25 September, 2026
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Mi pare doveroso prima di tutto ringraziare Tore Cherchi per avere promosso una discussione sul ritorno della democrazia a Carbonia dopo gli anni bui del fascismo, tema che coincide soprattutto con il ritorno della democrazia nel nostro Paese e l’avvio di una nuova fase di rinascita con il referendum tra Repubblica e Monarchia, l’elezione dell’Assemblea Costituente del 1946 e l’approvazione della Carta Costituzionale nel 1948. Sono trascorsi 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente e quindi credo sia importante celebrare in modo solenne anche questa ricorrenza.
Pur essendo questi temi di un grande respiro, vorrei concentrare un parte importante del mio intervento ai primi dieci anni di vita della Città, con uno sguardo rivolto prevalentemente alla sua vicenda politica e sociale, alle condizioni di vita e di lavoro dei minatori e delle loro famiglie e per un altro verso alla faticosa costruzione della struttura amministrativa del Comune, avvenuta in condizioni di grande difficoltà e in un contesto pensato esclusivamente al sostegno delle attività dell’Azienda Carboni Italiani, per la quale l’Istituzione comunale era stata concepita come una sola, semplice, appendice.
Sinora i principali contributi di ricostruzione storica delle nostre vicende cittadine, si sono concentrati (con dei contributi pregevoli s’intende) su aspetti relativi alle questioni minerarie sia sul versante tecnico/tecnologico, che produttivo, sulle materie di natura urbanistica e architettonica, della disciplina socio antropologica, e invece in una misura minore sulle tematiche squisitamente sociali.
Ciò non significa che queste ultime siano state sinora ignorate, basti pensare per fare un esempio, a ciò che ha scritto autorevolmente Carlo Levi in Tutto il miele è finito, oppure alla cruda realtà ritratta nei reportage fotografici di Federico Patellani negli stessi anni, ciò che segnalo riguarda il fatto che l’argomento non sia stato sinora, oggetto di un’attività di studio e ricerca più approfondito e strutturato.
Lo scorso anno, proprio nel mese di settembre, abbiamo avuto modo di accennare a questa necessità, proprio in occasione della presentazione del libro di Alberto Vacca sui misfatti del Commissario Antonio Pirrone a Carbonia, e in quella circostanza abbiamo concordato su questa esigenza e, devo dire che Alberto Vacca non si è fermato alla mera enunciazione di questi temi, poiché di recente ha pubblicato un suo nuovo libro: Lettere dei Cittadini di Carbonia al Duce, con sottotitolo voci di migranti, miniere e miserie, nel quale affronta i primi anni di vita della nostra città da questa prospettiva, con risultati sorprendenti e inediti.
Credo avremo occasione di entrare con maggiore dettaglio nel merito, magari in occasione della prevista presentazione del suo libro, ma credo che la ricerca di Alberto Vacca, indichi una strada sulla quale riflettere e lavorare per ricostruire una memoria autentica su quanto siano stati travagliati i primi passi di vita di Carbonia e della sua comunità cittadina. In particolare, nel suo libro, si sofferma sugli aspetti relativi alle condizioni di lavoro in miniera, durissime e pericolose, sui momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti, sulle condizioni condizioni degli alloggi, della situazione delle mense operaie, etc; sono queste informazioni che ci vengono restituite dalle relazioni riservate della Prefettura di Cagliari al Ministero degli Interni, in particolare nei rapporti del Prefetto Tito Canovai e del Commissario prefettizio Ovidio Pitzurra, per citare quelle più significative.
Mi capita spesso di avvertire nel dibattito cittadino, e lo dico con una certa preoccupazione, l’avanzare di un sentimento dal sapore nostalgico e romantico, in una comprensibile buona fede, che però rimuove aspetti dolorosi e tragici della storia reale vissuta e documentata, sento perciò il bisogno irrefrenabile, di riproporla a momenti di riflessione più attenti e meno superficiali da parte di tutti, me compreso.
E’ anche per questo che mi viene in mente un’immagine, la scritta a firma di Benito Mussolini che campeggiava all’ingresso della Miniera di Serbariu, ancora leggibile oggi: «Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio».

