26 June, 2026
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Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.

Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.

Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.

La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.

L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.

Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.

Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L

’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.

Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.

La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.

Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.

Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.

Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.

E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.

Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).

Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.

Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).

Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.

Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.

Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.

Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.

Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.

Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.

Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.

Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.

Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.

Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.

Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.

Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.

E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.

Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.

Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.

L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.

Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.

Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.

Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.

Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.

Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.

Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

Antonangelo Casula

La sala blu del Centro culturale di Iglesias s’è riempita venerdì 14 marzo per la presentazione del libro “Per Enrico, per esempio – L’eredità politica di Enrico Berlinguer”, di Pierpaolo Farina, organizzata dal Centro Iniziative Culturali Arci di Iglesias, con il patrocinio del comune di Iglesias. Alla presentazione hanno partecipato Bianca Berlinguer, giornalista, figlia di Enrico, che ha collaborato con l’autore, al quale ha rilasciato un’intervista esclusiva pubblicata nel libro; il cardinale Arrigo Miglio, collegato da Roma; il sindaco Mauro Usai e l’assessora della Cultura del comune di Iglesias Claudia Sanna; Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer. Hanno moderato gli interventi i giornalisti Giampaolo Meloni e Ottavio Olita.
Il cardinale Arrigo Miglio ha parlato del rapporto tra la Chiesa e il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer, in particolare ricordando monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, e il “compromesso storico” tra il PCI di Enrico Berlinguer e la Democrazia Cristiana guidata dall’indimenticabile Aldo Moro.
Bianca Berlinguer ha parlato del suo rapporto instaurato con il Sulcis Iglesiente da giornalista nei primissimi anni ’90, per documentare sul TG3, inviata dal direttore Sandro Curzi, le lotte dei minatori, facendo riferimento ad Antonio Calledda (presente in sala), allora segretario della federazione del PCI del Sulcis Iglesiente; del padre Enrico ha ricordato soprattutto il privato, quasi sempre oscurato dal ruolo politico e istituzionale.
Gli interventi si sono sviluppati intorno alla straordinaria statura politica di Enrico Berlinguer, un grande leader stimato anche dagli avversari, che a distanza di oltre 40 anni dalla sua scomparsa, continua a essere il leader politico più amato della storia repubblicana, ancora oggi portato ad esempio, anche da chi personalmente, per questioni anagrafiche, essendo nato dopo il 1984, non l’ha conosciuto, tra questi lo stesso autore del libro, Pierpaolo Farina, sociologo e saggista 36enne, fondatore del primo sito web a lui dedicato.
Al termine della serata, l’assessora della Cultura del comune di Iglesias, Claudia Sanna, ha consegnato a Bianca Berlinguer, come ricordo della città di Iglesias, una miniatura della Cattedrale di Santa Chiara d’Assisi.
Giampaolo Cirronis

È partita la prevendita dei biglietti per i concerti dell’Arena Fenicia Festival, manifestazione musicale che torna a Sant’Antioco con due date in compagnia di altrettanti nomi del panorama musicale italiano: il trombettista, cantante, compositore e produttore discografico Roy Paci, in programma il 3 agosto; e la “cantantessa” Carmen Consoli, che si esibirà nel fazzoletto verde dell’Arena Fenicia, cuore del Parco Archeologico di Sant’Antioco, il 21 agosto.

L’Arena Fenicia Festival ha già portato grandi nomi della musica italiana, da Francesco De Gregori a Max Gazzè, da Alex Britti a Vinicio Capossela, dai Negrita ad Antonella Ruggiero (che peraltro ritorna quest’anno a Sant’Antioco il 31 agosto, in piazza Aldo Moro, per uno spettacolo gratuito nell’ambito della Festa di Bonaria), da Carl Brave a Ermal Meta e Gemitaiz. E adesso è il turno di due grandi big: Carmen Consoli e Roy Paci, pronti ad infiammare il pubblico di Sant’Antioco.

Roy Paci & Aretuska sbarcano nell’isola con il loro “Rumba Tour 2024”.

Carmen Consoli fa tappa a Sant’Antioco nell’ambito del tour mondiale “Terra ca nun senti” con il quale omaggia la musica siciliana.

