato il pericolo che la riforma si traduca in un’operazione di facciata se non supportata da una reale rivoluzione strutturale. Il suo timore è che la politica e le direzioni sanitarie si limitino a una “;modernizzazione del linguaggio” formale nei testi normativi senza aggredire le inefficienze dei reparti.
3. Un’occasione per ridisegnare l’organizzazione del lavoro
Secondo il segretario di Andprosan, l’arrivo della nuova figura intermedia va colto come un’opportunità imperdibile per rivedere profondamente i sistemi di cura e l’organizzazione interna delle équipe.
L’introduzione dell’AI non deve essere vissuta in modo difensivo o corporativista dagli infermieri, ma deve servire ad allineare le pratiche quotidiane ai moderni standard europei, superando quelle “regole e culture arcaiche del passato” che frenano lo sviluppo della professione.
L’AI non deve rappresentare una minaccia alla professione intellettuale dell’infermiere, bensì uno strumento organizzativo necessario. Tuttavia, la sua efficacia reale dipenderà esclusivamente da come le singole direzioni delle professioni sanitarie (DiPS) sapranno integrarlo nelle UU.OO., evitando di usarlo come mera “toppa” per il risparmio della spesa e trasformandolo invece nel braccio operativo di un modello a forte regia infermieristica. A tale proposito, i colleghi delle DiPS dovranno procedere alla riorganizzazione dell’assistenza e delle “linee di produzione” attraverso la revisione di staffing e gli skill-mix (tenendo conto delle evoluzioni formative delle professioni sanitarie e dei nuovi profili).
Questo spaccato giudiziario, mi ha fatto venire in mente l’apologo del clown di Søren Kierkegaard che ritengo utile richiamare utile per illustrare, da un diverso osservatorio, l’attuale situazione di blocco.
La storiella narra di un circo viaggiante in Danimarca, colpito da un incendio. Il direttore mandò subito un clown, già abbigliato per la recita, a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto c’era il pericolo che il fuoco si propagasse attraverso i campi da poco arati e che arrivasse anche al villaggio. Il pianto e le grida del pagliaccio fecero intensificare le risate degli abitanti, i quali trovavano che recitasse la sua parte in maniera stupenda. La commedia continuò finché il fuoco distrusse circo e villaggio. Il messaggio limpido e chiaro del clown non era stato ascoltato.
I “paesani” dell’apologo si rivelano refrattari a un annuncio che ritengono trasmesso “per mestiere”.
Potrebbe essere questa l’immagine dell’attuale Assistente infermiere agli occhi di alcune sigle sindacali, associazioni di categoria e/o colleghi?
Oggi, c’è il rischio di apparire come il clown del racconto, che crede di dover trasmettere un messaggio urgente e vitale, eppure rimane irrimediabilmente “incredibile” dinanzi al suo uditorio.
L’apologo del clown di Søren Kierkegaard potrebbe costituire una chiave di lettura allo scetticismo odierno verso la nuova figura dell’Assistente Infermiere
Questo professionista, pur nascendo da un’urgenza reale del sistema sanitario, si scontra con il muro della diffidenza, del pregiudizio e dell’incomprensione di alcuni stakeholder e degli stessi colleghi. Ecco come le dinamiche del racconto si riflettono in questa situazione attuale:
Il clown che grida l’emergenza (L’istituzione e la carenza di personale)
Nel racconto, il clown corre a chiedere aiuto per salvare il circo che brucia. Oggi, il sistema sanitario lancia l’allarme per la cronica carenza di infermieri e il collasso dei reparti. L’introduzione dell’Assistente Infermiere è la risposta a questo “incendio”, pensata per alleggerire il carico di lavoro e garantire assistenza di base.
La risata del villaggio (Lo scetticismo del pubblico e dei professionisti)
Nel racconto, cittadini ridono perché vedono solo il costume da clown e non credono alla tragedia. Oggi, i pazienti e alcune sigle sindacali guardano con diffidenza questa nuova figura, considerandola ironicamente un “infermiere dimezzato” o un semplice “OSS con un cappello diverso”. Molti temono che sia solo un trucco burocratico e al ribasso per risparmiare sugli stipendi, svalutando la reale urgenza assistenziale che questa figura mira a colmare.
Il fraintendimento del linguaggio (La confusione dei ruoli)
Nel racconto, il linguaggio del teatro (il costume del clown) cancella la serietà del messaggio di salvezza.
Oggi, la somiglianza dei nomi e la sovrapposizione delle mansioni creano un cortocircuito comunicativo. Le persone non capiscono dove finisca l’operatore socio-sanitario, dove inizi l’AI e dove si collochi l’Infermiere professionista, trasformando una proposta seria in un motivo di dibattito sterile o di scherno.

Il circo che brucia (Il rischio del collasso sanitario)
Nel racconto, l’indifferenza della folla porta alla distruzione totale del circo e del villaggio. Oggi, se lo scetticismo e le resistenze corporative bloccheranno l’integrazione efficace dell’AI, a pagarne le conseguenze saranno i malati. Il sistema sanitario rischia di restare senza risorse, lasciando che l’incendio della disorganizzazione consumi la qualità delle cure.
Per superare lo scetticismo verso l’AI (introdotto ufficialmente dal DPCM 28 febbraio 2025), è necessario un cambio di strategia radicale.
Per evitare il tragico finale dell’apologo di Kierkegaard, l’istituzione sanitaria deve “togliersi il costume da clown” e rendere il messaggio chiaro, trasparente e strutturato. Il superamento della diffidenza richiede almeno quattro interventi fondamentali:
Trasparenza assoluta sui confini dei ruoli
Definire un perimetro giuridico e operativo invalicabile tra Operatore Socio-Sanitario (OSS), AI e Infermiere.
Questo eviterebbe la confusione nei cittadini e rassicurerebbe i sindacati che temono una “sostituzione al ribasso” degli infermieri laureati.
Certificazione e rigidità della formazione
Garantire che le ore di formazione aggiuntive (teoria, laboratori e tirocini certificati) siano severe e standardizzate a livello nazionale. L’intento è quello di demolire l’idea che l’AI sia solo un OSS mascherato con un “mini-attestato” privo di reale valore clinico.
Campagne di informazione pubblica e identità visiva
Lanciare campagne nazionali per spiegare ai cittadini chi è questo professionista, cosa può fare (es. parametri vitali, supporto ai farmaci) e definire divise o tesserini chiaramente distinguibili. In questo scenario, il paziente non deve tirare a indovinare chi ha davanti; la riconoscibilità visiva genera immediata fiducia ed elimina il pregiudizio.
Integrazione contrattuale ed economica reale
Riconoscere un reale miglioramento di livello contrattuale e remunerativo all’OSS che sceglie di specializzarsi. Se la figura viene percepita solo come un modo per far fare più compiti “gratis” o “low-cost” ai lavoratori, lo scetticismo interno distruggerà la riforma prima ancora del suo avvio.

(*) Coordinatore regionale della Società Italiana per la Direzione è il Management delle Professioni Infermieristiche

 “Vivere la Terra
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