Una dichiarazione programmatica verrebbe da dire con una punta di ironia, un ammonimento, che non maschera, ma sottintende l’abitudine in uso all’epoca, di ricorrere agli strumenti coercitivi e di repressione usuali, per citarne alcuni del repertorio molto praticati : l’olio di ricino, il manganello, il confino, la prigione, o peggio ancora come ci è tristemente noto.
Lo sciagurato ingresso in guerra nel 1940 accentua ulteriormente queste condizioni e la decisione di classificare con R.D.L. (Regio Decreto Legge) la Miniera Stabilimento Ausiliario di Guerra ridurrà ulteriormente gli spazi di libertà, già ristretti precedentemente dall’azione incessante del federale di turno, da quella occhiuta dell’Ovra (la polizia segreta fascista) operante in modo significativo nel bacino minerario. E’ qui devo citare ancora un altro libro di Alberto Vacca: “La tela del ragno -L’Ovra in Sardegna”, nel quale molte pagine sono dedicate a Carbonia e al bacino minerario con le relative vittime e colpevoli, delatori ed oppressori.
L’enfatico racconto della nascita della città quindi e del successo realizzativo del regime (da non disconoscere in assoluto si intende), contrasta in maniera stridente con uno scenario disperato di sfruttamento e di miseria, che nel tempo soprattutto a seguito proprio dell’ingresso in guerra, verrà accentuato da una crisi alimentare gravissima, con il paradosso e la contraddizione lessicale di una città definita autarchica, che però non dispone di alcun mezzo per autosostenersi con produzioni proprie, essendo il carbone, questo sì autarchico, l’unica produzione esistente.
La nascita delle nuove città è stata accompagnata durante il Ventennio da parole d’ordine molto forti e da una retorica celebrativa del regime che ne esaltava le gesta gloriose; è stato così inevitabilmente, anche per la nascita di Carbonia, ecco in questa occasione vorrei fare un parallelo tra i principali contributi letterari del tempo per mettere in evidenza lo scarto considerevole che esiste tra il racconto di Stanis Ruinas “Viaggio per le città di Benito Mussolini” (nel 1939 vinse il Premio Sabaudia), il libro di Vitale Piga su Carbonia del 1938 (nel quale si omette colpevolmente il più grave incidente minerario, quello di Schisorgiu avvenuto nel 1937) ed il romanzo di Valerio Tonini “Terra del Carbone”. Nei primi due, fatta doverosamente salva la differenza stilistica tra Ruinas e Piga, prevale l’intento celebrativo e propagandistico, in Valerio Tonini invece emerge una testimonianza di verità sulle condizioni di vita di quei primi pionieri impegnati nella costruzione della città. Ignazio Delogu uno degli autori più importanti sulla storia di Carbonia, a proposito del libro dell’ingegner Valerio Tonini ha usato questa espressione […] si tratta di un’opera da suggerire all’attenzione di critici e studiosi della letteratura realista e neorealista, della quale il romanzo di Valerio Tonini è una vera e propria anticipazione”, a conferma del valore letterario che attribuiva a quest’opera.
Nel tempo, oltre alle testimonianze orali, molto preziose, sono emersi da diverse fonti di archivio una mole importante di documenti che in qualche misura ci consentono di leggere, di ricostruire diversi momenti e diverse fasi cruciali della vita cittadina, in maniera più autentica. Mi limiterò ad enunciare per titoli, quelle più significative a mio parere.
Fonti importanti, per la fase che precede il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, sono le relazioni di qualche Prefetto e Podestà, dalle quali nonostante l’esercizio di prudenza nello scrivere, emerge uno spaccato drammatico e di verità sulle condizioni di vita dei minatori di Carbonia e dei suoi abitanti, che lo scellerato ingresso in guerra del 1940 aveva aggravato in maniera esponenziale, favorendo l’emergere di segnali di malcontento e di protesta, la più nota è quella che fa riferimento a Tito Morosini rappresentante dei sindacati fascisti che precede di pochi giorni nel maggio del 1942 la seconda visita di Benito Mussolini a Carbonia, avvenuta in tono minore e per nulla rassicurante riguardo ai rimedi necessari per migliorare la situazione di crisi.
Dopo i fatti del 25 luglio del 1943 con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi che determinò la caduta del fascismo e quelli successivi dell’8 settembre, seguì l’insediamento a gennaio del 1944, da parte degli alleati dell’Alto Commissariato per la Sardegna alla cui guida venne insediato il Generale Pietro Pinna Parpaglia. Anche l’Archivio dell’Alto Commissariato, rappresenta uno strumento utile per osservare le dinamiche politiche e sociali sino al 1949.
Mi soffermo con il mio ragionamento, limitatamente alle questioni che hanno riguardato Carbonia. Come è noto alle cronache nonostante la caduta del regime il 25 luglio alcuni fascisti rimasero in posti di comando, come nel caso di Vitale Piga rimasto a dirigere la Miniera di Carbone e un fatto analogo avvenne nei primissimi mesi del 1944, la nomina di commissario prefettizio della città nella persona di Francesco Piga Onnis, fatti questi tra i diversi che generarono un diffuso malcontento tra i partiti democratici (il CLN locale) in via di costituzione nella città. Per inciso anche il Piga Onnis, come Vitale Piga aveva ricoperto durante il regime l’incarico di Commissario prefettizio nel comune di Serbariu di cui era segretario della sezione locale del P.N.F. Non dobbiamo evidentemente stupirci dell’azione degli alleati, se pensiamo che in Sicilia molte di queste funzioni furono ricoperte da referenti della Mafia.
A proposito dei rapporti politici con l’Alto Commisssario, vorrei citare una testimonianza scritta di Antonio Puggioni; nella circostanza che portò alla nomina di Francesco Piga Onnis, Renato Mistroni futuro sindaco della città, aveva avanzato a nome dei partiti democratici agli alleati la candidatura di Gigi Piga per ricoprire l’incarico di commissario, che, però non fu accolta. Un breve inciso per ricordare Gigi Piga, originario di Guspini, una figura ormai dimenticata a Carbonia; proveniva da un’esperienza di dirigente del movimento operaio, nel 1920 a Torino (da operaio metallurgico diviene Presidente del Consiglio di fabbrica della Michelin), dove aveva conosciuto Antonio Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo, la sua vita durante il ventennio fascista fu costellata da arresti, detenzione, confino.
Il 1944 fu probabilmente l’anno più difficile in assoluto per la nostra città, lo dimostrano i dati sulla produzione del carbone al minimo e una significativa riduzione degli occupati, per il protrarsi della crisi alimentare che segue quella pure drammatica dell’anno precedente: de su fammini de su quarantatresi per intenderci.
In questo contesto è particolarmente toccante la testimonianza di Giuseppe Saragat (futuro Presidente della Repubblica) pubblicata il 16 settembre del 1944 sulla prima pagina de l’Avanti dal titolo Carbonia, dò lettura di un breve stralcio dell’articolo sperando di non venire sopraffatto dall’emozione: «La luce del sole – come dice un poeta tedesco – è una fiammante accusatrice e, in verità, il sole di Carbonia ha illuminato per me uno spettacolo di miseria umana che non dimenticherò mai. Gli uomini che uscivano dai pozzi non avevano più nulla di umano. Dei corpi scheletrici ricoperti da stracci immondi sfilavano senza una parola, senza una protesta. Ma più che dai volti il mio sguardo fu attirato da un particolare veramente tragico: quegli uomini che uscivano dalle miniere dove avevano lavorato in gallerie il cui suolo è tutto una pozzanghera erano scalzi. Da un gruppo di minatori si staccò infine uno di loro che con tono quasi imperioso chiese: – Chi è il Ministro? -. Alla mia risposta il minatore fece un largo gesto con la mano accennando ai suoi piedi nudi, ai suoi stracci immondi e con la voce strozzata dall’emozione e dallo sdegno: – Sono italiano! – mi disse e si allontanò con i compagni. Mille volumi sulle condizioni dei minatori di Carbonia varrebbero meno di quelle due parole pronunziate da un lavoratore offeso dall’inumanità della sua sorte e dall’inumanità di un sistema sociale in cui queste infamie sono possibili».