Sono trascorsi 40 anni dalla tragica scomparsa di Enrico Berlinguer, avvenuta a Padova l’11 giugno del 1984 ed il suo ricordo e la sua eredità politica sono più vivi che mai. La sua figura e la sua azione a quasi mezzo secolo di distanza, hanno lasciato nella società italiana una traccia indelebile e sono divenute patrimonio comune di più generazioni, da preservare gelosamente.
A distanza di anni dalla sua morte, il suo pensiero politico, alcune delle sue intuizioni e la sua opera continuano ad influenzare il dibattito politico odierno, non mi riferisco esclusivamente al tema della questione morale e del progressivo degrado della funzione dei partiti nella società italiana, ma al suo impegno militante per il disarmo, per una politica di pace e di costruzione di un nuovo ordine mondiale; tema più che mai attuale, come dimostra l’orrore dei tanti conflitti e guerre in corso e la crisi delle relazioni internazionali tra le principali potenze mondiali.
La sua stagione sarà ricordata per la proposta politica del “compromesso storico” che non aveva la sola legittima aspirazione di superare “la conventio ad escludendum” nei confronti dei comunisti italiani, quanto contribuire all’allargamento della partecipazione democratica delle classi lavoratrici al governo del paese.
Come è noto questa strategia prende spunto da una riflessione sui tragici fatti del golpe militare fascista del Cile del settembre del 1973, ma anche dall’esaurimento della formula politica del centro-sinistra che aveva visto l’ingresso del PSI nell’area di governo nel corso degli anni ’60.
In questo percorso aveva incontrato in Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, un interlocutore affidabile nella sfida per la costruzione di nuovi e più avanzati equilibri politici nel nostro paese, una prospettiva che si è interrotta con il rapimento e l’assassinio dello stesso Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, le quali (non da sole) hanno avuto come obiettivo principale interrompere un processo politico democratico che legittimava l’aspirazione di governo del paese da parte della sinistra italiana.
Per ragioni anagrafiche ho aderito al PCI neri primi anni della segreteria Berlinguer, proprio nel frangente in cui il partito avanzava al paese la proposta politica di “Austerità: occasione per cambiare l’Italia”, inviterei tutti a rileggere oggi, quelle tesi, con la mente libera dal pregiudizio che sovente accompagna il termine austerità, vi troveremo un’analisi e un’idea di cambiamento della società italiana che era propria di quelli che Andrea Mulas (autore di un bel libro su Allende e Berlinguer) definisce “i pensieri lunghi” di Enrico Berlinguer.
Gli anni ’70 sono ricordati come anni difficili soprattutto per la stagione delle stragi fasciste, della strategia della tensione, iniziata con Piazza Fontana nel 1969, l’Italicus, Piazza della Loggia a Brescia da un lato e dall’altro l’abisso in cui precipitò il paese con il terrorismo delle Brigate Rosse.
Va detto, inoltre, che quello degli anni ’70, fu un decennio particolarmente importante per il nostro paese, nonostante le difficoltà richiamate, furono anni fertili e di conquiste per il mondo del lavoro e di crescita per la democrazia italiana, cito ad esempio alcuni dei temi che avrebbero inciso in profondità nella vita civile e democratica dell’ Italia: la conquista dello Statuto dei Lavoratori, l’istituzione delle Regioni, il Decentramento Amministrativo, la Riforma della Sanità nel 1978 e sul piano dei Diritti Civili le Leggi su Divorzio e Aborto, una stagione riformatrice della quale oggi occorrerebbe recuperare, principi, metodo, memoria e insegnamento.
Mi è rimasta impressa nella memoria, una valutazione espressa da Enrico Berlinguer nel suo intervento al Comitato Centrale del PCI successivo al significativo arretramento elettorale alle elezioni politiche del 1979, nel quale rivendicava che l’azione condotta in questi anni dal PCI e dalle forze di sinistra, aveva contribuito ad introdurre nella società italiana, elementi di socialismo.
Una rivendicazione orgogliosa di un impegno coerente per lo sviluppo della democrazia e il progresso sociale e civile dell’Italia Repubblicana e dei risultati che avevano consentito un importante miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più popolari del nostro paese.
A gennaio di quarant’anni fa, la sua ultima volta in Sardegna in un “tour de force” nelle quattro province sarde, di questa circostanza, vorrei raccontare alcuni momenti della sua visita del 1984 ai quali ho avuto occasione di assistere da vicino.
Il 1984 si presentava come un anno con scadenze elettorali importanti, si votava per il rinnovo del Parlamento Europeo istituito nel 1979 e si era prossimi al rinnovo del Consiglio Regionale della Sardegna che, avrebbe poi eletto, l’indimenticato Mario Melis a Presidente della Regione Sarda.