Nel 1946, finalmente le prime elezioni democratiche con l’elezione di Renato Mistroni a primo sindaco di Carbonia, che come è stato sottolineato contengono la novità del voto alle donne e la elezione di due consigliere comunali. Anni difficili per Carbonia anche quelli del primo dopoguerra, vorrei soffermarmi brevemente su alcuni degli avvenimenti importanti che hanno segnato la storia della città in quelli anni, la vicenda Rostan fine gennaio del 1947 ( cito testualmente dalle memorie di Antonio Puggioni per definire il quadro sociale e politico nel quale matura): «Eravamo alla vigilia di un altro Natale all’insegna della fame. Gli spacci aziendali erano vuoti. Mancavano i generi di prima necessità. Renato Mistroni chiese un incontro con il Prefetto che ebbe luogo subito dopo Natale. Il Prefetto capì che si stava determinando una situazione insostenibile anche sotto il profilo dell’ordine pubblico. Venne convocata un’assemblea in Piazza Roma per comunicare che il Prefetto aveva garantito il suo appoggio alle richieste avanzate da Mistroni e da me».
E’ in questo scenario che l’ingegner Rostan viene prelevato con la forza dalla sua residenza di Villasulcis, da una folla di operaia inferocita (fomentata da due dirigenti anarchici, Pasquale Fancello e Massimiliano Zanetti), trascinato in Comune e alla presenza del sindaco Renato Mistroni, costretto a firmare un accordo contro la sua volontà. Ignazio Delogu nel suo libro su Carbonia definirà questo episodio come un sorta di “Jacquerie mineraria”. Di questi fatto il principale accusato e pur innocente condannato fù Marco Giardina, segretario della Camera del Lavoro. Marco Giardina che era laureato in Giurisprudenza e che in seguito intraprese la professione di avvocato, ebbe un ruolo importante anche nella redazione preliminare dei regolamenti per il funzionamento del Consiglio di gestione e autore con l’ingegner Giuseppe Russo (direttore della Miniera di Bacu Abis) del piano detto appunto Russo-Giardina.
Nel 1948 dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche di aprile, ancora due fatti significativi nel mese di luglio l’attentato a Palmiro Togliatti, lo scoppio di disordini in città, come nel resto d’Italia d’altronde, costituì il pretesto per decapitazione del gruppo dirigente politico, sindacale, amministrativo della città, furono spiccati mandati di cattura contro Renato Mistroni, sindaco, contro Antonio Selliti, segretario della Camera del Lavoro riparati in Cecoslovacchia e Silvio Lecca arrestato; in questa vicenda repressiva ebbe un ruolo infausto il Commissario di Polizia Antonio Pirrone, un ex repubblichino autore di tante malvagità nella sua permanenza a Carbonia. Ad ottobre l’inizio della lotta dei 72 giorni, conclusa il 18 dicembre del 1948 sotto la guida di Velio Spano, in questa circostanza nessuna Jacquerie, ma un movimento combattivo e disciplinato per la sopravvivenza di Carbonia.
Per tanti questa data, il 18 dicembre del 1948 è stata concepita come un nuovo inizio, una sorta di rifondazione della città, è un’espressione che ho avuto modo di ascoltare durante la mia militanza giovanile, da diversi protagonisti di questa lotta, da Pietro Cocco, Antonio Puggioni, Antonio Saba per citare alcuni dei più noti.
Tore Cherchi nel suo libro “Città industriale e postindustriale” riassume efficacemente questo concetto: «Due date, il 18 dicembre del 1938 e il 18 dicembre del 1948, fra loro distanti esattamente 10 anni, segnano il primo periodo di storia della città. La prima è l’inaugurazione della città intesa come spazio costruito, l’urbs appunto. La seconda potrebbe essere considerata come conclusiva del progressivo divenire degli immigrati, infine furono cittadini e cittadine per atto di volonta individuale e collettiva, cives, non solo per condizione giuridica. Il 18 dicembre del 1948 dimostra plasticamente che la civitas è formata».
Legge Speciale per Carbonia
Vorrei dedicare la seconda parte del mio intervento alle enormi difficoltà con le quali si sono dovuti misurare i primi amministratori di Carbonia, quelli eletti per la prima volta nel 1946 e quelli a seguire nel tempo. Per sviluppare questa parte del mio intervento farò ricorso, quasi esclusivamente, ad un documento, ai dati che sono in esso contenuti; si tratta di una proposta “Legge speciale per la città di Carbonia” approvata dal Consiglio comunale su proposta della Giunta Municipale. Siamo nel 1956 e la giunta è guidata da Pietro Cocco alla sua prima esperienza come Sindaco della città. Questo documento è a mio giudizio uno strumento prezioso per ripercorrere e rileggere obiettivamente i primi anni di amministrazione della città, le politiche di bilancio, le condizioni materiali del suo assetto infrastrutturale, inoltre sono convinto che questa proposta di legge abbia rappresentato uno dei momenti più alti di elaborazione politica riferita alle problematiche dell’amministrazione cittadina e del suo vivere civile.
Prima di entrare nel merito di alcune delle considerazioni che sono contenute nella relazione che accompagna la proposta di legge, vorrei richiamare l’attenzione dei presenti sul R.D.L. 2189 del 5 novembre 1937 che istituisce il comune di Carbonia. Se facciamo una comparazione con gli altri decreti relativi alla fondazione delle città durante il ventennio, troviamo un comune denominatore, fatta eccezione per quanto disposto dagli articoli 3 e 4 che assegnano di fatto all’Azienda Carboni Italiani una funzione sostitutiva, surrogatoria a compiti propri del Comune, in particolare l’articolo 4  recita: «Per assicurare, con la trasformazione agraria dei terreni circostanti, il risanamento igienico dell’abitato di Carbonia, l’Azienda Carboni Italiani è autorizzata ad espropriare i terreni che saranno determinati, anche con oiù decreti successivi, dal Ministro per l’Interno, di concerto con il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste».
La traduzione in sostanza è la seguente, l’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) si sostituisce in toto al comune e gli espropria di fatto funzioni che gli sono proprie. D’altronde come si apprende dalla relazione al Piano regolatore del 1937, la costruzione della città ha un assoluto «carattere residenziale al servizio di zona strettamente industriale». Ho trovato molto efficace l’incipit della relazione della proposta di legge, ne sottolineo rapidamente alcuni stralci: «Il centro industriale di Carbonia non sorge come conclusione naturale di un precedente sviluppo economico della zona […] Sorge per un atto di volontà estranea ed esterna all’ambiente che l’accoglie, per un intervento che prescinde da ogni ragione di sviluppo economico e sociale del Sulcis e della Sardegna».
[… ] «Lo stesso decreto costitutivo di Carbonia ha, al riguardo, una lontana è indiretta preoccupazione, la dove assegna all’Azienda Carboni Italiani, oltre al compito di effettuare gli espropri necessari per la realizzazione del Piano regolatore della nuova città, anche quello di assicurare la trasformazione agraria dei terreni circostanti».
Ma l’assenza degli strumenti basilari per consentire ad una amministrazione di autodeterminarsi non si limita a questo. Provo a fare una sintesi delle principali informazioni che possono essere utili a ricostruire un quadro di insieme sulle politiche di Bilancio del comune, a partire dal 1941, dal quale si rileva innanzitutto l’impossibilità di fare ricorso alla leva fiscale per supportare le politiche di bilancio, la difficoltà relativa a supportare la gestione dell’enorme patrimonio abitativo, l’impossibilità ad erogare direttamente servizi primari per i cittadini ed infine la condizione delle infrastrutture civili e della viabilità cittadina nel suo primo decennio di vita.
«Chi scorra ad esempio i prospetti che riportano i bilanci consuntivi e preventivi dal 1941 al 1954, troverà immediatamente che dalla sua origine e fino al 1945, le entrate del comune di Carbonia sono rappresentate in misura a volte superiore dal 50% da contributi statali e che nello stesso periodo le spese, nel loro intero volume, sono destinate quasi esclusivamente ad assicurare i servizi interni dell’amministrazione comunale.»
«Tanto che non solo non vi è traccia di una qualunque attività di rilievo nel settore delle opere pubbliche, dell’assistenza o della pubblica istruzione, ma la esigenza di una tale attività non figura neppure nelle previsioni.»

«Nel 1941, ad esempio, le spese per opere pubbliche raggiungono le 159.064 lire su 3.732,788 e cioè il 4% delle spese complessive.»
«Nel 1942 si spendono per opere pubbliche circa 397mila lire, qualcosa in più dell’anno precedente» […]
«La inadeguatezza assoluta e relativa di tali spese meglio si comprende ove si pensi che Carbonia conta già nel 1942, 36792 residenti fissi e molte altre migliaia di abitanti ai quali non è consentito, per la legge 6 luglio 1939 n. 1092, contenete provvedimenti contro l’Urbanesimo, ottenere la residenza, e vanta già una rete stradale che non ha riscontro per il suo enorme sviluppo (oltre 48 km.) in comuni di eguale popolazione. Negli anni 1943-44-45 la situazione non muta […]». Emerge che dal 1941 al 1945 il contributo dello Stato pari al 50% delle entrate fu inteso per pagare i salari del personale dell’Ente, numericamente inadeguato per una città in costante espansione demografica. Due distinti accordi nel 1940 e nel 1942 promossi per iniziativa del Prefetto di Cagliari portarono ad un accordo con lo Stato per il tramite del Ministero degli Interno che portò il contributo per legge a circa 2 milioni nel 1941 e 1942, ridottosi ad 1.249.850 nel 1943 per risalire a 5.475.000 nel 1944, 4.300,000 nel 1945 e 5.000.000 nel 1946.
Il paradosso con il quale ci si trova ad operare è il seguente, i contributi dello Stato non sono sufficienti neppure a soddisfare i costi interni dell’apparato amministrativo e il comune «non può richiedere alla Società proprietaria, l’Azienda Carboni e cioè lo Stato, il pagamento della sovraimposta sui fabbricati? Tale entrata dava al comune 2.626 lire nel 1938 e 2608 nel 1952. Ma nel 1938 i fabbricati di Carbonia ospitavano 3.131 cittadini, nel 1952 46.000 circa» […]
«Dal 1946 in poi viene a mancare a Carbonia l’intervento dello Stato nei suoi due aspetti, nell’assunzione diretta dei compiti del Comune e nei contributi integrativi del bilancio» […] «La verità che i provvedimenti legislativi del 1940 e del 1942 prevedevano la costruzione di una città e la conseguente organizzazione dei servizi per una popolazione di 20.000 abitanti mentre Carbonia nel conta nel 1946 circa 40.000» […]
Si comprende quindi benissimo la difficoltà a garantire i servizi primari che la pubblica amministrazione dovrebbe assicurare: l’acquedotto, la rete idrica, la rete stradale, etc.
Negli esercizi del 1947 e 1948 i bilanci del comune registrano un contributo di 26 e 22 milioni da parte della S.M.C.S. che sostituiscono per quelli anni il contributo statale, ma a partire dal 1948, con gli arrivi del carbone estero, il carbone Sulcis inizierà ad essere meno prezioso per l’Industria italiana, e gli effetti si manifesteranno con immediatezza, tanto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’Azienda e il futuro della stessa città.
Per tornare al tema della impossibilità di far ricorso alla leva fiscale, nella relazione si rileva che: «La S.M.C.S. industria sovvenzionata e quasi totalmente comprensiva di ogni attività cittadina, non denuncia redditi assoggettabili all’imposta di R.M. (Ricchezza Mobile) e quindi in parte trasferibili al comune come I.C.A.P. (l’Imposta sulle industrie, commerci, arti e professioni). La sovraimposta sui fabbricati non è applicabile all’Istituto Autonomo Case Popolari dell’A.Ca.I. unico proprietario di immobili urbani».
Ma questo, a proposito del patrimonio edilizio, non era l’unico problema come si vedrà in seguito. «Con legge 12 dicembre 1954 n. 11-78 contenente i noti provvedimenti per la soppressione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) e la riorganizzazione delle imprese controllate, dall’Istituto delle Case Popolari dell’A.Ca.I. alla S.M.C.S., e Io stesso Istituto sarà con decreto dei Lavori pubblici e in deroga al disposto dell’art. 22 ultimo comma del T.U. sull’edilizia popolare ed economica, riconosciuto come una gestione speciale della S.M.C.S. Proprio per il carattere sociale della gestione non sarà consentito alla Società Mineraria se non di provvedere alle abitazioni dei propri dipendenti ed in nessun caso verrà cosi superato la condizione di villaggio minerario e di città originaria e caratteristica di Carbonia.»
Dallo scioglimento dell’A.Ca.I. del 1954, il patrimonio abitativo, sarà gestito all’Istituto autonomo delle Case Popolari con gestione speciale della SMCS sino alla sua soppressione nel 1974, anno del passaggio della proprietà allo IACP della Provincia di Cagliari. Questo provvedimento comporterà la separazione delle proprietà abitative e quelle immobiliari del perimetro urbano allo IACP dalle restanti aree esterne, circa 500 ettari, rimasti in capo alla MCS, poi Sistemi e Spazio e divenuta all’inizio degli anni ’90, Alumix.
Una piccola digressione per ricordare quanto abnorme fosse questa situazione, agli inizi del 1991 Alumix, senza consultare l’amministrazione comunale decide di promuovere un’asta pubblica per la vendita di tutte le aree della città, in pratica era Carbonia che veniva messa all’asta. Con un’ampia solidarietà delle forze politiche e del Consiglio comunale si voto una delibera con la quale si decise di applicare un vincolo di salvaguardia su tutte le aree e l’asta fallì, ma corremmo a mio parere un pericolo serio.
Mi avvio a concludere descrivendo sommariamente per titoli, la situazione delle infrastrutture civili descritta nella relazione:
– Viabilità cittadina, degli attuali 53 km di strade interne soltanto 23 presentano una regolare pavimentazione. Delle strade che formano gli altri 30 km molte sono appena tracciate e lasciate a fondo naturale ed altre lasciate a fondo naturale ed altre ancora in completo disfacimento.
– Nessun marciapiede, ad eccezione di pochi lungo alcune vie principali e fornito di pavimentazione, ma quasi tutti sono rimasti al primitivo stato di terreno naturale.
– Depurazione: attivi 4 dei 16 percolatori.
– Rete di illuminazione: dei 53 km di strada soltanto 17 sono illuminati e 36 lasciati nella completa oscurità o raramente interrotti da mezzi luminosi privati.
– Una Rete idrica inadeguata poiché progettata con un dimensionamento definito per soddisfare, in maniera analoga per la depurazione un numero di abitanti significativamente inferiore. Non dimentichiamo che in meno di dieci anni Carbonia diviene la terza città della Sardegna per numero di abitanti e così sarà sino alla fine degli anni ’60.
Questa per brevi linee è la situazione drammatica con cui si sono dovuti confrontare i primi amministratori di Carbonia e per altri versi quelli a seguire sino ai nostri giorni, basti pensare che le problematiche derivanti dalla gestione immobiliare di proprietà pubblica, dello Stato, sono state risolte attraverso un accordo con Ligestra nel 2016, solo dieci anni fa, con un significativo impegno finanziario.
Una contraddizione quest’ultima, che ha accompagnato chi ha amministrato la città dalla sua nascita ai nostri giorni. Ma questa, come usa dire Carlo Lucarelli, nel condurre i suoi programmi d’inchiesta, è un’altra storia!