La visita del Segretario Generale del PCI era stata preparata con molta cura dalla segreteria regionale guidata da Mario Pani, ed ebbe inizio la mattina del 15 gennaio del 1984, con un comizio tenuto a Cagliari in Piazza della Costituzione, molto partecipato, e proseguì poi per diversi giorni nelle quattro province della nostra isola.
Ho avuto la fortuna e l’onore di poter partecipare a questa straordinaria esperienza e vorrei rendere con semplicità, una testimonianza personale.
A fine settembre del 1983 ero stato chiamato a sostituire Ugo Piano appena eletto sindaco di Carbonia, nel ruolo di funzionario della Federazione Comunista del Sulcis come responsabile dell’organizzazione e in questa veste fui incaricato dall’allora segretario della Federazione, Ignazio Cuccu – dolorosamente e prematuramente scomparso lo scorso 27 dicembre – ad occuparmi degli aspetti organizzativi relativi alla visita di Enrico Berlinguer nella Miniera di Seruci, prevista per la mattina del 16 gennaio 1984.
Nel pomeriggio del 15 gennaio Berlinguer arrivò a Carbonia per l’inaugurazione della nuova sede della Federazione in viale Arsia, dove fu accolto con grande gioia e partecipazione da una folla di militanti di tutto il nostro territorio.
L’incontro venne introdotto da Ignazio Cuccu segretario della Federazione, il quale annunciò nel corso della manifestazione, la decisione del Direttivo della Federazione di intitolare il Salone delle riunioni alla figura di Pio La Torre, assassinato dalla mafia, insieme al suo autista Rosario Di Salvo. Enrico Berlinguer nel suo intervento dedicò un pensiero significativo a questa decisione e disse a tutti i presenti, delle frasi particolarmente toccanti, che mi sono rimaste impresse: «Ricordatevi compagni, che con l’intitolazione di questa sala a Pio La Torre, state assumendo un compito particolarmente gravoso ed impegnativo».
Queste parole testimoniavano ancora una volta la stima politica e l’affetto umano per Pio La Torre, che aveva chiamato a collaborare con lui nelle segreteria nazionale del partito, ma anche un’esortazione severa a tutti noi ad onorarne il nome con la militanza e l’impegno politico quotidiano.
Conclusa la manifestazione si andò per la cena al Ristorante l’Olimpo che era un’ambiente ricavato nello stesso stabile dell’Albergo Centrale, prospiciente alla passeggiata della via Manno, a quei tempi il principale punto di ritrovo delle giovani generazioni di Carbonia; segnalo una circostanza che colpì tutti noi, alla vista di Enrico Berlinguer si levò un’onda di stupore, di attenzione e di meraviglia da parte della piazza: c’è Berlinguer! E’ Berlinguer! Segno che godeva di una grandissima popolarità ed affetto anche tra le giovani generazioni.
Non era stata questa la sua prima volta a Carbonia, c’era già stato da segretario nel 1974 per un comizio nella centralissima Piazza Roma introdotto dall’allora sindaco della città Pietro Cocco e ancor prima nel 1949 a Bacu Abis, quando ancora ricopriva l’incarico di segretario nazionale dei giovani comunisti e di questa visita, gli era rimasto impresso un ricordo preciso, quello di aver parlato dalla finestra di un’abitazione che dava su una piazza (Piazza Portoferrario) e che la manifestazione venne interrotta e dispersa da un’intervento delle forze dell’ordine  ricordo per inciso che in quel periodo la Polizia era guidata dal famigerato Commissario Giovanni Pirrone).
Devo aggiungere che la ricostruzione di Berlinguer coincideva alla perfezione con il racconto che mi avevano fatto i compagni più anziani della sezione di Bacu Abis.
La sera, non si trattenne a lungo per la cena e quindi una parte del gruppo dirigente della Federazione si trasferì con lui all’Hotel Panorama di Portoscuso che era stato pernottato per trascorrere la notte.
Sostanzialmente aveva voluto con se, il quadro dirigente di partito per pianificare la giornata successiva, che prevedeva due momenti di confronto in due realtà industriali molto importanti l’Alsar e la Carbosulcis, il primo curato da Tore Cherchi da poco tempo eletto al Parlamento per un saluto all’Azienda e i lavoratori, il secondo con i minatori incentrato sul tema del rilancio della produzione del carbone.
Avviò un confronto per affinare i temi e le risposte che avrebbe dovuto trattare nel suo intervento, chiese informazioni sulla situazione e sugli umori nelle aziende e tra la classe operaia, con cui si sarebbe dovuto confrontare.
Per me giovane dirigente di partito alle prime armi, fu una lezione politica indimenticabile, particolarmente istruttiva, di metodo, serietà, umiltà e di rigore.