Antonangelo Casula

La sala consiliare di piazza Roma, a Carbonia, lunedì 14 settembre ha ospitato il convegno “1946: la democrazia nasce a Carbonia”, organizzato da Fondazione Enrico Berlinguer, SBIS – Sezione di storia locale, Umanitaria – Centro Servizi Culturali, Associazione culturale – amici della miniera, con il patrocinio dell’amministrazione comunale e il supporto della Fondazione di Sardegna.

Sono intervenuti il sindaco di Carbonia Pietro Morittu; Moreno Pilloni, direttore della Società Umanitaria, Centro Servizi Culturali Carbonia; Tore Cherchi, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer, ex sindaco di Carbonia, promotore del convegno; Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia; Maria Giovanna Musa, SBIS – sezione di storia locale; Mauro Pistis, studioso; Mario Zara, presidente dell’associazione culturale amici della miniera; Luigi Mistroni, figlio di Renato, primo sindaco eletto della città di Carbonia; Irene Diana, dipendente comunale in pensione, parente di uno dei primi consiglieri eletti a Carbonia nel 1946. I lavori sono stati moderati dalla giornalista Stefania Piredda.

Se il 1946, a seconda guerra mondiale terminata, segnò il ritorno, in forme più avanzate, della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. Il 31 marzo 1946, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata retta da un podestà e, caduto il fascismo, da un commissario prefettizio sia pure con la partecipazione in vario modo delle formazioni politiche. La città di Carbonia ebbe il suo primo Consiglio comunale, il suo primo sindaco, Renato Mistroni, e la sua prima giunta. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente. Votarono le donne. Le donne, infatti, grazie ad un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista, infine, avevano acquisito il diritto al voto e il diritto ad essere elette. Due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì, furono elette nel primo consiglio comunale: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi.

«A fronte della gravità della situazione – ha concluso Tore Cherchi -, non c’è in piedi un movimento di protesta e di proposta. Anzi c’è una calma che rassomiglia alla rassegnazione a fronte della reattività sociale del passato. Bisogna non rassegnarsi al declino, correggere errori, anche cambiare strada ma reagire. In questo un compito primario spetta a partiti, sindacati e forze politiche.»

Se il 1946 segnò il ritorno, in forme più avanzate, della democrazia nei comuni italiani, per Carbonia (e per gli altri centri fondati durante il ventennio fascista) quell’anno segnò la nascita della democrazia. Il 31 marzo 1946, si votò per eleggere il primo Consiglio comunale: prima di allora l’amministrazione della città era stata retta da un podestà e, caduto il fascismo, da un commissario prefettizio sia pure con la partecipazione in vario modo delle formazioni politiche. La città di Carbonia ebbe il suo primo consiglio comunale, il suo primo sindaco, Renato Mistroni, e la sua prima giunta decisi da libere elezioni. Successivamente, il 2 giugno, vennero il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente. Votarono le donne. Le donne, infatti, grazie ad un decreto del governo di Ivanoe Bonomi, emanato quando era ancora in corso la guerra di liberazione dall’occupazione nazi-fascista, infine avevano acquisito il diritto al voto e il diritto ad essere elette. Due donne, Alessandra Cardia e Rosa Dessì, furono elette nel primo consiglio comunale: una minoranza esigua a causa del sostanziale maschilismo di cui tutti i partiti erano intrisi. E tuttavia un bel passo in avanti della democrazia sol che si pensi che le donne sino a quel momento erano state escluse dal voto. Il 1946 è dunque una tappa di decisiva importanza nella storia della città. Di questo tornante storico si discuterà in un convegno intitolato “1946: LA DEMOCRAZIA NASCE A CARBONIA”.

L’evento si terrà lunedì 14 settembre 2026, alle ore 18.00, Aula del Consiglio comunale, Piazza Roma, Carbonia. I lavori saranno coordinati da Stefania Piredda, giornalista; Ai saluti del sindaco Pietro Morittu, e di Moreno Pilloni, Umanitaria, CSC Carbonia, seguono le introduzioni di Tore Cherchi, Fondazione Enrico Berlinguer, ex sindaco, e di Marco Pignotti, storico; e gli interventi di Antonangelo Casula, ex sindaco, Maria Giovanna Musa, SBIS – sezione di storia locale, Mauro Pistis, studioso, Mario Zara, Associazione culturale amici della miniera. Il dibattito è libero. Sono previsti interventi di parenti dei primi consiglieri/e comunali.

Il convegno è organizzato da: Fondazione Enrico Berlinguer, SBIS – Sezione di storia locale, Umanitaria – Centro Servizi Culturali, Associazione culturale – amici della miniera. Con il patrocinio dell’amministrazione comunale e il supporto della Fondazione di Sardegna.

Il 4 settembre scorso ho avuto il privilegio di intervenire a nome della famiglia di Velio Spano e Nadia Gallico a Teulada al Convegno organizzato dall’Associazione Culturale Is Sinnus, con il patrocinio del Senato della Repubblica, del Comune ed il sostegno del Gruppo Marinedi in concomitanza con la posa di una targa sulla casa natale di mio nonno che, però, li ricorda entrambi.
Con la famiglia siamo grati a chi ha promosso, aderito, sostenuto, patrocinato e partecipato a questa iniziativa, che, però, non consideriamo un suggello, bensì un seme per il presente ed il futuro che ci interrogano.
La nostra gratitudine va anche alla Sen. Stefania Pucciarelli, a Luciano Piras, alla compagna Ilaria Portas ed ai compagni Antonangelo Casula e Tore Cherchi per i loro generosi interventi.
Di seguito il testo del mio contributo.
I miei nonni fecero le loro scelte quando nazifascismo e colonialismo erano tutt’altro che alla fine, la guerra era di nuovo alle porte, antifascismo e anticolonialismo erano minoritari, illegali, perseguitati, senza prospettiva apparente.
Senza certezze retrospettive scommisero la giovinezza e la vita contro forze soverchianti, sulla parte minoritaria e perdente, convinti che alla fine avrebbe prevalso; Nonna si definiva una “inguaribile ottimista” .
Nel ‘38 Nonno Velio arrivò in Tunisia, dove conobbe Nonna Nadia. Aveva 34 anni e lei 23. Si amarono, si sposarono, ebbero le prime due figlie e trovavano anche il tempo di andare al mare, malgrado due condanne a morte, clandestinità, deportazioni, torture, intensa lotta antifascista coi compagni del Partito Comunista Tunisino di diversa origine e ceto coi quali instaurarono affetti ed amicizie lunghe e solide e condivisero una “vita spericolata”.
Nonno diceva che erano stati gli anni più belli della sua vita.
A diciassette anni, subito dopo la marcia su Roma, Nonno si iscrisse alla Federazione giovanile comunista; che tempismo!
Nel ’24, a Roma, consolidò la sua scelta comunista frequentando Gramsci col quale ebbe lunghe conversazioni sulla Questione Sarda.
A vent’anni dirigeva con Altiero Spinelli il Gruppo Comunista Universitario di Roma.
A ventidue entrò nell’apparato illegale del Partito, col falso nome di Mariano. Poi l’arresto, il Tribunale Speciale, cinque anni e mezzo di carcere e, nel ‘33, l’esilio in Francia, dove entrò nel Centro Estero del Partito con un nuovo nome falso: Danesi.
Dei suoi impegni italiano e sardo e di quello in Tunisia si parla sempre; resta invece spesso sullo sfondo la missione in Egitto contro la guerra coloniale in Etiopia scatenata dal fascismo nel ‘35 per compiere l’impero in Africa orientale e finita nel ’36, segnata dalle sanzioni della Società delle Nazioni e dalla ignominia dei gas tossici (iprite) usati contro la popolazione.
Un mese prima dell’attacco aveva già pubblicato, su Rundschau, organo del Comintern, i primi articoli contrari. Un mese dopo, fu inviato da Parigi in Egitto dal Centro Estero del Partito e dal Comitato internazionale per l’aiuto al popolo etiope, per fare propaganda contro la guerra tra le truppe italiane in transito nel Canale di Suez verso Eritrea e Somalia, stabilire contatti con settori della borghesia egiziana e connazionali sensibili all’antifascismo.
Arrivò a Port Said alla fine ‘35, con un altro falso nome ancora: Paul Conibet. Di lì a poco documenti di polizia riportano il ritrovamento a Suez di volantini antifascisti nascosti in tre scatole di tabacco .
Fu un lavoro difficile, come ammise in una lettera, ma non privo di risultati.
Tra il ‘35 e il ‘36 fece anche missioni clandestine in Italia, soprattutto a Napoli, con l’ennesimo nome falso: Renzo Lojacono.
Di quelle missioni scrisse su “Lo Stato operaio”.
Nel ‘36 fu inviato a Barcellona, nella Spagna in guerra civile, dove si aggregò alle Brigate Internazionali occupandosi di Radio PSUC, Radio Barcellona, e poi della direzione di Radio Milano Libera da Madrid dal ‘37.
A trentadue anni era nello stato maggiore del Comandante Juan Modesto.
Alla sua partecipazione a quella lotta devo la cittadinanza spagnola, che con mia madre, mia zia, le mie sorelle e mia cugina abbiamo di recente aggiunto a quella italiana.
Con la Legge sulla Memoria Democratica il Regno di Spagna non ci ha conferito un’onorificenza, ma ha naturalizzato delle idee, peraltro repubblicane, qualificandosi come democrazia matura e sicura di se.
Quindi ora ho anche il cognome “Spano”, che più di un’emozione o un orgoglio rafforza la responsabilità per continuità e fecondità dell’esempio politico ed etico dei miei nonni.
Dopo la Spagna, con lo stesso pseudonimo che aveva usato per la prima volta a Guadalajara, nel ’37 – Paolo Tedeschi -, Nonno raccontò su “Stato operaio” delle truppe italiane nei porti egiziani nel ‘35, divise tra entusiasti di quella guerra e riluttanti.
A poco più di trent’anni, quindi, con cinque pseudonimi diversi su altrettanti fronti, tra volantini nel tabacco, soldati in viaggio verso un fronte coloniale, guerra civile in Spagna e attività clandestine in Italia e Tunisia, Nonno applicava già il metodo di tutta la sua vita, anche dopo la Liberazione: le idee prima, poi l’azione e poi l’elaborazione politica e giornalistica, per essere insieme militante, dirigente e cronista.
La sua vita di “rivoluzionario di professione”, che per un ventennio non ebbe residenza fissa, carriera riconosciuta, garanzie personali, ma lottò su più fronti – Italia, Spagna, Nordafrica, non fu certo il percorso lineare verso una carica istituzionale.
“L’Unità”, che aveva già co-diretto in clandestinità tra Parigi (’37-’38) e il Sud liberato (’43-’44), e poi diretto a Roma dal ’45 al ’46 , lo inviò in Cina tra il ‘49 e il ‘50, appena proclamata la Repubblica Popolare, primo comunista occidentale a visitarla. Incontrò anche Mao Zedong e al suo ritorno pubblicò una raccolta di articoli.
A Shanghai, nel ‘49, incontrò i vertici economici del nuovo governo cinese. Nei taccuini privati, annotò di aver messo in contatto l’addetto commerciale italiano con uno di quei dirigenti, colpito dalle cifre colossali già allora destinate all’industrializzazione .
Per tutti gli anni cinquanta fu il riferimento del PCI per la Cina, fino ad un incontro a Berna nel ‘58 con il ministro Chen Yi, in vista di una missione economica guidata dal senatore DC Guglielmone.
Intuizioni acerbe oggi attuali.
Dopo la Liberazione, l’impegno sardo, costituente e parlamentare; divenne responsabile della Sezione Esteri del PCI, e, nel ’58, anche Segretario del Movimento Italiano per la Pace.
Nel ’59, viaggiò in Africa; incontrò tra gli altri Senghor, Sékou Touré e Nasser.
Nel suo libro del ‘60, “Risorgimento africano” – con la dedica alla terza figlia: “la sola che non è nata in Africa, affinché impari ad amare la terra e la gente africana” – interpretò la decolonizzazione come parte dell’impegno per la Pace contro l’imperialismo che lo aveva animato in Egitto, Spagna e Tunisia.
Nonno aveva annotato nei taccuini privati dubbi sul controllo reale del partito comunista cinese nel sud del paese e sulla rigidità ideologica dei suoi dirigenti.
Con la stessa indipendenza intellettuale si discostò, nel ‘61, dalla linea di Togliatti sull’URSS, proponendo al Partito di andare oltre la sola critica al culto della personalità.
La sua non fu, quindi, adesione senza riserve, ma internazionalismo capace di giudizio autonomo, forse anche perché la sua traiettoria non era passata per l’hotel Lux, a Mosca.
Per lui la Pace non era solo assenza di conflitto, ma lo sbocco di una visione politica; la stessa di quando era ragazzo, ma su scala internazionale.
Morì nel ’64.
Nonna a ventun anni si iscrisse al Partito comunista in Tunisia.
A venticinque fu condannata dal Tribunale speciale militare di Vichy per la sua militanza clandestina.
A ventotto raggiunse l’Italia.
Era nata il 2 giugno del ‘16, trentaquattro anni dopo la morte di Garibaldi e appena sei dopo la prima trasmissione radiofonica diffusa. A trenta esatti, il giorno del suo compleanno, fu eletta alla Costituente: una delle ventuno Donne su 556 seggi, in un paese al primo suffragio libero ed universale.
Quelle ventuno Donne assieme, oltre i distinguo di appartenenza, incrinarono il “tetto di cristallo” che, però, limita ancora oggi la prospettiva femminile e nel mondo molte Donne sono ancora in una condizione inaccettabilmente indegna.
L’impegno di Nonna sulla condizione femminile, praticando più che declinando la parità, fu trasversale a tutta la sua attività, compresa quella internazionale proseguita dopo l’impegno militante, costituente, sardo e parlamentare, quando Pajetta la chiamò nella Sezione Esteri del Partito per i rapporti con quello che allora si chiamava “terzo mondo”.
Viaggiò in Algeria, Tunisia, Senegal, Somalia e nel Sahara Occidentale ; incontrò anche lei Senghor, il presidente-poeta del Senegal, e Bourguiba, presidente della Tunisia ; sostenne i movimenti di liberazione delle colonie portoghesi e la causa del Fronte Polisario.
Ho insistito sulle età di proposito.
• Nonno dirigeva un’organizzazione politica a vent’anni ed entrava in clandestinità a ventidue;
• Nonna veniva condannata da un tribunale militare speciale a venticinque.
Non avevano curriculum o carriera, ma già responsabilità non onorifiche né simboliche, … e le loro idee.
Era la traiettoria di due ragazzi che, però, già non lo erano più.
Oggi i giovani sono relegati a lungo in ruoli marginali prima di affidare loro – quando ormai non lo sono più – qualcosa che conti davvero.
La storia dei nonni dice, invece, che la maturità politica non è funzione dell’anagrafe, ma della responsabilità concreta. Se una comunità vuole evolversi, deve scommettere sui giovani prima che abbiano tutto dimostrato, non dopo.
Nonna, infatti, dedicò l’ultima parte della sua vita a ragazze e ragazzi, offrendo loro strumenti anziché ammaestramenti e lo spirito della Costituzione che con Nonno e molti altri aveva concorso a scrivere. La sua empatia con quei giovani era fortissima, a tratti commovente.
La traiettoria è quindi nitida, ma dove punta?
Umberto Eco ha scritto che il fascismo può ripresentarsi senza chiamarsi così e senza i suoi simboli, col rifiuto del pensiero critico, la fobia della diversità e dello straniero, la brutalità verbale e non solo, la torsione della democrazia per il suo contrario, il nazionalismo retorico e razzista, il bellicismo, amplificando paure e cavalcando frustrazioni.
Per riconoscerlo non serve cercare l’orbace o i saluti romani, ma verificare se le forme della democrazia sono usate per praticarla o per svuotarla della sua sostanza.
Lelio Basso, cui è intitolata la fondazione che conserva parte dell’archivio di Nonna, distingue tra democrazia formale – elezioni, alternanza – e democrazia sostanziale, cioè una comunità di eguali e liberi sopra tutto dallo sfruttamento, prescritta dalla Costituzione mediante la rimozione delle diseguaglianze economiche e sociali.
Il modo dei nonni oggi appare soffocato dal costume politico privo dello sguardo lungo che, invece, loro avevano, afflitto dall’omologazione e dalla competitività personalistica anche a prezzo di disonestà intellettuali.
Il Mediterraneo unisce Sardegna e Continente, Egitto, Francia, Spagna, Tunisia. Vi si consumano tragedie migratorie, mentre neo-colonialismi sotto mentite spoglie e neo-nazionalismi attizzano paure sproporzionate, senza incidere sulle diseguaglianze che sono causa dei “viaggi della speranza”, come se la lezione del secolo scorso non fosse bastata.
La scelta dei nonni fu, invece, la solidarietà tra i popoli; un’identità condivisa e meticcia, fondata su Libertà, Uguaglianza, Fraternità e sul diritto a una vita dignitosa, equa ed in Pace, non sull’infeconda purezza etnico-identitaria reclusa nelle frontiere.
Nonna Nadia scrive alla fine della sua autobiografia: “Non è per caso che a conclusione (…) io sia tornata (…) al luogo in cui Velio ed io ci siamo incontrati e le nostre vite si sono (…) intrecciate. La Tunisia e la Sardegna sono state (…) le fondamenta su cui si è costruita la nostra storia personale. E questa (…) storia vorrei che Vasco, Libera, Irene e Sara [le mie sorelle e mia cugina] la considerassero un punto di partenza, lontano nel tempo (…), ma reale, per quello che sarà il “loro viaggio”.
E’ un viaggio partito da lontano, con un traguardo lontano . Noi non siamo, però, tra quelli che partirono né tra quelli che arriveranno; ne faremo un tratto, raccogliendo il testimone da chi ci ha preceduto per poi passarlo alle generazioni future, cui non lasceremo in eredità il mondo, ma dalle quali lo abbiamo avuto in prestito per restituirlo migliore.
Siamo qui per una targa sulla casa natale del Nonno, dove si cita anche la Nonna; la nostra famiglia è grata a chi ha promosso, aderito, sostenuto, patrocinato e partecipato a questa iniziativa, che, però, non consideriamo un suggello, bensì un seme per il presente ed il futuro che ci interrogano.
• Quanto rischio ha assunto e assume chi fa politica?
• Quanto lontano guarda, oltre il prossimo voto?
• Quanta fiducia si dà ai giovani prima che abbiano tutto dimostrato?
• Le forme della democrazia corrispondono ancora alla sua sostanza?
• Quando i confini cesseranno di demarcare le diseguaglianze ed essere linee di frizione che innescano le guerre?
• Se non ora quando le Donne potranno spiegare le ali alla stregua degli uomini?
• Quando le differenze saranno percepite finalmente come risorse anziché insidie?
Grazie Teulada.
Vasco De Cet