La giornata del 16 mi riservò una sorpresa inaspettata, alle due iniziative menzionate Alsar e Carbosulcis, faceva seguito un incontro istituzionale con il comune di Iglesias, di cui ricordo oltre ad una festosa accoglienza un intervento particolarmente brillante del sindaco della città Paolo Fogu; l’impegno di Enrico Berlinguer proseguiva con una successiva tappa a Guspini e in tarda serata un incontro con i giovani al Liceo De Castro di Oristano, la giornata al seguito del segretario, per me si sarebbe conclusi ad Iglesias a fine mattina.
Ignazio Cuccu oltre a ricoprire l’incarico di segretario della Federazione era stato da poco tempo nominato responsabile regionale dell’Organizzazione di partito, mi comunicò che il pomeriggio saremo dovuti andare ad Oristano al seguito del segretario; l’incontro di Oristano con gli studenti fu molto intenso e partecipato, incentrato principalmente sui temi della pace e delle giovani generazioni. E’ divenuto poi famoso alle cronache per il finale, la cena in pizzeria con Enrico Berlinguer che accolse l’invito proposto da parte di alcuni studenti.
Sono stato testimone della circostanza e voglio dire la mia, Berlinguer appariva, agli occhi di tutti noi, abbastanza affaticato, quello di Oristano era il quinto appuntamento della giornata e quando alcuni dei ragazzi si avvicinarono per formulare ”il temerario invito”, furono “respinti” da Ignazio, preoccupato della stanchezza del segretario, ma i giovani non desistettero dal loro intento e provarono a sfondare con successo da un’altro fronte, ricordo Agostino Erittu, anch’egli componente della Segreteria regionale rispondere ai giovani, chiedetelo direttamente a lui, vedete se accetta?
«Onorevole Berlinguer verrebbe a mangiare una pizza con noi?» molto volentieri fu la risposta, concesse un’intervista ad un’emittente locale e poi si fini tutti da Catapano in pizzeria.
Anche in questa occasione mi colpì la sua capacità di dialogo e di ascolto, un interesse vero, sincero, non formale, la serata si concluse con una passeggiata notturna ad Oristano, accompagnati da Umberto Cocco allora segretario della Federazione, da Franco Sotgiu e da Mario Oggiano e dal suo segretario Tonino Tatò, mentre Ugo Baduel, al seguito si apprestava a redigere la cronaca della giornata per il quotidiano del partito: L’Unità.
Il giorno successivo lo attendevano diversi appuntamenti impegnativi, in particolare un’assemblea con gli operai di Ottana e successivamente un festoso incontro di popolo ad Isalle, una località di campagna tra Orune e Dorgali.
Ricordo che anche l’appuntamento con gli operai di Ottana fu preparato con un’attività istruttoria adeguata e in quella occasione furono espresse alcune preoccupazioni che poi si manifestarono nella giornata successiva, l’accoglienza ad Ottana fu se non fredda, abbastanza tiepida, iniziavano ad emergere anche tra quella classe operaia i segnali che avrebbero portato al grande balzo elettorale del Partito Sardo alle elezioni regionali del 1984, ma questa è un’altra storia.
Il viaggio di Berlinguer in Sardegna, si concluse con successo anche nelle altre due tappe, in Gallura e a Porto Torres.
La sua presenza nell’isola oltre ad aver contribuito al buon esito delle tornate elettorali, molto positive anche per il PCI, aveva assicurato un impegno corale del gruppo dirigente nazionale che venne onorato anche dopo la sua tragica e drammatica scomparsa.
Questo mio ricordo personale di Berlinguer in Sardegna e a Carbonia, non si è volutamente occupato degli aspetti politici della sua visita e delle sue principali implicazioni, non era questa l’intenzione, osservo e credo non valga soltanto per me che, se a distanza di 40 anni dalla sua scomparsa, sentiamo il bisogno di ricordarlo con questo trasporto, significa che ha lasciato un vuoto incolmabile, un segno indelebile nella coscienza e nell’animo di tutti noi.
Si tratta di un’eredità impegnativa, dati i tempi non semplice da coltivare, il mio auspicio è che possa proseguire una riflessione feconda sul suo pensiero e la sua opera a partire dai temi della pace e della necessità di un nuovo ordine mondiale, per il quale aveva speso la parte più importante delle sue ultime energie.
Questo ben al di là degli interessi di partito o di schieramento, il suo pensiero le sue battaglie, non appartengono solo alla sinistra di origine comunista, sono un patrimonio della democrazia del nostro paese, di tutti i democratici di questo paese, per questa ragione la sua lezione non va dimenticata ma riproposta con forza all’attenzione di tutti, soprattutto delle nuove generazioni.
Recentemente Corrado Augias nel corso di una puntata della sua trasmissione La Torre di Babele dal titolo: Cosa resta di Enrico Berlinguer, ne ha definito la fisionomia utilizzando le seguenti parole che riporto testualmente: «Se io dovessi chiudere da estraneo Berlinguer dentro un sostantivo, direi Etica».
Ecco, mi sembra una definizione molto felice e appropriata che riassume con grande efficacia la sua persona e la sua grande caratura politica e morale!

Antonangelo Casula

Nella foto di copertina, da sinistra: Antonangelo Casula; Mario Pani, segretario regionale del PCI nel 1984; Ugo Piano, Enrico Berlinguer; Ignazio Cuccu.

«Questa è una giornata incisa nella memoria collettiva. E’ la festa dell’Europa ed è anche la giornata dell’uccisione di Aldo Moro e di Peppino Impastato. Importante dirlo perché era un giovane giornalista e proprio in questi giorni tanti giovani giornalisti stanno morendo in luoghi di guerra. Ricordiamolo anche perché in molte nazioni non c’è la libertà di stampa, siamo un Paese sconquassato ma possiamo dirci le cose che non vanno: questa è l’Italia.»

Lo ha detto oggi, a Carbonia, la presidente della commissione Lavoro della Camera Romina Mura (Pd) intervenendo alla tavola rotonda “L’Europa tra Istituzioni e Giovani”, promossa ed introdotta dal sindaco Pietro Morittu, cui hanno partecipato fra gli altri il presidente Anci Sardegna Emiliano Deiana ed Alberto Zonchello per l’assessorato regionale della Pubblica istruzione.

«Sono stati i giovani di allora a dare vita al sogno europeoha spiegato la parlamentare del partito democratico -. Ci sono generazioni che hanno elaborato il sogno europeo, quella Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e anche Emilio Lussu, ci sono le generazioni che hanno lavorato per l’UE costruendo passaggi fondamentali, e oggi i giovani danno per scontato essere europei e vivere in pace”, anche grazie al “programma Erasmus, con cui da 35 anni milioni di giovani di oggi si spostano e prendono l’abitudine a ragionare per parametri europei.»