Non è da stupirsi se al convegno dedicato a Velio Spano e Nadia Gallico siano intervenute tante persone, la sera del 4 settembre al Palazzo Baronale di Teulada: questa coppia unita nella vita e negli ideali, passata alla Storia per il loro ruolo di Costituzionalisti, da sempre accende l’interesse e la curiosità non solo degli abitanti di Teulada, visto che Velio Spano a Teulada ci è nato, nel 1905, ma anche di studiosi, di intellettuali e di politici che della nostra Costituzione, la “Costituzione più bella del mondo”, ne fanno oggetto privilegiato di studi ed analisi attente ed approfondite, nonché baluardo contro ogni minimo tentativo di sovvertire l’ordine democratico conquistato a prezzo di dura fatica ed incredibili sacrifici da parte di donne ed uomini che all’amore per la libertà ed alla democrazia sacrificarono gli anni più belli e giovani della propria vita, come Velio e Nadia.

Un tributo, dunque, il convegno ha voluto essere alla loro determinazione, alle loro battaglie, ai loro tanti momenti bui vissuti con l’invincibile speranza di farcela, di porre fine ad una dittatura che era negazione dei loro ideali di giustizia sociale e di libertà. E a questa coppia hanno dedicato parole di profonda ammirazione politici, donne ed uomini di vaglia – Salvatore Cherchi, presidente della Fondazione Berlinguer, Ilaria Portas, assessora Pubblica Istruzione Regione Sardegna, Stefania Pucciarelli, della Commissione Diritti Umani del Senato, Renato Marconi, AD Marinedi, Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia, Luciano Piras, ex sindaco di Teulada, Angelo Milia, attuale sindaco di Teulada – che della difesa della democrazia, conquistata anche grazie a Velio e Nadia con il proprio indefesso impegno, ogni giorno ne fanno cassa di risonanza per il messaggio di attenzione a che la nostra Costituzione non abbia a subire minacce alla propria integrità, ai propri valori, sacrosanti ed irrinunciabili. Commovente è stato il ricordo con cui Vasco De Cet Spano, consulente di Assomarinas, ha ripercorso la vicenda umana e politica dei nonni, Velio e Nadia, esempio di rettitudine morale ed intellettuale per chiunque si appresti a leggerne le vicissitudini di vita privata e pubblica. E palesemente commosse erano le figlie Paola e Chiara nel percepire il senso di riconoscenza manifestato dai lunghi e caldi applausi alle parole degli oratori.

Impeccabile nel suo ruolo di moderatore Salvatore Loi, presidente dell’associazione Is Sinnus, l’associazione che si è resa promotrice del convegno e che è stata oggetto di parole di lode per le tante iniziative culturali messe in campo. Iniziative che contribuiscono a dare la visibilità che merita al paese, recuperando dall’oblio le più significative vicende umane e storiche del passato, ahinoi troppo a lungo trascurate e riposte in angoli dimenticati della memoria collettiva. Un’associazione, Is Sinnus, che non si è tirata indietro di fronte alla proposta di uno scambio culturale con gli alunni di terza della Scuola Secondaria di primo grado di un paese delle Marche, Esanatoglia, in provincia di Macerata, che hanno lavorato con entusiasmo alla realizzazione di una mostra, “Buongiorno Costituzione”, frutto di una mattinata di conversazioni e dialoghi degli alunni con Paola Spano la quale, con generosità, nello scorso mese di aprile si è resa disponibile ad un incontro con insegnanti ed alunni proprio per rendere chiari ai giovani le ragioni ed i momenti salienti della nascita della Costituzione: testimoni “parlanti” i ricordi personali, insopprimibili nonostante gli anni trascorsi, del contributo dei genitori, improntato ad autentica passione. E la mostra, esposta alla fine dell’anno scolastico nella “Sala dei Cavalieri da Varano” del palazzo municipale di Esanatoglia, in questi giorni è a Teulada, ben visibile in alcune stanze di Palazzo Baronale, in virtù di uno scambio culturale che, crediamo, potrà essere oltremodo illuminante per i visitatori.

Da sottolineare l’interesse e la curiosità manifestati dagli esimi oratori e dai familiari di Paola Spano, che hanno voluto complimentarsi personalmente con la Preside, prof. Roberta Baroni e tramite lei con le insegnanti dell’Istituto Comprensivo intitolato a Carlo Alberto dalla Chiesa, e con il sindaco di Esanatoglia, Luigi Nazzareno Bartocci, collegati in video chiamata. E non è da trascurare il fatto che nei giorni della mostra ad Esanatoglia, nella vicina città di Matelica – per inciso la città di Enrico Mattei, personaggio che, oltre a tutto il resto, ebbe anche un ruolo di primo piano nella Resistenza – era in atto una mostra fotografica dedicata alle ventuno donne che presero parte alla Costituente: la foto di Nadia Gallico Spano ben distinguibile fra loro! Alla conclusione del convegno una piccola piece teatrale rappresentata da due attori della Compagnia Teatrale che fa capo a Is Sinnus, i quali hanno messo in scena il colloquio in carcere tra Velio Spano ed un fratello tenacemente fascista. Tanti gli applausi…

In onore della democrazia e della Libertà, alla fine tutti a cantare “Bella Ciao”, intonata sulle note della chitarra di un musicista vicino alla famiglia Spano. Evviva la Costituzione, dunque, che da ottanta anni vigila sui nostri valori di democrazia e di libertà, evviva tutte le donne e gli uomini che alla sua nascita dettero un contributo fondamentale!

Lucia Tanas

Allegata l’intervista all’ingegner Renato Marconi, AD Marinedi

Renato Marconi

Il convegno in onore di Velio Spano e Nadia Gallico si svolge con il patrocinio del Senato della Repubblica e del comune di Teulada. L’evento pubblico si terrà negli spazi del porto turistico “Marina di Teulada”, grazie alla disponibilità e al sostegno della direzione aziendale. Saranno presenti Paola e Chiara Spano, figlie di Velio Spano e Nadia Gallico.

Il convegno avrà il seguente svolgimento:

  • Ore 18.30 incontro dei convegnisti e del pubblico
  • Ore 19.00
  • Saluto del sindaco di Teulada Angelo Milia
  • Saluto del comandante Vasco De Cet Spano
  • Interventi:
  • Senatrice Stefania Pucciarelli, presidente della commissione parlamentare “Tutela e Promozione dei Diritti Umani”
  • Salvatore Loi, associazione Is Sinnus
  • Luciano Piras, ex sindaco di Teulada
  • Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia
  • Ilaria Portas, assessora della Cultura della Giunta regionale della Sardegna
  • Salvatore Cherchi, senatore, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer

Ore 20.30 – Scopertura della targa da esporre nella casa natale di Velio Spano, a Teulada, patrocinata dal Presidente del Senato della Repubblica.

 

Alberto Pili è il nuovo segretario del Partito Democratico di Carbonia. E’ stato eletto durante il congresso cittadino tenutosi ieri al Museo Ristorante Tanit.
Eletto per la prima volta in Consiglio comunale nel 1997, durante l’Amministrazione guidata dal sindaco Antonangelo Casula, Alberto Pili ha ricoperto negli anni numerosi incarichi istituzionali, maturando una lunga esperienza anche in ambito provinciale, prima come consigliere e capogruppo e successivamente come assessore nella Giunta della Provincia di Carbonia Iglesias. Attualmente è consigliere comunale.

L’11 luglio del 2016, dieci anni fa, dopo una lunga e dolorosa malattia, ci lasciava Pinello Mandis, un amico, un compagno nella militanza politica e amministrativa e, soprattutto, una persona per bene. Era nato a Gonnesa il 25 marzo del 1950 da una famiglia di artigiani, suo padre Renzo aveva un’officina di fabbro, attività di famiglia quella artigiana, nella quale inizierà a fare la sua prima esperienza di lavoro, ed è proprio in questa veste che ebbi modo di conoscerlo i primi anni ’70 del Novecento, prima di condividere un lungo percorso di militanza politica che ci ha accomunato insieme a tantissimi compagni del nostro territorio.
La sua iscrizione nelle file del Partito Comunista Italiano risale al 1972, ma la sua militanza politica era iniziata anni prima, da studente liceale con un’esperienza nel movimento studentesco e nella FGCI. Sono anni di svolta nella società, non credo di dovermi soffermare in questa circostanza a sottolineare cosa abbia rappresentato universalmente il 1968 per quella generazione e non solo per quella, certo è che quel vento di liberazione e di rivolta, soffiò intensamente anche qui da noi in periferia.
Fu una stagione indimenticabile, nella quale grandi masse giovanili scolarizzate irrompevano da protagoniste nella società e nella politica e iniziavano naturalmente ad assumere una funzione dirigente nei partiti, nelle organizzazioni di massa, nelle istituzioni e nella società. Fu così per tantissimi e fu così anche per Pinello che iniziava a muovere i primi passi di un lungo percorso di militanza politica e amministrativa.
Il suo impegno nel decennio degli anni ’70 venne dedicato all’attività di partito nella sezione del PCI di Gonnesa, a cui si sommava la militanza nell’associazione degli artigiani, la CNA, della quale fu un apprezzato dirigente territoriale, un mondo, quello degli artigiani con il quale rimase intimamente legato anche dopo l’ingresso in fabbrica a Portovesme agli inizi degli anni’80.

Ricoprì l’incarico di segretario della sezione del PCI di Gonnesa dal 1974 al 1981, nel 1978 viene eletto per la prima volta eletto consigliere comunale in un’amministrazione di sinistra capeggiata da Ignazio Cuccu, al quale subentrò nell’incarico di sindaco nel 1979 Ennio Meloni, con il quale Pinello inizia la sua prima esperienza come assessore nella giunta comunale di Gonnesa.
Diverrà sindaco del comune (dopo aver ricoperto l’incarico di vice sindaco di Eugenio Poncellini) nel 1993, per essere confermato nel 1997 e lo sarà sino al 2001, termine della scadenza dei due mandati.
Un percorso di amministratore temporalmente pressoché analogo a quello mio. Avrei tanti aneddoti e tanti episodi da raccontare, avendo avuto con lui una comune militanza politica nel corso degli anni ’80 e amministrativa negli anni ’90, mi riservo di farlo in modo più compiuto in una prossima occasione, poiché un gruppo di compagni e di amici di Gonnesa che ne hanno condiviso amicizia e militanza, hanno deciso meritoriamente, di ricordarne la figura e la memoria in maniera solenne nel corso di quest’anno.
Mi limiterò quindi, a sottolineare solo alcuni degli episodi più significativi della collaborazione tra le nostre amministrazioni, nei primi anni ’90 a partire dalla complessa gestione del processo che portò all’approvazione del Piano di disinquinamento del Sulcis (attuato limitatamente) e alla firma del protocollo per il progetto di gassificazione del carbone del Sulcis, che nonostante un esito finale infruttuoso, ha assorbito molto del nostro impegno e delle nostre energie.
Parliamo di anni molto complicati per il nostro territorio, non va dimenticata la liquidazione sulla scala nazionale delle Partecipazioni statali ed il tentativo di liquidazione del polo industriale di Portovesme, previsto nel piano del ministro Barucci, che si riuscì a neutralizzare con la grande mobilitazione di popolo che fu la Marcia dello sviluppo del Sulcis, che abbiamo ricordato anche di recente in occasione del suo trentennale.
Ma fortunatamente abbiamo anche da ricordare qualche successo e qualche seme gettato per il futuro, tra tutti mi riferisco ad un metodo di collaborazione su scala territoriale, all’esperienza della progettazione integrata tra i comuni del territorio (i P.I.A.. Piani Integrati d’Area) che consenti al comune di Gonnesa di ottenere dalla Regione sarda un contributo di due miliardi di lire per la ripresa dello scavo del Nuraghe Seruci, uno dei più importanti complessi nuragici della Sardegna, ed in particolare la proficua collaborazione tra i distretti sanitari di Carbonia ed Iglesias (del quale Pinello divenne il Presidente) per far avanzare il processo di integrazione dei servizi territoriali e ospedalieri, della costituenda ASL 7 del Sulcis.
Aggiungo per memoria, è un fatto simbolico, ma registro con piacere che ogni anno (è avvenuto anche nel 2026) le amministrazioni comunali di Carbonia e di Gonnesa, si incontrano all’ingresso di Flumentepido per portare una corona in ricordo dei caduti dell’Erlaas nel 1950. Questa consuetudine fu ripresa per un’iniziativa congiunta delle amministrazioni comunali di Gonnesa e Carbonia, nella seconda metà degli anni ’90 e prosegue a tutt’oggi, nel ricordo della storica campagna della Fondazione Rockfeller per la eradicazione della malaria in Sardegna.
Prima di concludere questo mio breve ricordo, aggiungo qualche altra notazione personale, dopo l’esito non positivo delle elezioni comunali del 2006, Pinello mi chiamò per comunicarmi la decisione di dimettersi dal Consiglio comunale, tentai di dissuaderlo, ma fu irremovibile, mi disse che compatibilmente con i suoi impegni di lavoratore dipendente, avrebbe fornito un contributo politico esterno e avrebbe ripreso gli studi
universitari; si iscrisse a Scienze politiche e portò a compimento il corso completo degli esami, fatta eccezione della tesi di laurea che non gli fu possibile concludere per un primo sopraggiungere della malattia.
L’interesse per lo studio e per la cultura sono stati una costante nella sua vita, coltivava molti interessi ed aveva una curiosità intellettuale molto spiccata, non è un caso che duranti i primi anni della sua militanza politica, una parte del suo impegno politico e culturale si divise tra la passione politica e quella per il teatro.

Insieme ad altri amici e compagni fu promotore di un’esperienza originale, la costituzione del gruppo A.T. (Azione Teatrale) che per diverso tempo operò a Gonnesa, ma anche in altri comuni del nostro territorio, un’attività di animazione culturale trattando temi di impegno politico e civile molto importanti, tra tutti quello legato alle vicende dei moti per il pane del 1906 che ebbero un esito tragico a Gonnesa (tre morti) e in tanti centri della Sardegna, quello dedicato alla vicenda del golpe militare fascista in Cile del 1973, ed infine “una pièce” dedicata al fenomeno della disoccupazione intellettuale negli anni della scolarizzazione di massa.
Da un cassetto di una mansarda a più di cinquanta anni di distanza sono riemersi intatti dei manoscritti che animarono quella feconda stagione, il nostro auspicio è che possano essere condivisi in maniera più ampia a seguito di una iniziativa editoriale, in ricordo della figura indimenticata di Pinello Mandis e di una stagione importante che ha suscitato grandi passioni, impegno e la speranza di un’intera generazione.

Antonangelo Casula

Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.

Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.

Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.

La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.

L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.

Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.

Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L

’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.

Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.

La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.

Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.

Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.

Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.

E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.

Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).

Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.

Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).

Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.

Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.

Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.

Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.

Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.

Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.

Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.

Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.

Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.

Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.

Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.

Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.

E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.

Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.

Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.

L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.

Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.

Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.

Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.

Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.

Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.

Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

Antonangelo Casula

Questa mattina Carbonia ha festeggiato l’87° della sua inaugurazione… con l’inaugurazione ufficiale del Parco Lineare e del Parco Sud, in via Giovanni Maria Angioy. Sono intervenuti all’inaugurazione, con il sindaco Pietro Morittu, l’assessore dei Lavori pubblici Manolo Mureddu, gli altri assessori, il presidente del Consiglio comunale Federico Fantinel e diversi consiglieri, il vescovo della diocesi di Iglesias mons. Mario Farci, l’assessore regionale dell’Industria Emanuele Cani, i consiglieri regionali Alessandro Pilurzu e Luca Pizzuto, il vicepresidente della Provincia del Sulcis Iglesiente Gianluigi Loru, il dirigente dei Lavori pubblici ingegner Mario Mammarella, il progettista professor Adriano Dessì, il responsabile dell’impresa esecutrice Renato Giganti, il professor Antonello Sanna, gli ex sindaci Ugo Piano e Antonangelo Casula, alcune centinaia di persone, tra le quali studenti, professori, la dirigente dell’Istituto di Istruzione Superiore “G.M. Angioy” Teresa Florio.

La cerimonia è stata aperta dagli interventi del sindaco Pietro Morittu, del vescovo mons. Mario Farci, del consigliere regionale Emanuele Cani, dell’assessore dei Lavori pubblici Manolo Mureddu, del dirigente dei Lavori pubblici ingegner Mario Mammarella, del progettista professor Adriano Dessì, del responsabile dell’impresa esecutrice Renato Giganti. Al termine, è stato tagliato il nastro inaugurale.

L’area è stata completamente rigenerata grazie al finanziamento della Presidenza del Consiglio dei ministri per la riqualificazione delle periferie. Ospita percorsi pedonali e ciclabili, nuove alberature e aree verdi, spazi pensati per il tempo libero. Accanto alle aree relax trovano posto i campi polivalenti, lo skate park e gli spazi dedicati alle attività all’aperto, creando un unico grande parco urbano che unisce sport e socialità. È un luogo che dà un volto nuovo a questa parte della città e che sarà vissuto dalle famiglie, dai giovani e dalle associazioni.

Allegate le interviste all’assessore dei Lavori pubblici Manolo Mureddu e al sindaco Pietro Morittu.