Ricordando l’evento conclusivo della Conferenza sul futuro dell’Europa che si tiene oggi al Parlamento europeo di Strasburgo, Romina Mura ha richiamato «il salario minimo, perché la sfida è anche creare lavoro di qualità, far sì che i giovani che iniziano a lavorare non siano considerati come risorse umane da sfruttare ma risorse umane su cui investire».

Nelle foto: l’on. Romina Mura al tavolo dei relatori del convegno e, con il sindaco di Carbonia Pietro Morittu e l’assessore comunale alla pubblica istruzione Antonietta Melas, all’inaugurazione della Panchina europea intitolata al presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

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Non ce l’ha fatta Antonio Congiu, l’ottantacinquenne di Iglesias investito da un’auto la mattina di venerdì 19 febbraio in Corso Colombo: il pensionato è spirato dopo alcune ore di agonia all’ospedale di Brotzu, a Cagliari.

L’incolpevole anziano, poco dopo le 7.30, stava attraversando la strada a piedi presso l’ingresso di via Aldo Moro, servendosi regolarmente delle strisce pedonali, quando è stato travolto da un’Alfa Romeo Giulietta condotta da un cinquantasettenne che non avrebbe visto il pedone in quanto abbagliato dal sole: saranno comunque i carabinieri della locale stazione, intervenuti per i rilievi, a fare piena luce sulla dinamica e sulle cause del tragico sinistro. L’investitore si è subito fermato ed ha chiamato i soccorsi, ma ciò non gli eviterà di dover rispondere del reato di omicidio stradale.

I tre figli, Maria Laura, Roberto e Maurizio, per essere assistiti, attraverso il responsabile della sede di Cagliari, dott. Michele Baldinu, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A.

 

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Il concerto “solo” del batterista americano Hamid Drake che inaugura oggi 31 agosto, alle 19.00, la 35esima edizione del festival internazionale “Ai Confini tra Sardegna e Jazz”, organizzato dall’associazione culturale Punta Giara, si svolgerà presso lo Spazio Anfiteatro Belvedere (zona via Aldo Moro – via Emilio Lussu) di Masainas e non più, come previsto inizialmente, sulla spiaggia di Is Solinas.

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Oggi, 21 marzo 2020, è una data importante, perché è oggi che vengono ricordate tutte le vittime di mafia.
Una data importante che serve ancora una volta a scuotere le coscienze di tutti, per far sì che i delitti perpetrati dalla mafia non vadano nel dimenticatoio ma restino sempre impresse nella memoria.
Se dovessimo citare tutte le persone che sono state uccise dalla mafia, l’elenco sarebbe lunghissimo e tutti meriterebbero di essere citate e che si racconti la loro storia, come sono vissuti e, soprattutto, tenere presente il loro sacrificio e che, immolatisi per la difesa della Patria e delle Istituzioni, sono per noi un esempio di legalità.
Oggi voglio ricordare Peppino Impastato, ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978.
La data ci fa pensare, anche una strana casualità, all’uccisione di Aldo Moro, perpetrato dalle Brigate Rosse, il cui corpo venne fatto ritrovare in via Caetani, a Roma, il 9 maggio 1978.
Sì, forse una coincidenza, strade e storie che si intersecano per motivi diversi ma che hanno in comune sempre la Libertà, le Istituzioni, il vivere civile, valori che non possono essere messi in secondo piano, sempre freschi, trasparenti.
Oggi, a distanza di tanti anni, tutti lo ricordano e non a caso viene considerato alla stregua dei martiri. Peppino Impastato sapeva bene cosa fosse la mafia, certamente non quella delle coppole o delle lupare, bensì la mafia come potere, sistema, connubio e, soprattutto, prevaricazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti dei cittadini. In questo caso, la memoria va all’eccidio di Portella della Ginestra, dove in quell’occasione gli agricoltori manifestavano il loro dissenso per un diritto che veniva loro disconosciuto.
Sapere cos’è la mafia è veramente il primo passo per contrastarla. Ecco questa era la mafia contro cui si batteva Peppino Impastato.
Molti si sono posti la domanda perché la sua voce sia rimasta inascoltata e solo oggi, a distanza di tanti anni, emerge forte il rammarico per aver perso l’occasione di ergere al suo fianco il dissenso di una comunità sorda e distante da un vivere becero ed inconcludente, invece di creare un argine di solidarietà, spargendo al suo fianco un nuovo profumo di libertà e democrazia.
Questo è quello che certamente avrebbe voluto Peppino Impastato, un grandissimo desiderio che alla fine si sarebbe arrivati a spezzare quel filo sinuoso e sottile nei confronti della mafia. Ma, a tutt’oggi, la strada della legalità è ancora lunga da percorrere e la lotta contro la mafia è irta di difficoltà ma, possiamo starne certi, si arriverà alla disintegrazione della stessa e questo potrà avvenire solo con il dissenso totale e la fermezza, il tutto coniugato con Democrazia, Libertà e Difesa delle Istituzioni.
Un pensiero va rivolto a tutte quelle persone che sono morte per valori così nobili e bellissimi: Legalità, Trasparenza e Democrazia.
A loro vada sempre e a perenne ricordo il nostro ringraziamento.
Armando Cusa

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Sono trascorsi 42 anni da quando, il 16 marzo 1978, in via Fani, un commando di 19 brigatisti rapì il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uccidendo gli uomini della sua scorta. Credo che ai più, probabilmente, oggi non sfugga che tanti anni fa si compiva un duro attacco alla Democrazia e alle Istituzioni della Repubblica Italiana.
Le Brigate Rosse quella volta mirarono molto in alto e ai loro misfatti e omicidi aggiunsero il sequestro del presidente della Democrazia Cristiana.
La lotta dello Stato contro le Brigate Rosse in quegli anni è stata continua e da parte di tutti c’è stata la condanna unanime: cittadini, politici, istituzioni in genere e, soprattutto, anche tutte le le Cancellerie europee ed i leader mondiali, si associarono nella condanna del vile attentato.
Indubbiamente per l’Italia quell’evento fu un duro colpo, ma lo smarrimento iniziale cedette il posto ad una nuova presa di coscienza dalla Nazione intera, rifuggendo e combattendo il terrorismo, con una veemenza che in quel preciso istante tracciava uno spartiacque, come per dire che l’Italia democratica mai e poi mai si sarebbe piegata alle Brigate Rosse.
In quel frangente, ancora una volta, tutti ci trovammo in strada con il Tricolore che veniva sbandierato con orgoglio e, a distanza di 42 anni, in questi giorni ci ritroviamo a lottare contro il Covid 19 (Coronavirus), tutti a sventolare nuovamente il Tricolore, a cantare, a battere le mani, il tutto per ringraziare i medici, infermieri, anestesisti, operatori, forze dell’ordine, in un coinvolgimento totale.
Il popolo italiano, 42 anni fa, ha creato un argine a difesa della Democrazia e delle Istituzioni, entrando di fatto nella storia. Oggi si ritrova a scrivere altre pagine della sua storia.
Armando Cusa

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Venerdì 13 dicembre, si è svolto al MIUR l’evento “Educare alla sostenibilità. Le storie del PON Scuola”.
Dalle ore 9.30 alle ore 13.00, presso la Sala “Aldo Moro” del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si è tenuto l’evento annuale del Programma Operativo Nazionale “Per la Scuola” 2014-2020, dedicato al tema “Educare alla sostenibilità. Le storie del PON Scuola”.

L’evento, aperto da un saluto della vice ministra Anna Ascani, è stato l’occasione per presentare le attività ed i risultati finora raggiunti nell’ambito del PON “Per la Scuola”, per la programmazione 2014-2020, in termini di ampliamento dell’offerta formativa e di potenziamento degli ambienti di apprendimento.

Tra i cinque istituti scolastici che hanno realizzato progetti sul tema della sostenibilità e che hanno portato la loro esperienza, era presente anche l’Istituto Comprensivo Angius di Portoscuso, unico istituto della Sardegna, rappresentato dalla dirigente scolastica prof.ssa Paola Maria Grosso, dalla tutor del progetto, l’insegnante Orietta Mura, e da una rappresentanza di alunni, che hanno presentato gli esiti del loro progetto PON “Alla scoperta della biodiversità”.